Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 The Far East chronicles, chapter 1: preparazione
NOV Travel Log: Far East for business
Dopodomani parto e sto studiando un po'. E niente, sono passati sedici anni e la Cina corre alla velocità della luce. O quasi.

2018. Da Suzhou a Shanghai ci sono 57 treni proiettile al giorno che coprono la distanza di oltre cento chilometri in un minimo di 25 minuti. Il biglietto in prima classe costa circa 9$.
Figo, penso, così uscendo dall'ufficio alle cinque riesco ad essere a Shanghai nel tardo pomeriggio e trascorrerci ancora un paio di serate, viaggiando pure comodo. Posso quindi prendermi con più calma il weekend in cui arrivo e soggiorno nella metropoli.
Verifico anche che la stazione ferroviaria di Suzhou è proprio a due passi dal mio hotel, comoda dunque se rientro da Shanghai la sera tardi.
Leggo le FAQ sull'acquisto dei biglietti: è possibile fare il ticket elettronico con una app fighissima, che scarico subito e mi installo sull'iPhone. Scopro però che il biglietto elettronico serve per recarsi alla biglietteria in stazione e ritirare quello cartaceo. Cioè, per prendere il treno è obbligatorio avere il tagliando di carta, quello digitale serve solo come facilitatore per non perdere poi tempo allo sportello a spiegarsi con l'impiegato delle ferrovie.
In effetti è un passo avanti rispetto a sedici anni fa, non fosse che praticamente usano la tecnologia come i Flintstones.

Una cosa che non è cambiata affatto in sedici anni è che in Cina, per prendere il treno, bisogna presentarsi in stazione almeno un'ora e mezza prima, meglio due. A quanto pare persistono le maledette procedure di controllo e check-in come in aeroporto (che poi per la verità è un po' come accade negli Stati Uniti).
Quindi, in sostanza, per fare venticinque minuti col treno proiettile impiegherei quasi cinque ore in totale di viaggio, tutto considerato. Tanto varrebbe andarci a piedi a Shanghai, anche perché a questo punto il tempo che avrei a disposizione si riduce a quello di un caffè.

Mi scrive la segretaria da Shanghai per dirmi che all'aeroporto mi aspetta una macchina con l'autista per portarmi all'hotel. È circa un'ora di viaggio, immagino il costo sia piuttosto elevato.
Mi viene in mente che all'aeroporto di Shanghai deve esserci qualcosa di figo. Controllo: c'è in effetti il Maglev, il treno a levitazione magnetica più veloce del mondo, che viaggia oltre i 400km/h. Costa circa 7$ e in 7' netti mi porta diretto a una fermata di metro di distanza dal mio hotel. In dieci minuti posso essere dall'aeroporto alla reception dell'hotel, a più di trenta chilometri di distanza.
Scrivo alla segretaria che rinuncio al driver. A parte l'assurdità di trascorrere un'ora nel traffico di Shanghai spendendo una cifra, avendo una qualsiasi alternativa più economica e veloce, non voglio certo perdermi l'esperienza del Maglev (che per fortuna fa parte della rete metropolitana di Shanghai e sfugge alle demenziali procedure delle ferrovie cinesi).

Confermo: a Suzhou sembrano esserci dei bellissimi giardini protetti dall'Unesco e ci sono anche tre o quattro linee della metro.

Coi giapponesi sto già diventando pazzo ancora prima di partire. Queste ultime due settimane di preparazione del mio viaggio in oriente hanno completamente ribaltato il punto di vista su cinesi e giapponesi che mi ero costruito nelle esperienze precedenti.

Questa volta, dopo anni e anni, non riuscirò a partire col solo cabin-trolley e mi toccherà imbarcare: non riesco a ficcare dentro al bagaglio a mano gli abiti e le camicie per due settimane di lavoro, e i giapponesi in particolare, a differenza degli americani, ci tengono al dress code. Maledetti.
TAG: cina, shanghai
23.21 del 01 Novembre 2018 | Commenti (0) 
 
28 Far East in business class
OTT Travel Log: Far East for business, Spostamenti
E quindi a breve si riparte, ancora per lavoro, e questa volta si vola ad est. A parte essere la mia seconda volta in Giappone dopo il viaggio del 2006 e la seconda in Cina a quattordici anni di distanza dall'overland in Asia (la terza se considero Hong Kong nel '97), sarà soprattutto la mia prima occasione a Shanghai.
Ritorno dunque nuovamente in Asia per l'ennesima volta, ormai ho perso il conto. Ritorno nel continente che ha più segnato la mia vita, otto anni dopo la fuga in Corea, il mio ultimo viaggio in oriente, a parte un paio di stop over negli anni successivi.
È stata una lunga assenza, cercata, voluta. Avevo bisogno di chiudermi le porte a est. Eppure l'estremo oriente richiamava ormai da un po', ci stavo lavorando nuovamente da un paio di anni, con altri obiettivi e certo non per lavoro, e soprattutto non da solo.
E invece.

Ritorno in Giappone e in Cina con sentimenti imperscrutabili a me stesso, per il significato unico che entrambi i viaggi precedenti hanno avuto nella mia vita.
Il primo è anche l'unico paese al mondo nel quale ho sempre detto che sarei immediatamente tornato avendone la possibilità, io che non amo tornare mai da nessuna parte (ma anche questo, ormai, non è più vero da tempo, anzi: se c'è qualcosa che l'invecchiare mi ha portato è stata proprio la consapevolezza del voler tornare sì ovunque e non è un caso, suppongo).
Il secondo a modo suo mi ha segnato forse più di ogni altro. È uno dei paesi dove ho trascorso più tempo, gli ho costruito attorno il mio unico libro e ho lasciato irrisolta la sconfitta nel confronto culturale più complicato che abbia mai dovuto affrontare. Ho un conto aperto sedici anni fa che forse è venuto il momento di provare a chiudere.
E quindi di nuovo in Cina e in Giappone, questa volta da solo.

Il 2018 era partito sconfitto e stancamente arreso a un destino che credevo ormai inesorabilmente tracciato davanti a me. Chiuderà avendomi portato (quasi) due giri del mondo e quattro continenti in pochi mesi, circa centomila chilometri per aria, terra ed acqua. Una statistica fuori scala persino per me.
È all'improvviso diventato l'anno dei ritorni, in America, in Oceania, in Asia. L'anno in cui avrò toccato, talvolta solo per il tempo di un caffè, Sydney e Los Angeles, Houston e Tokyo, Abu Dhabi e Seattle, Philadelphia e Vancouver, Shanghai, New York e Rarotonga.
È arrivato forse tardi, ché la mia vita ormai è qui e quando è stato il tempo quel tempo è stato bruscamente interrotto da altri eventi, o forse è arrivato al momento giusto, ché a cinquant'anni suonati da un pezzo, con quel che sono stati gli ultimi dieci, è tempo di rimettersi in gioco e provare, per una volta, almeno una volta, a fare davvero sul serio.
Così ci sto provando. Di occasioni per caso, in vita mia, ne ho gettate al vento oltre misura e la stazione che ho lasciato è ormai vuota, rimane aperto solo lo sportello degli arrivi.

