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Non so voi: il mio buon proposito per il 2008 è di farmi
un bel tagliando completo e mettere fine a questo orrendo decadimento
fisico del quale sono ormai preda da qualche anno a questa parte.
Per la cronaca, sappiate che il titolare qui ha l'abitudine di scansare
come la peste càmici bianchi & affini: ravanando nel
mio archivio ho scoperto, ad esempio, che fino ad un paio di settimane
fa le ultime analisi del sangue alle quali mi fossi arreso risalivano
ad otto anni fa e peraltro me le aveva imposte la mia ex-azienda
al momento dell'assunzione.
E' che solamente per aver trascorso tre
giorni a sciare con il mio piccolo eroe ho iniziato l'anno
schienato di brutto, molto peggio di altre volte passate, e insomma,
da qualche medico mi è toccato andare per forza, piegato
a novanta fra l'altro.
Visite, lastre, esami e tutto ok per fortuna, ma è chiaro
che ormai il messaggio non ammette più repliche: o mi schiodo
dalla sedia una volta per tutte, o prima o poi orizzontale rischio
di rimanerci davvero e hai voglia, poi, a rimettermi in piedi solo
grazie alle iniezioni di Voltaren e Muscoril.
A mo' di premessa, vanno innanzitutto dette un paio di cose: io
*odio* palestre, piscine, massaggi e ambaradan salutistici
tutti, e pure il semplice correre mi rompe assai. Tutt'al più
un po' di bicicletta, che col mal di schiena non è certo
il massimo.
A me piace la montagna, lo sapete. Fino a dieci anni fa in montagna
ci trascorrevo il cento per cento del mio tempo libero, di solito
appeso a qualche corda o a consumar pelli di foca in alta quota.
In un modo o nell'altro, volevan dire quasi cento giornate all'anno
a muover le gambe e ad allenare i polmoni. Ma da qualche anno in
qua, complice una vita impegnata in mille altre cose e la mia solita
infinita pigrizia congénita, "a me piace la montagna"
ha significato perlopiù arricchire la mia già nutrita
biblioteca alpinistica, le mie cinque paia di sci hanno iniziato
ad accumulare una gran quantità di polvere in cantina e le
corde giacciono al buio dentro la cassapanca in corridoio da tempo
immemorabile, a parte il miserrimo tentativo di exploit a freddo
di un paio d'anni
fa.
E poi ho trascorso gli ultimi quindici mesi fra Belgio, Lussemburgo
e Polonia, località note per la piattitudine a perdita d'occhio
e il clima poco amichevole: neve ne ho vista parecchia, ma irrimediabilmente
orizzontale.
Diciamo che ho affrontato questi ultimi anni classificandoli come
una pausa dovuta, di quelle che ogni tanto nella vita accadono.
In ogni caso, il
mio 8000 sempre lì davanti sta, su questo non ci
piove. Quel che è certo è che per salire un ottomila,
fra una milionata di altre cose, serve anche una schiena funzionante.
Poi le gambe, poi i polmoni, poi il cuore, poi la testa, ecc.
Così, quando il 7 gennaio sono riuscito a rialzarmi in piedi
(e non sto a dirvi il dolore), mi sono arreso - o sono partito all'attacco,
dipende dai punti di vista. Insomma, ho preso una decisione epocale:
ho comprato una tuta ai saldi e ho fatto l'abbonamento in piscina.
E non iniziate a ridere, ché lo so che voialtri siete tutti
sportivi e dietetici. Io no: da quando ho smesso di fumare qualche
anno fa (l'unica cosa metabolicamente intelligente che in tutta
onestà possa sostenere di aver fatto), ho messo su dieci
chili di botto, equamente distribuiti attorno a me, e quelle
poche volte che ho alzato il sedere negli ultimi tempi ho continuato
ad andar su completamente privo di allenamento, con il mio mal di
schiena, il fiasco di vino e il panino al salame, come faceva il
buon Jerzy
Kukuzcka (be', più o meno). Va dunque ancora bene
che fino ad oggi ci abbia lasciato temporaneamente la schiena due
o tre volte al massimo ed abbia il solo tasso di colesterolo un
po' alto.
Quindi: anno nuovo vita nuova, e siccome mi conosco - e, come detto,
odio andare in piscina, correre e bla bla bla - per non mollare
la presa mi ci sono piazzato davanti un paio di obiettivi importanti
per l'estate, di quelli che giacevano nel cassetto da troppo tempo
e se ne stavano lì al buio in attesa di tempi migliori, nonché
di nuovi compagni di cordata altrettanto motivati. Quali obiettivi,
dite? Non ve lo dico. Anche perché quasi certamente non se
ne farà nulla come al solito. Così per il momento
preferisco tenermeli, un po' per scaramanzia, un po' per non sparare,
un po' per crederci io per primo.
Quello che vi posso dire è che c'è voluta una leva,
complice un amico che in montagna ci va mica per finta e che una
sera di qualche settimana fa, davanti a un aperitivo, mentre gli
raccontavo dei miei mali oscuri e non, mi ha detto tu mettiti
a correre e inizia ad allenarti seriamente: se lo vuoi davvero,
lassù ti ci porto io.
