Orizzontintorno Carlo Paschetto
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LUG Viaggi verticali
E così, la scorsa settimana, i Tati ed io siamo tornati per il terzo anno consecutivo a piantar la tenda nel nostro buen retiro di Valnontey. E ogni volta che, salendo in macchina, passo quell'ultima curva prima che la strada si interrompa, proprio al confine del Parco nazionale, e i ghiacciai del Gran Paradiso mi appaiono all'improvviso, ecco, io mi sento a casa.
Io sono tornato a casa.

Sono partito senza macchina fotografica, questa volta. Avevo con me un piccolo pannello solare a cui attaccare l'iPhone (e l'iPad), giusto a sottolineare che tant'è più passano gli anni e più la tecnologia ormai mi accompagna in ognidove. E comunque a quello mi sono affidato per portarmi a casa qualche immagine anche questa volta delle nostre avventure in alta quota e, soprattutto, dei filmati di ottima qualità, ché per i video, va detto, l'iCoso è davvero spettacolare.
Per il resto nulla: lassù siamo sempre in (quasi) isolamento. Niente corrente elettrica, i nostri sacchi piuma, un paio di fornelletti per preparare la colazione e la cena, ché a mezzogiorno si va di pranzo al sacco. Poca, pochissima gente, qualche camoscio che viene a trovarci durante il giorno. Quest'anno non si è vista la nostra amica volpe che nelle scorse occasioni si era più volte intrufolata di notte sotto alla tenda per rubare un po' di cibo.
E poi lunghe camminate, i Tati sono andati a cavallo, io mi sono staccato dal mondo.
È stata anche una settimana parecchio piovosa a tratti, soprattutto di notte l'acqua e i temporali ci han dato dentro, ma la nostra tenda ha tenuto alla grande.

Valnontey ha sempre la straordinaria capacità di farmi sentire lontano anni luce da ogni altra cosa nell'universo e di comunicarmi un senso di pace assoluta. E ritornare giù in pianura è ogni volta uno strappo. Non solo per me.
Se c'è una cosa di cui sono felice è di esser riuscito in questi anni a comunicare ai Tati quel senso di libertà assoluta e di appartenenza totale a questo paradiso terrestre che questi luoghi mi trasmettono da sempre.

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Il nostro campo in Valnontey
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Valnontey e il gruppo del Gran Paradiso sullo sfondo
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Visite consuete al nostro campo...

Sono passati ventisette anni da quando nel 1985 percorsi per la prima volta questa valle per salire la cima del Gran Paradiso con Eugenio e Roberto. Era il mio primo quattromila e quanti ne sono seguiti poi, anche se ci vollero otto anni prima che tornassi a misurarmi con l'alta quota.

Gli scorsi mesi ho completato la digitalizzazione del mio vasto archivio di diapositive, che copre vent'anni di viaggi e salite alpinistiche. In attesa di rinnovare completamente l'archivio fotografico di questo sito (lavoro che, al solito, mi porterà via mesi), sono dunque potuto andare a recuperare alcuni scatti di quella indimenticabile e straordinaria avventura dei miei vent'anni.
E no, non ce l'ho una foto sulla cima. Mi fermai alcuni metri sotto, giusto il tempo di fotografare il mio amico Roberto a fianco della madonnina di vetta, ché stava per scatenarsi il temporale e dovemmo letteralmente fuggir via da quell'ammasso di cumulonembi che stava per avvolgerci.

Così, tiro fuori le foto d'archivio con un po' di inevitabile nostalgia e colgo l'occasione anche per mostrarle ai Tati.

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Il nostro campo a Valnontey nel 1985, in primo piano il titolare qui a vent'anni...
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1985, salendo al Gran Paradiso, sotto al ghiacciaio della Tribolazione
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Sotto al colle dell'Ape, io in primo piano, Roberto in testa alla cordata
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Ancora 1985, Eugenio sale gli ultimi metri a quota quattromila sotto alla cima
GranParadiso5
La cima del Gran Paradiso

E, parlando d'alta quota, abbiamo approfittato del primo giorno di bel tempo pieno, tirato su zaini e giacche a vento e siam partiti per Chamonix, ché dopo tutti questi anni era l'ora che i Tati mettessero piede anche sul Monte Bianco, facessero il loro record di quota e respirassero a pieni polmoni quell'aria sottile che fa così parte della mia vita.
La missione è stata un successo: Tati emozionati e felici a giocare sulla neve d'estate per la prima volta in vita loro e a toccare con mano uno dei terreni d'azione preferiti del papà; tempo (quasi) splendido.

Per quanto mi riguarda, ogni volta che esco ai tremilaottocento dell'Aiguille du Midi, metto il piede sulla cresta che scende alla Vallée Blanche e vedo la traccia sul ghiacciaio che risale il fianco settentrionale del Tacul, attraversa il muro del Maudit e arriva sulla cima del Bianco, quel che provo non ho parole per.

Né ci provo, a dirvelo.

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L'attacco della cresta dell'Aiguille du Midi e le Grandes Jorasses sullo sfondo
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Mont Blanc du Tacul: son passati ormai diciotto anni dalla mia salita
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Plan de l'Aiguille, Chamonix
TAG: valnontey, aiguille du midi, plan de l'aiguille
01.03 del 16 Luglio 2012 | Commenti (1) 
 


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