E quindi a breve si riparte. Metterò piede anche in Qatar, ma questa volta, purtroppo, non basterà: non riuscirò a piantare la mia centoicsesima bandierina a Doha, troppo brevi gli stop over in andata e ritorno, solo due ore, non saranno sufficienti per tentare la sortita e uscire almeno dall'aeroporto, e mi rode, mi rode sempre, come sempre. Non mi basta mai.

Come d'abitudine sto preparando la mia mappa. Sfoglio la Pocket Lonely Planet di Shanghai e mi segno cose. Avrò un mezzo sabato e una domenica intera, in mezzo alle due settimane di viaggio e lavoro, e viaggio e lavoro, e ancora viaggio e ancora lavoro, e dunque punto gli spilli cercando di unire tutti i puntini affinché il mio disegno sia il più completo possibile nel pochissimo tempo a disposizione.
A Tokyo invece arriverò di sera e d'altra parte sarò solo in transito per la mia prima destinazione, Fujisawa.
Non importa, Tokyo la conosco e la ricordo bene. Sto comunque studiando. Fujisawa si trova a poco più di un'ora di treno da Tokyo: una cena a Shinjuku, una foto per i ragazzi dallo Shibuya crossing, potrebbero anche scapparci, perché no. E poi Fujisawa è a soli venti minuti da Kamakura: mi piacerebbe tornarci dopo tutti questi anni, per quanto vorrebbe dire affrontare da solo il mio passato, e dunque non so. Non so.
E poi, alla fine, quando? Una sera per cena?
Non so.

Forse no. Forse resterò la sera a gironzolare a caso per Fujisawa, Okayama poi, un Nozomi in mezzo.
E i grattacieli di Suzhou. Mi dicono che ci sono dei bei giardini.
Ci sono i grattacieli a Suzhou?
Non so, non so.

JPN-CHN-01
TAG: viaggiare, viaggio, oriente, Shanghai
15.48 del 28 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
12 USA chapter 6th
OTT Travel Log: USA for business
6 ottobre, somewhere in USA

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, anche se per me sono le quattro del mattino, perché sono partito all’alba da Milano, ho viaggiato per quasi ventiquattr’ore, sono appena arrivato e dunque il mio è ancora il fuso orario dell’Europa Centrale, e probabilmente per il sonno fra un po’ crollerò con la faccia dentro al piatto che ho davanti.
Fuori piove, o meglio, fa uno di quei temporali che si vedono nei film americani, con tantissimi lampi che illuminano la foresta, le casette di legno col prato attorno e il pickup parcheggiato davanti al garage (perché gli americani parcheggiano la macchina davanti al garage e non dentro il garage?), la Interstate 90, la stazione di servizio lungo la Interstate 90, il Burger king e il KFC lungo la Interstate 90, il mio Holiday Inn lungo la Interstate 90 e tutto quel che c’è sotto il cielo buio e nuvoloso di questa regione del Lago Erie attraversata dalla Interstate 90, che a Est va a finire alle Cascate del Niagara, credo un centinaio o poco più di miglia in là, e a Ovest porta fin sulla costa Pacifica, a Seattle, dove peraltro ero a Marzo.
Perché questa, a parte essere la mia sesta volta in America, è anche la seconda quest’anno, e non era programmata. Per essere un Paese che non mi sono praticamente mai filato davvero, Lamerica, negli ultimi anni, sta diventando quasi un'abitudine.

Dicevo.

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, sono seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, un ristorante come vi potete aspettare che sia un ristorante americano lungo la Interstate 90, tipo che in Italia ci sarebbe una trattoria per camionisti e invece in America sei dentro a un film di Tarantino e a un tavolo ci sono seduti Samuel L. Jackson e Tim Roth, l’aria condizionata è a palla e sto per cenare, diciamo così, anche se appunto per me continuano ad essere le quattro del mattino e questo, per la verità, è almeno il sesto pasto di oggi, perché ho fatto colazione a casa alle cinque prima di uscire, poi una seconda colazione in aeroporto alle sette, poi un’altra colazione in aereo sul volo per New York, che tuttavia era quasi un pranzo, anche perché ho volato in First Class e lì non fanno altro che darti da mangiare in continuazione, e infatti poi mi han dato un pranzo vero, che però a quel punto per me era quasi cena, e poi ancora uno spuntino prima di atterrare al Kennedy, che per me erano già quasi le otto di sera, ma per gli americani della costa est era appena passata l’ora di pranzo.
Poi invece la sera, la sera americana intendo, sul volo per Cleveland non mi hanno dato la cena, solo dei salatini, e quando a Cleveland sono infine arrivato, all’aeroporto era ormai tutto chiuso, quindi niente cena, che anche se per me ormai era notte fonda per gli americani invece eran le nove di sera, e comunque io avevo fame.

E questo a prescindere dai dodici litri di caffè americano che probabilmente ho bevuto dall’istante in cui sono salito sul primo volo questa mattina (e un succo di arancia, che chissà poi perché quando sono in volo mi vien sempre da prendere il succo d’arancia, forse perché quando passano col carrello, soprattutto in prima classe, ci son seimila cose da bere ed è sempre l’ora sbagliata per tutto, perché non è che prendi il vino o lo spumante alle dieci del mattino, e io non bevo praticamente più bibite gassate da quando sono entrato nell’età adulta e dunque alla fine, per non far la figura di quello che chiede solo acqua, ma anche per non rinunciare quando passa il carrello a prendere qualcosa che è pur sempre gratuito, ché un po’ di sangue genovese evidentemente mi è rimasto, va a finire che ordino sempre un succo d’arancia, oppure il caffè e se è un mattino che dura quindici ore finisce che bevo dodici litri di caffè americano).

Comunque niente, alle nove di sera passate sono arrivato a Cleveland e l’aeroporto era deserto. A margine, sappiate che esiste un volo Cleveland-Reykjavík, che immagino essere probabilmente una distorsione di Matrix, un errore di cui mi sono accorto per un caso fortuito, o forse perché sono l’eletto.
All’aeroporto di Cleveland ho preso un taxi e sono arrivato fino a Mentor, sperduta località sulle rive del Lago Erie dove si trova il mio hotel, l’Holiday Inn citato poc’anzi, a circa una quarantina di miglia da Cleveland. E a quel punto niente, ho lasciato il trolley in hotel e sono uscito, al semaforo ho attraversato l’Interstate 90 ormai deserta e fra il Burger King, il Taco Bell e il KFC qua davanti ho scelto il Ruby Tuesday e mi ci sono infilato dentro per mangiar qualcosa al volo, per cena, chiamiamola così, anche perché stava iniziando a piovere forte, ero (sono) molto stanco, per me sempre le quattro del mattino sono e non avevo voglia di perder troppo tempo a guardarmi in giro.
Tanto si vede benissimo che attorno a qua non c’è un belìno.

