Orizzontintorno Carlo Paschetto
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07 Boston e Bermuda black & white
APR Travel Log: Boston e Bermuda, Lavori in corso
Il viaggio a Boston e alle Bermuda è stato il quinto di fila che ho fatto lasciando a casa la reflex e affidandomi solo all'iPhone. Per la verità un tentativo di ficcare nel trolley anche la Canon l'avevo fatto, ma alla fine corpo e obiettivi portavano via da soli metà del volume a disposizione, per non dire del peso, e ormai da tempo viaggio con un solo bagaglio a mano, rinunciando possibilmente anche allo zainetto.
Di lasciar giù un obiettivo, del resto, non se ne parlava proprio. Porto la reflex proprio per la scelta delle ottiche: se per risparmiare peso e spazio devo partire portando un solo obiettivo, versatile ma scarso, tanto vale allora lo smartphone, soprattutto se l'ottica è quella del 4S.

Senza reflex non faccio meno foto, anzi: non dovendo star lì tutti i momenti a cambiare ottica e ad armeggiare con tutto l'ambaradan fa sì che finisca irrimediabilmente a scattare in continuazione, per non parlare della possibilità di girare filmati in alta risoluzione. Non c'è dubbio comunque che da quando ho smesso di portar dietro la Canon io viaggi più leggero e più libero, e inquadri il mondo in modo molto diverso. Soprattutto, ho smesso di preoccuparmi del risultato, consapevole in partenza dei limiti dello smartphone: non mi interessa quel che viene fuori, mi interessa mettere nel cassetto delle immagini tanto per averle, un po' come conservo i biglietti dei mezzi pubblici e dei musei dentro le Lonely Planet che si accumulano fra i miei scaffali.

Così, anche le fotografie di questo viaggio sono infine archiviate su Orizzontintorno, con una novità assoluta: ho lavorato un po' (in post produzione, ovviamente) sul bianco e nero.
Stavo scegliendo le foto da caricare qua dentro e mi sono soffermato su uno scatto fatto ad Harvard, a pensare che era totalmente insignificante nonostante avesse una bella luce, e mi è venuto spontaneo immaginarlo in bianco e nero. Ho fatto qualche tentativo con i filtri e il risultato mi è sembrato completamente diverso. Così ho iniziato a isolare qualche immagine che richiamava la mia attenzione per il possibile gioco di luci e ombre, e a lavorarci un po' su, per la verità muovendomi molto a caso.
Non so, tutto sommato questo è stato un viaggio parecchio in bianco e nero. È nato per caso, non mi interessava molto, non avevo una gran voglia di partire, soprattutto da solo; è inoltre stato emotivamente molto contraddittorio e si è chiuso con un rientro imprevisto e rocambolesco. Luci e ombre, appunto.

Ho infine completato anche la scheda del viaggio con le consuete informazioni e l'itinerario. Tutto, come sempre, fra le pagine degli Appunti internazionali, nella fattispecie qui.

BW1
BW2
Boston, MIT
BW3
Boston, Financial District
BW4
Bermuda, Greenbank guest house
BW5
Bermuda, Royal Naval Dockyard
TAG: boston, bermuda
08.47 del 07 Aprile 2014 | Commenti (0) 
 
17 Appunti sparsi fra Boston e le Bermuda
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
E insomma, sono in qualche punto sull'Oceano Atlantico, in volo fra Boston e le Bermuda, si balla un po' e volevo fare il mio primo live blogging da 30.000 piedi di quota, ché sono in mezzo al triangolo delle Bermuda e in 'sto periodo scompaiono pure gli aerei, ma pare che il nuovo servizio WiFi a bordo in realtà non funzioni, non mi è chiaro se sia perché copre solo gli Stati Uniti e non i voli internazionali, o per qualche altra ragione. Tipo, chessò, gli alieni che bloccano le comunicazioni, per cui io credo di star volando verso le Bermuda, ma in realtà magari siamo già stati rapiti e ci stanno trasportando su qualche pianeta lontano lontano, e io mica lo so se poi lì l'iPhone prende, e come lo aggiorno il blog?

