Orizzontintorno Carlo Paschetto
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27 Di neve a più trentacinque
LUG Viaggi verticali, Amarcord
Si tratta di un post del tutto autoreferenziale che, di fatto, scrivo quasi a mo' di appunti personali. Ecco, preferivo dirvelo fin d'ora, ché è assai probabile che non ve ne possa fregare di meno di questa storia. Ma la notte è lunga e liquida, di dormire non se ne parla e mi viene dunque bene per rimuginare un po' fra me e me.

Riflettevo sulla mia rinuncia di qualche settimana fa alla vetta della Weissmies. Mi è capitato raramente in passato di mollare a metà una salita, tanto più con le difficoltà ormai alle spalle. Così mi rimane addosso l'impressione di raccontarmela, e scavo per capire se sia vero quel che dice Bruno: "Tu avevi già deciso di rinunciare ancor prima di partire".
Vi avevo avvertito, è tutta fuffa, autoanalisi a fondo perduto per ingannare il caldo, un esercizio che ha giusto una qualche utilità per me: se è stata ansia preventiva meglio capirne il motivo, o al prossimo tentativo non cambierà il risultato. Anche perché, se c'è una cosa che so interpretare fin troppo bene è il mio stato fisico e io so che le gambe per arrivare fino in vetta, quella mattina, le avevo. Ma in crisi ero, eccome. E dunque.

A vent'anni ti portano in vetta le gambe e i polmoni. A trenta ti ci porta la tua sigaretta di vetta, infilata da ore in una tasca dello zaino, ché se te la fumi prima schiatti. A quaranta è la testa che ti porta su, soprattutto se hai smesso di fumare da parecchio. In realtà, che l'alta quota faccia parte di quegli sforzi aerobici sopportati molto meglio con l'avanzare dell'età, non l'ho certo scoperto io.
Comunque è vero: più gli anni passano, più è la testa a farti salire. E' il fluire dei tuoi pensieri, per cui lasci che ad occuparsi di condurre la salita siano il tuo passo, che ormai ben conosci e qualunque esso sia, e il ritmo del tuo respiro, che puoi anche dimenticarti di ascoltare; così come puoi salire da solo scordandoti del tuo compagno, lasciarlo al suo passo, salire con la sua presenza invisibile da qualche parte, senza preoccuparti del dove sia, ché non è importante: ciò che è importante è che ci sia.
Quando è possibile poi, e se sali con gli sci lo è quasi sempre, salire slegati fa sì che la tua testa abbia tutto lo spazio necessario per isolarsi definitivamente e portarti in vetta, passo dopo passo, tu con i tuoi pensieri e le gambe che salgono da sole. Io perlomeno, ormai da anni, salgo così.
E' per questo che, una volta fatto il primo passo, la mia via del ritorno passa sempre dalla vetta. A meno, naturalmente, di oggettivi ed evidenti fattori esterni al mio passo.
C'erano quei fattori quella mattina sulla Weissmies?

Ricordo un tentativo di salita solitaria alla Roccia Nera, più di dieci anni fa: a metà del ghiacciaio di Verra il calore mi schiantò letteralmente. Era luglio avanzato, ero partito all'alba da Milano e stavo salendo in giornata, cosicché era ormai metà mattinata quando mi trovai ad avanzare in mezzo alla neve fradicia di quel plateau infinito. La Roccia NeraIl sole picchiava verticale come solo in estate su un ghiacciaio a quota quattromila sa fare. Ero allenato, non fu la stanchezza a stroncarmi: fu proprio il calore.
Mi accasciai nella neve, solo. Guardai i pendii finali della Roccia Nera, distanti da me forse ancora un chilometro in linea d'aria, forse cinquecento metri. Non lo so, non riuscivo più ad essere molto lucido.
Il ghiacciaio di Verra è bastardo: se lo attraversi proveniendo dalla Gobba di Rollin, ti stai abbassando e perdi quota. Lasci alla tua sinistra il versante sud dei Breithorn e continui a scendere verso le basi del Castore e del Polluce. La Roccia Nera è laggiù, proprio poco prima del Polluce. Questo significa, però, che al ritorno dovrai risalire nuovamente almeno duecento metri di dislivello, a meno che tu non sia in traversata verso il Guide d'Ayas ed abbia intenzione di scendere a Champoluc. Di solito non è così, non fosse altro perché l'auto l'hai lasciata a Cervinia.

