Orizzontintorno Carlo Paschetto
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09 Orizzontale o verticale che sia il passo
DIC Mumble mumble, Running
Pensavo, sabato sera prima di correre la mezza maratona di Sanremo, che in effetti il mio approccio ad ogni gara è molto simile, per non dire identico, al modo in cui da sempre mi avvicino alle salite alpinistiche.
Da qualche parte ho già scritto del parallelismo fra la maratona e l'alpinismo d'alta quota, del fattore psicologico, del metodo. Macinare chilometri è esattamente come salire in vetta: parti senza pensare davvero al traguardo finale, suddividi mentalmente il percorso in frazioni e ti concentri su obiettivi ridotti e più vicini. E' un po' come lavorare ad ingannare te stesso per non cedere alla demotivazione: se all'inizio ti fermi a pensarci, tutto sommato puoi anche renderti conto che non esiste correre per due, tre, quattro ore. Né salire per centinaia, magari migliaia di metri al freddo, in mezzo a pericoli oggettivi, solo per arrivare in cima e tornare immediatamente giù a valle, correndo contro la stanchezza, prima che la temperatura si alzi troppo, o che arrivi il cattivo tempo, o che venga buio.
Tutto questo è privo di senso. E' esattamente la conquista dell'inutile di Herzog, del tutto traslabile dalla dimensione alpinistica a quella della corsa di resistenza.
Ma non è qui che voglio andare a parare.

In effetti mi rendo conto che, al di là di ciò, io vivo emotivamente le due situazioni nello stesso identico modo, gara podistica o salita alpinistica.

Mi preparo per giorni, magari per settimane. Poi arriva la vigilia, sale la tensione, e il salire è inversamente proporzionale alla motivazione, che all'improvviso viene meno, cede brutalmente, come si schiantasse su se stessa. E' come se inconsciamente l'istinto di conservazione si risvegliasse di colpo e mi mettesse di fronte alla logica del fatto che no, forse non ne ho così voglia di correre per tutti quei chilometri, o di salire per ore fra ghiaccio, neve e sassi, anzi, non ne vedo proprio il fine, rinuncio, me ne sto a letto e non ci penso più, ma chi diavolo me lo fa fare.
Ansia, tensione in circolo, senso di malessere quasi. Voglia di mollare e allo stesso tempo di essere già oltre.

E così mi addormento ogni volta alla vigilia. Che si tratti di una gara o, ad esempio, di un quattromila.

Poi suona la sveglia. Perché un altro fattor comune è curiosamente quello della sveglia alla domenica mattina.
E mi vesto, comunque. Mi preparo. Tanto ormai sono in ballo. Mi vesto e poi si vedrà.
E' la testa che, senza che nemmeno me ne renda conto, ha già iniziato a dividere il percorso in obiettivi più facili, prossimi e razionali: intanto mi vesto, poi si vedrà.

Intanto salgo in macchina, poi si vedrà.
Intanto metto i ramponi. Intanto allaccio le scarpette. Poi si vedrà.
Intanto parto e muovo i primi passi sulla neve. Intanto mi preparo al nastro di partenza. Poi si vedrà.
Intanto salgo per cento, magari duecento metri. Intanto corro tre o quattro chilometri.
Poi si vedrà.

Poi, di solito, arrivo in fondo. O in vetta. In questi anni qualche volta, molto raramente per la verità, mi è capitato poi di rinunciare davvero a metà salita. Con la corsa ancora non è successo, ma sono un neofita, ho appena iniziato: accadrà sicuramente prima o poi.
Capitano quei giorni in cui la demotivazione è davvero più forte di te e non ce n'è proprio, per quanto fisicamente tu possa essere preparato e in palla. Credo sia una specie di campanello d'allarme, un segnale mandato dal subconscio per avvertirti che non è giornata, che devi lasciar perdere, qualunque sia la ragione dietro. Non è nemmeno importante saperla tutto sommato, è importante invece capire quando fermarsi e riconoscere che certe sfide le fai solo con e per te stesso, che non c'è davvero alcun obbligo né merito particolare nel portarle a termine a tutti i costi, e puoi sempre riprovarci un'altra volta.
Nella corsa e nell'alpinismo c'è dentro anche tutta l'arte della pazienza, tutto sommato la più difficile da esercitare.

Così, ogni volta, immancabilmente, al ritorno mi chiedo come sia possibile che il giorno prima per qualche ora abbia anche solo pensato di rinunciare, e mi ritrovo a far già progetti per la prossima gara o per la prossima salita.
Corsa o montagna che sia, identico approccio mentale, identico sviluppo, identica conclusione.

Curioso. Mi chiedo se sia un'esperienza comune ad altri.
00.28 del 09 Dicembre 2009  
 
1 commento pubblicato
Sono d'accordo, ma anche no.
Anzitutto: amo salire montagne, e amo correre a piedi. Anche se corro prevalentemente solo, per le colline che coronano la mia città.
Ho sperimentato anche io questo approccio che scompone un traguardo in passi più piccoli. Parlando con un amico, anni fa, si diceva: la parete, vista dal basso ti schiaccia, è troppo alta, troppo grande. Per affrontarla la devi suddividere in tiri di corda. E poi magari devi anche dividere un tiro di corda difficile in tratti più brevi, tra un punto di riposo e un'altro.
Ma questo vale anche per altre sfide della vita. A 19 anni anche il percorso per prendere una laurea sembrava infinito, poi invece, un esame alla volta...
Invece tra alpinismo e corsa a piedi vi è una differenza fondamentale , che descriveva bene Rèbuffat: "Arrampicare è uno sport, ma colui che arrampica in montagna, come colui che naviga in mare o attraversa un deserto, si pone in una situazione assai differente dalla maggior parte degli altri sportivi. Un podista, un pugile, un giocatore di rugby, nonostante tutto l'ardore e la serietà, possono sempre fermarsi e ritirarsi se, per esempio, sono colti da una stanchezza brutale per aver troppo presunto delle proprie forze, o per una partenza troppo veloce, o ancora, se una pioggia torrenziale inonda lo stadio.
A rigore, potrebbero arrivare all'estremo limite delle loro forze e crollare sulla pista, sul ring o sul terreno; sarebbero subito condotti a riposare in un luogo tranquillo. Una ascensione, invece, non è un gioco che si possa arrestare. Anche se si è sfiniti, anche se i piedi sono di piombo, anche se la testa è vuota, anche se lo scalatore non è altro che una volontà esaurita dalla fatica e tesa all'estremo, anche se i lampi attraversano il cielo, non è lecito dire "basta, non ne posso più, ci rinuncio, interrompo il giuoco e torno a casa" e anche quando si è raggiunta la vetta, l'ascensione è tutt'altro che terminata....."
Questo testo è vecchio quasi quanto me, ma oggi, nonostante la diffusione dell'elisoccorso in montagna, resta sostanzialmente vero.
Alcune delle esperienze più significative che ho vissuto in montagna, alcune delle sfide maggiori che ho superato, sono state non il raggiungere una vetta, ma, raggiunta o meno la cima, il riportare a casa me stesso, tutto intero, con le mie forze. Per me la differenza è più forte della somiglianza, ma chiaramente questa è un'opinione mia.

ciao
L'ha detto zeno, 11 dicembre 2009 alle 18.16


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