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15 Boston Logan
MAG Travel Log: Business Trips 2019, Diario
La prima volta che sono atterrato a Boston era sera tardi, avevo la febbre, ero stanchissimo e volevo solo andarmene in hotel a dormire. C’era una coda maledetta al controllo passaporti e incappai nel tizio sbagliato.
L’ultima volta che sono atterrato all’aeroporto di Boston era il marzo del 2014, arrivavo dalle Bermuda e stavo aspettando il mio volo per Roma. Mentre mi aggiravo annoiato e stanco per il terminal mi chiamò mio fratello.

Strano. Sapeva che sarei rientrato di lì a poche ore e peraltro non è che ci sentiamo così spesso, mio fratello ed io. Forse aveva dimenticato che ero all’estero, o sulla via del ritorno.
Aveva la voce normale. Mi chiese come stavo, dove fossi e a che ora fosse previsto il mio arrivo a Milano.
All’una e mezza di domani a Malpensa, gli risposi.
- Allora è meglio se te lo dico adesso. Papà si è sentito male.
No, non era normale che mio fratello mi chiamasse in America, mentre ero sulla via del rientro.
- È in coma. Siamo a Genova, cerca di arrivare il prima possibile.
A Milano in realtà dovevo prima sistemare in qualche modo i ragazzi e a Genova arrivai poi il giorno successivo al mio rientro.
Ricordo due autovelox nel giro di ventiquattr'ore.
Poi non mi è più capitato di tornare a Boston, fino a questa sera.

Mi aggiro annoiato per il terminal A di Boston, in attesa del mio volo per Philadelphia. Ho mal di schiena, sono molto stanco, sono in viaggio da trenta ore e ne ho ancora almeno sei davanti prima di vedere un letto. Sono sveglio dalle cinque di quella che per me è ancora “questa mattina”, in America è ieri sera. Ho lavorato durante entrambi i voli precedenti e non ho chiuso occhio, complice il viaggio, tutto con la luce del giorno.
Ho fatto tre ore di attesa a Malpensa, altre due ore a Parigi di cui una intera in coda alla dogana, altre tre qui a Boston, la metà delle quali in fila al CBP, nonostante la procedura elettronica e la corsia “Returning ESTA”. Il resto del tempo all’ennesimo controllo del bagaglio a mano, alla faccia della priority lane.
Sono in viaggio da trenta ore e la metà le ho passate in piedi in coda da qualche parte. Ciò nonostante, è stata una giornata bellissima, con un cielo meraviglioso sul Monte Bianco e la luce radente del tardo pomeriggio a illuminare il Massachusetts.

Mi aggiro annoiato e stanco per il terminal A di Boston, ho mal di schiena e sono molto stanco, ero qua un pomeriggio di marzo nel 2014, e mi viene da piangere.
Chiudo gli occhi e respiro.
Due ore dopo il sole tramonta a Philadelphia e anche sulla Pennsylvania il cielo è stupendo.
È stata una giornata magnifica per volare.
Di nuovo negli Stati Uniti.

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Monte Bianco
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Philadelphia
TAG: boston, America, usa
22.22 del 15 Maggio 2019 | Commenti (0) 
   
06 E poi cose così
MAR Travel Log: Business Trips 2019
E poi c'è questa cosa: Houston è la quarta città degli Stati Uniti. Conta poco più di due milioni di abitanti. Meno di Roma. Eppure sembra sterminata.
Philadelphia è la quinta e ne fa un milione e mezzo, circa Milano. Per trovare Boston in classifica bisogna addirittura andare oltre il ventesimo posto: fa meno di settecentomila abitanti, è più "piccola" di Torino.
Eppure quando attraversi Houston, Philadelphia, Boston e qualunque città americana (Albuquerque, cinquecentomila abitanti, per dire), ti sembrano infinite, attraversate da queste autostrade e tangenziali a dodici corsie, con svincoli esagerati, le distanze sempre improponibili a piedi, detto che in America nessuno si muove a piedi.

Già questa cosa delle autostrade, letteralmente, in città. A un certo punto ho fatto mente locale: noi abbiamo le tangenziali, loro passano direttamente in mezzo al centro urbano; tiran su un viadotto, costruiscono uno svincolo a cinquanta metri di altezza e ciao, come si vede nei telefilm. Come se quando arrivi a Milano, invece di trovare il casello a Melegnano, o ad Agrate, e poi infilare la est attorno alla città, potessi proseguire con l'autostrada diritto fino a piazza del Duomo, scavalcare Galleria Vittorio Emanuele e il Castello Sforzesco con qualche pilone di cemento armato, e poi proseguire su per Corso Sempione fino a bucare il centro urbano dall'altra parte.
Moltiplica questo per tutte le autostrade che arrivano a Milano da ogni punto cardinale, falle incrociare tutte a San Babila, e hai fatto Houston, per dire.

Così mi sono chiesto perché e me lo sono chiesto proprio mentre col taxi stavo percorrendo la tangenziale più esterna di Houston, a pianta perfettamente quadrata, come Houston medesima, e dal finestrino potevo distinguere nitidamente il grappolo dei grattacieli di donwtown, a circa venti chilometri in linea d'aria dalla mia posizione.
Venti chilometri in linea d'aria: ho controllato su Google. Significa un diametro di circa quaranta chilometri a racchiudere il centro urbano. Capisci le dimensioni.
Per darti un'idea, nel suo punto più largo il Grande Raccordo Anulare di Roma raggiunge un diametro al massimo di venti, l'anello delle tangenziali di Milano ha un diametro medio di quindici e la cerchia della circonvallazione di cinque. Con una differenza, fra l'altro: il GRA e le tangenziali di Milano passano abbondantemente fuori città, il cerchio esterno di Houston no.
Certo, si può obiettare che è la normalità delle metropoli del mondo, basta andare a Parigi o a Londra, ma qui stiamo parlando, appunto, di una città che ha poco più di due milioni di abitanti, non venti. Di città che, dal punto di vista della popolazione, non sono affatto "metropoli", non perlomeno nell'accezione che diamo loro nel nostro immaginario parlando di grandi città americane.
Uno pensa Houston e immagina grattacieli, autostrade interne, strade infinite: tutto vero. Per associazione, me lo chiedessero, risponderei automaticamente dieci milioni di abitanti. E invece.
Attraversi Albuquerque in taxi dal tuo hotel a downtown, prendi l'autostrada (!) in città, fai almeno venti miglia dentro il centro urbano.

La prima risposta che mi sono dato è che è una questione di toponomastica. Se noi chiamassimo Milano tutta l'area urbana della "grande Milano", arrivando a comprendere Monza o addirittura Lecco, totalizzeremmo immediatamente dieci milioni di abitanti e viaggeremmo "in città" senza soluzione di continuità per cinquanta chilometri, che poi è come funziona in America.
La prospettiva di downtown Houston, vista dalla tangenziale, mi ha dato però un punto di vista diverso: a parte un pugno di grattacieli in centro, l'area urbana è perfettamente piatta e disegnata su uno sterminato reticolo di isolati quadrati, divisi da strade larghissime e colonizzata da una teoria infinita di case e villette a schiera di uno o due piani, nella quasi totale assenza di palazzi più alti, per cui se prendi due milioni di abitanti e li distribuisci in quel modo sul territorio hai fatto una città di quaranta chilometri di diametro e hai pure lo spazio per far passare le autostrade sopraelevate in centro, senza sforzo particolare.
Ricordo che 'sta storia della città fatta di un gruppetto di grattacieli downtown circondato da chilometri e chilometri e chilometri di periferia tutta uguale, tutta a un piano, tutta anonima, tutta alienante allo stesso modo, dove ricchi e poveri, popolo e borghesia, sono distinguibili solo dalla dimensione e dalla cura del giardino e dalle dimensioni del pickup parcheggiato davanti a casa, l'avevo già notata vent'anni fa a Chicago e in tutti i miei viaggi successivi negli Stati Uniti, con la sola esclusione, forse, di Seattle, e considerando naturalmente che New York (otto milioni di abitanti) fa un po' storia a sé (ma nemmeno troppo, al di fuori di Manhattan).

È vero che le città del New England hanno caratterizzazione un po' più europea, perlomeno avvicinandosi al centro: ad esempio downtown Philadelphia non è molto diversa da una qualunque nostra grande città, ma in effetti si tratta di eccezioni e comunque Philadelphia (un milione e mezzo di abitanti), sul lato lungo, fa quindici chilometri di "centro". Son tre ore a piedi da un lato all'altro: Milano, stessa popolazione, la fai in un'ora (verificato per voi).

E poi altre cose inutili, che annoto così, di passaggio, nel mio girovagare: ho scoperto che le autostrade, anche in centro città - forse soprattutto in centro città - si pagano anche se non c'è alcun casello. In realtà c'è l'"easy-flow multilane" e questa cosa mi fa sorridere, perché molti anni fa, quasi nella preistoria direi, uno dei miei primi incarichi professionali importanti fu per la Società Autostrade.
Eravamo agli albori dell'epoca del Telepass e quanti aneddoti che imparai allora in merito e sulla gestione delle nostre autostrade. Ricordo che mi dissero che il Telepass è un brevetto italiano e che in realtà, come spesso accade, nel momento in cui da noi veniva implementato era una tecnologia già superata, perché la stessa Società Autostrade aveva già sviluppato un altro sistema chiamato Easy-flow Multilane, che non poteva installare in Italia per varie ragioni e che però vendeva all'estero, primo fra tutti in Canada.
Il Multilane era un arco che scavalcava tutta la carreggiata, dotato di telecamere, che consentiva il flusso continuo del traffico senza alcuna interruzione né rallentamento, tracciando i passaggi delle auto e permettendo di addebitare il tragitto direttamente sul conto corrente degli automobilisti evitando il formarsi di qualunque coda. Era collaudato fino a passaggi a duecento all'ora.
Vent'anni fa. Noi siamo qui ancora a fare code al casello e a gestire i pagamenti cash, sulle tangenziali e autostrade americane hanno il Multilane da vent'anni e certo, quasi tutti sono registrati al servizio, ma se proprio non vuoi perché tanto sei di quelli che "io non uso mai l'autostrada, né lo smartphone, né sono iscritto ad alcun social network, né uso le carte di credito perché si spendono un sacco di soldi", be', nessun problema, c'è una corsia apposta col casello riservata per te, dove puoi pagare perfino coi biglietti da un dollaro e le monetine di rame (a Houston vuota).

E in effetti cose come sono stato un mese negli Stati Uniti e non ho mai, mai, mai dovuto usare il contante nemmeno una volta, non ho nemmeno prelevato e ho pagato qualunque cosa, qualunque, in qualsiasi situazione, con la carta di credito, fossero anche il caffè da un dollaro o la mancia al tassista.
Certo, alla collega che in un'occasione viaggiava con me irrita pagare il caffè con la carta di credito "perché si perde il conto delle spese".
E allora fine.

Houston
TAG: usa, america
15.18 del 06 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
15 Che poi di Taco bell io non ne ho visto uno
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Albuquerque, che non imparerò mai a pronunciare per quanto ci provi da settimane, ché parto sempre pronunciando albequ-alburque-alberqu-albuché, per poi arrendermi frustrato, ma che invece si dice semplicemente, semplicemente si fa per dire, “albukrki”, o se proprio sei del profondo sud puoi spingerti fino ad “albiukrki”, Albuquerque dicevo, al nono (o decimo?) viaggio negli States riparametra quasi da zero la mia America, o forse a voler ben vedere, per alcuni versi, va ancora di più a confermare tutti i miei luoghi comuni, a partire dal fatto che son quattro giorni che non riesco a mangiare altro che non sia carne racchiusa fra fette di pane, qualunque sia il tipo di pane - rotondo, bianco tostato, coi semini, tacos - ma il punto rimane lo stesso: gli americani non possono fare a meno di mettere la carne fra due fette di pane e d’altra parte il pane fa almeno quattrocento delle minimo ottocento calorie di qualunque piatto americano.
Comunque volevo scrivere di Albuquerque.

