Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 Non ci sono più le stagioni
NOV Pollice verde
Messo giù i bulbi negli ultimi due vasi. Tutto procede a meraviglia, le viole stanno un amore e chissà i bulbi sotto. Mah, speriamo bene.
Solo, non capisco: a due settimane dall'interramento, i bulbi di Muscari armeniacum (che, va da sé, non ho la minima idea di che roba siano, sto solo leggendo l'etichetta) stan già germogliando, e mica poco. Leggo che dovrebbero venir su verso primavera.
Devo aver comprato un sacco di terra proveniente da Chernobyl.

Vasi Arcore 2011.11.07-01
Vasi Arcore 2011.11.07-02
Vasi Arcore 2011.11.07-03
Vasi Arcore 2011.11.07-04
Vasi Arcore 2011.11.07-05
Vasi Arcore 2011.11.07-06
Muscari armeniacum
TAG: GIARDINAGGIO, FIORI, NARCISI, TULIPANI, GIACINTI, VIOLE, muscari armeniacum
12.21 del 13 Novembre 2011 | Commenti (0) 
 
26 ISO-9001 Armenian mode
AGO Travel Log: Caucasus
Tutte le camere dell'hotel di Sisian sono dotate di abat-jour, phon e in qualche caso persino di frigobar.
Staccati.

Sisian Hotel
TAG: armenia, sisian
15.20 del 26 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
23 Armenia /4: risalendo verso la Georgia
AGO Travel Log: Caucasus
Appunti sparsi, non organizzati. 17 agosto. A Dilijan stasera c'è un caldo umido soffocante, nonostante si trovi a milleduecento metri di quota, in mezzo ai boschi. O forse sono io che avverto la senzazione, e non sarebbe affatto strano. Fra l'altro Dilijan non è affatto ospitale come viene descritta, tutt'altro: è in fondo a una stretta valle, come spesso accade per i villaggi armeni, e dà una certa sensazione di claustrofobia. Sarà anche che prima di arrivare qui la strada passa attraverso un lungo tunnel buio, pieno di monossido di carbonio degli scarichi degli automezzi, al punto che quasi non si riesce a respirare dal caldo e dallo smog. Non un bel posto, insomma.
Dilijan, di fatto, è una rotonda imbucata fra le montagne armene. Il paese è perlopiù un agglomerato di case sparse, un po' aggrappate ai fianchi della valle, in mezzo al bosco, un po' attorno al torrente. Quattro strade in croce, a voler essere generosi, di cui solo un paio asfaltate.

Albert è tornato a Yerevan. Si è fatto pagare la tratta fino a qui ed è andato. In teoria abbiamo un accordo per proseguire, dovrebbe tornare a prendermi domani mattina per portarmi almeno fino al Debed canyon: Yerevan è solo a un'oretta e mezza di distanza da qui, credo, ma chissà se ci siamo davvero capiti. O meglio: sono certo che ci siamo capiti, l'appuntamento è alle nove, ma, non so perché, mi chiedo se lo vedrò arrivare davvero.
Non dovesse arrivare, sono in cul del sac: alla Magnit guesthouse nessuno spiccica una parola che non sia armeno o, nel caso, russo, e dover trovare il modo per riorganizzare la tratta da qui in avanti con qualcuno di affidabile, senza prendere pacchi, fregature, spendere una follia, eccetera, sarebbe perlomeno faticoso, se non complicato.
Almeno viaggio con circa due giorni di vantaggio sulla tabella di marcia.

Gli armeni sono stranissimi: quando parlano fra loro sembra quasi che non si capiscano. Dialogano lentamente, uno alla volta, poi si guardano con aria interrogativa e rimangono in silenzio. Quindi riattaccano, col tono che sembra sempre un po' scocciato, come se dovessero ripetere le cose tre o quattro volte prima di capirsi.
Ho registrato un dialogo fra Albert ed un collega, a Noravank. Se trovo il modo di convertire il formato lo metto qua dentro.

