Orizzontintorno Carlo Paschetto
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08 La recherche/7: Piz Pal¨ ridge (was: Bernina 3rd attempt)
LUG Viaggi verticali
A parte tutto ciò che segue, la sintesi è che anche il mio terzo tentativo al Bernina è andato a vuoto, il secondo in due anni consecutivi.

***

Sin dall'alba, quella di martedì 30 giugno è una gran bella mattinata ai tremilaseicento metri del Marco e Rosa. Molto fredda e ventosa, ma bellissima. Il sole tinge di rosa i ghiacciai e le pareti tutto attorno. Dalle finestre l'orizzonte è infinito. Chissà quattrocentocinquanta metri più su.

Alle sette e trenta del mattino al rifugio non c'è più nessuno da un pezzo e del resto ieri sera eravamo solo in otto a cena. Mi aggiro in ciabatte per la sala guardando i poster alle pareti. Non ho chiuso occhio tutta la notte: di fatto, fra una cosa e l'altra, sono sveglio da ventisette ore. Definitivamente in piedi dalle quattro e trenta, l'ora alla quale avevamo puntato la sveglia per la salita di oggi.
Loro, infatti, stanno salendo. Fatti due conti, probabilmente a quest'ora dovrebbero essere sulla cima.

Il Bianco si aggira con un cacciavite in mano. Mi guarda. - "Il Bernina non mi ha voluto nemmeno questa volta", gli dico.
Sorride. -"Sei tu che non hai voluto il Bernina", mi risponde, e riprende a lavorare a quelle apparecchiature per attrezzare il nuovo ponte cellulare del rifugio.
L'elicottero appare all'improvviso dal basso ed è sempre spettacolare vederne le evoluzioni fra le pareti di roccia e ghiaccio, l'atterraggio, preciso, sulla piattaforma sospesa nel vuoto. Scendono un paio di guide, un tecnico, un ragazzino, probabilmente il figlio. Si abbassano sotto alle pale che ruotano velocemente tagliando le raffiche di vento gelido, scaricano gli zaini, salutano il pilota e corrono verso l'ingresso del rifugio. L'elicottero riparte subito, tuffandosi nell'abisso del canalone di neve e ghiaccio sotto di noi. Da quell'abisso eravamo saliti lo scorso anno, Mauro ed io. Oggi - anzi, ieri - siamo arrivati da un'altra via.

Così sono nuovamente qui, al rifugio Marco e Rosa, un anno dopo tondo tondo. C'è sempre il Bianco a fare il padrone di casa. L'orizzonte è il medesimo di un anno fa. Il Bernina, poco sopra di me, pure.
Poco sopra: quattrocentocinquanta metri da qua per l'esattezza. Una sciocchezza in confronto ai milleottocento che mi separano dal parcheggio dove ieri ho lasciato l'auto, giù in basso.

E' tutta la notte che non ho altro in testa. E' tutta la notte che me lo dico e che sono fermo nella mia decisione: questa volta non scenderò di qua con le mie gambe, mi faccio portar giù dall'elicottero e stop. Non mi importa quanto costa. Pago. Non mi importa più nulla del Bernina, non mi importa più nulla di tutto questo a dire il vero. E' finita, basta. E' venuta l'ora di appendere definitivamente gli scarponi al chiodo.
Basta con i soliti programmi che faccio tutti gli anni, vecchi sogni di ragazzo che mi illudo ancora di poter inseguire. Di avere il tempo, il fisico, ma soprattutto la testa per poterli realizzare davvero. Tutti gli anni la stessa, ormai noiosa, storia. Ultimamente, poi, sembra essere diventata un'ossessione, come se il tempo mi sfuggisse sempre più dalle mani e io cercassi di rimanergli attaccato ad ogni costo, il perché nemmeno lo so più.
Tutti gli anni a far piani: prima due o tre quattromila tanto per far gambe, numero e quota. Chessò, il Bernina, il Lyskamm, il vattelapesca che ancora mi manca. Poi si chiude la stagione a luglio salendo finalmente il Monte Bianco, cancellando dalla lista questo maledetto sogno che mi porto appresso da non mi ricordo più nemmeno quando.

Eccerto: il Monte Bianco solo come aperitivo, poi. Perché si sa, la mia ambizione va molto più in là, i miei sogni mi portano ben oltre. Sono due anni almeno che la mia testa lavora già all'Elbrus, e magari poi a tre o quattro delle Seven Summit. Ché c'ho quarantaquattro anni, accidenti, e se non ci do dentro adesso allora è mai più, ormai.

