Che poi, certi post - siam sempre lì - andrebbero scritti
nel momento esatto in cui li hai in testa, non con giorni o settimane
di ritardo. Almeno prendessi appunti.
Si diceva (e se non si diceva lo dico adesso) del fatto che ho avviato
da qualche settimana una campagna di digitalizzazione globale totale
di tutto ciò che ho in casa e che produce suoni. Ah, ecco,
non lo si diceva direttamente, ma era implicito in questo.
E dunque.
La situazione attuale è che ho caricato sull'iPod quasi milletrecento
album, attribuibili a poco meno di cinquecento autori, per un totale
di oltre quindicimila tracce.
Il parco CD è stato naturalmente trasferito in toto (uhm,
a dire il vero me ne mancano una decina ancora per i quali il mio
stomaco e la mia coscienza non riescono proprio a dare il nulla
osta a procedere; anzi, a pensarci son certo che l'iPod stesso si
rifiuterebbe di immagazzinarli). Per quanto riguarda vinile e cassette
la situazione è più complessa. Un po' ho ricomprato
direttamente sul web, un po' ho "cercato" qua e là,
anche perché ho in archivio cose davvero irreperibili in
digitale, bootleg soprattutto. C'è anche da dire che, grazie
ad un'approfondita e sistematica "ricerca", sono riuscito
a recuperare roba che francamente mai più pensavo qualcuno
si fosse preso la briga di riconvertire dall'analogico, tanto
meno di condividere in rete.
Non so, ad esempio l'EP che Stewart Copeland pubblicò nel
1980 con lo pseudonimo di Klark Kent, una rarità già
ai suoi tempi. Certo, averlo sull'iPod non rende giustizia al vinile
verde originale, ma tant'è la questione è out-of-scope,
oppure mettiamo in discussione l'obiettivo finale in toto: avere
il mio intero archivio sempre a disposizione, tranquillamente
stivato nei 140 grammi del mio iPod. Immediatamente accessibile:
che io sia in macchina, in albergo, in ufficio davanti al pc, nella
sala di attesa di un aeroporto.
Perciò, il 10" in vinile verde di Klark Kent e tutti
i suoi cugini rossi, trasparenti, a pois e nei formati più
strani rimarranno gelosamente conservati negli scaffali della mia
libreria, ma in pensione. Ché la verità è che
altrimenti non li ascolterei comunque mai più.
E finiamola con 'sta storia della poesia del fruscio di sottofondo:
a me il fruscio stava già sulle palle ai tempi del vinile,
figuriamoci ora.
Comunque: a conti fatti, mi mancano ancora una quarantina di LP
su vinile, quasi tutti bootleg dei Police, ed una settantina di
cassette per altrettanti album, anche in questo caso con predominanza
di rarità, strane compilation, roba più o meno underground
anni '80. Fra un po' getterò la spugna e mi avventurerò
nella faticaccia di digitalizzare da solo quel che resta, a manina
e armato di santa pazienza.
Approfittando di questo processo revisionistico e nichilista, che
mi traghetterà definitivamente dentro al nuovo millennio
e che, così su due piedi, paragonerei all'altro grande passo
che feci tre anni
fa, da qualche settimana sto navigando in mezzo a roba che
non ascoltavo da anni ed anni, in qualche caso anche da più
di venti (gulp!); per non dire che ho scoperto titoli che nemmeno
sapevo di avere, presumibilmente regali di qualche festa liceale
di compleanno, ma magari anche no, o addirittura autori di cui non
ricordavo l'esistenza. Di alcuni album che mi son venuti in mano
potrei dire (quasi) con certezza di non averli mai ascoltati.
C'è poi tutto il tema delle riscoperte, tipo ehi,
mi ero completamente dimenticato di quanto fosse bello 'sto pezzo,
oppure ma tu guarda, 'sti qua erano avanti di vent'anni.
In effetti, vent'anni fa io non li capivo.
Perché il punto è che, tanto che ci sono, riascolto.
O forse dovrei dire riesumo. Non tutto certo, anzi, ché
il tempo è quel che è e perlopiù lascio che
il pc pensi da solo a scaricare, organizzare e ricaricare sull'iPod,
mentre io contemporaneamente lavoro o faccio altro. Ma qua e là
riascolto sì, zappo da un brano all'altro casualmente, mi
perdo con meraviglia nel cover flow delle centinaia di copertine
che ruotano sul display LCD, a tratti riassocio elementi a pezzi
di vita passata. Qualche volta mi ci addormento la sera in albergo:
spengo la luce, mi infilo le cuffiette e inizio a scorrere la ruota
infinita delle immagini di copertina, fermandomi a caso dove capita.