Esattamente quello che mi serviva: detto, fatto. Almeno per ora.
Così - ci credereste? - non solo ho rimesso
le pelli e ritoccato finalmente cima, ma dal giorno successivo
ho davvero indossato la tuta e le scarpette, o la cuffia e gli occhialini,
a seconda delle serate. Quattro sere alla settimana nelle prime
due settimane, per la cronaca. Per me, è una costanza quasi
esagerata. E la verità è che lo scolpisco qui per
non tirarmi più indietro. Diciamocelo: mi metto a fare il
figo e faccio tutta 'sta pappardella per poi mollare dopo un solo
mese? Ennò dài, che figura. Ormai l'ho detto, e scritto.
Comunque.
L'esordio, sia in acqua che in terra, è stato devastante
e affatto incoraggiante: la prima sera San Sebastiano, protettore
degli atleti (e dei vigili urbani), mi è apparso in piscina
dopo quattro sole vasche a stile libero: fumava una sigaretta, mangiava
un panino al salame e sghignazzava, mentre io mi lasciavo lentamente
affondare in corsia numero 1 e consideravo seriamente l'idea di
risparmiare sul riscaldamento di casa bruciando la mia biblioteca
alpinistica.
La sera dopo, iPod d'ordinanza in testa - ché fra le altre
cose ho scoperto che l'iPod serve a distrarti dalle tue follie,
così non pensi a quanto tu possa sembrare ridicolo e inadeguato
ad occhi altrui, e a quanto manchi prima che tu schiatti davvero
- iPod in testa, dicevo, la visione mi è nuovamente apparsa
dopo i primi cinquecento metri di corsa, e per chiamare corsa
il mio misero trotterellare da quarantatreenne appesantito bisogna
davvero essere senza vergogna: pensavo di accasciarmi definitivamente
sull'asfalto freddo del marciapiede e trascorrere lì la notte,
incurante delle auto che mi sfrecciavano al fianco, ma i pochi neuroni
ancora ossigenati mi ricordavano inesorabilmente i film memorizzati
nel mio pc che mi aspettavano al calduccio nella mia camera d'albergo
e la sempre ottima mezza bottiglia di Malvirà pronta per
me al ristorante.
Perché, perché sottoporsi a questo supplizio? Non
c'ho più l'età, ebbasta dài. Sono ridicolo.
E invece no: due giorni dopo eccomi ancora lì, ostinato e
cazzuto, con la mia tutina e il mio iPod. Tre chilometri non stop,
bombola d'ossigeno per cinque minuti, e poi via, ancora un chilometro
e mezzo. Non vi dico i polpacci la mattina dopo: lega di ghisa e
acciaio speciale.
Ma avanti, ancora, forza! Un giorno di pausa e poi piscina, trentadue
vasche, un chilometro netto, con qualche pausetta qua e là.
E poi ancora corsa, e la settimana dopo le vasche salgono a sessantaquattro,
due chilometri, un'ora di nuoto non stop - pianin pianino, per carità,
ché altrimenti il cuore se ne accorge, ma volete mettere? La voglia
di non smettere inizia ad arrivare. Avanti, un giorno sì
ed uno no, regolare. Ieri, sei chilometri di corsa, cinquanta minuti
con due sole pause da cinque. Un tempo veramente fiacco, certo,
ma consentitemi perbacco: sei chilometri!
La cosa più gratificante è che questa mattina i polpacci
funzionavano e, udite udite: dopo un paio di ere geologiche, sono
perfino riuscito a toccarmi la punta dei piedi stando eretto. E
piantatela di ridere, accidenti a voi :-)
Ora: lo sport farà anche bene, ok, e la mia schiena sta decisamente
meglio di un mese fa (grazie peraltro anche alle sedute di annodamento
alle quali mi sottopongo settimanalmente dal fiosioterapista). Però
adesso mi fa male la spalla sinistra: le sessantaquattro vasche
a stile libero hanno subìto la vendetta degli anni di inattività
ed evidentemente il continuo movimento rotatorio del braccio, totalmente
privo di allenamento, ha un po' infiammato l'articolazione.
Risalire davvero da questa stato di forma cabarettistico richiederà
parecchio tempo, ahimè, c'è poco da fare gli esaltati.
Intanto mi pongo degli obiettivi intermedi credibili: non so, diciamo
sessantaquattro vasche in 45' e dieci chilometri di corsa in un'ora,
entro Pasqua, massimo fine marzo. Chissà se sono fattibili.
Ci vorrebbe un esperto. Io ci provo.
E infine: 'sta faccenda del running e della piscina mi dà
anche lo spunto per un po' di considerazioni a làtere.
Innanzitutto: perché diavolo adesso si chiama "running"?
Cioè, ora tu vai al negozio di abbigliamento sportivo per
comprarti un paio di scarpe da ginnastica e una tuta per andare
a correre (che immagine raccappriciosamente triste), esattamente
come facevi venti e più anni fa, e scopri che c'è
una sezione del negozio appositamente dedicata a 'sta roba, intitolata
running. Vabbè, correre insomma, jogging,
o alla peggio footing come dicevano i buontemponi negli anni
'80, no? No, adesso è running. E dunque costa un botto
di più.