Oggi Albert era più nervoso del solito e non faccio fatica a comprenderlo. Gli ultimi due giorni sono stati faticosi anche per lui. Ieri sera a cena, grazie alla proprietaria della guesthouse a Sisian, che parlava inglese e faceva da interprete, siamo riusciti finalmente a rompere il muro dell'incomunicabilità e a parlare un po' a lungo, così ho potuto spiegargli alcune cose che non capiva e si è rasserenato, ci abbiamo scherzato su. Il non poter comunicare per intere giornate con la persona con cui stai viaggiando, alla quale peraltro ti affidi completamente, può diventare piuttosto frustrante ed innervosire parecchio. Ne so ben qualcosa.
Comunque, cose mie e sue. E Vodka ad aiutare, naturalmente. La sua, quella al Paraflu.

Diario. Dei tornanti di Tatev in discesa a rompicollo vi ho già parlato. Albert è salito con l'auto a prendermi al monastero, dopo avermi lasciato all'andata alla stazione di partenza del Wings of Tatev: un'altra esperienza piuttosto adrenalinica.
La funivia, entrata di recente nel Guinness dei primati, dopo un primo salto orizzontale di circa un chilometro di campata unica (di per sé già abbastanza "interessante", diciamo così), passato l'unico pilone, scavalca in un colpo solo, con un altro salto a campata unica, un canyon largo cinque chilometri, a circa quattrocento metri di altezza dal suolo. Si sta per aria dodici minuti, che son lunghissimi, credete a me, e il vento tira forte assai lassù, anche perché vien su dritto incanalato dal fondo della gola.
Ora, io ho preso centinaia di funivie nella mia carriera alpinistica, alcune anche piuttosto vecchiotte e vertiginose, ma vi dico che quando la cabina ha passato il pilone e mi son trovato, senza preavviso, appeso lassù in quell'accidenti di posto, be', mi è venuto istintivo accucciarmi sul pavimento.
Poi ho preso fiato e ho scattato una milionata di foto. Anche per dimenticarmi dove diavolo ero e il vento fuori.

Di notte nel Vayots-Dzor fa piuttosto fresco e all'improvviso ti ricordi che sembra sì deserto, ma in realtà sei su un altopiano che d'inverno è sepolto dalla neve. Guardo l'alba accendersi sulla steppa vuota dalla finestra della mia camera a Sisian e mi chiedo come sia viverci, a Sisian, d'inverno. E bisognerebbe parlarne, anche, di Sisian. E dell'hotel di Sisian. Che se ti capita di fermarti a Sisian per la notte, e l'unico albergo in città citato sulla tua guida è al completo (al completo??), ti guardi attorno e ti chiedi come diavolo ci sei finito a Sisian. E a quanti chilometri di distanza sia la prossima doccia.
Invece, io, poi, a Sisian sono stato bene. E' che ci sono arrivato parecchio stanco e accaldato, dopo ore di viaggio dal Karabakh, passando per Tatev. Uno di quegli inevitabili momenti, in questo tipo di viaggi, che giuri a te stesso per l'ennesima volta che l'anno prossimo vai a Gabicce mare tre settimane e vaffanculo.
Poi invece, l'anno dopo, finisci di nuovo in un'altra Sisian e sei daccapo. Recidivo.

La tratta da Sisan a Dilijan è piuttosto noiosa e calda. Non fosse per il transito del Selim Pass, ad oltre duemilaquattrocento metri, spettacolare al punto da avermi a tratti ricordato il Torugart. Dal Selim passava la tratta armena della Via della seta e infatti al valico c'è il consueto caravanserraglio. Suggestivo.

Quindi Dilijan. E infine il Debed canyon, dove si trovano Odzun e, soprattutto, Haghpat e Sanahin, i due monasteri più famosi dell'Armenia, protetti dall'Unesco. Se li vedi alla fine di mille chilometri di Armenia e di altri quindici monasteri e, nonostante ciò, non ti nauseano, allora sì, meritano evidentemente la fama. Piazzarli all'inizio sarebbe stato il suicidio di questo itinerario nel Caucaso meridionale.
Più avanti, solo una trentina di chilometri dopo Alaverdi, dove il Debed canyon si appiattisce e sbuca di nuovo sugli altipiani, la frontiera con la Georgia (e l'Azerbaijan).
Di là passa la mia via.

