Orizzontintorno Carlo Paschetto
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14 Qualcosa in più sui transiti solari
SET Fotografia
Niente, sarà il Corona, sarà che non volo più - e chissà fino a quando, sarà che boh. Fatto sta che dopo anni e anni di fotografie perlopiù mediocri, decine di migliaia di scatti archiviati nel computer, fiumi di parole spese negli ultimi tempi sulla mia intenzione di abbandonare la reflex in favore del viaggiare leggero con il solo smartphone, la tentazione temporanea di passare alla bridge, eccetera, alla fine questo è diventato l'anno in cui mi son messo a studiare davvero fotografia e post produzione, e a buttar via investire soldi in attrezzatura seria. Fra l'altro, via via che imparo cose, la prima conseguenza è che vorrei rimettere mano a tutte le foto passate per riprocessarle da capo, soprattutto quelle dei viaggi più belli dei quali ho conservato i file raw.
Ho fatto qualche esperimento su alcuni scatti in Islanda e alle Azzorre con quel che ho appreso fino ad ora e ho tirato fuori fotografie completamente diverse e spettacolari, che francamente han davvero poco a che fare con quelle che ho spesso pubblicato in giro per il web. Accidenti.

Così passo ormai tutto il mio tempo libero a studiare, far prove, aggiornarmi e documentarmi su corpi macchina e lenti professionali, e far poi un gran baccano attorno a tutta la mia attrezzatura.
Già, perché dopo i due acquisti primaverili sto continuando a comprare e anche a vendere. Un po' alla volta ho iniziato a dar via la mia vecchia dotazione, ma anche quella semi nuova e persino quella acquistata recentemente, per quanto ne sia soddisfatto, e col ricavato vado in giro per il web a caccia di attrezzatura più professionale, sfrugugliando fra aste e mercato specializzato dell'usato.
Sto anche valutando l'opportunità di passare definitivamente al full-frame, sebbene continui ad apprezzare i vantaggi del sensore APS-C, e magari fare un doppio salto verso le mirrorless, ma i prezzi sono al momento parecchio alti, perlomeno a voler conservare lo stesso grado di qualità della mia attrezzatura attuale.
E dunque leggo, studio, vendo, compro, faccio prove e confronti. Prossimamente scriverò qualcosa sulle nuove ottiche professionali che stanno andando a completare il mio corredo. Intanto, rientrato a casa dalle vacanze, ho ripreso a far foto dalla terrazza ed esperimenti.

A fine agosto sono tornato a occuparmi di transiti astronomici. Consultando Transit finder ho scoperto che all'inizio di settembre, nel giro di meno di ventiquattr'ore, avrei avuto ben due opportunità di fotografare nuovamente il transito solare della ISS (quelli lunari sono per contro eventi davvero rari e mi son fatto l'idea che per diverse ragioni siano anche molto più difficili da fotografare).
Forte della mia prima esperienza a giugno, questa volta mi sono preparato per tempo per provare a far qualcosa di meglio.

Transito202009
Transiti dell'1 e 2 settembre

Il 2 settembre il cielo era completamente coperto e ho mancato quindi l'appuntamento, ma il giorno precedente la mattinata era splendida e il transito era previsto perfettamente centrato sul disco solare: un evento dunque da non perdere.
Per questo nuovo tentativo ho deciso di cambiare strategia rispetto a quella della volta scorsa. In quell'occasione avevo montato un filtro solare vero e proprio, che però ha (giustamente) la caratteristica di assorbire pressoché tutta la luce. Di conseguenza, per scattare con un tempo abbastanza rapido per catturare la ISS e chiudere il diaframma a sufficienza alla ricerca di un po' di nitidezza, ero stato obbligato ad alzare parecchio gli ISO.
Con il sensore APS-C della mia macchina, per quanto il Bigma possa essere nitido a 500mm di focale (e senza contare che col moltiplicatore la nitidezza nativa in realtà viene meno), questo approccio vanifica l'effetto della chiusura del diaframma e la ISS rimane pressoché indistinguibile, annegata nel rumore dovuto agli ISO elevati. Praticamente una macchia scura contro il disco solare, come nel mio scatto di giugno.
Perlomeno, questo è quel che ero riuscito a tirar fuori allora, anche se va detto che ero ai miei primissimi scatti col Bigma e dovevo ancora imparare come utilizzarlo al meglio.

A questo giro ho dunque deciso di rischiare e rinunciare al filtro solare, con l'idea di abbassare gli ISO il più possibile e azzerare il rumore. Per proteggere il sensore almeno il minimo indispensabile dalla luce del Sole e rientrare nei parametri di scatto gestibili dalla macchina fotografica, ho montato un filtro ND1000. Ho fatto anche qualche prova mettendolo in cascata con un ND64, ma mi è sembrato che l'effetto risultante avesse un impatto eccessivo sulla nitidezza dell'immagine e la messa a fuoco, e quindi mi sono arrischiato a scattare con il solo ND1000, che comunque comporta una riduzione di 10 stop.
Ho usato di nuovo il Sigma 50-500@500mm, moltiplicato ad 1,4x con il convertitore Kenko, per una lunghezza focale equivalente complessiva di 1120mm. Con questa configurazione, per riuscire a tenere ISO100, mettere a fuoco il disco solare e rimanere all'interno dei parametri di esposizione disponibili, ho impostato la macchina a 1/8000s con f13. Avrei preferito f11, l'apertura ideale per il Bigma col moltiplicatore, ma avrei dovuto sovraesporre oltre limite.

