Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 La prima neve in questa casa
DIC Diario, Masterchef
Quattro giorni e due notti di lavoro, oltre 1,5kg di rarissima farina W400, 16 uova, 400g di burro, 380g di zucchero, 4 arance, 2 limoni, 4 baccelli di vaniglia, 150g di arancia candita, 70g di cedro, 330g di uvetta, 18g di lievito, 4 cucchiai di rum, 100g di miele, 25g di sale, zucchero vanigliato in abbondanza.
Se conto anche la spesa per gli attrezzi (pirottini, stampo di alluminio, termometro alimentare, spillone per panettoni, ecc.), suppergiù il prezzo al dettaglio si aggira attorno ai trecento euro al chilo.

Mi sentirei di dire che non riuscirò a farne un business e per la verità non li ho ancora assaggiati, ma da un punto di vista prettamente estetico posso ritenermi assai soddisfatto. Considerato il lavoro e il tempo che mi ha portato via, non credo peraltro che ci sarà una seconda volta, a meno che non sprofondi nella depressione.
Però sono molto orgoglioso di me.

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Nel frattempo, dopo qualche anno, ne è venuta di nuovo parecchia, venticinque centimetri misurati sulla terrazza di camera.
È la prima neve da quando abito qui.
Mi mancherà da morire non poter partire per la montagna a Capodanno coi ragazzi, come abbiamo sempre fatto.

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TAG: panettone, pandoro, cucina, casa
17.13 del 29 Dicembre 2020 | Commenti (0) 
   
23 Che cosa strana e magica
NOV Masterchef
Non ricordo dove, alcuni mesi fa avevo letto qualcosa a proposito del fatto che il pane del fornaio è senza dubbio mille volte migliore di quello che chiunque di noi possa fare in casa, e che tutta questa retorica sulla quarantena e la riscoperta del fare il pane in casa è una enorme sciocchezza.
Il senso era che la nostra civiltà si è evoluta proprio perché ci siamo specializzati e paghiamo altri per far quello per cui sono più competenti di noi, ciascuno per la propria parte. Ci siamo divisi apposta i compiti per garantire e migliorare la sopravvivenza del gruppo.

Anni fa detestavo cucinare. Sono trent'anni da che sono uscito di casa e per anni, nelle case in cui ho vissuto, ho avuto bellissime cucine immacolate che arredavo con cura esclusivamente come oggetto di contemplazione. Mi piacciono le cucine, mi piace che siano belle e funzionali, mi è sempre piaciuto avere delle belle cucine in casa, ma nei miei anni di vita da single "cucinare" significava mangiare i würstel crudi direttamente dalla confezione, con le dita, per non sporcare le posate e non accendere il fornello.
Da sposato, come molti mariti, mi sono in seguito dedicato al campionato delle lavastoviglie, di cui sono cintura nera quinto dan, ma di nuovo, per anni, non mi sono mai sognato di avvicinarmi al piano cottura, nemmeno per scaldare il latte ai figli piccoli, ché per quello c'era un comodo scalda biberon elettrico.

Poi, quasi undici anni fa, mi sono ritrovato di nuovo da solo, ma questa volta con due figli che nel frattempo crescevano e a settimane alterne si aspettavano che il loro padre, giustamente, si occupasse della loro sopravvivenza.
Nutrirli a würstel crudi in effetti mi è sembrata da subito una soluzione poco praticabile.
È così che ho iniziato, piano piano, ad avvicinarmi alla cucina. Tipo scaldare il latte col pentolino, per intenderci, e rovesciare un barattolo di sugo pronto dentro la pentola della pasta.

La prima cosa che abbia davvero "cucinato" (...) in vita mia, darei quasi per certo, fu ormai molti anni fa il leggendario salame al cioccolato della Bat, ma questa possono capirla solo in pochi. Conservo ancora la foto della ricetta scritta a mano sul foglio a quadretti, all'epoca pubblicata in un posto che oggi non esiste più, ma che noi che c'eravamo sappiamo.
La storia dice che il salame al cioccolato della Bat mi venne perfettamente ed è da allora che i figli hanno iniziato a guardare al loro padre con occhi diversi.

Con gli anni mi sono applicato e sono migliorato. Mi sono inizialmente specializzato in pizze e poi via via allargato a molte altre cose, anche complicate. Oggi ho una bellissima cucina a isola di cui sono parecchio orgoglioso e vado assai fiero della mia New York cheesecake, delle mie crêpes, della mia fügassa genovese, perfetta, e del mio pesto fatto col mortaio e il basilico del mercato orientale.
Per altre cose ho ampissimi spazi di miglioramento, tipo le crostate, ma ci lavoro.
La cucina è diventata un po' il mio spazio zen del weekend, complice mia figlia che nel frattempo si è fatta grande, è decisamente più brillante del padre e collabora attivamente.
Poi certo, la quarantena ci ha messo del suo. Ma in cucina, ormai, ci stavo già da tempo. Negli ultimi mesi ho solo avuto molte più occasioni per misurarmi.

