Orizzontintorno Carlo Paschetto
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16 Arlonelyplanet/2
FEB Travel Log: Ardennes
Qualche sera fa Stefano mi intratteneva al telefono da Somerset, New Jersey: "Tu credi che Arlon sia il [censura] del mondo, ma è solo perché non sei mai stato qui. A parte che oggi siamo a -15°, considera che l'unica scelta per uscire a cena è andare nel ristorante di un altro albergo, e se proprio vuoi fare una passeggiata non c'è null'altro a parte un centro commerciale. Se fossi nato a Somerset probabilmente mi sarei suicidato. Anzi, no: è impossibile nascere a Somerset."
Ora, poiché ho grande stima e fiducia nelle qualità di giudizio di Stefano, e considerato che è il mio capo, colgo l'occasione per annunciargli da queste pagine che io non andrò mai a Somerset.

Nell'attesa di un resoconto dettagliato da Somerset, magari corredato di reportage fotografico, tale stroncatura mi dà lo spunto per affrontare la puntata numero due della mia fake-Lonely Planet dedicata ad Arlon: l'attesissima e famigerata guida gastronomica, ovvero la Michelin del purgatorio delle Ardenne.
Tralascerò qui di occuparmi, per questa volta, di due dei migliori ristoranti di Arlon, dei quali abbiamo ormai detto tutto quel che c'era da dire e che dunque ben conoscete: il bizzarro autogrill dell'AC Arlon e il leggendario ristorante dell'AC Arlux, possa sprofondare negli inferi sepolto da una montagna di pane riscaldato a microonde e stagnolette di burro rancido.

Ciò premesso, sappiate innanzitutto che la cucina belga non esiste, a meno che naturalmente non si decida di omologare la potage du jour ed il grottesco cosciotto violaceo di cinghiale con tonnellata di patatine fritte, pinta di Orval e rutto libero, come cucina tipica belga. Va da sé che i due piatti citati sono ovviamente le specialità dell'Arlux.
Altra premessa fondamentale: ad Arlon, più che mangiare, si beve. Il che fra l'altro spiega molte cose, ma di questo parleremo un'altra volta. Solo qualche testimonianza in proposito:

Un inquietante "aperitivo della casa" a base di azoto liquido
Misura standard di un "tres petit cognac"
Tipica cena in un ristorante di Arlon
Il vostro titolare qui, apparentemente alterato, ripreso
clandestinamente da un collega durante una cena ad Arlon
(non è che esiste anche il filmato su YouTube, vero?)

In un paese che non esiste, caratterizzato da una cucina che non esiste, la sopravvivenza del malcapitato trasfertista (quella del residente belga non saprei) è affidata ad un pugno di ristoranti etnici che vi permettono virtualmente di completare un giro del mondo gastronomico in meno di un paio di settimane, al termine delle quali non vi è purtroppo alcuna garanzia che il vostro stato di salute coincida con quello di partenza. Ma, del resto, di Viaggi si parla qui, mica di Tonino il fidato pizzaro sotto casa vostra. E peraltro, parlando di pizzari, è quasi inutile che vi dica che i ristoranti italiani ad Arlon battono Resto del Mondo in media 4 a 1, nel senso numerico del termine. Con una particolarità, però: che qui i ristoranti italiani sono italiani davvero, gestiti da italiani trapiantati in città ormai da anni, che oltre a far cassa stanno anche dietro alle pentole (o davanti al forno a legna). Del resto bisogna riconoscerlo: il Belgio non sarebbe il Belgio senza gli emigranti italiani - ai quali ormai mi sento inevitabilmente ed affettivamente legato - e d'altra parte l'emigrante italiano in Belgio mica va a Bruxelles, nooo, macché, ad Arlon viene. E di solito apre una pizzeria.

Il primo giorno che misi piede ad Arlon (una data che rimarrà scolpita nel mio curriculum e nella mia psiche), all'ora di pranzo un collega ebbe pietà di me e mi salvò dalla frustrante mensa aziendale, portandomi in centro città da "Enzo Milano": lì ho bevuto la mia prima Orval e ho imparato subito ad odiare tutta la pseudoliturgia che dovrebbe accompagnare il giusto modo di versare una Orval nel bicchiere da Orval, per cui se ti stappi un'Orval e te la versi come cavolo ti pare c'è sempre qualcuno che ti fa notare che l'hai versata troppo rapidamente, o troppo lentamente, o troppo a scatti, o con il gomito troppo piegato all'interno.
Ora, diciamolo: l'Orval è una normalissima ed anonima birra trappista che, come tutte le birre trappiste, non c'azzecca un tubo con le birre da pasto, men che meno con la pizza, e comunque servita fredda fa schifo. Oooh, l'ho detto.

