Orizzontintorno Carlo Paschetto
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03 Rigore è quando arbitro fischia
MAG Amarcord, Prima pagina
Il 20 maggio del 1992 a Wembley io non c'ero: un pensiero ce lo avevo fatto, ma per scaramanzia preferii uscire per il primo appuntamento con quella biondina a cui stavo dietro da un po'.
Genova era deserta quella sera, per le strade non volava una mosca; persino la metà rossoblu stava tappata in casa col fiato sospeso, ché se i ragazzi di Vujadin avessero davvero sbancato il tempio del calcio probabilmente non si sarebbe più vista una bandiera col grifone per almeno due anni a venire.

Non ero e non sono mai stato un gran tifoso. Il calcio mi ha sempre annoiato, ma sono stato un bambino, prima, e un adolescente, poi, orgoglioso di tener fede alla tradizione patriarcale di una famiglia, la mia, genovese e laicamente blucerchiata da sempre, nonostante il trapianto a Milano quando avevo appena due anni.
Ho attraversato elementari, medie e superiori senza mai cedere alle prese in giro dei compagni di scuola, inevitabilmente tifosi rossoneri, nerazzuri, o bianconeri che sempre tutto vincevano, mentre la mia squadra, stagione dopo stagione, annaspava inesorabilmente a cavallo fra il purgatorio della B e la massima serie. Non aveva alcun titolo da vantare ed era pure un po' difficile da pronunciare: Samp-doria, o san-doria, non era esattamente chiaro come si dovesse dire. Dichiararmi ostinatamente sampdoriano era uno dei tanti modi per rivendicare la mia identità personale e sfuggire all'omologazione del gruppo, che non mi era mai appartenuta.

A Genova, fra altri parenti tutti di rigorosa fede blucerchiata (tranne il nonno materno, orgogliosamente arroccato nel suo isolamento genoano), avevo uno zio tifosissimo che non perdeva una partita. Una volta venne a trovarci a Milano e mi portò a San Siro a vedere un'Inter-Sampdoria finita 4-4: calcio d'altri tempi, credo fosse il 1972, o giù di lì. A tutt'oggi rimane quella la mia unica occasione al Meazza. Non ci sono mai più tornato, nemmeno per qualche concerto rock. Non esisteva nemmeno il terzo anello a quel tempo.
Mi sa fra l'altro che 'sta storia devo averla già raccontata qua dentro da qualche parte.

Comunque. Ai tempi dell'università, pur continuando a disertare gli stadi e a sottrarmi alle discussioni calcistiche del lunedì, la Samp la seguivo eccome. La mia Cenerentola, sotto l'illuminata presidenza di Paolo Mantovani, all'improvviso aveva iniziato a infilare un trofeo dietro l'altro: una serie di Coppe Italia, l'ingresso fra le grandi d'Europa con la vittoria in Coppa delle Coppe, e infine il magico scudetto del '91, una rivincita insperata per il mio inossidabile orgoglio di tifoso solitario e sfigato, cresciuto in una città calcisticamente ostile, vincente, ricca e snob. Fra l'altro, quello scudetto incredibile la Samp lo vinse proprio a spese dell'Inter.
Quindi, la straordinaria e altrettanto inattesa cavalcata dell'anno successivo in Coppa dei Campioni, culminata con la finale del 20 maggio a Wembley, col Barcellona. Al timone di quella leggendaria squadra dei record capitanata da Vialli e Mancini sempre lui: Vujadin Boskov.

Boskov era uno che non potevi non amare, anche se di calcio non capivi un accidente come me. Aveva un po' quell'aria fra lo sfigato e il tizio che ti sfila il portafogli mentre ti chiede un indirizzo. Un po' come il tenente Colombo, tipo.
Io me lo sono sempre immaginato Vujadin, a casa, quella sera dopo aver vinto lo scudetto: va in bagno, si lava i denti, si mette in pigiama, si infila le ciabatte, si siede sul letto in silenzio, da solo. Si guarda un po' i piedi e sospira. Poi, alla luce dell'abat-jour, si alza, apre la finestra sulla città illuminata, respira a pieni polmoni l'aria notturna di Genova, socchiude gli occhi. E mostra il dito medio al mondo, prima di andare a dormire.

