Orizzontintorno Carlo Paschetto
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04 Bernina (-125)
AGO The summit quest, Viaggi verticali
Dice Matteo, mi sembra che alla fine tu abbia ammazzato anche questo bastardo. In realtà no, per un soffio. Ma è stata una gran bella avventura, certamente - a mia memoria - la più lunga, completa e faticosa che mi sia capitato di affrontare in questi anni nella mia collezione di 4000. Per dire, sono rientrato da quattro giorni e ancora non cammino: non tanto per il mal di gambe - anzi, quelle sono sorprendentemente a posto, potrei andare tranquillamente a correre, segno che tutto l'allenamento di questi mesi a qualcosa è pur servito - ma per i miei poveri piedi, completamente devastati da ore ed ore di cammino e migliaia di metri di dislivello macinati con gli scarponi nuovi.

Piz Bernina, dunque, 4.049 metri, unico quattromila della Alpi Centrali. Inseguito da settimane, una partenza rimandata tre volte. Un conto in sospeso da più o meno una dozzina d'anni, o forse più, quando con Bruno feci un tentativo primaverile interrotto alla Capanna Marinelli, a quota 2.800 scarsi, a causa di una bufera di neve. Una notte trascorsa in rifugio a sperare che il meteo migliorasse e poi, il mattino seguente, la resa. Da allora, di tanto in tanto, mi guardo quell'unica foto che scattai all'epoca e so che la partita è ancora aperta.

Questa volta sono con Mauro, con cui ho salito la Weissmies il mese scorso. Mi sono trovato bene, adesso ci conosciamo un po', voglio quindi rinnovare il sodalizio. Durante il viaggio mi dice che ha letto quello che ho scritto a proposito della nostra salita alla Weissmies. Dice, le gambe sono le tue, lo zaino te lo porti tu, non è questione di guida o meno. Vero, com'è però del resto vero che legarmi a lui e poter fare totale affidamento su una guida mi scarica (quasi) del tutto la testa di ogni responsabilità ed ansia. Diciamo, se Mauro mi passa la metafora ovviamente eretica, che c'è un po' la differenza fra il salire un ottomila con l'ossigeno o senza.
Però una cosa è vera e devo riconoscerla. Se sommo tutto, a salire con lui mi diverto e il motivo è semplice: la testa più libera mi consente di godermi molto di più i piaceri dell'ascensione. Credo che questo compensi in buona parte l'evidente aiuto nell'eventuale successo sulla cima e poi, a dirla proprio tutta: ma che differenza (mi) fa legarmi a Mauro o, comunque, ad un socio molto più esperto - come mi accade nella maggioranza delle occasioni? Tanto a) non sono più o meno bravo a seconda di quanta (inutile) ferraglia porto attaccata all'imbragatura e b) salite solitarie di questo tipo, come dieci e più anni fa, non ne faccio più, ed è molto meglio così.
Insomma: salire con Mauro mi piace. Imparo, mi diverto, sono tranquillo.