Per questo tipo di fotografia la messa a fuoco è sempre il problema più difficile da risolvere. La durata del transito è brevissima (poco più di due secondi e mezzo il 1° settembre) e non c'è dunque modo di aggiustare il tiro durante il passaggio. Del resto non ci sarebbe in ogni caso poiché anche ad oltre 1000mm di focale la ISS apparirebbe minuscola nell'inquadratura e completamente offuscata dalla luce solare.
In mancanza perciò di macchie solari o altri riferimenti, l'unica soluzione per mettere a fuoco è improvvisare. In questo caso, usando il live view per simulare l'esposizione, ho chiuso il diaframma al massimo fino a isolare completamente il disco solare dal cielo circostante ed eliminare il bagliore attorno alla corona, e ho usato il bordo del Sole come punto di riferimento per la messa a fuoco di precisione, che va sempre fatta in modalità manuale. L'operazione non è comunque affatto semplice, perché a 1120mm di focale, senza un solidissimo treppiede professionale, basta sfiorare la macchina fotografica per avere un'oscillazione dell'immagine praticamente impossibile da controllare.
Insomma, ho un po' tirato a caso cercando di fare del mio meglio. Ho poi riportato i parametri di esposizione a quelli che avevo scelto per scattare le foto e non ho più toccato la macchina fotografica fino al momento del transito.
Tutto il procedimento di messa a fuoco va fatto pochi minuti prima del passaggio, perché - esattamente come accade con gli scatti ravvicinati alla Luna - più ci si avvicina con lo zoom, più il Sole si muove molto rapidamente nell'inquadratura. Se si anticipa troppo la messa a fuoco si rischia semplicemente che al momento del transito il sole non sia più all'interno del fotogramma, e addio occasione.

Sincronizzazione con il transito a parte, l'istante in cui iniziare effettivamente a scattare va infine scelto con attenzione: da un lato è bene far partire la raffica qualche secondo in anticipo per essere sicuri di catturare la ISS, dall'altro, a seconda delle caratteristiche della macchina fotografica utilizzata e della relativa capacità di buffering, dopo alcuni secondi la raffica rallenta e dunque c'è il rischio che anticipando troppo l'evento, al momento del passaggio effettivo, la reflex non riesca a scattare e manchi l'obiettivo.
D'altra parte va considerato che per quanto si possa essere sincronizzati esiste sempre un margine possibile di errore fra l'orario preciso al secondo calcolato per il transito e l'istante effettivo in cui accade, per cui è bene prendere in considerazione un intervallo di tempo sufficientemente sicuro, almeno 3-4 secondi se la macchina "tiene la raffica".
Insomma, telecomando e orologio atomico alla mano (anzi, sullo smartphone), ho sparato le mie cartucce cercando di anticipare l'evento di circa un paio di secondi per essere certo di catturarlo.

Alla fine il risultato mi ha lasciato del tutto sconcertato: senza filtro solare e con le impostazioni scelte per questa occasione, le foto sono venute completamente sovraesposte e della ISS, lipperlì, non riuscivo a vedere alcuna traccia in nessuna immagine della sequenza.
Negli scatti di giugno il sole era giallo e la stazione spaziale, per quanto sfocata e quasi indistinguibile, appariva come una piccolissima e labile macchia marrone contro il disco solare. Questa volta nulla: sole bianco sparato in tutte le foto e nessun segno della ISS. Ho quasi pensato di aver mancato completamente il momento, anche se ero piuttosto certo di aver centrato l'istante esatto previsto per il transito. Che avessi anticipato o ritardato un secondo di troppo?
Stavo per cancellare le foto, ma giusto per curiosità ne ho caricata una su Adobe Camera Raw, tanto per fare una verifica più approfondita. Mi è venuto in mente che l'eccessiva luminosità del sole potesse in realtà nascondere la stazione, ma che essendo l'immagine così sovraesposta l'informazione relativa alla ISS fosse comunque presente, per quanto con valori dei pixel prossimi al bianco circostante. Infatti.