Però alla fine il punto è sempre lo stesso ed ogni anno si ripete inesorabilmente: i miei programmi sono sempre più pie illusioni e tutto va regolarmente a puttane. Non ne faccio un tubo.
Ché non basta mettersi all'improvviso, a quarant'anni suonati, a correre la maratona (la mezza, vabbè...) come un invasato. Non basta centrare nuovamente - grazie all'aiuto di una guida - un facile facile quattromila, dopo dieci anni di assenza dall'alta quota. Non basta aver salito un paio di volte la Grigna da solo negli ultimi mesi, o aver fatto un paio di banali, e peraltro corte, scialpinistiche in più rispetto alla media degli ultimi anni - leggi, zero.
Il punto è che dieci anni fa in montagna ci andavo davvero - e fra l'altro sarebbe anche ora che imparassi a contare: non sono più dieci, sono dodici, tredici... quindici, a ben vedere... La carrellata massima, il mio grande slam di quattromila, dieci in una stagione, la metà dei quali saliti da solo, è del 1994. In che anno siamo?

Il punto è sempre il solito: tutti questi anni di quasi totale inattività, perlomeno di inattività ad un livello essenziale minimo amatoriale, hanno minato la mia preparazione ineluttabilmente. Io non sono più abituato: non all'ambiente, non all'esposizione ai pericoli oggettivi, non al vuoto, non alle condizioni mentali, psichiche e fisiche necessarie ad affrontare anche le salite più elementari. Perlomeno, elementari dal punto di vista di un alpinista amatoriale con un'esperienza sufficiente alle salite classiche sulle Alpi.
Non ci sono più abituato, ebbasta dài! E dunque, è molto semplice: ormai, quando mi capita di provare a fare davvero qualcosa, ho paura. Non mi diverto più, non sono sereno. Sono sempre un fascio di nervi tesi, ogni volta a chiedermi perché son lì, perché lo sto facendo, perché ci sono cascato di nuovo. E il fatto di essere legato ad una guida non migliora le cose (senza, peraltro, a questo punto non mi passerebbe più nemmeno la testa di provarci).
Devo piantarla di raccontarmi balle, di sognare come un ragazzino, di perder tempo dietro a 'ste stronzate per mesi per poi trovarmi ogni volta a combattere con la tensione, la paura, la stanchezza infinita, la demotivazione improvvisa e totale, e sempre la solita stramaledetta domanda: ma chi diavolo me lo ha fatto fare?
Ormai non riesco più nemmeno a godermi la cima (quelle poche volte che la centro): arrivo su, due rapide foto, giù di corsa. Ché non c'è tempo, sono stanco, ho freddo, voglio tornare a casa.
Maddai, eccheccavolo, avanti: basta perdìo, mai più, giuro!

Così è deciso: fine. Appendo gli scarponi al chiodo.
E un senso infinito di tranquillità si impadronisce ora di me, come se all'improvviso mi fossi liberato di un macigno che trasportavo da solo, da tempo immemorabile.
Sisifo.
Ho avuto il coraggio di guardarmi allo specchio e di dirmelo. Per la prima volta. Non ne ho più voglia. Non ne ho più voglia. Non ne ho più voglia.

Sì, basta.
E al diavolo anche il Bernina.

Intanto, però, devo tornare giù da qui. E di affrontare i duemila metri di dislivello in discesa e le cinque o sei ore necessarie, minimo, fra crepacci, neve fonda molle e sfiancante, salti di roccia da disarrampicare nel vuoto con i ramponi ai piedi, o facendosi calare - tutta roba assolutamente elementare, per carità, per chiunque sia solito frequentare vie normali come questa: ma siam sempre lì, per me solito non lo è più da un pezzo - ecco: di affrontare tutto questo, oggi, proprio non se ne parla. Io, di qui, con le mie gambe, non scendo. Voglio l'elicottero, e vi giuro che non sto affatto scherzando.
Voglio l'elicottero, voglio farmi depositare giù al parcheggio dell'auto, caricare tutta la roba in macchina, tornare a casa, sbatterla in cantina e metterci una pietra sopra. Definitivamente.
Da ora in poi, per me, montagna significherà solo portare i bambini a fare passeggiate nei boschi, o raggiungere con loro qualche rifugio. Che è quello che mi piace, che mi fa vivere davvero, che mi entusiasma e mi commuove. Camminare al loro fianco, tenendoli per mano. Insegnargli le mie montagne.
Ma che ci faccio, io, ancora quassù?