In America non esistono i cucchiaini, o perlomeno io non li ho mai visti. Ad esempio, se prendi uno yoghurt dovrai mangiarlo con un cucchiaio da zuppa. Esistono i bastoncini di legno e le cannuccine di plastica per mescolare lo zucchero nel caffè, ma i cucchiaini no. Forse perché sono piccoli e in America tutto deve essere grande.
E poi le insalate. Nelle insalate ci puoi mettere di tutto, anche l’uvetta, il tofu, le albicocche secche che noi mangiamo a Natale, la salsiccia a cubetti, le mandorle, i mandarini, le fragole e la feta, i pomodorini e i peperoni interi, e i cetrioli naturalmente, e inesorabilmente tutto verrà innaffiato con qualche salsa americana, la cui densità media è proporzionale al numero di ingredienti, minimo otto, con cui viene preparata.
Che poi è un po' il fil rouge della cucina americana: arrivi a sera e hai sempre la sensazione di aver mangiato un bidone di roba presa completamente a caso e mescolata insieme, senza distinzione, né criterio, né ordine.
Così, quando sono in America, dopo quarantotto ore il mio metabolismo comincia a gridare vendetta e sogna vasche di rucola e insalata trevigiana cruda, o persino i broccoletti, per dire, al massimo un filo d'olio appena accennato a guarnire, e null'altro.
Ma volevo scrivere di Albuquerque (albukrki), non al solito dellamerica, ché ogni volta va a finire che scrivo sempre le stesse cose dellamerica.

Nella palestra del Marriot di Albuquerque i monitor dei tapis roulant sono sintonizzati su un canale televisivo che trasmette uno di quei reality show i cui protagonisti si sfidano ai fornelli e una giuria assaggia con aria più o meno schifata e supponente. Siccome però siamo in America, questi poveri disgraziati cucinano roba orrenda che, al di là dell’impiattamento improponibile persino per i Camionisti in trattoria di Chef Rubio, gronda colesterolo e zuccheri a fiumi attraverso lo schermo, riversandoli sul nastro che scorre veloce sotto ai miei piedi.
Così, mentre corro, più che alle calorie che sto bruciando e a quello che mi scofanerei come premio al termine dell’allenamento, penso piuttosto a combattere la nausea e giuro a me stesso che non toccherò mai più un hamburger o un muffin. La strategia, nel complesso, ha in effetti un suo perché.
Osservo che di tanto in tanto la trasmissione è intervallata, fra mille altre, dalla pubblicità dell’Hilton. Nella palestra del Marriot.
Ma dicevo di Albuquerque.

C’è quest’altra cosa che mi fa impazzire degli americani, questa forma di cortesia idiomatica che non è solo quella fornitore-cliente tipica ad esempio dei camerieri che non ti lasciano in pace un secondo perché devono guadagnarsi la mancia, e non è nemmeno la gentilezza rituale dei giapponesi, parte integrante di una cultura collettiva millenaria, no, è questa cosa del “Ciao, come stai amico, io mi chiamo Bob, come ti va, tutto bene oggi?” che il mio tassista non rivolge solo a me, suo cliente, ma anche al bigliettaio del parcheggio, al casellante, al collega, al passante per strada, a chiunque, e l’”appreciated” a seguire ogni risposta.
Fanno così, tutti con tutti, qualunque scambio per qualunque ragione, “Ciao amico, come stai, spero che ti vada tutto bene”, questo apparente senso di protezione e preoccupazione per il vicinato che fa palesemente a pugni con la competitività e l’individualismo di cui questa società è permeata fino al midollo.
Come se in ogni momento tutti sentissero il bisogno di abbracciarsi tipo sopravvissuti al termine dell’ennesima sparatoria in un luogo pubblico, per poi rinchiudersi nelle proprie case davanti al baseball a ingozzarsi di pop corn, fino al prossimo conflitto a fuoco.
Dopo un po’ non so, ci divento matto. Perché rivoglio il mio anonimato europeo, il mio recinto attorno, la mia misantropia, e tutto questo impicciarsi del mio umore odierno, senza alcuna ragione tranne la codifica genetica dell’americano medio, mi disturba, mi irrita, invade il mio spazio.
In un paese in cui lo spazio attorno è la ragione di vita e di morte.

Ti racconto della funivia del Sandia Peak. C’è questa funivia appena fuori da Albuquerque che porta agli oltre tremila metri del Sandia Peak, dove si trovano anche alcuni impianti da sci. No, non ho sciato, neve ce n’era e avevo pure messo in valigia apposta la roba, ma gli impianti sono aperti solo nel weekend e io sono dovuto ripartire proprio il venerdì. Comunque.
Dicono che sia la funivia più lunga del mondo, e magari lo è anche, in effetti la corsa dura una quindicina di minuti e ha un paio di campate piuttosto lunghe, ma se sei abituato alle funivie sulle Alpi (e senza andare a scomodare quelle del Caucaso) ti sembrerà tutto sommato un’esperienza abbastanza ordinaria, a parte il bel panorama sul deserto e la riserva Navajo attorno ad Albuquerque.
C’è una corsa ogni venti minuti, come in qualunque stazione invernale del mondo. Fai il biglietto, aspetti il tuo turno, arriva la funivia. E lì inizia la realtà parallela americana, la spettacolarizzazione di qualunque evento della giornata che ti conduca al di fuori del tragitto casa-lavoro-baseball-Taco bell.

Un’addetta al controllo biglietti afferra un microfono e annuncia che è arrivata la funivia, che stai per vivere una straordinaria ed eccitantissima avventura, e “wooooooow”, “yuppieeeeeh”, siate felici, datemi il cinque, è una giornata meravigliosa (non è vero, il tempo è anche bruttino), preparatevi a salire, fate attenzione al gradino, quanto siete eccitati? Siete pronti? Siete carichi? Woooooooow, e allora partiamo!
A bordo c’è un altro addetto. Appena saliti, saluta tutti, si presenta, dice che ci accompagnerà in questa splendida avventura fino all’incredibile quota di oltre diecimila piedi, che non solo sarebbe una quota abbastanza media sulle Alpi, ma a maggior ragione lo è in America, e che possiamo rivolgerci a lui se abbiamo qualche timore, chiedergli tutto quello che vogliamo, qualunque cosa abbiamo bisogno, lui sarà felicissimo di aiutarci. Chiede se ci sono dei “first timer”, gente che non ha mai preso una funivia prima, si alzano alcune mani, scatta l’applauso generale, woooooooow, non preoccupatevi, vi spiegherò tutto io, non abbiate paura e preparatevi per questa straordinaria avventura.
La funivia parte. E lui con la funivia: passo a passo, metro a metro, per quindici lunghissimi minuti, racconta tutto della funivia, dal diametro dei cavi, alla portata, ai tempi di costruzione, al clima della regione, al panorama attorno, descrivendo ogni sasso sotto di noi, ogni albero, ogni “canyon” - ce ne sono tre secondo lui, io vedo soltanto degli avvallamenti dovuti alla normale orografia della montagna - passando per la geologia, la flora, la fauna. Non smette un solo istante e ogni tanto fa domande per coinvolgerci, chiede attenzione, “fa gruppo”.
È tutto surreale. E ancora più surreale è che la stessa identica scena si ripete al ritorno, con un’addetta diversa, nonostante sia possibile affermare con un margine di incertezza irrilevante che il 99,99% dei passeggeri è salito con la medesima funivia, a meno di quelli che sono arrivati in cima al Sandia Peak volando, o risalendo a piedi i mille metri di dislivello delle piste da sci, chiuse, sul versante opposto.
Tutto questo ogni venti minuti, per ciascuna corsa della funivia, tutti i giorni della settimana, tutto l’anno. Pensa a quelli che vengono a sciare qui abitualmente.

E poi mi becco pure il gran finale.
Appena rientrati alla stazione di partenza, un tipo che fino a quel momento nessuno si era filato chiede l’attenzione un istante prima di farci scendere: ci presenta - nuovamente - l’addetta che ci ha accompagnato durante la discesa e annuncia in modo piuttosto solenne e serissimo che la tipa ha oggi completato il suo addestramento con successo e che dunque da domani sarà in servizio regolare sulla funivia come i suoi colleghi. Chiede un grande applauso, tutti applaudono, qualcuno la incoraggia, lei si commuove e piange.
Finisce in grande amicizia, come fossimo tutti sopravvissuti a un’avventura ai limiti dell’impossibile, strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle, lei che piange.

Ecco, c’è questa cosa dell’America e degli americani tutti eroi per caso, qualunque minchiata facciano, che mi fa impazzire. Ricordo la stessa esperienza qualche anno fa, quando ero andato a veder giocare i Boston Celtics e durante l’intervallo avevano premiato l’eroe del giorno.
C’è una trasmissione su Weather Channel, un canale che di qualunque evento meteorologico fa una manifestazione catastrofica unica nell’universo conosciuto, che racconta della vita di alcuni camionisti sulle “strade dell’inferno”, letteralmente. La puntata di questa sera è dedicata alla storia di Tim, un camionista obeso che grazie a Weather Channel ha finalmente il suo momento di celebrità.
Tim guida un camion per il soccorso attrezzato con un grande paranco. Durante l’inverno scorso ha dovuto fare un intervento ai limiti dell’impossibile, qualcosa che gli ha quasi cambiato la vita, ma se sei un camionista sulle strade dell’inferno sai bene qual è il tuo compito e la tua missione e devi essere pronto a tutto (cito, ovviamente).
Seguono immagini dall’alto del camion di Tim che percorre una grande statale, la “strada dell’inferno”, abbastanza trafficata, che ha la caratteristica di attraversare un paesaggio invernale piuttosto comune. Non c’è nemmeno neve sulla carreggiata, ma la voce narrante ti spiega che sono condizioni davvero estreme, siamo a circa cinque sotto zero e come vedi c’è neve ovunque, la strada può essere scivolosa, la visibilità scarsa, in inverno può succedere di tutto. Insomma, l’autostrada del Brennero a gennaio.
Le immagini dall’alto si alternano all’intervista con Tim, che ti racconta le sue giornate drammatiche, perché quando guidi un camion del soccorso sei già un eroe a prescindere, se poi lo guidi d’inverno vabbè, che te lo dico a fare.
E insomma, si arriva al luogo dell’intervento: c’è un autoarticolato che si è intraversato e il rimorchio si è girato attorno alla motrice per quasi 180°. Fortunatamente, non ostruisce nemmeno la strada, semplicemente è lì a bordo carreggiata. Non ci sono feriti, niente incidenti, il traffico riesce a scorrere regolare, un poliziotto segnala alle auto in arrivo di rallentare qualche centinaio di metri prima.
Arriva in appoggio una macchina per il controllo del traffico, devia le auto sulla carreggiata opposta e Tim si mette all’opera: “La velocità è tutto in questo mestiere”, ti spiega concentratissimo. Aggancia col paranco il rimorchio dell’autoarticolato e, al rallentatore, in una interminabile sequenza di venti minuti e dodici pubblicità, lo fa ruotare al suo posto. Un altro camion aggancia l’autoarticolato e lo rimorchia via. Fine.
Nessun ferito, danni quasi zero, il traffico riprende regolare.
Anche oggi Tim ha concluso la sua giornata eroica sulle strade dell’inferno. “Non puoi sapere cosa ti accadrà domani”.

Dicevo di Albuquerque.
Il Sandia Peak si trova nella National Forest di Cibola. Lipperlì ho pensato solo ad un’assonanza, ma invece no: si tratta proprio del luogo celebrato da Disney in “Zio Paperone e le sette città di Cibola”, una delle avventure degli anni d’oro fra le mie preferite, pietra miliare della mia infanzia e prima gioventù.
E d’altra parte Albuquerque si trova al centro delle riserve indiane Navajo, Hopi e Apache, a due passi da Santa Fe, da El Paso, da Gallup, Tucson, Durango. All’improvviso attorno a me tutto è Tex Willer, Kit Carson, i film western di quand’ero ragazzo, John Wayne, Tombstone e Silverado. Adesso sì, sono in America e mi commuovo un po’.
In città passa la Route 66, qui è stato girato Breaking Bad e non ultimo è uno dei luoghi più famosi al mondo per gli avvistamenti degli alieni, celebrati quasi più della cultura locale, una mescolanza ispanico-nativa pellerossa. Il New Mexico, di cui Albuquerque è la capitale, è lo stato americano più spagnolo e pellerossa di tutta l’Unione, la lingua ufficiale è lo spagnolo.
Qui hanno anche fatto esplodere la prima bomba atomica, il che probabilmente ha contribuito a convincere gli alieni che la Terra è un posto di merda, perché evidentemente non si sono fermati. Io perlomeno non ho avvistato nulla durante la mia permanenza, nonostante tutti garantiscano che le visite degli ufo sono abbastanza frequenti.
Ad Albuquerque questa cosa degli alieni la prendono piuttosto sul serio.

