Orizzontintorno Carlo Paschetto
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28 Da quel che resta
GIU Viaggi verticali, Diario
Da qualche parte bisogna sempre ripartire. Io riparto dal Monviso, a centosette giorni dall'inizio del mio lockdown, centoquarantuno dall'ultima volta che sono andato in montagna, centocinquantacinque da quando sono atterrato a Malpensa l'ultima volta. È una montagna nuova per me, per questo l'ho scelta. Perché avevo bisogno di ripartire da qualcosa di nuovo.
Un tempo sarei ripartito salendo da solo sulla cima, oggi riparto camminando coi ragazzi.

A guardarlo da vicino, ad avvicinarglisi dal Pian del Re seguendo il corso dei torrenti che dilavano dai ghiacciai in quota e vanno a confluire nella sorgente del Po, via via che la parete nord riempie l'orizzonte e diventa sempre più grande, il Monviso assomiglia a un incrocio fra il K2 e l'Everest. Una perfetta e isolata piramide di roccia e ghiaccio a chiudere la valle, la cui sagoma e proporzioni ricordano moltissimo il versante settentrionale della seconda cima della Terra, ma nel cielo cobalto la linea di vetta disegna a destra la stessa diagonale obliqua della cresta sud-est dell'Everest, verso l'anticima sud, identica a come appare dal versante nepalese. È incredibilmente precisa, persino nella geometria degli angoli: potresti sovrapporre perfettamente le foto delle due montagne.
Non c'è quasi nessuno sulla via per il Quintino Sella. Solitudine totale oltre il lago Chiaretto, dove la traccia del sentiero risale i ghiaioni delle morene e attraversa i primi nevai.
Col calore del mezzogiorno il ghiacciaio pensile della parete nord scarica parecchio. I boati delle frane e delle slavine fanno paura sufficiente per fermarsi a valutare la distanza fra il percorso davanti a noi e l'enorme nuvola di polvere sollevata dalle tonnellate di ghiaccio e roccia che rimbalzano nel vuoto e vanno a schiantarsi centinaia di metri più in basso, accumulandosi sui coni detritici alla base. Quest'anno la stagione è in ritardo, al Pian del Re mi avevano avvertito.
I rifugi sono ancora chiusi, non c'è un'anima e il segnale del cellulare ce lo perdiamo dopo meno di un'ora. Sulle Alpi è una situazione ormai davvero rara, non mi capitava da una vita. Siamo finalmente altrove. Monviso, Himalaya.

Non ho certo pensato a portare i ramponi, né abbiamo i bastoncini. Non li uso praticamente mai, di solito mi danno fastidio a camminare e i ragazzi preferiscono far senza, ma per attraversare i frequenti nevai che incontriamo in alto una volta tanto sarebbe meglio averli, anche perché la traccia è poco battuta e piuttosto scivolosa.
Così niente, ci fermiamo dopo qualche ora a quota duemilacinquecento e rotti, prima del traverso finale sotto al colle del Viso. Troppa neve, troppo scivoloso senza nemmeno poter contare su un bastone da piantare.
La giornata è magnifica, il cielo blu come solo l'aria sottile sa regalare.
La montagna è tutta per noi ed è una montagna meravigliosa.
Siamo in alto, siamo soli, siamo senza mascherina. Il Corona è laggiù a valle da qualche parte, quassù finalmente lo dimentichiamo per qualche ora.

È stato un anno senza primavera. Era febbraio l'ultima volta che mi sono allontanato dal triangolo casa-supermercato-lavoro. Da inizio marzo, poi, non ho più visto nemmeno l'ufficio: il mio universo si è ridotto da allora a un cerchio del diametro di dieci chilometri.
Sono stato scollegato per così tanto tempo dal mondo che sono partito senza nemmeno rendermi conto che è estate. Che fa caldo. Che il sole picchia, soprattutto a fine giugno, soprattutto in alta quota, soprattutto sulla neve.
Sono partito senza cappellino e crema solare. Sono sceso a valle dopo due giorni con la pelle completamente viola, bruciata dal sole. Ho il volto e un braccio ustionati in modo preoccupante, perfino per me che non sono proprio nuovo a questo genere di disavventure.
Il naso mi si è letteralmente sbriciolato due volte consecutive in tre giorni. Il braccio si è ricoperto tutto di bolle, come fosse venuto davvero a contatto con il fuoco.
Mi brucia, lo guardo: è la misura di quanto abbia perso la percezione di ogni cosa. Della follia di questi mesi, dell'universo parallelo nel quale siamo precipitati.