Quella sera del 20 maggio 1992 iniziai a sospettare che qualcosa non fosse andato per il verso giusto attorno alle ventidue, passando per Piazza De Ferrari: non un cane, silenzio assoluto. C'era un po' di brezza dal mare e anche le luci alle finestre erano in gran parte spente.
La biondina baciava da schifo e alla fine era chiaro che non me l'avrebbe neppure data, ché era il tipo che minimo voleva un anello al dito, prima.
Non avrei dovuto trovarmi lì. Avrei dovuto essere a Wembley ad applaudire in piedi i ragazzi e a ringraziarli lo stesso: loro e, soprattutto, Boskov.
Ché anche nel bel mezzo di una notte da miracoli può capitarti un Koeman che al 112° minuto tira una punizione da trenta metri e fa centro, dopo una battaglia infernale durata quasi quattro tempi e a soli otto minuti dai rigori.
Poi rimangono solo gli aneddoti: per dirne uno, a fianco di Koeman giocava un tale Pep Guardiola. Ti dice qualcosa? Fu anche l'ultima partita assoluta giocata per la Coppa dei Campioni: dall'anno successivo la chiamarono Champions League. Senti come suona diverso. È tutta un'altra storia, è roba per giovani bombati a Sky TV e palloni fosforescenti.

Per parte mia, da quella notte non ho più seguito il calcio. Quando sai di aver assistito a un miracolo irripetibile non c'è più nulla di straordinario nel partecipare alla normalità di un pallone che rotola sempre allo stesso modo. E poi a me il calcio ha sempre annoiato, appunto.

Ciao Vuja, grazie per il 20 maggio del '92 e per tutto il resto.

Boskov
TAG: boskov, calcio
01.35 del 03 Maggio 2014 | Commenti (0) 
 
19 In questo post si parla di calcio
MAG Coffee break
[Non c'è nulla come perdere inavvertitamente un post dopo aver scritto per un'ora, roba da sbattere il pc giù dalla finestra. Poi va a finire che se l'idea non ti molla lo riprendi da capo, ma non sarà più come prima]

Non seguo molto il calcio, nel senso del fùtbol, né l'ho mai amato particolarmente. Per dire, pur abitando a Milano e dintorni da quarant'anni e più, ho messo piede a San Siro, alias Stadio Meazza, una sola volta, credo fosse nel '73 o nel 74', ed era ancora lo stadio vecchio, quello senza terzo anello. La partita era Inter-Sampdoria, finale 4-4. Forse anche per questo la ricordo. Anzi, visto che siamo nel 2010, aspetta che googlo e vado a vedere quando è stata...

9 gennaio 1972, epperò! Ancora prima di quel che pensavo (certe volte faccio fatica a credere che sia esistito un mondo senza Google e che io ci abbia pure vissuto per un bel pezzo).
Comunque, capisci bene che.

Che poi fosse proprio un Inter-Sampdoria non è un caso, ma ci arrivo. Un attimo di pazienza che finisco i preamboli del caso.
Dicevo: al Meazza, o San Siro che dir si voglia, ho messo piede solo quella volta e in effetti non ci sono nemmeno mai stato per un qualche concerto rock. Ci son passati Patti Smith, Bob Marley, gli U2, il Boss, tanto per buttarne lì alcuni, eppure, nonostante la lunga militanza rockettara e un discreto curriculum di partecipazioni a megaconcerti lungo almeno vent'anni, a San Siro non sono mai più stato.
Mah, che vuoi che ti dica.

Però mi sto perdendo, tanto per cambiare. Non è San Siro la questione.

Ti dico di più: io, di fatto, non ho mai nemmeno comprato una Gazzetta dello Sport e la mia mente fa un po' fatica a comprendere l'esigenza di un giornale come la Gazzetta e la sua sopravvivenza sul mercato, soprattutto quando tale quotidiano sembri essere il più letto in assoluto. Ma anche all'estero esistono testate equivalenti?

