Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 Still breathing into thin air
GIU Viaggi verticali
Un anno dopo. Alla faccia delle solite premesse, mi affido alla proverbiale precisione millimetrica del meteo svizzero: tempo assai variabile per tutto il weekend e forti temporali in quota, ma le prime ore del mattino - almeno fino a mezzogiorno - dovrebbero consentire un tentativo, a patto di darsi una mossa.
Insomma, dopo nove anni di assenza dai miei 4000, pare giunta l'ora di andare a caccia del mio ventiduesimo centro. Non si rimanda più. Ed è così che sabato mattina Bruno ed io ci mettiamo in viaggio verso Saas Grund, valicando il Sempione sotto un cielo più plumbeo che amichevole.

Ora, ci sono dei segnali nella vita di un uomo interpretabili a proprio piacimento, ma personalmente, se volessi essere obiettivo, dovrei cominciare a pensare seriamente di rivolgermi ad un istituto. Perché saranno anche nove anni che non vado a cercar guai in alta quota, ma in montagna, che diàmine, per quanto poco continuo ad andarci, ogni tanto.
Così, non starò a raccontarvi né la mia faccia, né quella di Bruno, né ciò che è uscito dalla mia bocca quando, dopo aver parcheggiato la macchina davanti alla funiva dello Hohsaas ed accingendomi al consueto rito della vestizione - che, tradotto per i non addetti, significa a) togliersi la t-shirt e i pantaloncini per indossare sei strati di inutili e costosissimi tessuti termici dai nomi improponibili in mezzo ad un piazzale d'asfalto a cinquantotto gradi, cercando di ignorare alcuni passanti che stanno segnalando la vostra presenza in mutande ai vigili urbani; b) caricarsi sulle spalle uno zaino pieno di altrettanto inutile ferraglia, pesante come il meteorite di Tunguska - dicevo: nell'accingermi al rito della vestizione, mi rendo conto all'improvviso di essermi dimenticato a casa una sola cosa: la GIACCA A VENTO! Ho con me solo un paio di magliettine a maniche corte ed un pile sottile. E dovrei risalire un ghiacciaio a quattromila metri...
Nemmeno vi racconterò quanto mi sia costato, quindi, comprarmi una giacca nuova nell'unico negozio aperto di Saas Grund, località alpina fra le più esclusive della Svizzera, in balìa della commessa Zurbriggen perfettamente conscia di avermi in pugno e di potermi svenare a suo piacimento.
E infine sorvolerò anche sul particolare che di tutta la mia paleozoica attrezzatura l'unico oggetto che NON avevo alcun bisogno di cambiare e che mi andava benissimo era proprio la mia preziosa ed amata giacca a vento gialla, che altre volte avete potuto vedere in onda su questo blog.
Insomma, comunque vada, alla fine questo weekend mi costerà come una settimana bianca a Gstaad.

Saliti ai 3.098 metri della Hohsaas, posso constatare che quello che si dice sulla situazione attuale dei ghiacciai è vero: rispetto a dieci anni fa il il ritiro delle calotte, almeno in questa zona che conosco bene, è evidente ed è andato di pari passo con l'aprirsi di un gran numero di brutti crepacci trasversali. Constato anche che i rifugi alpini non sono più quelli di una volta: alla Hohsaas c'è l'acqua calda, la doccia, i cessi sono più belli di quelli di un albergo a tre stelle - standard svizzero - e si possono anche vedere i mondiali di calcio su un 32" ultrapiatto.
Quello che non è cambiato è il caldo torrido delle camerate di notte e il solito vicino di branda che russa come un Tornado delle frecce tricolori.

Nel pomeriggio il gestore del rifugio ci fa il quadro: "Tomani mattina tempo pello. Se antate alla Weissmies, sfeglia alle quattro e trenta, colazione alle zinque, massimo mezzociorno tofete essere ti ritorno. Poi arrifa fiolento temporale". E infatti tiriamo sera davanti a una birra immersi nelle nuvole nere, al centro di un bel temporale che, quassù a tremila, si fa sentire non poco e scarica anche una bella grandinata. Questo, peraltro, non impedisce ad un buon numero di buontemponi svizzeri di arrivare al rifugio in serata, fradici zuppi, dopo essere saliti a piedi dal fondovalle, fregandosene tranquillamente della funivia, dei lampi, dei tuoni e dell'acqua a scrosci. E del freddo: tutti in t-shirt, naturalmente.
Cerco di darmi un tono gettando la mia giacca a vento nuova, con ancora attaccato il biglietto della funivia, in fondo a un crepaccio.