Così me ne stavo lì seduto in mezzo al ghiacciaio, completamente rincoglionito dal sole, fiaccato dal caldo e dalla neve molle, con qualche giramento di testa. Mi era chiaro che non ce l'avrei mai fatta a raggiungere la vetta e cercavo solo di mettere in fila i pensieri per riuscire ad alzarmi e tornare indietro. Indietro. Indietro. E dunque risalire. Risalire quei maledetti duecento metri fino alla Gobba di Rollin, dove avrei potuto finalmente iniziare la discesa verso valle.
Sentivo di non avere le forze per risalire quei duecento metri, ma non potevo certo fermarmi lì. Per qualche istante mi prese un po' di panico. Stavo male? Avevo bisogno di aiuto? In lontananza scorsi una cordata sul ghiacciaio, ma non era a tiro di voce. Provai ad alzarmi appoggiandomi sulla picozza. La testa continuava a girarmi, ma stavo in piedi. Mi girai. E iniziai la risalita.
Ci misi un'eternità, ricordo che arrivai in cima alla Gobba di Rollin che ormai era pomeriggio. Ma poco a poco mi ero ripreso. Una volta scollinato, bloccai gli attacchi degli sci e iniziai a scendere, piano, una curva dopo l'altra. Neve molle, pesante. La Roccia Nera ormai scomparsa alle mie spalle. Stupida ed inutile montagna, un brutto ammasso di rocce scure e neve, che volevo salire solo perché unico, fra i quattromila del gruppo, a mancare alla mia collezione.

Ci tornai due anni dopo con Francesco, salendo direttamente da Champoluc, e chiusi così la mia partita. Era proprio una montagna brutta ed inutile.

Sulla cresta sudest del Mönch il mio primo tentativo si infranse a due terzi della via. Francesco faticava con gli scarponi da sci - non esattamente quello che ci vuole per salire una classica via di misto con tratti di II e qualche singolo passaggio forse di III. Il MonchSalivamo assicurati, il tempo si stava rapidamente guastando e sulle ultime lunghezze di roccia non me la sentii più di tirare. Ero stanco e le nuvole mi stavano mettendo ansia. Di più, non era proprio il caso di progredire su quel terreno con Francesco senza gli scarponi giusti, e la discesa avrebbe richiesto tempo.
Una rapida occhiata alla vetta, ancora distante, ed una verso il basso. E dunque, faccia a valle.
Ci fermammo a dormire alla Mönchjochhutte. Tornai su con Cristiano due giorni dopo, questa volta fino in vetta, dopo aver divorato rapidamente i due terzi già percorsi in precedenza e di nuovo correndo per battere le nuvole. Fu una gran bella salita e feci tirare il passaggio chiave, dove mi ero bloccato due giorni prima, a Cristiano. In vetta il cielo si era già chiuso, ma tornammo giù abbastanza rapidi, e peraltro il temporale si dissolse senza scaricare. Alla base arrivammo che c'era di nuovo il sole.

Anche allo Strahlhorn sono dovuto tornare una seconda volta.
Nell'estate del '93, al mio primo tentativo, ero con Cristiano e Francesco con i quali avevo già salito l'Allalinhorn il giorno precedente. Attaccammo i sette chilometri del ghiacciaio dello Strahlhorn all'alba, dopo aver bivaccato sulla morena con le nostre tende. Non c'era una nuvola in cielo, una giornata stupenda.
Salivo ultimo nella cordata guidata da Cristiano. Le cordate a tre sono micidiali: ti uccidono il passo, perché se già è difficile trovare il giusto equilibrio nella progressione a due, in tre è impossibile. Per quanta corda tu possa lasciare in mezzo, c'è sempre uno che va troppo piano, o troppo forte, o troppo irregolare, o comunque sicuramente con un passo differente dal tuo, e non c'è nulla di più distruttivo in una salita che dura ore ed ore del non poterla affrontare con la tua testa ed il tuo passo. Perché in montagna si sale con la testa, molto prima che con le gambe. Se va su la testa, le gambe le vanno dietro, ma se la testa non c'è, addio cima. Matematico. E perché la testa ci sia è necessario innanzitutto che sia sgombra da qualunque condizionamento esterno, a partire dal cercare di tenere il passo in una cordata a tre.