Siccome sono molto stanco e sono appena arrivato, mi sono peraltro dimenticato di essere in America, così a Mentor, Ohio, a questo punto della storia sono le 22:30, le quattro e mezza del mattino per me, sono in viaggio da quasi ventiquattr’ore, sono stanco e ho sonno nonostante tutto il caffè che mi sono scolato in viaggio, e questo sarebbe ormai il quarto pasto di oggi, volevo solo fare un rapido spuntino leggero, e invece ora davanti a me ci sono due petti di “chicken fresco” - non uno, due - che più o meno sarebbe la cosa più leggera nel menù, tipo un petto - due - di pollo alla griglia, e invece alla fine è un petto - due - di pollo marinati nel limone, affogati in una salsa barbecue, accompagnati da un chilo di patatine fritte e di insalata mista mescolata con varie cose, a sua volta accompagnata da almeno mezzo chilo di pane impregnato nel burro fuso, rosolato nel sale grosso, a sua volta accompagnato da una ciotola di senape dentro la quale andrebbe inzuppato, e infine un boccale da circa mezzo litro di birra.
Ho mangiato tutto, tranne l’ultimo pezzo di pane.

A làtere, per arrivare fin qui, ho anche fatto uno scalo a New York di qualche ora ed era dal 1991 che non venivo a New York, città della quale peraltro non avevo un bel ricordo. Ma ero giovane e inesperto, ed oggi, uscendo dal Kennedy e infilandomi nella metropolitana per tentare una sortita quick and dirty a Manhattan, un brivido mi è corso lungo la schiena, ché alla fine se non ti dà un po' i brividi essere a New York, checcazzo, ma che cosa deve darteli nella vita?
Così, forte ormai del fatto che - possiamo dirlo? - alla mia età, e con buona parte del globo terraqueo in tasca, la verità è che sono davvero capace di essere ovunque un cittadino del mondo - e mi piace pure pensare di saperlo essere davvero - be', sono sbarcato dall'aereo, mi sono fatto rapidamente due conti con Google - e dio benedica Google e gli Stati Uniti d'America, ché io proprio non lo so come facevamo quando Google e tutto l'ambaradan intorno non esistevano - e pur non tornando a New York da ventisette anni l'ho affrontata come fosse stata Milano, così che cronometrando al minuto il tempo che mi separava dal volo per Cleveland mi sono infilato nella metro, sicuro come a San Babila, e con 7$ sono sbarcato diretto a Fulton Street, Manhattan, dentro all'Oculus di Calatrava, attraversandolo di corsa e riuscendo pure a fare un paio di foto strappate al volo, per ritrovarmi infine esattamente dove volevo essere e non mancare l'occasione: Ground Zero, il 9/11 Memorial.

Perché io, nel 1991, in cima alla Torre 2 avevo cenato. Era stato l'unico momento davvero emozionante di quel viaggio: avevo ventisei anni, era la mia prima volta in America, mi ero portato una giacca e una cravatta apposta per cenare lassù al Windows of the World e l'America, da lassù, era tutta illuminata ai miei piedi.
Dove ventisette anni fa avevo cenato oggi c'è un buco con una fontana e lungo il perimetro della fontana sono incisi duemilaseicentrotre nomi. Il buco è quadrato ed esattamente grande quando il perimetro della torre che era lì e che non c'è più.
Tutta la zona attorno, bellissima, è completamente irriconoscibile. È un'altra città e no, non è la mia memoria.
Mi è venuto da piangere. Mi sono fatto il segno della croce, mi è sembrata l'unica cosa da fare. E mi sono infilato di nuovo nella metro per correre in aeroporto, che ormai ero al pelo per perdere il mio volo per Cleveland.

Ho anche sbagliato metro, nella fretta. Ché niente, sono un cittadino del mondo, ma New York è l'unico posto al mondo dove sbaglio la metro, anche ventisette anni dopo. Non a Pechino, non a Tokyo, non a Mosca. A New York, inesorabilmente, la sbaglio.

Comunque in Ohio sono arrivato ed eccomi seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, a Mentor, provincia di Cleveland.
Nel caso vi stiate chiedendo che ci faccio a Mentor, è la località più prossima agli uffici di Concord, prima tappa di questa mia breve tournée per lavoro negli States che dopo Cleveland (Concord), toccherà Philadelphia (Colmar, una quarantina di miglia a nord) e Houston (Sugarland, giassai), ché da inizio settembre, come ho scritto altrove, è iniziata me una nuova vita. Una vita che, qualcosa mi dice, sarà molto poco sedentaria, un po' come ai vecchi tempi, e dunque perfettamente in linea con lo spirito di questo ormai anziano blog.
Del resto appena iniziata son finito subito in Germania, a distanza di un mese sono in America e presto, a occhio, davanti a me si apriranno nuove e sempre più remote avventure.
Perlomeno si spera.

Intanto a Mentor, Ohio, sono quasi le 23:00, o le 11pm come dicono qui, per me ormai è l'alba di domani, devo riattraversare l'Interstate 90 e avviarmi verso l'hotel, dove finalmente crollerò a dormire.
Siccome è sabato e in realtà inizio a lavorare lunedì, domani magari mi affido a Uber - dio benedica Uber e gli Stati Uniti d'America - e mi faccio portare a Cleveland downtown, affacciata sul lago Erie e nota perlopiù per quei brocchi dei Browns e per la Rock and Roll Hall of fame.
I prossimi giorni conto di appuntarmi cose qua e là, e magari al mio rientro tirarne fuori qualche post interessante. Ché Lamerica, è un dato di fatto, ben si presta sempre ai post interessanti.

P.S. Breve recensione del Lago Erie, tanto che ci sono: il Lago Erie (ricordate: Erie, non Eire) è uguale al lago Michigan, al lago Ontario e all'Oceano Atlantico. Non sorprende che poi vengano a cercar casa a Laglio, provincia di Como.

USABusiness01
Ottobre 2018, di nuovo partenza...
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L'Oculus di Calatrava a Ground Zero, NYC
USABusiness03
9/11 Memorial, Ground Zero, NYC
USABusiness04
WTC, Ground Zero, NYC
USABusiness05
NYC subway
USABusiness06
Flying to Cleveland, Ohio
USABusiness07
Tifosi dei Cleveland Browns
UsABusiness08
R&R Hall of Fame, Cleveland
UsABusiness09
UsABusiness10
UsABusiness11
UsABusiness12
UsABusiness13
Random shots from Cleveland, Ohio
UsABusiness14
Lake Erie, Mentor-on-the-lake, Ohio
TAG: USA, New York, cleveland, ground zero
02.34 del 12 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
17 Viaggio in Italia Centrale (Centodieci/66-74)
SET Centodieci, Spostamenti, Travel Log: Italia Centrale
Insomma, un po' tirata di corsa, ma alla fine, a dispetto delle premesse, missione compiuta: nove giorni, otto notti, poco meno di duemila chilometri per inanellare, rigorosamente nell'ordine, Macerata (tappa numero 66 e primo pernottamento), Fermo (67), Teramo (68, che per qualche giorno ha strappato a Rovigo il titolo di capoluogo più inutile del Belpaese), Ascoli Piceno (69, seconda notte), L'Aquila (70, di cui ho già scritto un paio di post fa, dove abbiamo trascorso altre due notti), Rieti (71, che ha inesorabilmente scalzato Teramo dal podio dopo soli tre giorni di regno), Terni (72, sesta notte, dove ci siamo schiantati contro l'unico ristorante di tutta l'Italia centrale dove si mangia peggio che in un Burger King di Atlanta, bilanciato peraltro dal migliore aperitivo e dallo spritz più economico di tutto il viaggio, la sola ragione per cui fare una sosta a Terni), Viterbo (73, piacevole e inattesa sorpresa, e settima notte nell'unico B&B del tour) e infine Perugia (74, ultima notte, una città la cui circolazione automobilistica non ha nulla da invidiare al famigerato cuore della vecchia Shenzen).