Do un'occhiata in alto, verso la cima del Bernina. Sono quasi le nove. Fra un po' dovrei ormai vedere i miei tre soci scendere dalla vetta. E' fuor di dubbio che siano arrivati fin su: Enrico è più forte di me ed è pure in compagnia di due guide. Dopo la mia rinuncia, infatti, questa mattina Mauro è andato su con lui e Yuri, la sua guida. Io sono rimasto qui al Marco e Rosa ad aspettarli.
La giornata è splendida, le condizioni perfette. Devo solo attendere, faranno presto. Però non voglio tornar giù a piedi.
Né voglio mai più tornare quassù: due volte in due anni, per due fallimenti consecutivi, sono troppi. E arrivare qui è già di per sé, per qualunque via - e ormai io le ho fatte tutte - maledettamente sfiancante e complicato. Anche ieri, come l'anno scorso e pur avendo fatto un altro percorso: quasi nove ore per oltre dieci chilometri di ghiacciai, creste, neve fonda, crepacci, sempre abbondantemente sopra i tremila metri, fin quasi a quattromila.
Con in più quella disavventura che mi ha gettato quasi nel panico totale per almeno dieci minuti, bruciandomi tutte le energie, fisiche e psicologiche.

***

Ieri mattina, lunedì. Sveglia a casa alle quattro. Ho dormito poco, quasi nulla. La solita tensione prima di una salita importante.
Zaino pronto, parto. A Lecco tiro su Mauro e Yuri. All'inizio della Val Chiavenna prendiamo anche Enrico, il cliente di Yuri. Enrico e Yuri sono una simpatica ed affiatata coppia cliente-guida, hanno già fatto tante salite insieme in questi anni. La compagnia è bene assortita. Yuri partirà per lo Shisha Pangma in autunno. Io vivo anche per queste storie, per la compagnia di persone così.
La nostra destinazione è il Bernina. Per me è il terzo tentativo: l'ultimo, quello dello scorso anno, è andato come è andato.
Questa volta, d'accordo con Mauro, abbiamo deciso di salire dal versante svizzero, partendo dall'arrivo della funivia del Diavolezza. Il dislivello complessivo è minore.
Questa volta arriverò in cima. Lo so. Devo arrivare in cima. Non posso fallirlo di nuovo. E poi non avrei nemmeno il coraggio di bloccarmi ancora, di affrontare nuovamente il disappunto di Mauro.

La via che vogliamo seguire oggi non sale diretta al Marco e Rosa, dove dobbiamo pernottare come lo scorso anno: ho accettato la proposta di Mauro di arrivare al rifugio facendo la traversata integrale delle cime del Piz Palù. E' una zona che conosco molto bene quella del circo del Diavolezza e del Morteratsch, sono sceso tante volte in sci da qui. Ho già salito il Palù orientale con Bruno, qualche anno fa, senza peraltro arrivare sulla cima principale, ma scendendo poi in sci: una giornata memorabile (ed uno dei freddi peggiori della mia vita!). Ci sono tornato ancora l'anno scorso con Massimo, per un tentativo andato a vuoto a causa del tempo pessimo che ci ha colto sul ghiacciaio.
Così accetto volentieri di tornare sul Palù per toccare finalmente la cima principale a 3.905 metri, attraversare tutta la cresta - una delle salite più belle delle Alpi - per poi abbassarsi verso il Marco e Rosa, sul versante opposto. E' una classica traversata, un concatenamento tipico, quello della cresta del Palù combinata con la salita al Bernina. Un gran bell'anello per il mio curriculum alpinistico.

Alle otto e trenta siamo a prendere la prima funivia del Diavolezza, che ci scarica a duemilanovecento metri. La giornata è bella, nemmeno eccessivamente calda. L'innevamento, nonostante la stagione avanzatissima, è ancora esagerato. La neve è fonda, molle. Si fa fatica ad avanzare, nonostante la via sia già ben tracciata, perlomeno fino al colle del Palù orientale. I crepacci però sono ben chiusi: l'anno scorso, salendo con Massimo a primavera appena iniziata, la situazione era ben diversa e il passaggio della seraccata era stato piuttosto incasinato.
Oggi no, si sale regolari.
Avverto la quota - tant'è, salire a quasi quattromila metri direttamente da Milano, senza aver fatto praticamente nulla tutto l'inverno a parte i tre giorni fra Cevedale e Gran Zebrù ormai più di due mesi fa, è dura. Correre non basta, non ce n'è, per quanto ci sia andato.