La verità è che non mi interessa parlarne, non mi interessa scriverne e nemmeno più leggerne. Mi interessa pressoché zero quel che ne pensa la gente, tutta, e ormai seguo anche molto distrattamente l'evolversi della situazione in generale. Ho altro di cui curarmi, altro me stesso.
Nelle ultime settimane, da quando ho ripreso più o meno a vivere (quasi) normalmente, mi sono creato un protocollo di sicurezza personale, adeguato al mio abituale stile di vita, in linea con il modo in cui mi sono sempre comportato e rapportato a situazioni potenzialmente a rischio.
Va bene per me, sicuramente apparirebbe totalmente inadeguato agli occhi di molti, certamente fin esagerato per altri. Proprio per questo non mi ci metto nemmeno. Mi tengo fuori dalle discussioni e fine.
Osservo dalla stessa distanza quelli che si ammassano al bancone del bar con la mascherina attaccata a un orecchio e quelli che si lavano le mani sei volte prima di indossarla, ne cambiano una ogni quattro ore, lavano le borse della spesa e la casa intera con l'Amuchina e quando rientrano lasciano le scarpe fuori dalla porta.
Tutto sommato, vita sociale ne ho sempre fatta quasi zero e il distanziamento lo praticavo già come scelta di vita ben prima che ci pensasse il Covid. È la mia normale unità di misura, da sempre.
Non sarà certo il virus a rendere migliore e più civile chi civile non è mai stato, né sarà peraltro la paranoia a evitarci il Corona più di quanto non possa evitarci un frontale all'improvviso dietro la curva sbagliata al momento sbagliato.

Ho dunque toccato l'ultima neve di stagione, sono stati giorni bellissimi coi figli e il tempo è stato stupendo.
Ho passato solo un pessimo momento al chilometro centosettantatrè da casa. Me lo aspettavo. Anche per questo ho scelto il Monviso, del resto.
Ho chiesto a Leonardo se conosceva la canzone che l'autoradio stava trasmettendo, ho mostrato il Monviso all'orizzonte ai ragazzi e mi sono lasciato lo svincolo alle spalle.
Da qualche parte bisogna ben ripartire.

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[Tutte le foto sono disponibili qui. L'obiettivo è il Tamron che mi sono regalato il mese scorso.]
TAG: Monviso, montagna, covid, coronavirus
13.13 del 28 Giugno 2020 | Commenti (0) 
   
03 Cinquantasei
MAG Diario
Domenica di inizio maggio, pomeriggio, caldo. Finestre aperte. Solo.
Alla tv passa un film sul grande Torino. Di nuovo ritorno a una sera di inizio dicembre, tre anni fa, al santuario di Superga. Un parcheggio. Torino illuminata. Freddo.
L'attimo congelato, per sempre. Come quella sera a Terceira.
Decido di lasciare che i ricordi mi travolgano un po' alla volta, si allarghino a far danni senza incontrare alcuna resistenza, dilaghino attorno a me, rovescino questo ennesimo pomeriggio buttato nel nulla e mi trafiggano.
Così arriva l'onda lunga, e io vado sotto, e non riesco più a riemergere, ogni volta.
Come in un pozzo senza fondo. Come il pozzo di San Patrizio a Orvieto. Come milioni e milioni di immagini, e suoni, e parole, e minuti, e risate, e chilometri, e curve, e cose.
Il senso delle cose.
L'inutilità delle ragioni e dei torti di fronte al tempo passato, alla simbiosi perduta e irripetibile, all'amore non vissuto.
Discanto, poi.

Ho tirato fuori dal cassetto i pigiami estivi. Non entro più nei pantaloncini che lo scorso anno mi erano fin troppo larghi. Un paio di taglie in più perlomeno, a occhio, in pochi mesi.
Non mi peso più da tempo.
Non corro più.
Non misuro più le pulsazioni, né la pressione.
Quante cose ho smesso di fare.
Quante perdute.
Discanto, ancora.