Ai lettori più attenti, in grado di digerire il lungo periodo precedente senza essersi persi fra parentesi e subordinate, non sarà sfuggito che manca una notte all'appello, la quinta, trascorsa nella ridente, be' no, frizzante, no, allegra, no, rilassante - vabbè, diciamo rilassante - località di Arrone. Anzi, per la precisione a "Vocabolo Isola", frazione di Arrone, un punto qualunque lungo la provinciale 209 dell'Umbria, individuato su Booking perché così "dormiamo vicino alla Cascata delle Marmore e il giorno dopo siamo già lì", salvo il giorno dopo rendersi conto che Arrone è a sei chilometri dalla cascata, l'hotel prenotato a Terni per la notte successiva a soli cinque.

È stato un giro improvvisato di giorno in giorno, disegnato a partire dal piano originale che prevedeva di scendere almeno fino in Molise e che già di per sé era abbastanza indefinito: in verità alla fine è probabilmente riuscito meglio in questa versione, più coerente, sebbene più breve e un po' tirato, a cavallo fra Marche, Abruzzo, Lazio ed Umbria; lungo la rotta, oltre ai Sibillini, al Gran Sasso e al salto delle Marmore, soste anche a Orvieto e a Todi, il giro completo del lago di Bolsena e pure il tempo per una passeggiata sulle rive del Trasimeno.
Non ero mai stato in queste regioni, intese come luogo geografico: mi era capitato per lavoro, molti anni fa ormai, di attraversare la dorsale appenninica verso sud spingendomi anche fino a Napoli lungo la A1, o seguire talvolta la costa adriatica fino in Puglia lungo la A14, ma si parla degli anni '90.
Ancora per lavoro tre anni fa ero sì arrivato fino in Basilicata, ma saltando tutta l'Italia grazie all'alta velocità che mi aveva depositato direttamente a Salerno. E poi spesso a Roma, certo, ma direttamente in aereo, o più recentemente in treno. In mezzo, il grande boh.

In Italia centrale, nel senso prettamente turistico della questione, non tornavo probabilmente da quando ero ragazzo e viaggiavo coi miei, e comunque a memoria direi che non ero mai stato in questi posti: non davvero sugli Appennini, mai sul Gran Sasso, né alle Marmore, né sui laghi. Tutti luoghi perlopiù sempre appartenuti alla toponomastica imparata diligentemente a memoria alle scuole elementari, nomi nella mia testa privi di alcuna connotazione e reale collocazione geografica.
Teoria e basta.
Ho finalmente dato loro un volto.

E peraltro, a distanza di ormai dieci anni da quando l'ho ideato, è un dato di fatto che il Progetto 110 abbia via via cambiato anima. Alle toccate e fuga dei primi anni riservate ai capoluoghi vicini a casa, spesso attraversati in corsa approfittando di qualche trasferta per lavoro con una rapida uscita dall'autostrada per un panino in centro, uno scatto al duomo col cellulare, un caffè e via, hanno iniziato a seguire classiche gite domenicali, armato di Wikipedia, ché tanto che c'ero e avendo più tempo perché fermarsi solo al duomo?
E poi, inevitabilmente, le prime notti fuori per poter completare il Nord Italia, a iniziare dalla trasferta fino a Belluno, prendendo dentro lungo la rotta anche Verona e Treviso, o il ritorno a Venezia regalato per il mio cinquantesimo compleanno, fino al primo viaggio vero e proprio di due anni fa, la prima settimana intera dedicata al Progetto 110. Capoluoghi, sì: Mantova, Ravenna, Siena, Urbino, ma anche la bellissima deviazione per Chioggia e il delta del Po. Ché ormai sei in macchina e sei in viaggio e inizi a spingerti sempre più in là, e non è detto che tornerai in zona nel medio termine, magari nemmeno mai più, che ne sai. Quindi tanto vale approfittarne.

E dunque viaggio, sì. Dieci anni fa erano puntate dirette ai capoluoghi, ai soli duomi addirittura. Dieci anni dopo sono occasioni di viaggio vero, in giro per l'Italia: itinerari disegnati come quando andiamo all'estero, cercando di approfittare del tempo a disposizione per prender dentro tutto il prendibile, guide turistiche alla mano, scegliendo gli hotel su Booking come abbiamo sempre fatto per andare in capo al mondo, investendo serate a studiare, a prenotare, a immaginare.
A mettere in fila i puntini studiati a scuola decine di anni fa e collegarli oggi su Google Map, per poi salire in macchina, fare il pieno, e via. Possibilmente facendo il meno autostrada possibile, ché in viaggio dobbiamo guardarci attorno e fare foto a ogni curva.
Senza mai dimenticare il duomo del prossimo capoluogo sulla strada, ché sempre del Progetto 110 si tratta.

Nota: Gli hotel son segnati sulla mappa di Google, le recensioni le ho lasciate direttamente su Booking, le foto sono archiviate su Smugmug (non tutte, ci sto ancora lavorando).
Sono passati dieci anni anche nel modo in cui documento i miei viaggi e ormai di Orizzontintorno sopravvive solo questo blog.

centodieci2018b
L'itinerario del Progetto 110/2018
centodieci2018c
Lo stato attuale del Progetto 110
MC01
Duomo di Macerata (66/110)
FM01
Duomo di Fermo (67/110)
TE01
Duomo di Teramo (68/110)
AP01
Duomo di Ascoli Piceno (69/110)
AQ01
Duomo dell'Aquila (70/110)
RI01
Duomo di Rieti (71/110)
TR01
Duomo di Terni (72/110)
VT01
Duomo di Viterbo (73/110)
PG01
Duomo di Perugia (74/110)
TAG: macerata, fermo, Ascoli, terni, perugia, Teramo, viterbo, l'aquila
23.32 del 17 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
03 Intermezzo sul Gran Sasso (Centodieci/66-74)
SET Spostamenti, Centodieci, Travel Log: Italia Centrale
[Questo è il secondo post in differita e in ordine sparso sul viaggio degli scorsi giorni con cui abbiamo inanellato ben nove nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci. E niente, forse prima o poi riesco a scrivere qualcosa anche delle tappe cittadine.]

Io sono un alpinista. O almeno lo sono stato insomma, comunque, per dire. Sono cresciuto sulle Alpi e ho studiato per anni e anni tutte le catene montuose del mondo: so tutto dell’Himalaya e del Karakoram, conosco cima per cima le Ande, le Montagne Rocciose non hanno segreti per me, potrei recitare a memoria le vie di salita al Kilimanjaro e sono stato persino sui Monti Tatra, che voglio dire, belli i Tatra per carità, ma capisci.
Gli Appennini no: per qualche ragione che adesso mi appare incomprensibile, non me li ero mai filati prima.