Piz Bernina: di norma si sale dal versante svizzero partendo dall'arrivo della funivia del Diavolezza, a quota tremila, e pernottando al rifugio Marco e Rosa, tremilaseicento metri circa. La salita dal versante italiano è invece un'avventura quasi d'altri tempi, come sulle Alpi è sempre più difficile viverne: non ci sono impianti di risalita, non c'è copertura del cellulare, l'ambiente del circo glaciale di Scerscen è meravigliosamente selvaggio ed isolato. In due giorni, al di sopra dei duemilaottocento metri di quota, incontreremo solo una persona il primo giorno ed un paio il secondo.
Dislivelli importanti: si lascia l'auto ai margini di un bosco, a quota 1.930 metri. Sviluppo dell'itinerario, infinito: chilometri di valli silenziose, due passi da scavalcare, la Bocchetta delle Forbici a quota 2.636 ed il passo Marinelli Occidentale a quota 3.014, ed ogni volta si ridiscende un pezzo, perdendo irrimediabilmente un po' di quella quota faticosamente guadagnata.
Tre rifugi lungo il percorso di salita. Al Carate, poco sotto alla Bocchetta delle Forbici, arrivi in due ore e mezza circa e dopo esserti lasciato alle spalle i primi settecento metri di dislivello, il che ti dà anche la misura di quanto sia distante dal parcheggio dell'auto, considerato che mediamente si sale fra i trecento e i quattrocento metri l'ora. Poi, la Capanna Marinelli, a più o meno duemilaottocento metri: in teoria sono solo duecento di dislivello dal Carate, in realtà devi scollinare la Bocchetta delle Forbici, scendere un pezzo, percorrere con un ampio cerchio la valle di Scerscen e infine risalire il sentiero a tornanti che si arrampica fino al rifugio: in poche parole, almeno un'altra ora e mezza. E fra una cosa e l'altra sei già a quattro dall'auto. Se non hai fatto pausa al Carate per riposarti, naturalmente.

Di solito la gente si ferma qui alla Marinelli: ne ha abbastanza e si riserva per il giorno successivo il tentativo al Bernina, dal quale mancano ancora più di milleduecento metri di dislivello, lo scavalcamento del Passo Marinelli Occidentale e - manco a dirlo - chilometri in orizzontale per attraversare il ghiacciaio di Scerscen. Mauro ed io, invece, proseguiamo: vogliamo tirare fino al rifugio Marco e Rosa, in cima alla spalla del Bernina, a quota 3.597, in modo da dormire il più in alto possibile e, il mattino dopo, svegliarci a soli quattrocentocinquanta metri dalla cima del Bernina.

Sono già le 14.30 quando ci lasciamo alle spalle la Capanna Marinelli, nel cielo si addensano grossi cumulonembi neri: terrà il tempo? La Marinelli è peraltro deserta: spieghiamo alla biondina che la custodisce che proviamo a salire fino al Marco e Rosa e che caso mai, dovessimo rinunciare, ci vediamo più tardi. Ma io so già che se non dovessi raggiungere il Marco e Rosa l'indomani non avrei più le forze per tentare la cima da quaggiù: siamo troppo lontani e troppo in basso. Quindi, nonostante sia già stanchissimo, per quanto mi riguarda la direzione è una sola: su.

Arriviamo al Marco e Rosa alle 18.40, immersi nelle nuvole, con quasi milleottocento metri di dislivello alle spalle dal punto in cui abbiamo lasciato l'auto e dopo aver risalito i trecento metri finali a 45° (Mauro: dati guida CAI ;-)) del canalone di Cresta Guzza, evitando anche qualche scarica di sassi e scavalcando un paio di crepacce terminali.
Dire che sono un uomo distrutto non rende l'idea: ho impiegato due ore solo per salire gli ultimi duecento metri, dieci passi e soste di due o tre minuti alla volta per riprendere fiato, manco fossi sulla cresta finale dell'Everest. Non ho più un briciolo di energia, di forza, di nulla, nemmeno di capacità di intendere e volere. Ho impiegato otto ore e mezza per arrivare fin quassù e l'unica cosa che riesco a pensare è che mi viene da vomitare, che i piedi mi fanno un male boia e che le gambe se ne sono belle che andate. Altro che salire in vetta: dove diavolo trovo le forze per ridiscendere, domani?? Ma dov'è andato a finire tutto l'allenamento di questi mesi?