E niente, stirando ripetutamente l'istogramma e lavorando un bel po' sulla sequenza di fotografie, eccola lì: la ISS è infine apparsa dentro al sole. Non nitidissima per la verità, anche perché con quelle dimensioni il diaframma a f13 introduce molti artefatti, ma sicuramente molto meglio della volta scorsa, al punto che in alcuni scatti della raffica si distinguono bene i pannelli solari e osservando tutta la sequenza si può anche apprezzarne il movimento rotatorio. Centro pieno, insomma.
Ho infine preso i quindici scatti che hanno immortalato il transito in tutta la sua traiettoria e li ho sovrapposti con un semplice algoritmo di stacking per ottenere un'immagine del passaggio completo. Niente di paragonabile a quel che si può trovare in giro per il web, ma accidenti, sono molto, ma molto soddisfatto, considerato che è stato solo il mio secondo tentativo.
Osservo anche che in realtà ho fatto partire la raffica qualche decimo di secondo in ritardo, perché la traiettoria della ISS era dall'alto verso il basso e nel mio stacking si vede chiaramente che in alto "manca" almeno un fotogramma: quando ho iniziato a scattare la stazione era già entrata nel disco solare da una frazione di secondo.

Transito202009b
La mia posizione (pin rosso) rispetto alla traiettoria centrale del transito
TransitoBianco
Uno degli scatti originali, prima dell'elaborazione in ACR
Transito202009c
Il risultato finale dopo lo stretching e lo stacking dei 15 scatti

Adesso devo assolutamente andare a caccia di un transito lunare e sto anche pensando di procurarmi un obiettivo ancora più spinto e nitido. Non escludo di sacrificare il Bigma in cambio, ci sto lavorando ormai da un po' di giorni, anche perché in questi tre mesi di utilizzo ho comunque avuto modo di mettere insieme alcune considerazioni in merito alle quali prossimamente butterò giù due note qui dentro.

Nel frattempo, qualche sera fa c'era un bel cielo limpido sopra casa mia, così ho di nuovo tirato fuori il Bigma, ho montato il moltiplicatore, il treppiede, eccetera e sono uscito in terrazza a far qualche scatto, tanto ormai ho imparato e faccio veloce: ISO100, f/11, 1/100s o comunque lì attorno (*), messa a fuoco manuale in live view, stabilizzatore off, specchio alzato, telecomando, bilanciamento del bianco spostato verso i 4500K.
Qui la Luna non è esattamente piena, ma più o meno al 99% calante (era al 100% una quindicina di ore prima): quanto basta perché la luce solare incida con un angolo sufficiente a mettere in rilievo i crateri sul bordo e mitigare l'assenza totale di tridimensionalità della classica luna piena.
Era una Luna che meritava. Adesso vediamo di dar via bene il Bigma in favore di un upgrade ancora più spinto.

LunaSettembre

(*) Dopo aver scritto questo post ho casualmente scoperto su Google che questa terna di parametri, che ho imparato semplicemente per via sperimentale con le mie prove degli scorsi mesi, è l'impostazione classica per fotografare la luna piena e viene chiamata "la regola dell'11".
TAG: astrofotografia, transiti
10.16 del 14 Settembre 2020 | Commenti (0) 
   
04 Più cose in cielo, Orazio, eccetera (Centodieci/75-80, parte due)
SET Viaggi verticali, Centodieci, Fotografia, Spostamenti
Più in cielo che in terra, nel senso. Ché son partito con sei o sette chili di attrezzatura fotografica con il proposito, anche, certo, di sfruttare il cielo buio e limpido dell'Appennino per qualche tentativo serio di astrofotografia, ma principalmente per la caccia fotografica all'orso e ai lupi marsicani.
È stato ben per gli appostamenti che mi son portato dietro il treppiede superpro di piombo e i due chili e passa del Sigma 50-500mm, oltre al Tamron 16-300mm (da tenere al collo durante il trekking), il Sigma 17-55mm (per l'astrofotografia), tre batterie e due power bank, una mezza dozzina di filtri, l'intervallometro col telecomando, iPad Pro, MacBook Pro e sa dio che altro, tutto ripartito fra il mio zaino e quello di Leonardo, mescolato a sacchi piuma, vestiti, giacche a vento, borracce e attrezzatura varia. Avevo quasi una mezza intenzione di partire pure con due corpi macchina, ma poi ha prevalso un nanosecondo di lucidità e ho preso con me solo la 80D.
Per dire, non ero così carico né l'ultima volta in Africa, né in Islanda, né certo lo scorso anno alle Azzorre quando pur andavo a caccia di balene. A pensarci, non lo ero stato nemmeno durante i sei mesi dell'overland in Asia, e dire che allora avevo anche la videocamera.