Senza nessuna particolare ragione, non avevo mai fatto il pane.
Sono un gran consumatore di pane, a me il pane piace tutto. Potrei vivere solo di pane e poche altre cose. Sono uno di quelli che al ristorante, se gli mettono davanti il cestino del pane, lo svuota a tempo zero e quando glielo rimettono davanti lo risvuota di nuovo, finché dopo un'ora non arrivano col primo piatto e a quel punto ho già mangiato per almeno seimila calorie.
Per questa ragione non compro mai pane. In casa mia non lo troverete praticamente mai, al massimo i cracker.
Perché col pane mi faccio davvero del male e il pane, di massima, sono carboidrati e zuccheri a palla. Se mi porto a casa un chilo di pane, finisco un chilo di pane mentre sistemo il resto della spesa.
Capite bene che.
C'è gente che ha problemi con la cocaina o con l'alcol, io ce l'ho col pane.

E niente, domenica scorsa mi annoiavo, ero da solo, senza i ragazzi, e non sapevo che fare. Così, per ingannare il tempo mi sono messo a fare il pane.
Che alla fine è facile fare il pane. Bastano farina, acqua, sale, malto, lievito - ce l'ho, io, il lievito, che credete: ho fatto scorta per i prossimi due anni di quarantena e lo spaccio a prezzi da capogiro durante i lockdown.
E mentre era lì, il mio pane, che lievitava, pensavo questa cosa.
Pensavo che cosa strana e magica che è, fare il pane.
È una specie di cosa primordiale. Di focalizzazione sull'essenza delle cose. Di pace con se stessi.

Bill Bryson ha scritto qualcosa di molto interessante e bello sul pane nel suo "Breve storia della vita privata", qualcosa che ha a che fare col fatto che tutti diamo per scontato il pane, ma nessuno pensa al grande mistero che si cela dietro la sua scoperta. Cioè, non è una cosa affatto semplice da spiegare, né da immaginare: com'è che l'uomo a un certo punto ha capito che quella roba lì, il grano, poteva macinarlo, trasformarlo in farina, e che la farina poteva combinarla col sale e con l'acqua, e poi scoprire il lievito, e poi cuocere tutto, e per quanto tempo cuocerlo, e in che modo, eccetera?
Che cosa strana e magica che è, il pane.

Comunque non è venuto male il mio primo pane, ma certo, il pane del fornaio è mille volte meglio.
Finirà questa cazzo di quarantena.
Oh se finirà.

Pane
TAG: cucina, quarantena, lockdown
11.35 del 23 Novembre 2020 | Commenti (0) 
   
14 Quella cosa delle radici
OTT Masterchef, Diario, Amarcord
Quella cosa delle radici, hai presente. Tipo un sabato mattina presto di ottobre che guido verso sud, di poco, quanto basta per scavalcar gli Appennini via Serravalle e tornare, dopo sei anni (*), a ricordare cose.
Che io, la Serravalle, l'ho guidata per più di trent'anni e posso recitarla ad occhi chiusi, soprattutto a scendere, ché da giovane, quando fai cose che poi non racconti ai figli, da Assago a Bolzaneto staccavo sotto i sessanta minuti.
Ché sulla Serravalle ho imparato a guidare.
Poi ho smesso di arrampicare e di attraversare i ghiacciai da solo, slegato. Ho insegnato cose a due figli. Il mal di schiena non mi ha più lasciato e ho messo le lenti bifocali.
E però, quando papà si ammalò all'improvviso, non lo ricordo quanto impiegai. Comunque poco, molto poco. Arrivavo da Boston e uscivo a Nervi, quella volta.

Quei giorni, sei anni fa, la feci avanti e indietro per parecchie sere di seguito. Uscivo dall'ufficio a Milano, mi fiondavo giù all'ospedale di San Martino, rientravo a notte fonda. Era marzo.
Tornai poi in settembre. Andammo al Monte. Ho le foto più belle di mio padre lassù, sulla balconata del Monte, quel pomeriggio di settembre di sei anni fa, con Genova sotto a riempire il panorama.
Due mesi dopo se ne sarebbe andato per sempre.
Non sono mai più tornato nella mia città da allora.

