Orizzontintorno Carlo Paschetto
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09 Tre passi in Svizzera
LUG Spostamenti, Amarcord, Viaggi verticali
Così sono tornato a guardarlo in faccia, nove anni dopo la mia terza sconfitta. Ho accostato la macchina sul ciglio della strada, sono sceso e son rimasto un po' lì davanti a lui.

Era più o meno di questi giorni, il 30 giugno 2009. A conti fatti, da allora ho appeso corda e ramponi al chiodo e quel che poco che è venuto negli anni a seguire son state passeggiate e qualche facile escursione coi ragazzi, perlopiù fra le Grigne e la Valnontey.
Lo avevo scritto, è andata davvero così.

Non sono nemmeno più riuscito a darmi pace. Ancora un paio di giorni fa ho aperto i bauli dell'attrezzatura per cercare una cosa per Leonardo: ho tolto un po' di polvere dai coperchi, ho dato una rapida occhiata, ho spostato una corda, l'ultima che avevo comprato una decina di anni fa, una mezza leggera da otto millimetri. Credo di averla usata un paio di volte al massimo. Ho pensato che sarebbe da buttare, ché anche se mai ne avessi bisogno certo non mi affiderei a una corda rimasta arrotolata per quasi dieci anni dentro un baule al buio. Per non parlare delle altre due abbandonate lì dentro: una ha quasi vent'anni, credo.
Ché le corde han bisogno di aria, di vita, di allenamento, anche loro.

Così me ne sto lì sul ciglio della strada, fermo a guardarlo per qualche minuto, lui ed io da soli, Lorenza è rimasta in macchina ad aspettarmi.
La cima è incappucciata, ma il resto del gruppo si vede bene. Anche la Biancograt è scoperta: a un certo punto il sole illumina la bellissima e affilata celebre lama verticale, dividendo perfettamente il versante scintillante da quello in ombra.
Il Morteratsch si è ritirato ancora, ormai è solo il fantasma del ghiacciaio che discesi in sci la prima volta ormai quasi quarant'anni fa. I Palù sono ben visibili, coi caratteristici piloni rocciosi che dividono la parete di ghiaccio settentrionale in tre settori distinti. Quelle cime, almeno, sono state mie. Per due volte, su tre tentativi.
Lui no. Mi sono ritirato nel '96 durante il tentativo con Bruno dal versante italiano, a causa di una violentissima bufera di neve, e anche nel 2008 con Mauro, di nuovo dalla stessa via, sopraffatto dalla stanchezza e dal timore degli ultimi passaggi esposti prima della cima. E ritirato infine nel 2009, dal versante svizzero, ancora una volta vinto dalla stanchezza e dal conseguente crollo psicologico, dopo l'infinita cavalcata in alta quota del giorno precedente attraverso tutta la cresta dei Palù e gli interminabili ghiacciai dell'Argient e della Fuorcla Bellavista, dieci chilometri inesorabili che mi stroncarono, soprattutto dopo la disavventura in discesa dalla cresta del Palù orientale.
Per due volte sono arrivato a un soffio dalla cima: nel 2008 la mancai per non più di cento metri.
A un certo punto devi capirlo quando una montagna non è per te e il Bernina non era per me. Fine.

Ho guidato per quattrocentocinquanta chilometri di statali, valli e tornanti. Siamo passati a salutare Paolo a Campodolcino e poi siamo saliti allo Splügen, ormai un appuntamento fisso ad ogni estate. Poi giù verso Thusis e di nuovo su verso lo Julierpass.
Qui non tornavo da anni, non saprei dire da quando con precisione. Le mie ultime salite scialpinistiche su queste montagne, solitarie, le feci sul versante di Silvaplana nel 2008, direi. Ad occhio potrebbe essere dalla salita del Lagrev nel 2000 con Bruno che non tornavo allo Julier. Una brutta avventura, una giornata pessima con nebbia e nevicata fittissima, la slavina che mi aveva intrappolato le gambe per qualche istante e che avevo evitato solo per un miracolo.
Nel 2000. Diciotto anni fa. Mi sembra ieri. Possibile, davvero, che da allora non sia più tornato quassù? Mi pare addirittura che sia la prima volta che ci vengo in estate, quasi non riconosco il paesaggio senza lo spesso manto bianco che in inverno a questa quota avvolge ogni cosa.