Dopo un paio di giorni mi rendo conto che mi piace Albuquerque. È tutta un’altra America rispetto a quella che ho visto questi anni, fatta solo di grattacieli, centri commerciali, svincoli autostradali, aeroporti, civiltà occidentale consumista sviluppata all’estremo. Intendiamoci, i centri commerciali e gli svincoli autostradali ci sono anche qui, ma ad esempio i grattacieli no. Albuquerque è bassa e piatta, completamente piatta, come il deserto attorno, che si perde all’orizzonte.
Dalle vie della città lo sguardo attraversa tutto l’estesissimo agglomerato urbano, favorito dal territorio lievemente ondulato, e sconfina oltre l’abitato fino a perdersi nel deserto, una sensazione che ho sperimentato solo un’altra volta in vita mia in una città, trent’anni fa in Patagonia, a Rio Gallegos. Albuquerque come Rio Gallegos e in effetti il panorama attorno, lo spazio infinito, ricordano proprio la pianura patagonica attorno a Rio Gallegos. Anche il clima, la neve sul rilievo del Sandia Peak che chiude il deserto e la città a oriente, il Rio Grande che scorre al confine dell’urbanizzazione.
Albuquerque è in quota, il deserto qua sta attorno ai millecinquecento metri. Rovente d’estate, freddo d’inverno. A Santa Fe, un’ottantina di miglia a nord, c’è una stazione sciistica importante. Siamo sulle ultime prominenze delle Montagne Rocciose che si perdono nel deserto pellerossa.
Le case di Albuquerque sono tutte di un piano o due e l’architettura imita la vecchia tradizione coloniale. I condomini sono moderne copie delle case di argilla che si vedono nei film western, coi tronchi infilati in orizzontale a sostenere il tetto.
Gli spazi sono americani, va da sé. La città è attraversata dai soliti viali a otto corsie, il traffico è irrilevante. Come al solito l’America non è un paese a dimensione pedonale. Non esistono pedoni, non esistono marciapiedi quasi ovunque, tutto è distante, sparso, prendi un taxi per andare dall’hotel a downtown e fai venti miglia di freeway ed enormi svincoli urbani, solo che a differenza di Houston o di Philadelphia non si attorcigliano attorno a un pugno di grattacieli e quartieri di villette a schiera, ma sono perduti in mezzo a questo altopiano deserto, giallastro e nero, macchiato da agglomerati di costruzioni in stile pueblo messicano e dai soliti concessionari di auto, Taco bell, Domino’s pizza, Verizon e T-Mobile, Drive-thru.
Scatto qualche foto sulla Route 66 e mi faccio portare da un taxi sulle rive del Rio Grande che, almeno qui, non è più grande del Ticino.

Piove. Mi rifugio in uno Starbucks e per un attimo torno in America, nella mia solita America. Sono circondato da americani che girano in bermuda e t-shirt, anche se piove, anche se fa freddo, anche se siamo in pieno inverno. Bambini, adulti, tutti. Vengono in bermuda e t-shirt a far colazione in hotel, ci vengono in ufficio, ci vanno a fare la spesa, ci salgono a tremila metri. Han le braccia viola dal freddo ma niente, come nulla fosse. Bermuda, t-shirt e in mano il cazzo di bicchierone di caffè o Coca Zero.
L’americano medio è il suo paio di bermuda e la sua t-shirt, come un quindicenne qualsiasi, e in culo se fuori nevica. Al massimo indossa una camicia sopra la t-shirt, o una giacchetta primaverile, la prima cosa presa a caso che trova nell’armadio, totalmente incurante di quello che gli offrirà la giornata e della situazione meteorologica, e d’altra parte devo aver già scritto almeno un altro intero post sulle giornate tutte uguali, tutto l’anno, dell’americano medio, per cui quadra tutto.

Alla Cucina Azul il cameriere mi chiede di dove sono. Quando rispondo “Italia”, sorride compiaciuto, “Ooooh, Coliseo”. Mi chiede conferma che il Coliseo sia effettivamente in Italia ed è soddisfatto delle mie rassicurazioni in merito. Chiede se Londra è lontana dall’Italia e quando gli dico che fra Milano e Londra c’è un’ora e mezza di volo, come un qualsiasi volo locale negli Stati Uniti, mi guarda incredulo.
Il mio ufficio, come al solito, si trova in mezzo al nulla, in una zona industriale al confine col deserto. A pranzo senza macchina sei perduto e infatti i colleghi vengono al lavoro portandosi da mangiare da casa, come in tutti gli altri luoghi in America dove questi mesi sono stato per lavoro.
Non ho la macchina. Di prendere un Uber per andare a pranzo, e uno per tornare in ufficio, non se ne parla. In cucina - tutti gli uffici americani, almeno quelli che frequento io, hanno delle cucine bellissime e fornitissime - ci sono dei sacchetti di patatine a fianco alle macchine per il caffè.
Mi rassegno e pranzo con un sacchetto di patatine e l’ennesimo bicchierone di caffè. Tanto stasera sarà impossibile rimanere sotto le millecinquecento calorie.

Faccio scalo a Houston (maledetto Texas, non mi molla, e d’altra parte ci torno la prossima settimana) ed è tarda sera quando atterro a Philadelphia.
Arrivo infine a Montgomeryville, Pennsylvania, e riesco a infilarmi in un locale tex-mex prima che tutto chiuda e rimanga senza cena. Ordino la cosa più leggera in lista, un'insalata con dentro qualsiasi cosa da 690 calorie, secondo il menù, e una birra "piccola" che così a occhio sta sul mezzo litro.
C'è parecchia neve in giro. Ci sono le ville di legno del New England.
Sono tornato in America.

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Random New Mexico
TAG: Albuquerque, USA, America
22.30 del 15 Febbraio 2019 | Commenti (1) 
   
13 USA chapter 6th, section 2: in the countryside
OTT Travel Log: USA for business
Ricordate la mia teoria sull’America dei telefilm che spiegavo quando ero a Seattle? Il countryside, o perlomeno il countryside dell’Ohio, è esattamente quella cosa lì, ma anche quello della Pennsylvania, per cui se ti trovi ad Hatfield, per dire, zucche di Halloween davanti alle casette di legno a prescindere, sei sicuramente dentro una qualunque serie di Netflix e a seconda del genere è possibile che attorno a te arrivino gli alieni, resuscitino i morti, cali una cupola di energia sconosciuta, o si verifichino fenomeni paranormali e se proprio niente di tutto questo ti sembra stia accadendo è solo perché non hai messo piede dentro al college.
Ché alla fine l’America, almeno per me, è tutta ad Hatfield, o anche a Chardon, o a Mentor-on-the-lake, o a Painsville, Ohio.
Painsville, capisci?

Ecco, prendi Painsville, che già il nome. Una sera ceno in un ristorante di Painsville e già non è che puoi chiamarlo esattamente “ristorante”. È sempre quella roba lì, quella di Netflix.
Ci sono i banconi, i tavoli, i grandi schermi che trasmettono in contemporanea le partite di hockey e basket. Ci sono gli americani, quelli molto grossi e molto grassi col cappellino da baseball, i bermuda, la t-shirt e le ciabatte anche se è gennaio - adesso è ottobre, ma sarebbe uguale a gennaio, fidatevi - e i pickup parcheggiati fuori, le bistecche, il cibo americano e le bibite americane, la birra americana, i side americani, sempre doppi: ne vuoi solo uno? Niente, devi prenderne due, perché il menù prevede due side col tuo piatto.

Io li odio i menù americani: non si capisce mai un cazzo. Sono sempre delle specie di brochure, con tante foto alla rinfusa, slogan, pubblicità, tutto mescolato in un ordine che non capisci mai quale sia, quantità impossibili da quantificare anche se puoi star certo che qualunque cosa ordinerai sarà sempre troppo grande, troppo unta, con troppe salse mescolate alla sperindio che non c’azzeccano nulla l’una con l’altra.
E poi il ghiaccio, diobono. Il maledetto ghiaccio. Che ti portano sempre sempre sempre il bicchiere colmo di ghiaccio fino all’orlo e, a parte, la bibita già ghiacciata.
Tranne il caffè: il caffè americano che è sempre bollente, anche dopo un’ora che te lo sei versato nel bicchiere. È l’energia del futuro il caffè americano, nessuna dispersione, versi a cento gradi e rimarrà a cento gradi per sempre.
E l’aria condizionata a palla, che io indosso la felpa e ho freddo, e questi stanno in bermuda, maglietta e ciabatte stanno, han le braccia viola, ma non gliene frega un accidente.

È bello l’Ohio. La Pennsylvania un po’ meno, pare più Abbiategrasso. L’Ohio invece sembra la Germania, ma la Germania più grande e coi cervi, le highway e le pattuglie della polizia dietro i cartelloni pubblicitari, e i semafori agli incroci in mezzo alle highway, e questi paesi assurdi, fatti di casette di legno tutte uguali e il prato all’inglese, e il centro commerciale lungo la highway, e il KFC, il Burger king, i concessionari della Toyota, i negozi dell’AT&T che vendono gli iPhone a due terzi del prezzo in Italia, e i college in mezzo al nulla.
Come ad esempio a Concord, dove si trova il mio ufficio, in mezzo alla foresta dell’Ohio. Non c’è nulla, ma ci sono i cervi e i tacchini che girano liberi, i pickup e i SUV parcheggiati nel parcheggio enorme dell’ufficio, Il centro commerciale, i bistro e i tex-mex dove andare a pranzo, che però puoi raggiungere solo col pickup, perché in America a piedi non ci vai in giro. Non ci sono nemmeno i marciapiedi. Nemmeno se devi fare cento metri.
Come a Colmar, Pennsylvania, una trentina di miglia da Philadelphia. L’altra sera sono uscito dall’hotel e mi sono incamminato a piedi verso una zona dove Google mi diceva esserci qualche posto dove cenare. E nulla, mi sono ritrovato al buio a camminare in mezzo a un prato sul bordo di una statale a diciotto corsie, puntando le luci di alcune insegne.
L’unico coglione a piedi in mezzo a un villaggio della Pennsylvania dove tutti, tutti, tutti si muovono solo in macchina anche per attraversare la strada,
Solo che io la macchina non ce l’avevo.

Ho usato Uber questi giorni, sempre, e dio benedica Uber eccetera - l’ho già scritto, vero? - perché in America funziona davvero in modo fantastico, anche in culo ai lupi. E se sei a quaranta miglia da Philadelphia, in un posto che nemmeno sai come si chiama, dove non c’è nulla di nulla, nemmeno i marciapiedi, solo il Burger King, il KFC, il concessionario Toyota e giassai il resto, esci dall’ufficio alle cinque del pomeriggio come fanno gli americani e ti salta in mente di andare a downtown Philadelphia, Uber è la tua risposta.
Così grazie a Uber e a Christopher e alla sua GMC che è una macchina americana molto grossa come le macchine americane che da noi non esistono, sono andato anche a downtown Philadelphia.

Che è bellissima, downtown Philadelphia. Philly, come dicono qui. Anche più di Boston, che sai che ho amato tantissimo.
Ho fatto quel che dovevo fare a Philadelphia, ho fotografato la statua di Rocky e salito la gradinata di corsa - che in realtà è molto più corta di quel che sembra nei film, sappiatelo - e Christopher, senza sovrapprezzo, mi ha aspettato e mi ha poi portato in centro, raccontandomi un sacco di cose di Philly, delle quali naturalmente io ho capito un decimo perché lo slang di Christopher, che è nero, proprio te lo raccomando, ma ho annuito sempre con espressione molto meravigliata e felice.
Ho maledetto di non potermi fermare di più: era sera tardi, era buio, ero a downtown Philadelphia e dovevo rientrare a Colmar, a un’ora di highway traffico permettendo. Christopher si era anche offerto di aspettarmi e riportarmi indietro, ma lo avevo lasciato andare per fermarmi un po’ dalle parti della Independence Hall e respirare almeno una mezz’ora l’aria di Philly, con calma.
E niente, è bastato nuovamente premere un tasto sul telefonino e zac, due minuti dopo una BMW Uber mi ha prelevato all’incrocio fra l’ottava strada e la Franklyn per riportarmi a Colmar.
Solo che questa volta ho beccato Travis.

