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Terza cima di stagione, il Piz Lunghin in Engadina, una montagna
che in anni passati avevo già salito un paio di volte. Tre
cime su tre dopo anni di inattività: epperò! Soprattutto,
salita in solitaria: ho macinato i quasi mille metri di dislivello
allo stesso ritmo che tenevo più di dieci anni fa. Il mesetto
speso a correre e ad andare in piscina sta evidentemente iniziando
a dare qualche risultato apprezzabile.
Tornare a fare una salita in solitaria dopo tutti questi anni è
stato un passo importante. A metà degli anni '90 avevo fatto
diverse salite da solo, anche a qualche 4000.
Ero molto allenato e, soprattutto, grazie a tutto quel tempo passato
in montagna fra ghiacciai, rocce e neve di tutti i tipi, avevo preso
quella confidenza con l'ambiente d'alta quota che iniziava a permettermi
di muovermi in totale autonomia con un accettabile margine di sicurezza.
Era una questione di testa, molto prima che di gambe, e la testa
c'era, anche se ovviamente una delle ragioni era proprio il sapere
di poter contare totalmente sul mio stato di forma. La confidenza
con l'ambiente è un elemento imprescindibile per evitare
di cacciarsi nei guai e per non farsi male, innanzitutto.
E proprio la mancanza di confidenza, o meglio, la confidenza completamente
perduta, è stata la prima causa del mio fallito tentativo
di tornare in alta quota due
anni fa sulla Weissmies. Lo scrissi anche
allora: le gambe c'erano, o meglio, in qualche modo mi ci
avrebbero anche portato in vetta, ma era la testa a non esserci
più. Smarrita negli anni di inattività.
Così ieri pomeriggio, quando ho capito che non avrei trovato
un socio per la salita di oggi nemmeno a pagarlo, ho dovuto far
due conti con me stesso. Se devo riprendere davvero, non ce n'è:
devo ritrovare anche quella confidenza smarrita, e devo tornare
a imparare a muovermi (anche) da solo.
Non che fossi convinto, eh? Anzi. Però, il vantaggio di essere
da soli inizia a casa mentre fai lo zaino: nessuno ti obbliga, non
ti senti costretto né trascinato. Puoi sempre decidere, in
qualunque istante, che non te la senti e smettere di infilare roba
dentro allo zaino, o girare la macchina a metà strada e tornare
a casa, o fermarti all'inizio della salita a prendere il sole senza
fare un metro di più. Sei solo tu a decidere: se fai un passo
in avanti è perché ti senti di fare un passo in avanti.
Senza naturalmente dimenticare che per prima cosa viene la sicurezza
- da soli non c'è spazio per gli errori, punto - poi viene
il divertimento, e solo per ultima, nel caso, la cima.
Ho scelto il Piz Lunghin perché è una salita che conosco
bene e so che è comunque sempre frequentata da qualcuno,
è una classica dell'Engadina. E ho puntato la sveglia alle
cinque e un quarto.
Questa mattina alle cinque e mezza ero ancora a letto che mi rigiravo:
no, non ero proprio convinto e avevo un sonno bestia. Ma sapevo
che sarebbe stata una giornata spettacolare e l'alternativa era
di tornare a dormire, svegliarmi alle dieci e andare al massimo
a far vasche in piscina. Non me la sarei perdonata. Così,
ho tirato su lo zaino e i miei dubbi e sono partito. Tanto posso
sempre girare la macchina a metà strada e tornarmene a dormire.
Al Maloja, alle nove del mattino, si schiattava già dal caldo
e la giornata era da incorniciare. All'attacco della via di salita
eravamo solo in quattro gatti però: uhm, non il massimo,
speravo ci fosse più gente. Peraltro ero anche l'ultimo arrivato.
Ancora dovevo prepararmi che quelli erano già bell'e partiti
e scomparsi in alto.
Una cosa è certa: se voglio salire fino in vetta - ammesso
di farcela - devo riprenderli e superarli, perché non ho
alcuna intenzione di scendere per ultimo totalmente da solo, senza
nessuno dietro di me in grado, ci fosse mai bisogno, di aiutarmi.
Sicurezza innanzitutto.
Così mi ficco l'iPod in testa e, per nulla convinto di andare
molto in là, inizio la mia salita.
Il problema del Piz Lunghin è che la via discesa, negli ultimi
duecento metri, non è la stessa di salita. La parte bassa
della montagna è una sequenza di brutti salti rocciosi intervallati
da canaloni pieni di neve, alcuni dei quali portano fin giù
alla strada del Maloja, mentre altri finiscono invece nel vuoto.