E niente. Ovviamente ho fatto quasi quattrocento fotografie col cellulare e meno di cinquanta con la Canon, perlomeno se parliamo di foto ad alzo zero, ovvero lo scopo principale del viaggio. Ché di orsi, lupi, financo talpe, cinghiali, lucertole, farfalle, formiche, chessò, almeno dei piccioni, nulla, non abbiamo visto una cippa in tre giorni di trekking e ore, e ore, e ore di cammino e scammellate nella peraltro bellissima e straordinariamente selvaggia natura dell'Appennino, che così selvaggia, e remota, e vuota, e silenziosa, va detto, sulle Alpi te la sogni.
Per contro, quassù al nord, stambecchi, camosci, marmotte e volpi vengono a mangiare al tuo tavolo in campeggio e ti fottono pure lo zaino con la merenda sotto al naso, se non fai attenzione. In Abruzzo no, un tubo, con buona pace del Corriere che mette sempre in home page i boxini con le foto della famiglia di orsi che va in paese a far la spesa, e della segnaletica del parco nazionale che avvisa i viandanti di fare attenzione a non fare a testate con plantigradi e lupi.
Ora, a quanto pare, a contarli ottimisticamente, ci son forse sessanta orsi in tutto l'Abruzzo e il Molise (fonte: le guardie forestali del Parco): dimmi tu la probabilità. Eddai, su.

Insomma: veniteci se vi piace camminare, se volete perdervi nella natura e in mezzo alle foreste vergini, se odiate la gente e non volete incontrare anima viva per giorni e se non avete i soldi per andare nel Pamir, che credetemi, è la stessa cosa tremila metri più in alto, a meno del caciocavallo e del Montepulciano, a più delle yurte dei nomadi kirghizi e dello yoghurt fermentato, che però può dare disturbi gastrointestinali. Il Montepulciano no.
Lasciate invece perdere se volete incontrare forme di vita appartenenti al regno animale, salvo naturalmente avere molta, ma molta, ma molta fortuna, e pazienza, e soprattutto parecchio tempo a disposizione.
Tutto quello che abbiamo avvistato in tre giorni è più o meno riassumibile in una poiana spennata, un paio di cervi e il cane del rifugio, che opportunamente mimetizzato nella bassa vegetazione è stato prontamente venduto sui profili Instagram dei gitanti come feroce lupo abruzzese nell'atto di divorare il gruppo tutto.
Per la verità inseguiva un bel pallone rosso.
Poi, per carità. Magari era davvero un lupo convertitosi a cane per mangiare a ufo, o un cane con antenati lupi marsicani, ci sta.

Comunque, quando dico "abbiamo avvistato" intendo una roba tipo questa, che per chiarirci è scattata con una reflex semipro, un sensore da 24Mp e una focale di oltre 1100mm. Praticamente ci sono due valli in mezzo di distanza.
Vatteli a trovare i sessanta orsi, così.

AbruzzoTip
"Papà, lo vedi laggiù l'erbivoro?"

Ma in fondo anche chissenefrega. Ci siamo divertiti? Sì, e i posti eran magnifici. Certamente indimenticabile è stata la serata soli nella foresta ad aspettare i lupi (che probabilmente erano sulle Alpi ad aspettare pecore): silenzio totale, frontali spente, buio assoluto, Via Lattea dipinta in cielo, non un'anima nel raggio perlomeno di venti chilometri, non una luce, non un sibilo, schiena sul prato della radura fra gli alberi, temperatura perfetta a millecinque suppergiù.
Pamir appunto, Mongolia, Patagonia, cose così per quel che ricordo. Certo non Europa.

E invece, Parco Nazionale d'Abruzzo, zona di riserva integrale (proibitissima, ha detto la nostra guida, prima di sgarrare).
Dove cammini sì per ore e ore senza incontrare anima, senza segnali che indichino il sentiero, che non è proprio detto che si intuisca sempre sempre dov'è, senza punti d'appoggio, nessun segno di antropizzazione, solo tracce (ed escrementi) di orsi e lupi. Quelle sì, magari anche fresche di qualche ora, che io mi sono immaginato per ore che camminassero in fila indiana dietro di noi mentre il capo branco spiegava la vita e i comportamenti degli umani.
Comunque ho fatto fatica. Sarà ormai l'età, sarà che sono allenato zero, sarà il mal di schiena, saran stati i chili sulle spalle del Bigma inutilizzato.

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Trekking nel Parco Nazionale d'Abruzzo

In verità, ci sono poi gli oltre duecento scatti alla Via Lattea. Ché a quanto pare le montagne in quella zona sono fra le zone più buie d'Italia, una delle regioni del mondo più affette da inquinamento luminoso. L'Italia tutta, proprio.
Il nostro campo base, il rifugio della Cicerana, è un punto di osservazione perfetto per l'astrofotografia e dunque sì, la sera ne ho approfittato e ho estratto dagli zaini il Bigma, il treppiede gigante, l'intervallometro, la maschera di Bahtinov (no, la maschera di Bahtinov non l'ho tirata fuori, ché a quel punto mi pesava il culo), il moltiplicatore di focale e bla bla bla, e finalmente ho avuto tempo e modo per provare a mettere a frutto tutto quel che ho studiato la scorsa primavera.

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Mappa dell'inquinamento luminoso in Italia
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Parco Nazionale d'Abruzzo e Rifugio della Cicerana

A dire il vero, non tutto il tempo che avrei desiderato, perché mi sarebbe servita qualche ora per fare un lavoro fatto bene, ma la sveglia era alle cinque del mattino, i compagni di ventura si sono ritirati a nanna subito dopo il liquore alla genziana, provati dalla giornata al passo della nostra guida, e dunque mi scocciava irrompere in camerata in piena notte e svegliarli col mio trafficare. Così mi sono accontentato di un'oretta di sessione fotografica, il minimo per provare a fare le cose un po' seriamente.
E poi faceva anche piuttosto freddo, per dirla tutta.