Travis in realtà si chiama Gregory, ma per brevità lo chiameremo Travis - e i più bravi afferreranno immediatamente la citazione - ed è nazista, un nazista della Pennsylvania in effetti, che non so se vale come quelli dell’Illinois, bianco, ovviamente, di una certa età, diciamo la mia, rasato, molto grosso. Mentre guida parla in continuazione, perché ti illustra ogni angolo di Philadelphia, e intercala il racconto con un frequente “tonight I’m gonna kill someone”.
Che parli molto e che sia un’ottima guida di Philadelphia lo dicono anche le recensioni sul suo profilo Uber: Travis ha 4,7 stellette, valutazione media confermata da 2.743 utenti. È uno che piace, ma va anche detto che Uber non ti invoglia molto a valutare i tuoi autisti meno di cinque stelle, perché anche se gliene dai solo quattro immediatamente parte la survey che ti rompe il cazzo per sapere cosa c’è che non è andato bene e perché mai sei rimasto così insoddisfatto da non dare un voto pieno.
Così alla fine, sai che c’è, cinque stelle a tutti e vaffanculo. Tanto il servizio è a parte tutto ottimo.
Comunque.

Travis, invece di fare l’autostrada per riportarmi a Colmar, decide che siccome all’andata ho visto i quartieri fighi e ricchissimi di Philadelphia e mi sono innamorato di questa città - quei quartieri dove ci sono le ville americane da sogno col giardino e gli alberi e la piscina, quelle che nelle trasmissioni su Real Time vengono vendute e comprate dal neo impiegato della city e la sua giovane compagna che hanno un budget da due milioni di dollari cash e vorrebbero cambiare casa, ma due milioni sì, due milioni e cinquantamila no - per contrappasso al ritorno devo attraversare le zone periferiche abbandonate, la terra bruciata, come la chiamano, estesa per diverse miglia attorno a downtown e quasi completamente buia, abbandonata, piena di spazzatura per le strade.
Per tutto il tragitto, fatto a passo d’uomo attraverso questa specie di impressionante palcoscenico tipo Guerrieri della notte, Travis si lamenta dei negri che regnano indisturbati e spacciano la droga alla luce del giorno, luce che però adesso non c’è perché è sera tardi e manca l'illuminazione, e dei fuckin’ bastard cops che hanno paura, si tengono ben alla larga da questi quartieri e non fanno nulla, così in giro ci sono solo loro, i negri che spacciano in mezzo alla strada, che basta scendere dall’auto (sei matto Travis?) per tirare su tutta la droga che vuoi, e le puttane negre, e insomma “tonight I’m gonna kill someone”, ripete Travis. Che sono certo sia armato e tenga la pistola nel cruscotto.
In effetti, agli incroci bui di Germantown, coi semafori lampeggianti, le casette di legno tutte uguali, buie e abbandonate, i bidoni della spazzatura rovesciati e le insegne intermittenti al neon, stazionano solo i negri che spacciano (forse) e le puttane (di sicuro) negre, e ti chiedi perché non ci fermano l’auto e non ci fanno a pezzi.

La risposta me la dà il giorno seguente in ufficio Giammario, collega italiano trapiantato a Philadelphia da un paio d’anni, pronto a trasferirsi in Ohio e felice di trasferircisi, felice a modo suo perlomeno. Mi racconta della grande crisi dell’industria metallurgica che ha colpito la città, trasformandola un po’ tipo Detroit dopo il crollo del mercato automotive, per cui interi quartieri che una volta erano residenziali e assai vivaci, abitati anche dalla media borghesia, sono stati abbandonati a se stessi e versano adesso nello stato disastrato in cui li ho visti, un po’ dopobomba.
Mi dice anche, Giammario, che gli spacciatori e in generale le gang di Germantown lasciano passare i tassisti perché sanno che hanno la pistola nel cruscotto - vedi, lo dicevo io - e che le macchine sono tracciate dal gps, ma che se mai decidessi di noleggiare l’auto e girare da solo è bene che prenda le highway per entrare e uscire dalla città ed eviti accuratamente di infilarmi nei quartieri periferici anche solo per sbaglio.
Ecco, appunto.

E quindi nulla, Philadelphia è quella dei giovani collegiali che gareggiano in canoa sul fiume, un po’ come a Cambridge ma col la Skyline di grattacieli sullo sfondo, e di Germantown, solo pochi chilometri da downtown, ma però diciamocelo, quale metropoli non lo è?
Cerco di spiegare il concetto a Travis, che nel frattempo ha per fortuna ripreso la highway per riportarmi a Colmar, ma nel dubbio gli nascondo di essere italiano, ché non vorrei mai che gli spacciatori negri avessero a che fare con le gang italiane, ché non credo gli piacerei più tanto, nel caso.

Così, alla mia sesta volta ancora l'America non riesce a sorprendermi. Quel che c'è da sapere è tutto lì, dentro a Netflix, ma anche nei telefilm in bianco e nero degli anni ’70, La casa nella prateria, Hazzard, La famiglia Bradford, insomma un po’ tutta quella roba lì.
Siamo alle solite, da una parte subisco il fascino perverso dall’America, tant’è che ormai giro anche io tutto il giorno col mio bicchierone di caffè, tanto non raffredda mai, e ci metto pure la cremina half and half, ma dall’altra parte non riesce mai a stupirmi, proprio no accidenti.
E me ne dispiace sai, parecchio. E più ci vengo, tant’è, e più voglio venirci. È una sfida ormai, la mia all'America.

Joshua lavora con me. È di Colmar, ha una trentina d’anni o poco più, la camicia a quadri, la barbetta rossa, una grande berlina giapponese, tifa i Cincinnati Bengals perché, diciamolo, i Cleveland Browns proprio non si possono tifare tanto son brocchi, in realtà però segue tutti gli sport allo stesso modo - football, basket, baseball ed hockey ovviamente - ed è una via di mezzo fra un hipster di Seattle e un boscaiolo del Wyoming.
Joshua non si è praticamente mai mosso dall’Ohio. Una volta è andato presso la sede di Sugarland, in Texas, dove volerò dopo Philadelphia, e questo è stato praticamente l’unico viaggio della sua vita.
È molto interessato ai miei viaggi in giro per il mondo e mi chiede com’è la sensazione del jet lag, è incuriosito da quella che reputa sia un’esperienza abbastanza surreale.
Gli racconto che è ancora più surreale quella del cambio di stagione volando nell’emisfero australe e delle volte che sono partito da casa in inverno per ritrovarmi ventiquattr’ore dopo in estate nel Pacifico meridionale, o viceversa.
Mi risponde, serafico, che se prendo l’aereo e vado in Florida è la stessa cosa, ma in tre ore.
Fine della mia lezione di oggi sull’America.

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Philadelphia, PA
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La statua di Rocky a Philadelphia
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Hatfield, PA
TAG: philadelphia, usa, america, Ohio, pennsylvania
10.00 del 13 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   
15 America e non America (Vancouver e Seattle, e non viceversa)
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Mi viene in mente una cosa che scrisse Storvandre al ritorno da un suo viaggio: in sintesi, l’America è un paese costruito per la sopravvivenza degli stupidi. È esattamente quello che penso ogni volta che torno dall’America.
È esattamente quello che penso in viaggio sul treno da Seattle a Vancouver, mentre Oliver mi spiega come devo tenere in mano il passaporto al controllo di frontiera, così come prima mi aveva spiegato come si deve prendere il treno e come si viaggia su un treno, e penserò ancora la stessa cosa quando mi saluterà prima di scendere, ringraziandomi per aver viaggiato con il suo treno e augurandosi che dopo questa esperienza io desideri ancora viaggiare in treno.
Mi viene da invitarlo a farsi una tratta Monza-Milano su un regionale di Trenord, un lunedì mattina qualunque, magari arrivando in corsa alla stazione senza avere il biglietto già fatto.

Pur essendoci stato cinque volte è vero che non ho mai viaggiato davvero in America. Nel curriculum mi mancano sia Los Angeles, dove ho fatto lo stop over rocambolesco di qualche giorno fa, sia San Francisco; non ho mai fatto il classico coast to coast, né sono mai stato in Florida e alle Keys; non ho visto i canyon o giocato alle slot machine di Las Vegas, né ho visitato Yosemite o Yellowstone. Perfino le cascate del Niagara le ho viste dal lato canadese e non da quello statunitense.
Prima o poi tutto questo arriverà, tuttavia in questi anni ho trascorso abbastanza tempo in America da iniziare ad averne un’idea piuttosto chiara: un po’ ci ho lavorato, un po’ ci ho speso qualche giorno in vacanza a sprazzi; alla fine, fra un’occasione e l’altra, ho tutto sommato messo insieme più di un mese sul suolo a stelle e strisce. Di hamburger ne ho mangiati insomma, e inizio ad avere un campione di esperienze abbastanza significativo, da New York, a Chicago, a Boston, ad Atlanta, a Seattle, passando per le Hawaii, che sono pur sempre uno spaccato assai interessante dell’american way of life e la cosa più vicina all’America dei grandi parchi io abbia visto.

E ogni volta di più continuo a pensare inesorabilmente le stesse cose dell’America.
La prima è che ho sempre a piano di venire una volta per starci almeno sei mesi e realizzare qui uno dei miei progetti overland.
E questo nonostante io, dell’America, continui a pensare di sapere già tutto quel che c’è da sapere e conoscere già tutto quel che c’è da conoscere, senza averla mai vista davvero.

La seconda è appunto quel che ne dice Stor. A cui aggiungo che per me l’America si traduce invariabilmente nell’essere rappresentabile come quel posto dove tutti fanno le stesse cose, tutti i giorni sono identici, tutto è esattamente uguale ai telefilm americani, per cui se tu hai visto Starsky e Hutch sappi che l'America è quella roba lì, e se vedi le serie tv americane sai già tutto quel che devi sapere dell'America, perché in realtà le serie tv e gli show televisivi americani sono documentari.
Questa cosa del resto sono certo di averla già scritta, almeno ogni volta che sono tornato dall’America.

Prendi i trentenni americani, ad esempio. Ovunque tu sia in America, indipendentemente da quando tu ci sia sull’asse temporale degli anni che passano, i trentenni americani sono quelli che vanno in giro tutto l’anno, con qualunque temperatura, in bermuda e t-shirt, o maglia a maniche lunghe di cotone, o più raramente camicia di flanella a quadri, ma devi almeno essere negli stati del nord. Quando i trentenni diventano un po' più adulti indossano il cappellino da baseball con la tesa piegata. Se sono afroamericani la tesa è piatta. E se sono più giovani la portano all'indietro. Il cappellino da baseball identifica il gruppo sociale di appartenenza dell'americano medio.
Per il resto, ci sono cinque gradi e tira vento? Non importa, il trentenne americano va in giro in bermuda e t-shirt, immancabilmente tenendo in mano il suo bicchierone di caffè bollente. Perché? Boh. Perché è scemo secondo me.
Cioè, non è vero che non ha freddo. È che non ci pensa. È come mio figlio, che ha quattordici anni, solo che lui ne ha trenta, quaranta, spesso anche cinquanta: esce di casa con la prima cosa che trova nell’armadio e siccome la prima cosa che trova sono i bermuda e la maglietta, lui indossa i bermuda e la maglietta, e il cappellino da baseball. Fuori ci sono cinque gradi, non importa: ha la pelle viola dal gelo e per lui è normale.