Caucasus 40
La strada per Tatev vista dalla funivia
Caucasus 41
Monastero di Tatev
Caucasus 42
Il titolare qui al monastero di Tatev
Caucasus 43
Caucasus 44
Caucasus 45
Caucasus 46
Salendo al Selim Pass, sulla tratta armena della Via della Seta
Caucasus 46
Caucasus 47
Monastero di Goshavank
Caucasus 48
Cena a Dilijan, Armenia settentrionale
Caucasus 49
Il Debed canyon presso Alaverdi, Armenia settentrionale
Caucasus 50
Monastero di Sanahin, Armenia settentrionale
Caucasus 51
Monastero di Haghpat, Armenia settentrionale
Caucasus 52
Gli affreschi di Haghpat, Armenia settentrionale
TAG: armenia, tatev, haghpat, sanahin, selim, dilijan, goshavank, odzum, alaverdi
09.48 del 23 Agosto 2011 | Commenti (1) 
 
21 Armenia /3: on the way to Nagorno-Karabakh
AGO Travel Log: Caucasus
Albert, che poi sarebbe A?????, o giù di lì, è il mio driver. E' armeno, di Yerevan, parla solo armeno e russo, e nella vita ha sempre fatto il driver, fin dai tempi della Sojuz Sovetskich. Ha guidato spesso anche fino a Mosca e ci vogliono tre giorni da Yerevan. Tante volte fino a Baku, in Azerbaijan: bella Baku, molto bella, shat lav Baku, ma Yerevan, certo, è un'altra cosa. E ha guidato fino a Novosibirsk e ad Omsk, ma non è mai andato a Tashkent, no.
Albert, o A????? che preferiate, a pranzo beve chai, tè, il che fra parentesi mi fa venire in mente che il mondo si divide fra quelli che il tè lo chiamano chai (e in tutte le varianti simili) e quelli che lo chiamano tè, appunto, e comunque il chai armeno è very gut, perlomeno secondo lui. A cena invece, Albert, pasteggia a vodka come ogni buon russo-armeno-kirghizo-kazako-eccetera che si rispetti. Così accetto il suo invito e, dopo un bicchiere del famoso vino armeno (mah), brindo con lui all'amicizia italo-armena e tracanno anch'io il mio bicchiere di vodka armena (lui è al terzo).
E schiatto al suolo. E' praticamente Paraflu rinforzato.

Per non dire di quella strana erba cruda che mi fa assaggiare, avvolta nel pane armeno, che lui sembra apprezzare tantissimo e che secondo me ha un retrogusto di azoto congelato. Se ho ben capito dice che è prezzemolo e magari è anche così, ma io il prezzemolo crudo a ciuffi non l'ho mai mangiato.
Fatto sta che a distanza di tre ore ce l'ho ancora nel naso. L'esofago mi si è invece fuso con la vodka.

Albert è un brav'uomo, età indefinibile. Fa il driver da quarantaquattro anni, quindi fate un po' voi. Indossa sempre un cappellino bianco da baseball e ha lo stile di guida tipico dell'Asia Centrale. Questo significa che sui rettilinei lancia la sua Volga (?????) 2110 nera (che avrà perlomeno la sua età professionale e una milionata di chilometri) a fondo acceleratore, che magari significa solo centodieci-centoventi, ma provate a toccarli con la Volga su una strada armena. Poi, dopo il decollo, mi dite.
Significa anche che viaggia fisso in mezzo alla strada, come tutti i suoi compari, e si sposta solo quando ormai il frontale è inevitabile. Oppure si sposta quell'altro. Dipende dall'esperienza e dal caso.