Fra un temporale e l'altro la parete NO della Weissmies, teatro del nostro itinerario dell'indomani, ci regala anche qualche schiarita: a guardarsi attorno, comunque, non c'è affatto di che ben sperare.

La parete NO della Weissmies con il temporale in agguato

La solita notte in bianco mi ricorda che io, nelle prime ventiquattr'ore in altitudine, non chiudo mai occhio. Devo ahimè anche rilevare che gli anni mi hanno abbassato la quota insonnia: una volta accusavo sopra i tremilasei, adesso evidentemente mi bastano tremila metri per passare le ore a contar pecore.
Non si può quindi dire che la sveglia alle quattro e mezza mi sorprenda. Mi sorprende invece il cielo: completamente pulito. Non una nuvola nel raggio dell'orizzonte visibile. Giuliacci gli fa le pippe al nostro amico capobanda del rifugio.

Che strano risvegliarsi in alta quota, in un rifugio, dopo tutti questi anni. Quanto ho sognato di tornare in alto. Indosso i pantaloni di cordura, la sottomaglia in capilene, la maglia di pile sottile, gli scarponi, le ghette, l'imbragatura... Attacco la ferraglia agli anelli: moschettoni, discensore, un paio di viti da ghiaccio, qualche cordino. Mentalmente ripasso movimenti che ho fatto centinaia di volte, dimenticati troppo a lungo in qualche cassetto della memoria, e che adesso mi ritornano immediatamente familiari. Traffico un po' con il doppio nodo inglese che deve chiudermi l'imbragatura, mi manca un po' la mano, ma non lo sbaglio.
Passo tutta la corda nuova che ho comprato per l'occasione, rifaccio la matassa e la infilo nello zaino. Lego i ramponi, controllo il filo della piccozza. Occhiali. Guanti. Un paio di respiri profondi, che mi ricordano quanto non sia più acclimatato alla mia aria sottile di quassù.
E poi, finalmente, esco a riprendere confidenza con il mio ambiente, che dopo tutti questi anni devo quasi imparare da capo a riconoscere.

Alba sul Mischabel, fotografata dal rifugio Hohsaas
Il titolare qui, sui pendii iniziali... sì, giacca nuova...

Ho freddo. Mi sembra che la giacca nuova, nonostante la fodera d'oro massiccio e le cuciture saldate in filo di platino, non sia all'altezza di quella incautamente dimenticata nel mio armadio. Il mio "pensiero" - diciamo così - va inevitabilmente a Frau Zurbriggen, che mi ha consigliato il modello light in gore-tex sottile con l'interno in wind-stopper, convincendomi che la sovragiacca più spessa con l'interno in polartec sarebbe stata troppo pesante per le mie rinnovate ambizioni estive in alta quota. E' evidente che lo choc per aver dimenticato la mia giacca a casa ha completamente bruciato la mia già ridotta capacità di giudizio.

Alle sei attacchiamo i pendii inziali della parete nord-ovest, ancora tutta in ombra. Le rampe iniziali sono molto ripide: la totale mancanza di allenamento e la disabitudine alla quota si fanno sentire immediatamente. Saliamo troppo lenti e le condizioni del ghiacciaio non aiutano di certo: la traccia è appena accennata e lo strato di neve è al tempo stesso abbastanza spesso da coprire i buchi del ghiacciaio, ma troppo morbido per sostenere il nostro peso, cosicché il passo è spezzato di continuo, ogniqualvolta uno di noi due sprofonda con la gamba in qualche buco nascosto. Per parte mia, i nove anni passati si traducono anche in nove chili in più - come a dire che fra il mio peso, lo zaino e la ferraglia, sto trascinando una quintalata su per questa parete. Forse non è così strano che sprofondi nei buchi ogni due per tre.
Qualche cordata più rapida ed allenata di noi ci sorpassa allontanandosi verso l'alto. Bruno è decisamente più in palla del sottoscritto: io arranco, c'è poco da fare, nonostante tutta la bicicletta degli scorsi giorni e la gita in Grigna della passata domenica con Leonardo sulle spalle. Per di più, la notte in bianco non mi ha certo aiutato e la tensione di doversi sbrigare, unita al terreno non facile, iniziano a minare la mia fiducia di riuscire a farcela.