Il ghiacciaio dello Strahlhorn è infinito ed è una maledetta trappola per alpinisti poco allenati: se lo ricorda bene Roberto, che mi accompagnò quattro anni dopo nella mia prova d'appello. Sette maledetti chilometri quasi totalmente in piano, pieni di buchi, buchetti e crepacci. StrahlhornUna sterminata conca a specchio che d'estate, nelle ore più calde, si trasforma rapidamente in una fornace. In fondo, sull'orizzonte, lo Strahlhorn: lo vedi sempre lì, non si avvicina mai. Tu vai avanti per ore e lui è sempre lì. E sai anche che quando sarai finalmente arrivato ai suoi piedi e ti sarai già bruciato buona parte delle tue energie e del tuo tempo, dovrai ancora salire praticamente tutto il dislivello fino in vetta, per poi tornare indietro, percorrere a ritroso i sette dannati chilometri, e ancora risalire di cento metri per tornare alla Britanniahutte, che si trova in cima ad un costone roccioso da cui domina il ghiacciaio.
Hai già capito, dunque, che lo Strahlhorn è meglio se riesci a salirlo subito al primo colpo. Ed è una gran bella montagna, credimi.

Insomma: quella mattina d'estate del '93 in testa alla cordata c'è Cristiano, poi Francesco, poi io. Che mi trascino, con ancora nelle gambe la stanchezza della salita all'Allalinhorn del giorno precedente e la visione distruttiva e immutabile dello Strahlhorn in fondo al ghiacciaio, sempre laggiù, apparentemente inavvicinabile. Il caldo. Le ore. E la stanchezza. E il passo spezzato in continuazione. Adesso basta.

Sono passate sì e no due ore da quando abbiamo lasciato la Britanniahutte. Mi sgancio dalla corda ed urlo a Francesco che mi fermo ad aspettarli. Non ce la faccio proprio più. Guardo Francesco e Cristiano allontanarsi sul ghiacciaio ed ora sono lì, naufrago solitario in mezzo a quella infinita piana bianca, rovente. Per quante ore dovrò restare in attesa?
Do un'occhiata intorno: meglio non azzardarsi a muoversi da soli, senza essere legati. Troppi buchi. E poi, con l'avanzare delle ore il caldo trasformerà completamente la neve in pappa, disseminando il percorso di trappole nascoste.

Solo. Sole. Fa un caldo bestia. Finisco rapidamente la scorta di tè. Ho con me qualche busta di concentrato di succo d'arancia in polvere. Ne apro una, la rovescio nella neve e mi faccio così una granita all'arancia.

Ormai sarà l'una del pomeriggio: sono completamente fuso. Chissà dove sono quei due, li ho persi di vista da diverse ore. Non ce la faccio più a stare lì, devo provare a muovermi, a tornare indietro da solo. Non è prudente, per nulla, lo so. Ma la nostra traccia è ancora ben visibile e in lontananza posso vedere la Britanniahutte sullo sperone. Devo solo ripercorrere a ritroso con molta cautela un chilometro di ghiacciaio, più o meno. Con cautela. Cautela.
Avanzo piano, passo dopo passo, attento ad appoggiare e a sentire la neve sotto al mio piede. Dove la neve cambia colore pianto la picozza per saggiare la resistenza e sentire se "c'è fondo": non so se serva a qualcosa, ma l'istinto mi dice di fare così.
Dopo circa un'ora sono completamente impantanato. Ho perso la traccia, ormai disciolta nella neve fradicia, e mi trovo in mezzo ad una zona che non mi piace per nulla, piena di buchi aperti. Non so che fare, tranne fermarmi nuovamente ed aspettare. Da qui, certo, senza essere legato non posso più muovermi.
Dopo un po' arriva un altro alpinista solitario. E' in difficoltà anche lui. Gli lancio la mia corda e ci leghiamo. Finalmente! Adesso possiamo proseguire: uno fa sicura mentre l'altro avanza in cerca della via d'uscita da quel labirinto. Tempo un'altra ora e siamo alla Britanniahutte a goderci il tardo pomeriggio davanti a una birra.
Francesco e Cristiano rientrano alle tende che è ormai buio. Francesco è arrivato in vetta, Cristiano ha mollato un'ora dopo di me e si è fermato ad aspettare Francesco.