La frizione non è contemplata, se non in casi di estremissima necessità, quindi si va fissi in quarta (la Volga non ha la quinta): salite, discese, soprattutto curve. Di qualunque raggio, tornanti (tantissimi tornanti) compresi.
Ecco, parliamo dei tornanti. Che finché sono in salita, ok: si prende la rincorsa e ci si lancia in quarta sul tornante, girando con forza il volante, finché la macchina non muore. A quel punto, ma solo a quel punto, vabbè: ci si arrende e si scala in terza. Addirittura gli ho visto usare la seconda un paio di volte in duemila chilometri. Dunque vedete voi. E considerate che si sta parlando di tornanti del Caucaso, non di quelli di casa vostra.
Questo per le salite, comunque. Poi ci sono anche le discese, dopo le salite, tipicamente. E la tecnica è esattamente la stessa, ma in questo caso la quarta basta e avanza: ci si lancia giù dal rettilineo a rotta di collo fino a quando la staccata è inevitabile (avete presente la pubblicità di Alonso, "io non stacco mai"? Ecco, appunto) e a quel punto si tira un'inchiodata micidiale che fa vibrare la Volga come lo Shuttle sulla rampa di lancio, ci si attacca al volante con le due mani e si sterza a tutta forza, sperando che la macchina rimanga perlomeno nella sede stradale.
A volte, naturalmente, cercando anche di sistemare la sim del telefonino. E la batteria. E poi telefonando.
Non devo, vero, perder tempo a raccontarvi dello stato degli pneumatici e del battistrada?

In montagna la Volga è in grado di sorpassare tantissmi altri mezzi, soprattutto le vecchie Lada (ma se la cava molto bene anche ad evitare le mucche all'improvviso). Il sorpasso si fa sempre, comunque e ovunque. E se dico ovunque intendo proprio ovunque, con una particolare predilezione per i tornanti ciechi. Basta suonare. Nel senso: quello che sta davanti viaggia (anche lui) in mezzo alla strada. Oltre non si vede chiaramente un tubo. Prima Albert prova a infilarsi di forza a sinistra, ché magari ci si passa, chissà. Poi si spazientisce e suona al tipo per farlo spostare. Siccome nel Caucaso sono tutti molto gentili, quello si sposta. Allora Albert finalmente si infila e, poiché la curva davanti è totalmente cieca, suona di nuovo, ché sai mai arrivi qualcuno. Che comunque arriva sempre. Soprattutto, sulle strade del Vayots Dzor e sui passi del Karabakh, vanno molto i TIR iraniani che arrivano in senso opposto. E sono molto grossi. Noi però stranamente non siamo riusciti a centrarne nemmeno uno. Nonostante in un caso abbiamo anche fatto un sorpasso sul sorpasso. Nel senso che abbiamo sorpassato a sinistra una Lada che a sua volta stava sorpassando un camion.
Manovra perfettamente riuscita, peraltro, come potete ben immaginare, visto che il vostro cronista è qui a raccontarvela.

E comunque in Armenia bisogna mettere la cintura. In Karabakh invece no, così, quando passiamo la frontiera, Albert mi fa segno che posso pure toglierla. Per non offenderlo la slaccio, ma non mi sembra un'idea brillantissima.
Finché non arriviamo a Tatev.

O meglio, torniamo da Tatev, ché per arrivarci ho invece preso il Wings of Tatev, ma vabbè, questa è un'altra storia. Di Tatev, ed anche del Karabakh, vi racconterò prossimamente: qui si sta parlando di Albert.

Comunque: per tornare da Tatev c'è una strada che la Lonely Planet definisce curiosamente hair pin e ricordo quando a casa, un paio di mesi fa, avevo letto questa definizione e avevo riso molto. A casa.
A Tatev invece non ho riso un cazzo. Perché i quarantonove tornanti hair pin - sterrati, scavati sui fianchi del canyon di Tatev, Albert li ha fatti particolarmente agitato e di fretta, e a un certo punto ho smesso di contare le derapate sul ciglio della strada e le inchiodate al limite, con la Volga che slittava e partiva dritta verso il burrone, senza considerare le buche, i sassi, le gomme liscissime.
E no, così a contorno, non ci sono i guard-rail. Mavalà.
Così, mentre scendiamo da Tatev "un po' di fretta", penso che un cazzo la cintura in Armenia è obbligatoria: me la slaccio lo stesso e mi preparo a saltare dall'auto in caso di necessità.
Giuro, l'ho fatto.