Poi di nuovo in discesa verso Silvaplana, Sankt Moritz e Pontresina. In Engadina mi pare di esser passato l'ultima volta nell'inverno del 2009, andando per lavoro a Innsbruck. Ho l'impressione di non aver più scavalcato il Maloja da allora. E pensare che negli anni '90 ero di casa qui quasi tutte le settimane.
Saliamo al Berninapass, facendo una breve sosta alla stazione del Morteratsch.
Mi aggiro per il parcheggio, guardo in direzione del ghiacciaio. Mi pare di vedermi, quel pomeriggio di giugno di nove anni fa, mentre scendo da solo lungo la morena, voltandomi indietro ogni tanto, la sensazione netta che quella discesa fra i crepacci sia definitivamente senza ritorno. Che i mesi in arrivo mi travolgeranno e che la mia vita stia per attraversare un uragano dove non ci sarà più spazio né per la montagna, né per mille altre cose. Che non ci saranno la testa, la motivazione, le forze, il tempo, i compagni, nulla di quello che mi servirebbe per continuare.

Due settimane dopo quel pomeriggio avevo in programma la traversata dei Lyskamm e un mese dopo la lunga cavalcata de Les Trois Monts, sul Monte Bianco. Non se ne fece nulla: le previsioni meteo scoraggianti fecero saltare il tentativo ai Lyskamm e a quel punto chiusi la stagione e i bauli dell'attrezzatura.
Dall'autunno seguente niente sarebbe stato più come prima.

Ci fermiamo a prendere un tè al Berninapass. Osservo il Sassal Mason e cerco di ricordare la via di salita. Era un'ascensione facile, dislivello contenuto, qualche rischio di slavine, ma buona esposizione, a nord. Neve sempre ottima.
L'ho salito un paio di volte, una mi pare da solo. Ci volevano almeno tre ore in macchina da Milano per arrivare fin qui, raramente mi spingevo fino al passo, più spesso ci fermavamo al Diavolezza.
Mi viene in mente quel giorno fantastico di scialpinismo e discese vertiginose in Val Roseg, con la salita al Chaputschin e neve da favola, polverosa, e la discesa dal Morteratsch con Massimo, con il brutto tempo; e ancora la mia prima salita del Piz Palù, con Bruno, un freddo terribile, uno dei giorni più gelidi della mia vita: in vetta eravamo attorno ai trenta sotto zero.
Le nostre foto sulla cima, col vento artico che spazza la cresta terminale a quasi quattromila metri, solo gli occhi che spuntano dai passamontagna indossati sotto il cappuccio completamente chiuso.

Scendendo dal Berninapass verso Poschiavo, mi fermo su un tornante e scatto una foto panoramica alla valle con una bella luce tardo pomeridiana. Poche volte sono salito al passo da questo versante, ho sempre preferito arrivare dall'Engadina, sebbene in effetti il percorso più rapido da casa sia dalla Valtellina. È che la Valtellina l'ho sempre odiata, almeno tanto quanto ho amato alcune delle sue valli laterali: la Valmalenco, dove abbiamo avuto la casa per qualche anno, e naturalmente la Val di Mello.
Sono passati ventisei anni dalle mie salite al Badile e al Cengalo, entrambe interrotte sotto la vetta per l'arrivo del brutto tempo. Altri due obiettivi rimasti incompiuti, ma quei giorni lassù furono un'esperienza straordinaria, una delle più belle della mia carriera alpinistica.
Fra i progetti ancora nel cassetto c'è il sogno di tornare sotto a quelle cime coi ragazzi, ripercorrere con loro la lunga cavalcata in quota di una settimana lungo il sentiero Roma e le sue ferrate impegnative.
Intanto vediamo se va in porto il programma del prossimo weekend, poi si vedrà.

Sul Bernina ormai lo so, non tornerò più. Quella parte di me è definitivamente alle spalle ed è ora di chiudere il diario dei ricordi. Soprattutto, quello dei rimpianti.

Passi0a
Una giornata fra i miei passi alpini preferiti
Passi01
Splügenpass, 2.117m
Passi02
Julierpass, 2.284m
Passi03
Gruppo del Bernina e ghiacciaio del Morteratsch
Passi04
Berninapass, 2.328m
Passi05
La valle di Poschiavo dal Berninapass
TAG: svizzera, alpi, Bernina, berninapass, julierpass, splugenpass, spluga
11.56 del 09 Luglio 2018 | Commenti (0) 
 
20 Ritorno al Simplonpass
FEB Viaggi verticali, Amarcord
Ieri sono tornato al Passo del Sempione coi ragazzi, dopo - credo - almeno dieci anni che non risalivo da quelle parti. Ci siamo svegliati un po’ tardi, abbiamo fatto colazione, siamo saliti in macchina, autostrada per Gravellona, Domodossola, frontiera di Iselle e siamo venuti su per le gole di Gondo, fino al passo. È stato un ritorno alle origini della mia carriera di scialpinista, per mostrare loro uno dei luoghi che più amo.