Quattro anni dopo è la fine dell'inverno, e questa volta ho con me gli sci. Mi accompagna inizialmente Roberto: più o meno si ferma dove mi ero fermato io nel '93. Impreca contro il dannato ghiacciaio piatto, si slega dalla mia corda, si sgancia gli sci e mi dice "Vai pure, ti aspetto qui".
E proprio qui volevo arrivare, perché è esattamente a questo punto della storia che mi hanno portato le mie riflessioni questi giorni.

Quella mattina di fine inverno allo Strahlhorn partimmo che ancora non era l'alba. Faceva un freddo cane, come poche volte nella mia vita ho provato, ma la giornata si annunciava stupenda: un cielo che solo l'alta quota può regalarti in giornate così, dipinto di quel blu profondo e intenso, quasi nero, che precede il viola e poi il rosso, via via che l'alba avanza.
Un freddo cane sì, violento. Indosso il passamontagna, la maschera antivento e il cappuccio del piumino chiuso attorno agli occhi, ma il gelo mi entra lo stesso nelle ossa, attraversa tutti gli strati che mi separano dall'esterno e mi avvolge ovunque. Eppure sono motivatissimo: so che questa volta ce la farò. Sto bene, sono allenato, voglio la cima. Il ghiacciaio non mi spaventa più, so che sarà infinito, ma ormai lo conosco, ho preso le misure, e poi questa volta ho gli sci ed è inverno, i buchi non mi spaventano più. Lo Strahlhorn mi sorride sette chilometri più in là sull'orizzonte: la vetta sta iniziando a tingersi di arancione, il resto è color del gelo, grigio blu, con qualche venatura di rosa.
Ci abbassiamo, sci in spalla, lungo il sentiero che dalla Britanniahutte scende al ghiacciaio: quei famosi centro metri che al ritorno dovremo inevitabilmente risalire, di nuovo sci in spalla.
Poi la traccia, infinita, dritta, sul ghiacciaio piatto. E Roberto che dopo un'ora sbotta, vai pure, ti aspetto qui.
Sì, vado.

C'è qualche altra cordata, ma man mano che si avanza fa sempre più freddo e presto rimaniamo in pochi. Passano tre ore. Sono finalmente arrivato in fondo al ghiacciaio, l'ho lasciato alle mie spalle, e adesso sto risalendo i ripidi pendii iniziali del versante settentrionale dello Strahlhorn. Mi fermo e lascio giù gli sci, ormai non mi servono più. Anzi, mi alleggerisco e lascio quasi tutto, voglio far presto. Ho troppo freddo, è quasi insostenibile. Cento metri sotto di me stanno salendo altre due cordate e ne scorgo un'altra più in alto, forse mezz'ora avanti a me.
Salgo, slegato, solo. La neve è durissima, a tratti è quasi ghiaccio vivo. I ramponi graffiano la superficie, la picozza da piolet morde la neve con rabbia. Salgo, salgo, salgo. Inizio ad avvertire la stanchezza e la quota. Salgo. Mi fermo, respiro. Salgo altri trenta passi, mi fermo respiro. Poi altri trenta passi e ancora sosta. Adesso sto quasi per uscire sul filo di cresta finale, sono oltre quota quattromila. Alzo lo sguardo verso la cresta: è spazzata da un vento a jet che sale dall'altro versante. Il freddo fa davvero paura. Il termometro che ho legato allo zaino segna meno 32°.
Vento sulla cresta finale dello StrahlhornAll'improvviso mi rendo conto che sto ancora indossando i guanti leggeri di pile e che sono bagnati. Perché non me ne sono accorto prima? Non sento più la mano destra. Non me ne sono reso conto fino ad ora, o meglio, ci avevo sì fatto caso, ma la mia testa era altrove, stava già correndo verso la cima! Pazzesco!
Provo a massaggiare la mano, ma è dura come il marmo. Ho i guanti da sci nello zaino: decido di sfilarmi quelli di pile per cambiarli. Quello che vedo non mi piace per nulla, anzi, adesso sono davvero spaventato: la mano destra è bianca. Sì, bianca. Proprio come ho letto mille volte sui miei libri di alpinismo. I guanti da sci rimasti nello zaino sono gelati, come tutto il resto, così decido di rimettere quelli di pile, ma prima devo assolutamente fare qualcosa per la mia mano. La frego fra le gambe, la sbatto - letteralmente - contro la picozza e contro una roccetta che emerge dalla neve per vedere se avverto il dolore. Nulla. Anzi, devo stare attento e ragionare: se faccio così rischio di rompermela senza nemmeno accorgermene! Devo controllare il panico. Mi siedo nella neve e inizio a fregarla fortissimo fra le gambe, per almeno venti minuti, finché all'improvviso, finalmente, inizia a bruciarmi e a farmi un male cane, come se l'avessi immersa nei carboni ardenti. La guardo: adesso è rossissima. Bene! Sta riprendendosi, per fortuna me ne sono accorto in tempo! Un po' alla volta mi tranquillizzo.

