Orizzontintorno Carlo Paschetto
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24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

VoloEAUIndia01
Atterrando ad Abu Dhabi
VoloEAUIndia02
Etihad business class
VoloEAUIndia03
VoloEAUIndia04
VoloEAUIndia06
VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
14 Emirati e India (e di nuovo niente Qatar)
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E quindi riparto di nuovo e a 'sto giro volo ad est, così da riequilibrare un po' lo spin del mio moto perpetuo, ultimamente sbilanciato oltre Atlantico.
E quindi, per rilasciarmi il visto per affari, gli indiani mi han domandato che religione professo, mi hanno preso le impronte digitali prima ancora di partire, han ricostruito tutto il mio albero genealogico, hanno voluto sapere ogni particolare della mia professione, hanno pretesto una lettera di invito dalla sede locale della mia azienda e non ultimo mi hanno chiesto di elencare tutti i paesi che ho visitato nella mia vita. A quel punto ho però ho mollato il colpo, nel senso che no, ho consegnato il compito lasciando lo spazio in bianco, ché non sarebbe bastata una pagina intera e avrei dovuto peraltro sfidarli rispolverando la mia solita lezione: come li vogliamo contare?
È pure una questione d'attualità, ché leggo in giro di record che non son record, riferiti a un sistema di misurazione pretestuoso definito solo per giustificare la prestazione stessa e l'inutile spazio mediatico che le è riservato, non per valutarne la dimensione effettiva. Magari ci tornerò e ne scriverò, di nuovo, altrove, che è un tema che sempre mi appassiona (o mi irrita, dipende dai casi).
Il visto, gli indiani, comunque me lo hanno rilasciato lo stesso e le impronte digitali mi han detto che sono valide fino alla scadenza del passaporto. Nel senso che poi devo cambiarle?

Insomma, fra un'America e l'altra, dopo una rapida sosta negli Emirati per far visita all'ufficio di Abu Dhabi, torno in India diciassette anni dopo il mio overland in Asia. All'epoca per la verità la burocrazia era stata molto più semplice, il che fra l'altro mi fa anche venire in mente che i pakistani dell'ambasciata a Pechino mi appiccicarono il visto sul passaporto proprio a fianco a quello per l'India, immagino a mo' di sfregio, ché i due paesi eran di nuovo sull'orlo di una guerra e le frontiere chiuse.
Ad Abu Dhabi invece non torno dal 2001, un'eternità sulla scala dello sviluppo della penisola arabica. Ero ripassato in transito lo scorso anno, sulla rotta per il Pacifico, ma si era trattato solo di uno stop-over senza possibilità di mettere il naso fuori dall'aeroporto.
Dubito di riconoscerla ed essere in grado di ripercorrere i miei passi di allora, mi aspetto un viaggio completamente nuovo.

E dunque India e il pensiero corre inevitabilmente a quelle difficili settimane dell'agosto 2002 nelle quali, proprio a Delhi, ci giocammo la chiave del nostro straordinario e lunghissimo viaggio.
Quanto ho odiato Delhi e la mia India di allora, quanto ne scrissi male nel nostro libro; quanta voglia di tornarci mi è rimasta poi, di farci un viaggio diverso, di ritornare non una, ma tre, quattro, cinque volte, per esplorarla con calma e metodo.
Non sarà questa l'occasione e peraltro, dovessi proprio dire, non ho mai pensato a Goa - la mia destinazione - come possibile meta nei miei piani di viaggiatore.
Ma il lavoro lì mi porta, almeno per qualche giorno (farò anche una brevissima sosta di un paio d'ore a Mumbai, inesistente di fatto): sarà comunque una rapida toccata e fuga, il tempo al solito di qualche riunione, qualche cena ufficiale, magari una sera libera per esplorare le vie del centro cittadino, un paio di passaggi in taxi verso l'ufficio, giusto per vedere un microscorcio di paesaggio indiano dal finestrino e scattare due foto inutili al volo.
Ho visto su Google Map che c'è una spiaggia meravigliosa sull'oceano a pochi minuti a piedi dal mio hotel. Chissà se riuscirò a passarci una serata, a sganciarmi dalle solite cene di rappresentanza e trascorrere qualche ora per i fatti miei - cosa che d'altra parte, per esperienza, in India è pressoché impossibile già di per sé.

Ho anche provato ad allungare lo stop over in Qatar sulla via del ritorno, ma senza successo: mi sarebbe bastato prendere il volo successivo da Doha per Milano, per avere il tempo di uscire dall'aeroporto, mettere piede in città, prendermi un caffè, comprare due cazzate, ripartire col Qatar timbrato e finalmente aggiunto alla mia collezione - che i conti io li faccio con metodo, usando un sistema di riferimento condiviso e tarato sul contesto.
Insomma, invece nulla, non riesco nemmeno a questo giro, Qatar Airways non consente di allungare la fermata all'interno di un biglietto unico Goa-Milano con scalo a Doha.
Andrà a finire che riciclerò le miglia premio della Qatar proprio per un viaggio da quelle parti, magari attaccando il Bahrein (dove però è impossibile andare direttamente dal Qatar, accidenti).