Qualche mese fa ho letto un libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, che mi ha aperto un mondo nuovo. È nata così l’idea di approfittare di questo giro estivo a collezionare nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci per infilare almeno una tratta della dorsale appenninica, deviando da Ascoli Piceno verso il Parco dei Monti Sibillini e il Monte Vettore, e sfruttando la tappa a L’Aquila per metter piede sul Gran Sasso.
Itinerario classico: la bellissima strada per Campo Imperatore e il breve sentiero che sale al rifugio Duca degli Abruzzi, da cui si apre un panorama davvero spettacolare sul circo del gruppo più elevato dell’Appennino.

Scendendo da Campo Imperatore verso Santo Stefano di Sessanio la strada attraversa un altopiano che a tratti mi ha ricordato moltissimo il Gobi e la Mongolia: nulla attorno fin dove può spaziare lo sguardo all’orizzonte, antropizzazione pressoché nulla. Qualche gregge di pecore, cavalli liberi, luce radente, nessuno in giro - nella settimana dopo ferragosto.
Un paradiso terrestre, che peraltro trasmette l’idea di condizioni invernali che possono essere molto difficili, assai peggio che sulle Alpi, per via del terreno così scoperto, aperto alle raffiche di vento e alle perturbazioni che arrivano qui direttamente dal mare, senza incontrare ostacoli.

A Santo Stefano ancora segni evidenti del sisma che ha colpito L’Aquila nove anni fa. Fra i Sibillini e il Gran Sasso, nel punto di incrocio di Marche, Umbria ed Abruzzo, per tre giorni non facciamo altro che attraversare macerie, macerie e macerie. Ogni paese porta le sue ferite, alcuni borghi sono stati letteralmente cancellati, altri sopravvivono a fatica.
Dell'Aquila e di Petrare, Castelluccio, Amatrice, Arquata, ho già scritto e ne han parlato i mass media per anni, ma non c'è insediamento che sia stato risparmiato dai terremoti che hanno ripetutamente colpito nel 2009, 2016 e 2017 questo territorio estesissimo, dove per contro puoi guidare un'ora senza incontrare un'anima e l'urbanizzazione è scarsissima. Sono zone spopolate, in larga parte selvagge, parchi nazionali meravigliosi dove i rapaci ti volano sopra la macchina mentre percorri strade quasi deserte.

Santo Stefano di Sessanio è in piena ricostruzione, il turismo fa ancora la sua parte, sebbene a guardarsi attorno ci sia da chiedersi come tirino avanti al di fuori della breve stagione estiva. C'è un campeggio, negozi di artigianato, due o tre ristoranti che funzionano a pieno regime, dove naturalmente si mangia benissimo, un albergo sparso, impalcature e gru ovunque.
Una piccola L'Aquila aggrappata al fianco della montagna.

Poi a L'Aquila torniamo, per un'altra notte. Alle spalle abbiamo già timbrato Macerata, Fermo, Teramo e Ascoli Piceno. L'Aquila è la tappa numero settanta del Progetto 110.
Davanti ci aspettano Rieti, Terni, Viterbo e Perugia, e qualche altra escursione improvvisata fuori programma.

GS01
Verso Campo Imperatore
GS02
Campo Imperatore
GS03
GS04
Salendo al rifugio Duca degli Abruzzi
GS05
GS06
Il rifugio Duca degli Abruzzi al Gran Sasso
GS07
GS08
GS09
Gran Sasso
GS10
GS11
GS12
GS13
GS14
Santo Stefano di Sessanio

Tutte le foto del Gran Sasso sono qui.
Tutte le foto di Santo Stefano di Sessanio sono qui.
TAG: gran sasso, Appennini, campo imperatore
00.12 del 03 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
18 Un anno
AGO Running, Salute, Diario
Ieri ho compiuto un anno da quando mi sono rimesso le scarpette e sono tornato in strada, e già questo è un traguardo di cui essere contento perché, onestamente, non avrei scommesso un euro che questo nuovo tentativo di riprendere a correre dopo sette anni sarebbe andato più in là di qualche settimana.
Invece questa volta ho tenuto duro, tutto sommato senza nemmeno troppi alti e bassi. Con l'arrivo dell'autunno ho ripreso il lavoro e ho portato le scarpette con me anche in trasferta, anzi ho approfittato delle mie serate solitarie a San Martino per darci sempre più dentro e un po' alla volta limare i tempi, allungare i percorsi, riavvicinarmi alle prestazioni di un tempo.
Non mi sono fermato nemmeno quando il freddo ha iniziato a farsi davvero sentire: ho rispolverato l'abbigliamento invernale rimasto chiuso negli armadi per anni e ho continuato, con la pioggia e con la neve, sotto zero e la sera tardi, iniziando a correre spesso anche in salita.
Ho scollinato l'inverno e a maggio ho passato anche la visita sportiva.

Per fermarmi, quasi, c'è voluto il ritorno delle fibrillazioni, improvvise e inattese, solo pochi giorni dopo aver ottenuto la certificazione. In realtà, pur con qualche timore, sono riuscito a non smettere lo stesso: il cardiologo mi ha raddoppiato i betabloccanti, ho studiato la situazione per qualche settimana, ho più o meno individuato la causa dei problemi e con molte cautele ho continuato.
Certo ho diminuito le occasioni, un po' per il caldo, che quest'estate ho patito parecchio, un po' per paura, un po' per frustrazione: negli ultimi due mesi sono andato solo una o due volte a settimana, spesso interrompendo per il manifestarsi delle fibrillazioni, e le prestazioni si sono drasticamente abbassate di colpo, complice anche la doppia dose di betabloccanti.
Un po' alla volta ho iniziato a fare sempre più fatica a completare i miei dieci chilometri standard e anche i tempi sono tornati sopra l'ora. A un certo punto, qualche settimana fa, avevo perso quasi dieci minuti rispetto a soli due mesi fa, addirittura fino a un minuto e mezzo al chilometro. Praticamente non riuscivo più a completare un percorso, anzi, spesso mi fermavo dopo quattro o cinque chilometri.

Nelle ultime due settimane, con un po' più di tranquillità interiore, grazie anche a temperature leggermente più moderate e non avendo altro da fare, ho ripreso ad andare con regolarità e finalmente sono tornati anche i risultati.
Dopo più di due mesi, questa settimana ho finalmente infilato di nuovo un paio di uscite consecutive di dieci chilometri sotto il limite dei sessanta minuti, oggi fermando il cronometro di poco sopra i cinquantotto. Ci voleva per festeggiare questo anniversario con un po' di ottimismo e continuare a guardare in avanti.

I numeri delle statistiche mi dicono che in questi dodici mesi ho totalizzato oltre 1.100km, circa la metà di quelli che correvo dieci anni fa nello stesso intervallo di tempo, uscendo 115 volte, ovvero quasi una ogni tre giorni: un altro indicatore di perseveranza del quale posso andare fiero. Non ho mollato mai.
Ho perso quasi venti chili e a parte la schiena, che per la verità non si è praticamente più davvero ripresa, tutto il resto sembra funzionare bene: compreso il cuore, tutto sommato, perché è evidente che le fibrillazioni hanno origine da problemi non strutturali, diciamo così.
Comunque in autunno dovrò tornare dal cardiologo e se ne riparlerà.
A malincuore ho invece purtroppo abbandonato pilates, dopo tre anni: non potevo più permettermelo economicamente e d'altra parte riuscire ogni settimana a infilare due o tre uscite di corsa e la lezione di pilates era sempre più difficile. Però mi dispiace, anche perché in questi anni mi aveva fatto davvero bene alla schiena.