Insomma, di calcio mi son sempre occupato poco o nulla, tranne un po' ai tempi della scuola, nel senso che lo seguivo con un orecchio più o meno attento a quel che capitava, ma fra una domenica allo stadio ed una domenica a fare qualunque altra cosa ha sempre vinto qualunque altra cosa, perlomeno nel 99,99% dei casi, perché in effetti almeno un paio di volte allo stadio di Monza (quello vecchio, anche lì) a veder Monza-Sampdoria e a Marassi a Genova (e forse adesso inizia ad esserti chiaro il perché proprio di Inter-Sampdoria) ci son stato con mio zio, anche se pur sempre di inizio anni '80 si parla.

Due palle, fra l'altro, andare allo stadio. Ché già mi ha sempre annoiato, il calcio, ma allo stadio poi ci si rompe due volte, non fosse altro perché non c'è l'omino che la partita te la racconta (è ancora così, vero?) e per uno come me, che di calcio non capisce un tubo, non avere nemmeno l'omino che te la racconta è la morte civile e l'emarginazione assoluta, perché non capisci mai perché la gente attorno a te s'incazzi in quel modo ogni due per tre.
E poi quei ventidue, visti dagli spalti di uno stadio, sembran le pedine del Subbuteo. Mica te lo sembra, quella, una vera partita di calcio. Almeno in tivù il pallone lo vedi.

Comunque poi son di quelli che se gioca l'Italia è facile che la partita la vedan sì, diciamolo, anche se non è che caschi proprio il mondo nel caso abbia altro da fare.
Se c'è la finale dei mondiali, vabbè, la spaghettata con gli amici la si fa, anche se ormai nemmeno so più chi diavolo siano almeno i sei undicesimi della formazione. Spesso anzi capita che sian nomi che probabilmente mi dicono assolutamente nulla. Tuttavia faccio parte di quelli che l'Italia di Bearzot l'han vista e che nell'estate dell'82 andarono eccome in Piazza Duomo a festeggiare Zoff & c. (e chi non ci andò?), e son sempre fra coloro che si sono pure visti sfuggire un mondiale nel '78 in Argentina (ché tutti ricordano quello dell'82 in Spagna, ma quello del '78 sembra che non lo ricordi più nessuno).

Questo per dire del mio rapporto in genere con il calcio.

Tifoso (termine che nel mio caso assume un senso parecchio vago) dunque laico, molto laico, laicissimo che più laico non si può, quasi inesistente e sicuramente assai indifferente. Della Sampdoria, appunto.
Ché alla fin fine una squadra del cuore ce l'abbiamo tutti, va da sé, e bugiardo chi nega. Sampdoria (che poi si scriverà anche Sampdoria, ma tutti la chiaman Sandoria) perché son di Genova, si sa, di radici genovesissime da generazioni e di genealogia blucerchiata (a parte il nonno materno, che era genoano: io lo adoravo però è vero che, calcisticamente parlando, in famiglia - famiglia quasi interamente laica peraltro, sempre calcisticamente parlando - il nonno Ettore era un po' guardato con sospetto per questa sua fede rossoblù).
Ora: capisci che crescere e durarci una vita da sampdoriano (sandoriano?), pur avendo vissuto i 43/45 della tua esistenza a Milano, be', non è da tutti. E io ne vado pure un po' orgoglioso perché, diciamolo, alle elementari ed alle medie i compagni di scuola ti facevano nero se non tenevi alla Juve, all'Inter o al Milan, e ti emarginavano peggio di un magrebino in una scuola di Conegliano Veneto: Sampdoria, e che cazzo è? Non ha vinto un tubo ed è già un miracolo che le permettano di giocare in serie A.
Non è che ti odiassero proprio, come si odiano fra loro i tifosi di squadre storicamente rivali, semplicemente ti consideravano inoffensivo, debole, una specie di parìa, un povero incompetente nella migliore delle ipotesi.
I bambini son carogne, calcisticamente parlando (ma anche no) (nel senso, anche non parlando calcisticamente).