Le tre cime del Piz Palù, dal Diavolezza
Il Bernina fotografato dall'arrivo della funivia del Diavolezza
In avvicinamento al Piz Palù

Così faccio fatica. Salgo regolare, ma faccio fatica. Più di Enrico, perlomeno: è in cordata con Yuri, io e Mauro seguiamo a distanza.
Passato mezzogiorno siamo ai tremilasettecento metri della spalla, dove inizia la cresta del Palù orientale e la traversata delle cime. Attorno all'una del pomeriggio tocchiamo la vetta del Palù orientale a 3.882m. Fin qui, giassapevo, è tutto come una volta. Non ci fermiamo nemmeno, adesso comincia il bello.

La cresta scende ora fino al colle che divide le prime due cime, poi si impenna e risale affilata come una lama di coltello verso la vetta principale, quella del Palù centrale, a 3.905m.
Adesso fa un po' impressione: si cammina delicatamente sul filo di cresta, seguendo esattamente le orme dei passi scavati nella neve molle e fonda dal compagno che precede, rimanendo lievemente spostati - un mezzo metro - sul versante settentrionale, la piccozza ben piantata a sinistra, esattamente sul vertice dello spigolo di cresta. In bilico sui ramponi: guardo per un attimo giù a destra la parete nord dei Palù che precipita per un migliaio di metri sotto ai miei piedi e distolgo immediatamente lo sguardo, fissando nuovamente davanti a me, verso la vetta.

Palù centrale: cima verso l'una e mezza. E' una calotta nevosa piuttosto larga. Adesso sono contento, in effetti mi rodeva un po' non aver mai toccato la cima principale. Foto di rito.
Il tempo si è un po' coperto, nuvoloni neri tutto attorno fino all'orizzonte. Speriamo che tenga, non mi piacerebbe affatto se il temporale ci sorprendesse quassù, la via per il Marco e Rosa è ancora piuttosto lunga. Peraltro Mauro e Yuri sono tranquillissimi, per loro è ordinaria amministrazione, anche di meno, se possibile. Enrico invece è piuttosto stanco, come me.

Mauro sotto la vetta del Palù orientale
Verso il Palù centrale
L'affilata cresta che sale verso il Palù centrale
Mauro, cima del Piz Palù
Il titolare qui in vetta al Piz Palù (Palù centrale)

Ci abbassiamo nuovamente, continuando a seguire il filo di cresta: puntiamo ora alla vetta del Palù occidentale, il più basso dei tre. La cresta adesso diventa però rocciosa ed io mi muovo maledettamente male sulla roccia con i ramponi ai piedi, per non dire che non sono affatto abituato. Senza aggiungere, peraltro, la stanchezza, la quota, l'esposizione al vuoto - la cresta è sempre bella affilata - il tempo che si è un po' guastato: cade anche qualche fiocco di neve e l'atmosfera attorno è completamente cambiata.
Poi iniziano pure i crampi alle gambe: delle belle frecciate nei quadricipiti, la tensione suppongo, e adesso arriva davvero il casino. Perché questo non è esattamente un posto dove farsi cogliere dai crampi.

Passata rapidamente la cima del Palù occidentale, così rapidamente che praticamente nemmeno mi accorgo di esserci stato da quanto sono preso dal togliermi di lì il più velocemente possibile, continuiamo ad abbassarci lungo la cresta rocciosa, che adesso mi sembra non finire più. E' tutta di II grado più o meno, una sciocchezza anche per me in teoria, ma questo pomeriggio teoria e pratica sono lontane anni luce.
Decisamente non sono affatto a mio agio, mi muovo da imbranato, ho paura del vuoto sotto di me, consumo una valanga di energie. E ho i crampi.
Poi, il fattaccio.

Mentre Mauro mi sta calando giù da un salto di roccia un po' a strapiombo, nel tentativo di trovare un appoggio per stare in equilibrio, infilo lo scarpone sinistro dentro una fessura piuttosto larga. Non ho però appigli comodi né per le mani, né per l'altro piede. Così provo ad abbassarmi un altro po'. Ma all'improvviso lo scarpone piantato nella fessura non ne vuole sapere di uscire.

Calma. Sono solo stanco, è una cretinata questa. Guardo Mauro in alto, sarà tre o quattro metri sopra di me e mi tiene la corda bella tesa. Mi chiede che sto facendo. Non lo so cosa sto facendo.