Intanto aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro del 2019.
Il prossimo sarà invece tutto nostro, finalmente un viaggio vero e lungo a sufficienza da non saltare capitoli.
Appuntamento a fine luglio.

EAUINDIA
TAG: Emirati, India, viaggi
00.45 del 14 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
08 Verso l'estate
GIU Mumble mumble
La passione per il viaggio ce l’ho scritta nel DNA e mi accompagna da quand’ero un ragazzino e trascorrevo le ore in auto con i miei in giro per le strade di mezza Europa - l’Europa degli anni ’70, mica quella di Ryanair che conoscono i Millennials - seduto sul sedile dietro al posto di guida per avere la stessa prospettiva di mio padre, fingendo di guidare un TIR. Sognavo di fare il camionista e peraltro ho continuato per un bel pezzo a sognarlo anche da adulto, ma pareva fosse un progetto di vita bizzarro avendo la possibilità di laurearsi e trascorrere la propria esistenza dentro un ufficio per stare dietro a una scrivania a farsi venire il reflusso, le fibrillazioni cardiache, il mal di schiena (be’, quello forse viene anche a fare il camionista) e passare il tempo ad occuparsi di cose di cui, fondamentalmente, non me n’è mai fregato una cippa.
Ogni tanto la tiro fuori ‘sta storia del camionista, a distanza di secoli, e niente, ho cinquantaquattro anni ormai e faccio il manager in una multinazionale. Qualcosa vorrà pur dire.
Comunque.

Dopo la laurea trascorsi qualche anno al CNR, con il duplice scopo dichiarato di non indossare mai una cravatta in vita mia e andare a lavorare in Antartide, unica meta che quasi certamente non avrei mai potuto raggiungere nella vita con mezzi propri.
Con quelli che andavano in Antartide pranzavo tutti i giorni, ma loro partivano e io restavo a casa a occuparmi di scemenze. Dopo qualche anno, a un certo punto mi sono rotto, ho capito che in Antartide non mi ci avrebbero mai spedito e mi sono arreso: ho comprato una cravatta, mi sono presentato a un colloquio e ho preso il primo lavoro che mi hanno offerto, che purtroppo non era il camionista.
Bilancio dei primi cinque anni di vita professionale: due obiettivi, due fallimenti. Col sogno di fare il camionista fanno tre.

Entrai in una grande multinazionale dove tutti indossavano giacca e cravatta, ma mi avevano detto che avrei girato il mondo e così accettai senza farmi troppo domande. In effetti i miei colleghi giravano il mondo parecchio, anche in posti piuttosto interessanti e non convenzionali. Io lavorai quasi tre anni a Sesto San Giovanni e statisticamente, a distanza di oltre vent’anni, rimane a tutt’oggi il lavoro più vicino a casa che abbia mai avuto.
Be’ no, il CNR era proprio di fianco al mio portone di casa, ma in quel caso prima avevo trovato lavoro e dopo avevo cercato una casa vicina.

La storia dice che a un certo punto decisi di mettere le radici e fine, almeno professionalmente, ché a viaggiare per i fatti miei avevo iniziato a farlo piuttosto seriamente già da qualche anno in qualsiasi ritaglio di tempo libero e farlo per lavoro, a quel punto, iniziava invece a sembrarmi perlopiù una scocciatura. Così cambiai lavoro perché altrove mi avevano promesso che sarei rimasto a Milano per sempre.
Una settimana dopo l’ingresso nella nuova azienda ero a Linate col mio trolley e per i primi due anni riuscii a rientrare a Milano solo nei weekend, e nemmeno tutti.
Da allora, per sole ragioni professionali, ho volato quasi mille ore in tre continenti e in una ventina degli oltre cento paesi che ho visitato nella mia carriera di globetrotter.
Comunque no, non vado a parare dove qualcuno di voi già immagina: non ho comprato un camion. Ancora.

Ai tempi del CNR avevo già viaggiato un po’ per il mondo e fatto alcune cose interessanti, e considerato che non avevo nemmeno trent’anni non era male. Ero ad esempio stato un paio di mesi da solo in Patagonia durante l’inverno australe, che sembra un particolare superfluo, ma non lo è, come ben sa chi conosce la Patagonia; avevo raggiunto Capo Horn e il campo base del Cerro Torre, e gironzolato un po’ per il Sudamerica, che farlo da solo, all’epoca e con vent’anni in tasca, be’ forse potrei anche battermi il cinque. In effetti allora, lipperlì, me lo battevo.
Contavo poi la spedizione alle Svalbard dell’87, organizzata in autonomia a soli 22 anni. Negli anni ottanta era tutto sommato una piccola impresa che mi aveva anche aperto le porte ad alcune riviste di viaggi e alla copertina di un numero di Tuttoturismo, che aveva pubblicato le mie foto e un mio articolo (orrendamente farcito di retorica e onestamente illeggibile, a riprenderlo in mano oggi). Un milione di compenso, una bella cifra all'epoca, sia per me ovviamente che per lo standard del mercato.
Insomma, ancora non avevo trent’anni e il mondo iniziavo a conoscerlo davvero un po’, non è che fossi proprio uno sprovveduto alle prime armi. Epperò, a ripensarci, a me sembrava nulla e il mio metro di confronto era sempre molto più in là.