Piz Roseg e Scerscen dal passo Marinelli Occidentale
Il titolare qui sul ghiacciaio di Scerscen
Mauro sulla spalla del Bernina
In cima alla spalla del Bernina, presso il Marco e Rosa
La vista sullo Scerscen e sul Disgrazia dal Marco e Rosa

Il panorama dal Marco e Rosa è spettacolare. Sotto di noi, verso sud, la spalla a fianco della quale siamo saliti precipita per cinquecento metri sui ghiacciai di Scerscen. Sull'orizzonte, il gruppo del Disgrazia. Dietro il rifugio, nascosta, la cima del Bernina. E poi la vista spazia sulla Cresta Guzza, proprio sopra le nostre teste, e sui Pizzi Zupò, Argent, Bellavista, fino ai Palù. Un circo glaciale impressionante.
Ceno svogliatamente con una tazza di brodo e un paio d'uova, e verso le 21 mi sdraio finalmente per provare a riposare. Fuori sta scaricando un temporale piuttosto violento. Al rifugio siamo gli unici italiani e, peraltro, gli unici saliti dal nostro versante. Gli altri ospiti sono tutti stranieri, in gran parte svizzeri, e arrivano dal Diavolezza, o sono già in discesa dal Bernina dopo la salita della leggendaria Biancograt, uno dei miei sogni di sempre.
Così stanco non sono mai stato, mai a mia memoria, a meno della mitica traversata del Gran Paradiso del 1985 che è ormai annoverata fra gli aneddoti leggendari da raccontare ai nipoti. Solo che all'epoca avevo vent'anni e quasi dieci chili di meno...

Sono quasi certo che quando alle 5 suonerà la sveglia, la mia direzione sarà verso il basso. Non riesco a pensare ad altro.

L'alba è bella, un po' lattiginosa, ma l'orizzonte è totalmente sgombro. Fa molto freddo e non ho chiuso occhio tutta la notte: troppo mal di testa, troppo stanco, un po' di nausea. Ho sentito la quota e questo no, non me lo aspettavo proprio. In due parole, sono completamente rincoglionito. Le gambe mi fanno ancora male. Prendo un té, mangio un po' di miele e marmellata. Mi chiede Mauro, cosa vuoi fare?
La risposta la conosco già: proviamo, andiamo su.

Affronto i primi duecento metri lungo il ripido pendio di neve dura che porta in cresta e devo già fermarmi ogni dieci minuti circa. Sono troppo, troppo stanco, e le gambe sono durissime. Anche il fiato è corto, continuo a sentire la quota. Sono davvero sconfortato, non pensavo proprio di essere così indietro di preparazione nonostante tutto.
Accidenti, non ho davvero più vent'anni e, come dice Mauro, in realtà la mia condizione è paragonabile a quella di uno che si è rotto una gamba ed è stato fermo per anni, ed ora sta riprendendo piano piano. In altre parole, vado già bene considerato che ho ricominciato solo quest'anno e che ho fatto una decina di uscite, di cui solo una in alta quota. Ma il Monte Bianco (ah già, il Monte Bianco!...) me lo posso proprio scordare. Eh sì. A dire la verità ormai l'avevo proprio capito.

Insomma: posso già essere molto soddisfatto di essere arrivato fin quassù. Ma intanto, fra una sosta e l'altra, gambe dure o meno, abbiamo guadagnato ancora quota ad un ritmo più che accettabile ed alle sette siamo ormai a 3.900 metri. Ormai la cima è lì.
Uno stretto couloir molto ripido di neve dura, incastrato fra le roccette, mi crea qualche difficoltà: non sono più abituato a muovermi su un terreno misto un po' tecnico di questo tipo, meno che meno a questa quota e con i ramponi ai piedi, lo zaino pesante, i guanti indossati. Mauro mi tiene, ma io non mi fido più delle mie gambe, ormai svuotate di ogni energia, e della mia capacità di giudizio. Sono troppo stanco, c'è poco da fare, e il terreno richiede comunque attenzione, corda di Mauro o meno.