E' nuvolo. Sta cadendo qualche fiocco di neve. Sono a tremilaottocento metri, appeso a una corda su un cazzo di salto di roccia strapiombante, senza un appoggio decente, e ho un piede incastrato in una fessura. Adesso lo tiro fuori e mi levo di qui, veloce.
Invece un cazzo: il piede non esce.
Mi danno l'anima, tiro la gamba, il rampone d'acciaio gratta violento contro la roccia, lo scarpone si contorce nella fessura, ma non ce n'è. Si torce, sfrega, gratta, ma non esce. E io non ho nemmeno punti di appoggio per fare forza più di tanto.
Uno, due, tre, dieci tentativi con tutte le forze che ho. A vuoto. Tiro il piede come un dannato, urlo dallo sforzo. Poi il crampo che mi prende all'improvviso e mi fulmina tutta la gamba.
Ora, panico.

Mauro si arrabbia e mi incita. E' lassù da solo che mi tiene la corda tesa e non può fare nulla. Il mio equilibrio è affidato a quella corda tesa, ma adesso sono stanchissimo e non riesco più nemmeno a starci diritto sulla corda, le forze mi stanno abbandonando. E se non riesco a tenermi in equilibrio cado all'indietro in una posizione completamente innaturale, con la gamba che si torce completamente. Rischio di spaccarmi qualcosa, o come minimo di farmi falciare dai crampi per tentare di resistere.
Perdo la pazienza per qualche secondo, quasi mi metto a piangere dalla rabbia e dal panico. Mauro prova a urlare per richiamare l'attenzione di Yuri ed Enrico, ma loro sono molto più avanti di noi, fuori vista, e non sentono.

Calmo.
Devo stare calmo, devo stare calmo. Calma. Respiro a fondo. Calma. Se mi faccio prendere dal panico di sicuro non ne esco e rischio un disastro.
Cerco di studiare la situazione: è davvero un casino. Lo scarpone, così, non esce. E' inutile che vada avanti a provare. Non ho più forza a sufficienza e poi ho la gamba completamente crampizzata. L'unica è cercare di sfilare il piede dallo scarpone, ma è una parola. Sono messo malissimo, appeso a 'sta cazzo di corda e sbilanciato all'indietro nel vuoto. Non ho un appiglio decente, né per le mani né per l'altro piede. Però devo riuscire per forza ad abbassarmi almeno con il sedere per riuscire ad afferrare la stringa con la mano sinistra.
Chiedo a Mauro di mollare appena appena la corda. Faccio una fatica bestiale, devo tentare almeno due o tre volte, ma alla fine afferro prima il rampone e lo sgancio dallo scarpone, poi riesco a slacciare la ghetta e infine con un dito prendo la stringa, e slaccio pure quella.

Mi ritiro su sulla corda e provo nuovamente a tirare la gamba. Niente! Niente, maledizione! Il piede ora balla dentro allo scarpone, lo scarpone si muove e fa leva verso l'alto, ma è troppo stretto e non mi lascia sfilare il piede. Provo a riabbassarmi e a mollare un po' di più la stringa, ma questi dannatissimi scarponi hanno un'asola di metallo per il passaggio della stringa all'altezza del collo del piede, fatta apposta con una clip per bloccarla e tenere così la chiusura bella ferma. E io, da questa posizione, non ho la forza di sbloccarla! Maledizione, maledizione, maledizione!!
Il piede non esce, perché non ce la faccio a forzare la strettoia all'altezza del collo dello scarpone. Avrei bisogno ora di tenere lo scarpone completamente fermo per poter sfilare a forza il piede, ma appena provo a tirare su il piede anche lo scarpone si alza un po' e il piede non esce, rimanendo bloccato dal collo troppo stretto.
Sono quasi sull'orlo del panico vero e del collasso da stanchezza. E' una situazione surreale, incredibile! Questo cazzo di piede è entrato nella fessura e adesso non ne esce più! Non mi è mai capitato nulla di simile in vita mia!
Mauro è sconfortato e si sta chiedendo, anche lui, che cazzo fare. In qualche modo bisogna pur uscire da questa situazione. In qualunque modo!