Così, sul traghetto che collega Seattle a Bainbridge, a inizio marzo, sul ponte fa un freddo porco e la gente normale e i turisti, che son lì per fare foto, stanno all’esterno avvolti nei loro piumini e col cappello (non da baseball) in testa. Il trentenne (se sei a Seattle è hipster, con la barba e gli occhiali da sole) americano no: sta in bermuda e t-shirt. La sua compagna in canottiera e sandali, a piedi nudi.
Nemmeno i norvegesi sono così e io posso dirlo, ché in Norvegia ci sono stato molto più che in America e i norvegesi li conosco bene.
Non che l’impiegato americano sia poi diverso: ci sono cinque gradi, lui esce in camicia e cravatta, con la giacca stropicciata che gli cade un po’ male, e va al lavoro così. Ce ne sono trenta? Uguale. Nevica? Uguale. Sempre quel vestito, sempre la camicia bianca, sempre la cravatta orrenda. Mai un soprabito, mai un cappotto, un giaccone. No, se è un colletto bianco, solo la giacca blu, la camicia bianca, il bicchierone di caffè in mano.

Perché l’altra cosa che in America è uguale dappertutto è che tutti vanno in giro col loro bicchiere di caffè in mano. Almeno da mezzo litro, perché poi l’America è quel posto dove tutto è per forza esagerato, sempre.
Sono esagerati i bicchieri di caffè e Coca Cola, è esagerata la quantità di ghiaccio che mettono dentro qualunque bevanda, sono esagerate le confezioni di pop corn, sono esagerarti gli hamburger, le strade sempre a settordicimila corsie e i marciapiedi, i palazzi e gli ingressi dei palazzi, il numero di cuscini sui letti degli hotel, il consumo e le cilindrate delle automobili, le taglie delle t-shirt che van sempre dalla XL in su, i traghetti (quello che collega Seattle a Bainbridge è grande dieci volte un qualunque traghetto per l’isola d’Elba).
Tutto sempre troppo e spesso inutilmente grande.

L’America è un unico grandissimo, enorme palcoscenico dove un Truman Show collettivo va avanti inesorabile da decenni, sempre allo stesso modo, sempre immutato, sempre uguale a se stesso, ogni giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. Persino i democratici e i repubblicani secondo me si alternano sulla base di un copione prefissato e immodificabile.
Del resto, a parte il Giorno del Ringraziamento, cos'hanno gli americani che interrompa la loro routine esistenziale, cosa fanno, che si inventano che non sia falciare l'erba del giardino o, se sono giovani e portano la tesa del cappellino a rovescio, armarsi su internet e andare di tanto in tanto nelle scuole a sparare?
Al massimo vanno a fare il barbecue fuori porta al weekend. Il loro è un anno di trecentosessantacinque giorni identici.

Dal Minnesota al Texas, dalla California alla Pennsylvania, dalla Florida all’Oregon: gli americani fanno tutti le stesse cose, vivono tutti la stessa vita, mangiano tutti le stesse cose, pensano tutti allo stesso modo.
Ehi, ma questa è la Cina!
No be', in Cina non è banalissimo comprare armi su internet. E poi invece degli hamburger hanno quelle orrende e puzzolenti zuppette pronte che ciuppano coi bastoncini. Meglio gli hamburger e le armi, cioè, internet.

Così, non importa che io sia a Seattle, o a Boston, o ad Atlanta: ai miei occhi l’America è sempre quella roba lì. Io sbarco in America e ogni volta l’America che si presenta a me è fatta da personaggi tutti uguali, coi loro bicchieri di caffè in mano, che mi spiegano tutto, tutto, tutto, nei minimi dettagli, compreso come devo tenere in mano un passaporto e i mille modi in cui posso farmi male e a cui devo quindi fare attenzione, che sia scendere due gradini o affrontare un grizzly. In America ci sono istruzioni per tutto, non è possibile affrontare nulla senza che ti siano date delle istruzioni per.
L’America è quel posto dove a Seattle, nel parco di Bainbridge, sono esposte ovunque ben visibili le istruzioni per come comportarsi in caso di tsunami.
Ora, non importa che la probabilità di uno tsunami a Bainbridge sia più bassa di quella di essere colpiti da un meteorite nello stesso luogo: è importante che tu abbia delle istruzioni su come comportarti in caso di tsunami.
Per curiosità sono andato a googlare la relazione fra Seattle e gli tsunami. È effettivamente possibile che da qui ai prossimi mille anni Seattle sia colpita forse da un terremoto devastante, ma forse anche no e nel caso potrebbe non verificarsi comunque alcuno tsunami. Mai.
Ma l’americano ha sempre un piano.
In Caccia a ottobre rosso il generale americano dice che i russi non vanno nemmeno in bagno se non hanno un piano, il che è vero, ma lo hanno imparato dagli americani.

Ma non volevo parlare degli americani e dei luoghi comuni dell'America, che trattandosi di America non c'è altro come i luoghi comuni per descriverla.
Volevo perlopiù addentrarmi nella discussione se sia più bella Seattle o Vancouver, premettendo che lo stesso discorso che ho fatto per gli Stati Uniti potrei farlo tale e quale per il Canada: non ho mai viaggiato su e giù per il Canada, ma sono stato anni fa in Quebec e a Toronto, e Vancouver non ha cambiato la mia prima impressione di allora.

Perché Vancouver, come Toronto (meno il Quebec) ha un po’ quella roba del vorremmo essere America ma ci dà fastidio che si noti. Perché dài, non è che puoi darti arie intellettuali servendo a colazione croissant invece dell'eggs and bacon che ti rifilano cinquanta chilometri più a sud, e poi però a pranzo mettermi davanti un hamburger ricoperto di brie fuso.
Non che non sia buono, per carità, ma capisci.
Hamburger col brie fuso.
E birra belga.
E poi cosa, le crêpes con lo sciroppo d’acero?
Le baguette con il burro d’arachidi?
E noi dovremmo ridere delle fettuccine Alfredo?
Senza contare che Vancouver ha una foresta di grattacieli che nemmeno a Seul, altro che America. Vancouver è la quarta città più alta di tutta l’America e questo effettivamente no, non me l’aspettavo. È più americana della stessa America che le sta appena sotto.
A un certo punto, mentre passeggiavo per downtown, mi dicevo: prendi Atlanta, mettila sul mare, aggiungi qualche montagna con la neve davanti e hai fatto Vancouver.
Poi c’è in effetti quel fatto del groviglio di grattacieli come a Seul. Gli stessi, proprio, uguali.
Poi ci sarebbe che la Marina è in realtà la fotocopia di Montecarlo: se non fai caso alla neve alle spalle, ti sembra *davvero* di essere nella città monegasca.
Poi peraltro ci sono delle ciclabili e delle pedonali meravigliose, larghe e lunghissime, chilometri, che seguono tutta la costa e attraversano la città, per cui correre a Vancouver è bellissimo e in effetti tutti corrono a Vancouver, anche se è lunedì mattina e ti chiedi quando cazzo lavorano se son tutti in giro a correre, ma questa cosa è comunque bellissima.
Poi non c’è alcun traffico a Vancouver: hanno queste vie americane da seimila corsie che corrono in mezzo ai grattacieli e fra un tappeto sterminato di bellissime case residenziali tutte uguali in periferia, come in America del resto, ma sono strade pressoché deserte, dove va anche detto che ho visto più Lamborghini e MacLaren che in tutta la mia vita, il che mi fa supporre che comunque, statistiche a parte, a Vancouver si viva piuttosto bene.
E ci sono anche le piste da sci davanti a Vancouver.
E oltre alla metro per spostarsi ci sono gli idrovolanti. Gli idrovolanti in città, capisci? Che altro vuoi di più?
Poi c’è la solita rotella a Vancouver. Anche ‘sta cosa della rotella panoramica sul pilone col ristorante che gira: ormai ce l’han tutte le città, diobono. Non sei una città figa se non hai la rotella panoramica. Ce l’ha Toronto, fra l’altro molto più alta; ce l’ha Berlino - ah no, forse quella di Berlino è una sfera; in Cina ce l’hanno tutte e ce l’ha perfino Seattle, a titolo di sfregio, ché sta proprio davanti a Vancouver. Quindi che differenza vuoi che faccia avere la rotella in città, ormai? Non è che puoi spacciarla davvero come un’attrazione, non siamo più negli anni ’60.

Non so: bella Vancouver, sì, e ci vivrei pure - e chi no? Però, dovessi davvero dire, Seattle ha una personalità che la città canadese si sogna.
Vancouver è un po’ priva di carattere, potrebbe appunto essere qualunque anonima città americana in una bella posizione, oppure Zurigo, o Montecarlo. Ha un po’ di tutte queste, a modo suo.
Qualche chilometro più giù, in un bellissimo palcoscenico naturale dominato dalla spettacolare mole del Mount Rainier innevato, Seattle suona, è viva, frizzante, decisamente più a misura europea. Per molti versi mi ha ricordato parecchio Boston. Paradossalmente mi aspettavo il contrario e invece, delle due, la più americana è Vancouver, dove peraltro ostentano un bilinguismo snob che è solo una facciata di opportunità politica. Fra le dozzine di etnie che popolano le sue strade, tanto da farle meritare il soprannome di Hong Couver, i francofoni sono probabilmente una minoranza trascurabile, ammesso che ci siano.

Ci sono parecchi homeless a Seattle, ma ce ne sono anche a Vancouver.
E poi si capisce che i giovani di Seattle vanno a Vancouver in cerca di avventure e i giovani di Vancouver vanno a Seattle in cerca di avventure, perché in fondo le due città sono solo le due interpretazioni americana e canadese del modo di vivere davanti al Pacifico, pressoché identiche, persino nelle dimensioni urbane, nella geografia del luogo e nell'integrazione etnica.
O almeno, questo è l'occhio del turista frettoloso.

Poi, socialmente ed economicamente, è possibile che sia più facile vivere a Vancouver che a Seattle. Sicuramente nella città canadese è più facile correre la maratona.

Così ho preso un caffè da Starbukcs a Seattle e il giorno dopo un caffè da Starbucks a Vancouver, ed erano uguali. Ho cenato in un bel ristorante di Seattle, europeo, e in un bel ristorante di Vancouver, americano, e ho mangiato bene in entrambi. Ho visto gente correre a Seattle e gente uguale correre a Vancouver, però quelli a Seattle correvano in salita lungo la Queen, che tira un casino, madonna se tira.
Ho visto la rotella di Seattle e quella di Vancouver, e non sono salito su nessuna delle due, ché si sa che odio gli ascensori, soprattutto quelli inutili delle torri panoramiche.
Ho visto l'oceano di Seattle e quello di Vancouver, e forse se la giocano alla pari, ma poi ho visto la neve del Rainier a Seattle e quella delle Coast Mountains a Vancouver e vabbè dai, non c'è proprio storia: il Rainier da solo riempie qualunque cartolina, mettici poi sotto la skyline di Seattle con i fiordi oceanici e ciao.
E ho camminato per le strade di uptown e navigato fino a Bainbridge, per esplorare i quartieri bene residenziali di Seattle, e ho poi camminato per gli stessi quartieri a Fairview, per vedere come sono quelli di Vancouver, e sono uguali. Han tutti la barca davanti a casa e le case son fatte di legno e cartongesso tenuto assieme con lo spago, come tutte le case americane e come si vede nei reality americani su Real Time in cui comprano e vendono case.
Te l'ho detto che basta guardare la televisione, senza stare ad attraversare l'oceano.
A Vancouver ho anche visto il trasporto dei tronchi lungo le acque del Fraser e anche questo, in effetti, è come nei film.

È più ordinata e svizzera Vancouver, più tranquilla e serenamente cosmopolita, è una città dove non accade nulla e l'unica cosa che accade è che spaccano i finestrini delle auto come in Italia, persino in pieno centro, e la polizia canadese considera questo la vera piaga criminale della città. Cioè, in una delle metropoli più importanti e grandi d'America la cosa più pericolosa che accade è che ti possano ciulare l'autoradio. Capisci che.
Seattle è più mediterranea e questo basta per renderla più simpatica e allegra. Non so se ti ciulino l'autoradio a Seattle, posso però dirti che Uber funziona da dio, mentre a Vancouver Uber non c'è. In compenso ci sono i tassisti indiani che non sanno una cippa, come in America, al solito.