Abbiamo fatto una sosta all’Ospizio per farci un panino al salame. Li fan sempre buoni come ricordavo. I panini al salame ai tavoli dell’Ospizio erano la meritata conclusione di ogni giornata trascorsa sulle nevi del Sempione.
Dovevamo partire presto da Milano, per le uscite lassù: alle cinque in macchina, alle otto colazione all’Ospizio, prima delle nove le pelli ai piedi, con temperature spesso glaciali e il vento che spazzava il passo.
Ancora peggio erano le uscite con il corso del CAI di Gallarate: la domenica mattina il ritrovo era alle otto e trenta a Rothwald, sul versante di Briga. Il sabato sera ero sempre fuori con gli amici, si faceva tardi, si beveva, si tirava l’una, le due del mattino. A quei tempi non c’era ancora l’autostrada fino a Gravellona, bisognava uscire ad Arona e fare la strada del lago, ed era infinita. Due ore di sonno, tre al massimo, poi lo zaino, la macchina e via al Sempione. Ricordo una volta che saltai la nottata: al Sempione nevicava fortissimo, la visibilità era quasi azzerata. Ero davanti ai compagni a far traccia, a un certo punto li distanziai e mi fermai un po’ ad aspettarli, lì in piedi, sugli sci. Appoggiai un istante la testa su un bastoncino e mi addormentai così. Proprio così: in piedi. La testa appoggiata al bastoncino. In mezzo alla nevicata.
Dopo qualche minuto gli altri mi raggiunsero e mi svegliarono fra le risate generali.
Poi, come sempre, giù all’Ospizio e i panini al salame.

E la domenica sera a tornar giù, poi, con quelle code di ore, che arrivavi a casa che ormai era passata l’ora di cena, e il lunedì mattina ti aspettava per ucciderti.

Così ho rimesso piede all’Ospizio, dopo tutti questi anni, coi ragazzi. Mi sono sentito strano. Mi ha preso un po’ di malinconia. Non ho riconosciuto gli ambienti all’interno, forse è stato ristrutturato, forse è solo che sono passati tanti anni.
I pendii innevati del Monte Leone, del Breithorn, del Galehorn, dello Spitzhorli, erano solcati da migliaia di serpentine perfette tracciate nella neve fresca. Siamo arrivati attorno all’una e mezza, l’ora del ritorno dalle salite del mattino. I parcheggi erano affollati (per quanto si possano definire “affollati” i parcheggi del Sempione) da dozzine di scialpinisti appena rientrati dalla loro uscita, che stendevano le pelli al sole, mettevano gli scarponi ad asciugare, si concedevano una birra e un panino.

Proprio davanti all’Ospizio ho messo per la prima volta in vita mia le pelli sotto agli sci forati, prestati per l’occasione dal mio amico e compagno di cordata Frank. Non saprei indicare l’anno esatto, era forse il 1985, o l’86. Non ricordo nemmeno se i corsi di fuoripista e sci ripido del CAI Gallarate li avevamo fatti prima o erano venuti in seguito. A quel tempo sciavo fuoripista con i K2 da slalom gigante, due assi da due metri e cinque, rigide come l’anima in titanio attorno alla quale erano costruite, perfette per il ghiaccio delle piste filanti coi pali, un inferno per galleggiare nella polvere di Rothwald.

Dopo la prima uscita al Sempione - un tentativo abortito al Monte Leone: ma quanto era lunga, diobòno, la salita al Leone? - comprai dal mio amico quel paio di vecchi Kastle da scialpinismo che mi aveva prestato e che pesavano una tonnellata. Qualche anno dopo presi i Fischer e infine i Tua Piuma, un paio di sci meravigliosi, come il loro nome.
E per quasi vent’anni praticamente non tornai mai più in pista.

Quante uscite, quanti anni, quante sveglie alla domenica prima dell’alba, che stagioni infinite. Come quella del ’94: riuscii a fare il giro completo dell’anno, dodici mesi sugli sci, dieci quattromila infilati, alcuni da solo, oltre quaranta weekend sulla neve. Da buon nerd asperger tenevo un foglio Excel aggiornato con tutte le uscite, anno per anno: segnavo la cima, la via di salita, il dislivello, il tempo di salita, il compagno di cordata, le condizioni della neve, il meteo. Devo averlo ancora da qualche parte nei meandri di questo computer, quel foglio Excel.

Sono ormai quasi dieci anni che le pelli giacciono nello scatolone del materiale da alpinismo, insieme ai miei due Arva e a tutto il resto dell’attrezzatura. Ho fatto le ultime uscite coi miei Piuma ai piedi nel 2009, le salite fantastiche al Cevedale e al Gran Zebrù. Poi i figli, le trasferte per lavoro, la vita che cambia, gli anni che passano, non sempre come te li sei immaginati nelle tue vite precedenti.

