Orizzontintorno Carlo Paschetto
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24 Io lo so che non sono solo
FEB Viaggi verticali, The summit quest
Terza cima di stagione, il Piz Lunghin in Engadina, una montagna che in anni passati avevo già salito un paio di volte. Tre cime su tre dopo anni di inattività: epperò! Soprattutto, salita in solitaria: ho macinato i quasi mille metri di dislivello allo stesso ritmo che tenevo pių di dieci anni fa. Il mesetto speso a correre e ad andare in piscina sta evidentemente iniziando a dare qualche risultato apprezzabile.

Tornare a fare una salita in solitaria dopo tutti questi anni è stato un passo importante. A metà degli anni '90 avevo fatto diverse salite da solo, anche a qualche 4000. Ero molto allenato e, soprattutto, grazie a tutto quel tempo passato in montagna fra ghiacciai, rocce e neve di tutti i tipi, avevo preso quella confidenza con l'ambiente d'alta quota che iniziava a permettermi di muovermi in totale autonomia con un accettabile margine di sicurezza. Era una questione di testa, molto prima che di gambe, e la testa c'era, anche se ovviamente una delle ragioni era proprio il sapere di poter contare totalmente sul mio stato di forma. La confidenza con l'ambiente è un elemento imprescindibile per evitare di cacciarsi nei guai e per non farsi male, innanzitutto.
E proprio la mancanza di confidenza, o meglio, la confidenza completamente perduta, è stata la prima causa del mio fallito tentativo di tornare in alta quota due anni fa sulla Weissmies. Lo scrissi anche allora: le gambe c'erano, o meglio, in qualche modo mi ci avrebbero anche portato in vetta, ma era la testa a non esserci pių. Smarrita negli anni di inattività.

Così ieri pomeriggio, quando ho capito che non avrei trovato un socio per la salita di oggi nemmeno a pagarlo, ho dovuto far due conti con me stesso. Se devo riprendere davvero, non ce n'è: devo ritrovare anche quella confidenza smarrita, e devo tornare a imparare a muovermi (anche) da solo.
Non che fossi convinto, eh? Anzi. Però, il vantaggio di essere da soli inizia a casa mentre fai lo zaino: nessuno ti obbliga, non ti senti costretto né trascinato. Puoi sempre decidere, in qualunque istante, che non te la senti e smettere di infilare roba dentro allo zaino, o girare la macchina a metà strada e tornare a casa, o fermarti all'inizio della salita a prendere il sole senza fare un metro di pių. Sei solo tu a decidere: se fai un passo in avanti è perché ti senti di fare un passo in avanti. Senza naturalmente dimenticare che per prima cosa viene la sicurezza - da soli non c'è spazio per gli errori, punto - poi viene il divertimento, e solo per ultima, nel caso, la cima.

Ho scelto il Piz Lunghin perché è una salita che conosco bene e so che è comunque sempre frequentata da qualcuno, è una classica dell'Engadina. E ho puntato la sveglia alle cinque e un quarto.
Questa mattina alle cinque e mezza ero ancora a letto che mi rigiravo: no, non ero proprio convinto e avevo un sonno bestia. Ma sapevo che sarebbe stata una giornata spettacolare e l'alternativa era di tornare a dormire, svegliarmi alle dieci e andare al massimo a far vasche in piscina. Non me la sarei perdonata. Così, ho tirato su lo zaino e i miei dubbi e sono partito. Tanto posso sempre girare la macchina a metà strada e tornarmene a dormire.

Al Maloja, alle nove del mattino, si schiattava già dal caldo e la giornata era da incorniciare. All'attacco della via di salita eravamo solo in quattro gatti però: uhm, non il massimo, speravo ci fosse pių gente. Peraltro ero anche l'ultimo arrivato. Ancora dovevo prepararmi che quelli erano già bell'e partiti e scomparsi in alto.

Una cosa è certa: se voglio salire fino in vetta - ammesso di farcela - devo riprenderli e superarli, perché non ho alcuna intenzione di scendere per ultimo totalmente da solo, senza nessuno dietro di me in grado, ci fosse mai bisogno, di aiutarmi. Sicurezza innanzitutto.
Così mi ficco l'iPod in testa e, per nulla convinto di andare molto in là, inizio la mia salita.