Alla fine ho l'intuizione della disperazione: lascio andare nel vuoto l'altro piede, mi appendo completamente alla corda. E sferro, con il piede libero, un calcio violento al tallone dello scarpone incastrato, ramponandolo così da dietro e bloccandolo definitivamente. A quel punto raccolgo tutte le forze e libero finalmente con violenza il piede dallo scarpone bloccato.
Ed eccomi così appeso nel vuoto, con un solo scarpone. Sfinito. Mauro mi urla di fare attenzione e recuperare immediatamente lo scarpone ed il suo rampone sganciato. Se per caso mi cadono nel vuoto la situazione potrebbe davvero diventare drammatica.
Per "fortuna" sono entrambi incastrati in modo incredibile: ma come diavolo è successo? Armeggio un po' ed alla fine riesco a liberarli dalla fessura e a farmi calare definitivamente sulle rocce sottostanti, dove posso finalmente riposare, riprendermi dallo spavento e riinfilarmi scarpone e rampone.
E' finita.

Mi guardo intorno. Sì, sono salvo, è finita. Sono stranamente tranquillo ora. E' spuntato persino di nuovo un raggio di sole. Guardo verso il basso. Forza Mauro, riprendiamo a scendere da questa dannata cresta, che è tardi e la strada per il Marco e Rosa è ancora lunga.

Sarà lunghissima, ancora, infatti. Arriviamo al Marco e Rosa alle cinque e mezza del pomeriggio, con dieci chilometri per millequattrocento metri di dislivello di via alle spalle, quasi tutti sopra ai tremilaquattrocento metri.
Terminata la cresta dei Palù alla Fuorcla Bellavista, scendiamo sul ghiacciaio e poi ancora in salita, traversando sotto alla catena di Bellavista, al Piz Zupò, al Piz Argent ed alla Crast'Agüzza: chilometri di neve molle e fonda, le gambe completamente crampizzate. Tante, infinite soste per riposarmi e riprendere fiato. Crepacci, fondi come non ne vedevo da anni, da attraversare su ponti di neve molle con la testa sfinita dalle ore ed ore passate lassù. Scavalco senza guardare, salto trattenendo il fiato. L'ultima ora con il rifugio davanti a noi, che sembra non arrivare mai.
Ed infine di nuovo qui, al Marco e Rosa. Un anno esatto dopo.

E meno male che quest'anno siamo saliti dalla Svizzera perché "il dislivello è minore e così facciamo prima".

La cresta del Palù occidentale, dove sono rimasto bloccato
Verso il Marco e Rosa, i Palù ormai alle spalle

Domani, poi, dovrei salire finalmente in vetta al Bernina. Domani. Già. Va bene. Ma ci penserò più tardi, va'. Adesso voglio solo entrare al caldo nel rifugio, togliermi gli scarponi, asciugarmi, ed una birra media.

Sono sfinito. Il Bernina è quassù sopra alla mia testa. Quattrocentocinquanta metri. Solo quattrocentocinquanta metri. C'è quella paretina di roccia da passare, lo so. Quella dove mi sono fermato lo scorso anno. Poi la cresta sottile. Ma sono solo quattrocentocinquanta metri. Domani si va su, sì. Domani. Ne sono certo. Non posso fallire di nuovo. Domani, sì. Sicuro.

Forse.

***

Alle nove di sera sono in branda, da solo in camerata. Una stanchezza infinita si è impadronita di me. Tremo dal freddo, il riscaldamento è spento e fuori c'è bufera. Tremo davvero accidenti, sbatto i denti con violenza nonostante mi sia infilato sotto tre coperte. Freddo? Mi sa che sto scaricando all'improvviso in un colpo solo tutta la stanchezza e l'adrenalina di oggi.

Poi la notte con gli occhi sbarrati. Di dormire non se ne parla proprio. La quota, un po' di nausea, mal di testa forte. Non ci sono proprio più abituato. Vedo passare tutte le ore. L'una, le due, le tre. La sveglia è per le quattro e mezza.
Trascorro la notte parlandomi addosso, un interminabile e ripetitivo monologo, perfettamente lucido, consapevole. Io lassù non ci vado. Non vado più da nessuna parte, anzi. Smetto qui, smetto definitivamente.

E, quel che è peggio, non voglio nemmeno tornare giù di qui. Voglio l'elicottero.

***

Alle quattro e mezza suona la sveglia. Nel buio chiamo Mauro. Mauro, io non vengo su, rinuncio. Sei sicuro Carlo? Sì. Va bene, non insisto, se non hai problemi salgo con Enrico e Yuri e ci puoi aspettare qui al rifugio. Ok Mauro.

Non ho il coraggio di dirglielo che non voglio scendere, che voglio l'elicottero.