Dal basso la via di discesa è evidente, ma dall'alto, se
non è ben tracciata, è tutt'altra storia. Per salire
si percorrono i primi cento metri di dislivello su uno stretto
sentierino che taglia una cengia rocciosa e dà accesso diretto
alla parte alta dei canaloni. Il sentiero si sale
spesso a piedi con gli sci in spalla, perché è un po'
ripido e non c'è quasi spazio di manovra con gli sci. Con
la neve di questi giorni - tanta, fonda e dopo le dieci del mattino
irrimediabilmente fradicia - scendere a piedi di lì è
comunque praticamente impossibile, a meno di non volersi fracassare
una gamba sprofondando nei buchi coperti di neve fra le rocce.
Così, appena risalito il sentierino e infilati gli sci, mi
guardo attorno: già... e poi da dove scendo? La neve
trasformata di questi giorni ha cancellato completamente le tracce
di discesa, confondendole fra migliaia di rughe e buchi nella neve.
Un discreto casino. Evito di pensarci per il momento, non serve
a nulla: il sole splende a palla, ho Pat Metheny in cuffia, scorgo
un centinaio di metri sopra di me il gruppetto che mi ha preceduto,
e dunque mi avvio. Fin dove arrivo arrivo.
Be', arrivo fino in vetta, poco meno di tre ore dopo e dopo averli
ripresi e sorpassato alcuni di loro. Tombola. Toccherei il cielo
con un dito, anche perché, in effetti, in vetta a una montagna
la sensazione è sempre un po' quella. Ma il gruppetto che
mi fa compagnia da lontano decide di fermarsi lassù e qualcuno
di loro scende pure sul versante opposto della valle. Così
non ho scelta: devo iniziare a scendere da solo e devo muovermi,
perché ormai è l'una del pomeriggio, la neve è
completamente trasformata e pesantissima, e con le gambe che mi
ritrovo di questi tempi non sarà una passeggiata
ridiscendere i mille metri di dislivello in queste condizioni.
Infatti una passeggiata non è, affatto: impiego quasi due
ore a scendere, me ne faccio una buona parte addirittura a scaletta
affondando fino alle ginocchia nelle neve fradicia e in un paio
di occasioni mi infilo pure in dei buchi fra le rocce che mi inghiottiscono
letteralmente fino alla vita, per uscire dai quali divento matto.
Un massacro, complicato dalla difficoltà di dover riuscire a ritrovare la
via di discesa in mezzo a tutti quei canaloni pieni di neve fonda
e fradicia. Togliersi gli sci è assolutamente impensabile,
manovrare con gli sci è un disastro. Ho tutti i nervi all'erta
perché non posso permettermi né di cadere né,
meno che meno, di farmi male, e con questa neve fonda e pesantissima,
piena di buchi e rocce nascoste, è un bell'affare mica no.
Quando arrivo finalmente a metter piede sull'asfalto della strada
del Maloja quasi lo bacio. Sono letteralmente sfinito. Disidratato,
cotto, esausto. Però felice: ho portato a casa la mia cima
in solitaria e, francamente, non ci avrei scommesso una lira questa
mattina. Soprattutto, sono ritornato giù intero.
Credo che al prossimo giro, se il tempo va avanti così, non
sceglierò un versante sud.
P.S. Naturalmente, mentre mi stavo cambiando al parcheggio della
macchina, ho visto su in alto alcuni dei tipi che avevo raggiunto
in vetta scendere a serpentine elegantissime e strettissime in mezzo
ai canaloni di neve fradicia dove io ero appena affondato come il
Titanic e stavo quasi per chiamare l'elisoccorso svizzero.
Il che mi suggerisce che la strada per rimettere le mie gambe in
sesto è ancora parecchio lunga...
P.P.S. Comunque il vero dato di fatto è che stamattina, prima
di partire, pesavo 82,3 Kg. Secondo il mio computer da polso stellare
oggi ho bruciato 2.817 KCal. Stasera a casa pesavo 82,4 Kg.
Per dire.
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Salendo al Piz Lunghin
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Il ripido pendio
sotto alla vetta del Piz Lunghin
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40 metri sotto alla
vetta si abbandonano gli sci
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Dalla vetta del Piz
Lunghin, verso le cime dei Grigioni
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23.48 del 24 Febbraio 2008
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