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10 Aitutaki cronicles /2
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Tre giorni fa è arrivata una barca dall’Ecuador, che come immaginate non è esattamente dietro l’angolo. Una barca piccola e anonima. Ufficialmente è qui per fare pesca d’altura.
La polizia di Aitutaki (chiedo: cosa diavolo fa la polizia in un posto come Aitutaki? Fa questo e ha anche un penitenziario con un paio di celle) vuole vederci chiaro.
Così sale a bordo della barca ecuadoreña.

A bordo non c’e traccia di attrezzatura da pesca. Nulla. Non solo, sembra non essere nemmeno equipaggiata a sufficienza per una traversata del genere, considerato che gli unici punti di appoggio da qua all’Ecuador sono le Galapagos e Tahiti, e parliamo di migliaia e migliaia di chilometri.
Così la polizia di Aitutaki chiede aiuto a quella di Rarotonga che manda qui un investigatore. Intanto fermano l’equipaggio a titolo preventivo e poi contattano anche le autorità australiane.

Insomma, mi dice il fratello del mio padrone di casa (e niente, qui son tutti parenti) che la polizia sospetta che la pesca d'altura nasconda in realtà un traffico di droga dal Sudamerica all’Australia, che utilizza gli atolli delle Cook come basi di rifornimento e scambio.
Hai capito, giallo internazionale ad Aitutaki!

La conseguenza principale di questa faccenda, comunque, è che Puna - che incidentalmente è cugino del mio padrone di casa e che a sua volta è stato ministro dell’agricoltura (qui son tutti parenti, eccetera) - è incazzato nero perché gli ecuadoreñi hanno ormeggiato al suo solito posto e poiché la loro barca è sotto sequestro lui è costretto ad attraccare altrove, cioè un metro più in là.

Che poi, mi chiedo io: ma a che è ti servito fare il ministro se non riesci nemmeno a garantirti un parcheggio a vita.

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La barca di Puna
TAG: aitutaki, cook
04.30 del 10 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
09 Aitutaki cronicles /1
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Ora, che posso dire io di Aitutaki? È così estrema, sotto ogni punto di vista, che non riesco nemmeno a fare ordine nei miei pensieri in proposito.
Questa mattina, di nuovo a Rarotonga dopo un paio di notti passate laggiù, stavo facendo colazione con una compagnia di neozelandesi e una signora mi ha detto “It’s the perfect postcard and that’s all about Aitutaki. There’s nothing else”.
Ecco, lo ha detto lei in due parole.

Se io non fossi quello dell’Everest, se non fossi un amante della montagna e del freddo (ma dopo anni che inseguo isole in giro per il mondo a caccia del buen retiro perfetto posso ancora sostenere questa parte?) - dicevo, se io non fossi questo, almeno finché me lo credo e lo racconto, direi che probabilmente Aitutaki è semplicemente il posto più bello che abbia mai visto in vita mia. Uso il termine bello, così riduttivo nel descrivere quello che è Aitutaki, perché qualunque altro aggettivo esagerato mi appare inadeguato e inopportuno.
Estrema, appunto. In ogni sua declinazione.

Io non ci vivrei ad Aitutaki, no. A proposito della questione di cui raccontavo, delle isole con la montagna, ha un bel dire Roberta che anche ad Aitutaki la montagna c’è. C’è una collina alta sì e no cento metri, sufficiente certo a metterti al riparo da uno tsunami, ma di certo non ci sopravvivi a lungo in caso di necessità.

Aitutaki è tutta lì: una striscia di corallo e palme di cinque o sei chilometri di lunghezza, larga un paio, piatta, sparata in mezzo al vuoto dell’Oceano Pacifico, a cinquanta minuti di volo da Rarotonga.
L’isola delimita uno dei lati di una laguna triangolare dipinta di blu, verde e turchese ampia qualche chilometro quadrato, il cui fondale, profondo al massimo una ventina di metri, è di un bianco abbacinante punteggiato qua e là da banchi di corallo affiorante, pericolosi in caso di navigazione disattenta, attorno ai quali nuotano milioni di pesci da documentario di tutti i colori e dimensioni, alcuni anche parecchio grandi. Non ci sono squali: per qualche motivo che nemmeno Puna, il mio capitano che mi porta in giro per la laguna è in grado di spiegare, gli squali non attraversano i passaggi nella barriera corallina che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano aperto e se lo fanno ritornano subito indietro.

