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Che andare in piscina, fondamentalmente, mi faccia schifo è
qui noto e se ne è parlato all'inizio
di questa avventura. Tuttavia in questi mesi sono riuscito
a ritagliarmi un po' di motivazione e spazio per spendere almeno un'oretta
alla settimana in vasca, con una certa costanza. Il sabato in ora
di pranzo è di solito la mia ora, per un motivo molto semplice:
regna quasi il deserto fra spogliatoi, docce e corsie. Così
mi calo in acqua e infilo vasche, alternando stile libero e dorso
solo di gambe, come mi ha insegnato Serena passando di qua, se non
sbaglio. Se me la prendo con calma, una settantina di tornate le concateno
facili.
Man mano che passano le settimane il fiato si allunga sempre di più
e ho imparato il mio ritmo, come quando vado in montagna. Mi isolo,
mi rilasso, penso ai fatti miei e intanto nuoto avanti e indietro,
avanti e indietro, avanti e indietro, possibilmente senza soste, cercando
di non perdere il conto delle vasche.
Poi, martedì sera, ho voluto provare l'esperienza yuppie, tipo
quello che esce dall'ufficio presto (leggi: alle sette), si carica
la sacca in macchina e va in piscina (dato il modello yuppie, potete
applicare lo schema anche alla palestra, al tennis, allo squash, a
quello che più vi aggrada): in fondo lavoro in Corso Como a
Milano adesso, ho un filo di abbronzatura dovuto alle uscite in montagna
e mi mimetizzo bene fra i lampadati dell'aperitivo. Insomma, come
si dice, ci sto dentro, no? Così mi sono presentato
in piscina alle sette e mezzo di giorno feriale. E ho visto cose.
Ho visto orde di pettorali scolpiti e abbronzati che si presentano
in branco a bordo vasca trascinandosi appresso la sacca sponsorizzata,
mutanti dagli occhialini a specchio e accappatoio rigorosamente nero
che fanno riscaldamento prima di tuffarsi come dovessero prepararsi
per la finale olimpica dei cento stile missile, uomini-pesce molto
committed, molto fighi, molto yeah, e molto seri seri, qualcuno
addirittura che appoggia di fianco al blocco di partenza della corsia
che ha scelto, a lato delle ciabatte d'ordinanza, una misteriosa bottiglietta
di liquido isotonico giallastro. Umanoidi che fissano con lo scotch
a bordo vasca la propria tabella di marcia scarabocchiata su un foglio
a quadretti, che indossano pesanti orologi subacquei, che nel tempo
in cui io faccio due vasche d'ordinanza a stile libero un-respiro-ogni-quattro-bracciate
loro ne fanno quattro interamente sott'acqua, due a delfino spappolandoti
la clavicola mentre ti sorpassano, otto a stile senza respirare, capriolando
come da copione ad ogni fondo vasca.
E ho capito di non potercela fare.
Sono rimasto seduto sulle gradinate per una buona oretta con il mio
zainetto fra le gambe, a fissare le corsie piene di fotocopie di me
stesso - ed anzi no, perché io quei pettorali mica ce li ho,
né la fiaschetta isotonica e gli occhialini a specchio - acqua
che ribolliva, fino ad otto pesci sapiens per corsia, un carnaio di
braccia, gambe, gomitate nei denti, isolate pancette a disagio ed
anche no, in perfetta armonia con tutto il resto, tette e cosce agonistiche
fasciate da improbabili costumini sexy-sportivi mescolate a chili
di cellulite scafandrati da palombaro, impiegati, megadirettori, segretarie
e stagisti, tutti a picchiarsi per il proprio centimetro di girovita,
e mi sono depresso. Ma depresso di brutto, eh?
Poi, piano piano, verso le nove, le corsie hanno iniziato a svuotarsi.
Un po' titubante mi sono avviato verso gli spogliatoi cercando di
passare inosservato, quasi invisibile. Il tempo di cambiarmi ed entrare
in vasca, ad acque ormai calme, con poca voglia e un po' di malinconia.
Finché, solo quindici minuti dopo, alla mia tornata numero
venti, un tipo si è tuffato dal blocco di partenza sfiorando
il mio cranio di pochi millimetri: sono emerso, ho fissato un energumeno
con maglietta verde e fischietto a bordo vasca e gli ho chiesto scusi,
ma non è libera questa corsia? No guardi, a quest'ora
c'è solo la vasca piccola, dall'altra parte.
E allora sono uscito, tra me e me ho mandato a fare in culo l'universo
globale tutto del fitness, mi sono fatto una doccia calda e me ne
sono andato a prendermi un trancio di pizza freddo. Mai più
(di sera, si intende).
Piuttosto: ho ripreso a correre, ebbene sì. In altre parole,
ho deciso di provare a fregarmene un po' del male al tendine. Poiché
a riposo sto benissimo e non ho alcun problema, poiché non
mi fa alcun male né a sciare né a nuotare, è
evidente che è solo una questione di carico e di tipo movimento.
Così lunedì sera sono uscito e ho iniziato piano piano,
corsetta proprio blanda, facendo molta attenzione a come appoggio il piede destro, cercando quasi di volarci sopra e scaricando tutto il lavoro sul sinistro, e puntando a serie da 12', intervallate dalle
solite pause di 3'. In altre parole, ho iniziato a raddoppiare il
carico del mio
livello 4, saltando a piè pari il livello 5. Il fiato
ci sarebbe, quindi tanto vale provare. Ho chiuso con due serie da
12', una da 10' interrotta perché iniziava a farmi male il
tendine, ed altre due brevi da 4', un po' tirate, sempre intervallate
dai tre minuti di sosta, che a quanto pare sono anche sufficienti
per far rientrare immediatamente l'inizio di dolore appena si manifesta.
Insomma, fra una cosa e l'altra ho tirato la mia consueta oretta correndo
per 42', esattamente tanto quanto previsto dal mio precedente livello 4. Ho festeggiato
con un'altra pizza al trancio.
Forte di questa iniezione di ottimismo e del successo del mio metodo
curativo-me-ne-frego sperimentale, ieri ci ho riprovato: 4 serie complete
da 12', 48' minuti complessivi, il massimo a cui sia arrivato fino
ad oggi. Fiato ne avevo ancora un po', ma proprio verso la fine della
quarta serie il tendine si è fatto sentire per bene e mi sono
dunque fermato. Oggi nessun effetto collaterale, nemmeno a salire
e scendere le scale.
Fra un paio di giorni ci riprovo: se funziona ancora, per fine mese
conto di essere a 4x15', o 5x12'. Comunque a correre per un'ora. E
sarebbe già un primo piccolo, importante, passo. |
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