E volo con Barry White in cuffia, perché mi pare che Barry White sia adatto per volare verso le Bermuda, isnt'it? Fa un po' ricco panzone americano che va a giocare a golf e a tirar su qualche marlin, dopo esser stato a Las Vegas a perdere una milionata di dollari annoiandosi un po'.
Invece io ho speso 40$ di taxi dall'hotel all'aeroporto di Boston, non ho mica capito perché, visto che secondo me la tariffa flat era attorno ai 32$, e vabbè, metticene anche quattro o cinque di mancia, ma ne ballano sempre altri quattro o cinque di resto che non ho visto. Cioè, il tassista rapper nemmeno ha preso in considerazione il fatto che volessi il resto e chi sono io per contraddire un tassista rapper alle sei del mattino, per tre miserabili euro in fondo, io che sto andando alle Bermuda a giocare a golf e a pescare marlin, dopo aver perso un milione di dollari a Las Vegas.

Che poi io mica so pescare. Nemmeno giocare a golf, adesso che ci penso. Per quanto riguarda il milione di dollari, poi, ecco.

Ma il punto è: che ci facevo ancora a Boston dopo cinque giorni, dopo essermela scarpinata tutta per chilometri e chilometri, dopo essere stato anche al Garden a veder giocare i Celtics e al Museum of fine arts per non rinunciare a una spolverata intellettuale, dopo aver girato per l'MIT, Harvard, Copley, downtown, il Northend e il Southend, il waterfront, Charleston e Chinatown, il Freedom trail in versione integrale e perfino il diamante del Fenway Park? E considerato pure che la stagione per le gite in barca verso le isole non è ancora aperta e che siamo quasi sempre stati abbondantemente sotto zero?
Capite che per forza poi uno prende e va alle Bermuda. Dove, per dir la verità, non è ancora stagione e fa freddino anzichenò, quindi nemmeno un bagno mi ci scappa. E del resto il costume da bagno nemmeno l'ho portato.
Vabbè insomma, è la solita questione delle bandierine, si sa, dài.

In realtà volevo dirvi di Boston, poi. È bella Boston, davvero bella. L'ho amata molto, fors'anche più di Chicago. Mi è parso un bel posto dove venire a vivere un po', per quanto alla fin fine, alla mia quarta esperienza negli States, possa confermare che non sono esattamente un Paese dove mi trasferirei.
È che io e gli americani non ci capiamo molto, non solo linguisticamente. Tutto sommato, preferisco i giapponesi, tanto per pescare a caso fra Paesi e culture del primo mondo: sono stressati uguali, ma mangiano infinitamente meglio, sono decisamente più cosmopoliti, più curiosi, più spirituali, anche se (all'apparenza) meno spontanei e cordiali nei rapporti. Ma in realtà anche questo è un tratto che apprezzo: a me tutta 'sta socievolezza superficiale americana sta piuttosto sul cazzo, alla fine. In termini di costruzione dei rapporti umani tendo in qualche modo ad essere molto più orientale.

Resta il fatto che dovrei smetterla di venire in America a piccole tappe, sempre con queste toccate e fughe altrove, in transito, di passaggio, pochi giorni in qualche città e poi via. Sto sempre più considerando l'idea di rivoluzionare i miei progetti a lungo termine e, invece di puntare l'Africa per il prossimo sabbatico, come da anni ho in mente, programmare piuttosto qualche mese negli Stati Uniti per viverli un po' a fondo e cercare di capirci qualcosa.

E niente, avrei forse da scrivere mille e una cose di Boston, del fatto che già mi manca un po', che mi pare di averci sempre vissuto e di conoscerne ogni angolo, che mi è sembrata così familiare, che le ho voluto molto bene, ma abbiano iniziato la discesa verso le Bermuda, gli alieni pare infine non ci abbiano rapito, Barry White mi sta cantando I'm qualified to satisfy you, che è sempre una delle mie preferite, e Boston è ormai due ore di volo alle mie spalle e un fuso orario indietro.

A presto America (d'altra parte ci vediamo comunque di nuovo a Boston giovedì pomeriggio, in transito verso l'Italia).

Kapoor
Me and the contemporary art (Boston Museum of fine arts)
Atlantico
Somewhere between Boston and Bermuda
Bermuda01
Greenbank guest house, Paget, Isole Bermuda: il mio campo base
TAG: Boston, Bermuda
22.47 del 17 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
15 Boston/2: venti pezzi di America dagli spalti di uno stadio
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
Cose che ho imparato degli americani, estrapolandole dall'avere assistito alla partita Boston Celtics vs. Phoenix Suns al mitico TD Garden di Boston (e considerando, però, che non sono un frequentatore di stadi in Italia e che tutto quel che so di tifoseria casalinga è filtrato dai nostri Media, quindi mi manca il termine reale di paragone) e un po' di cronaca per voi.