Sappiate inoltre che la Volga va a gas e che quando si fa il pieno bisogna scendere tutti. Ché magari salta in aria, sai mai.
Con un pieno di gas la Volga fa duecento chilometri. E ad Albert gli scoccia tantissimo fermarsi lungo la strada, perché deve scalare le marce. Se proprio deve, foss'anche per i cinque secondi necessari a scattare una fotografia, lui spegne il motore. Ché il gas costa.

Albert mi preleva a Yerevan la mattina di Ferragosto e facciamo rotta verso sud, puntando Stepanakert, capitale dell'inesistente Stato del Nagorno-Karabakh, a circa trecentoventi chilometri di distanza.
Costeggiamo la frontiera turca per un bel pezzo, con la sagoma dell'Ararat che riempie l'orizzonte di fronte a noi. Il monastero di Khor Virap, praticamente attaccato al filo spinato della frontiera e distante non più di un chilometro dalle pendici dell'Ararat, è in una posizione davvero spettacolare.
Tocchiamo poi il confine con il Naxçivan, una regione appartenente all'Azerbaijan, ma separata dalla nazione madre dal territorio armeno, che di fatto si incunea verso sud tagliando in due parti l'Azerbaijan stesso. Una delle innumerevoli assurde anomalie geopolitiche del Caucaso e, in generale, delle ex-repubbliche sovietiche. Il Naxçivan è anche noto, fra l'altro, per essere stato nel 1990 il primo territorio a dichiarare la propria indipendenza dall'Unione Sovietica, battendo la Lituania di poche settimane. La riunione (politica e non geografica) con l'Azerbaijan è avvenuta solo successivamente.

Più a sud, le belle gole del monastero di Noravank e il Vayots Dzor, una regione di altipiani scoscesi, steppe ed orizzonti infiniti, e un passo ad oltre duemilaquattrocento metri di quota.
Adesso sì, in viaggio.

Caucasus 23
Le rovine della cattedrale di Zvartnots, con l'Ararat sullo sfondo
Caucasus 25
Le gole del fiume Avan, presso Garni, Armenia
Caucasus 26
Il tempio di Garni, Armenia
Caucasus 27
Caucasus 28
Caucasus 29
Caucasus 30
Monastero di Geghard, Armenia
Caucasus 31
Caucasus 32
Khor Virap
Caucasus 33
Monastero di Noravank
Caucasus 38
Caucasus 34
Caucasus 36
Caucasus 37
Vayots Dzor, Armenia meridionale
TAG: armenia, zvartnots, garni, geghard, khor virap, noravank, vayots dzor
16.12 del 21 Agosto 2011 | Commenti (1) 
 
13 Armenia /2, Yerevan /2
AGO Travel Log: Caucasus
Pian pianino la schiena sta tornando a posto e un po' alla volta, per quanto a fatica, mi rimetto in moto, anche se di fatto ho dovuto ripianificare la mia tabella di marcia per guadagnare perlomeno una mezza giornata di riposo totale, sdraiato a letto. Tutto sommato, considerata l'ultima rocambolesca settimana, ci voleva comunque, non fosse altro per ricaricare le batterie e fare un po' d'ordine mentale.

Armenia, dunque, antica culla del cristianesimo, qui declinato in versione piuttosto ortodossa anzichenò. Che non è vita facile se dividi le tue frontiere con la Turchia (chiuse, ché i due Paesi non si parlano, non fosse altro per la questione mai risolta del genocidio armeno di inizio XX secolo), con l'Iran (chiuse, per carità) e con l'Azerbaijan (chiuse, e pure con una guerra in corso per la dimenticata - dall'occidente - vicenda del Nagorno-Karabakh. Cosicché, se in Armenia vuoi andare, o ci arrivi in volo, o entri dalla frontiera settentrionale con la Georgia, che peraltro è quella da cui transiterò io, invece, per uscirne.
Non che nel Caucaso, d'altra parte, ci siano Paesi che storicamente abbiano avuto vita facile.