Sto ancora un po' lì seduto nella neve. Guardo in alto: mancheranno forse cento metri alla vetta, al massimo tre-quattrocento in linea d'aria. Il vento soffia sempre violento e sulla cresta sopra di me spazza via la neve a raffiche. Il freddo apparente è spaventoso. Però non c'è una nuvola e l'orizzonte si perde all'infinito. Una cordata è appena arrivata in vetta. Non riesco a staccare gli occhi dalla cima... la decisione è presa: continuo, non lo mollo lo Strahlhorn. Non riuscirò più a tornare qui una terza volta, ad attraversare di nuovo quel maledetto ghiacciaio.

Esco finalmente sulla cresta e vengo quasi abbattuto dal vento. Devo salire gli ultimi cento metri strisciando e per fortuna la cresta è larghissima e non c'è alcun pericolo, a parte il ghiaccio vetro, per cui a tratti sembra di essere su una pista di pattinaggio.
Ancora un passo. Ancora un passo. Ancora un passo. Mi accascio sulla picozza, quasi mi sdraio nella neve per resistere al vento e al freddo. Respiro. E poi, ancora un passo, ancora un passo, ancora un passo. A circa venti metri dal traguardo incrocio la cordata che sta scendendo dalla vetta. Siamo alla base di una piccola paretina di ghiaccio, l'ultimo ostacolo. Mi faccio scattare una fotografia, in cima non avrò certo modo di usare l'autoscatto. Poi mi arrampico sulla paretina ed eccola, la cima. E' circa l'una del pomeriggio.
L'orizzonte è infinito, la giornata è splendida, il vento ha spazzato il cielo per centinaia di chilometri. Riesco solo a scattare una fotografia al Cervino e poi mi si congela la macchina fotografica. Non ho tempo per essere felice, devo scendere da quassù, immediatamente.
Percorro la sottile crestina di vetta ed arrivo alla paretina di ghiaccio, che scendo faccia a monte. Poi via, di corsa, letteralmente, giù dalla cresta con il vento che mi spinge alle spalle, e poi per il pendio di neve che mi riporta al punto dove ho lasciato gli sci e la mia roba. Calzo gli sci e ancora giù, giù, giù, lontano da quell'inferno di gelo e vento.
Quando raggiungo infine Roberto lo trovo in maglietta, sdraiato nella neve intento a prendere il sole: sono le due del pomeriggio, quaggiù l'aria è completamente immobile e il ghiacciaio è esattamente la fornace che ricordavo. Sembra incredibile che solo un paio d'ore fa stessi rischiando un congelamento in quella specie di galleria artica del vento.
Ci aspettano la risalita alla Britanniahutte e poi oltre mille metri di discesa fino a Saas Fee con una neve da favola.

Ecco, ripenso adesso al mio Strahlhorn, una delle mie salite più belle. Cos'è che mi ha portato in cima (e riportato a casa) quel giorno, e che invece mi è mancato sulla Weissmies? E i miei primi tentativi alla Roccia Nera, al Mönch ed allo Strahlhorn sono andati a vuoto per ragioni e condizioni analoghe a quelle incontrate sulla Weissmies? Se è così, perché sono qui a ripensarci in continuazione?