Mi guardo allo specchio. Sto un po' lì a fissarmi e a decidere il da farsi. Poi prendo il rasoio e provo a mettere una pezza a questa solitudine infinita che non sarà un permesso di allontanarmi da casa con una mascherina sul volto a risolvere.

Capelli
TAG: coronavirus, quarantena
18.33 del 03 Maggio 2020 | Commenti (0) 
   
09 FFP1 /recycled (quel che passa il convento)
APR Diario, Fotoblog
corona05
TAG: coronavirus
12.37 del 09 Aprile 2020 | Commenti (0) 
   
08 Settima
APR Diario
Negli ultimi trenta giorni sono uscito di casa quattro ore in totale. Lo so con precisione, perché da anni ho una app sul telefono che tiene traccia delle mie giornate e cataloga i miei spostamenti. La uso come diario quotidiano.
Da un paio di settimane questa app mi manda ogni mattina una notifica per consigliarmi di controllare il GPS del mio iPhone e di riavviare il sistema, perché non registra più spostamenti per intere giornate consecutive e suppone che qualcosa non stia funzionando.
Qualcosa non funziona, ha ragione. Ma non è quel che crede.

Giovedì scorso sono tornato al supermercato dopo quindici giorni. Ho aspettato che venisse sera per non trovare quasi nessuno.
Ho scoperto che hanno chiuso tutti gli ingressi tranne uno e delimitato dei percorsi obbligati fra le corsie. Prima o poi peraltro mi spiegheranno perché posso comprarmi le creme antirughe, ma non un paio di mutande. In realtà sono talmente tante le cose che dovrebbero spiegarmi, questi giorni, che ho rinunciato. È più importante ricordarmi che tipo di lampadina mi serve per la lampada a stelo della sala e sperare di trovarla.
Prima di consentirmi l’accesso al supermercato mi hanno misurato la temperatura. Per una frazione di secondo ho avvertito un profondo senso di inquietudine, non so se più per il timore di scoprire che avevo la febbre, o perché il tizio che me l'ha misurata si è avvicinato a me ben sotto la famigerata soglia del metro di distanza. Che poi, di nuovo, vorrei capire perché da noi si è stabilito che sia un metro, ma negli Stati Uniti, ad esempio, son due. Immagino perché in America è tutto più grande, anche il droplet.
Questa volta non ho trovato la mia insalata preferita. Per la verità non ho trovato insalata quasi del tutto, solo avanzi. Nemmeno petti di pollo, braciole di maiale, latte fresco, la mozzarella per la pizza. In compenso c’erano ancora farina, uova e detergente per le mani.
Mascherine, ovviamente, nemmeno a parlarne. Neanche quelle per la polvere. Del resto non le ho trovate nemmeno in farmacia.
Con buona pace di Fontana e delle sue ordinanze del cazzo.
Sì, ho scritto "del cazzo".

Ah sì, sono stato anche in farmacia. Non c'era nessuno, ero da solo. Ho sperimentato la nuova procedura che consente di ricevere le ricette via fascicolo sanitario elettronico, ma alla fine è stato sufficiente un messaggio WhatsApp della mia dottoressa, che mi ha inviato la foto del codice a barre delle prescrizioni.
La lista della spesa sul telefonino e le ricette via WhatsApp mi hanno anche messo di fronte all'evidenza che abbiamo costruito un mondo di scorciatoie inutili al servizio di una ipotetica domanda di sicurezza: è ovviamente impossibile sbloccare il cellulare col riconoscimento del volto indossando la mascherina, o farlo con l'impronta digitale indossando i guanti. Quindi bisogna inevitabilmente digitare il codice, alla vecchia maniera. Ma se hai appunto i guanti, anche questa non è detto che sia un'operazione facile.
Alla ventesima volta che combattevo col cellulare per sbloccarlo, ogni dannatissimo minuto, ho perso la pazienza: ho spostato la mascherina, afferrandola ovviamente davanti coi guanti contaminati in barba a tutte le raccomandazioni del caso, e ho usato il riconoscimento facciale. E vaffanculo.
Il confine fra me e il corona giocato alla roulette per un chilo di mele.

