Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Quando, non se.
FEB Diario, Running
Correre, ancora intendo, è uno dei miei sogni ricorrenti. Mi capita spesso: sono felice, mi meraviglio di andare ancora così bene, con poca fatica, pensavo ci sarebbe voluto molto di più a riprendere la forma; controllo il tempo e sono sorpreso, sto quasi volando.
Poi mi sveglio e mi assale un senso di frustrazione infinito.

Sono più di sei anni che ho smesso di correre, sto per compierne sette dalla maratona di Milano del 2010. Dopo quella maratona decisi di fermarmi per un po’. Gli ultimi due-tre mesi erano stati difficili, avevo dovuto combinare il carico massimo previsto dalle mie tabelle - allenamenti quattro, cinque volte alla settimana - con la separazione, la recente disoccupazione (che paradossalmente mi lasciava molto più tempo libero per rifinire la preparazione), il trasloco, una nuova vita che mi stava travolgendo con pochissimo preavviso. Il solo cambiare casa e spostarsi di pochi chilometri aveva implicato anche cambiare percorsi, inventarsi nuovi circuiti per i miei allenamenti serali, abbandonando quelli a cui ero mentalmente abituato da mesi, sui quali taravo i miei progressi e avevo i miei riferimenti.
Quelle settimane dell’inverno di sette anni fa arrivavo a sera fisicamente sfinito da tutte le incombenze per sistemare la casa nuova e riorganizzare la mia vita, e uscivo come al solito, al freddo, con la pioggia, al buio, su strade nuove, a macinare chilometri.
Correvo cinquanta, sessanta chilometri a settimana: lunghi, ripetute, salite in montagna.
La domenica salivo in Grigna da solo, con la neve fonda, cercando di abbattere il mio record.

L’ultimo mese fu determinante. Avevo in programma i due classici lunghi oltre i trenta chilometri per rifinire la preparazione, ma per via del trasloco e di tutto quello a cui dovevo star dietro riuscii a farne solo uno e pure qualche chilometro più corto di quel che era necessario, perché centrai una giornata di inizio marzo calda in modo innaturale e il rialzo anomalo della temperatura mi schiantò poco prima del trentesimo chilometro.

E infatti in gara mi fu poi fatale. Doppiai i 30km con un tempo fantastico, poco più di 2h30’, ma al trentaquattresimo le gambe mi abbandonarono improvvisamente. Chiusi qualche minuto sopra le quattro ore. La gioia di aver portato a termine la maratona si mescolò con l’amarezza di non aver centrato un gran tempo (per me), solo per non aver potuto completare la preparazione secondo quello che avevo pianificato.
Ma mi sarei rifatto certamente a breve: ero ben carico, motivato, lanciato.

Avevo corso tanto, sì. Troppo. Mi ero iscritto alla maratona di Ginevra, tre settimana dopo. A distanza di qualche giorno dal traguardo di Milano tornai in strada, tanto per sgranchire un po’ le gambe, non perdere la forma e prepararmi per la trasferta svizzera. Completai dieci chilometri molto a fatica, con un tempo assurdo.
Forse non avevo scaricato ancora la stanchezza.
Due giorni dopo riprovai. Mi fermai dopo soli cinque chilometri. Stanco morto. Accaldato. Vuoto. Non ne avevo più. Benzina finita di colpo. Forse anche un po’ la motivazione. La schiena, che da due anni era ritornata come nuova, mi dava inaspettatamente qualche noia. Un principio di tendinite a un malleolo, niente a cui non fossi ormai abituato da tempo. Quel po’ di fascite che si era manifestata proprio pochi giorni prima della maratona, ma che sembrava essere rientrata cambiando semplicemente le scarpette, e invece no.

Decisi di fermarmi per due-tre settimane, dopo mesi e mesi di allenamenti ininterrotti. Evidentemente era venuto il momento, ne avevo bisogno, dovevo ricaricare davvero le pile, avevo chiesto troppo al mio fisico.
A malincuore cancellai la maratona di Ginevra dal mio programma. A breve peraltro era in arrivo la stagione estiva e con essa la fine del circuito classico di competizioni, se ne sarebbe riparlato a settembre.

Quando avevo iniziato a correre, due anni prima, pesavo ottantatré chili e mi sembrava un peso spaventoso.
A due anni di distanza, dopo Milano, ne pesavo settantuno, ben al di sotto anche della mia quota d’atleta di vent’anni prima.
Mi ero consumato.