Alla fine, almeno per ora, ho messo da parte qualunque ambizione di tornare a fare dell'agonismo, o di rispolverare qualche sfida lasciata nel cassetto. Se ancora a maggio mi trastullavo con un po' di idee in tal senso, il rimanifestarsi delle fibrillazioni mi ha tagliato le gambe definitivamente, almeno sul medio termine. Va già bene riuscire a conservare la motivazione per non smettere e mantenere la forma ritrovata.
Magari più avanti se ne riparlerà, forse, ma dovessi proprio dire ho la sensazione che difficilmente nel mio futuro ci saranno altre maratone, o anche solo mezze distanze, men che meno obiettivi più ambiziosi. Problemi di cuore a parte, la verità è che se mi volto indietro a guardare questi mesi mi rendo conto non ne ho: più tempo e più testa di quel che ho investito in questo ritorno in strada non riesco a trovare.

Però sono tornato in montagna con fiato da vendere, ho alle spalle una stagione sciistica come non mi godevo da anni, ho portato i ragazzi in Grigna e se mi mantengo posso sperare di fare altre cose più impegnative con loro, come tutto sommato ho sempre sognato.
Sono anche tornato a farmi lunghe nuotate al mare, ho perso tre taglie (e ho dovuto rifarmi di nuovo tutto il guardaroba) e posso mangiare un po' quel che voglio senza troppi sensi di colpa.
E infine ho una scorta di pantoprazolo nell'armadietto della farmacia che sta lì a prender polvere da un anno e che ormai è prossima alla scadenza.

Tutte ottime ragioni per comprare un nuovo paio di scarpette alla fine dell'estate, tenendo un occhio al cuore ché non faccia troppi capricci.

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TAG: running, salute, corsa, cuore
22.23 del 18 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
15 Il Ponte ed io
AGO Amarcord, Prima pagina
Sono a nato a Genova Sampierdarena, la mia famiglia è di Genova, ho sempre considerato Genova la mia seconda città, per quanto i miei si siano trasferiti a Milano quando avevo solo due anni. Ma da bambino ho passato settimane, d'estate, a casa dei nonni a Rivarolo e ho frequentato Genova ancora per tutta l'adolescenza, durante il servizio militare e poi ancora a lungo per ragioni personali, almeno fino a una ventina d'anni fa.

Oggi Google mi ricorda com'era il panorama dalla casa dei miei nonni materni (i nonni paterni abitavano un po' più in basso, proprio a due passi da via Walter Fillak).
A parte averlo attraversato mille volte, la mia Genova è sempre stata quella del ponte ben più di quanto lo siano state la Foce o Boccadasse, e in via Fillak è transitato un pezzo importante della mia vita.

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ll ponte Morandi sul Polcevera, visto da Rivarolo
TAG: ponte Morandi, polcevera, genova
19.42 del 15 Agosto 2018 | Commenti (0) 
 
27 Bosnia 2005
LUG Lavori in corso, Travel Log: Bosnia
Continua il lavoro di riorganizzazione del mio archivio fotografico e nel frattempo sono arrivato al viaggio in Bosnia del gennaio 2005.
Non era la prima volta che mi avvicinavo al teatro di un conflitto terminato da poco tempo, o che mi vi addentravo durante un periodo di tregua. Avevo già visto gli effetti dei bombardamenti nel Libano presidiato dai contingenti delle forze ONU ed ero stato in Cambogia ben prima che diventasse una nuova meta turistica esotica, quando ancora le strade non erano percorribili e buona parte del Paese era un unico campo minato.
Non ero dunque del tutto nuovo ai carri armati e ai cavalli di Frisia, ma i giorni a Sarajevo, ancora sorvegliata dai blindati dell'UNPROFOR e devastata dalla guerra, raggiungibile solo attraverso poche strade aperte fra i campi minati, furono particolarmente claustrofobici. Nemmeno qualche giorno dopo a Mostar, che era in condizioni molto peggiori, si respirava la stessa aria opprimente.

Anche il viaggio fino a Sarajevo, dal posto di frontiera di Slavonski Brod attraverso la Repubblica Srpska, fu allucinante. Avvicinandosi alla capitale bosniaca si attraversavano per chilometri campi minati e paesi completamente rasi al suolo, letteralmente cancellati dal paesaggio.
La pulizia etnica la toccavi con mano, era lì oltre il ciglio della strada.

Trascorsi la notte di Capodanno a Sarajevo, ospite di una giovane coppia croata che aveva organizzato una festa assai movimentata per il veglione. Ricordo che mi chiedevo se i ragazzi presenti fossero tutti croati, o se la fine della guerra avesse in qualche modo iniziato a ricucire gli strappi in quella che un tempo era stata la città più multiculturale e multietnica dei Balcani.
Ancora sapevo molto poco del conflitto che per anni aveva infiammato la sponda orientale dell'Adriatico, a parte quello che quotidianamente riportavano i giornali. Le letture di approfondimento, i film, le storie, i contatti di lavoro durante il mio "periodo slavo", vennero negli anni successivi. Rispetto al viaggio di dieci anni dopo in Kosovo ero molto più impreparato, per quanto si possa essere preparati sugli eventi della guerra nei Balcani.

A Sarajevo mi aspettavo una città spenta e silenziosa, annientata da anni di assedio. In realtà c'era una vita incredibile, la gente aveva una voglia irrefrenabile di risvegliarsi da una guerra spaventosa.
Le case erano ancora piene di armi, del resto tuttora la Bosnia è una polveriera pronta ad esplodere. Così, invece dei botti di Capodanno, la gente usciva per strada e sparava per aria coi Kalashnikov, le pistole e tutto l'arsenale che teneva ancora in cantina. Sembrava di essere in guerra, il che era surreale in una città che ti aspettavi desiderasse solo silenzio e pace dopo anni di granate, cecchini, stragi e bombardamenti.

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Shots from Sarajevo, 2005
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Pijaca Markale, il mercato delle stragi del '94 e '95
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Segni delle granate sull'asfalto di Sarajevo, riempiti di gomma rossa
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Ulica Zmaja od Bosne, conosciuta come "Sniper's alley", Sarajevo
TAG: Bosnia, sarajevo, fotografie, archivio fotografico
15.51 del 27 Luglio 2018 | Commenti (0) 
 
18 E ora devo aggiornare la bio (*)
LUG Viaggi verticali, Mondo piccolo
Per un attimo, sulla cima, mi sono commosso. E adesso, qualche giorno dopo, mentre scelgo quali fotografie inserire in questo post fra le centinaia (ovviamente) che tutti noi abbiamo scattato, mi rendo conto che ho desiderato quell'istante per così tanto tempo che ora mi mancano un po' le parole.
Del resto sto provando a scrivere due righe da ormai quattro giorni e per la verità ieri ero anche arrivato a metà di un lungo papiro, ma poi, come talvolta accade, ho chiuso la finestra sul computer senza salvare.
Così ora son qui da capo a riprovarci.

