Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Kupelo e Ziskasan compresi..
OTT Viaggi fra le note
Che poi, certi post - siam sempre lì - andrebbero scritti nel momento esatto in cui li hai in testa, non con giorni o settimane di ritardo. Almeno prendessi appunti.
Si diceva (e se non si diceva lo dico adesso) del fatto che ho avviato da qualche settimana una campagna di digitalizzazione globale totale di tutto ciò che ho in casa e che produce suoni. Ah, ecco, non lo si diceva direttamente, ma era implicito in questo. E dunque.

La situazione attuale è che ho caricato sull'iPod quasi milletrecento album, attribuibili a poco meno di cinquecento autori, per un totale di oltre quindicimila tracce.
Il parco CD è stato naturalmente trasferito in toto (uhm, a dire il vero me ne mancano una decina ancora per i quali il mio stomaco e la mia coscienza non riescono proprio a dare il nulla osta a procedere; anzi, a pensarci son certo che l'iPod stesso si rifiuterebbe di immagazzinarli). Per quanto riguarda vinile e cassette la situazione è più complessa. Un po' ho ricomprato direttamente sul web, un po' ho "cercato" qua e là, anche perché ho in archivio cose davvero irreperibili in digitale, bootleg soprattutto. C'è anche da dire che, grazie ad un'approfondita e sistematica "ricerca", sono riuscito a recuperare roba che francamente mai più pensavo qualcuno si fosse preso la briga di riconvertire dall'analogico, tanto meno di condividere in rete.
Non so, ad esempio l'EP che Stewart Copeland pubblicò nel 1980 con lo pseudonimo di Klark Kent, una rarità già ai suoi tempi. Certo, averlo sull'iPod non rende giustizia al vinile verde originale, ma tant'è la questione è out-of-scope, oppure mettiamo in discussione l'obiettivo finale in toto: avere il mio intero archivio sempre a disposizione, tranquillamente stivato nei 140 grammi del mio iPod. Immediatamente accessibile: che io sia in macchina, in albergo, in ufficio davanti al pc, nella sala di attesa di un aeroporto.
Perciò, il 10" in vinile verde di Klark Kent e tutti i suoi cugini rossi, trasparenti, a pois e nei formati più strani rimarranno gelosamente conservati negli scaffali della mia libreria, ma in pensione. Ché la verità è che altrimenti non li ascolterei comunque mai più.
E finiamola con 'sta storia della poesia del fruscio di sottofondo: a me il fruscio stava già sulle palle ai tempi del vinile, figuriamoci ora.

Comunque: a conti fatti, mi mancano ancora una quarantina di LP su vinile, quasi tutti bootleg dei Police, ed una settantina di cassette per altrettanti album, anche in questo caso con predominanza di rarità, strane compilation, roba più o meno underground anni '80. Fra un po' getterò la spugna e mi avventurerò nella faticaccia di digitalizzare da solo quel che resta, a manina e armato di santa pazienza.

Approfittando di questo processo revisionistico e nichilista, che mi traghetterà definitivamente dentro al nuovo millennio e che, così su due piedi, paragonerei all'altro grande passo che feci tre anni fa, da qualche settimana sto navigando in mezzo a roba che non ascoltavo da anni ed anni, in qualche caso anche da più di venti (gulp!); per non dire che ho scoperto titoli che nemmeno sapevo di avere, presumibilmente regali di qualche festa liceale di compleanno, ma magari anche no, o addirittura autori di cui non ricordavo l'esistenza. Di alcuni album che mi son venuti in mano potrei dire (quasi) con certezza di non averli mai ascoltati.
C'è poi tutto il tema delle riscoperte, tipo ehi, mi ero completamente dimenticato di quanto fosse bello 'sto pezzo, oppure ma tu guarda, 'sti qua erano avanti di vent'anni. In effetti, vent'anni fa io non li capivo.

Perché il punto è che, tanto che ci sono, riascolto. O forse dovrei dire riesumo. Non tutto certo, anzi, ché il tempo è quel che è e perlopiù lascio che il pc pensi da solo a scaricare, organizzare e ricaricare sull'iPod, mentre io contemporaneamente lavoro o faccio altro. Ma qua e là riascolto sì, zappo da un brano all'altro casualmente, mi perdo con meraviglia nel cover flow delle centinaia di copertine che ruotano sul display LCD, a tratti riassocio elementi a pezzi di vita passata. Qualche volta mi ci addormento la sera in albergo: spengo la luce, mi infilo le cuffiette e inizio a scorrere la ruota infinita delle immagini di copertina, fermandomi a caso dove capita.