***

Alle nove del mattino li vedo arrivare. E' una giornata stupenda, c'è vento teso e l'aria è limpidissima. Sono stati in cima. Io ho dormito un'oretta scarsa nel rifugio deserto e ho letto un paio di riviste. So che non tornerò mai più qui, né che rimetterò più piede a queste quote. Il Bernina non mi ha voluto per la terza volta, mai più sul Bernina, mai più quassù.

"Sei tu che non hai voluto il Bernina."

Il Bernina fotografato dalla Fuorcla Bellavista

***

E' da ieri sera che lo so, che so che questa discesa non sarà affatto facile per me. Ne ho paura, questa è la verità. Sono tredici chilometri di sviluppo, un'infinità, quasi duemila metri di dislivello in discesa, e bisogna prima risalire fin quasi alla Fuorcla Bellavista, ad oltre tremilasettecento metri, ripercorrendo a ritroso parte dell'itinerario di ieri pomeriggio, nella neve fonda, riscavalcando i medesimi crepacci, attraversando pure un seracco che nella notte ha scaricato proprio sulla nostra traccia. Poi ci sarà un tratto di circa trecento metri verticali su roccia da disarrampicare, La Fortezza, facendo anche qualche calata. La parte che temo di più. E infine tutta la lingua terminale del ghiacciaio di Morteratsch: chilometri.
Da quassù l'itinerario si vede tutto, fino al fondovalle. Interminabile. Significa anche scendere tutto il giorno avendo costantemente il traguardo sotto agli occhi.

Alle nove e trenta iniziamo la discesa, che poi significa appunto dover risalire fino alla Fuorcla Bellavista. Per sicurezza ci leghiamo in un'unica cordata a quattro per attraversare il tratto pericoloso.
Subito una rampa secca di un centinaio di metri attraverso i crepacci di ieri. Ma la neve quest'oggi sembra decisamente migliore, fa anche un po' più freddo.
Saliamo rapidi, la nottata in quota è servita. Le gambe soffrono un po' e sono stanche, sì, ma viaggiano. Molto più di quel che credevo. Il polso destro mi fa male: ieri l'ho battuto contro la roccia e mi duole anche solo a tenere la piccozza in mano. Non sarà facile sulle rocce in discesa, no. Ma non voglio pensarci ora. Intanto la discesa vera e propria, finalmente, alle dieci e trenta ha inizio.

Il primo passo nel vuoto, sulle rocce de La Fortezza, è il più difficile. Esito. Sono tesissimo. Ma devo scendere, non ce n'è. Mauro mi incita. Così inizio ad abbassarmi, legato alla corda di Mauro, graffiando la roccia con i ramponi. Un passo alla volta, come camminassi scalzo su cocci di vetro. Poi inizio a prendere confidenza e a scendere più spedito, disarrampicando. Sarà una discesa lunga.

La prima calata. La schiena nel vuoto, devo lasciarmi andare. Sono anni che non lo faccio, anni. Devo andare, ora. Parto. Eccomi appeso.
La seconda calata.
La terza.
La quarta (ma non avrebbero dovuto essere solo un paio?).
Alterniamo tratti in disarrampicata a calate. Qui c'è un anello, qui un chiodo, lì uno spit. Moschettone, rinvio, moschettone, corda, ramponi contro la roccia. Scendiamo.
Fine delle rocce, siamo scesi anche da La Fortezza.
Nevaio, ripido. Sole e nuvole che si alternano. Neve fonda ora, ma tiene bene. Si viaggia rapidissimi, scendiamo veloci dal pendìo, la lingua terminale del Morteratsch sotto di noi, almeno trecento metri più in basso. Siamo completamente soli, tutto il circo del Bernina oggi sembra solo per noi. Tracciamo neve vergine, quasi corriamo in discesa. Mi fanno male un po' i piedi, ma ordinaria amministrazione direi. Per il resto tutto ok. Solo, è maledettamente lunga questa discesa.

Un'occhiata ogni tanto indietro, verso l'alto, alla cima del Bernina. So che non tornerò mai più lassù.
Forse.