Insomma.
E così, dopo essercelo ripromesso per anni, ce l'abbiamo fatta davvero.
Due anni fa, di questi giorni, avevo portato i ragazzi in vetta al Resegone, la loro prima vera cima. Il normale percorso che porta a Punta Cermenati, la massima elevazione sulla caratteristica frastagliata cresta sommitale, è in realtà poco più di una facile passeggiata su un bel sentiero che affronta un dislivello tutto sommato contenuto, ottocento e rotti metri che si risalgono in un paio d’ore di cammino.
Quanto basta comunque per provare l’emozione di una vera cima alpina, soprattutto della prima cima della propria vita.
Questa volta abbiamo invece fatto un po’ più sul serio ed è stata un’avventura più impegnativa, ché la Grigna sa essere montagna severa e le sue vie sono lunghe e mai banali, perfino la semplice via normale dal Pialeral, che è pur sempre una botta da quasi millesettecento metri di dislivello, e devi aver le gambe, altrimenti ciao.
Noi l’abbiam fatta da nord, dalla mai banale Cresta di Piancaformia, una via che ben conosco e che ho ripetuto alcune volte, con tratti di facili rocce da arrampicare e alcune sezioni un po' esposte attrezzate con corde e catene: una bellissima avventura per i ragazzi, vissuta in ambiente di vera montagna, lungo un itinerario non breve.

La Grigna è la mia montagna, più di ogni altra. È vero, come ho spesso raccontato anche fra queste pagine, che sono cresciuto in Brenta e che ho trascorso le interminabili estati da ragazzo sui sentieri e le ferrate all’ombra del Campanile Basso e della Cima Tosa; è anche vero che ho trascorso gli anni dell’adolescenza perlopiù sulla montagne della Valtellina e che da giovane adulto ho poi battuto in lungo e in largo l’Engadina, la Val Bregaglia e i quattromila del Vallese e della Valle d’Aosta.
Ma son quarant’anni e passa che vivo con le Grigne e il Resegone che mi disegnano l’orizzonte dalle finestre di casa: sulle torri di calcare monolitico della Grignetta, terreno d’azione dei Ragni di Lecco e del leggendario Cassin, ho mosso i miei primi passi in parete attaccato a una corda; sugli infiniti pendii innevati della Grigna Settentrionale sono tornato da solo in inverno, da adulto, alla ricerca del me stesso perduto.

Non so più nemmeno quante volte esattamente sia stato sulle cime delle Grigne: mi giocherei solo un paio in Grignetta, ma otto sicure sulla Grigna Settentrionale e forse arrivo a contarne undici. Non c’è montagna che conosca allo stesso modo e che abbia salito così spesso per vie diverse.
Due volte dalla via normale invernale, entrambe da solo, le mie salite più belle. Una volta dalla via del nevaio, in estate.
La prima volta fu invece da Mandello, più di trentacinque anni fa: una salita infinita, oltre duemila metri di dislivello. Non ricordo però se fossi salito per la famosa ferrata, o per la più semplice via che passa per il rifugio Elisa: forse avevo combinato i due itinerari.
E poi tre volte sicure, forse quattro, per la Cresta di Piancaformia, questa compresa: una volta però ho raggiunto la cresta dal rifugio Bietti, per il canalino del Guzzi, altre due invece ho percorso la cresta in versione integrale.
E ancora conto quasi certamente un’altra salita dal Bietti, per la Via del Caminetto, ma non riesco a collocarla nel tempo. Di quasi certo, direi, c’è che la Via della Ganda l’ho sempre percorsa solo in discesa, altrimenti ricorderei la noia di una salita del genere per pietraie e ghiaioni. Comunque, non meno di quattro volte, se non addirittura cinque.
Di altrettanto certo c’è che mi mancano almeno quattro o cinque fra le vie più belle, a partire dalla traversata alta delle Grigne, che rimane un po’ il mio pallino, e la complicata salita dal rifugio Riva, che oltre ad essere poco battuta si svolge in una zona piuttosto remota, sviluppa un dislivello considerevole, è logisticamente difficile da gestire e tecnicamente impegnativa, con lunghi tratti attrezzati ed esposti.
Prima o poi.

Così ho finalmente portato i ragazzi sulla mia montagna: abbiamo impiegato nove ore per percorrere tutta la cresta, riposarci in cima una mezz’ora e affrontare poi la solita, per me, infinita discesa dalla Via della Ganda. È stato bellissimo arrivare insieme lassù, fra le nuvole che ci hanno negato - soprattutto a loro, ché io lo conosco bene - il panorama su tutta la Pianura Padana, i laghi, Milano e tutto l’arco alpino a nord.
Sono entrambi nati e cresciuti col panorama delle Grigne e del Resegone a far da orizzonte alle loro giornate: portarli su entrambe le cime, viverle e condividerle con loro, è stato mille volte più emozionante di qualunque altra salita ben più difficile e di tutt'altra natura io abbia fatto nella mia vita.

Con il prezioso aiuto di Eugenio e Andrea siamo così arrivati tutti insieme sulla cima, sotto alla croce dove altre volte mi sono seduto da solo a guardare la mia vita lasciata ai piedi della montagna.
Ci siamo abbracciati e abbiamo scattato mille fotografie.
E, per un attimo meraviglioso, tutto il resto è rimasto a valle, come sempre.

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Cresta di Piancaformia, Grigna Settentrionale, 14 luglio 2018

(*) Quella qua dentro, naturalmente.
TAG: grigna, alpinismo
23.23 del 18 Luglio 2018 | Commenti (1) 
 
09 Tre passi in Svizzera
LUG Spostamenti, Amarcord, Viaggi verticali
Così sono tornato a guardarlo in faccia, nove anni dopo la mia terza sconfitta. Ho accostato la macchina sul ciglio della strada, sono sceso e son rimasto un po' lì davanti a lui.

Era più o meno di questi giorni, il 30 giugno 2009. A conti fatti, da allora ho appeso corda e ramponi al chiodo e quel poco che è venuto negli anni a seguire son state passeggiate e qualche facile escursione coi ragazzi, perlopiù fra le Grigne e la Valnontey.
Lo avevo scritto, è andata davvero così.

Non sono nemmeno più riuscito a darmi pace. Ancora un paio di giorni fa ho aperto i bauli dell'attrezzatura per cercare una cosa per Leonardo: ho tolto un po' di polvere dai coperchi, ho dato una rapida occhiata, ho spostato una corda, l'ultima che avevo comprato una decina di anni fa, una mezza leggera da otto millimetri. Credo di averla usata un paio di volte al massimo. Ho pensato che sarebbe da buttare, ché anche se mai ne avessi bisogno certo non mi affiderei a una corda rimasta arrotolata per quasi dieci anni dentro un baule al buio. Per non parlare delle altre due abbandonate lì dentro: una ha quasi vent'anni, credo.
Ché le corde han bisogno di aria, di vita, di allenamento, anche loro.