[Nerd alert: qui inizia la parte più pallosa del post]

Se avessi fatto quel che dovevo fare, e perlomeno avessi prima calcolato correttamente i tempi di posa con la regola NPF, avrei scoperto che con la mia ottica, a quella latitudine e con l'altezza sull'orizzonte alla quale ho scattato le fotografie, avrei potuto usare tempi ben più lunghi, fino a sei-sette secondi, e guadagnare un'enormità in termini di luce. Invece ho fatto a cazzo caso e ho scelto di scattare, chissà poi perché, a 1"3 e 1"6.
Ho portato gli ISO a 1600, senza esagerare, per non rischiare di avere troppo rumore. Diaframma fisso a f/2.8.
Ho scattato tre serie da sessanta foto alla Via Lattea con Giove e Saturno, puntando la zona di cielo più buia in assoluto. Tecnicamente, con quei tempi di posa, circa un minuto e mezzo di integrazione. Pochissimo considerato che per ottenere risultati seri avrei dovuto mettere insieme almeno una mezz'ora di integrazione, che con quelle impostazioni avrebbe significato non meno di 1200 scatti.
Anche coi dark frame ho fatto casino e ne ho scattati solo una dozzina, ma almeno mi sono ricordato di farli. Ai flat frame ho rinunciato e mi sono riservato di prepararli a casa artificialmente, usando come al solito la luce dello schermo dell'iPad.

Per lo stacking ho usato Siril, la registrazione delle immagini è stata effettuata con l'algoritmo Global star, l'unico che con qualche ora di elaborazione sia riuscito ad allineare perfettamente le circa sessanta fotografie di ciascuna serie.
Poi, infiniti cicli di stretching dell'istogramma con Photoshop, ancora riduzione rumore e gradiente a più livelli, eccetera. Qualche giornata di lavoro e di prove varie, insomma.
Alla fine questo è il miglior risultato. Non sono soddisfattissimo, ma tutto sommato è stato il mio primo vero tentativo e una foto come questa era anche una delle ragioni di questo viaggio in Abruzzo.

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Giove e Via Lattea

Comunque non è proprio vero che per tutto il resto del tempo il Bigma è rimasto nello zaino (perlopiù di Leonardo, povero!). Il mattino seguente all'alba, mentre ci incamminavamo per l'ennesima infruttuosa caccia all'orso, ho alzato il naso per aria.
E questa è fatta a mano libera, così al volo. Il Bigma è davvero un bel giocattolo, li ho spesi bene quei soldi.

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La Luna all'alba dal Rifugio della Cicerana
TAG: astrofotografia, Abruzzo, pescasseroli
11.12 del 04 Settembre 2020 | Commenti (0) 
   
23 Storia delle mie notti ai tempi, eccetera /2: Neowise e oltre
AGO Fotografia, Fotoblog
Ne ho viste di bellissime, di foto di Neowise, persino fatte col cellulare. Avrei forse dovuto approfittare della prima metà di luglio, quando era possibile vederla prima dell'alba, ma non ce l'ho proprio fatta ad alzarmi alle tre del mattino per andare in cerca di un qualche luogo con l'orizzonte aperto verso nordest e mettermi lì a quell'ora assurda a montare tutta l'attrezzatura, farmi un'ora di appostamento, eccetera.
Così ho aspettato la seconda metà del mese, quando ha iniziato ad essere visibile anche dopo il tramonto, fra l'altro in una posizione potenzialmente per me più favorevole, perché in teoria avrei potuto fotografarla agevolmente dalla mia terrazza che guarda proprio a nord-ovest, sotto all'Orsa Maggiore.

In verità, attorno a Milano, è stato pressoché impossibile osservarla di sera a occhio nudo. L'inquinamento luminoso ha reso difficile persino trovarla con il sensore fotografico, senza considerare che nelle giornate teoricamente più favorevoli il cielo è stato nuvoloso proprio a nord-ovest.
Un paio di scarsi successi dalla terrazza sono riuscito lo stesso a portarli a casa, ma nulla di cui essere soddisfatti. Così ho cambiato strategia e per un paio di serate mi sono trasferito in alta Brianza, a Monticello, da cui si apre un ampissimo panorama che abbraccia tutto l'arco Alpino dal Monte Rosa alle Grigne, sul quarto di orizzonte ovest-nord. Non ho risolto il problema dell'inquinamento luminoso, ma almeno me ne sono stato appostato qualche ora in un campo all'aperto pressoché al buio, a farmi mangiare dalle zanzare e con il bonus di un paio di tramonti meravigliosi sulle montagne.