Al CNR avevo un collega coetaneo, Marcello, che era un habitué del Sahara, di cui conosceva praticamente ogni segreto e che aveva attraversato in autonomia con ogni mezzo, da nord a sud e da oriente a occidente.
Se c’è un peccato capitale che davvero non mi appartiene è l’invidia, ma il senso di frustrazione nell’ascoltare i racconti di viaggio di Marcello, madonna, quello sì, e l’ammirazione che nell’intimo avevo per lui, senza però manifestargliela mai, ché c’era chiaramente della competizione fra noi ed anzi, probabilmente era solo mia nei suoi confronti. Agli occhi dei colleghi il vero viaggiatore era lui; io, con le mie pubblicazioni e i miei viaggi solitari un po' snob in culo al mondo, non potevo competere col fascino del Sahara e di Marcello che lo attraversava con dei cadaveri di auto tenute insieme col fil di ferro.
Ho già raccontato anni fa in questo blog del bizzarro incontro fortuito con Marcello proprio nel Sahara, a Douz, una circostanza casuale davvero assurda, e di quanto dell'arte di viaggiare imparai in soli due giorni con lui e una manciata di chilometri di sabbia percorsi insieme con le nostre auto a due sole ruote motrici.
Insomma, per quanto avessi o mi sembrasse di avere già fatto, all’epoca Marcello era per me un punto di riferimento assoluto, qualcuno che alla mia età era già molto, ma molto più avanti di me nella realizzazione dei miei stessi sogni, e confrontarmi con lui mi faceva sentire irrimediabilmente al palo.

C’erano poi quei due ragazzi svizzeri che avevo incontrato qualche anno prima proprio alle Svalbard, più o meno miei coetanei anche loro. Epperò, a ripensarci oggi, se proprio avesse dovuto capitarmi di incontrare dei viaggiatori fuoriclasse e no-limits, dove mai altro avrebbe potuto succedere se non in un posto come le Svalbard, che nel 1987 avevano visto, in totale, trentasette visitatori, uno dei quali potevo orgogliosamente dire di essere io?
Se non era quella una meta estrema riservata solo a professionisti del viaggio, del resto sufficiente a portarmi sulla copertina di Tuttoturismo, quale mai avrebbe potuto esserlo all’epoca, a parte - appunto - l’Antartide, o la Siberia sovietica, o lo spigolo nord del K2?
Ricordo quando uno dei due svizzeri mi mostrò il suo passaporto, che praticamente non aveva una pagina libera, e mentre io mi facevo timbrare il mio dalla stazione meteorologica di Ny-Ålesund, l’avamposto abitato più settentrionale del mondo, lui esibiva la certificazione dell’attraversamento contemporaneo dell’equatore e della linea del cambiamento di data a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico.
Accidenti l’invidia, sì. Invidia proprio, nonostante fossimo nel luogo dove eravamo. Come riuscire (stupidamente) a sentirsi completamente inadeguati e limitati anche in condizioni in cui tutto sommato davvero non ha alcun senso.
L'insoddisfazione come misura sistematica di una vita ostinata a guardare sempre oltre, invece di imparare a contemplare il presente e farlo proprio.

Oggi ho alle spalle più di cento paesi visitati nel mondo, la linea del cambiamento di data l’ho attraversata un paio di volte (anche a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico, che è poi l’equivalente del cargo battente bandiera liberiana) e l’equatore ben più spesso. Non ho mai più avuto la possibilità di compiere le traversate di Marcello, perché negli anni la situazione geopolitica è cambiata assai. Talvolta me ne cruccio, ché ho coltivato e studiato a lungo alcuni piani in quelle regioni, come faccio sempre coi progetti importanti, ma è ben vero che ho realizzato l'overland in Asia, la traversata del Namib e altre cose altrove che magari Marcello non ha avuto occasione di fare (o chissà, e chissà poi che fine ha fatto Marcello).
Soprattutto, da tempo mi sono pacificamente arreso al fatto che è una questione personale, che a me non basterebbe e non basterà mai una vita per fare quello che vorrei fare, che - in particolare modo parlando di viaggi - saranno sempre molti di più i miei sogni nel cassetto di quelli che potrò mai davvero realizzare.
Ci sono venuto così a patti con ‘sta cosa che da qualche anno ho persino iniziato ad apprezzare il ritornare in posti dove sono stato in passato, venendo meno a quello che era un mio dogma fondamentale: mai tornare nei posti dove sono già stato, primo perché gli anni passano e tutto irrimediabilmente cambia e si trasforma, noi compresi, e andare a caccia delle emozioni provate un tempo in determinate circostanze apre le porte, sempre, ad irrimediabili delusioni; vale per le donne del proprio passato, vale per i viaggi e i luoghi.
Secondo, perché la vita è una sola e troppo breve per sprecare il tempo a ripercorrere strade già battute, avendone da esplorare mille nuove e sconosciute.