Ah, sì: la ricerca sul web delle immagini di copertina è poi tutta un'altra storia, ma di questa magari ne parliamo a parte, eh? Perché, sia chiaro: non esiste caricare un album senza la sua copertina, altrimenti mi si rovina il cover flow. E, sempre a proposito: tag tutti a posto, ché sennò mi innervosisco. Perlomeno: autore, titolo brano, titolo album, anno di pubblicazione (originale, non il remaster!), genere, numero traccia, numero dischi (tipo: l'originale è un doppio? Triplo? Quadruplo?).
Insomma, un lavoraccio.

Comunque, a parte ciò.

Quando, complici anche alcuni amici che ti hanno riversato dozzine e dozzine dei loro album per permetterti di completare alcune discografie, ti ritrovi a disposizione oltre quindicimila tracce fra cui scegliere, cinquecento autori, cinquanta generi diversi - dalla classica al technofolk post-industriale - insomma, capisci? E' tutto lì, in quei centoquaranta grammi: tu schiacci un tasto e puff, stai ascoltando - che so - A home away dei Tuxedomoon, e mentre ascolti continui a navigare senza bussola fra le copertine, schiacci un altro tasto e puff, ti ritrovi in mezzo a Plotted courses degli Spokane, e ti stai ancora chiedendo chi diavolo siano gli Spokane che il tuo dito ha già premuto White of the eye, part 29 - part 29! - di Nick Mason e Rick Fenn, pescando una a caso delle oltre duecentocinquanta tracce racchiuse fra i ben 18 cd contenuti nel cofanetto A tree full of secrets, che raccoglie - pare - tutto ciò di cui i Pink Floyd, sia come gruppo che come solisti, abbiano lasciato una traccia registrata su qualche nastro e che non sia *mai* stato pubblicato in un album ufficiale.
Cioè, ti rendi conto? Diciotto cd di Pink Floyd inediti e, credimi, c'è dentro l'inimmaginabile, tipo, per dire, tutti i demotape realizzati per la pubblicità di Pink Floyd a Pompei. Quanto mi ci vorrebbe ad ascoltare tutti e diciotto i cd di fila? N.B. La part 34 è meravigliosa, la 35 inizia con due rutti, una pernacchia ed un grugnito: i Pink Floyd hanno preceduto Elio di almeno vent'anni.

A parte e tutto ciò premesso, appunti di viaggio in ordine sparso. Magari da qui in avanti aspettatevi qualche update.

E' un fatto: in quarant'anni di carriera gli Stones non hanno centrato una copertina. Fan tutte schifo. Francamente ci si potrebbe aspettare un po' più di impegno dalla band più longeva e probabilmente più popolare del pianeta.

La prima volta che ho ascoltato Anime salve di De André ho pensato immediatamente che era strano, sembrava una canzone uscita dalla penna di Ivano Fossati, ti saresti aspettato che fosse lui a cantarla. In effetti, di lì a poco è entrata la voce di Ivano Fossati in controcanto su quella di De André e un brivido mi ha percorso la schiena.
E' passato qualche anno, ma Anime salve mi fa venire sempre la medesima pelle d'oca. Potrei ascoltarla a ripetizione per trenta volta di seguito: mi verrebbe la pelle d'oca per trenta volte e vorrei ascoltarla la trentunesima. Senza alcun dubbio, nella top ten fra le quindicimila tracce.

A dirla tutta, l'intero album - Anime salve, intendo - è stratosferico. Per quanto mi riguarda, e so che molti puristi di De André storceranno il naso, la trilogia Creuza de ma, Le nuvole ed Anime salve stacca di un pezzo tutto il resto della discografia ed è fra le migliori cose mai prodotte in Italia. Dirò di più: in termini di world music e/o canzoni d'autore, perché di questo si tratta, complessivamente sono album di livello internazionale.