Adesso è venuto il momento. Accompagno mia madre, è un'occasione per passare una giornata insieme io e lei, una cosa che non faccio quasi mai, ché vivo sempre staccato da tutti e da tutto, sempre di più.
Andiamo per cimiteri. Andiamo alle radici di entrambi. Io guido, mia madre mi racconta cose della sua vita che so, e altre che non so.
Ci fermiamo davanti alla casa dove viveva quando aveva tre anni. Si commuove mentre mi indica la finestra di quella che era la sua camera. La vedo affacciarsi mentre passano gli americani lungo la strada, la vedo correre in giardino, la vedo in bianco e nero e un brivido mi corre lungo la schiena. Vorrei abbracciarla. Invece mi affretto a risalire in macchina, ché non sono sicuro di saper gestire quel che mi attraversa. Ché è un giorno strano e particolare anche per me, che ho scelto di accompagnarla in questo viaggio alle nostre radici.
Torno dopo non so quanto - vent'anni forse? Forse ancora di più - a Rivarolo e a Sestri, dove sono i miei nonni. Me me sto lì a fissare il marmo, i nomi, le date. Mi passa tutta la vita davanti.
E quante vite in mezzo. Quante ne ho vissute, bruciate, buttate.
1995 e 1996. Quante volte la Serravalle anche allora.
Se ne andarono insieme, i nonni, uno dopo l'altro, quasi all'improvviso. Io e mio padre che correvamo su e giù, Milano-Genova avanti e indietro a turno, a volte insieme, per tenerci svegli a vicenda.
Lavoravo a San Donato all'epoca, Milano ovest era a pochi chilometri. Uscivo dall'ufficio, anche allora, inforcavo l'autostrada, cenavo a Genova, rientravo in serata. La Serravalle la recitavo come un rosario.

A pensarci, le autostrade hanno segnato la mia vita ancor più degli aerei.
La Serravalle è la mia spina dorsale.
La Milano-Firenze, che ho percorso infinite volte quando lavoravo proprio per la Società Autostrade e vivevo a Firenze nord. Per un imperscrutabile disegno del destino la Milano-Firenze ha indelebilmente segnato le mie tre vite più importanti, come a volermi ricordare, ad ogni giro, che non si sfugge a se stessi e ai propri torti, che ciò che è passato nessuno te lo ridà più indietro. Che alla fine l'orologio corre avanti ed è sempre troppo tardi. Sempre.
L'ultima volta l'ho guidata a salire, la Milano-Firenze, esattamente una notte di un anno fa.
La Milano-Venezia ha segnato almeno due dei più significativi fra i miei numerosi trascorsi professionali ed è inesorabilmente intrecciata con la mia vita. Non ho idea di quante volte possa averla guidata, ma negli ultimi vent'anni potrebbero essere state anche più di mille.
Mentre scrivo mi rendo conto che l'ultima volta che l'ho guidata per intero viaggiavo verso la Stazione Centrale (**). E all'improvviso vorrei smettere di scrivere e avrei bisogno di essere altrove.
E poi la Milano-Torino. La Milano-Torino, che vorrei non guidare mai più e che ho guidato mille e mille volte, per lavoro, per salire le mie montagne, per amore. Per scappare.

Non la guidavo da sei anni la Serravalle, eppure l'ho guidata ancora ad occhi chiusi, immutabile, preciso su ogni punto di corda, curva per curva, perfettamente a memoria, sempre col numero di giri perfetto, senza traffico, senza spingere, chiacchierando con mia madre, ascoltando musica, come se ogni metro di asfalto mi appartenesse, fosse mio e di nessun altro, come se potessi parlare con queste curve, chiamarle per nome.
Sono tornato a ritrovare le mie radici e a guardarmi indietro.
Ho attraversato la mia città, i quartieri dove ho trascorso un tempo indefinito e indefinibile della mia infanzia e adolescenza, e poi di nuovo della giovane età adulta, per dovere prima e per amore poi.
Sono stato al mercato orientale a fare scorte, ho comprato basilico, e pinoli, e pecorino, e focaccia, e farinata, e ho guardato il mare.
Questo mare che non è mai stato il mio, anche se lo è stato da bambino, in un tempo in bianco e nero i cui ricordi amo in verità poco o nulla, o non so, non ho la misura in realtà, così come invece di sicuro amo poco questo mare. Son sempre stato uomo di montagna. Come mio nonno e mio padre. Tutti di Genova, tutti di Sampierdarena, ma uomini di montagna.
Il mio mare, al più, è quello dell'Elba. Il mare di Genova e della Liguria tutta mi ha sempre spaventato, è scuro, è profondo e buio, è vento, freddo e burrasca.
Eppure tutto l'amore più vero che ho vissuto nella mia vita è in qualche modo intrecciato a questa terra e a questo mare. Di un intreccio strano, parentele abbandonate in cerca di fortuna altrove, entroterra a terrazze e terre scoscese e tornanti, ma anche ciottoli e scogli e risacca, in momenti e tempi e vite diverse.
La Liguria alla fine è solitudine. Sarà per questo che, nonostante tutto, torno, cammino qui, respiro, mi lascio trascinare dalla malinconia, a tratti dal dolore, dalla tenerezza, dal passato, dal mare a cui tendo a voltare le spalle.
Dall'amore. Come ai piedi della Lanterna, anni fa, un pomeriggio di freddo, e buio, e vento e pioggia, insieme ai ragazzi, ancora piccoli, per insegnargli la mia città.