Oggi non è più così, ho infranto questa barriera. Mi piace tornare nei posti a distanza di molti anni, a condizione di essere preparato a quel che troverò (in questo senso internet, nel bene e nel male, è uno strumento formidabile anche per tarare l’aspettativa al giusto livello). Mi piace tornarci coi figli e vederli attraverso i loro occhi, mi piace l’idea di tornarci con lei e raccontarle com’era un tempo, condividere con lei il mio mondo, in senso geografico e spirituale, mi piace voltarmi indietro e guardare tutti i chilometri percorsi alle mie spalle.
Metto da parte alcuni progetti che ormai so non essere più realizzabili, un po’ perché gli anni passano, di più per il fatto che come li avevo concepiti anni fa, e come mi sarebbe piaciuto farli allora, oggi non è più possibile, anche avendone i mezzi, il tempo, le risorse.
Oggi so che potrei andare su un ottomila e tentare davvero anche l’Everest, come ho sognato per trent’anni e forse più: ho il tempo, ho le risorse, tutto sommato ho anche la condizione fisica e mentale per provarci davvero. Ma quell’Everest e quegli ottomila che ho studiato per anni, con cui sono cresciuto, mi sono addormentato ogni sera e ho sognato per una vita, non esistono più. Il mio Everest ho fatto a tempo a toccarlo proprio un attimo prima che scomparisse, diciassette anni fa: immediatamente dopo è scomparso, travolto dall’inesorabile avanzare del tempo, e amen.
Devo scrivere prima o poi un epitaffio al mio sogno dell’Everest.

Lunedì prossimo, nel frattempo, riparto. Oggi viaggio tantissimo per lavoro, ancor più se possibile di quanto abbia fatto in passato. Più viaggio, più mi stanco, più quando sono via ho voglia di tornare a casa, più ho bisogno di viaggiare: lo scorso aprile sono a rimasto a casa tutto il mese per la prima volta dopo un anno di viaggi continui in giro per tutto il pianeta e all’improvviso mi è sembrato di essere fermo da mesi.
Non che mi dispiacesse, per la verità. Mi sono anche riposato e sono riuscito a vivermi un po’ casa mia, ma era strano.
Dice Mentegatto che nel momento in cui cominci a migrare, diventa difficile poi trovare un motivo per fermarsi da qualche parte. A parte la variabile che più viaggio e invecchio, più ho bisogno di sapere che ho una casa da qualche parte a cui tornare, mi sento di sposare in assoluto il concetto.
Dove poi debba essere esattamente questa casa è tutto un altro discorso.
Io non ho un luogo davvero mio. Non lo è Genova, non lo è Milano, non lo sono tutti i posti dove ho vissuto. Sento un po' mie l’Elba, la Valnontey (dove per la verità ho trascorso pochissimo tempo della mia vita), Campodolcino, ma quando poi mi trovo in ciascuno di questi luoghi sono comunque uno straniero di passaggio, un turista nella peggiore delle ipotesi, un habitué coi propri riti e i propri percorsi, che conosce bene i dintorni, nella migliore.
Vivo in Brianza, ci sono cresciuto da adolescente e ci sono tornato da adulto, ma non mi sono mai sentito brianzolo e ne sono anche fuggito per diversi anni. Oggi ho imparato ad apprezzarne alcune caratteristiche a mia misura, ma è una dimensione così personale e distorta dalla realtà che tutto sommato ha un valore relativo. Prendimi, portami a Rarotonga e dammi un tetto, e casa sarà Rarotonga dopo una settimana (vabbè, Rarotonga, certo).
E del resto ci sono momenti in cui mi sento più a casa in un aeroporto - in qualsiasi aeroporto - che non in Brianza. Ecco, gli aeroporti sono davvero casa mia.

Così, spesso mi chiedo: ma in realtà, io, dove vorrei morire? Perché alla fine casa è quel posto dove vorrei finire i miei giorni.
Quando vado a trovare papà mi guardo ogni volta attorno e penso se vorrei finire lì, con lui. Mah. Non ne sono proprio certo.
A Malpensa la vedo difficile, peraltro.
E comunque il camion non è una soluzione.
E comunque la domanda non è "dove", potrebbe essere ovunque, né come.
Vado a preparare il trolley, mentre ci penso. Chissà dov’è Marcello adesso.
Chissà se lui il Namib l'ha fatto.
TAG: viaggiare, viaggio
11.26 del 08 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
02 Rimini Rimini
GIU Spostamenti, Diario
Meanwhile, lo scorso weekend siamo tornati a Rimini al seguito di Leonardo, in trasferta per i campionati nazionali di karate. Pioggia, freddo, solita coda infinita al rientro lungo l'asse autostradale più infernale della Penisola e qualche scatto per aggiornare la tappa del Centrodieci, già timbrata quattro anni fa.