Usciamo dal couloir, siamo su una crestina un po' esposta. Davanti a noi un salto di roccia, una paretina di trenta metri di altezza da arrampicare, terzo grado, l'ultimo ostacolo. Sapevo che l'avrei trovata. Non è possibile aggirarla, c'è poco da fare. La cima del Bernina è lì davanti a noi, a destra, oltre la paretina.
Guardo l'altimetro: dal rifugio siamo saliti 325 metri. Ne mancano solo 125. Un'ora, diciamo, nel mio stato. Un'ora per arrivare in cima, una decina di minuti lassù, un'altra ora per tornare qui. Dovrei solo salire questa paretina con i ramponi e i guanti, legato sì a Mauro, ma appeso lì in questo stato totale di esaurimento fisico.

Mauro mi incita, è un po' arrabbiato perché pensa che non mi fidi di lui. Dice, che vieni a fare con la guida se poi non ti fidi? In verità non è così: mi fido eccome, ma proprio non ho più un briciolo di energia. Potrei trascinarmi un passo alla volta su un pendio di neve per altri cento metri, questo sì, ma mettermi ad arrampicare a quattromila metri, con i ramponi, lo zaino ed i guanti, l'ansia addosso di scivolare ad ogni passo - ancorché totalmente in sicurezza, questo lo so benissimo - e il pensiero, come un incubo che non mi lascia, dei duemiladuecento metri di discesa sotto di noi che inesorabilmente ci aspettano, tutto questo no, è troppo. Per me, per oggi, finisce qui. A centoventicinque metri dalla cima.

Guardo le due cordate che ci precedono affrontare il salto di roccia. In cima c'è già qualcuno. Quindi, scendiamo.

Alba a quota 3.700, salendo al Bernina
Piz Zupò e Piz Argent, salendo al Bernina
In uscita dal couloir, a circa 3.900 metri
La paretina di 30 metri dove mi sono arreso
...125 metri dalla cima. A sinistra, la paretina...

Alle 8.00 siamo nuovamente al Marco e Rosa. Ci riposiamo un po' ed alle 8.40 iniziamo la lunga discesa. Invece di ripercorrere il canalone di neve, ci abbassiamo lungo la parete rocciosa della spalla del Bernina, in cima alla quale sorge il rifugio, seguendo un percorso attrezzato con catene e staffe metalliche. Le staffe sono piuttosto lontane una dall'altra e a tratti è più agevole fare qualche passo di arrampicata verticale. Gli ultimi metri prima di toccare il ghiacciaio sottostante sono strapiombanti e né le staffe né la catena arrivano fino in fondo alla parete. Insomma, con qualche acrobazia alle dieci del mattino scavalchiamo a ritroso la crepaccia terminale e ci ritroviamo a quota 3.200 sul ghiacciaio di Scerscen.
Raccogliamo un paio di bottiglie di plastica vuote abbandonate sulla neve - perché, perché accidenti esistono su questo pianeta dei coglioni capaci di spingersi fin quassù, ma incapaci di portarsi a valle una stramaledetta bottiglia di plastica vuota, ed utilizzano questo paradiso terrestre come loro pattumiera personale?? - ripercorriamo tutto il ghiacciaio, risaliamo al passo Marinelli Occidentale - maledetto lui - ed alle 11.45 siamo alla Capanna Marinelli. Poi giù, fino al Carate, risalendo l'interminabile Bocchetta delle Forbici.
Ore 13. Panino al salame, birra. Finalmente. E infine, la lunga discesa fino all'auto, dove arriviamo alle 16.

Non ho quasi nemmeno la forza di guidare fino a casa. Cade qualche goccia di pioggia. Mi rifaccio la domanda di un mese fa: sono contento? Guardo i miei piedi: bruciano dal dolore. Ne è valsa la pena, come mi ha chiesto qualcuno dopo?

Non ho dubbi nemmeno per un istante questa volta. Sì, sono contento. E' stata una gran bella salita, impegnativa, lunghissima, in un palcoscenico spettacolare. Una bella avventura alla quale è solo mancata, per un soffio, la ciliegina finale. Ma già lo sapete: è solo un conto che rimane aperto: un paio d'anni, forse, per smaltire il ricordo della fatica, e poi di nuovo all'attacco per la terza volta, magari dal versante opposto però ;-)

E dunque sì: eccome se ne è valsa la pena. Io lassù sono a casa. Come te lo spiego? Se non lo hai dentro, non lo puoi capire.