Se cerco di mettere a fuoco le mie emozioni ad anni di distanza, mi rendo conto che in nessuna di quelle tre occasioni fallite la mia testa era concentrata sull'obiettivo. Non ci credevo, punto. Certo non allo Strahlhorn nel '93: la stanchezza accumulata il giorno precedente e il maledetto ritmo della cordata a tre avevano minato la mia motivazione fin dalla partenza. Quando lasciammo il bivacco io già sapevo, dentro di me, che non sarei mai arrivato in cima. Solo, non mi fermai ad ascoltarmi. Quando invece tornai con Roberto, quattro anni dopo, ero assolutamente certo che avrei calpestato la neve della vetta.
E così sulla Roccia Nera: certo, fu il colpo di calore a stroncarmi, ma la verità è che io non ero tranquillo fin dalla partenza. Ero da solo e avevo paura. Avevo già fatto qualche salita solitaria, psicologicamente non era per me una prima, ma evidentemente quel giorno la mia testa non mi aveva seguito. Càpita. Il caldo non fece altro che dare il colpo di grazia a una motivazione non sufficiente.
E sul Mönch? Paura, di nuovo. In fondo questa è la verità. Tiravo io, Francesco non era in grado di farlo: non aveva né gli scarponi adatti, né l'esperienza e del resto non era certo tranquillo nemmeno lui. Inevitabilmente, i suoi timori si riflettevano e contribuivano ad aumentare i miei. E poi quel cielo che non prometteva nulla di buono: certo, tante cordate stavano ancora salendo, e progredivano al triplo della nostra velocità, ma questo non era altro che un segnale in più che fossimo noi a trovarci nel luogo sbagliato. Dovevamo scendere, basta.
Quando due giorni dopo tornai su con Cristiano il tempo non era poi così diverso, anzi. Ma lui era tranquillo, era più forte di me, era in grado di darmi il cambio come capocordata. Risultato: a pari condizioni, arrivammo in vetta senza alcun problema. Io non ero certo più forte, né più allenato di due giorni prima. Adesso era la testa, però, ad esserci. E la consapevolezza, fin dalla partenza, che sarei arrivato in vetta. La verità è che due giorni prima io sapevo benissimo, dentro di me, che non avremmo mai raggiunto la cima.

Sì, se mi fermo a pensarci, in qualche modo Bruno ha letto giusto: io sapevo fin dalla partenza che non sarei mai arrivato in vetta alla Weissmies. E credo anche di conoscere il motivo: non sono riuscito a liberarmi della paura di non poter battere il temporale.
La verità è che se io ci fossi stato con la testa, le gambe per batterlo, quelle sì, ci sarebbero state eccome. Ma non ci ho creduto. E così sono partito lento e ho continuato a salire ancor più lento, in qualche modo rassegnato. Le difficoltà nel passare i crepacci, poi, dovute più che altro alla disabitudine all'ambiente d'alta quota che mio malgrado ho maturato in questi anni, e il conseguente timore del doverli riattraversare sulla via del ritorno, hanno fatto il resto. Davanti al grande seracco io mi ero già arreso, prima ancora di scavalcarlo. Il fatto, poi, di esserci riuscito non mi ha certo tranquillizzato, anzi. Salendo, da lì in avanti, nella mia testa ormai non c'era più la cima della Weissmies, ma solo il problema del dover riattraversare quel crepaccio a rovescio. Ho fatto gli ultimi centro metri aspettando solo il momento buono per dire a Bruno "ora basta".
E infine posso anche metterci la giacca a vento nuova: avevo freddo, non mi sentivo a mio agio e di certo c'è anche stata un po' di classica superstizione alpinistica, per cui il trovarmi lì senza la mia amata giacca a vento, solo per un'assurda dimenticanza, è stato un elemento di fastidio in più che ha contribuito a minare la mia determinazione.

Certo, col senno di poi, forse, non ce l'avremmo fatta comunque ad arrivare in vetta in tempo: tutto sommato, di questi tempi l'allenamento è quel che è, prossimo a zero. Certo, la via di salita non era poi così banale come ci attendevamo e il ghiacciaio era molto aperto. Certo, io ero davvero stanco e la notte precedente non avevo chiuso occhio. Ma la verità è che quella stanchezza era dovuta alla sfiducia, non a tutto il resto.

Ecco, ho trovato la mia risposta: sfiducia. Devo solo ritrovare quella confidenza con il mio ambiente che ho quasi dimenticato. Perché io mi conosco, e conosco fin troppo bene la mia testa e le mie gambe. Io lo so: le gambe per salire c'erano, quel giorno sulla Weissmies.
01.44 del 27 Luglio 2006  
 