Rimini100
Rimini101
Rimini102
TAG: karate, figli
22.55 del 02 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
30 Latest from di là dell'oceano
MAG Travel Log: Business Trips 2019
Dal mio hotel nei sobborghi di Pittsburgh all'ufficio ci sono circa trecento metri. Dice Google, sei minuti a piedi. Quello che Google non dice è che in mezzo c'è una specie di autostrada a dodici corsie, con uno spartitraffico a dividere i sensi di marcia, e non esiste ombra di attraversamento pedonale nel raggio di chilometri.
E perché mai dovrebbe esserci, poi, visto che come al solito non ci sono nemmeno marciapiedi. In America nessuno va a piedi, il pedone non è proprio previsto. Nella migliore delle ipotesi, è un eccentrico.

Me lo conferma un amico, citandomi un capitolo di "Notizie da un grande paese" di Bill Bryson, che potrei riscrivere tale e quale, parola per parola, e che fotografa esattamente una delle cose che mi mandano ai matti dell’America.
Accade così che l’altra mattina, non riuscendo bene a capire sulla mappa quale fosse esattamente il palazzo del mio ufficio fra quelli della zona industriale dall’altra parte della strada, ho chiesto un passaggio allo shuttle dell’hotel. Circa venticinque secondi dopo mi ha scaricato davanti all’ingresso della mia azienda, e mi sono vergognato un po’. Così, all’uscita a fine giornata, ho pensato che è imbecille prendere il taxi per fare trecento metri e mi sono avviato a piedi verso l’hotel.
Per farla breve, è stato come giocare a Frogger, con me stesso nella parte della rana (se siete millennials può essere che Frogger non vi dica nulla, e forse è un bene), e l’aspetto più imbarazzante della questione è che a parte il cercare di non farsi spiaccicare, cosa che di per sé vale mille punti più la fragola, data l’assenza totale di marciapiedi di fatto è impossibile anche camminare lungo la strada, per cui l’unica alternativa al farsi travolgere dal traffico è avventurarsi in mezzo alle erbacce e al fango che delimitano la carreggiata, mentre gli automobilisti che sfrecciano a fianco ti guardano come la mucca che guarda passare il treno.
O come un eccentrico, appunto, nel migliore dei casi.

Qualcuno mi ha fatto notare che anche da noi l’urbanizzazione di molte periferie e talvolta anche gli infruttuosi tentativi di riqualificazione dei centri storici vanno nella direzione di una vita quotidiana a misura unica di automobilista, ma in realtà il confronto non regge proprio: la nostra è una civiltà storicamente pedonale, modernamente votata a un impigrimento consumista; quella americana è una civiltà radicalmente motorizzata a cui di umano, nel senso darwiniano del termine, è rimasto ben poco.
Poi, alla fine, semplicemente c’è anche che gli americani sono pazzi.

Prendi gli amish.
Viaggio in auto fra la Pennsylvania e l’Ohio e per una volta, invece di spostarmi in volo da punto a punto come al solito e come peraltro fanno gli americani (gli aeroporti sono le fermate degli autobus degli americani, mi ha detto una volta un collega di Houston), ho finalmente modo di vedere un po’ di provincia americana vera, quella che tutti coloro che sono stati in America non mancano mai di ricordarti che va bene il Grand Canyon, va bene New York, vanno bene San Francisco e Yosemite, ma se non hai visto la provincia americana, quella vera e profonda, quella dei motel, delle infinite interstatali, delle grandi pianure e dei villaggi dispersi fra i campi di grano, l’America dei film dell’orrore insomma, be’, se non hai visto questa America allora non puoi dire davvero di conoscere l’America.
Così, una volta tanto, grazie ad Uber mi sono fatto qualche centinaio di chilometri di vera America, come dicono quelli informati. Più avanti ci ritorno su Uber.
Ho dunque visto i campi di grano, i motel, le chiese metodiste, i villaggi con il silos e il mulino a vento, le case di legno dei coloni che vengono regolarmente spazzate via ad ogni tornado come nei telefilm catastrofici, ciascuna col proprio giardino, il proprio garage col pick-up parcheggiato davanti, la cassetta della posta lungo la statale, la bandiera americana in giardino - ce l’hanno proprio tutti la bandiera americana in giardino, non è una cosa meravigliosa questa? A me lo sembra, in qualche modo - un’unica pompa di benzina e un unico negozio che vende qualsiasi cosa in mezzo all’incrocio della township. Ti immagini lo sceriffo che bussa alla porta di ogni cittadino e gli chiede come va la giornata, se è tutto ok, se ha notato qualcosa di strano. Mi vedo scendere dall’auto e lo sceriffo che mi viene incontro e mi chiede se sono forestiero, se ho intenzione di fermarmi e perché. Poi niente, io sparo a tutti perché non mi danno nemmeno un posto da parcheggiatore, per forza.
Quella del parcheggiatore mi auguro la cogliate tutti.
Lo tocchi con mano l’isolamento geografico e culturale di questa gente. Sono anni che dico e scrivo che l’America non ha nulla di davvero sorprendente, ché generazioni di film e serie televisive ce l’hanno dipinta con precisione assoluta in ogni dettaglio e dunque non c’è in realtà alcun bisogno di andarci.
E poi vedo gli amish. E piombo in pieno ‘700.