La laguna è sufficientemente grande, quando ci sei in mezzo, da farti appena vedere in lontananza la terraferma - se possiamo chiamarla così - e trasmetterti un senso assurdo di agorafobia e ansia, soprattutto se stai nuotando e la tua visuale è quella dal pelo dell’acqua.
Hai presente il film Deep water? Perché a un certo punto io mi sono sentito così.

È successo che Puna ha fermato la sua barca in mezzo a un punto qualunque della laguna e si è ancorato a un fondale di corallo piatto profondo circa un metro e mezzo. Sono sceso dalla barca e toccavo, con l’acqua sotto le spalle. Intorno il nulla. Blu, turchese, verde e questo fondale bianco per chilometri e chilometri attorno a me. Un paio di motu lontani all’orizzonte, i famosi banchi di sabbia coi ciuffi di palme, tipici degli atolli, che punteggiano i bordi delle lagune coralline. Niente altro. Ho infilato la maschera e mi sono allontanato di qualche bracciata, verso acque un po’ più profonde, all’inseguimento di un enorme branco di pesci. Con qualche ansia, ché non è proprio questo il mio ambiente, per quanto io sia un buon nuotatore.

Alzo la testa e vedo Puna che ha messo in moto la barca e si sta allontanando. Faccio a tempo a cogliere qualcosa del tipo che sta andando a cercare un posto migliore per ancorarsi. Si allontana lentamente, ma inesorabilmente, o almeno questa è la mia percezione dal pelo dell’acqua e io non sono affatto sicuro di aver capito esattamente cosa mi ha detto con quell’accento bastardo parente del neozelandese: dove cazzo sta andando?
Sarà forse qualche centinaio di metri, ma quanto basta perché mi assalga un’angoscia indescrivibile, anche perché dalla mia visuale non riesco a valutare bene né la distanza, né se si sia fermato o sia ancora in moto, né in generale riesco ad orientarmi. L’isola è a chilometri da me, questo è certo.
Inizio a provare a seguirlo ad ampie bracciate, cercando di rimanere calmo e di controllare la respirazione. Mi viene in mente che se mi prende un attacco di panico è troppo lontano per sentirmi e ormai non tocco nemmeno più da un pezzo. Nuoto, nuoto, nuoto, in mezzo a questo festival incredibile di pesci, sforzandomi di rimanere tranquillo. Sono anni e anni che non mi faccio una nuotata così, nel Mediterraneo poi, figurati qua in mezzo.
No, non è il mio ambiente, per nulla.

Mi bastano una decina di minuti per raggiungerlo. Ma sono lunghissimi.
Questa è Aitutaki, per me.
Un luogo di una bellezza sconvolgente, ma irrazionale. Non è come essere nel mezzo del deserto, perché nel deserto hai attorno terraferma all’infinito. Qui è acqua. È la stessa sensazione di vuoto e infinito del deserto senza avere i piedi, di fatto, per terra.
Nemmeno quando sei su un motu, o su un banco di sabbia affiorante in mezzo al nulla. Sono sceso su uno che sarà stato circa cento metri di lunghezza per trenta di larghezza. Solo sabbia. Sabbia piatta, compatta, corallina, affiorante dalla laguna. Null’altro, nemmeno una pianta. Qualche conchiglia, qualche pezzo di corallo, un granchio solitario. Sole a picco, sabbia abbagliante e acqua verde attorno.
Ho deciso di conquistarlo e dichiararne l’indipendenza. Terra mia. Magari un giorno si vedrà.

Aitutaki è meravigliosa arrivando in aereo - oddio, aereo: un coso a elica da una dozzina di posti, tenuto insieme con lo scotch, che ogni volta che sbatte contro una nuvola trema come avesse centrato un muro.
È meravigliosa quando navighi in mezzo alla laguna, senza un’anima attorno per chilometri e chilometri, cercando di non perdere di vista almeno una striscia di sabbia su cui poggiare i piedi. Ma come fanno i navigatori solitari, a pensarci? Io impazzirei.
Ad Aitutaki sono sbarcati Darwin e il capitano Bligh col Bounty diciassette giorni prima dell’ammutinamento.
Immagino di vederla coi loro occhi.