Il ponte no, non l'ho fatto spesso. Ma i nonni abitavano lì a due passi.
Il ponte fa parte del mio passato dal basso, non dall'alto.
Tornando da Sestri e guidando verso Genova ovest per andare a prendere la sopraelevata, decido di passarci sopra.
C'è poco traffico sul ponte nuovo ed è una bella giornata di sole caldo.
Il ponte di cemento si è portato via vite, un pezzo di Genova e qualcosa anche di me. Di infinitamente piccolo rispetto a tutto il resto, ma infinitamente importante per me.
Ché la misura delle cose l'abbiamo innanzitutto in quel che ci sta più vicino e poi, se ne siamo capaci, via via allarghiamo al resto.
Così passo sopra al ponte nuovo, che scorre via veloce, come fosse sempre stato qui e mai nulla fosse accaduto.
Alla fine, cosa c'è in fondo di più simbolico del crollo di un ponte e delle sue conseguenze.

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Così è domenica, sono rientrato a casa, i ragazzi non ci sono. Ascolto Gerry Raferty e musica americana, ché mi manca l'America, mi manca l'aria, mi mancano il cielo, le nuvole e l'aria sottile, mi manca la mia vita, mi manca tutto da mesi e mesi ormai. Non so più dove mi sono perso, né chi mi troverà, ma ho il basilico comprato al mercato orientale e le mie radici.
Il cielo brianzolo è grigio e freddo. Da una decina di giorni ho una strana tendinite al piede destro che mi tormenta. Non posso nemmeno metter le scarpette, non ho fiato né gambe né testa, ma ho il basilico e le mie radici.
E ho tempo. Ho spazio. Ho il mortaio. Ho pazienza, ché per pulire le foglie, una ad una col panno umido, servono queste cose tutte.

Da pochi chilometri a est delle Alpi Stefano mi manda un messaggio: "Belìn, col pestello, come le massaie genovesi."
Rispondo, "vorrei ben vedere". Ché ho il basilico, e le mie radici.
Almeno questo pomeriggio ho tutto quel che mi serve.

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(*) Su Twitter ho scritto cinque, ma mi sono sbagliato. Il tempo corre veloce e perdo il conto, perdo cose, perdo il tempo stesso. Perdo tutto.
(**) No, mi sbaglio. Viaggiavo verso casa, la stazione era quella di Venezia, dove ero stato prima di partire.
TAG: cucina, genova
00.41 del 14 Ottobre 2020 | Commenti (0) 
   
23 Qualcosa di buono
AGO Masterchef, Running, Salute
Poi niente, avevo fermo 'sto post in canna da tre mesi, più che altro a mo' di sintesi della prima metà di quest'anno.
Che in sintesi, appunto, non ho idea - e non ho alcuna intenzione di verificarlo - di quanti chili mi abbia regalato la primavera in quarantena, ma se sto ai buchi della cintura fanno un paio di taglie sicure. Per dirla in altri termini, in pochi mesi ho buttato via gli sforzi di circa tre anni, complice l'avere contemporaneamente abbandonato quasi del tutto il ritorno alla corsa che ero riuscito a coltivare fino a un po' di tempo fa.
Da ormai parecchi mesi ho pressoché smesso, a meno di voler considerare "correre" quella specie di trotterellare a cui mi forzo stancamente più o meno una volta alla settimana, spinto più che altro dal senso di colpa, senza peraltro essere ormai più in grado di mettere in fila nemmeno dieci chilometri e men che meno tenere perlomeno una cadenza dignitosa, dove per "dignitosa" intenderei "un po' più rapida del camminare veloce". Invece no.