Nell’aprile del 2010 dopo Milano, avevo grandi progetti nel cassetto. Avevo iniziato a correre svogliatamente nel 2008, la sera tardi dopo il lavoro, con una vecchia tuta e un paio di scarpe dozzinali di Decathlon, solo per ribellarmi al mio fisico appesantito che non ne potevo più di vedere riflesso allo specchio. Odiavo le palestre, odiavo le piscine e odiavo anche l’idea di andare a correre, una moda che stava prendendo sempre più piede fra la generazione dei quarantenni da ufficio alla quale appartenevo mio malgrado. Mi sentivo cretino e omologato.
Due anni dopo, un bel po’ di mezze maratone alle spalle con buoni tempi, nelle gambe tempi sulla maratona sotto alle quattro ore, i miei obiettivi volavano sempre più lontano ed erano sempre più ambiziosi.
Sognavo la mitica Monza-Resegone, le sky marathon, la leggendaria Marathon du sable, la micidiale Polar Circle Marathon in Groenlandia: imprese che fino a un paio d’anni prima mi apparivano completamente folli, all’improvviso erano alla portata, si trattava solo di prepararsi, di lavorare sul metodo, sulla motivazione. Tutto mi sembrava possibile.
Se corri per quarantadue chilometri e quando sei arrivato in fondo non vedi l’ora di ricominciare, tutto è davvero possibile.

Non ho mai più ripreso. Non ci sono mai più riuscito. Le due settimane di riposo diventarono tre mesi e arrivarono le vacanze estive. Feci un paio di prove, ma avevo già rimesso su qualche chilo, i miei tempi ordinari si erano irrimediabilmente alzati e con loro la mia frustrazione. Decisi a quel punto di rimandare all’autunno, con temperature più favorevoli. Sicuramente era solo un problema di caldo.

In autunno ormai ero preso dai ritmi della mia nuova vita: avevo ricominciato a lavorare, avevo i ragazzi piccoli a cui badare un po’ di giorni alla settimana e quindi non potevo uscire a correre. Mi comprai un tapis roulant per ovviare al problema, ma lo usavo pochissimo, perché un conto è correre all’aperto e lasciare che la mente insegua il panorama e la strada davanti a te, un conto è stare chiusi in una stanza, fissando una finestra, correndo da fermi. E poi, invece di migliorarmi, arretravo sempre di più. A novembre accettai fra me e me di fermarmi definitivamente per un periodo più lungo. Era chiaro che ricominciare a correre davvero avrebbe richiesto molto più tempo e impegno di quel che avevo messo in conto, anche perché il mio peso a quel punto si stava riavvicinando pericolosamente a quota ottanta. Tutto era tornato ad essere piuttosto difficile.

La primavera successiva ci riprovai. Bastò la prima uscita per rendermi conto che anche solo tornare a correre dieci chilometri avrebbe richiesto tempo e correrli sotto i sessanta minuti anche di più. Però nel giro di meno di tre mesi, con costanza e determinazione, riuscii a centrare entrambi gli obiettivi.
Ero molto fiero di me. Allora potevo ricominciare davvero! Once maratoneta, maratoneta forever. Si trattava solo di dare continuità agli allenamenti, come un tempo: un passo alla volta, un obiettivo alla volta. Potevo recuperare molto rapidamente!

Quel ragionamento fu la fine definitiva. Di lì a un paio di settimane mi rifermai per ragioni di lavoro, figli, mancanza di tempo. Mancanza di continuità, il nemico peggiore.
Un mese dopo ero punto e a capo.

Ho raccontato questa storia passo a passo, gli scorsi anni, su questo blog. Avevo anche aperto un thread apposta per raccogliere i miei post sulla corsa, fin dagli esordi. Quel thread giace ormai abbandonato da tempo qua dentro. L’ultimo post risale ormai a più di quattro anni fa. Lo pubblicai anche sulla buon’anima di FriendFeed e ricordo che piacque molto.

Cinque anni dopo combatto con la soglia dei novanta chili e riesco a scendere al di sotto solo per brevi periodi, al prezzo di molto impegno, controllo alimentare e lunghe camminate di ore.
La scorsa estate ho camminato tantissimo, in città perlopiù, ma infilando anche giornate con quindici, venti chilometri, che mi avevano rimesso in forma la schiena e riportato a quota ottantacinque.
Poi però le vacanze, l’autunno, il lavoro che riprende ancora più stressante di prima, addio tempo anche solo per camminare quelle due-tre ore necessarie al giorno per compensare la mancanza di qualunque altra attività fisica.