Ad Aitutaki, oggi, ci sono pochi ed esclusivissimi resort che costano un occhio, sufficientemente nascosti dalla poca vegetazione. Se poi capiti nell’isola in bassa stagione, come è il mio caso, non c’è davvero nessuno.
Non è un posto dove venire low budget se non hai fatto un po’ il pieno di spirito di adattamento, prima di atterrare: non potendo permettermi alternative più costose sono stato ospite di un autoctono che mi ha introdotto alla vita quotidiana di Aitutaki, ma ho dovuto fare i conti con l’acqua corrente pompata dai serbatoi domestici, l’isolamento quasi assoluto e una discreta fauna diurna e notturna a farmi compagnia, che nemmeno Noè.
Con galli e galline, maiali, capre e gatti nessun problema, per il resto grande uso di repellente e bombole di jungle formula contro zanzariere e fessure delle porte da cui, di notte, passava di tutto.
Notti difficili, caldissime e umide, senza nemmeno un ventilatore, popolate da sconosciuti oggetti striscianti e volanti che a un certo punto decidi di non voler sapere e basta.
Che poi, come cazzo ci sono arrivati, loro, fin qui?

Hai presente andare in giro di notte per Aitutaki - notte: sono solo le otto di sera, ma è buio pesto ovunque, non c’è nessuno in giro e in tutta l’isola ci saranno tre lampioni.
Andare in giro di notte, dicevo: con uno scooter in pezzi il cui sterzo rimane bloccato a destra mentre cerchi di andare dritto, alla ricerca non dico di un ristorante - scusi, dove posso trovare un ristorante? Mi spiace, non ce ne sono, l’unico che c’è questo mese è chiuso - ma almeno di uno spaccio dove poter trovare qualcosa per sopravvivere un paio di serate.
Alla fine mi imbatto in un mini market, dove riesco a comprare un paio di bottiglie d’acqua e due birre, delle arance, un paio di banane, dei biscotti al cioccolato, una scatoletta di tonno e un pezzo di formaggio.
Dall’altra parte della strada, avvolto dall’oscurità totale, un baracchino illuminato da una luce al neon. Chiedo se hanno qualcosa da mangiare. La tipa mi risponde, sorridendo, “tutto quello che desideri”.
L’unica cosa che non desidero, perché non mangio quasi altro da giorni e ho mangiato la stessa cosa a pranzo da un baracchino analogo, è anche l’unica che hanno: hamburger.

Mentre mi riaccompagna all’aeroporto Roro - Dr. Roro, come lo chiamano tutti - mi dice che lui è il pastore dell’isola. Mi chiede se so cosa è un pastore. Ci risiamo con l’evangelizzazione. Del resto anche Puna, ieri, mi ha fatto pregare prima di pranzare.
Mi dice che gli piace fare il pastore, perché così deve solo scrivere i sermoni e per il resto può dormire e non fare nulla.
Prima, mi dice, era in politica ed è stato ministro dell’agricoltura, ma era troppo faticoso. Prima ancora faceva il manager in una società di consulenza in Nuova Zelanda.
Lo osservo per un attimo: mi pare la cosa più incredibile del mondo. Potrebbe avere cinquanta o cento anni, boh. Indossa una camicia ridotta a brandelli, un paio di bermuda che hanno visto sicuramente il capitano Bligh, le infradito e guida una Nissan senza finestrini e con due portiere sfondate il cui contachilometri segna una cifra sopra i trecentomila chilometri che immagino non abbia fatto tutti qui.
Mi dice per quale società lavorava. Gli dico che ho lavorato per la stessa società, nello stesso periodo. Ci raccontiamo tutte le traversie di quella azienda che anni fa entrambi abbiamo abbandonato, lui per finire a fare il pastore ad Aitutaki, io per finire a combattere con i suoi insetti e il suo impianto di acqua corrente.
Scoppiamo a ridere insieme. Fine della storia.

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La mia casa ad Aitutaki
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TAG: aitutaki, cook, pacifico, oceano, Polinesia
18.14 del 09 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
25 Lost (#comingsoon)
GEN Progetti
"Expect a remarkable number of chickens to cross the road. It is hard to understand why they do this, but they do. Dogs, walkers, children, and coconuts provide other obstacles on the roads that keep driving interesting."
[Wikitravel, Rarotonga]

Rarotonga
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Aitutaki
TAG: rarotonga, aitutaki, cook, rtw2018
11.51 del 25 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 


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