Li vedo in Ohio, fra Middlefield e Chardon più o meno. So dove mi trovo perché la tecnologia, quella che gli amish rifiutano, localizza le mie fotografie grazie alle coordinate GPS rilevate dal satellite. Ma di questo agli amish non frega nulla e probabilmente ha ragione Don, il mio autista Uber, che riflette un po’ fra sé e sé e osserva che forse, loro sì, stan bene davvero.
Attraversiamo i villaggi delle comunità amish stanziate in questa parte dell’Ohio, a qualche decina di chilometri da Cleveland, dal lago Erie e dalla Rock’n’Roll House of fame, e sorpassiamo alcuni carretti trainati dai cavalli. La segnaletica stradale è stata adeguata di conseguenza, le donne indossano abiti neri settecenteschi e cuffie di pizzo sulla testa. Non mi pare di vedere pali della luce lungo la strada, ma forse mi sto solo lasciando suggestionare.
Le case di legno sembrano quelle di qualche chilometro prima, ma è vero che non ci sono più i garage coi pick-up parcheggiati davanti. Forse sono semplicemente dentro.
L’angoscia e la sensazione di oscurantismo mi opprimono un po’, sarà anche che minaccia pioggia. Vorrei fermarmi ma non ho tempo, mi prendo un appunto per la prossima occasione, bisogna che noleggi una macchina per conto mio.
Gli americani sono pazzi.

Ormai l’app di Uber sul telefonino è il mio punto di riferimento fisso in America.
Sono a Pittsburgh e devo andare a Cleveland. Fa' conto che sia a casa, ad Arcore, e debba andare a Sasso Marconi: sono circa due ore e mezzo in auto, più o meno duecento chilometri di autostrade e statali. Non esiste collegamento ferroviario, niente voli diretti ovviamente, le due città sono troppo vicine. Ci sarebbe il greyhound volendo, e non mi dispiacerebbe nemmeno, ma ha almeno un paio di controindicazioni: la prima è che ci sono solo due corse in orari per me scomodissimi, la seconda è che comunque parto da ben fuori downtown Pittsburgh, dove si trova il mio ufficio, e devo andare in realtà a Mentor, che è a circa tre quarti d’ora di auto da Cleveland, dove arriva il greyhound.
Potrei noleggiare un’auto, ma poi non so che farmene i giorni successivi, a Mentor non ci sono punti di riconsegna comodi e dovrei tenermela fino al giorno della partenza da Cleveland. E poi non ho voglia di guidare.
Così ci provo: apro l’app di Uber, che ormai uso quotidianamente per gli spostamenti in qualunque città, e provo a prenotare per il giorno successivo alle 16:30 una tratta dal mio hotel fuori Pittsburgh al mio hotel a Mentor. Prenotazione confermata, 163$.
Il giorno dopo, alle 16:30 in punto, Don si presenta davanti al mio hotel, carica in macchina la mia valigia, controlla la mia prenotazione sulla sua app - alla quale evidentemente non aveva fatto attenzione particolare - e dice “Uh, Ohio! Non ho mai fatto una corsa così lunga, è il mio record. Posso fermarmi in autogrill a prendere un caffè se sono stanco?”
Ora, immagine di essere ad Arcore un pomeriggio, in mezzo alla Brianza, e volere andare a Sasso Marconi. Così, su due piedi.
Per curiosità ho provato a prenotare: 720 euro. Comunque non è possibile trovare una macchina disponibile.

Il cliente è l’ossessione degli americani. Il cliente ha *sempre* ragione in America. Sempre. Sono un tassista, sono in Pennsylvania, il mio cliente vuole andare in Ohio? E che problema c’è, si va in Ohio.
Don è simpatico, guida tranquillo e fa conversazione se vuoi fare conversazione, altrimenti ti lascia in pace. Quando stiamo per arrivare gli dico che forse sarà fortunato e troverà qualcuno in Ohio che vuole andare in Pennsylvania, così da non fare una corsa a vuoto. Mi dice che la sua licenza è valida solo in Pennsylvania, non può caricare gente fuori dal suo stato, ma è abbastanza sicuro che appena passato il confine qualcuno da tirar su lo troverà.
Hai capito i tassisti americani.
Hai capito gli americani.