Per quanto comunque possa forse essere un po' più difficile sopravvivere a Seattle, io non mi preoccuperei molto. Pensano loro a darti le istruzioni per qualunque cosa.
Anche per lo tsunami, sai mai.

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La skyline di Seattle con la sua "rotella"
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La costa del Pacifico fra Seattle e Vancouver
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Vancouver downtown
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L'Orca Digitale, Vancouver
TAG: seattle, America, vancouver, canada
23.38 del 15 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
10 Lamerica, once again
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Di nuovo sopra l’equatore. Ho cambiato ancora una volta emisfero, stagione, continente, abbigliamento, e ho nuovamente tirato fuori dal trolley giacca a vento e berretto.
Ho un altro oceano alle spalle e due pasti saltati.
Ho un'altra notte, freddissima questa, trascorsa in aereo senza chiudere occhio.
Ho due fusi orari in più, o due ore di distanza in meno da casa, che stanotte diventano subito tre, perché nel frattempo in America arriva l'ora legale.

Ho avuto uno stop over rocambolesco e pazzesco a Los Angeles, questo pomeriggio: il mio volo da Rarotonga era in ritardo di tre ore, saremmo dovuti partire a mezzanotte e arrivare alle undici, e invece, per ragioni non chiare, siamo rimasti fermi sulla pista di Rarotonga fino alle tre del mattino, chiusi in aereo, con un caldo atroce e poche, quasi nulle, informazioni. Perfetto per la mia claustrofobia.
A bordo, mentre ci distribuiscono qualche snack di conforto, la manager del volo raccoglie nomi e numeri dei voli di coloro che hanno coincidenze previste a Los Angeles, almeno un centinaio di passeggeri. Il mio è uno dei casi disperati: Delta non fa parte della stessa alleanza di Air New Zealand, i biglietti dei due voli non sono collegati e in più il mio biglietto per il volo Delta non è assicurato (è uno dei biglietti Millemiglia), se lo perdo non ho alcuna speranza di rimborso, né Air New Zealand può riprogrammarmi su un volo successivo di una compagnia alleata, tipo United.
Insomma, se buco il volo a Los Angeles devo ripagarmi il biglietto a prezzo pieno, perdo quasi certamente anche la prenotazione dell'hotel a Seattle, già pagata, e probabilmente devo a questo punto cercarmi un volo diretto per Vancouver perché non faccio più a tempo a far tappa a Seattle, oltre naturalmente a dovermi perlomeno pagare una notte non prevista a Los Angeles.
Un disastro.

Arriviamo a Los Angeles alle 14:00. Il mio volo parte alle 15:15, l'imbarco è previsto alle 14:35: devo passare tutta l’infinita procedura di immigrazione negli Stati Uniti, capire da dove parte il mio volo, cambiare terminal di conseguenza tenendo conto che è la prima volta che sono a Los Angeles, non so come orientarmi e questo è uno degli aeroporti più grandi del mondo, rifare la procedura di check in e un nuovo controllo bagagli, arrivare al gate. Un incubo.
Come non bastasse, l'aereo parcheggia in un'area lontana dal terminal di arrivo: non siamo attaccati al finger e bisogna prendere l'autobus. Il bus impiega esattamente dieci minuti dall'aereo al terminal. Per dire quanto cazzo è grande questo aeroporto.

La coda all'immigrazione è spaventosa e non ho alcun modo di saltarla, questo è l'unico imbuto nel quale non provare a sgarrare dalle procedure, già è un miracolo se non mi selezionano per il controllo del bagaglio.
Se ne vanno quaranta minuti e mi va già bene: per fortuna dall'ultima volta hanno automatizzato la lettura del passaporto e la rilevazione delle impronte e della fotografia di identificazione, che adesso si fa da soli usando dei totem.
Entro ufficialmente negli Stati Uniti per la quinta volta e sono le 15:00 in punto. Una hostess di terra mi dà al volo l'indicazione che mi serve: il mio volo per Seattle parte fra quindici minuti esatti dal terminal 3. Io sono al terminal B. Devo uscire, poi left, poi upper level. Non sono più di cinquecento metri, è il terminal a fianco. Potevano essere chilometri.

Esco correndo come un pazzo, trascinandomi il trolley, prendo anche la pioggia per un breve pezzo, entro al terminal 3, salgo tre gradini alla volta le rampe di scale verso l'upper level, chiedo indicazioni, un altro impiegato mi dice al volo "gate 28" e mi indica la direzione, che ovviamente è dall'altra parte del terminal. Corro, corro, corro più che posso attraverso tutti i lunghi corridoi.
Arrivo al controllo dei bagagli per accedere ai gate e mi trovo davanti un'altra coda infinita: decido di forzare la mano, chiedo permesso, mi scuso, urlo che mi parte l'aereo, la gente si sposta, la fila si apre. Sono sudato fradicio, sto correndo con il maglione pesante addosso e i jeans, passo tra la gente sempre con 'sto trolley dietro che sette chili stocazzo, ormai sono quindici emmezzo, lo so perché l'ho pesato a Rarotonga.
La folla si apre in due, mi fanno passare ridendo per fortuna, qualcuno mi incoraggia, "run guy, run, come on, you can do it", salto le serpentine incanalate dai nastri che delimitano la coda, tagliando tutto il percorso, passo davanti a centinaia di persone, arrivo al tunnel per i raggi X e al body scanner: mi devo spogliare, via le scarpe e il maglione. La polizia non sorride ma capisce la situazione, mi dà una mano spiegandomi bene passo per passo tutto quello che devo fare, ma non mi concede nulla.
Chiedo se devo togliere la cintura, mi dicono di tenerla, ma la cintura ovviamente suona nel body scanner e quindi devo ripassare anche il controllo manuale.
Una ragazza nota la t-shirt della Milano Marathon e mi apostrofa ridendo: "That's why you're trained for!" La sua amica, mentre mi controllano millimetro a millimetro, mi chiede qual è il gate, mi dice come raggiungerlo e mi tranquillizza dicendo che è procedura normale a El’ei partire con quindici minuti di ritardo, e che ce la farò.
Mentre mi rivesto mi fanno gli auguri e mi chiedono infine di dove sono, ma ormai sono già a cinquanta metri di distanza in corsa per il traguardo finale.
Arrivo davanti al gate.
Chiuso. Deserto. Volo imbarcato.

Sono disperato e frustrato. Un tipo delle pulizie mi dice di provare a bussare al finger, qualche volta dietro la porta c'è l'addetto.
Busso, busso più forte, urlo di aprire, ma non risponde nessuno. L’aereo è ancora lì, lo vedo dalle vetrate, sta per partire.
Mi guardo in giro: un paio di gate più avanti c’è un altro volo Delta in partenza. Mi fiondo dal tipo al gate che sta per imbarcare i passeggeri, gli chiedo se può per favore contattare qualcuno e farmi salire sul mio aereo. Scuote la testa, mi dice che ormai il finger è chiuso. Lo imploro, gli dico che devo prenderlo assolutamente. È chiaro dalle mie condizioni che ho corso come un pazzo. Gli spiego che il mio volo era in ritardassimo, che non posso perdere questa coincidenza perché dopo ne ho un’altra.
Si consulta col suo collega, prende la ricetrasmittente e bofonchia qualcosa a qualcuno. Poi si avvicina al mio gate e mi fa cenno di aspettare. Parla ancora al walkie talkie, si fa aprire il finger e scompare dentro, chiudendosi la porta alle spalle. Riappare dopo qualche minuto e mi chiede di mostrargli la carta d’imbarco. Ho quella digitale, gliela mostro.
Accende il computer e riapre la lista passeggeri: eccomi lì, in rosso. Mi guarda senza alcuna espressione. Parla ancora alla ricetrasmittente. E infine mi stampa la carta d’imbarco: “Come on guy, run on board”.
La porta del finger si riapre e una hostess viene a prendermi.
Sono a bordo. I did it.

Mi viene in mente che ho saltato pranzo. E ieri sera cena, perché quando infine l’avevano servita in volo erano ormai le quattro del mattino, ero stravolto dalla stanchezza e volevo solo cercare di dormire.
Su questo volo non sono previsti pasti. Devo accontentarmi di quattro cookie al cioccolato e un bicchier d’acqua. Ho ancora dure ore e mezza di volo davanti.
In cuffia ho David Crosby. Come a Boston. Lamerica per me è David Crosby.

Seattle. Stanco morto e con un principio di otite che in tarda serata va pure peggiorando. Di fatto sono sordo dall’orecchio destro, il che certo non aiuta a capire ‘sta gente quando mi parla.
L’atterraggio è meraviglioso, con la luce radente del tramonto e una vista mozzafiato sul cono innevato del Mount Rainier e di tutte le montagne circostanti. La neve dopo la sabbia del Pacifico meridionale, in sole ventiquattr’ore.
Pure il tassista che mi porta all’hotel sbagliato. Me ne accorgo solo quando sono ormai sceso dal taxi e lui se n’è andato. Per fortuna il mio hotel non è lontano, sono cinque minuti a piedi.
Fa freddo, c’è vento. Sono sul Pacifico, d’inverno ora. La serata è limpidissima.

Prima di crollare svenuto sul letto, raccolgo le ultime energie ed esco per cenare. Mangio finalmente bene, in un bel ristorante greco di upper town.
Mi regalo una bottiglia di Retsina, che peraltro coi betabloccanti mi darà la botta definitiva facendomi dimenticare dell’orecchio fuori uso e dell’acufene insopportabile.
Vorrei farmi una doccia bollente, ma non ho le forze, rimando a domani mattina.
Domani Seattle, di corsa.
Domani sera si riparte per il Canada.

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I did it!
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Landing in Seattle-Tacoma
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E di nuovo indosso la giacca a vento...
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Cena a Seattle uptown, finalmente!
TAG: seattle, America, los ángeles
23.38 del 10 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
14 Meno quindici
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
PartenzaRTW20182
TAG: RTW, round the world, cook island, cook, america, viaggirica, viaggi
19.35 del 14 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
   
26 Due volte il mondo (non quello che vorrei)
GEN Progetti
Saranno più d’uno i record che andrò ad aggiornare nella mia scorecard di viaggiatore globale con questo nuovo giro del mondo. Il primo, banalmente, è che per la seconda volta tornerò a casa avendo viaggiato sempre verso est e trasvolato tre oceani: un progetto nella mia lista at least once in my lifetime che avevo già centrato sette anni fa e che certo non pensavo avrei avuto occasione di ripetere, non negli stessi termini almeno, né soprattutto così a breve.
E invece, un po' per caso e senza averlo a piano, sono riuscito a tracciare una seconda rotta attorno al pianeta, ancora una volta grazie alle centinaia di migliaia di miglia premio accumulate negli ultimi anni.
Ancora una volta - peraltro - non la rotta dei miei sogni.
Per cui ce ne sarà una terza, prima o poi.

E poi.

Sulla tratta Abu Dhabi-Sydney volerò per la prima volta con l’aereo più grande del mondo, l’Airbus 380 a due piani, e sarà anche il volo senza scalo più lungo della mia vita: oltre quattordici ore, una in più dei miei precedenti sulle rotte per Giappone, Corea, Australia, Sudafrica e Sudamerica.
Mi viene in mente una sera di metà agosto del 2014, all’aeroporto di Johannesburg. Siamo tutti insieme, in attesa del volo di rientro per l’Europa. È un Jumbo 747: quando ero ragazzo era il simbolo dei grandi viaggi intercontinentali, da adulto ho poi avuto occasione di prenderlo diverse volte.
Prima di imbarcarci passiamo davanti alla fila degli A380 Lufthansa, British ed Emirates parcheggiati ai finger e ci chiediamo quando capiterà anche a noi l’opportunità di volare su uno di quegli impressionanti giganti dei cieli.

L'occasione capiterà il prossimo 1° marzo, ma per diverse ragioni sarò da solo. Lo ero anche nel 1998, quando mi imbarcai sul mio primo Jumbo alla volta della Malaysia.
Ripenso a quella sera a Johannesburg e niente: nell'ordine giusto delle cose questo battesimo del volo avrebbe dovuto essere a equipaggio completo e non riesco a scrollarmi di dosso l’inutilità di un secondo giro del mondo da solo, senza chi dovrebbe essere al mio fianco a decollare con me.