7 commenti pubblicati
Ciao, sono sempre andato in montagna ma a camminare d'estate altezze sui 3000 max, poi ho scoperto il ghiaccio e lo sci alpinismo, e l'anno scorso alla tenera età di 52 anni mi sono scoppiato e sono scoppiato Ishinca e Pisco con un campo 1 dell Huascaran più ameni passaggio oltre i 5000 dell'altavia della cordilliera blanca in Perù. Che dire, per allenamento mi sono fatto il Rosa ed è stata dura, poi in perù acclimatamento per 3 gg dai 3600 ai 4300, 6 ore di salita ed ecco il 5530 dell'ishinca con tanto di condor ad accoglierci, il mio fisico ha retto? si ma è stata dura, direi una salita di testa, ne valeva la pena? certo!eccome! La gioia di esserci la soddisfazione massima di esserci arrivato con le mie gambe senza soffrire più di tanto, se non il fiato che non c'era e quindi di conseguenza la salità l'ho rallentata al fine di non scoppiare.
Poi il Pisco a 5740 sempre più in alto, altre 6 ore di salita su ghiaccio, con un bel passaggio di picozza e corda, anche qui fiato corto ma le gambe reggevano bene, infatti la nostra cordata ha superato altre che ci precedevano.
Un consiglio se fate del trekking sui 3000 ed ne avete messo in cascina vari di più giorni con 8/10 ore di onorevole sudata camminata, i 5000 sono alla vostra portata, basta acclimatarsi e per far ciò bisogna salire e scendere dai 3400 ai 4500, ottima palestra è il rosa, poi senza lasciar passare più di 10 gg tentare il 5000/6000, acclimatarsi acclimatarsi il respiro è corto ma ne vale la pena. Ricordarsi che il limite molte volte è solo mentale non fisico, provare per credere.
L'ha detto bato, 31 luglio 2006 alle 11.59
Bato, se dai un'occhiata al sito scoprirai che un po' di esperienza himalayana l'abbiamo. I 5000 li abbiamo già alle spalle da qualche anno ;-)
Io mi occupo di alta quota da molti anni, peraltro. E' solo che da qualche anno, per motivi di lavoro, familiari, ecc, ho dovuto quasi arrestare l'attività e adesso sto cercando di riprendere un po', ma l'alta quota è sempre stata il mio mondo.
L'ha detto Carlo, 31 luglio 2006 alle 13.23
Avendo da poco scoperto il sito di Carlo e Emanuela ed essendo citato direttamente nell'articolo aggiungo due righe. Quando non vai più in montagna dopo averla frequentata per molti anni è chiaro che la confidenza con le situazioni incontrate diminuisce. Se poi hai moglie e figli a casa e stai facendo una salita in notturna in solitario allora qualche pensiero "fuorviante" su chi ti aspetta a casa può emergere naturalmente.
Penso che il modo migliore sia quello di svuotare la mente e lasciare passare i pensieri che non hanno a che fare con quello che stai facendo, concentrandosi solo sull'attività di quell'istante attingendo dalla propria esperienza.
DAI CARLO CHE QUANDO CI TORNI METTI UNA X ANCHE SULLA WEISSMIES !!
L'ha detto Cristiano, 3 agosto 2006 alle 14.53
Posso dire che sono quasi commosso? Questa sì che è davvero una gran bella sorpresa!
L'ha detto Carlo, 3 agosto 2006 alle 16.02
Sono contento di averti fatto commuovere. Anche per me è stata una bella sorpresa trovare un sito così completo in cui si parla di esperienze fatte assieme in passato. Magari un giorno si tornerà assieme sull'ennesimo 4000. Sentiamoci per mail a settembre dopo le ferie per una birretta. Per ora Buon Viaggio !
L'ha detto Cristiano, 3 agosto 2006 alle 17.31
Ti confesso mi spaventa quando scrivi che "una volta fatto il primo passo la mia via passa per la vetta".
A me è capitato molte volte di rinunciare ad una cima, per fattori esterni (tempo, condizioni della montagna) o interni (insicurezza, mancanza di fiducia, stanchezza) o per una combinazione dei due tipi di fattori.
Ho avuto comunque anche la fortuna di completare con successo molte salite nelle alpi, più o meno difficili, sopra e sotto i 4000, da solo e in compagnia.
Essere nel giusto stato emotivo è per me ugualmente importante che trovare il bel tempo o la neve sicura, perchè siamo umani.
Penso che la cosa importante sia, durante una ascensione, osservare cosa succede, fuori e dentro se stessi, ed essere capaci di decidere se è meglio tornare indietro finchè si è in tempo per farlo sulle proprie gambe.
ciao e in bocca al lupo per le prossime salite!
L'ha detto zeno, 8 agosto 2006 alle 16.40
Zeno, era esattamente il senso della storia...
L'ha detto Carlo, 8 agosto 2006 alle 18.36


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