Io me ne stavo lassù ad arrancare su quel ghiacciaio, con l'ansia di non riuscire a battere il temporale, il timore delle scariche di sassi giù dal canalone, le nuvole che si addensavano attorno a noi mentre si stava facendo sera, il rifugio che non si vedeva più, e non avevo più un briciolo di energia, non avevo più nulla, volevo solo fermarmi a dormire e non fare più un passo in vita mia, e continuavo a pensare mai più, mai più di 'sta roba, non ne ho più voglia, non mi interessa più, voglio solo starmene sul divano a casa mia a guardarmi le mie vecchie foto, non ho più la testa per queste cose. Volevo solo che tutto finisse all'improvviso, lì, ora, in quell'istante esatto. Che qualcosa, qualunque cosa, mi portasse via di lì. E non tornare mai più.
Un'ora dopo me ne stavo al caldo al rifugio sorridendo dietro la mia tazza di té. Il mattino dopo sono ripartito verso l'alto.

E in macchina, mentre tornavo a casa con un inventario di dolori che nemmeno ti sto a dire - piedi fracassati, uno completamente insensibile per metà, gambe di marmo, spalle e deltoidi crampizzati dallo zaino pesante, gola bloccata dall'aria rarefatta della notte precedente, collo scottato dal sole, che altro? - guidavo a fatica e pensavo che tutto sommato è un peccato, che con i piedi in queste condizioni ci vorranno almeno un paio di settimane per guarire e dunque, quel tentativo alla traversata dei Lyskamm che avevo in mente per la prossima settimana, mi salterà proprio, non ce n'è. E dunque, come te lo spiego che il rumore dei ramponi che mordono il ghiaccio e graffiano la roccia, per me, sono come una sinfonia magica che vibra nella mia aria sottile e che è l'ossigeno della mia vita?

Non lo so spiegare nemmeno a me. Non lo so perché ci tornerò lassù, non c'è un motivo razionale, non c'è una ragione, lo sai, è la conquista dell'inutile, che te lo dico a fare? E' solo che ne vale la pena, come vivere. E' il mio vivere.

Infine: quest'anno il mio summit quest finisce dunque qui. Non è andata come sognavo e la mia stagione adesso si chiude, ché c'è altro da fare, tipo portare finalmente i miei due piccoli eroi in vacanza con il loro papà.
Così, niente Elbrus, niente Monte Bianco, niente Lyskamm e nemmeno niente Bernina, per un pelo. Ma non importa: ho davvero ripreso ad andare, senza contare che dopo anni di inattività quasi totale questi mesi ho riacquistato una forma più che discreta, ho buttato giù sei chili e, non ultimo, ho finalmente fatto fuori la Weissmies, tornando dunque in cima ai miei 4000 e riaprendo la collezione. Posso ritenermi soddisfatto.
Non appagato: soddisfatto. Il programma per il prossimo anno è già tracciato.

Sì: è stata una gran bella salita questa al Bernina. Peccato per la cima, certo. Mauro, mi ci riporti? La prossima volta passo, promesso.
00.47 del 04 Agosto 2008  
 
2 commenti pubblicati
Ogni promessa č debito, ricordalo ;-
L'ha detto mauro mazzetti, 5 agosto 2008 alle 12.50
Il guaio (e la cosa inspiegabile) č che nonostante tutto ci tornerņ davvero e quando sarņ lą, ancora una volta, maledirņ il momento in cui ho deciso di tornarci e mi chiederņ come sempre chi diavolo me lo fa fare :-)
L'ha detto Carlo, 5 agosto 2008 alle 14.16


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