Farò il primo scalo e qualche ora di sosta negli Emirati, che ormai va un po' di moda: per me sarà un ritorno, diciotto anni dopo il mio viaggio in penisola arabica.
Mi trovavo ad Abu Dhabi la notte di capodanno del 2000. Prima di partire per il deserto e raggiungere l’oasi di Liwa, comprai il narghilè che ancora oggi arreda un angolo del salone di casa mia e feci una scorta di varie essenze e tabacchi aromatici che negli anni successivi ho poco consumato e che conservo, tutt’ora, non so esattamente dove. Ricordo di averli tirati fuori un paio d’anni fa da qualche scatolone, durante l’ultimo trasloco.
A questo giro non avrò il tempo di mettere il naso fuori dall’aeroporto, né d’altra parte quasi certamente la voglia. Prenderò un caffè, probabilmente americano, e mi attaccherò al WiFi aspettando di imbarcarmi per il balzo più lungo della mia vita.

Quattordici ore e un’altra manciata di fusi orari dopo, tornerò per la seconda volta anche in Australia. La prima fu nel 1999: mi fermai qualche giorno a Sydney, prima di ripartire per il Pacifico e la Nuova Caledonia. Quell’anno poi tornai indietro in modo tradizionale, viaggiando a ritroso verso ovest.
Questa volta invece farò solo un brevissimo stop over, meno di un paio d’ore, al punto che si potrebbe quasi dire che dalla terra dei canguri non passerò affatto. Rischio quasi di non avere il tempo di prendere il volo per Rarotonga, perché non so come e quando fare il check-in prima di arrivare a Sydney. Non viaggio con un biglietto unico e non potrò farlo né a Malpensa, né ad Abu Dhabi. Quando aprirà il check-in per il mio volo per Rarotonga, ventiquattr’ore prima, io sarò per aria da qualche parte in medio oriente.
Questo sarà il primo problema vero da risolvere: se in Australia mi obbligheranno a sdoganare, facendomi perdere tempo prezioso, potrei perdere il volo e mi ritroverei con un "no show" dall’altra parte del mondo, senza un biglietto aereo valido.
E sarebbe assai spiacevole.

Ma in qualche modo ce la farò. E resterà il fatto che per la seconda volta sarò arrivato fino in Australia senza di fatto metterci davvero piede, il che inizia a sembrarmi particolarmente assurdo. Parlandone razionalmente, intendo.
D'altra parte non c’è nulla di razionale in questo viaggio e dunque, sette anni dopo la prima occasione, per la seconda volta attraverserò il Pacifico e la linea del cambiamento di data e per la seconda volta ho sbagliato il conto dei giorni e delle notti nel prenotare e nel fare i calcoli. Ci sono cascato ancora.
Questa volta vivrò due volte il 2 marzo, nel 2011 vissi due volte il 20 aprile. Dopo questo viaggio avrò dunque guadagnato due giorni in più di vita sul calendario. Se fossi uno scrittore dell’ottocento ne verrebbe fuori un bel romanzo.

Alle Isole Cook mi fermerò una settimana, in attesa del primo volo diretto verso la costa occidentale dell’America. Un’intera settimana alle Cook per la verità mi pare una follia nella follia stessa di questo progetto di viaggio, soprattutto perché leggo che sarò lì in piena stagione ciclonica, una prospettiva non particolarmente allettante. È però l’unico modo per risparmiare tempo e denaro ed evitare di dover fare marcia indietro fino in Nuova Zelanda, aggiungendo voli a voli, scali a scali, cambi di fuso orario (e data) a cambi di fuso orario (e data).
Sfrutterò la sosta dividendomi fra Rarotonga e l'atollo di Aitutaki, sperando di non dover fare i conti non tanto con un uragano, che è un evento tutto sommato raro alla latitudine delle Cook, quanto col brutto tempo, che rovinerebbe irrimediabilmente le giornate nel Pacifico e complicherebbe il mio già pessimo rapporto coi voli oceanici.

Per aggirare lo spropositato costo del turismo nei mari del sud, ho approfittato dell'occasione per provare Airbnb e andare così a caccia di soluzioni alternative alla solita ricerca di un hotel su Booking.
Trovare una sistemazione ad Aitutaki non è semplicissimo, ci sono scarse opportunità: l'atollo è piuttosto remoto e piccolo, ma Airbnb è una risorsa incredibile e mi ha aperto orizzonti infiniti anche per tutti i miei futuri progetti - sì, lo so che sono l'ultimo arrivato. Inizio ad essere vecchio perfino per internet e d'altra parte non ho nemmeno un account su Instagram, per dire.
Comunque: ad Aitutaki c'è un po' da adattarsi insomma, a meno naturalmente di non soggiornare in uno dei due o tre resort da sette-ottocento euro a notte, che offrono la colazione inclusa, ma dove il WiFi si paga a parte.
Io sarò ospite di una coppia di medici in pensione che, mi pare di aver capito, sono di origine mista maori e neozelandese, e che vivono in un lodge isolato in mezzo alla foresta. Mi hanno avvisato che la connessione internet dipende dalle condizioni meteo. Non mi è chiarissimo quanto debba preoccuparmi degli ottocentoventicinque euro a notte di differenza rispetto ai bungalow del resort a un chilometro di distanza: di certo le zanzare sono le stesse.
A Rarotonga invece soggiornerò presso Carlo e Roberta, una coppia di italiani trapiantati laggiù. In questo caso la scelta è stata più difficile: su Airbnb c'erano almeno quattro o cinque opportunità interessanti che sulla carta, in base ai miei criteri di ricerca, se la giocavano alla pari. Alla fine ho un po' tirato la monetina e ho pensato che tutto sommato non mi dispiace l'idea di trascorrere una serata a chiacchierare con un paio di connazionali che han piantato tutto per trasferirsi in uno dei luoghi più remoti e sperduti del pianeta.
Comunque vada, prevedo un interessante travel log.

CarloeRoberta

Appena il tempo di essermi ripreso dai tredici fusi orari attraversati - se ho contato giusto - e dovrò nuovamente spostare le lancette avanti di altre due ore: un'altra notte in aereo mi porterà per la quinta volta negli Stati Uniti, la prima sulla costa occidentale. L’appello delle mie occasioni negli States racconta della mia natura di viaggiatore e dei miei viaggi ancor più delle opportunità perdute in Australia.

La prima volta fu nel 1991, una dozzina di giorni a New York e anzi, mi par di non essere nemmeno mai uscito da Manhattan, ché eran tempi che i tassisti nemmeno ti portavano più su della centodecima.
Mi sembrava assurdo andare a New York la prima volta e fermarmi solo due o tre giorni, volevo viverla davvero, impararla. Era la mia prima volta negli States e dovevo prenderne un po’ le misure, pur sapendo bene che non è certo America, New York. Ma se dovevo metter piede oltre oceano, tanto valeva iniziare da lì.
Da allora per me la Grande Mela è rimasta quella del panorama notturno dalle finestre del Windows of the world, in cima alle Torri Gemelle. Mi fa sempre strano pensare che non esiste più.
Alla fine, per diverse ragioni, presi New York assai male e non mi piacque. Tornai a casa e chiusi il capitolo America.

Lo riaprii nel ’96 per lavoro, a Chicago. Colsi l’occasione e ci attaccai una decina di giorni di ferie, che però trascorsi in Canada. Comunque a Chicago mi trovai tutto sommato bene e ne conservo un ricordo piacevole. Mi ripromisi di dare prima o poi una chance all’America, tipo chissà, un giorno coi figli.
La terza volta fu durante il giro del mondo del 2011: cercai in tutti i modi di evitare uno scalo negli Stati Uniti, a ribadire il mio disinteresse per una meta che tutto sommato è sempre lì e tanto prima o poi, ma non riuscii a trovare un volo dalle Hawaii a Vancouver e finii per arrendermi a uno scalo ad Atlanta, per rientrare poi in Europa da Panama. E che vuoi dire di una lunga e noiosa giornata ad Atlanta?
La quarta occasione fu nel 2014: ci andai di proposito e fu la volta di Boston, anche allora a marzo. Oddio, di proposito si fa per dire: fu l’unica destinazione per cui trovai posto con le solite miglia premio.
L'idea in sé alla fin fine non mi dispiaceva, era anche l'occasione per andare a vedere una partita dei Celtics. In realtà mi cautelai comunque verso la mia riluttanza agli Stati Uniti prenotando un volo da Boston alle Bermuda, che comunque erano "lì a due passi".
L’arrivo al Logan fu una delle mie peggiori esperienze di viaggio e contribuì a peggiorare la mia prevenzione verso gli americani, ma alla fine, quando ripartii alla volta dell’Atlantico, lasciai Boston a malincuore: nonostante ci abbia patito il freddo peggiore della mia vita, a tutt'oggi è una delle poche città al mondo, fra le migliaia che ho visitato, dove mi piacerebbe forse provare a vivere.
Peraltro proprio al Logan, sulla via del rientro, mi raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia di papà.
Non mi ha portato bene la mia quarta volta in America.

La quinta sarà questa. Transiterò da Los Angeles, giusto il tempo di cambiare aereo e tanto per aggiungere anche la California alla lunga lista delle occasioni lasciate indietro, per poi volare a Seattle, dove trascorrerò ventiquattr’ore: il solo tempo di fare una foto alla skyline e due passi per downtown, il minimo per respirare per la prima volta l’aria dell’ovest, versante grunge.
Ancora un volta la mia America durerà appena un battito di ciglia all’ombra di qualche grattacielo, nonostante ormai da qualche anno cerchi di farle il filo per un viaggio vero con tutta la famiglia, senza riuscire mai a far quadrare i conti.
Prima o poi accadrà, l’appuntamento è solo rimandato.

A Seattle prenderò un treno, come già feci nel ’96 da Toronto a Chicago, dal Canada agli States: questa volta sarà sulla costa opposta, a ritroso, dagli States al Canada, da Seattle a Vancouver.
A questo giro del mondo riesco dunque finalmente a transitare da Vancouver, dove trascorrerò due notti, che poi significa un solo giorno pieno per piazzare la mia bandierina.
E poi di nuovo scalo negli States, a Minneapolis, per spiccare il balzo finale verso l’Europa.
Ultimo touch and go ad Amsterdam, come nel 2011.

Alla fine non ho ancora fatto il calcolo delle ore che starò per aria e forse non voglio nemmeno saperlo. Mi viene in mente invece che nell’arco di ventiquattr'ore passerò dall'inverno europeo all'estate australe e, una settimana dopo, saranno sufficienti dodici ore per passare di nuovo dagli oltre trenta gradi delle Isole Cook, al rigido inverno boreale della costa pacifica americana. Solo il tasso di umidità sarà lo stesso, per quanto con effetti opposti.
Non sarà facile ragionare sull’unico bagaglio a mano che potrò portare con me: facendo i conti col peso, è fra l'altro probabile che anche in questa occasione rinunci a partire con la reflex e mi affidi solo al telefonino, come già fu a Boston e alle Bermuda, e nei Balcani, e alle Canarie, e in Ucraina e in Moldova, e in almeno un’altra dozzina di occasioni negli ultimi anni.
Deciderò all’ultimo istante, come al solito.

A làtere, questo giro del mondo sarà complementare a quello del 2011: allora attraversai il Pacifico settentrionale e rientrai dall’America meridionale, questa volta attraverserò il Pacifico meridionale e tornerò dall’America settentrionale, incrociando idealmente e perfettamente la rotta precedente.
Mi rimane il sogno nel cassetto di riuscire a fare un giro del mondo al contrario, d’inverno, passando per lo stretto di Bering: lo studio da tempo, ci ho provato anche questa volta, ormai conosco la teoria a memoria, ma metterlo in pratica continua ad essere logisticamente difficile nei tempi sempre molto stretti che ho a disposizione per queste avventure e, soprattutto, richiede risorse economiche impegnative.
Per quanto, trovato il volo per Anchorage, sono stato a un passo dallo schiacciare il tasto di conferma.