Ha ragione Giammario, che in America vive ormai da qualche anno. Attorno alla Pennsylvania sembra di essere in Germania. Viaggi in autostrada e potresti essere in un punto qualunque fra le foreste della Baviera, o del centro Europa, con quel paesaggio che proprio pianura non è, il terreno modellato lungo linee ondulate e il tracciato stradale di conseguenza. Però qui puoi facilmente vedere animali in libertà fra gli alberi e in mezzo alle praterie, come se stessi guidando lungo qualche autostrada nella savana. Erbivori generici, come li chiamavamo in Sudafrica coi ragazzi. Sembrano daini, cervi, antilopi.
Quanto territorio libero che c’è in America. Quanto spazio da vivere.

Sono al mio quarto viaggio negli Stati Uniti negli ultimi sei mesi, mi pare il decimo in totale. Ormai ho attraversato l’oceano diverse volte. Faccio due conti: ultimamente ho trascorso più di tre mesi negli States, ho messo piede in quasi venti stati fra una cosa e l’altra, e le mie bandierine iniziano ad essere distribuite un po’ ovunque. I miei occhi si stanno abituando all’America, ad ogni giro mi sento sempre più a mio agio.
Mi è familiare adesso, l’America. Mi muovo con sicurezza nel New England, fra New York, Boston, Philadelphia e Pittsburgh, ma anche al sud sono un po’ di casa e poi lo scorso anno ero stato per la prima volta anche nell'ovest.
Ad ogni viaggio imparo a conoscere la geografia americana, la distribuzione degli stati, le catene montuose, i fiumi, le pianure, la geografia amministrativa, le regole, i costumi locali, i segni invisibili del quotidiano. L’America sta diventando il posto dove ho viaggiato di più, più della Cina ormai, più della Polonia, dove ho ho vissuto un anno, ma non mi sono quasi mai mosso da Warszawa.
Eppure mi manca ancora tutta, l’America. Mi mancano la California e la Florida, per dire.

Frank ha una casa in Florida, dove sogna di ritirarsi quando andrà in pensione. Adesso ci va quando ha tempo, preferibilmente d’inverno, perché d’estate fa troppo caldo. Qualche volta ci va coi figli. Usa le miglia premio per andarci, lo so perché ci confrontiamo sulle compagnie aeree e sui programmi fedeltà, come accade spesso fra colleghi che volano parecchio per lavoro.
Scopro che Frank è in realtà canadese, di Montreal, non americano, ma vive qui da diciannove anni. Il cognome tradisce le origini inequivocabilmente italiane. I suoi sono delle parti di Pontremoli e della Liguria, trapiantati in America da giovani sposi. Lui è nato e cresciuto di qua dell’oceano, ma si sente legatissimo all’Italia. So che capisce perfettamente l’italiano e lo parla anche bene, ma fra di noi parliamo in inglese dal primo giorno, anche perché quando l’ho conosciuto qualche mese fa in occasione della mia prima visita a Cleveland, non sapevo né delle sue origini, né tanto meno che lo parlasse, così ormai questo è il nostro canale di comunicazione.
Frank mi porta fuori a cena, è una compagnia piacevolissima e mi parla della vita americana e della sua passione per i vini pregiati, che colleziona in una cantina personale. Mi fa vedere le foto e mi mostra anche quelle dei figli, di poco più grandi dei miei. La gente come Frank mi aiuta a stare bene in America e me la fa sentire più vicina, più mia. Mi fa sentire americano per una sera.

Via via che conosco l’America e i suoi riti, le sue città, che imparo come sono fatte, come si vivono, come funzionano, che mi ci muovo come fossero la mia città, provo a immaginare una mia vita americana. So individuare immediatamente, adesso, i quartieri nelle piccole township del countryside e le case dove probabilmente vivrei, adeguate a quello che potrebbe ragionevolmente essere il mio tenore di vita al di qua dell'Atlantico, quelle il cui mutuo potrei permettermi come in Italia, distinguerle dalle abitazioni che quasi certamente avrebbero costi proibitivi e che spesso sono bellissime come solo le ville americane finto medie-borghesi delle serie tv sanno essere - e che noi europei arrederemmo in modo completamente diverso.
Il mio sguardo ha imparato ad accorgersi delle file tutte uguali delle modeste case popolari a schiera, che all'inizio registravo distrattamente come anonimi quartieri residenziali contigui ai giardini curati delle villette neocoloniali, e che invece ora realizzo con più attenzione essere quartieri parecchio disagiati, ghetti neri, spesso, che esistono ancora, eccome, e anche quelli sì, sono come nei telefilm.
È che da noi c'è una distinzione netta e concentrica fra centro e periferia, qui le realtà sono permeabili, mescolate, con geometria variabile ed arbitraria, per cui attraversi la strada e senza rendertene conto passi dalla vetrina di Vuitton alla palestra di Rocky, al vicolo degli spacciatori italo-afro-portoricani, alla ennesima Chinatown, al concessionario delle Porsche, alla zona industriale, al mio ufficio.
Vedessi certe zone di Baltimora, per esempio.