Cometa01
Appostamento a Monticello, Brianza

Detto che a occhio nudo era pressoché invisibile, a meno di non averla prima individuata in altro modo e dopo aver abituato gli occhi a guardare nell'oscurità per almeno un'ora, mi sono affidato ai sensori del cellulare e della macchina fotografica, spazzando con scatti casuali ad ampio campo visivo e ISO altissimi il settore di cielo dove Neowise avrebbe dovuto trovarsi ed esplorando con pazienza le immagini alla ricerca della scia della cometa. Una volta localizzata, l'ho puntata con lo zoom al massimo, ho messo a fuoco in manuale e dato il via alle sequenze di scatti per lo "stacking".
Ho scattato serie da 50 fotografie con tempi fra 1"3 e 1"6 e diaframma aperto al massimo, 5.6 o 6.3 a seconda della distanza focale, usando il Sigma 50-500mm. Tecnicamente, poco più di un minuto di integrazione per immagine. Ho impostato gli ISO a 640 e a 1600, a caso. Non volevo troppo rumore di fondo, ma d'altra con tempi di scatto così brevi avevo anche bisogno di guadagnare un po' di luminosità. Insomma, ho tirato a indovinare, da buon principiante.

Ho poi ripreso anche una cinquantina di dark frame per ciascuna immagine di riferimento, usando le stesse identiche impostazioni utilizzate per gli scatti alla cometa (i "light frame"), semplicemente coprendo la lente con il tappo copriobiettivo senza nemmeno tirar la macchina giù dal treppiede, come insegnano i manuali del bravo astrofotografo. Non avevo invece capito che avrei dovuto riprendere i "flat frame" allo stesso modo, a pari condizioni ambientali, così mi sono arrangiato e li ho preparati artificialmente a casa, fotografando lo schermo luminoso dell'iPad con le stesse impostazioni in macchina usate per fotografare la cometa.

Cometa02
Preparazione dei "flat frame"

Insomma, il risultato è qua sotto: non sono all'altezza di quel che si può vedere in giro per i social network (sui gruppi di astrofotografia di Reddit ho visto foto pazzesche) e soprattutto non sono riuscito a fotografare la doppia coda blu e gialla, che era la peculiarità di Neowise e che un po' tutti quelli che si sono messi di impegno han catturato, ma sono ugualmente soddisfatto. Considerate le premesse, non era un risultato scontato, né comunque facile.
Poi vabbè, ho visto in giro foto incredibili prese col cellulare, ma qua era davvero impossibile e peraltro va da sé che la risoluzione e la qualità di queste è ovviamente diversa.

Per lo stacking e la registrazione delle immagini ho usato Siril, praticamente l'unico software gratuito per astrofotografia disponibile su Mac OS. La post produzione l'ho fatta con Photoshop e Adobe Camera Raw, ed essenzialmente consiste nello stretching a più riprese dell'istogramma e nella rimozione del gradiente dall'immagine TIFF ottenuta dal procedimento di stacking.
Sul mio iMac di qualche anno fa, l'intero processo di registrazione e stacking di tutti i frame (bias, dark, flat e light), lavorando con 50 immagini e usando algoritmi di registrazione avanzati (la cometa si muove in modo differente e più rapido rispetto alle stelle e questo rende difficile il processo di registrazione), ha richiesto qualche ora.

Cometa03
Cometa04
C/2020 F3 (Neowise)

Alla fine ho impacchettato tutta l'attrezzatura e sono partito per una ventina di giorni di ferie. Durante la prima settimana all'Elba mi sono tenuto in allenamento approfittando di una bella Luna quasi piena, in attesa di misurarmi coi cieli limpidi e privi di inquinamento luminoso del Parco Nazionale d'Abruzzo.
Ma questa è un'altra storia.

Cometa05
TAG: astrofotografia, neowise, luna
15.59 del 23 Agosto 2020  
   
13 Storia delle mie notti ai tempi del lockdown /1
LUG Fotoblog, Fotografia
Cose che in questi mesi ho imparato scattando millemila foto alla Luna. Alcune elementari, altre ovvie - dopo averle lette da qualche parte; altre meno scontate, frutto perlopiù di tentativi e confronti.

Uno. Se il soggetto è solo la Luna, ovvero se rimaniamo nel campo dell'astrofotografia e non stiamo parlando di roba tipo "la Luna e il campanile", "la Luna e il mare", "la Luna, io e tu", il plenilunio è in assoluto il momento peggiore per tirar fuori delle foto decenti.
A pensarci, certo: quando è luna piena la luce del Sole colpisce perpendicolarmente la superficie, un po' come da noi a mezzogiorno, quindi niente ombre, niente rilievo, niente profondità. In qualunque altra fase l'illuminazione è più radente ed esalta crateri e rilievi, restituendole tridimensionalità. A margine, ho letto che i risultati migliori si ottengono con la luna calante, quando è circa fra il settanta e l'ottanta per cento. Confermo.
Mi sono anche scaricato una app che indica fase lunare e posizione nel cielo in base a calendario, ora e luogo, così posso programmare le mie serate fotonerd (ho scaricato anche altre app per altre cose che c'entrano in qualche modo con la Luna e più in generale con l'astrofotografia, ma ne parliamo alla fine).

