Orizzontintorno Carlo Paschetto
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02 Appunti di bordo dal mio primo Airbus 380
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
[1° marzo, appunti sparsi in volo]

Da qualche ora stiamo volando sull'Oceano Indiano. Su questo aereo incredibile, fra mille altre cose, oltre al WiFi si può usare liberamente il telefono perché c'è anche la rete cellulare in roaming.
I prezzi del WiFi sono accessibili, con pochi dollari si hanno a disposizione 180Mb, quanto basta per stare in rete a giocare coi social network per tutto il volo, non bastasse l'offerta infinita dell'intrattenimento di bordo personalizzato per ciascuno dei 590 passeggeri (sì, cinquecentonovanta): oltre a dozzine di film e serie tv fra cui scegliere, ci sono videogame, telecamere live che riprendono il panorama dal cockpit dei piloti e sotto la pancia dell'aereo, previsioni meteo mondiali, dirette televisive dei principali canali di informazione globale, informazioni di volo interattive in tutte le salse, bi- e tridimensionali, guide turistiche di tutte le località servite dalla compagnia aerea, informazioni sugli aeroporti e pure l'oroscopo.
Questo è tutto gratis. Il roaming invece costa caro, siamo sui 4 euro al minuto per telefonare. Mi pare che nessuno ci abbia provato, ma la prima e la business class stanno al piano di sopra, dove c'è anche il bar, e non fanno salire i peones dell'economy nemmeno per dare un'occhiata.
Per un istante mi viene in mente che anche sul Titanic la terza classe stava ai piani inferiori, ma allontano il pensiero per scaramanzia.

Nonostante centinaia di voli e trentacinque anni di viaggi in giro per il mondo, nell’attraversare il finger per imbarcarmi su questo gigante dei cieli più di un brivido mi è passato sotto pelle e ho dovuto controllare l’emozione in gola.
Ancora mi capita, in viaggio.

Il gate di imbarco di un A380 che fa rotta da Abu Dhabi, principale interporto stellare del Pianeta Terra, a Sydney, quasi ai confini della galassia, è forse la cosa più vicina al bar di Guerre Stellari che abbia mai visto in vita mia.
Centinaia di terrestri e forse anche non, provenienti da ogni angolo dell’impero, si allineano in un’interminabile coda per salire sull’astronave,

Nella fila ordinata davanti al gate 33 c’è un nutrito gruppo di beduini, gli uomini in tunica bianca, turbante e lunghissime barbe candide, le donne avvolte in tessuti dai colori vivaci, appesantite da qualche chilo di chincaglieria di ogni genere, le teste in parte nascoste da veli policromi: sembra che siano appena stati proiettati fuori da una pellicola su Lawrence d’Arabia, o in partenza con una lunga carovana di cammelli per trasportare spezie e tessuti al di là del deserto; c’è una famiglia numerosa di indiani Vaishnava, la fronte grondante di argilla rossa del tilaka; ci sono alcuni arabi che indossano la tradizionale kandura e la kefiah, e i pakistani con il classico kurta; e lavoratori filippini, mescolati a grassi occidentali ipernutriti che indossano piumini d’oca e maglioni pesanti, evidentemente provenienti dall’Europa innevata; e ancora muscolosi australiani vitaminizzati che viaggiano in t-shirt, bermuda, sandali coi piedi nudi, il bagaglio a mano che contiene solo il MacBook, l’iPhone in mano; e poi qualche cinese fuori rotta, africani non in fuga, trasandati backpacker biondi nordeuropei mescolati a businessmen anglofoni in cravatta con il tablet in mano, che fanno una puntata in Australia per concludere qualche rapido affare, e ricchi colonizzatori bianchi a stelle strisce con la borsa a tracolla che si imbarcano con calma, passando davanti a tutti, nell’inarrivabile prima classe del ponte superiore: l’A380 ha in dotazione persino degli appartamentini privati dove è possibile trascorrere le quattordici ore di volo meglio che in molte camere d’albergo di certi hotel a quattro stelle.

In realtà a bordo il gruppo più numeroso è quello dei siciliani, perlomeno al piano inferiore: non genericamente italiani, proprio siciliani, da Palermo, Catania, Siracusa, Messina, Mazara, Aci Trezza, e il siciliano è la lingua più parlata fra i corridoi.
Non si conoscono fra loro, sono arrivati ad Abu Dhabi con voli diversi, chi via Roma, chi via Milano, chi via qualche altro scalo europeo. Vanno - o tornano - in Australia a lavorare.
Ascolto i loro racconti: molti sono in Australia da anni, altri sono stati prima a Singapore, in Cina, in Malesia, in Germania.
Ascolto i loro racconti perché i giovani siciliani a bordo, appena saliti, attaccano immediatamente bottone con qualunque ragazza straniera occidentale che viaggi da sola, e sono delle macchine inarrestabili: parlano un inglese sciolto e brillante con inesorabile accento del sud, tipico dei film di genere, e le giovani occidentali solitarie, in viaggio per la prima volta verso la nuova frontiera, si lasciano conquistare facilmente, felici di scaricare un po’ di tensione del grande balzo attraverso gli oceani.
Il siciliano dietro di me non la smetterà per tutta la notte di provarci con la tedesca al suo fianco, tenendo sveglie con le sue insopportabili risate le ventinove persone disposte attorno a lui, fra cui la sfortunata sassone al suo primo volo intercontinentale e il sottoscritto.

Numeri: è la mia quinta volta sotto l’equatore, la quinta volta che metto piede nell’Oceano Pacifico, la terza in Oceania, contando le Hawaii.
Il siciliano dice (alla tedesca) che nell'ultimo anno ha già fatto cinque volte avanti e indietro da Palermo a Sydney.

Arrivare in Australia è infinito, mi ero scordato quanto fosse lungo questo viaggio. Quando sei in Oriente sei solo a metà strada. Non passa mai.
E quando arriverò in Australia non sarà ancora finita: avrò davanti una seconda lunga notte in aereo, sul Pacifico.

Questo è il mio mondo.

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Il momento dell'attraversamento dell'international dateline
TAG: volare, aerei
22.13 del 02 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 


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