Non posso dire che le giornate non passino, o che abbia il tempo di fermarmi davvero a pensare. Lavoro, e questo va già molto bene. Come alcuni fortunati - ed è il caso di riconoscerlo - lavoro persino più di prima, complice il susseguirsi senza soluzione di continuità di videoconferenze dal mattino a sera tardi, pausa pranzo compresa, e il fatto che queste settimane dovrei essere negli Stati Uniti. Invece sono qui e dunque lavoro di giorno col fuso orario italiano e la sera con quello americano.
Le giornate scivolano via una dietro l'altra, tutte uguali. Le stesse colazioni, gli stessi pranzi con le stesse insalate preconfezionate, gli stessi caffè alle stesse ore del giorno, le stesse cene perlopiù scaldate al microonde.
Ho pressoché smesso di guardare il telegiornale la sera. Non mi interessa più. Che non usciremo di qui tanto presto a me è parso evidente fin dall'inizio.
Che mi abbiano rubato la vita, tutta, anche.
Lo so, le vite rubate sono ben altre.
Ma i giorni passano, i numeri perdono significato, il mondo là fuori è sempre più lontano e il mio sempre più confinato al percorso letto-frigorifero-scrivania-divano.
Così guardo dentro al mio recinto.

Nel mio recinto, la mia vita, i meccanismi che l'hanno governata da perlomeno trentasette anni a questa parte, il mio futuro prossimo venturo, il mio modo di essere, di andare avanti, di rapportarmi all'esistenza e darle un senso, di combattere, di convivere con me stesso e i miei dolori, le mie gioie, i miei progetti, la mia stessa identità, tutto è stato spazzato via in un attimo. Annientato.
A partire dal modo in cui da sette mesi in qua sfuggivo al dolore. Che poi è il modo che è sempre stato, l'unico che conosca.
Me l'hanno tolto e insieme a quello se n'è andato quello che io stesso sono. E per quanto provi ad essere ottimista, so che nulla sarà più come prima, perlomeno per i prossimi due o tre anni, ad andar proprio bene.
Che non sono pochi, a questo punto della mia vita, soprattutto nel momento in cui avevo deciso di imparare a vivere il presente, l'attimo fuggente, smettere di guardare al futuro come mio unico orizzonte temporale, piantarla di voltarmi per fare i conti con il passato gettato al vento per anni e anni, concentrarmi solo su me stesso, su quello che sono, quello che voglio e ho sempre voluto, non sprecare più un attimo della mia esistenza, per quanto possibile.
Vivere. Amare. Staccarmi da tutto ciò che mi sono portato dietro per un'esistenza intera per provare a volare davvero.
È quel che stavo provando a fare, fino al 22 febbraio.
Il mondo si è fermato lì. Prima o poi riprenderà con altre forme e secondo nuove armonie.
Il mio si è fermato lì e al momento non ho alcuna idea di come e quando possa riprendere, se mai riprenderà.

Dormo male la notte. Vado a letto a ore sempre più infami, vivo su un fuso orario regolato da un tempo immobile, chiudo gli occhi senza dormire provando a immaginare, per alcuni istanti, come reinventarmi completamente una vita da capo.
Abbandono immediatamente il pensiero perché mi fa paura la sola idea.

Mi affaccio allora all'esposizione assurda dell'Eigerwand, percorro la Mittelegi come se camminassi sui cocci di vetro e rimango col fiato sospeso in equilibrio sulla lama sottile della cresta del Meru, grazie a YouTube.
Non ci sarei mai andato lo stesso. E la colpa non è del coronavirus, ma solo mia.

corona04
TAG: coronavirus
13.10 del 08 Aprile 2020 | Commenti (0) 
   
23 Quinta settimana
MAR Diario
Eravamo a Les Crosets, a inizio gennaio. L'avevo scattata proprio sulla linea di confine fra Svizzera e Francia. Da allora la uso come sfondo sui miei computer.
Mi sembra una vita fa. Quanti significati che assume, adesso.

Mi chiedo quando potremo tornare a noi stessi e a quello che eravamo.
Certi giorni ho paura.