Due. Il treppiede. E vabbè, ovvio. Ma c'è treppiede e treppiede, e non è vero affatto che uno qualsiasi va bene, perlomeno con la reflex e un'ottica pesante.
L'astrofotografia richiede la messa a fuoco manuale, soprattutto nel caso della Luna (o del Sole) usando lo zoom spinto a lunghezze elevate. Senza autofocus e comando a distanza, qualunque microvibrazione impercettibile trasmessa dalla mano alla macchina fotografica si propaga lungo le gambe del treppiede, che se è troppo leggero e poco stabile causa un'oscillazione tellurica dell'inquadratura, amplificata in modo proporzionale alla lunghezza della focale. Insomma, sembra di guardare un terremoto.
Quindi, meno il treppiede è solido e proporzionato alla macchina fotografica, più è impossibile mettere a fuoco in modalità manuale, più basterà poi un alito di aria fresca perché l'inquadratura rimanga irrimediabilmente microsfuocata.

Tre. La messa a fuoco, appunto. In modalità manuale, la precisione usando il live view batte dieci a zero quella ottenibile attraverso il mirino.
In genere con la Canon 80D questo è vero anche con l'autofocus, perché per la regolazione il live view fa uso di tutti i punti dello schermo LCD, mentre il mirino ottico utilizza al massimo quarantacinque punti AF. Nel caso di messa a fuoco manuale della Luna, il live view consente di procedere per step successivi, avvicinandosi in modo progressivo con lo zoom digitale e regolando la nitidezza passo per passo.
Con la visione attraverso lo schermo LCD è anche possibile verificare la simulazione dell'esposizione e avere un'idea abbastanza precisa del risultato finale.
Tutta l'operazione di messa a fuoco va fatta veloce, per via del punto Quattro.

Dunque, Quattro. La luna si muove, tanto. Sembra ovvio dirlo, è molto più strano vederlo davvero via via che ci si avvicina con l'inquadratura. Di conseguenza, più si spinge la focale verso lunghezze significative, più è complicato metterla a fuoco e più bisogna fare attenzione al tempo di scatto, perché se l'esposizione è troppo lunga la foto verrà - incredibilmente e per quanto appoggiati a un treppiede - mossa.
Inoltre, se una mossa non ve la date voi mentre mettete a fuoco e se usate una focale molto spinta, tipo 500mm e oltre, al momento di scattare la Luna non sarà più dov'era mentre trafficavate con la regolazione, e quel che è peggio a volte sarà addirittura uscita dall'inquadratura.

Cinque. Scattare ovviamente in modalità manuale, usando un tempo il più rapido possibile e cercando di tenere gli ISO non troppo elevati, perché Luna+atmosfera+luce diffusa+zoom uguale rumore, molto. Diffidate di coloro che consigliano di scattare a ISO 800 o 1600. (Perlomeno a me) vengono delle schifezze.
Dopo settordicimila tentativi a diverse distanze focali, con e senza filtri, ho appurato che per quanto mi riguarda il diaframma perfetto per la Luna è f/11. È vero a 500mm col Sigma 50-500mm e a 300mm col Canon 70-300mm e con il Tamron 16-300mm, con e senza moltiplicatore di focale.
A f/8 le foto sono sempre un po' meno nitide, a f/13 e oltre emergono troppe aberrazioni.
A f/11 si riesce a scattare a ISO100, sebbene abbastanza al limite col tempo di scatto.

Sei. Non è vero che coi filtri ND si ottengono risultati migliori, anzi.
Da qualche parte avevo letto che per fotografare la Luna è sempre consigliato montare un ND64, o addirittura un ND1000, e mi sono dunque procurato i filtri corrispettivi per il Sigma 500mm, spendendo un patrimonio. Non avendo mai usato filtri a densità neutrale, mi sono fidato, anche perché pare che siano gli unici filtri dei quali un buon fotografo non dovrebbe mai fare a meno.
In verità, poiché gli ND mangiano progressivamente una quantità di luce esagerata, gli eventuali vantaggi ottenibili in questo tipo di fotografia vanno inesorabilmente a discapito dei miei punti precedenti: preferenza a ISO bassi, velocità di scatto elevata, diaframma piuttosto chiuso, tutte condizioni che diventano impossibili con un filtro a densità neutrale di valore elevato montato sullo zoom. Con un ND64 e il diaframma a f/11, bisogna portare gli ISO almeno a 800 e il tempo di scatto attorno al secondo.
Portatemi una foto della Luna perfettamente nitida e luminosa, scattata con un ND64 o un ND1000, e sono pronto a ricredermi. Nel frattempo vendo serie di filtri a densità neutrale, praticamente nuovi, diametro 95mm.
(Magari poi basterebbe usare un ND8).