1. Andare allo stadio in America è un po' come partecipare da spettatore alla registrazione di Ok, il prezzo è giusto negli studi di Mediaset. Tutto quello che avviene è riconducibile a uno spettacolo televisivo con una regia e una scaletta collaudatissime.

2. I giocatori sono professionisti pagati per interpretare un ruolo ben definito, come attori (vedi prossimo punto) o impiegati altamente specializzati, che a fine spettacolo escono dallo stadio e ognuno per sé, ché anche per oggi è finita, ci siamo guadagnati la pagnotta e finalmente si va casa a sdivanarsi davanti alla tv. Tipo, chessò, io lavoro in IBM e faccio il manager, io lavoro per i Boston Celtics e butto la palla nel cesto.

3. Fra vedere Boston Celtics vs. Phoenix Suns (e, immagino, un qualunque altro evento sportivo) dal vivo, o guardarselo alla televisione, passa la stessa differenza che c'è fra vedere le riprese del Cacciatore di Michael Cimino e Robert de Niro che legge il copione fra una scena e l'altra, o guardare il film al cinema. Ecco, l'effetto dell'essere allo stadio è esattamente quello di star dietro la sedia di Cimino mentre spiega a De Niro come deve girare una scena.

4. Prima della partita, tutti in piedi per l'inno nazionale, nell'occasione cantato dal coro dei bambini di salcazzo, in un turbinio di luci stroboscopiche bianche, rosse e blu, e di bandiere a stelle e strisce. Grandi applausi. Mi sono molto commosso, sappiatelo.

5. I Suns entrano in campo accompagnati dagli AC/DC. I Celtics da Seven Nation Army. Ed è subito PO-POPOPO-POPO-POOOO!

6. Fosse solo per l'impianto luci, la scenografia e la musica, si potrebbe tranquillamente pensare di essere a un concerto rock, più che a una partita di basket.

7. Il pubblico, come negli studi di Mediaset, è totalmente pilotato dalla regia centrale, che si materializza attraverso i messaggi del Grande fratello trasmessi sugli schermi della torre centrale. Si urla LET'S GO CELTICS! al ritmo dei tamburi (registrati) solo quando i Celtics attaccano, gli schermi suggeriscono di farlo e il rullo dei tamburi dà il tempo; si urla DE-FENSE! DE-FENSE! solo quando i Celtics sono in difesa e gli schermi suggeriscono di farlo. Molto raramente parte spontaneo un BUUUUUU! quando gli avversari devono effettuare un tiro libero.
Unica eccezione in tutta la partita: un giovane qualche fila davanti a me che, a gioco interrotto per un fallo, ha avuto uno scatto di rabbia, si è alzato e ha imprecato SHOOT HIM! Non male. Ho apprezzato.

8. Ai fini di cui al precedente punto, a tutti gli spettatori viene consegnato all'ingresso un apposito gagliardetto avvolgibile: da un lato GO CELTICS, dall'altro D e il disegno di una staccionata. Ho impiegato un po' a capire che la staccionata era "fence" (vedi foto qua sotto del titolare qui, assimilato dagli autoctoni).

9. Non esistono tifosi della squadra avversaria. Non esistono tifosi avversari. Se sei al Garden tifi Boston, fine (suppongo, per estensione, uguale ovunque applicato alla squadra di casa).

10. In occasione di qualche bella azione (non molte per la verità), la regia comunica Oooohhhhhh e sugli schermi appare NOISE METER: a quel punto il pubblico deve gridare molto forte mentre viene trasmessa la moviola.

11. Se un giocatore della squadra ospite si fa male, quando si rialza tutti gli spettatori applaudono. Compreso quello che lo voleva uccidere al punto 7.

12. Del punteggio non gliene frega niente a nessuno. Nemmeno delle cheerleaders. Se prendi una dozzina di ventenni bionde americane alte un metro e ottanta, ipervitaminizzate con la tartaruga scolpita attorno all'ombelico, la quarta di media e il culo di marmo avvolto negli hot pants, e le piazzi in mezzo a uno stadio italiano durante un derby, secondo me gli ultras ne fanno carne da macello.

13. La gente arriva prima della partita (poca), a trenta secondi dall'inizio (molta) e a partita già iniziata (altrettanta). Durante l'incontro la gente (poca) guarda la partita, molti chiacchierano fra loro o giocano col cellulare, molti altri si alzano e se ne vanno a farsi un giro, poi tornano, poi rivanno, poi ritornano. Generalmente ogni volta con qualcosa di nuovo da mangiare e da bere.