Mettici pure che io son sempre stato negato a giocare a pallone. Praticamente mai giocato. E se proprio dovevo ero quello che inevitabilmente stava in porta. Ricordo una tragica occasione, credo fosse in seconda o terza liceo, nella quale mi ero fatto trascinare dai compagni probabilmente perché a guardare c'era la tipa della quale ero stracotto e non volevo sfigurare, e naturalmente mi misero in porta, salvo il fatto che al primo tiro della squadra avversaria mi feci passare la palla in mezzo alle gambe.
Ecco, questo sono "io e il calcio" (e la tipa, ovviamente, ciao).

Aggiungi anche la malcelata frustrazione di non aver mai avuto nulla di che parlare al lunedì mattina, con i compagni di scuola prima, con i colleghi poi. Soprattutto fra i venti e i trenta, ché per me le domeniche invernali erano interamente votate a collezionare vette alpine con le pelli sotto agli sci ed il calcio era lontano mille miglia dal mio universo.
Il confronto popolare pelli di foca vs. classifica della serie A è impietosamente sfavorevole al primo, soprattutto davanti alle macchinette aziendali del caffè.

Capisci insomma la fonte, quando ti dico che sto per scrivere un post sul calcio.

Parlando di tifo, e tenendone sempre a mente la giusta declinazione del significato nel mio caso, ad onor del vero ricordo che alle elementari provavo segretamente una certa simpatia anche per l'Inter. Segreta per due ragioni almeno: perché non volevo darla vinta ai compagni che cercavano di convincermi a tifare una squadra diversa dalla Sampdoria e perché ovviamemente mi vergognavo un po' con il resto della famiglia sampdoriana. Laici sì, ma in ogni caso tutti orgogliosamente blucerchiati.

E comunque essere sampdoriano mi ha dato anche qualche soddisfazione e permesso di prendermi le mie rivincite nel famoso biennio '91-92', quando la Samp di Mancini e Vialli, dopo avere incredibilmente infilato qualche Coppa Italia negli anni precedenti, inanellò una sequenza mai vista nella storia dello sport genovese portando a casa nell'ordine Coppa delle Coppe, scudetto (vinto proprio a spese dell'Inter, per dire i corsi e ricorsi) e finale di Coppa dei Campioni.
Laico e indifferente sì, pelli di foca sempre e ci mancherebbe, ma cazzo, la finale persa a Wembley nel maggio del '92 con il Barcellona, quasi alla fine del secondo tempo supplementare con un gol di Koeman al 112', quella no, non ho bisogno di Google per ricordarla: brucia ancora, perfino ad uno come me.

Già. Perfino ad uno, incorreggibile, come me: che fra l'essere a Wembley (ci avevo fatto un pensiero, eccome) per quello che già si sapeva sarebbe stato un evento unico ed irripetibile nella storia della Samp, ed uscire quella stessa sera con una tipa alla quale del calcio fregavuntubo, proprio a Genova fra l'altro, ché mi trovavo lì per altre ragioni, optai ovviamente per uscire con la tipa, pur trascorrendo l'intera serata tipo Fantozzi quando durante la partita dell'Italia è costretto ad andare a vedere la Corrazzata Potëmkin.

Per onore di cronaca, compresi che avevamo perso la finale perché alle undici di sera piazza De Ferrari era deserta e non c'era in giro un cane per tutta Genova.
Capisci che in quel momento avrei ben strozzato la tipa, perché uno può anche perdersi la partita della vita alla tele per una giusta causa, ma perderla davvero in senso sportivo, la finale di Coppa, ennò perdìo. Tanto più se alle undici di sera ti è ormai chiaro che la tipa non te la darà mai.
E' un caso che rischia di arrivare diretto alla sezione omicidi, anche per uno laico laico come me.