Di correre non se ne parla proprio. Ho provato qualche volta, anche solo così, per curiosità, per vedere come reagiva il mio fisico, per verificare la distanza fra il sogno ricorrente e la realtà. Sono addirittura ripartito dalle serie di tre minuti, ma dopo le prime tre o quattro serie mi sono dovuto fermare tramortito. Quando avevo iniziato, nel 2008, correvo serie da sei minuti per un’ora.
Il mal di schiena e il mal di stomaco si sono ormai cronicizzati da tempo, il peso è quel che è e grava anche e soprattutto lì.
Un anno e mezzo fa mi sono costretto a iscrivermi a pilates, su indicazioni del mio medico: funziona, mi aiuta e mi tiene insieme la schiena, ma se salto anche una sola lezione la settimana dopo sono piegato in due.
Sono passati anni. E gli anni pesano, si fanno sentire sempre di più, chiedono il conto.

A cinquantadue anni è arrivato a chiedermi il conto anche il cuore. E ho smesso anche di camminare e - temporaneamente mi auguro - di sciare, l’ultima cosa che mi era rimasta, per quanto poco ormai ci andassi, un paio di settimane a stagione.
Da novembre ho fatto tre visite e cinque esami: elettrocardiogramma, prova sotto sforzo (interrotta dopo soli cinque minuti), ecocardiogramma, holter, cinerisonanza con mezzo di contrasto, e mi aspettano un altro esame e un’altra visita prima di avere almeno una diagnosi definitiva.

Mi hanno dato un farmaco per stabilizzarmi. Fa il suo dovere. Lo prendo da due mesi. Da qualche giorno ho ripreso a camminare. Niente di che: mi sforzo quando possibile - cioè molto poco - di fare almeno i diecimila passi al giorno che la scorsa estate mi ero dato come obiettivo minimo quotidiano. Fare diecimila passi richiede tempo, almeno un paio d’ore ai ritmi cittadini, con le scarpe da ufficio, la camicia, il giaccone invernale e la sciarpa, e non sempre - quasi mai per la verità - è possibile trovare il tempo.
Un paio di domeniche fa sono uscito apposta solo per camminare due ore. Sono rientrato a casa e ne avevo fatti 9.800.

Ho freddo, patisco il freddo. Da qualche tempo patisco il freddo, ho capito che almeno in parte sembra essere legato alla questione del cuore. Però camminare, dopo un po’, mi scalda sempre. Mi libera, soprattutto.
A novembre non riuscivo più nemmeno a infilare cento metri camminando: fibrillazioni a pioggia, aritmie, battiti a centonovanta. Un disastro. Da quando ho preso (inevitabilmente!) coraggio, ho affrontato la questione di petto - è il caso di dirlo - e ho iniziato a curarmi, a indagare le cause, ad approfondire la questione, la situazione è migliorata. Riesco di nuovo a camminare, quando ho tempo per farlo. Mi affatico un po’, devo prenderla con più calma. Dopo un’oretta e qualche chilometro devo fare anche una sosta o due di qualche minuto. Ma intanto cammino, so che posso tornare a camminare. Sembra una cretinata, una cosa scontata. A un certo punto, per qualche settimana, non lo è stata. Adesso voglio tornare a sciare, presto. Prima che finisca la stagione. Non esiste che per la prima volta in vita mia salti una stagione.

Mi piace camminare. Tanto.
Sogno sempre di tornare a correre.
Mi sveglio talvolta di notte dopo essermi illuso di essere tornato a correre.
Se rimetto a posto le cose voglio tornare a correre.
Quando rimetto a posto le cose torno a correre.
TAG: running, diario
17.15 del 01 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
29 Adesso sì
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TAG: casa, diario, trasloco
15.06 del 29 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
25 Meno tre (zero, per loro)
APR Diario
Ho sempre avuto un planisfero sopra al letto. Ad ogni trasloco sempre più grande e con un numero sempre maggiore di bandierine piantate in giro per il mondo.
Da quando sono in questa casa - son più di sei anni - per la prima volta ho dovuto farne a meno.
La ragione è che in camera, proprio sopra al letto e in centro alla parete, si trova una (brutta) lampada e non è possibile appendere nulla di così grande. Davanti al letto c’è un armadio, a destra uno specchio, a sinistra una porta finestra. Dunque, niente: lo spazio per il mio mondo, qui, perlomeno in camera, non c’è mai stato.
E il mio mondo deve stare in camera, con me.