Sono passati quasi trent'anni da quando Brian Eno e David Byrne hanno collaborato per My life in the bush of ghosts. Quell'album è pazzesco: erano davvero avanti anni luce. Lo ascolti oggi e pensi che se lo facessero uscire adesso sarebbe considerato un album di avanguardia. Io non riesco a stare fermo quando lo ascolto, ti assicuro. Non ci riuscivo allora, non ci riesco oggi. Mi capita di essere a letto al buio, una di notte, sto ascoltando Regiment e non riesco a star fermo. E' peggio che aver la febbre alta. My life in the bush of ghosts è un album visionario ed è un capolavoro assoluto. Purtroppo devo ammettere che quello nuovo, per quanto sia indubbiamente un bel lavoro, non è all'altezza.

Ricordavo solo vagamente che De Gregori (discografia completa) e Venditti (fondi di magazzino sparsi qua e là) avessero fatto un album insieme negli anni '70, Theorius campus. Leggo su Wikipedia che nell'album Sotto il segno dei pesci (celo e non me ne vergogno, è uno dei primi album della mia vita e secondo me continua ad essere un bel lavoro) con il brano Francesco Venditti chiede scusa a De Gregori per qualche incomprensione che compromise l'amicizia fra i due. Non solo: i "partirono in due" del mitico brano Bomba o non bomba (avevo tredici anni, la cantavo in macchina con i miei quando si partiva per qualche viaggio!) erano proprio Venditti e De Gregori.
A proposito e per la precisione: io Venditti lo odio. De Gregori è un mio must.

Degli U2 ho talmente tanta roba che così su due piedi, vuoto per pieno, potrei dire di non averne mai ascoltata almeno una buona metà: bootleg di tutti i generi, ma anche l'ultimo album, che ho acquistato solo per un mero motivo di collezionismo.
Non li ascoltavo davvero da tanto tempo. Gli U2, nel mio panorama musicale, hanno attraversato fasi alterne di innamoramento assoluto e rigetto totale. Posso quasi certamente dire di essere stato fra i primi, in Italia, a scoprirli: fin dai tempi di Boy, l'album di esordio del 1980. Suonavano addirittura come gruppo di supporto ai Police, che invece, come i lettori più assidui del blog ben sanno, sono stati il pilastro fondamentale della mia esistenza. Insomma, quando nel 1983 uscirono in Italia War e il singolo Sunday Bloody Sunday che di colpo li lanciarono nell'olimpo delle hit parade, io già li ascoltavo da un bel po'. Ricordo anche molto bene una gita scolastica in quinta liceo con Sunday Bloody Sunday che praticamente ne era la colonna sonora portante.
C'ero al palasport di Milano nel 1984, quando gli U2 vennero per la prima volta in Italia. Era appena uscito The unforgettable fire. Avevo addirittura portato clandestinamente dentro al concerto un piccolo registratore a minicassette, ma la registrazione venne uno schifo perché passammo tutto il tempo a ballare.
Per me gli U2 han toccato due volte l'apice della loro vena. Prima con The Joshua tree, poi con Achtung baby. In verità e controcorrente, amo molto anche Rattle and hum. Comunque, dopo, il nulla.
Ho smesso di ascoltare gli U2 più per overdose, probabilmente, che per altre ragioni. Erano parecchi anni che non erano più nelle mie playlist, salvo il classico primo ascolto ad ogni nuova uscita. Non ho mai interrotto la collezione, questo no, e del resto ogni tanto continua ad arrivarmi qualche bootleg. Però, detta proprio francamente, qualunque fosse la ragione, non li sopportavo più. Cioè: non ne avevo proprio più voglia, zero.
Ad agosto è arrivato il loro turno. Nel giro di un paio di giorni ho trasferito sull'iPod tutto quello che ho in archivio, tranne Thank you too for the fire, il doppio LP del concerto a Milano dell'84 (che contiene anche il singolo di Pride stampato su vinile verde) ed alcuni nastri che contengono altri bootleg. Ho cliccato sopra una qualunque delle centinaia di tracce che stavo caricando, così, tanto per verificare la qualità della conversione. Uhm... quant'è che non riascolto Joshua? Poi, un po' alla volta, sono risalito fino a Boy. Accidenti, erano davvero bravi. Forse ascolterò l'ultimo album, ora.