Suppongo infine che sia per tutto questo, storicamente parlando, che quest'anno ho seguito con un po' più di interesse le vicende dell'Inter, mi son visto le ultime partite di coppa e ho tifato - tifato davvero, poco laicamente persino - Inter nella semifinale contro il Barcellona. E poi c'è il fattore innegabile Special One, che piace al di là del calcio. Siccome uno così, umanamente in generale, o lo ami o lo odi, io faccio parte di quelli a cui piace.

C'è poi che quest'anno, dopo diciotto anni di tutto sommato anonimato generale, la Samp è tornata in auge avendo addirittura fatto sognare un po' troppo i suoi tifosi con un inizio di campionato piuttosto inatteso e scoppiettante. Bene comunque, ché l'accesso alla Champions se l'è guadagnato tenendo duro e comportandosi in modo decisamente onorevole, andando addirittura a battere la Roma in aria da scudetto a casa sua e uscendo indenne dalla sfida con il Palermo.

Vedi? Sto seguendo di nuovo: con un orecchio soltanto, come al solito, ma seguo. E poi è l'anno dei mondiali: serve perlomeno per imparare a conoscere i nomi degli azzurri e non farsi cogliere proprio impreparati alla prossima macchinetta del caffè.

In realtà volevo scrivere una cosa molto più breve sul calcio prendendo spunto proprio dalla Sampdoria di quest'anno, tuttavia 'sta lunga curva per arrivarci ci sta.
Perché la vera ragione per cui io non amo il calcio, alla fin fine, è proprio l'epilogo di quest'annata sandoriana.

Leggo oggi che sia Del Neri, l'allenatore artefice della resurrezione blucerchiata, capace di riportare la squadra dopo moltissimi anni sul palcoscenico internazionale più importante e immagino adorato di conseguenza dai tifosi genovesi di parte, sia Beppe Marotta, amministratore delegato della società, hanno accettato l'offerta della Juve e lasceranno dunque la Samp, decapitando di fatto l'organizzazione che è riuscita a ricostruire la Genova calcistica con tale successo.
E questo mi induce a parecchie riflessioni sul calcio e in parte su una certa umanità, al solito tutte negative.

La Juve è indubbiamente una grande squadra, gli Agnelli sono gli Agnelli e i soldi son soldi, ci mancherebbe.
Ma siam sempre lì: intanto parliamo di cifre iperboliche per la gente comune, dove iperbole per due fa sempre iperbole. Dunque non capisco.
Come non capisco la strategia umana che guida certe scelte: a Genova 'sta gente era amatissima, aveva realizzato l'impossibile e l'anno prossimo avrebbe avuto la soddisfazione di guidare la stessa squadra in Champions League. A Torino troveranno una squadra che oggi, per carità, avrà anche una pacconata di soldi da spendere e darà loro il doppio dell'iperbole attuale, ma che per il momento ha solo un blasone un po' impolverato e non gli darà l'opportunità di giocare ai massimi livelli europei. Di più, se sbaglieranno verranno fatti a pezzi dai tifosi e dai Media, e silurati alla velocità della luce; se vinceranno sarà solo il minimo indispensabile atteso dalla tifoseria juventina.
A Genova se avessero perso nessuno avrebbe avuto tanto di che dire, in compenso ogni nuova vittoria sarebbe stata salutata da mezza città come un evento epocale.
A vincer con la Juve sono in teoria tutti buoni e se non vinci sei un pirla. A vincer con la Samp, se ci riesci, sei un genio ed un eroe, e se perdi pazienza, tutti ti vogliono bene lo stesso (basta che non perdi il derby, naturalmente).

E dunque, dato che iperbole per due fa sempre iperbole, questo cambio di bandiera all'apice di un successo tanto poco scontato in partenza quanto eroico in senso sportivo, che avrebbe potuto avere un seguito solo positivo o neutro, ma certo non negativo nell'immediato, ecco, questo abbandono è proprio una nota stonata.
E' quella nota per cui alla fine sei costretto a concludere che i soldi possono tutto, che viviamo in un mondo che è governato davvero solo dal vil denaro e che, soprattutto, il denaro non è mai abbastanza, per quanto uno ne abbia. Perché io non capisco nulla di calcio, non lo seguo e non mi piace (e questa, appunto, è una delle ragioni per cui non mi piace: quello che posso tollerare a livello umano, non posso a livello sportivo), ma mi è lo stesso difficilmente raffigurabile che questa dipartita di Del Neri e Marotta non puzzi solo di soldi lontano un chilometro e, trattandosi immagino di cifre per noi umani non dimensionabili, mi chiedo in generale che senso abbia.