Così passeggiavo coi ragazzi attorno all’Ospizio e guardavo in alto gli ultimi scialpinisti che stavano rientrando, disegnando le loro curve nella neve farinosa e compatta, lievemente crostosa. In quota tirava vento, si vedeva, giù al passo calma piatta e caldo.
Quest’anno, per la prima volta da tutta la vita - che significa da quando avevo tre anni - non ho ancora messo gli sci e forse non riuscirò nemmeno a metterli. Forse domani il medico mi dirà qualcosa. Ho allertato un amico caro, gli ho detto di tenersi pronto, ché se mi vien dato uno spiraglio carico immediatamente gli sci sul tetto e partiamo subito per qualunque destinazione: ho bisogno della mia aria sottile, ne ho un bisogno quasi disperato.

Lì in mezzo alla neve del Sempione, con gli scarponi che affondavano rompendo la crosta sottile, mi guardavo attorno e pensavo a che ne è stato della mia vita. Com’è che non ero anche io lassù a disegnare curve su quei pendii.
È arrivata una coppia piuttosto avanti con gli anni, direi una decina più di me. Si sono fermati a pochi metri, si sono guardati alle spalle e hanno commentato la discesa appena fatta. Poi si sono levati gli sci e sono entrati all’Ospizio per mangiare qualcosa.
Che ne è stato della mia vita? Perché non sono anche io lassù in mezzo a quella neve?
Che ne è stato della vita che sognavo, che volevo, delle mie avventure, dei miei compagni di cordata, di quelle domeniche infinite che iniziavano al buio del mattino e finivano col buio della sera tardi e le gambe affaticate dalla giornata lunghissima, ma la testa libera, felice, carica?
Che ne è stato della mia collezione di cime, dei miei progetti, dei miei grandi sogni?
Dove li ho perduti? Quando è stato il momento? È davvero stato su quella cresta dei Palù, nel 2009, o è stato tutto il resto, tutto quello che è venuto prima e dopo?
Dove sono finito, io?

Trascorro mesi interi pensando spesso che non mi interessa più, che è finita, che sono cambiato io, sono cambiati i miei progetti, i miei interessi, sono passati anni. Ma non è vero.
Di tutte le cose che ho lasciato indietro e a cui ho rinunciato, di tutte le mie dimensioni, questa è in assoluto quella che più mi manca.

È strano - ma non troppo per la verità: fra le decine di migliaia di fotografie del mio archivio, ne ho pochissime dei miei anni d'oro passati a far tracce nella polvere. Solo quelle delle salite ai quattromila e poche altre. Praticamente nulla delle normali scialpinistiche domenicali.
È che non esistevano i telefonini, ancora non avevo comprato la mia prima macchina digitale compatta e di portare la reflex nello zaino tutte le domeniche, con quel che pesava, non se ne parlava proprio. Come del resto di fermarsi a far foto durante la discesa.
La portavo con me solo nelle grandi occasioni e comunque scattavo poco, ché se sei impegnato in un passaggio spettacolare e difficile, se fa molto freddo, se stai scendendo rapido o salendo col tuo ritmo regolare, col cavolo che ti fermi e tiri fuori la macchina fotografica.
E pensare che oggi esiste la GoPro. Averla avuta, quegli anni.

Così, niente. Non ho quasi nulla. Nulla del Sempione, nulla dell'Engadina, nulla della Valle d'Aosta e del Gran San Bernardo, nulla dell'Ossola, nulla dell'Oberland, nulla delle Orobie e delle Ticinesi, nulla di San Bernardino e dello Spluga.
Non rimane nulla di tutte quelle tracce che per anni ho disegnato sulle Alpi.

simplonpass3
Simplonpass, 19 febbraio 2017
Simplon1
Simplon2
Aprile 2009, in discesa dal Cevedale
TAG: simplonpass, scialpinismo, sempione
20.09 del 20 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
06 Touching the void
APR Segnalazioni, Alta quota
E' una nota inevitabilmente destinata agli addetti ai lavori. Sono andato a vedere Touching the void.
Al di là del film, che per intenderci è straordinario, sono uscito rimuginando fra me e me un paio di considerazioni.

Considerazione numero uno: anche io avrei tagliato la corda. Mi chiedo: c'è davvero qualcuno che non lo avrebbe fatto? Suvvia.

Considerazione numero due: Simon Yates ha la mia età. Nel 1985 lui saliva insieme a Joe Simpson la parete ovest del Siula Grande (6.344 metri, tuttora irripetuta) e sopravviveva a quell'incredibile vicenda. Oggi arrampica ancora, immagino a livelli degni di considerazione.
Nel 1985 io salivo il Gran Paradiso ed ero al mio primo 4000. Riuscivo pure ad infilarmi in un crepaccio e avevo uno zaino che era tre volte quello di quello Yates e di Simpson. Due settimane fa ho salito Grignone.

Tipo "carriere parallele", insomma.
TAG: joe simpson, alpinismo, simon yates, morte sospesa
16.27 del 06 Aprile 2005 | Commenti (0) 
 


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