14. A proposito del mangiare e del bere, va detto che dentro allo stadio c'è di tutto, più che in un mega centro commerciale. Ci sono snack, take away, pizzerie, ristoranti. Se poi siete proprio pigri, centinaia di camerieri passano fra le file a raccogliere le ordinazioni da una lista standard disponibile ad ogni posto a sedere. Si può ordinare di tutto: alcolici, pizze, sandwich, cinese, messicano.

15. Sempre a proposito: il bidone (sic!) di patatine fritte del mio vicino di posto era grande come il secchio del Mocio Vileda. Le ha mangiate tutte e ha bevuto quattro birre medie. Era un tipo smilzo e scavato, sulla cinquantina, un impiegato in camicia bianca, con gli occhiali, accompagnato dalla moglie casalinga bionda e dai due figli iper vitaminizzati, pure loro, attorno ai dieci anni.

16. Quattro tempi da dodici minuti 'sto cazzo. A parte che sono dodici minuti di gioco effettivo, l'intero spettacolo - perché di questo si tratta - dura quasi tre ore. Io ve lo dico: una noia mortale, a meno che non sia l'All star game, suppongo.
Ad ogni time out, cheerleaders in campo, performance di giocolieri, premiazioni di lotterie, eccetera. Nell'intervallo partita di bambini delle scuole medie (che, per la cronaca, giocano a una velocità e tirano da tre punti con una precisione tale da poter far nere alcune delle nostre squadre di prima divisione).
C'è stata anche la premiazione di "Un eroe fra di noi": un tipo, molto americano, molto mascelloso, molto rasato, molto muscoloso, braccio destro interamente tatuato a colori, è stato premiato per avere salvato una vita, usando un defibrillatore, in un contesto che non ho capito. Gli è stato consegnato una specie di trofeo, era molto compìto e commosso, tutti in piedi ad applaudirlo. Ho capito che ne premiano uno tutte le settimane.

17. Il Boston Garden (che adesso non si chiama più così ma, appunto, TD Garden) è meraviglioso, modernissimo, servitissimo, accessibilissimo, comodissimo, pulitissimo, spettacolare. Se gli stadi americani sono tutti così, noi siamo Africa.
Nota: non ho contato più di venti poliziotti. Certo, di quelli cattivissimi americani come nei telefilm, ma parliamo di uno stadio da 20.000 posti. I controlli all'ingresso sono capillari, ma fluidi, gentili e rapidissimi. Non si fa coda per entrare, si esce in pochi minuti. Tutto è stramaledettamente normale e pacifico. Come andare a teatro. Ammiriamoli.

18. Se sei un tifoso dei Boston Celtics (estrapolo: di qualunque altra squadra, immagino) alla partita vai indossando solo la t-shirt ufficiale del tuo idolo e i pantaloncini. Anche se sono le otto di sera e ci sono dieci gradi sotto zero.
Nota: qui non usano le sciarpe coi colori della squadra come da noi. Al massimo palloncini colorati e manone di gommapiuma col pollice alzato.

19. È ancora lecito andare alla partita indossando la maglietta numero 33 di Larry Bird.

20. Sia chiaro: nonostante da ragazzo sia stato un gran tifoso dei mitici Los Angeles Lakers di Jabbar e Magic Johnson, e di conseguenza grande avversario degli altrettanto leggendari Boston Celtics di Larry Bird, andare al Garden a vederli giocare è stata una grandissima emozione e ho tifato per loro: mi sono sentito molto americano in questo.

[E infine, per la cronaca e per la storia: Celtics sconfitti dai Suns 80-87. Partita moscia, noiosetta anzichenò. Poche azioni spettacolari. Celtics sempre sotto, anche fino a -12, con un insperato recupero nell'ultimo quarto che li aveva addirittura portati a +2 a sei minuti dalla fine. Poi, parità fino a due minuti dal termine, quando un paio di errori e di disastrose palle perse hanno irrimediabilmente compromesso il recupero, regalando la partita ai Suns. E meno male, ché dei supplementari proprio non avevo alcuna voglia.
Nel complesso, comunque, Suns non irresistibili, ma Celtics davvero mediocri.
]

Garden1
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P.S. Le foto son quel che sono perché l'iPhone fa quel che può. Avercela avuta dietro, in questa occasione, la mia Canon con il suo 480mm...
TAG: Boston Celtics, basket, Boston, TD Garden, sport, America
13.02 del 15 Marzo 2014 | Commenti (1) 
 
13 Boston/1: quel che non amo de Lamerica
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
- Sei solo?
- Sì, sono solo.