Ho anche scoperto che non si corre più in tuta e scarp
de tennis. No: adesso c'è la regola dei tre strati in
funzione del meteo e della stagione, e ci sono i tessuti high-tech
come nell'alpinismo, e c'è la tecnologia dei chip - contapassi
elettronici, cardiofrequenzimetri molecolari, siluri fotonici -
e io mi vergogno un po' a girare in negozio e a provarmi la roba,
perché vorrei un paio di scarp de tennis e una tuta,
non dovrebbe essere una cosa complicata. Invece mi ritrovo a leggere
le schede plastificate appese agli espositori, che mi spiegano cosa
devo comprare e di cosa ho bisogno in funzione del tipo di running
che desidero affrontare, e delle calorie che voglio bruciare (sia
detto per inciso: io non ho mai avuto la minima idea di cosa accidenti
sia esattamente una caloria), e del tempo atmosferico che
penso di trovare. Sob.
E poi c'è la piscina: mi sono comprato un paio di ciabatte,
un accappatoio, una cuffia ed un costume da bagno (ché ho
scoperto che i pantaloncini a fiori che indosso al mare non si usano
in piscina, pena orrenda figura da mentecatto con gli abituali frequentatori
del luogo e la pubblica interdizione da tutte le acque del regno).
Mi sono presentato alla reception della piscina senza riuscire a
scrollarmi di dosso quella strana sensazione mista di vergogna e
disagio, tipo pesce fuor d'acqua per intenderci, non a caso. Quel
desiderio ancestrale di avvicinarsi al bancone e sussurrare timidamente
sa, a me piace andare in montagna, per poi fuggire lontano
da quell'umido e da quell'odore di cloro, gettando il costume e
la cuffia dal finestrino dell'auto in corsa, ascoltando born
to be wild a volume inaudito.
Invece no, ho fatto l'abbonamento: quindici entrate, ché
trenta mi sembrava di esagerare. E mi sono avviato rassegnato verso
gli spogliatoi, evidentemente in preda al panico e senza osare chiedere
istruzioni a nessuno, ché non volevo fare la figura di quello
che ma come, davvero non è mai stato in piscina? No,
o meglio, sì: ma mi sembra che l'ultima volta sia stato nel
1975 o giù di lì, avevo dieci anni.
In piscina ho scoperto che c'è la musica, perché ci
sono anche la palestra per il fitness (il fitness,
capisci?) e per l'aerobica, le cui vetrate danno proprio sulla vasca.
Praticamente tu nuoti dentro ad un acquario e intorno a te ci sono
dozzine di donne che pedalano, sudano e guardano l'umanità
natante attraverso le vetrate. Imbarazzante.
La musica è troppo alta e rompe le palle anzichenò.
E ci sono le urla dei bambini, e quelle degli istruttori, e quelle
delle mamme, e quelle delle compagnie di amici.
Per quanto poi tu possa andare in piscina fuori orario, e riesca
ad impossessarti di una corsia semivuota, incroci sempre qualcuno
durante la tua vasca e di conseguenza ti prendi un calcione, o un
ceffone a stile libero, dipende dalla sincronizzazione dell'incrocio.
Poi ci sono quelli che ti superano (nel mio caso, tutti) e ti fanno
bere.
Poi ci sono quelli che nuotano a farfalla, che sono pericolosissimi,
anche perché alzano ondate da tsunami e menano di brutto
quando li incroci.
Poi ci sono quelli con il cuscinetto di polistirolo, che nuotano
solo muovendo le gambe, e prima o poi ti tocca il frontale con il
cuscinetto.
Poi ci sono i ragazzini che si picchiano e si affogano, e gli irriducibili
del dopolavoro in banca che meno di trecento vasche non si degnano
nemmeno, e le signore che stanno a bordo vasca con i piedi in acqua,
che se sei in prima corsia qualche calcio in faccia te lo prendi
sicuro.
Capisci: se sei un triste cittadino e non abiti in montagna, conquistare
un ottomila (fosse anche un seimila, per dire) è una gran
brutta faccenda che sa anche di cloro. Chi lo avrebbe mai detto.
Però, devo anche riconoscere che in piscina la temperatura
dell'acqua è perfetta, per cui entrare in vasca è
particolarmente piacevole e rilassante. Ho comunque difficoltà
a non sentirmi imbarazzato in mezzo a dozzine di fisici palestrati
che chiaramente non hanno mai fatto altro nella loro vita a parte
curare il proprio fisico e macinare centinaia di vasche (e lampade
abbronzanti). Soprattutto perché nel tempo in cui faccio
una vasca loro mi doppiano tre volte.
Ma chissà, magari un giorno io arriverò davvero a
quota ottomila.
Non so: sto pensando di farci un nuovo thread per il blog
su 'sto tema.
Comunque, oggi giornata di pausa. Domani obiettivo sei chilometri,
di nuovo: con una sola pausa però (seeee, come no...). |
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14.19 del 06 Febbraio 2008
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