Di per sé Enzo Milano è sufficientemente anonimo come tutte le pizzerie italiane all'estero: le tovaglie sono a quadri rossi e bianchi, le pizze non sono male e ci si può mangiare anche altro - io, che sono notoriamente un ateo miscredente dedito al fast-food ed alla scelleratezza alimentare, una volta ho perfino provato le troffie al pesto, sopravvivendo. La vera particolarità, comunque, è che Enzo costa come Gualtiero Marchesi epperò non accetta l'Amex. Ti mangi una Margherita, la paghi come fosse placcata oro e quando la metti in nota spese ti vergogni e ti riprometti di vivere per una settimana a carote bollite.
Altre note: da Enzo, come in tutte gli altri ristoranti italiani in Arlon, si parla italiano ed anche l'unico cameriere autoctono è costretto a parlare con l'accento di Locri.
Per onor di cronaca devo anche dire - prima che qualcuno del mio team venga qua dentro a massacrarmi nei commenti - che qui mi è capitato di dover rimandare indietro l'unica bottiglia di vino della mia vita perché sapeva di tappo. O meglio: io me la sarei anche bevuta (non riesco a immaginare nessuna scena più imbarazzante del dover rimandare indietro una bottiglia di vino), ma i miei giovani tàngheri, dopo essersene scolata metà con la scusa di assaggiarla a turno, mi hanno flagellato pubblicamente costringendomi a richiamare il finto cameriere di Fuorigrotta ed Enzo in persona. Naturalmente da allora non ci sono più tornato.

I concorrenti più in voga di Enzo sono "Pinocchio" ed il suo spin-off, "Chez Geppetto". Si va indistintamente da uno o dall'altro a seconda dei giorni, tipo oggi è martedì, Pinocchio è chiuso, allora chez Geppetto. In realtà queste due pietre miliari della ristorazione, diciamo così, di Arlon, sono assai diverse fra loro, pur essendo vero che Geppetto è nato da una costola di Pinocchio e che è evidente il legame simbiotico ancestrale fra i due ristoratori, che condividono le stesse tovagliette di carta con impresse le reciproche pubblicità.
Pinocchio è il classico pizzaiolo amicone che ti dà del tu e ti chiede di tua sorella anche se è la prima volta che ti presenti, sei in gessato d'ordinanza e ti sei fatto scaricare da un'auto blu con la scorta. A fine cena ti offre sempre il limoncello. Poi un limoncello. Poi un limoncello. E infine un limoncello, proprio l'ultimo l'ultimo, eddai, prima di uscire sotto la pioggia. A me il limoncello di Pinocchio fa schifo, però non oso dirglielo.
Il pizzaiolo di Geppetto è rasato, tatuato, piercing-ato e molto, molto, molto muscoloso. Anche lui parla con accento di Locri, ma il suo è vero. Anche lui è amichevole, forse. Ti racconta sempre di quando l'Italia ha vinto i mondiali lo scorso anno, loro avevano il locale pieno di francesi e belgi, e quando Grosso ha segnato il rigore sono saliti sul bancone a fare il gesto dell'ombrello ai cinquanta clienti ubriachi e incazzati, stappando spumante a fiumi (lo sottolinea sempre, preciso: *spumante*, non champagne).
Ogni volta che ci vado, a fine cena il pizzaiolo di Geppetto mi fissa negli occhi a tre centimetri di distanza, e mi chiede: "Com'era?"
Buonissima.
In ogni caso, vi consiglio i suoi spaghetti alla pescatora (buonissimi...).

"Chez Faty" è un altro ristorante italiano. Solo che il cuoco è un marocchino. Trapiantato in Belgio. Ora, converrete con me che è come sparare sulla croce rossa, ma ci va a pranzo il direttore di stabilimento, che è anche il mio cliente. Quindi chez Faty si mangia da dio. Consiglio le penne alla diable, che poi sono la variante maroccobelga delle penne all'arrabbiata. Oddio, più che arrabbiate direi che si sono svegliate male, ma se non sbagliate il vino possono anche andare.

Adesso però non vorrei che crediate che qui si frequentino solo i ristoranti italiani. Noi siamo viaggiatori veri e, per dirvela tutta, da bravo professionista, mi sono fatto un tour approfondito della Arlon gastronomica, proprio in onor vostro e senza (ahimè) risparmiarmi. Spero dunque che apprezziate il lavoro del vostro corrispondente.
Il prossimo capitolo sarà quindi dedicato all'esplorazione degli abissi perversi nei quali è possibile precipitare volendo fare i brillanti con i ristoranti davvero etnici di Arlon. Vi anticipo solo una cosa: il bicchiere della prima foto in alto, quello da cui si innalza una colonna di fumo inquietante dovuta a una fiala di azoto liquido immersa nell'aperitivo, me lo hanno servito da "Le Grecò", uno dei due ristoranti ellenici di Arlon, noto per il perenne stato di ubriachezza molesta del suo proprietario. Giuro.
Stay tuned.
01.49 del 16 Febbraio 2007  
 
2 commenti pubblicati
La foto stata scattatta in Luxembourg ! vedi logo sul boccale, e non in Arlon !
L'ha detto DILUCANTODITOTTO, 20 febbraio 2007 alle 12.50
Il solito problema delle fonti inattendibili (per i lettori: si parla della foto di Antonio davanti a una decina di boccali...)
L'ha detto Carlo, 20 febbraio 2007 alle 12.56


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