No, con i Police non ho affatto finito, tutt'altro. Ho talmente tanta roba che è un lavoro interminabile. Soprattutto, ho un casino di LP, rarità varie, nastri, tutta roba introvabile in digitale. Ad esempio, ho un quarantacinque giri comprato a New York nel 1991 che contiene un'intervista a Copeland su un lato ed una versione alternativa di Message in a bottle sull'altro. Ne ho un altro comprato a Londra nel 1984: formazione originale, con Henry Padovani al posto di Andy Summers. Non so se mi spiego. Ed ancora un altro singolo, Western pasta, dei Flying Padovani's. Ho il mitico doppio LP Budokan radio on, ed un Live in Chile dove c'è l'unica versione nota di No time this time mai suonata dal vivo.
Ho già trasferito, suppergiù, una cinquantina di album, e comunque nel cofanetto Message in a box c'è già tutto quello che è stato ufficialmente pubblicato, senza alcuna esclusione, B-side e partecipazioni comprese. Per ripassare è già più che sufficiente. A tirar su i bootleg mi ci metterò più avanti con calma, ché quelli sì li conosco uno per uno a memoria (anche se non li ascolto da vent'anni...).

Poi, potrei chiedermi se mai ascolterò tutti i ventidue album di Ivano Fossati. Tipo che è riuscito a farne più di De Gregori. A proposito, ma voi lo sapevate che Jesahel (1971) era dei Delirium e che nei Delirium suonava Ivano Fossati? Scoperto sull'inevitabile Wikipedia. Celo, comunque.

Nel 1989 Walzer d'un blues di Adelmo e i suoi Sorapis (Zucchero, Dodi Battaglia, Maurizio Vandelli, Umbi Maggi dei Nomadi) mi sembrava un gran bel disco, addirittura una rivelazione messianica. Oggi mi sembra una gran bella schifezza. Incredibile: l'ho trovato in digitale, anche lui.

Non so perché, ma che Cherry blossom girl fosse degli Air (discografia completa: ad occhio ne ho ascoltato solo il 50%) l'ho realizzato solo adesso. Ed ora ditemi, o non ci dormo: perché Cherry blossom girl è famosa?

Alberto Fortis (un po' di roba in ordine sparso) non è stato capito abbastanza. Ivan Graziani (the best of) era un genio: ne ho sempre avuto il sospetto, riascoltarlo oggi è una rivelazione.

La vie en rose nella versione di Grace Jones è spaziale. Grace Jones ha una personalità spaziale. Gli album di Grace Jones meritano la loro stella, tutti. Ascoltare in fila tutti gli album di Grace Jones: du' palle.

Anthony & The Johnsons a me non fanno impazzire. I Coil mi piacciono invece un casino. All'alba dei quarantaquattro anni sto per entrare nel mio periodo elettronico, vi avverto. In effetti, a quindici andavo pazzo per la versione di On the road again dei Rockets (celo), a sedici compravo gli album dei Tangerine Dream (celo, celo), a venti mi intrippavo con i Tuxedomoon (celo, celo celo) a palla. Non puoi sottrarti al tuo destino.

Però, come la mettiamo: i Chemical Brothers (celo) fanno elettronica? Non lo so mica se mi piacciono i Chemical Brothers. Da riascoltare con calma.

Non posso crederci: ho trovato un torrent di Viene el chaparròn degli Huara. Avevo comprato la cassetta nel 1990 a Punta Arenas, nella patagonia cilena. Ho consumato quel nastro nel walkman durante tutto il mio viaggio solitario attraverso la Patagonia, potrei dire che è una delle colonnne sonore della mia vita. Erano davvero anni ed anni che non lo ascoltavo, perlomeno una quindicina. Mi sono quasi commosso. Trovare la copertina dell'album nel formato vero (quadrato), invece, è una impresa quasi impossibile. Googlate per credere. Mi viene il dubbio che esista solo su cassetta.