Ah, sì: la ricerca sul web delle immagini di copertina è
poi tutta un'altra storia, ma di questa magari ne parliamo a parte,
eh? Perché, sia chiaro: non esiste caricare un album senza
la sua copertina, altrimenti mi si rovina il cover flow. E, sempre
a proposito: tag tutti a posto, ché sennò mi
innervosisco. Perlomeno: autore, titolo brano, titolo album, anno
di pubblicazione (originale, non il remaster!), genere, numero traccia,
numero dischi (tipo: l'originale è un doppio? Triplo? Quadruplo?).
Insomma, un lavoraccio.
Comunque, a parte ciò.
Quando, complici anche alcuni amici che ti hanno riversato dozzine
e dozzine dei loro album per permetterti di completare alcune discografie,
ti ritrovi a disposizione oltre quindicimila tracce fra cui scegliere,
cinquecento autori, cinquanta generi diversi - dalla classica al
technofolk post-industriale - insomma, capisci? E' tutto lì,
in quei centoquaranta grammi: tu schiacci un tasto e puff, stai
ascoltando - che so - A home away dei Tuxedomoon, e mentre
ascolti continui a navigare senza bussola fra le copertine, schiacci
un altro tasto e puff, ti ritrovi in mezzo a Plotted courses
degli Spokane, e ti stai ancora chiedendo chi diavolo siano gli
Spokane che il tuo dito ha già premuto White of the eye,
part 29 - part 29! - di Nick Mason e Rick Fenn, pescando una
a caso delle oltre duecentocinquanta tracce racchiuse fra i ben
18 cd contenuti nel cofanetto A tree full of secrets, che
raccoglie - pare - tutto ciò di cui i Pink Floyd, sia come
gruppo che come solisti, abbiano lasciato una traccia registrata
su qualche nastro e che non sia *mai* stato pubblicato in un album
ufficiale. Cioè, ti rendi conto? Diciotto cd di Pink Floyd
inediti e, credimi, c'è dentro l'inimmaginabile, tipo, per
dire, tutti i demotape realizzati per la pubblicità di Pink
Floyd a Pompei. Quanto mi ci vorrebbe ad ascoltare tutti e diciotto
i cd di fila? N.B. La part 34 è meravigliosa, la 35
inizia con due rutti, una pernacchia ed un grugnito: i Pink Floyd
hanno preceduto Elio di almeno vent'anni.
A parte e tutto ciò premesso, appunti di viaggio in ordine
sparso. Magari da qui in avanti aspettatevi qualche update.
E' un fatto: in quarant'anni di carriera gli Stones non hanno centrato
una copertina. Fan tutte schifo. Francamente ci si potrebbe aspettare
un po' più di impegno dalla band più longeva e probabilmente
più popolare del pianeta.
La prima volta che ho ascoltato Anime salve di De André
ho pensato immediatamente che era strano, sembrava una canzone uscita
dalla penna di Ivano Fossati, ti saresti aspettato che fosse lui
a cantarla. In effetti, di lì a poco è entrata la
voce di Ivano Fossati in controcanto su quella di De André
e un brivido mi ha percorso la schiena.
E' passato qualche anno, ma Anime salve mi fa venire sempre
la medesima pelle d'oca. Potrei ascoltarla a ripetizione per trenta
volta di seguito: mi verrebbe la pelle d'oca per trenta volte e
vorrei ascoltarla la trentunesima. Senza alcun dubbio, nella top
ten fra le quindicimila tracce.
A dirla tutta, l'intero album - Anime salve, intendo - è
stratosferico. Per quanto mi riguarda, e so che molti puristi di
De André storceranno il naso, la trilogia Creuza de ma,
Le nuvole ed Anime salve stacca di un pezzo tutto
il resto della discografia ed è fra le migliori cose mai
prodotte in Italia. Dirò di più: in termini di world
music e/o canzoni d'autore, perché di questo si tratta, complessivamente
sono album di livello internazionale.
Sono passati quasi trent'anni da quando Brian Eno e David Byrne
hanno collaborato per My life in the bush of ghosts. Quell'album
è pazzesco: erano davvero avanti anni luce. Lo ascolti oggi
e pensi che se lo facessero uscire adesso sarebbe considerato un
album di avanguardia. Io non riesco a stare fermo quando lo ascolto,
ti assicuro. Non ci riuscivo allora, non ci riesco oggi. Mi capita
di essere a letto al buio, una di notte, sto ascoltando Regiment
e non riesco a star fermo. E' peggio che aver la febbre alta. My
life in the bush of ghosts è un album visionario ed è
un capolavoro assoluto. Purtroppo devo ammettere che quello
nuovo, per quanto sia indubbiamente un bel lavoro, non è
all'altezza.