Corona03
TAG: coronavirus
00.38 del 23 Marzo 2020 | Commenti (0) 
   
19 Domani danno sole
MAR Diario
Esco sulla terrazza di camera. Da quando mi sono trasferito qui questi anni non l'ho mai sfruttata, né ho avuto modo e tempo di attrezzarla in proposito, per quante volte mi sia ripromesso di farlo e per quante idee giacciano lì nel cassetto delle cose di cui occuparsi.
Anche oggi c’è il sole, ci sono venti gradi, è una calda giornata di inizio primavera. Sto un po’ lì a guardarmi attorno. Si sente solo il gracchiare dei corvi, niente altro.
Mi rendo conto all'improvviso che non seguo le previsioni del tempo da settimane. Mi sveglio al mattino senza la minima idea di che cielo possa aspettarmi.

Vorrei scrivere delle cose questi giorni. Non so bene quali “cose” per la verità e poi da qualche mese non mi va più di scrivere davvero qui dentro. All’improvviso questo posto non è più il mio rifugio solitario in testa alla valle come a lungo è stato, o mi sono perlomeno illuso che fosse grazie al silenzio attorno. Per qualche ragione, dopo anni di quiete e isolamento, è come se avessero aperto una strada fin qui, e arriva troppa gente.
Sarebbe ora che lo abbandonassi al suo destino, tanto ormai da tempo non mantengo nemmeno più i muri e le finestre, ma non so dove andare e non so come fare per lasciare l’indirizzo appeso alla porta, nel caso.
Comunque.
Intanto son bloccato qui.
E anche dal muro attorno alla terrazza.
Perlomeno ho una terrazza.

Di tanto in tanto lascio dei post-it su Twitter. Ieri scrivevo che son stato al supermercato. L’ho raccontato lì. Raccontare del supermercato è una di quelle “cose” che questi giorni hanno una loro ragion d’essere in primo piano.
Mi è servito come spunto per parlare della paura e della paura della gente. Non "della gente" nel senso possessivo dell’espressione, della gente inteso come di cosa aver paura, questi giorni.
Io poi un po’ paura della gente l’ho sempre avuta. Non è una gran novità, per me.
Nemmeno stare in casa, per la verità.
Nemmeno stare in casa a lungo, a dirla tutta.
Non fosse tutto il resto.

Intanto, conto, come sempre.
Tecnicamente, ho iniziato a rimanere a casa dal 22 febbraio. Il 25 sarei dovuto partire per gli Stati Uniti, e invece no.
Venerdì 28 ho fatto una spesa al supermercato.
Fino al 7 marzo ho poi fatto pochissime cose. Un’altra spesa al supermercato, per iniziare a far scorte, ché il futuro iniziava ad essere fin troppo chiaro. Tre giorni in ufficio per alcune faccende che era meglio far là e non da casa. Un paio di cene fuori, sì, le ho fatte. Erano già surreali. Un giorno ho persino provato ad andare a correre, dopo mesi.
Sì, vabbè, correre. Come no.
Dall’8 marzo, isolamento assoluto. Ho anche deciso di non andare più a prendere i ragazzi, ché son rimasti dalla mamma: avevo frequentato gente fino al giorno prima e ho preferito a quel punto far passare almeno i quindici giorni canonici di incubazione. Sai mai.
Ieri sono uscito per andare a fare di nuovo la spesa, dopo dieci giorni ai domiciliari. Poi ho scritto su Twitter.
Fine.

Osservo cose.
Le videoconferenze, ad esempio. Tutto sommato han sempre fatto parte del mio lavoro, sono abituato. Dall’ufficio. Ora no.
All’inizio, i primi giorni, avevamo tutti la telecamera accesa. Da qualche giorno alcuni hanno iniziato a tenerla perlopiù spenta, tranne nelle chiamate uno a uno. Dopo un po’ anche io. Un po’ per risparmiare banda, così ci diciamo, ma la mia sensazione a latere è che non vogliamo più gente in casa nostra.
Se accendo la telecamera, son tutti in camera mia, o nella mia cucina, o in camera di mio figlio, o nel salotto.
Al contrario, all’improvviso a me accade di videochiamare i figli, i familiari, gli amici. Esattamente coloro con cui non l’ho mai fatto prima e che ora non posso più vedere dal vivo. Coi ragazzi poi passo un sacco di tempo in video. Carola mi mostra i disegni che fa per passare il tempo, io e Leonardo lavoriamo insieme a mantenere in vita l’infrastruttura informatica di famiglia per comunicare fra di noi in tutti i modi possibili.
Si è invertito il mio intero paradigma comunicativo.