Se sei stato un fan, ma di quelli veri, dei Genesis (li ho tutti, su LP e poi ricomprati su CD: ovviamente contano comunque solo quelli con Peter Gabriel) prima o poi dai Marillon ci sei passato. Quelli di Fish, però, ché il resto è aria fritta. Così clicco sul brano di apertura di Thieving magpie, che è poi la Gazza ladra di Rossini rivisitata in chiave solo un po' più ritmata. Sono al buio come al solito, ed è bello in questi casi: Thieving magpie è un album dal vivo, di quelli fatti bene, con tutto il pubblico che canta in primo piano e le mani che battono sul tempo di Rossini, così ti sembra di essere lì allo stadio e ti lasci trasportare. Vedi le luci spente e le gradinate al buio, la Gazza ladra che va avanti in sottofondo, il pubblico che batte a tempo, la band che ancora deve salire sul palco (mi viene in mente per associazione un'altra grande "intro": Take the A train di Duke Ellington, utilizzata dai Rolling Stones per aprire il concerto di Still life). Poi piano piano Rossini va scemando, il pubblico inizia a fischiare e quindi scoppia il boato: il palco si è illuminato, i Marillon sono lì. Appena quattro note accennate di solo pianoforte che rompono gli applausi, e poi attaccano a tutta birra Slainte mhath.
Molto bello, ancora oggi dopo vent'anni tondi.

Perché mai ho così tanti album (tutti??) dei Level 42?

Powaqqatsi è più bello di Koyaanisqatsi che è più bello di Naqoyqatsi. Io sono in grado di ascoltarli tutti e tre di fila. L'ho fatto più di una volta.
Sì, probabilmente avete ragione.

I Curved Air li metto sotto rock progressivo?

E poi: Gavin Bryars, ma sotto che cazzo accidenti di genere lo classifico?

[continua?]
01.00 del 01 Ottobre 2008  
 
6 commenti pubblicati
"C'ero al palasport di Milano nel 1984, quando gli U2 vennero per la prima volta in Italia. "

Era al Tenda.... il Palasport era crollato per la neve.
L'ha detto Cecco, 1 ottobre 2008 alle 11.32
Hai ragione! E non solo, mi viene un altro dubbio... non era per caso il 1985? Sarei quasi certo di aver visto i Clash e gli U2 lo stesso anno, ma i Clash li ho in mente proprio al Palasport (avevano deciso di tornare al punk "duro" e il concerto finì con una pioggia di sedie divelte lanciate sul palco; ricordo che quando attaccarono Rock in the casbah nessuno la riconobbe per cinque minuti buoni :-), mentre gli U2 erano sì al Tenda.
Comunque il 1985 fu certamente l'anno del primo Sting da solo a Milano, sempre al Tenda.
L'ha detto Carlo, 1 ottobre 2008 alle 11.50
C'ero anch'io ai Clash.. ed era 84, concerto non memorabile.... poi nell'85, Febbraio U2 quello si' memorabile.... ho ancora in giro il biglietto,e il tabe di "Thank U2 for the fire".
L'ha detto Cecco, 1 ottobre 2008 alle 13.35
Ecco cosa mi fai tornare in mente: novembre 1979, Club 77 di Pavana (adesso c'è una salumeria al suo posto), avevo 12 anni. Guccini e I Nomadi stavano provando le canzoni di Album Concerto e io tutti i giorni ad ascoltare le loro prove. La mia iniziazione musicale.

L'ha detto gianni, 1 ottobre 2008 alle 14.02
Questo "Viaggio tra le note" sta lentamende riesumando veramente tante cose: ad esempio la prima canzone in inglese di cui ho memoria. Trattasi di "Black is Black", ero a casa di un amico poco più grande, io avevo 10 anni, correva l'anno 1977 e lui orgogliosamente mise sul giradischi la famosa traccia. Considerato l'anno sono quasi certo si trattasse della versione eseguita dal gruppo "Belle Epoque" e non dell'originale dei "Los Bravos" del 1966...
L'ha detto gianni, 1 ottobre 2008 alle 19.05
Io sono quasi certo che la mia cinquina iniziale - mia proprio mia, esclusi quindi i 45 giri e gli album di papà e mamma - fosse Samarcanda di Vecchioni, Made in Japan dei Deep Purple, Saturday night fever, original soundtrack ovviamente, Sotto il segno dei pesci di Venditti e qualcosa che non ricordo dei Pooh. Ecco, questo sì che è curioso: da ragazzino ero malato dei Pooh e al biennio avevo già qualche loro LP. In casa oggi non ci sono più e da un punto di vista strettamente personale ed affettivo è comunque un peccato. Chissà che fine hanno fatto. Forse li ho venduti.
L'ha detto Carlo, 1 ottobre 2008 alle 19.17


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