Detta in altri termini: sei l'allenatore a cui è riuscito il colpo di (ri)portare dopo quasi vent'anni una mediocre e un po' sfigata squadra di provincia ai vertici del calcio internazionale e fra parentesi fino a ieri non è che tu fossi questo campione di notorietà nel panorama calcistico tutto; immagino che peraltro tale lavoro ti porti in tasca una camionata di soldi che nemmeno so con quanti zeri si scriva; la gente ti ama per quello che hai fatto, sei su un piedistallo e puoi solo salire ancora, o male che vada portare a casa l'eterna gratitudine dei tifosi per averli di nuovo fatti sognare; hai la stima di tutto l'ambiente calcistico e dei Media, e sei sulla cresta dell'onda; professionalmente parlando - visto che allenare è il tuo lavoro - hai davanti l'opportunità di dare continuità al tuo progetto e di volare ancora più alto, portando la tua squadra a competere a livello europeo ai massimi vertici del calcio che conta: un'opportunità, peraltro, che questa squadra ha colto proprio grazie a te ed al tuo lavoro; l'ambiente è noto per essere tutt'altro che stressante; e poi ci sono il clima mite, il mare, la focaccia, il pesto e le canzoni di De André. Insomma, che vuoi di più dalla vita?

E invece ecco che basta che arrivi mamma Juve ed apra il portafoglio; mamma Juve, che avrà sì il portafoglio ancor più gonfio di quanto già non siano quelli a cui sei abituato, che si chiama sì Juve e chi glielo nega, epperò ha appena concluso uno dei campionati peggiori della sua storia e l'anno prossimo giocherà al massimo per la coppa del nonno; ecco, basta quel portafoglio perché tu e il tuo compare, immediatamente, nel bel mezzo della festa, vi stracciate la maglietta e corriate ad indossare quella nuova, cacciandovi peraltro in un'avventura dove, nella migliore delle ipotesi, arriverete secondi in campionato e verrete per questo crocifissi (a meno di non credere davvero che Del Neri e la Juve, all'improvviso, il prossimo anno vincano il campionato) (nel caso i commenti a questo post saranno ancora aperti); dove al primo pareggio zero a zero che infilerete con l'oratorio San Gerardo nelle amichevoli estive i giornali vi taglieranno la gola e già si parlerà di sostituirvi; in una città grigia, ostile, fredda e senza mare; e nemmeno montagne, per quanto i torinesi la raccontino; dentro ad un ambiente stressato, inviperito ed avvelenato da questioni giudiziarie e non, da anni di frustrazione sportiva e non, obbligato a vincere a tutti i costi.

Ma porcaccio giuda: perché? Davvero sono i soldi?

Non so, magari amici calcisticamente più ferrati di me hanno altre spiegazioni filosofiche e sportive.

Resta il fatto che, detta proprio proprio laicamente, in modo del tutto disinteressato e calcisticamente distaccato, con il consueto unico orecchio teso ed un solo occhio annoiato, pur con tutte le considerazioni che si possono fare relativamente alla relazione fra il sottoscritto ed il termine tifoso, ecco, tutto questo a prescindere e bla bla bla, francamente auguro alla Juve il peggior campionato possibile e a Del Neri di finire la carriera fra i trafiletti di fondo pagina dell'inserto sportivo della gazzetta di Bovisio Masciago.

E sabato sera mi piazzerò anche io davanti alla tele a vedermi la finale di Coppa: canottiera, frittata di cipolle, Peroni gelata e rutto libero, ovviamente.

Sempre che naturalmente non ci sia qualcosa di meglio da fare.
TAG: calcio
02.19 del 19 Maggio 2010 | Commenti (4) 
 


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