Fra tre giorni lascerò questa casa, che non è mia, dopo sei anni e tre mesi. La lascerò per una casa nuovamente mia, che mi somiglia di più, credo, alla quale in questi ultimi quattro mesi ho lavorato per far sì che fosse molto più mia e simile a me di quando l’ho comprata.
La nuova casa ha una mansarda e nella mansarda ho messo il mio letto nuovo e sopra il letto nuovo c’è di nuovo un planisfero, dopo più di sei anni.
Non è un planisfero normale: è un mondo a colori, a chiazze di colore, costituito da tre tele accostate fra loro, America a sinistra, Europa e Africa in centro, Asia e Oceania a destra. Dice Carola che sembra un quadro di Pollock: io non lo so, l’artista è lei. Mi fido e se Pollock non dipinge così pazienza.
Di sicuro c’è che è un planisfero unico e meraviglioso, certo non uno in cui piantare bandierine, e va bene così, perché in questi ultimi anni ho messo insieme così tante bandierine che a piantarle davvero lo trasformerei in una foresta di aghi.
Ormai il mondo è mio.

Chi mi ha regalato il planisfero ha lavorato con me per farmi uscire dalla casa in cui sto scrivendo quest’ultimo post e a immaginare quella dove appendere il mio nuovo mondo. Del resto, chi mi ha regalato il planisfero mi ha regalato anche Habu Jôji (che Carola avrà letto venti volte: sarà un caso?), e Vienna per completare l’Europa, e Venezia per chiudere un cerchio, e soprattutto una nuova vita che sotto al planisfero, che forse è di Pollock, fra tre giorni ripartirà per l'ennesima volta. Sempre insieme a chi mi ha regalato (anche) il planisfero, che evidentemente di me ne sa.
Perché solo chi ne sa di me può regalarmi Habu Jôji e un planisfero a colori dove non ha alcun senso piantare bandierine.

Questa è anche l’ultima notte in cui i ragazzi dormono qui, nel loro letto a castello, in quella piccola camera che sei anni fa ho messo insieme di corsa in pochi giorni, cercando di inventargli al volo un nuovo mondo in qualche modo fatto il più possibile a loro misura, che non li spaventasse, che li tranquillizzasse, che li accogliesse nel modo migliore possibile, ammesso che ci fosse un modo migliore per accoglierli in quelle circostanze.
Ora dormono. Chissà come dormono. Chissà se lo sentono. Certo che lo sentono.
Chissà cosa sentono.
Questo pomeriggio, fra uno scatolone e l’altro, abbiamo per l’ultima volta misurato le altezze di entrambi e segnato le ultime tacche dietro la porta di camera mia, sigillando così la progressione del tempo passato disegnata dai trattini a matita lasciati sul muro: 168cm Leonardo, 141cm Carola.
Le prime due tacche risalgono al ventidue febbraio duemiladieci: 120 e 97,5. Nel mondo dei piccoli sei anni sono quasi cinquanta centimetri.

È tutta la sera che mi guardo attorno senza rendermene conto. Apparentemente è ancora tutto qui, ma in realtà in questi ultimi giorni ho traslocato nella casa nuova molte cose significative, in gran parte piccoli oggetti disseminati in giro che sarebbero andati dispersi alla rinfusa fra dozzine di scatoloni e che fanno parte della mia vita quotidiana.
Ad esempio l’orologio da parete delle ferrovie svizzere appeso in cucina, uno dei primissimi oggetti entrati con me in questa casa. Carola oggi mi diceva che ricorda ancora benissimo quando siamo andati a comprarlo a Lugano e, sulla strada, avevo fatto vedere loro il mio ufficio svizzero vicino al lago, dove lavoravo a quel tempo.
È tutta la sera che mi capita di voltarmi inconsciamente verso la parete per guardare l’ora, dimenticandomi che l’orologio non c’è più: ci sono rimasti solo il chiodino al quale era attaccato e la classica impronta nera lasciata sui muri dalle cose appese per lungo tempo. Non mi ero mai reso conto fino a stasera di quanto quell’orologio, che amo tantissimo, regolasse la mia vita quotidiana in questa casa, fosse il mio riferimento costante.
Questo pomeriggio l’ho appeso nella nuova cucina, sopra al frigorifero, ma l’ho messo troppo in alto e non è nemmeno centrato, non sono contento. D’altra parte mi scoccia, adesso, appenderlo più in basso dopo aver piantato il chiodo nel muro nuovo.