Combatto la solitudine. Ho allargato la mia cerchia di contatti, passo intere serate a chiacchierare su WhatsApp, come immagino facciano molti.
Mi capita di pensare - no, non è vero, ci penso ogni giorno; ogni, stramaledetto, giorno - a come sarebbe stato diverso vivere queste settimane in un universo parallelo, l’universo che avrei voluto vivere.
Combattere insieme. Resistere. Scoprirsi da capo. Reinventarsi. Fare cose. Dividersi i compiti, le “uscite solo necessarie”, la paura - perché c’è la paura, eccome, e sarebbe anche ora che ce lo dicessimo tutti in faccia, una volta per tutte, che lo accettassimo, la esorcizzassimo insieme, la affrontassimo allo stesso modo, abbracciati a distanza, invece di negarla, provare a ignorarla, fingere indifferenza, ostentare noncuranza.
Così non smetto mai di pensarci. Vorrei, ma non è possibile. Avrei voluto altro. Sarebbe stato tutto diverso. Sarebbe stato diverso ogni mattina, invece di svegliarsi da solo, aprire i Velux, vedere il sole, sapere che non ti riscalderà a sufficienza nemmeno oggi e non sai quando mai potrai tornare a farti scaldare fuori, all’aperto, insieme alla gente, quella gente che in fondo hai respinto per tutta la vita e che adesso ti appare un miraggio.
Sarebbe stato diverso preparare il caffè a turno, gestire due computer, tenersi d’occhio a vicenda, pronti a intervenire per l’altro.
Sarebbe bastato un sì.
Mi accorgo invece che ho il gomito del golfino color glicine completamente a brandelli. Era di papà. È arrivato in fondo anche lui, questi giorni.
Mi sto facendo crescere la barba, ancora di più.
I capelli, anche, ovviamente.
Comunque vada, ne uscirò diverso.
Come tutti, direi.

Prendo appunti.
Immagino tutto questo come andare su Marte, ad esempio. La solitudine di un viaggio lungo mesi.
Mi faccio domande assurde, come chiedermi quando potrò cambiare le gomme invernali.
Mi sveglio di notte e mi prende il panico, vorrei salire in auto e allontanarmi, in tangenziale, trovarmi nel traffico, con l’autoradio.
In aereo. Accidenti, certo, in aereo. In volo.
Ho fatto una cartella sul Mac dove raccolgo cose di questi giorni. Meme strani, foto, messaggi, comunicati ufficiali. Ho come idea di conservare un pezzo di Storia, qualcosa che servirà per ricordare, quando si potrà iniziare a cercare di dimenticare tutto.
Dicono che sarebbe meglio distrarsi, non farsi travolgere dal bombardamento mediatico. Mi dico che forse è ancora peggio, l’aggiornamento continuo in questo momento serve a prendere le misure il più possibile correttamente, sapendo filtrare, naturalmente.
Sapendo filtrare, certo. Mi incazzo con la gente, quella stessa gente che mi manca attorno, perché si attacca a qualunque stronzata le arrivi sui gruppi di WhatsApp o legga su Facebook, quando basterebbe un secondo su Google per rendersi conto della mancanza di qualsiasi riscontro con la realtà dei fatti, e allora mi ricordo di quanti danni abbiano fatto anni e anni di massmediologia, di pseudoscienza, di berlusconismo, di sciachimismo, di grilismo, di salvinismo, di movimenti nimby.

Mi chiedo come gestiremo lo stress post-traumatico.
Mi chiedo come sarà tornare alla sveglia che suona alle sei e venti, scendi in cucina, saluti Leonardo con un cenno, ti fai il caffè, svegli Carola, le preopari la colazione, ti fai la barba, ti vesti, uscite insieme, la accompagni a scuola, ti infili in tangenziale, rimani paralizzato in coda, ascolti il giornale radio, arrivi in ufficio ventiquattro chilometri e un'ora e mezza dopo.
Mi chiedo dove andremo la prossima volta che partiremo.
Mi chiedo come sarà, alla fine, tornare alla vita lì fuori, da solo.
Mi chiedo come accadrà.
Mi chiedo quando sarà.
Ho bisogno di abbracciare i ragazzi.

corona01
TAG: coronavirus
17.32 del 19 Marzo 2020 | Commenti (0) 
   


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