Bruno in azione sulla parete NO della Weissmies

Dopo circa un'ora e mezza un brutto seracco ci sbarra la strada. Il crepaccio che si apre sotto di noi è piuttosto grande e profondo, e il ponte di neve che lo attraversa non ispira alcuna fiducia, tant'è che le impronte di chi ci ha preceduto lo hanno già bucato fin troppo. Ci assicuriamo. Il passaggio è impegnativo, perlomeno per chi si muove in questo ambiente dopo anni di assenza totale.

Bruno impegnato nell'attraversamento del grande
crepaccio sbarrato da un seracco impegnativo

Sono passate ormai quasi due ore e mezza, sono le otto e trenta e siamo sbucati sui dossi sommitali, lasciandoci definitivamente le difficoltà alle spalle. Un raggio di sole finalmente ci illumina, ma ora c'è vento teso ed io ho proprio freddo. Il cielo è ancora bello sgombro, ma dietro alla cresta della Weissmies si intuiscono i primi cumulonembi che stanno salendo dalla pianura. Ad occhio, abbiamo ancora tre ore, non di più.
Guardo le cordate più in alto che stanno salendo spedite verso la vetta: siamo circa a quota 3.600, ci mancano ancora quattrocento metri di dislivello e più o meno la stessa distanza in linea percorsa fino ad ora. La bella cresta affilata che dovrebbe portarci in vetta è molto lunga. Fin qui siamo saliti a circa duecento metri l'ora di dislivello: poco, troppo poco. E io, ora, non potrei che rallentare ulteriormente. Non saprei dire se è più il fiato che manca, l'eccessiva lentezza del nostro salire, o l'ansia del ritorno a scalfire pezzo a pezzo la mia motivazione.
Provo ad andare ancora un po' più su, Bruno incita a proseguire, ma a me è ormai evidente che per questa volta non ce la farò. Anche supponendo ottimisticamente di riuscire a mantenere lo stesso passo, non saremmo in vetta prima delle undici: tardissimo, anche in considerazione del fatto che la discesa sarebbe altrettanto impegnativa, con la neve ormai molle che rende i buchi nascosti ancor più pericolosi, il grande crepaccio da riscavalcare a rovescio, il temporale incombente alle spalle e la stanchezza accumulata durante la salita. No, il mio tentativo di aggiungere un nuovo anello alla catena dei miei 4000, a nove anni di distanza dall'ultimo successo, per oggi finisce su questa spalla di neve. Peccato. Ma almeno ho inaugurato la giacca nuova :-)

La nostra via di salita. La freccia indica il punto
dove è stata scattata la sequenza precedente

Insomma, la Weissmies dovrà aspettarmi almeno per un anno ancora. Perché è certo che, come sempre, non mollerò l'obiettivo.

Alle dieci e trenta siamo dunque nuovamente al rifugio. A mezzogiorno, puntali, grandi nuvole nere annunciate solamente da qualche leggera velatura iniziano improvvisamente ad avvolgere la Weissmies e l'orizzonte tutto. Le ultime cordate stanno scendendo (a dire il vero ne scorgiamo una in cerca di guai che sta ancora salendo).
Sulla terrazza del rifugio riavvolgo la corda, infilo la ferraglia nello zaino, indosso la mia t-shirt, mentre si alza il vento e il sole se ne va.
Ci incamminiamo verso la stazione della funivia. I ragazzini che ieri sera sono sono saliti a piedi di corsa dal paese indossano ora la giacca a vento e stanno chiedendo quanto costa la discesa. Naturalmente, loro la vetta l'hanno raggiunta in meno di tre ore.

Sorrido fra me e me. Sono soddisfatto. So che ho dato quello che potevo dare e, cosa più importante, ho finalmente rotto il ghiaccio. In tutti i sensi.
Mentre scendiamo a valle penso che l'avventura è ricominciata e che tutto sommato una giacca light da alternare alla mia gloriosa La Fuma gialla mi fa comodo. Forse devo solo studiare meglio gli strati da metter sotto a questa nuova North Face rossa e nera.

Certo sarà meglio alzare il sedere dalla scrivania e andare ad allenarsi un po' più spesso, va'...
00.43 del 29 Giugno 2006  
 
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