Mancano altre cose, già trasportate di là: il nostro classico calendario con le foto dell’anno precedente, la piccola stazione meteorologica, gli oggetti che stazionano permanentemente sul mio comodino e sul mobile del mio bagno, gran parte delle cose in cucina, tutto il Lego di casa e i contenuti dei cassetti dei ragazzi. È già tutto nella casa nuova.

Poi, giovedì mattina all’alba, arriverà il grande camion a prendere tutto il resto: i libri e le librerie, i vestiti, la mia scrivania, i quadri, i tappeti, le maschere africane, i sassi dei viaggi, le sabbie dei deserti, le fotografie e le macchine fotografiche, la musica, la televisione, i computer, la lavatrice, i piatti e i bicchieri, le pentole, la macchinetta del caffè…

E mi chiuderò la porta di Via Giulio Natta 59 alle spalle, definitivamente.
Un importante pezzo di me rimarrà qui, come altri importanti pezzi di me sono rimasti altrove in passato, da Piazza San Materno 12 fino a Sienna 72a-404.
Poi, giovedì sera, dormirò sotto al mio nuovo planisfero di (forse) Pollock.

pollock
TAG: casa, diario, trasloco
23.56 del 25 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
24 Meno quattro
APR Diario
Si comincia. Scommetto sulle 100, ma potrebbero anche essere di più. Intanto nel frigo nuovo di là sono arrivate una bottiglia e un barattolo di pesto.

Trasloco
TAG: casa, diario, trasloco
18.54 del 24 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
16 Meno dodici
APR Diario
Squaring Bonaldo atterrato in mansarda. Non so come abbiamo fatto a far girare su dalle scale i centocinquanta chili di componenti, ma ci siamo riusciti.
È arrivato anche il frigorifero e la cucina è completa.
Mancano ormai solo il divano e l'allacciamento a internet, e poi è fatta.

Menododici
TAG: casa, diario, trasloco
23.53 del 16 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
09 Meno diciannove
APR Diario
Meno di tre settimane, le cose iniziano a farsi serie.

Cucina
Trapano
TAG: casa, diario, trasloco
21.33 del 09 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
01 Meno ventisette
APR Diario
I lavori sono quasi terminati e questa è la prima consegna in assoluto (in realtà sono arrivati anche il piano cottura, la cappa, quasi tutte le lampade e alcuni accessori, ma diciamo che questo è il primo pezzo vero di arredamento giunto a destinazione).

La prossima settimana arriva buona parte di tutto il resto.
Fra quattro settimane esatte varchiamo la soglia di una nuova vita.

Mazzini01
TAG: casa, diario, trasloco
17.47 del 01 Aprile 2016 | Commenti (0) 
 
31 Dicono che sabato nevicherà
DIC Diario
Non è che abbia necessariamente qualcosa da scrivere, o meglio, al solito ho parecchie cose arretrate lasciate nel cassetto dell'appena ho un attimo, ma per la verità attimi ne ho parecchi, anche troppi a voler ben vedere, voglia di provare a dare una qualche forma scritta accettabile a ciò che giace lì in sospeso invece assai poca. Oppure semplicemente devo fare ordine.
Tipo che, ad esempio, sono appena tornato da un nuovo paio di tappe emmezzo del Progetto Centodieci - emmezzo ché in realtà una era già in catalogo, ma mi mancava la foto del duomo e sono andato a rimediare. Magari i prossimi giorni metto mano alle foto e butto giù due appunti.

E nulla: parto coi ragazzi per il consueto fine anno in montagna, come tutti gli anni. Stesso posto, stessi amici, zero neve, giochi di società in valigia. Andiamo a lasciarci alle spalle questo 2015 che un granché non è decisamente stato e che, per dirla tutta, si è inaspettatamente chiuso in un modo che vabbè, lasciamo perdere: è stato solo l'ennesima prova di una certa deriva sociale e umana di cui vado scrivendo spesso altrove, della quale dovrei semplicemente liberarmi in via definitiva, imparare a ignorare l'ignoranza e la pochezza che permeano buona parte dell'aria che respiro attorno a me e vivere me stesso una volta per tutte, ché a breve saran cinquantuno, troppi per permettermi di perder tempo a fare del puntacazzismo dietro alla coglionaggine altrui. Ho ancora troppi progetti, troppe idee, troppe mete e un futuro che non smette inesorabile di arrivarmi all'improvviso alle spalle, sempre più in fretta, sempre con maggior pressione e ansia.

