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Se fossi un gatto forse dovrei iniziare a preoccuparmi. Epperò è il metro esatto che mi manca: non saprei nemmeno bene come contarle. Anche dovessi soffermarmi solo sugli spostamenti dei camion a cui ho fatto strada avrei già difficoltà a dire che questa sia la sesta o la settima. Se limito il conto all'età adulta, peraltro, sono alla quinta, e senza nemmeno tener conto delle vite parallele chiuse dentro a un trolley: quelle di Roma, Firenze, Arlon, Varsavia, Alba, e potrei anche contare quella di Diano, per dire, che comunque è durata un anno intero.
Tolta la premessa.
Arriva sempre, poi, il momento in cui inizi a buttar via. All'inizio solo qualcosa, con riluttanza, qualcosa che comunque sono anni che pensi che dovresti buttare, e nonostante ciò ti costa, e ci pensi e ripensi cento volte prima di deciderti.
Poi, in breve, diventa un fiume in piena. Anche scatoloni interi. Se ne hai un centinaio inizi attorno all'ottantesimo.
Cinque anni fa furono duecentocinquanta, in totale. Otto anni fa non ricordo, mi verrebbe da dire settanta, a pelle. Fatti cento oggi, comunque, almeno settanta son di libri ed altri quindici di cianfrusaglie varie che mi tiro dietro di esistenza in esistenza.
A distanza di una settimana me ne son rimasti per terra solo quattro, di quelli grandi. E la tentazione di sbatter via tutto senza nemmeno guardar bene che c'è dentro è forte, per tornare finalmente e nuovamente ad occuparmi di altro.
Vivere, ad esempio.
Anche 'stavolta lo spostamento non è stato molto, anzi. Un paio di chilometri e qualche centinaio di metri più ad est, meno Monte Rosa e Grigne, più Resegone ed Arera. Be', per la verità il Resegone devo scendere in strada per vederlo, e dell'Arera vedo giusto la cima dietro a un tetto: prima ce l'avevo per intero, insieme a quell'orizzonte a centoottanta gradi centrato sulle Grigne che spaziava dal Vallese alle Orobie e che ho fotografato decine di volte.
Dicessi che quell'orizzonte mi manca sarebbe come osservare scocciati di aver bucato una gomma dopo aver spiaccicato l'auto in un frontale contro un autotreno.
Tre vite fa, di quelle trasportate dai camion, non quelle dentro ad un trolley, era qui. Due vite fa, qui. Una vita fa, qui. Ad occhio avrei detto che poteva anche essere la penultima.
Adesso è qui (nell'immagine di Bing ci sono solo campi e non esiste nemmeno l'attuale rete stradale attorno). Vuoto per pieno, calcolo almeno altri due camion a cui far strada, prima o poi.
Fra le ultime due vite son due chilometri soli, ma sono una vita ed un mondo, e non solo perché cambio comune. Tanto per dire, non c'è nemmeno modo di attraversare a piedi il confine fra l'esistenza passata e quella futura, ché anni fa Mr. B ci si è fatto in mezzo la superstrada per casa sua e ha tralasciato di corredarla di qualunque accessorio utile a chi non si muove in auto blu, tipo una pista ciclabile, un attraversamento pedonale, un ponte, un accidenti di qualunque cosa permetta di passare da di qua a di là e viceversa senza per forza prendere l'auto per far duecento metri.
C'è da pulire in giro adesso, parecchio. Da buttar cartoni e cartoni. Da fare un paio di lavatrici, che così la collaudo pure, ché è nuova. Da attaccar ancora qualche quadro, metter giù i tappeti, metter su le tende (mica lo so se mi piacciono: stan lì abbandonate dentro a un sacco di plastica impolverato, domani darò un'occhiata).
C'è da fare ancora un rapido passaggio all'Ikea (eddagli, sarà il sesto almeno in quindici giorni), un'altra spesa di riempimento, trovare un posto al vecchio proiettore ormai inutilizzato da anni, svuotare lo zainetto abbandonato in camera.
C'è da leggere libretti di istruzioni a pacchi: lavatrice, appunto e per dire; termostato, ché mica l'ho mai avuto io un riscaldamento autonomo, e c'è un pannello di programmazione che sembra la consolle dell'Enterprise; forno, che per quel che lo uso capirài; e insomma, quasi qualunque cosa sia attaccata ad una presa di corrente.
C'è anche da orientarsi. Da imparare nuovi percorsi per andare a correre, ché devo rapidamente rimettermi in pista, o addio maratona ad aprile.
C'è da ripartire. Di nuovo. Da capo. Da tutto. Magari anche da un aeroporto, prima o poi. |
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00.58 del 16 Febbraio 2010
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