Orizzontintorno Carlo Paschetto
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11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
11 E un paio di petardi in tasca
AGO Spostamenti, Travel Log: Caucasus
Qualcuno di voi magari ricorda questo.
No perché, questa volta, sono transitato da Malpensa e da Praga col mio solito bagaglio a mano, e siccome fra l'altro mi è successa 'sta cosa, mi sono portato dietro questa roba. Che è tranquillamente passata attraverso tutti gli scanner e compagnia bella.

P.S. di siringhe ce n'erano cinque.
P.P.S. e a bordo del volo per Yerevan ho cenato con posate d'acciaio, coltelli compresi.

Caucasus 02
TAG: aeroporti, sicurezza
21.56 del 11 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
04 Però avanti con i body scanner, mi raccomando
MAG Spostamenti, Travel Log: Round the World
Io viaggio solo con bagaglio a mano e i due oggetti nella foto hanno viaggiato con me durante questo giro del mondo appena concluso.
Per la precisione, le forbici di sinistra, regolarmente contenute in un beauty case, hanno passato i minuziosissimi e severi controlli di Milano Malpensa, Paris Charles de Gaulle, Seoul Incheon, Honolulu, Atlanta Hartsfield e Panama Tocumen, dove peraltro il bagaglio mi è stato addirittura aperto, completamente svuotato ed ispezionato due volte (e non so quante volte annusato dai cani, ma trasportavo solo un pacchetto di caffè).
Ad Amsterdam Schiphol, infine, hanno individuato al metal detector qualcosa di anomalo e per l'ennesima volta mi hanno fatto aprire la valigia. E il beauty case. Hanno visto le forbici e un flaconcino spray di deodorante ormai esaurito. Un funzionario mi ha sequestrato il deodorante, e lasciato le forbici, scusandosi perché il flacone era al di sopra dei 100ml consentiti.

Lo stesso funzionario che, nell'esplorarmi l'altra borsa con la medesima accortezza (una di quelle etniche classiche che si acquistano all'ultimo minuto per buttar dentro le cianfrusaglie che non entrano in valigia, accumulate durante il viaggio), non si è accorto che dentro c'era la bottiglia d'acqua a destra nella foto, 500ml, regolarmente piena.

bagaglio
TAG: aeroporti, sicurezza
00.49 del 04 Maggio 2011 | Commenti (2) 
 
26 From Paris with love
AGO Mal di fegato, Spostamenti
Più ci penso e più non ci dormo la notte. Cioè, ci penso da anni ormai, ma questa volta ho quasi sbroccato di brutto, non fosse altro per la stanchezza ed il jet lag.

Nel senso: ma perché all'aeroporto di Parigi (ma avrebbe potuto essere ovunque altro nel mondo, ormai), davanti al metal detector, devo aprire *tutta* la valigia e svuotarla per tirar fuori la macchina fotografica reflex e farla passare separatamente (così come peraltro chiedono da tempo di fare anche con i pc portatili), considerando a corollario che:

a) sono in transito: mi hanno già controllato a Seoul;
b) la macchina a raggi X è appunto una macchina a raggi X; l'hanno inventata proprio per non far aprire inutilmente le valigie;
c) potrei non avere affatto piacere, in generale, ed aver pure il diritto a che la gente intorno non veda e non sappia cosa trasporto in valigia: dalle mie mutande sporche, al campionario di vibratori, alle riviste gay sadomaso, alla coperta di Linus;
d) la regola vale per le reflex, ma *non* per le macchine fotografiche compatte;
e) la regola vale per le reflex (e per i computer portatili), ma non per qualunque altra apparecchiatura elettronica, una per tutte i telefoni cellulari;
f) la regola vale per le reflex, ma non per gli obiettivi delle reflex;
g) e infine, porcaccio giuda maledetto: una volta a bordo, siccome viaggio in business, mi danno di standard non uno, ma DUE coltelli d'acciaio, perché secondo loro mica posso mangiare senza il coltello per la frutta, vi pare?

Per cui la domanda agli omini in divisa, d'oltralpe nella fattispecie, per forza ad uno gli viene poi inevitabile: ma siete solo idioti o semplicemente stronzi?
TAG: aeroporti, sicurezza
19.42 del 26 Agosto 2010 | Commenti (4) 
 


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