Orizzontintorno Carlo Paschetto
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Asia Overland 2002
Centosessantasette giorni in viaggio per coronare un progetto accarezzato per anni: attraversare tutta l'Asia via terra, lungo un anello ideale da Milano a Pechino e ritorno, viaggiando dapprima verso oriente, passando da Russia, Siberia e Mongolia, per arrivare fino in Cina e tornare quindi indietro attraverso il Tibet, il subcontinente indiano, l'Asia Centrale, l'Iran, la Turchia e l'Europa dell'Est.

Anche se giaceva nel cassetto ormai da anni, insieme ad un analogo progetto per l'Africa, avevo iniziato a pensare davvero alla possibilità di realizzare questo itinerario solo un anno prima, nel corso di un viaggio in Indocina che mi aveva portato, sempre via terra, a percorrere un anello ridotto fra Thailandia, Laos, Cambogia e Vietnam. Proprio a Bangkok avevo comprato il libro che sarebbe diventato il primo vero mattone nella realizzazione del sogno: "Asia, read this first!", una guida della Lonely Planet che illustra le principali rotte di attraversamento via terra del continente, i tempi medi di percorrenza ed i mezzi di trasporto utilizzati comunemente.
Quello che fino ad allora era stato solo un sogno nel cassetto, si materializzò immediatamente fra le pagine di quel libro: righe rosse e verdi attraversavano tutte le mappe dell'Asia, da ovest ad est e viceversa; percorsi, strade e ferrovie che da anni mi chiedevo se fossero collegabili, all'improvviso si incastravano fra loro senza soluzione di continuità e permettevano di disegnare un anello perfetto, da Milano a Milano, che poteva offrire decine e decine di varianti e che toccava tutti i luoghi più famosi dell'Asia continentale.

Dalla Transiberiana alle steppe mongole, dal deserto di Gobi alla Grande Muraglia, dal Tibet al campo base dell'Everest ed alla traversata dell'Himalaya. E ancora, il Nepal e l'India, dal Taj Mahal alla mitica Karakoram Highway, dalla leggendaria oasi di Kashgar alla favolosa Samarcanda e alle impenetrabili repubbliche dell'ex-Unione Sovietica in Asia Centrale, giù fino in Iran ed in Medio Oriente, per rientrare infine a casa attraverso l'Europa dell'Est. Deserti, montagne, steppe infinite. Le cime più alte della Terra e le distese di sabbia più vaste del pianeta. Le grandi capitali d'Oriente, gli sperduti villaggi della Via della Seta, gli accampamenti nomadi dei discendenti di Gengis Khan. Il sogno poteva essere tradotto in realtà. Era lì davanti a me.

Questo viaggio ha naturalmente sollevato molte curiosità, fra amici e conoscenti prima, fra tutta la gente che ha avuto modo di leggere il libro o di assistere alle mie conferenze poi.
Nella pagina delle domande più frequenti ho riassunto le risposte agli interrogativi più comuni che mi vengono rivolti di solito. E' però un dato di fatto che le domande più consuete sono ma perché non siete andati sei mesi alle Fiji (ad esempio), o perché siete tornati, o ancora ma perché non cambi lavoro e non ne fai una professione.

Non è sempre facile rispondere in due parole a questi interrogativi, specialmente quando non vengono posti in termini di battuta. La prima domanda è la più facile: sei mesi alle Fiji non sono un'esperienza, almeno per me. Sono una vacanza. Per quanto mi riguarda, questo viaggio non voleva essere una vacanza, ma un momento diverso della mia vita, che mi arricchisse, mi desse l'opportunità di crescere e di aprirmi nuovi orizzonti (i miei orizzontintorno...). E, perché no: una pausa nella quale, davvero, avere anche il tempo di trovare le vere risposte alle altre due domande.

Sono tornato perché il mio progetto di vita non è mai stato, almeno fino ad oggi, di aprire un pub in Tibet. O forse perché non sono capace ancora di concepirlo davvero un progetto simile. O ancora, come diceva Reinhold Messner molti anni fa a chi gli poneva la stessa domanda, perché, per quanti viaggi io possa fare, per quanto lontano io possa andare, per quanto a lungo io possa star via, casa mia è sempre qui, e qui è la mia vita. Almeno per ora.

Lo era nel 2002, lo è a maggior ragione oggi con due figli, che forse sono la risposta più semplice a qualunque altra domanda.

La risposta più ovvia è all'ultima domanda. Non cambio lavoro e non trasformo la mia esperienza e il mio amore per i viaggi in una professione semplicemente perché quella professione non esiste, o quanto meno io non ho ancora capito quale professione sia.
A me non piace affatto l'idea di fare l'accompagnatore turistico, per dire, nè di mandare in vacanza altra gente. A me piace viaggiare in prima persona e, per di più, in modo completamente autonomo, senza vincoli e schemi. E quindi, che mestiere potrei fare su queste basi? Se esistesse, e se fosse sufficiente a garantirmi il necessario per far crescere i miei figli e coltivare tutti gli altri miei progetti (che non sono solo fatti di viaggi), forse potrei fare il "consulente di viaggio". Ma al momento questa sembra un'attività piuttosto utopistica.
Il mercato del turismo (e quelli correlati della fotografia, del giornalismo di settore, ecc.) è saturo e di Turisti per Caso ne esistono già a dozzine.

Magari la prossima volta andrò davvero sei mesi alle Fiji. E magari non tornerò davvero, perché un conto è tornare a casa dopo essere stato a zonzo per l'Asia Centrale, ma una volta piazzato su una spiaggia delle Fiji, chi mi schioda più?
Magari, invece, riuscirò finalmente a realizzare anche l'altro progetto che ho per l'Africa.

Quello che è certo è che, prima o poi, ci sarà un nuovo grande viaggio. Foss'anche fra vent'anni, io sarò lì, con lo zaino pronto e la Canon carica. E, magari, due cuccioli ormai cresciuti a rimorchio, per vedere il mondo con occhi più disincantati e vergini dei miei.

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