Perché si viene in Armenia? Be', per parecchie valide ragioni. Per quanto mi riguarda, perché è una importante parte di Asia che mi manca all'appello, perché qui vi sono alcuni importanti e famosi siti e monumenti religiosi che sono patrimonio protetto dall'Unesco, perché è una delle culle della nostra civiltà, perché di qua passava una delle tante rotte della Via della Seta, che in gran parte ho già percorso e che pian piano vorrei completare. E perché è un luogo tormentato, e i luoghi tormentati esercitano sempre un'attrazione irresistibile su di me, perché di solito sono crocevia culturali caratterizzati da grandi contrasti, da sentimenti estremi, da tensione che vibra nell'aria.

E poi qui c'è l'Ararat. Che un po' c'è l'Arca di Noè, un po' comunque svetta ben sopra i cinquemila, un po' è pur sempre una delle montagne più famose al mondo.

Il problema è che per quanto in Armenia sia tutto targato Ararat - dal simbolo della compagnia aerea nazionale, al cognac e alla birra locali, a qualunque cartolina, per cui sembra che l'Ararat sia presente in ogni angolo più remoto di 'sto Paese - be', insomma, l'Ararat non sta in Armenia per un tubo. Sta al di là della frontiera turca, e nemmeno di poco: almeno una cinquantina di chilometri.
Insomma, l'Ararat è turco, tutto turco, e lo sa bene chiunque sia un minimo ferrato in geografia. Per cui il fatto che qua attorno a Yerevan, capitale dell'Armenia, il territorio sia piuttosto piatto, e che l'Ararat, dall'alto dei suoi cinquemila e rotti metri, dòmini la pianura tutta e incomba non poco su Yerevan, e che Yerevan sia a sua volta a una cinquantina di chilometri dalla frontiera, tutto questo non fa affatto sì che l'Ararat all'improvviso sia (anche) armeno. Ma proprio per un cavolo.
E, detto fra noi, tutto 'sto ambaradan che gli armeni fanno per vendersi l'Ararat, mescolato con la storica ruggine che han con i turchi, significa solo una cosa: che gli rode un bel po'.
D'altra parte è come se gli svizzeri si vendessero il Monte Bianco solo perché ce l'hanno a pochi chilometri e da casa loro si vede benissimo. Ma vi pare?

Dunque, l'Ararat c'è e si vede, ed eccovelo anche qua, proprio sopra Yerevan, ma di armeno non ha proprio nulla.

Caucasus 21
L'Ararat (5.165m) domina Yerevan, in Armenia, ma è in territorio turco

Ci sarebbe poi anche la faccenda dell'Asia. Nel senso: ma alla fine, l'Armenia (e la Georgia) sono davvero in Asia o sono in Europa? Perché la Georgia sicuramente, l'Armenia non ricordo ma ci scommetterei, non solo vantano ambizioni (assurde, eddai) da Comunità Europea, ma partecipano ai campionati europei di calcio.
Ora, considerato che l'Azerbaijan è Asia a tutti gli effetti e che il suo territorio è incastrato a puzzle con quello dell'Armenia, e che per convezione è da sempre stabilito che l'Europa finisca sul Caucaso che a sua volta delimita la Georgia a nord, per quale mai ragione l'Armenia dovrebbe essere in Europa?
Eppure quelli della Lonely Planet catalogano la loro guida fra quelle dell'Europa. Wikipedia cerca di cavarsela salvando capra e cavoli. Le organizzazioni internazionali, perlopiù, catalogano i Paesi caucasici fra quelli asiatici.
Questo blog, sia chiaro, piazza tutti e tre i Paesi (ed enclavi disputate varie) in Asia. E fine della questione.