Non ci riesco più. Direi che sono proprio al capolinea questa volta, anche perché i buchi della cintura da soli non sono più una motivazione sufficiente ormai da tempo. Non posso nemmeno giustificarmi con l'età, considerato che conosco parecchia gente ben più avanti di me che ancora corre le mezze e se ne sta abbondantemente sotto i sei minuti al chilometro senza alcun problema.
Comunque, tornato dalle ferie, ho comprato l'ennesimo paio di scarpette nuove, anche perché quelle precedenti avevano ormai tre anni e almeno duemila chilometri sotto alle suole. Le scarpette nuove sono sempre una buona ragione per portare il culo fuori di casa almeno con cadenza settimanale, non fosse altro per non sentirsi stupidi nell'aver buttato via denaro inutilmente.

Comunque. L'obiettivo qui era semplicemente raccogliere i risultati del lockdown invernale-primaverile in un unico post, a titolo di memoria per i posteri e di classifica.
In testa ha fatto il vuoto la fügassa: mai ho raggiunto tale grado di perfezione assoluta con un prodotto casalingo, ma va detto che per ottenere questo livello di qualità ho lavorato sette ore con farine e malto specifico procurati clandestinamente sul dark web.
Al secondo posto si è piazzata senza dubbio alcuno la cheesecake decorata coi frutti di bosco, che avrebbe potuto far concorrenza senza timore a quelle di Starbucks, ma il cui contenuto calorico è stato responsabile di buona parte dei chili supplementari che mi sono portato dietro in questa estate che sta andando a chiudersi.
Meno riuscite sicuramente la mia prima crostata (con la pasta frolla ho ancora parecchio da imparare), la Guinness cake (anche perché l'abbiamo fatta con la Peroni) e l'inutile torta allo yoghurt, ribattezzata cheesefake.
Menzione d'onore per la diplomatica: il pan di spagna non mi è venuto un granché, ma la crema pasticcera e le sfoglie erano perfette.

Insomma, tutto il resto no, ma qualcosa di buono il lockdown lo ha comunque portato.

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TAG: coronavirus, quarantena, cucina, torte
16.21 del 23 Agosto 2020 | Commenti (0) 
   
01 Domenica
APR Masterchef
L'idea era di tornar su a Campodolcino per chiudere la stagione con quattro curve, visto che nonostante le temperature primaverili la neve sembra tenere, ma ci si è di nuovo messo di mezzo il motore che è andato ancora una volta fuori giri, e ultimamente ha ripreso a farlo un po' troppo frequentemente e senza alcun preavviso, anche a riposo, così vabbè, nulla, andrò a farlo controllare di nuovo e punto e a capo.

E dunque sabato la piccola ed io siamo usciti e abbiamo comprato una planetaria, e abbiamo passato la domenica a guardarla ruotare mentre ci aiutava a preparare la torta di mele per il suo compleanno.
Ché la neve pazienza, per quest'anno ormai è andata, ma la torta di mele è una prima assoluta e abbiamo dovuto studiare.
Settepiù.

I pancake no, quelli li abbiamo fatti a manina come al solito.
Ci sono domeniche che vanno bene così, a infilare lavastoviglie in sequenza mentre il forno viaggia a tutto gas, cioè, elettricità.
E alla fine son quelle che riportano il motore a girare alla velocità giusta.

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TAG: pancakes, torta di mele, cucina
23.28 del 01 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
23 Era ormai novembre
DIC Travel Log: Far East for business
Per esempio, prendi Suzhou - si dice “Sugiò” - anonima città cinese nello Jiangsu che conta quasi undici milioni di abitanti. Undici. Milioni. Di. Abitanti.
Andando verso l’ufficio, mentre siamo fermi a un semaforo accanto a uno dei supercondomini di cui Suzhou, come qualunque altra nuova città cinese, è costellata, approfitto per far due conti.
Il condomino, chiamiamolo così, peraltro certo non uno dei più grandi di Suzhou, è composto da sei file di cinque grattacieli ciascuna. Ogni grattacielo è alto quarantadue piani e possiamo assumere, per difetto, che su ogni piano ci siano almeno quattro appartamenti, sì?
Diciamo poi anche che il nucleo familiare medio che abita in un condominio di Suzhou sia composto da tre persone, stima che peraltro, trattandosi di Cina, è secondo me parecchio al ribasso.
Avete fatto i conti? Fanno più di quindicimila persone.
Quindicimila persone.
Dice, tanto in Cina non c’è democrazia e di certo non fanno le assemblee condominiali.