Perché sì, ci ho provato ad andare nell’Artico d’inverno. Avevo iniziato a comporre i pezzi del puzzle e informarmi su come affrontare i -50°C potenziali che mi avrebbero atteso a Barrow. Ma poi, al momento di trovarmi un alloggio, mi sono scontrato con il costo improponibile della logistica a quelle latitudini, persino su Airbnb, anche dieci volte quel che è possibile trovare alle Cook, a pari colazione, fuori scarafaggi e zanzare.
Il che è un peccato, perché sebbene sappia per esperienza che le zanzare artiche non hanno nulla da invidiare alle parenti tropicali portatrici di dengue, è pur vero che perlomeno non sopravvivono all'inverno.
Toccherà dunque investire in repellente, che comunque costerà meno di una colazione sulla banchisa.

Comunque.

Le Isole Cook saranno il mio Paese numero 100 secondo la classificazione del CIGV, il 120° in cui metterò piede secondo il ranking del Traveler's Century Club. Quando vent’anni fa o giù di lì doppiai quota cinquanta, raggiungendo così il limite minimo per iscriversi al CIGV, mi chiedevo quando mai sarei arrivato a guadagnarmi il titolo di socio Top 100. Allo stato dell'arte, se fossi ancora iscritto, il 2 marzo 2018 sarebbe la risposta. Il mio secondo 2 marzo 2018, per la precisione.
Il CIGV pone poi il traguardo successivo a quota 150 e naturalmente ho già un piano e un elenco. Fattibili, almeno nella mia testa.

Il dato più interessante l’ho però realizzato oggi e sono rimasto un po' sconcertato, perché ero convinto del contrario: le Cook non sono nella mia lista segreta. Ho dentro Kiribati, Tuamotu, Marchesi, Nauru, Niue e perfino Tokelau (considerando solo le isole del Pacifico, naturalmente), ma non Rarotonga ed Aitutaki.
Vorrei dire che è un errore di compilazione, ma non è così: in realtà mi sono sempre un po' sembrate la destinazione più scontata nel Pacifico, dopo Tahiti. Comunque ormai è andata: per batter eventualmente di nuovo il record d’inculoalmondo toccherà prima o poi spingersi perlomeno fino a Pitcairn.
Non la vedo facilissima.

Ma poi io sono quello dell’Everest e son claustrofobo, mi son sempre stati sul cazzo gli atolli sperduti.

Orizzontintorno torna dunque in pista a inizio marzo. Allacciate le cinture. Non staremo via molto, ma ce ne sarà comunque di che averne abbastanza molto rapidamente.
Soprattutto delle ben recensite bestiacce delle Isole Cook.

RTW2018Plan
RTW 2018: la rotta

P.S. No, non è questo, e non sarebbe stato nemmeno l'Alaska: alla fine quel piccolo progetto che avevo in mente per far fuori le miglia non sono riuscito a metterlo in pista. Ma meglio così: lo faremo in due, presto.
TAG: RTW2018, Cook Islands, cook, america, viaggi
00.53 del 26 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
   
15 Boston/2: venti pezzi di America dagli spalti di uno stadio
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
Cose che ho imparato degli americani, estrapolandole dall'avere assistito alla partita Boston Celtics vs. Phoenix Suns al mitico TD Garden di Boston (e considerando, però, che non sono un frequentatore di stadi in Italia e che tutto quel che so di tifoseria casalinga è filtrato dai nostri Media, quindi mi manca il termine reale di paragone) e un po' di cronaca per voi.

1. Andare allo stadio in America è un po' come partecipare da spettatore alla registrazione di Ok, il prezzo è giusto negli studi di Mediaset. Tutto quello che avviene è riconducibile a uno spettacolo televisivo con una regia e una scaletta collaudatissime.

2. I giocatori sono professionisti pagati per interpretare un ruolo ben definito, come attori (vedi prossimo punto) o impiegati altamente specializzati, che a fine spettacolo escono dallo stadio e ognuno per sé, ché anche per oggi è finita, ci siamo guadagnati la pagnotta e finalmente si va casa a sdivanarsi davanti alla tv. Tipo, chessò, io lavoro in IBM e faccio il manager, io lavoro per i Boston Celtics e butto la palla nel cesto.

3. Fra vedere Boston Celtics vs. Phoenix Suns (e, immagino, un qualunque altro evento sportivo) dal vivo, o guardarselo alla televisione, passa la stessa differenza che c'è fra vedere le riprese del Cacciatore di Michael Cimino e Robert de Niro che legge il copione fra una scena e l'altra, o guardare il film al cinema. Ecco, l'effetto dell'essere allo stadio è esattamente quello di star dietro la sedia di Cimino mentre spiega a De Niro come deve girare una scena.

4. Prima della partita, tutti in piedi per l'inno nazionale, nell'occasione cantato dal coro dei bambini di salcazzo, in un turbinio di luci stroboscopiche bianche, rosse e blu, e di bandiere a stelle e strisce. Grandi applausi. Mi sono molto commosso, sappiatelo.

5. I Suns entrano in campo accompagnati dagli AC/DC. I Celtics da Seven Nation Army. Ed è subito PO-POPOPO-POPO-POOOO!

6. Fosse solo per l'impianto luci, la scenografia e la musica, si potrebbe tranquillamente pensare di essere a un concerto rock, più che a una partita di basket.

7. Il pubblico, come negli studi di Mediaset, è totalmente pilotato dalla regia centrale, che si materializza attraverso i messaggi del Grande fratello trasmessi sugli schermi della torre centrale. Si urla LET'S GO CELTICS! al ritmo dei tamburi (registrati) solo quando i Celtics attaccano, gli schermi suggeriscono di farlo e il rullo dei tamburi dà il tempo; si urla DE-FENSE! DE-FENSE! solo quando i Celtics sono in difesa e gli schermi suggeriscono di farlo. Molto raramente parte spontaneo un BUUUUUU! quando gli avversari devono effettuare un tiro libero.
Unica eccezione in tutta la partita: un giovane qualche fila davanti a me che, a gioco interrotto per un fallo, ha avuto uno scatto di rabbia, si è alzato e ha imprecato SHOOT HIM! Non male. Ho apprezzato.

8. Ai fini di cui al precedente punto, a tutti gli spettatori viene consegnato all'ingresso un apposito gagliardetto avvolgibile: da un lato GO CELTICS, dall'altro D e il disegno di una staccionata. Ho impiegato un po' a capire che la staccionata era "fence" (vedi foto qua sotto del titolare qui, assimilato dagli autoctoni).

9. Non esistono tifosi della squadra avversaria. Non esistono tifosi avversari. Se sei al Garden tifi Boston, fine (suppongo, per estensione, uguale ovunque applicato alla squadra di casa).

10. In occasione di qualche bella azione (non molte per la verità), la regia comunica Oooohhhhhh e sugli schermi appare NOISE METER: a quel punto il pubblico deve gridare molto forte mentre viene trasmessa la moviola.

11. Se un giocatore della squadra ospite si fa male, quando si rialza tutti gli spettatori applaudono. Compreso quello che lo voleva uccidere al punto 7.

12. Del punteggio non gliene frega niente a nessuno. Nemmeno delle cheerleaders. Se prendi una dozzina di ventenni bionde americane alte un metro e ottanta, ipervitaminizzate con la tartaruga scolpita attorno all'ombelico, la quarta di media e il culo di marmo avvolto negli hot pants, e le piazzi in mezzo a uno stadio italiano durante un derby, secondo me gli ultras ne fanno carne da macello.

13. La gente arriva prima della partita (poca), a trenta secondi dall'inizio (molta) e a partita già iniziata (altrettanta). Durante l'incontro la gente (poca) guarda la partita, molti chiacchierano fra loro o giocano col cellulare, molti altri si alzano e se ne vanno a farsi un giro, poi tornano, poi rivanno, poi ritornano. Generalmente ogni volta con qualcosa di nuovo da mangiare e da bere.

14. A proposito del mangiare e del bere, va detto che dentro allo stadio c'è di tutto, più che in un mega centro commerciale. Ci sono snack, take away, pizzerie, ristoranti. Se poi siete proprio pigri, centinaia di camerieri passano fra le file a raccogliere le ordinazioni da una lista standard disponibile ad ogni posto a sedere. Si può ordinare di tutto: alcolici, pizze, sandwich, cinese, messicano.

15. Sempre a proposito: il bidone (sic!) di patatine fritte del mio vicino di posto era grande come il secchio del Mocio Vileda. Le ha mangiate tutte e ha bevuto quattro birre medie. Era un tipo smilzo e scavato, sulla cinquantina, un impiegato in camicia bianca, con gli occhiali, accompagnato dalla moglie casalinga bionda e dai due figli iper vitaminizzati, pure loro, attorno ai dieci anni.

16. Quattro tempi da dodici minuti 'sto cazzo. A parte che sono dodici minuti di gioco effettivo, l'intero spettacolo - perché di questo si tratta - dura quasi tre ore. Io ve lo dico: una noia mortale, a meno che non sia l'All star game, suppongo.
Ad ogni time out, cheerleaders in campo, performance di giocolieri, premiazioni di lotterie, eccetera. Nell'intervallo partita di bambini delle scuole medie (che, per la cronaca, giocano a una velocità e tirano da tre punti con una precisione tale da poter far nere alcune delle nostre squadre di prima divisione).
C'è stata anche la premiazione di "Un eroe fra di noi": un tipo, molto americano, molto mascelloso, molto rasato, molto muscoloso, braccio destro interamente tatuato a colori, è stato premiato per avere salvato una vita, usando un defibrillatore, in un contesto che non ho capito. Gli è stato consegnato una specie di trofeo, era molto compìto e commosso, tutti in piedi ad applaudirlo. Ho capito che ne premiano uno tutte le settimane.

17. Il Boston Garden (che adesso non si chiama più così ma, appunto, TD Garden) è meraviglioso, modernissimo, servitissimo, accessibilissimo, comodissimo, pulitissimo, spettacolare. Se gli stadi americani sono tutti così, noi siamo Africa.
Nota: non ho contato più di venti poliziotti. Certo, di quelli cattivissimi americani come nei telefilm, ma parliamo di uno stadio da 20.000 posti. I controlli all'ingresso sono capillari, ma fluidi, gentili e rapidissimi. Non si fa coda per entrare, si esce in pochi minuti. Tutto è stramaledettamente normale e pacifico. Come andare a teatro. Ammiriamoli.

18. Se sei un tifoso dei Boston Celtics (estrapolo: di qualunque altra squadra, immagino) alla partita vai indossando solo la t-shirt ufficiale del tuo idolo e i pantaloncini. Anche se sono le otto di sera e ci sono dieci gradi sotto zero.
Nota: qui non usano le sciarpe coi colori della squadra come da noi. Al massimo palloncini colorati e manone di gommapiuma col pollice alzato.

19. È ancora lecito andare alla partita indossando la maglietta numero 33 di Larry Bird.

20. Sia chiaro: nonostante da ragazzo sia stato un gran tifoso dei mitici Los Angeles Lakers di Jabbar e Magic Johnson, e di conseguenza grande avversario degli altrettanto leggendari Boston Celtics di Larry Bird, andare al Garden a vederli giocare è stata una grandissima emozione e ho tifato per loro: mi sono sentito molto americano in questo.

[E infine, per la cronaca e per la storia: Celtics sconfitti dai Suns 80-87. Partita moscia, noiosetta anzichenò. Poche azioni spettacolari. Celtics sempre sotto, anche fino a -12, con un insperato recupero nell'ultimo quarto che li aveva addirittura portati a +2 a sei minuti dalla fine. Poi, parità fino a due minuti dal termine, quando un paio di errori e di disastrose palle perse hanno irrimediabilmente compromesso il recupero, regalando la partita ai Suns. E meno male, ché dei supplementari proprio non avevo alcuna voglia.
Nel complesso, comunque, Suns non irresistibili, ma Celtics davvero mediocri.
]

Garden1
Garden2
Garden3
Garden4
Garden5

P.S. Le foto son quel che sono perché l'iPhone fa quel che può. Avercela avuta dietro, in questa occasione, la mia Canon con il suo 480mm...
TAG: Boston Celtics, basket, Boston, TD Garden, sport, America
13.02 del 15 Marzo 2014 | Commenti (1) 
   


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