Così me ne sto lì sul ciglio della strada, fermo a guardarlo per qualche minuto, lui ed io da soli, Lorenza è rimasta in macchina ad aspettarmi.
La cima è incappucciata, ma il resto del gruppo si vede bene. Anche la Biancograt è scoperta: a un certo punto il sole illumina la bellissima e affilata celebre lama verticale, dividendo perfettamente il versante scintillante da quello in ombra.
Il Morteratsch si è ritirato ancora, ormai è solo il fantasma del ghiacciaio che discesi in sci la prima volta ormai quasi quarant'anni fa. I Palù sono ben visibili, coi caratteristici piloni rocciosi che dividono la parete di ghiaccio settentrionale in tre settori distinti. Quelle cime, almeno, sono state mie. Per due volte, su tre tentativi.
Lui no. Mi sono ritirato nel '96 durante il tentativo con Bruno dal versante italiano, a causa di una violentissima bufera di neve, e anche nel 2008 con Mauro, di nuovo dalla stessa via, sopraffatto dalla stanchezza e dal timore degli ultimi passaggi esposti prima della cima. E ritirato infine nel 2009, dal versante svizzero, ancora una volta vinto dalla stanchezza e dal conseguente crollo psicologico, dopo l'infinita cavalcata in alta quota del giorno precedente attraverso tutta la cresta dei Palù e gli interminabili ghiacciai dell'Argient e della Fuorcla Bellavista, dieci chilometri inesorabili che mi stroncarono, soprattutto dopo la disavventura in discesa dalla cresta del Palù orientale.
Per due volte sono arrivato a un soffio dalla cima: nel 2008 la mancai per non più di cento metri.
A un certo punto devi capirlo quando una montagna non è per te e il Bernina non era per me. Fine.

Ho guidato per quattrocentocinquanta chilometri di statali, valli e tornanti. Siamo passati a salutare Paolo a Campodolcino e poi siamo saliti allo Splügen, ormai un appuntamento fisso ad ogni estate. Poi giù verso Thusis e di nuovo su verso lo Julierpass.
Qui non tornavo da anni, non saprei dire da quando con precisione. Le mie ultime salite scialpinistiche su queste montagne, solitarie, le feci sul versante di Silvaplana nel 2008, direi. Ad occhio potrebbe essere dalla salita del Lagrev nel 2000 con Bruno che non tornavo allo Julier. Una brutta avventura, una giornata pessima con nebbia e nevicata fittissima, la slavina che mi aveva intrappolato le gambe per qualche istante e che avevo evitato solo per un miracolo.
Nel 2000. Diciotto anni fa. Mi sembra ieri. Possibile, davvero, che da allora non sia più tornato quassù? Mi pare addirittura che sia la prima volta che ci vengo in estate, quasi non riconosco il paesaggio senza lo spesso manto bianco che in inverno a questa quota avvolge ogni cosa.

Poi di nuovo in discesa verso Silvaplana, Sankt Moritz e Pontresina. In Engadina mi pare di esser passato l'ultima volta nell'inverno del 2009, andando per lavoro a Innsbruck. Ho l'impressione di non aver più scavalcato il Maloja da allora. E pensare che negli anni '90 ero di casa qui quasi tutte le settimane.
Saliamo al Berninapass, facendo una breve sosta alla stazione del Morteratsch.
Mi aggiro per il parcheggio, guardo in direzione del ghiacciaio. Mi pare di vedermi, quel pomeriggio di giugno di nove anni fa, mentre scendo da solo lungo la morena, voltandomi indietro ogni tanto, la sensazione netta che quella discesa fra i crepacci sia definitivamente senza ritorno. Che i mesi in arrivo mi travolgeranno e che la mia vita stia per attraversare un uragano dove non ci sarà più spazio né per la montagna, né per mille altre cose. Che non ci saranno la testa, la motivazione, le forze, il tempo, i compagni, nulla di quello che mi servirebbe per continuare.

Due settimane dopo quel pomeriggio avevo in programma la traversata dei Lyskamm e un mese dopo la lunga cavalcata de Les Trois Monts, sul Monte Bianco. Non se ne fece nulla: le previsioni meteo scoraggianti fecero saltare il tentativo ai Lyskamm e a quel punto chiusi la stagione e i bauli dell'attrezzatura.
Dall'autunno seguente niente sarebbe stato più come prima.

Ci fermiamo a prendere un tè al Berninapass. Osservo il Sassal Mason e cerco di ricordare la via di salita. Era un'ascensione facile, dislivello contenuto, qualche rischio di slavine, ma buona esposizione, a nord. Neve sempre ottima.
L'ho salito un paio di volte, una mi pare da solo. Ci volevano almeno tre ore in macchina da Milano per arrivare fin qui, raramente mi spingevo fino al passo, più spesso ci fermavamo al Diavolezza.
Mi viene in mente quel giorno fantastico di scialpinismo e discese vertiginose in Val Roseg, con la salita al Chaputschin e neve da favola, polverosa, e la discesa dal Morteratsch con Massimo, con il brutto tempo; e ancora la mia prima salita del Piz Palù, con Bruno, un freddo terribile, uno dei giorni più gelidi della mia vita: in vetta eravamo attorno ai trenta sotto zero.
Le nostre foto sulla cima, col vento artico che spazza la cresta terminale a quasi quattromila metri, solo gli occhi che spuntano dai passamontagna indossati sotto il cappuccio completamente chiuso.

Scendendo dal Berninapass verso Poschiavo, mi fermo su un tornante e scatto una foto panoramica alla valle con una bella luce tardo pomeridiana. Poche volte sono salito al passo da questo versante, ho sempre preferito arrivare dall'Engadina, sebbene in effetti il percorso più rapido da casa sia dalla Valtellina. È che la Valtellina l'ho sempre odiata, almeno tanto quanto ho amato alcune delle sue valli laterali: la Valmalenco, dove abbiamo avuto la casa per qualche anno, e naturalmente la Val di Mello.
Sono passati ventisei anni dalle mie salite al Badile e al Cengalo, entrambe interrotte sotto la vetta per l'arrivo del brutto tempo. Altri due obiettivi rimasti incompiuti, ma quei giorni lassù furono un'esperienza straordinaria, una delle più belle della mia carriera alpinistica.
Fra i progetti ancora nel cassetto c'è il sogno di tornare sotto a quelle cime coi ragazzi, ripercorrere con loro la lunga cavalcata in quota di una settimana lungo il sentiero Roma e le sue ferrate impegnative.
Intanto vediamo se va in porto il programma del prossimo weekend, poi si vedrà.

Sul Bernina ormai lo so, non tornerò più. Quella parte di me è definitivamente alle spalle ed è ora di chiudere il diario dei ricordi. Soprattutto, quello dei rimpianti.

Passi0a
Una giornata fra i miei passi alpini preferiti
Passi01
Splügenpass, 2.117m
Passi02
Julierpass, 2.284m
Passi03
Gruppo del Bernina e ghiacciaio del Morteratsch
Passi04
Berninapass, 2.328m
Passi05
La valle di Poschiavo dal Berninapass
TAG: svizzera, alpi, Bernina, berninapass, julierpass, splugenpass, spluga
11.56 del 09 Luglio 2018 | Commenti (0) 
 
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