Ricordavo solo vagamente che De Gregori (discografia completa) e
Venditti (fondi di magazzino sparsi qua e là) avessero fatto
un album insieme negli anni '70, Theorius campus. Leggo su
Wikipedia che nell'album Sotto il segno dei pesci (celo e
non me ne vergogno, è uno dei primi album della mia vita
e secondo me continua ad essere un bel lavoro) con il brano
Francesco Venditti chiede scusa a De Gregori per qualche incomprensione
che compromise l'amicizia fra i due. Non solo: i "partirono
in due" del mitico brano Bomba o non bomba (avevo tredici
anni, la cantavo in macchina con i miei quando si partiva per qualche
viaggio!) erano proprio Venditti e De Gregori.
A proposito e per la precisione: io Venditti lo odio. De Gregori è un mio must.
Degli U2 ho talmente tanta roba che così su due piedi, vuoto
per pieno, potrei dire di non averne mai ascoltata almeno una buona
metà: bootleg di tutti i generi, ma anche l'ultimo album,
che ho acquistato solo per un mero motivo di collezionismo.
Non li ascoltavo davvero da tanto tempo. Gli U2, nel mio panorama
musicale, hanno attraversato fasi alterne di innamoramento assoluto
e rigetto totale. Posso quasi certamente dire di essere stato fra
i primi, in Italia, a scoprirli: fin dai tempi di Boy, l'album
di esordio del 1980. Suonavano addirittura come gruppo di supporto
ai Police, che invece, come i lettori più assidui del blog
ben sanno, sono stati il pilastro fondamentale della mia esistenza.
Insomma, quando nel 1983 uscirono in Italia War e il singolo
Sunday Bloody Sunday che di colpo li lanciarono nell'olimpo
delle hit parade, io già li ascoltavo da un bel po'. Ricordo
anche molto bene una gita scolastica in quinta liceo con Sunday
Bloody Sunday che praticamente ne era la colonna sonora portante.
C'ero al palasport di Milano nel 1984, quando gli U2 vennero per
la prima volta in Italia. Era appena uscito The unforgettable
fire. Avevo addirittura portato clandestinamente dentro al concerto
un piccolo registratore a minicassette, ma la registrazione venne
uno schifo perché passammo tutto il tempo a ballare.
Per me gli U2 han toccato due volte l'apice della loro vena. Prima
con The Joshua tree, poi con Achtung baby. In verità
e controcorrente, amo molto anche Rattle and hum. Comunque,
dopo, il nulla.
Ho smesso di ascoltare gli U2 più per overdose, probabilmente,
che per altre ragioni. Erano parecchi anni che non erano più
nelle mie playlist, salvo il classico primo ascolto ad ogni nuova
uscita. Non ho mai interrotto la collezione, questo no, e del resto
ogni tanto continua ad arrivarmi qualche bootleg. Però, detta
proprio francamente, qualunque fosse la ragione, non li sopportavo
più. Cioè: non ne avevo proprio più voglia,
zero.
Ad agosto è arrivato il loro turno. Nel giro di un paio di
giorni ho trasferito sull'iPod tutto quello che ho in archivio,
tranne Thank you too for the fire, il doppio LP del concerto
a Milano dell'84 (che contiene anche il singolo di Pride stampato
su vinile verde) ed alcuni nastri che contengono altri bootleg.
Ho cliccato sopra una qualunque delle centinaia di tracce che stavo
caricando, così, tanto per verificare la qualità della
conversione. Uhm... quant'è che non riascolto Joshua?
Poi, un po' alla volta, sono risalito fino a Boy. Accidenti,
erano davvero bravi. Forse ascolterò l'ultimo album, ora.
No, con i Police non ho affatto finito, tutt'altro. Ho talmente
tanta roba che è un lavoro interminabile. Soprattutto, ho
un casino di LP, rarità varie, nastri, tutta roba introvabile
in digitale. Ad esempio, ho un quarantacinque giri comprato a New
York nel 1991 che contiene un'intervista a Copeland su un lato ed
una versione alternativa di Message in a bottle sull'altro.
Ne ho un altro comprato a Londra nel 1984: formazione originale,
con Henry Padovani al posto di Andy Summers. Non so se mi spiego.
Ed ancora un altro singolo, Western pasta, dei Flying Padovani's.
Ho il mitico doppio LP Budokan radio on, ed un Live in
Chile dove c'è l'unica versione nota di No time this
time mai suonata dal vivo.
Ho già trasferito, suppergiù, una cinquantina di album,
e comunque nel cofanetto Message in a box c'è già
tutto quello che è stato ufficialmente pubblicato, senza
alcuna esclusione, B-side e partecipazioni comprese. Per ripassare
è già più che sufficiente. A tirar su i bootleg
mi ci metterò più avanti con calma, ché quelli
sì li conosco uno per uno a memoria (anche se non li ascolto
da vent'anni...).