Del resto agli occhi occidentali la fisionomia degli armeni, c'è poco da fare, appare turca e per nulla russo-caucasica. Prendi un armeno, lo piazzi in Turchia e nemmeno te ne accorgi (sì, vabbè, vaglielo a dire a un armeno, ma è così per semplificare, eddai). Prendi invece un armeno, piazzalo in centro a Mosca e tutti dicono guarda, un turco! (oppure guarda, un armeno!, se son scafati).
Non ce n'è. Come pretendere che un italiano passi per un indiano. Non funziona, no...
[Continua a leggere]

TAG: armenia, yerevan, caucaso
22.06 del 13 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
12 Appiccicato
AGO Travel Log: Caucasus
Fra il farlo mettere direttamente sulla pagina, o su un documento separato, nessun dubbio: prima soluzione, anche se per entrare in Azerbaijan attraverso una frontiera normale dovrò a questo punto rifarmi un (ennesimo) nuovo passaporto.

Visto Karabakh
TAG: nagorno, karabakh, visa, armenia, caucaso
17.25 del 12 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
11 Armenia /1, Yerevan /1: just landed
AGO Travel Log: Caucasus
Imbottito di cocktail Voltaren+Muscoril, stravolto dal fuso orario inutile, un GMT+4 che è sufficiente per farti saltare completamente la nottata, farti atterrare in Armenia alle quattro del mattino, che però per te è l'una di notte, dunque in aereo non hai nemmeno fatto a tempo ad addormentarti, in compenso arrivi in albergo che a Yerevan il sole è già sorto e la mattinata è iniziata, e tu ti sei bell'e che fumato la nottata intera, e la schiena lasciamo perdere, anche il fatto che trentasei ore fa eri ancora nell'Egeo Meridionale al sole di Rodi, non che quello di Yerevan scherzi, anzi, tutt'altro, e comunque arrivi in albergo in un modo o nell'altro con un tipico tassista dell'Asia Centrale che applica il principio per il quale siccome le auto hanno l'acceleratore allora bisogna schiacciarlo e punto, e non li conti nemmeno i rossi che brucia, ché tanto hai troppo sonno e poi il fatto è che sì, sei a casa, sei tornato a casa, e tutto questo per te è assolutamente pacifico e normale, lo hai immediatamente realizzato, e nel torpore che ti avvolge sei felice, maledettamente felice, anche se l'albergo il check-in te lo fa fare solo alle dieci del mattino, e tu ci arrivi alle sette e ti addormenti sul divano della loro reception, sempre con il mal di schiena di cui ai capitoli precedenti, e quando ti svegli il sole è già alto e Yerevan è lì fuori che aspetta solo te.

Per cui la prima birra non può che essere una Ararat. Gigante.

Caucasus 03

Per l'Ararat, quello vero, è solo questione di minuti. Basta girare l'angolo, lì in piazza della Repubblica, proprio in centro. Ed all'improvviso gli sbatti addosso. E resti senza fiato.

Caucasus 06
L'Ararat mi appare all'improvviso dal centro di Yerevan...

E poi muovi i primi passi per Yerevan, che in realtà ti farai domani con calma, ché oggi non stai in piedi, né di schiena, né di sonno, ma intanto fai due passi, ti guardi attorno, c'è qualcuno che ha da protestare davanti al palazzo del Ministero delle Finanze, più avanti c'è il Ministero della Diaspora, ah già, la diaspora degli armeni, ricordati di ripassare, e pare pure che tu sia in Corso Italia, pensa un po', c'è scritto sul cartello (non ci credete? Be', è vero).

Caucasus 04
Caucasus 05

E insomma, ci son da fare milioni di cose, c'è tutto il Caucaso da viaggiare, ma prima di tutto c'è la burocrazia da risolvere, e la logistica della faccenda.
Così mi faccio una sim armena e adesso ho un vero numero di telefono armeno, ché nei prossimi giorni ne parliamo con calma, dell'Armenia, grazie a questo numero armeno.
E poi mi fiondo, prima che chiuda, alla sede della rappresentanza diplomatica del Nagorno-Karabakh (che, attenzione, in Armenia chiamano solo Karabakh) e faccio al volo la domanda per il visto. Che domani questa gentile signora dovrebbe appiccicarmi sul passaporto.

Caucasus 07
Il vostro titolare qui con la console del Nagorno-Karabakh in Armenia

E poi sì, facciamo sul serio.
???? ?????? ??????.
TAG: armenia, yerevan, caucaso
22.39 del 11 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 


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