Così. Non avevo particolare voglia di dir qualcosa, ma non scrivevo qua dentro da novembre: l'anno sta per chiudersi e mi spiaceva lasciar vuoto dicembre nella lunga lista dell'archivio di questo blog, che ormai va per i tredici anni. E poi, questo è anche stato l'anno in cui ho completato il mio album dell'Europa, ho comprato una casa e credevo non ci sarei mai più riuscito, ho preso dodici aerei, che non sono moltissimi, ma son stati tutti voli significativi e indimenticabili. Ché rimanere in volo, alla fin fine, è l'unica cosa che conta.

Inizio l'anno nuovo con una specie di foglio bianco davanti. C'è una casa nuova da riempire e in cui trasferirsi, e null'altro. Sono punto e a capo al nastro di partenza, per l'ennesima volta.
Gli ultimi mesi mi hanno chiarito alcune cose, vedrò di farne tesoro. A riuscirci.
Intanto ho un Jutsu. E un gufetto a proteggermi.
Ne avrò bisogno.
TAG: diario, cose mie
02.38 del 31 Dicembre 2015 | Commenti (0) 
 
29 Qualche minuto di grado a nordovest
OTT Diario
Sono passati quasi sei anni. Questa sera ho inviato la raccomandata per la disdetta del contratto di affitto, per la verità qualche giorno prima che ci siano tutte le firme necessarie ad azzerare quasi del tutto il rischio di rimanere senza casa, ma tant'è non volevo scollinare la fine del mese.
E così, a quanto pare, il 1° maggio 2016 lascerò questa casa e mi chiuderò un'altra porta alle spalle, la quarta della mia vita adulta, senza contare quelle da trasfertista altrove. Diciamo perlomeno contando quelle dove ho stabilito la mia residenza ufficiale per i documenti.

Mi dispiacerà andarmene. Ho amato moltissimo questa casa, l'ho sentita davvero mia, sebbene in realtà non lo sia mai stata davvero. Nemmeno i mobili sono miei qua dentro. Ma è una casa dove ho vissuto uno dei periodi più importanti e difficili della mia vita, una casa che mi ha accolto stagione dopo stagione col suo calore, il suo silenzio, il suo verde attorno, la sua luce bellissima ovunque, le sue grandi finestre, la terrazza dove ho imparato (be', più o meno) a far crescere dei fiori, il suo letto scricchiolante e questo maledetto divano blu sfondato che ho sempre odiato e che certo non rimpiangerò, tanto che ho iniziato a pensare di cambiar casa solo per cancellarlo dalla mia vita, e che però è il primo posto dove mi sia seduto quando ho messo piede per la prima volta fra queste mura, con Leonardo, una fredda sera di fine gennaio.
Il 9 febbraio del 2010 arrivai con cento scatoloni pieni solo di libri, vestiti e cianfrusaglie. Il 1° maggio del prossimo anno me ne andrò più o meno con gli stessi scatoloni, porterò via la lavatrice e la tv che comprai i miei primi giorni qua, un paio di quadri e qualche bottiglietta di sabbia in più, ché nel frattempo questi anni ho viaggiato parecchio, un iMac nuovo e un paio di ventilatori a colonna, anche se dove andrò, per la prima volta in vita mia, avrò l'aria condizionata.
Le librerie Ikea credo invece che le abbandonerò, come al solito, come sempre: il post sulle librerie Ikea che non è vero che te le porti dietro di casa in casa l'ho già scritto anni e anni fa.
I prossimi sei mesi saranno molto impegnativi e intensi, l'ho già scritto, ma giusto per ricordarmelo e iniziare a raccattare energie in giro.
Più che altro non disperderle.

Dopo anni e anni mi sono finalmente deciso e ho fatto la risonanza, e niente: un paio di moderate protrusioni in L4-L5 sx e L5-S1 dx, nessuna ernia. Quindi la verità è che la mia schiena sta molto meglio di quanto abbia creduto in questi ultimi anni. Devo solo prendermi cura di me stesso, quella cura che da quando mi sono trasferito qui ho invece trascurato del tutto.
Ero impegnato in altro. Dal nuovo indirizzo si può arrivare correndo direttamente all'ingresso del parco. Me lo segno qua come appunto, sai mai.
Anche se il mio giro da Oreno e per i campi dietro Cascina Bruno a me piaceva molto, in realtà.
TAG: casa, diario, trasloco
23.57 del 29 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 


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