Di condomini così a Suzhou ce ne sono a decine, attorno al centro. Dodici anni fa, mi dice il mio autista, c’erano solo risaie.
Parliamone, poi, del centro di Suzhou. Una sparata di grattacieli nuovi di zecca, cristallo e acciaio e neon colorati ovunque. Qualche Lamborghini che sfreccia per i viali. Ho contato più Starbucks per metro quadro qui che in tutta Cleveland, dov’ero due mesi fa.
Ci sono quattro linee della metro a Suzhou e cinquantasette treni proiettile al giorno che la collegano a Shanghai, un centinaio di chilometri a est, in poco più di mezz’ora.
C'è un ristorante italiano - ne ho visti due per la verità, ma in uno dei due mi ha portato il mio collega indiano - dove ho mangiato una pizza che avrei tranquillamente potuto mangiare, uguale, perfetta, in centro a Milano. Per dirvi la verità, in centro a Milano avrei tranquillamente potuto essere, non fosse stato per le fuoriserie parcheggiate fuori e il cielo illuminato a giorno dall'inquinamento luminoso dovuto ai giochi di luce delle centinaia di grattacieli.
Ci sono anche dozzine di centri commerciali nuovi fiammanti nel centro di Suzhou e la cosa più curiosa non è che siano vuoti come fossero tutti appena stati terminati - e in effetti lo sono, quanto piuttosto che all'interno ci sono solo piccoli negozi sparsi di cianfrusaglie varie. Praticamente hanno tirato su dei centri commerciali come se l'idea fosse stata quella di ricostruire dei tradizionali negozi cinesi racchiudendoli dentro un moderno cubo di vetro e acciaio e scale mobili. Surreale.

Della Cina, la mia Cina di sedici anni fa, la Cina di Lanzhou, di Xi’an, di Xining, che peraltro già allora lasciavano intuire uno sviluppo estremo in corso, oggi non rimane pressoché più nulla.
Maggie, la giovane collega cinese che mi guida attraverso Suzhou e la provincia, ha studiato a Xi’an. Le faccio vedere le foto che ho scattato nel 2002: le guarda sorpresa e mi dice che oggi è totalmente irriconoscibile, che non esiste più niente di tutto quello che le mostro e che il centro è una foresta di grattacieli nuovissimi.

Il giorno dopo viaggiamo verso Tongli, una città vicina dove Maggie si è sposata e che vuole mostrarmi perché dice che ci sono dei giardini e dei palazzi nobili più belli di quelli, famosi e protetti dall’UNESCO, di Suzhou.
La limousine attraversa la periferia e solo per qualche minuto riesco finalmente a vedere un po’ della Cina che ricordavo.
Per il resto è come ho avuto modo di osservare qualche giorno prima a Shanghai e d’altra parte, riflettendoci, come già avevo visto a Pechino sedici anni fa: interi vecchi quartieri suddivisi in grandi aree rettangolari e letteralmente recintati, gli abitanti evacuati (lo scrissi nel 2002 nel mio libro e me lo richiedo oggi: dove?), arrivano le ruspe e piallano tutto. Tutto.
In pochi mesi al posto delle vecchie case vengono tirate su queste torri da trenta, quaranta, cinquanta piani, a grappoli, tutte identiche, tutte grigie, tutte spettrali. Cemento armato ovunque.
Sembra il sito di un qualche film su un futuro distopico, una cartolina da "Billennium", il racconto di James Ballard.

È passato ormai più di un mese da quando sono rientrato dalla Cina e, come immaginavo, non ho più avuto il tempo di scriverne come avrei voluto. Ho sistemato le foto e per il resto ho continuato ad essere travolto dal lavoro. Così adesso mi mancano le parole per raccontare.
Ad esempio, Shanghai, appunto.

Erano anni che volevo andarci, sin dai tempi di Asia Overland. Ci avevo anche provato allora senza riuscirci e chissà come sarebbe stato confrontare la Shanghai del 2002 con quella di oggi.
Uscendo dalla stazione della metropolitana a Pudong, proprio sotto alla Shanghai Tower, vengo attraversato dai brividi dopo parecchi anni che non mi accadeva, perlomeno al cospetto di una grande metropoli. In fondo le capitali del mondo le ho viste ormai praticamente tutte e le tigri dell'Asia non hanno segreti per me, con l'unica esclusione di Taipei.
La skyline di Shanghai, che si apre attorno a me a trecentosessanta gradi, è indescrivibile. Arrivo da Tokyo e all’improvviso la capitale giapponese mi sembra vecchissima, sorpassata a destra.
Ho impiegato meno di un’ora dal momento in cui sono sceso dall’aereo al mio hotel a Pudong, sdoganamento e ritiro bagagli compresi. Il Maglev, il treno iperveloce a levitazione magnetica, mi ha depositato in centro a Shanghai, agganciandomi direttamente alla rete metropolitana, in soli sette minuti dall’aeroporto, viaggiando ad oltre quattrocento chilometri orari.
Fantascienza.