Il problema del Piz Lunghin è che la via discesa, negli ultimi duecento metri, non è la stessa di salita. La parte bassa della montagna è una sequenza di brutti salti rocciosi intervallati da canaloni pieni di neve, alcuni dei quali portano fin gių alla strada del Maloja, mentre altri finiscono invece nel vuoto. Dal basso la via di discesa è evidente, ma dall'alto, se non è ben tracciata, è tutt'altra storia. Per salire si percorrono i primi cento metri di dislivello su uno stretto sentierino che taglia una cengia rocciosa e dà accesso diretto alla parte alta dei canaloni. Il sentiero si sale spesso a piedi con gli sci in spalla, perché è un po' ripido e non c'è quasi spazio di manovra con gli sci. Con la neve di questi giorni - tanta, fonda e dopo le dieci del mattino irrimediabilmente fradicia - scendere a piedi di lì è comunque praticamente impossibile, a meno di non volersi fracassare una gamba sprofondando nei buchi coperti di neve fra le rocce.
Così, appena risalito il sentierino e infilati gli sci, mi guardo attorno: già... e poi da dove scendo? La neve trasformata di questi giorni ha cancellato completamente le tracce di discesa, confondendole fra migliaia di rughe e buchi nella neve. Un discreto casino.
Evito di pensarci per il momento, non serve a nulla: il sole splende a palla, ho Pat Metheny in cuffia, scorgo un centinaio di metri sopra di me il gruppetto che mi ha preceduto, e dunque mi avvio. Fin dove arrivo arrivo.

Be', arrivo fino in vetta, poco meno di tre ore dopo e dopo averli ripresi e sorpassato alcuni di loro. Tombola.
Toccherei il cielo con un dito, anche perché, in effetti, in vetta a una montagna la sensazione è sempre un po' quella. Ma il gruppetto che mi fa compagnia da lontano decide di fermarsi lassų e qualcuno di loro scende pure sul versante opposto della valle. Così non ho scelta: devo iniziare a scendere da solo e devo muovermi, perché ormai è l'una del pomeriggio, la neve è completamente trasformata e pesantissima, e con le gambe che mi ritrovo di questi tempi non sarà una passeggiata ridiscendere i mille metri di dislivello in queste condizioni.

Infatti una passeggiata non è, affatto: impiego quasi due ore a scendere, me ne faccio una buona parte addirittura a scaletta affondando fino alle ginocchia nelle neve fradicia e in un paio di occasioni mi infilo pure in dei buchi fra le rocce che mi inghiottiscono letteralmente fino alla vita, per uscire dai quali divento matto. Un massacro, complicato dalla difficoltà di dover riuscire a ritrovare la via di discesa in mezzo a tutti quei canaloni pieni di neve fonda e fradicia. Togliersi gli sci è assolutamente impensabile, manovrare con gli sci è un disastro. Ho tutti i nervi all'erta perché non posso permettermi né di cadere né, meno che meno, di farmi male, e con questa neve fonda e pesantissima, piena di buchi e rocce nascoste, è un bell'affare mica no.
Quando arrivo finalmente a metter piede sull'asfalto della strada del Maloja quasi lo bacio. Sono letteralmente sfinito. Disidratato, cotto, esausto. Però felice: ho portato a casa la mia cima in solitaria e, francamente, non ci avrei scommesso una lira questa mattina. Soprattutto, sono ritornato gių intero.

Credo che al prossimo giro, se il tempo va avanti così, non sceglierò un versante sud.

P.S. Naturalmente, mentre mi stavo cambiando al parcheggio della macchina, ho visto su in alto alcuni dei tipi che avevo raggiunto in vetta scendere a serpentine elegantissime e strettissime in mezzo ai canaloni di neve fradicia dove io ero appena affondato come il Titanic e stavo quasi per chiamare l'elisoccorso svizzero.
Il che mi suggerisce che la strada per rimettere le mie gambe in sesto è ancora parecchio lunga...

P.P.S. Comunque il vero dato di fatto è che stamattina, prima di partire, pesavo 82,3 Kg. Secondo il mio computer da polso stellare oggi ho bruciato 2.817 KCal. Stasera a casa pesavo 82,4 Kg.
Per dire.

Salendo al Piz Lunghin
Il ripido pendio sotto alla vetta del Piz Lunghin
40 metri sotto alla vetta si abbandonano gli sci
Dalla vetta del Piz Lunghin, verso le cime dei Grigioni
23.48 del 24 Febbraio 2008  
 
1 commento pubblicato
Ognuno ha davvero il suo personalissimo modo di andare in montagna... per me ad esempio sarebbe impensabile ascoltare musica durante un'escursione, mi sembrerebbe di fare un torto a tutto quello che ho attorno. Non riuscirei ad ascoltarmi e soprattutto non riuscirei a godermi un po' di silenzio.
L'ha detto Silvia, 25 febbraio 2008 alle 11.05


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