Boston Logan, otto di sera, immigration desk. Sono in viaggio da diciotto ore, sono stanco, ho un forte mal di gola, un po' di febbre e pure le orecchie tappate dall'influenza, che ha approfittato del volo per esplodere definitivamente dopo un paio di giorni che la covavo. In altre parole, faccio abbastanza fatica a stare in piedi e l'unica cosa che a questo punto voglio è fiondarmi in hotel il più rapidamente possibile, anche perché per quanto mi riguarda è l'una di notte, Central European Time, e sono in piedi dalle sette di ieri mattina.

- Sei solo?

Il poliziotto, rasato, guance paffute, robusto, sguardo incazzato come nei telefilm americani, indica la coda di gente in attesa, lunghissima: sono sbarcati quattro voli, all'immigrazione ci sono solo quattro corsie aperte e la procedura prevede che a tutti gli stranieri in ingresso vengano prese tutte le impronte digitali e la foto.

- Non c'è nessuno con te? Nessuno in coda che viaggia con te? Amici? Familiari?

Mi guarda fisso e parla velocissimo, lo fa evidentemente apposta. Lui pretende che io lo capisca perfettamente, come se fossi il suo vicino di casa e non uno straniero qualunque appena sbarcato da un volo internazionale.

- Sì, sono solo. Non c'è nessuno con me.
- Perché viaggi da solo?
- Come scusi? In che senso?
- Cosa sei venuto a fare?
- Sono in vacanza.
- Chi devi incontrare? Chi ti aspetta a Boston?
- Nessuno, non conosco nessuno a Boston.
- Dove alloggi?
- Dove ho indicato lì nel modulo, al Royal Sonesta Hotel.
- Chi devi incontrare?
- Nessuno, gliel'ho detto.
- E cosa devi fare allora?
- Scusi, non ho capito. Cosa devo fare cosa?
- Perché sei qui?
- Sono in vacanza. Vacanza.
- E dove devi andare?
- Dove devo andare in che senso? Adesso vado all'hotel...
- E dopo?
- Dopo quando?
- Domani, cosa fai?
- Non lo so cosa faccio domani, andrò in centro a fare un giro!
- Dove?
- Ma dove cosa??
- Devi incontrare qualcuno?
- Non ho capito: vuole sapere se devo incontrare qualcuno qui a Boston?
- Sì, chi devi incontrare?
- Ma nessuno, sono da solo, non conosco nessuno, sono in vacanza!
- Ok, cosa fai domani?
- Non lo so cosa faccio. Vado in centro, faccio un giro.
- Dove?
- Ma non lo so dove, è la prima volta che sono qui!
- E dopo cosa fai? Ad esempio, dopodomani cosa fai, dove vai, cosa vuoi vedere?

Cerco di mantenere la calma, ma sto davvero iniziando a incazzarmi, ad agitarmi, non sto bene, ho bisogno prendermi una Tachipirina e di mettermi a letto, e questo interrogatorio sta prendendo una piega surreale. Fra l'altro l'ultima volta che sono stato in America risale a tre anni fa: hanno già le mie impronte e la mia foto, sono già schedato, quindi che cazzo stiamo a fare qui?
Questo però non ha alcuna intenzione di lasciarmi andare. ..
[Continua a leggere]

TAG: Boston
10.01 del 13 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
10 Was "bella dai, Boston, verso inizio primavera"
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
Quindi le previsioni dicono che su una decina di giorni ne trovo almeno uno con -10°, neve, vento forte e temperatura percepita fino a -20°, tre o quattro attorno agli 0°. Poi, alle Bermuda, altri due attorno ai 18°-20° e almeno uno a 25° con temperatura percepita sui 27°.

Devo solo spiegarlo al mio bagaglio a mano, nel quale per la verità avrei pure intenzione di infilare la reflex con il teleobiettivo, che da soli fan quasi un paio di chili e metà volume a disposizione.
TAG: boston, bermuda
12.16 del 10 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
13 The big picture
MAR Segnalazioni, Prima pagina
Come in altre occasioni, nulla più delle immagini di Boston.com raccontano quello che le parole non sono in grado di raccontare.

TsunamiBoston.com
TAG: tsunami, giappone, boston.com, big picture
13.55 del 13 Marzo 2011 | Commenti (0) 
 


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