Giro per Shanghai spostandomi grazie all’infinita ragnatela di linee metropolitane, fra i grattacieli di Pudong, le grandi vie commerciali del Bund, i quartieri della vecchia Shanghai dove mi imbatto in un tradizionale mercato degli insetti, uno degli ultimi retaggi della Cina che anche qui è in corso di cancellazione sistematica, quartiere dopo quartiere, strada per strada.
Riesco per una giornata a perdermi negli strettissimi vicoli di una Cina che ormai non c’è più, dove per un attimo ancora mi sento come un elemento estraneo, totalmente alieno, solo, persino un po’ intimorito, o almeno coi sensi all'erta. Non fossi in Asia, ma in qualunque città europea, o africana, o sudamericana, avrei paura sì.
Invece qui vengo solo osservato dalle feritoie fra le finestre, o con la coda dell’occhio, di nascosto, dai portoni, finché all’improvviso, mentre scatto fotografie e cerco di orientarmi per trovare una via di uscita dal labirinto, puntando la sagoma all’orizzonte della Shanghai Tower che buca le nuvole da ovunque la si osservi da lontano, un vecchio mi arriva alle spalle e mi afferra un braccio.
Trasalisco.

Il vecchio - anche lui - sembra uscito da un film. Avrà cento anni, i baffi sottili lunghi e spioventi, il cappello di paglia. Potrebbe appartenere a una canzone di Battiato, o essere una comparsa di Grosso guaio a Chinatown.
Mi parla, in mandarino. Indica attorno, poi me, poi ancora attorno, poi ancora me. Gli dico in inglese - ma non so bene perché, potrei anche rispondere direttamente in italiano, tanto non cambierebbe nulla - che credo di sapere dove sono, di non essermi perso in realtà. Mi dice qualcosa che secondo me è il nome del quartiere e annuisco, ripeto il nome.
Poi inizia un lungo discorso, sempre tenendomi per il braccio, sempre in mandarino.
Eppure io capisco tutto benissimo, è tutto perfettamente chiaro.

Ruota il braccio tutto attorno, indica in lontananza, colgo un “business”, scuote la testa.
Lo so. Mi sta raccontando che una volta tutta Shanghai era così, ma che adesso la stanno cancellando, che il business ha cambiato e travolto tutto, che presto anche questo quartiere scomparirà e diventerà come quelli laggiù all’orizzonte, come i grattacieli di Pudong.
Gli dico che qua mi piace, che sono a mio agio, che là c'è troppo traffico, rumore.
Non è vero, Pudong è mozzafiato ed è facilissima, riesce ad essere persino familiare nel suo essere proiettata cento anni avanti nel futuro, ma il vero viaggio è qui, col vecchio, a un passo dalle ruspe. Non provo nemmeno a staccarlo dal mio braccio. Lui va avanti a raccontarmi.
Alla fine mi indica e chiede qualcosa. Tiro a indovinare e rispondo Yidàli, Italia. Sorride.
Mi lascia il braccio e indica la Shanghai Tower all’orizzonte, muovendo il braccio.
Sì, lo so. Quella è la direzione. Grazie.

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Suzhou, Humble Administrator Gardens
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Tongli
TAG: Suzhou, Shanghai, Cina
18.43 del 23 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
01 The Far East chronicles, chapter 1: preparazione
NOV Travel Log: Far East for business
Dopodomani parto e sto studiando un po'. E niente, sono passati sedici anni e la Cina corre alla velocità della luce. O quasi.

2018. Da Suzhou a Shanghai ci sono 57 treni proiettile al giorno che coprono la distanza di oltre cento chilometri in un minimo di 25 minuti. Il biglietto in prima classe costa circa 9$.
Figo, penso, così uscendo dall'ufficio alle cinque riesco ad essere a Shanghai nel tardo pomeriggio e trascorrerci ancora un paio di serate, viaggiando pure comodo. Posso quindi prendermi con più calma il weekend in cui arrivo e soggiorno nella metropoli.
Verifico anche che la stazione ferroviaria di Suzhou è proprio a due passi dal mio hotel, comoda dunque se rientro da Shanghai la sera tardi.
Leggo le FAQ sull'acquisto dei biglietti: è possibile fare il ticket elettronico con una app fighissima, che scarico subito e mi installo sull'iPhone. Scopro però che il biglietto elettronico serve per recarsi alla biglietteria in stazione e ritirare quello cartaceo. Cioè, per prendere il treno è obbligatorio avere il tagliando di carta, quello digitale serve solo come facilitatore per non perdere poi tempo allo sportello a spiegarsi con l'impiegato delle ferrovie.
In effetti è un passo avanti rispetto a sedici anni fa, non fosse che praticamente usano la tecnologia come i Flintstones.