In discesa da La Fortezza, qui sopra Yuri in azione
Mauro, scendendo dall'Isla Persa verso il Morteratsch

***

Cammino da solo sulla terminale del ghiacciaio, fra morene altissime, ruscelli che scorrono impetuosi nelle fessure scavate in mezzo al ghiaccio lungo la superficie del Morteratsch. Tutta quest'acqua che dilava violenta a valle mi fa venir sete. All'auto mancherà forse un'ora ancora, forse una e mezza. Gli altri sono più avanti, ho lasciato andare anche Mauro, voglio scendere da solo quest'ultimo tratto, come una volta. Sono completamente solo in mezzo al ghiacciaio, fra queste montagne. Pericoli non ce ne sono più, solo stanchezza. Scendo lentamente, ogni tanto mi fermo a fare qualche fotografia.
E' che io amo tutto questo. E' inspiegabile a chi non può capirlo, ma io amo tutto questo come me stesso. Io, qui, sono a casa accidenti.

No, non ci casco più. Solo due ore fa ero lassù in mezzo a quelle rocce e ancora lo giuravo a me stesso: mai più.
E' finita, me lo sono promesso. Chiuso. Scarponi al chiodo.

Forse.

Il titolare qui sul ghiacciaio del Morteratsch
Sul ghiacciaio del Morteratsch, guardando verso il Bernina
Il Bernina dal fondovalle, con la famosa Biancograt a destra
Il fronte del ghiacciaio del Morteratsch, verso il fondovalle
Mauro scende l'ultima tratta del ghiacciaio del Morteratsch
La salita dei Palù tracciata su Google Earth dal mio GPS

***

Non lo so se le prossime settimane proseguirò con il programma che mi ero proposto per quest'anno. Con Mauro siamo rimasti che ci sentiamo nei prossimi giorni. Dovremmo andare a fare la traversata dei Lyskamm, una delle grandi classiche delle Alpi, impegnativa almeno tanto quanto, più alta ed esposta di questa. E poi, finalmente, il Monte Bianco entro la fine di luglio. Più facile, tecnicamente, ma più lungo, molto più lungo. E molto più in alto, ovviamente.
Dice Mauro che la preparazione, quest'anno, ce l'ho. Che c'è un abisso rispetto allo scorso anno. Ma il mio problema, è evidente, è la testa.

Non lo so. Ho qualche giorno per pensarci. Alterno momenti in cui so bene che partirò per il Lyskamm, a momenti che chiudo gli occhi, mi rivedo lassù sulla cresta del Palù, appeso a quella cazzo di corda con il piede incastrato nella fessura, e so che non voglio davvero più tornarci.
Ma, dovessi proprio dire, non ci credo. Non ci credo che non ci tornerò più veramente. Magari andrà finire che per quest'anno la chiudo qui, ed è ancora tutta da vedere - dipende anche un po' dal lavoro, per dirla tutta - ma che davvero appenda gli scarponi al chiodo, mah. No, non ci credo.
Perché io sono a casa lassù. Non lo so perché accidenti, non lo saprò mai suppongo. Credo che sia così per tutti. Che si tratti di montagna, di vela, di paracadutismo, chessò. A ognuno il suo.
Io non posso fare a meno della mia aria sottile. Punto.

Mi maledirò ogni volta per essermici ricacciato ancora, e salirò per ore chiedendomi perché sono stato così idiota a cascarci nuovamente, pronto a rinunciare ad ogni istante, un passo dietro l'altro con incomprensibile ed ottusa ostinazione, contro la stanchezza e la mia testa. Finché non toccherò la cima, scatterò la solita foto lassù e la riporterò a casa consapevole di avere dato un significato assoluto a quella mia giornata.

Io so che c'è del gran valore dentro a tutto questo. Spero un giorno di riuscire a trasmetterlo anche a loro, anche se non saprò mai spiegargli il perché, la ragione. La conquista dell'inutile, non a caso.

Intanto, con loro, ricarico le batterie nel nostro consueto buen retiro elbano. Giochiamo, arrampichiamo sugli scogli, andiamo a caccia di sassi strani nelle miniere (e sì, ci facciamo anche qualche bagno).
In valigia comunque l'ho messa. E' qui con me.

La guida dei Lyskamm.

00.15 del 08 Luglio 2009  
 
3 commenti pubblicati
... do not give up!
L'ha detto cecco, 8 luglio 2009 alle 10.16
Io ti dico la mia: leggendo dell tua decisione di "arrenderti" ho provato profonda empatia e grande stima. E se i Seven Summit fossero sette cose da fare con i tuoi figli? O sette cose che non hai mai fatto?
Complimenti comunque, qualunque cosa sceglierai.
L'ha detto Ric, 9 luglio 2009 alle 09.11
Mi pare che la risposta "finale" stia tutta nelle ultime due righe del post!
A buon intenditor...
L'ha detto mauro mazzetti, 13 luglio 2009 alle 11.08


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