Sette. Scattare sempre in RAW, naturalmente. Usare Adobe Camera Raw per rimuovere foschia e aberrazione cromatica ai bordi e attorno ai crateri, e dare una limatina a rumore, nitidezza e contrasto. Ribilanciare il bianco. Fine.
Personalmente, se lo zoom è spinto (da 500mm in su) preferisco non croppare. È meglio una Luna un po' più piccola nel terzo in alto, che una Luna centrata a riempire tutta l'inquadratura. Questo naturalmente a meno di non essere capaci a fotografare la Luna allo stesso modo esponendo altrettanto correttamente altri soggetti nell'inquadratura. Io non sono (ancora) capace.

Comunque adesso sono pronto per la lunga eclissi del 27 luglio.
[Rettifica: ho letto tre minuti dopo aver pubblicato il post che il 27 non ci sarà alcuna eclissi, è una vecchia notizia del 2018 ripresa per sbaglio da parecchie testate. E vabbè.]

Moon2020
Sigma 50-500mm, focale a 500mm con Kenko 1,4x, ISO100, f/11, 1/15s

E insomma, non viaggio (ancora), non dormo, faccio poche cose. Così (di notte) studio quel che davvero mi piace, che è poi quel che avrei dovuto continuare a fare trent'anni fa, e vabbè. Meglio tardi che mai.
La cosa più interessante è che studio ciò su cui trent'anni fa, per l'appunto, ho fatto la tesi di laurea e su cui ho poi lavorato per ben cinque anni. Vedi la vita, a volte.

Guardo per aria, mi preparo, faccio prove.
Ho imparato la Luna, o almeno un po'.
Sono riuscito a fotografare (male) il transito solare della ISS, di cui ho brevemente raccontato qualche settimana fa.
Da qualche giorno sto tentando coi fulmini, ma i temporali di questi giorni han fatto solo un gran baccano e al massimo qualche bagliore diffuso in mezzo alle nuvole, e invece avrei bisogno di qualche bella scarica ramificata. Comunque tengo la macchina pronta, fissa sul treppiede davanti alla finestra di camera. In questo caso peraltro il filtro ND64, e forse anche l'ND1000, servono sì, ma quelli di diametro 77mm, che mi sono costati molto meno.
In agenda ho la cometa Neowise. Qualche chance ce l'ho: dovrebbe essere ben visibile dalla mia terrazza e starà in cielo ancora un po' di giorni. Ovviamente stasera è nuvolo a nord - nord ovest, dove si trova lei, e perfettamente limpido altrove.
Nel frattempo sto approfondendo le tecniche per l'astrofotografia. Studio parecchio e mi attrezzo di conseguenza comprando un sacco di cianfrusaglie e spendendo soldi per roba che potrei usare una sola volta in vita mia, o anche mai. Ad esempio, stasera ho comprato un inutile intervallometro, inutile perché tutto sommato ho già un telecomando e potevo benissimo usare quello, e ho messo nel carrello una maschera di Bahtinov.
Secondo me, quando ci si imbatte (prima) nell'esistenza della maschera di Bahtinov e (dopo) si decide pure di comprarla, ecco, quello è il momento in cui ci vorrebbe qualcuno al fianco che ti ama davvero, ti accarezza la testa, ti chiude il computer e ti prepara una tisana calda.
Poi ho iniziato a preparare i bias frame e i flat frame. Ho capito che i dark frame devo scattarli solo poco prima dei light.
Quando (a cinquantacinque anni) ci si imbatte (prima) nei bias frame e nei flat frame, e (poi) si decide pure di passare una serata a scattare quattrocento foto per prepararli, ecco, quello è il momento in cui si capisce che drogarsi seriamente a vent'anni avrebbe probabilmente fatto male, ma forse avrebbe aperto a una vita più frizzante.

Siccome non sono certo che userò mai davvero i miei bias frame (né che persevererò in questa faccenda), ne metto qui uno, così, perché è comunque bello.
Se sapete cosa sono i bias frame, sì, ho ovviamente alterato l'originale con Adobe Camera Raw portando esposizione e luce al massimo.

Bias
"Bias frame" estratto dalla Canon 80D

Infine ho scaricato sul cellulare anche una app per l'osservazione del cielo, una che localizza temporali e fulmini in tempo reale, un orologio atomico, una per l'analisi dell'inquinamento luminoso, una per il calcolo dell'NPF, una per il calcolo dei transiti astronomici e infine quella già citata per il calcolo dell'orbita lunare. Sul Mac invece mi sono installato un paio di app per lo stacking fotografico massivo.
Intervallometro, maschera di Bahtinov, bias e flat frame, app, eccetera, farebbero parte accessoria del programma in pista per il prossimo mese.
Si suppone che la Luna sia solo un esercizio e che questo post sia la prima puntata di una storia che continua.
Che davvero mi ci metta, è tutto da vedere.
TAG: Luna, astrofotografia, fotografia, Canon
11.21 del 13 Luglio 2020 | Commenti (0) 
   


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