Poi, potrei chiedermi se mai ascolterò tutti i ventidue album
di Ivano Fossati. Tipo che è riuscito a farne più
di De Gregori. A proposito, ma voi lo sapevate che Jesahel
(1971) era dei Delirium e che nei Delirium suonava Ivano Fossati?
Scoperto sull'inevitabile Wikipedia. Celo, comunque.
Nel 1989 Walzer d'un blues di Adelmo e i suoi Sorapis (Zucchero,
Dodi Battaglia, Maurizio Vandelli, Umbi Maggi dei Nomadi) mi sembrava
un gran bel disco, addirittura una rivelazione messianica. Oggi
mi sembra una gran bella schifezza. Incredibile: l'ho trovato in
digitale, anche lui.
Non so perché, ma che Cherry blossom girl fosse degli
Air (discografia completa: ad occhio ne ho ascoltato solo il 50%)
l'ho realizzato solo adesso. Ed ora ditemi, o non ci dormo: perché
Cherry blossom girl è famosa?
Alberto Fortis (un po' di roba in ordine sparso) non è stato
capito abbastanza. Ivan Graziani (the best of) era un genio: ne
ho sempre avuto il sospetto, riascoltarlo oggi è una rivelazione.
La vie en rose nella versione di Grace Jones è spaziale.
Grace Jones ha una personalità spaziale. Gli album di Grace
Jones meritano la loro stella, tutti. Ascoltare in fila tutti gli
album di Grace Jones: du' palle.
Anthony & The Johnsons a me non fanno impazzire. I Coil mi piacciono
invece un casino. All'alba dei quarantaquattro anni sto per entrare
nel mio periodo elettronico, vi avverto. In effetti, a quindici
andavo pazzo per la versione di On the road again dei Rockets
(celo), a sedici compravo gli album dei Tangerine Dream (celo, celo),
a venti mi intrippavo con i Tuxedomoon (celo, celo celo) a palla.
Non puoi sottrarti al tuo destino.
Però, come la mettiamo: i Chemical Brothers (celo) fanno
elettronica? Non lo so mica se mi piacciono i Chemical Brothers.
Da riascoltare con calma.
Non posso crederci: ho trovato un torrent di Viene el chaparròn
degli Huara. Avevo comprato la cassetta nel 1990 a Punta Arenas,
nella patagonia cilena. Ho consumato quel nastro nel walkman durante
tutto il mio viaggio
solitario attraverso la Patagonia, potrei dire che è
una delle colonnne sonore della mia vita. Erano davvero anni ed
anni che non lo ascoltavo, perlomeno una quindicina. Mi sono quasi
commosso. Trovare la copertina dell'album nel formato vero (quadrato),
invece, è una impresa quasi impossibile. Googlate per credere.
Mi viene il dubbio che esista solo su cassetta.
Se sei stato un fan, ma di quelli veri, dei Genesis (li ho tutti,
su LP e poi ricomprati su CD: ovviamente contano comunque solo quelli con
Peter Gabriel) prima o poi dai Marillon ci sei passato. Quelli di
Fish, però, ché il resto è aria fritta. Così
clicco sul brano di apertura di Thieving magpie, che è
poi la Gazza ladra di Rossini rivisitata in chiave solo un
po' più ritmata. Sono al buio come al solito, ed è
bello in questi casi: Thieving magpie è un album dal
vivo, di quelli fatti bene, con tutto il pubblico che canta in primo
piano e le mani che battono sul tempo di Rossini, così ti
sembra di essere lì allo stadio e ti lasci trasportare. Vedi
le luci spente e le gradinate al buio, la Gazza ladra che
va avanti in sottofondo, il pubblico che batte a tempo, la band
che ancora deve salire sul palco (mi viene in mente per associazione
un'altra grande "intro": Take the A train di Duke Ellington,
utilizzata dai Rolling Stones per aprire il concerto di Still
life). Poi piano piano Rossini va scemando, il pubblico inizia
a fischiare e quindi scoppia il boato: il palco si è illuminato,
i Marillon sono lì. Appena quattro note accennate di solo
pianoforte che rompono gli applausi, e poi attaccano a tutta birra
Slainte mhath.
Molto bello, ancora oggi dopo vent'anni tondi.
Perché mai ho così tanti album (tutti??) dei Level
42?
Powaqqatsi è più bello di Koyaanisqatsi che è
più bello di Naqoyqatsi. Io sono in grado di ascoltarli tutti
e tre di fila. L'ho fatto più di una volta.
Sì, probabilmente avete ragione.
I Curved Air li metto sotto rock progressivo?
E poi: Gavin Bryars, ma sotto che cazzo accidenti di genere
lo classifico?
[continua?] |