Una cosa che non è cambiata affatto in sedici anni è che in Cina, per prendere il treno, bisogna presentarsi in stazione almeno un'ora e mezza prima, meglio due. A quanto pare persistono le maledette procedure di controllo e check-in come in aeroporto (che poi per la verità è un po' come accade negli Stati Uniti).
Quindi, in sostanza, per fare venticinque minuti col treno proiettile impiegherei quasi cinque ore in totale di viaggio, tutto considerato. Tanto varrebbe andarci a piedi a Shanghai, anche perché a questo punto il tempo che avrei a disposizione si riduce a quello di un caffè.

Mi scrive la segretaria da Shanghai per dirmi che all'aeroporto mi aspetta una macchina con l'autista per portarmi all'hotel. È circa un'ora di viaggio, immagino il costo sia piuttosto elevato.
Mi viene in mente che all'aeroporto di Shanghai deve esserci qualcosa di figo. Controllo: c'è in effetti il Maglev, il treno a levitazione magnetica più veloce del mondo, che viaggia oltre i 400km/h. Costa circa 7$ e in 7' netti mi porta diretto a una fermata di metro di distanza dal mio hotel. In dieci minuti posso essere dall'aeroporto alla reception dell'hotel, a più di trenta chilometri di distanza.
Scrivo alla segretaria che rinuncio al driver. A parte l'assurdità di trascorrere un'ora nel traffico di Shanghai spendendo una cifra, avendo una qualsiasi alternativa più economica e veloce, non voglio certo perdermi l'esperienza del Maglev (che per fortuna fa parte della rete metropolitana di Shanghai e sfugge alle demenziali procedure delle ferrovie cinesi).

Confermo: a Suzhou sembrano esserci dei bellissimi giardini protetti dall'Unesco e ci sono anche tre o quattro linee della metro.

Coi giapponesi sto già diventando pazzo ancora prima di partire. Queste ultime due settimane di preparazione del mio viaggio in oriente hanno completamente ribaltato il punto di vista su cinesi e giapponesi che mi ero costruito nelle esperienze precedenti.

Questa volta, dopo anni e anni, non riuscirò a partire col solo cabin-trolley e mi toccherà imbarcare: non riesco a ficcare dentro al bagaglio a mano gli abiti e le camicie per due settimane di lavoro, e i giapponesi in particolare, a differenza degli americani, ci tengono al dress code. Maledetti.
TAG: cina, shanghai
23.21 del 01 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
12 Slow motion di un sabato pomeriggio
MAG Masterchef
Quando fai tre lavastoviglie nella stessa giornata, quella giornata è stata impegnativa.

(Decorazioni della torta di peperoni by Carola).
(Comunque la torta di peperoni non è venuta un granché e la melanzana era un po' amara).
(Vabbè, adesso mi faccio anche un Magnum White, tanto ormai faccio le ripetute a 4'45").

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TAG: cucina
21.45 del 12 Maggio 2018 | Commenti (0) 
   
21 Cinquantatré
GEN Diario
E dieci chilometri spesi bene.

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(Avevo scritto un post lungo sul senso della vita, il tempo perduto che non mi restituirà nessuno, la fine delle illusioni, delle speranze e delle fantasie impossibili da trasformare in realtà, la necessità di alleggerirsi e lasciarsi alle spalle le utopie e tutto quel che non esiste. E niente, ho cancellato tutto e ho cucinato per me, per i ragazzi, i loro amici e un mio amico.)
TAG: compleanno, cucina
21.50 del 21 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
   
22 Domeniche d'autunno /reloaded
OTT Masterchef
Era un po' che non mi applicavo in cucina e che ti sei fatto a fare una cucina a isola se poi non la usi in qualche modo? Così, ieri sera ci siamo dati ai fiori di zucca fritti, oggi Carola ed io abbiamo inventato una torta salata - la prima della mia vita - mescolando zucchine e ingredienti a caso. Infine ci siamo dati al Galup, soufflé al formaggio da settordicimila calorie su ricetta della nonna.
Insomma, promossi a pieni voti.

Poi devo raccontarvi altre cose, magari i prossimi giorni butto giù qualche riga. È che sono settimane piene piene piene.

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zucchine2
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galup2
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TAG: torta salata, cucina, galup
22.13 del 22 Ottobre 2017 | Commenti (0) 
   
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