Conosco queste case di legno e cartongesso, le abito e le respiro. La vita col giardino all’inglese, ma senza il marciapiede.
Il paese dove gli animali sono liberi di fianco all’autostrada e la natura è ancora selvaggia, nonostante gli sforzi paranoici degli americani di neutralizzarla e regolamentarla, dove non esistono i marciapiedi e i pedoni, dove la gente si muove solo in macchina e se deve camminare lo fa sul tapis roulant seguendo un programma preimpostato.

Mi appunto cose varie, mentre vado in giro per l’America. I cimiteri con le bandierine sulle tombe. Anche le tombe, come le case, hanno la loro bandierina americana, sempre. Sono belli i cimiteri americani, mi piacciono molto.
I necrologi sui giornali locali, lunghissimi. Di ogni defunto si racconta la vita, chi era, le tappe fondamentali della sua esistenza. Anche questa mi pare una cosa bellissima. Immagino il mio necrologio in America e mi chiedo cosa scriverebbero di me, ad esempio, i miei figli.
Il marketing telefonico, che colpisce come in Italia. Anche qua esistono i servizi che ti dicono se il numero che ti sta chiamando sul telefonino è di un seccatore che vuole vederti qualcosa.
Il solito abbigliamento assurdo e sconsiderato di qualunque americano, che annoto ad ogni viaggio, che mi irrita ad ogni viaggio, completamente casuale e sciatto, incurante del clima, della stagione, della circostanza. L’abuso ovunque delle ciabatte e delle infradito, anche in città, nei locali, nei ristoranti, negli hotel, nei negozi. Girano scalzi, o indossano le ciabatte col calzino, i bermuda e la t-shirt, anche se fuori piove, c’è vento e ci sono otto gradi. Non gliene frega un cazzo a nessuno. Escono con addosso la prima cosa che trovano nell'armadio, fine. Ovunque vadano, con qualunque temperatura e condizione atmosferica.
È una delle cose che odio di più. È quasi un fatto personale.

Il linguaggio diretto, banale, stupido perché sia comprensibile anche gli stupidi. L’America è il paese per gli stupidi, per permettere anche a loro di sopravvivere, diceva Stor. Quanto ho fatto mia quella frase.
Pensa alla nostra assurda burocrazia e al nostro incomprensibile, borioso e supponente linguaggio aulico amministrativo: "I trasgressori saranno sanzionati pecuniariamente a norma bla bla bla”. In America il cartello in autostrada te lo dice in tre parole, chiaro e tondo: “Speeding fine doubles.” Fine. Non puoi dire di non aver capito, nemmeno se sei stupido.
Lo diceva Marchionne, parlando della differenza fra lavorare in America e in Italia. Raccontava che in America è tutto più semplice, chiaro, facile. Per esprimere qualsiasi concetto bastano tre parole. In Italia tutti ti rompono i coglioni con giri infiniti di metafore, sfumature, cose dette e non dette, doppi sensi. In America il concetto è quello, punto.
Speeding fine doubles.

Bella Pittsburgh, è stata una gran sorpresa. Ha l’isola coi grattacieli come Manhattan, la vista dalle colline come Firenze, il fiume come Shanghai, gli hipster come Seattle, i ristoranti come Boston e Philadelphia, le foreste e i boschi attorno come Vancouver.
Bella Pittsburgh, ci vivrei eccome. A Washington DC, che in America tutti chiamano semplicemente “Dissì”, invece mi sono scottato come fossi stato a Miami Beach.

Ecco, prendi Washington Dissì. Ho approfittato di un weekend a Philadelphia per farmi un giro nella capitale, che è a meno di due ore di treno. Volevo sentirmi un po’ nel centro del mondo, vedere la Casa Bianca e provare l’effetto che mi avrebbe fatto.
Nessuno.
È una mezza delusione la Casa Bianca, a partire dal fatto che non è nemmeno possibile avvicinarsi, si rimane molto lontani, e francamente non me lo aspettavo, pensavo di poter camminare liberamente nel giardino del presidente della più grande democrazia del mondo. In effetti si può, volendo, ed è anche gratuito, ma bisogna prenotarsi con tre mesi di anticipo, immagino perché la CIA abbia prima il tempo di scansionare tutta la tua vita privata minuto per minuto e capire se vuoi in realtà distruggere il loro grande paese.
Ecco, l’unico effetto che mi ha fatto stare davanti alla Casa Bianca, abbastanza spiacevole per la verità, è stato quello di essere osservato da mille occhi e registrato passo a passo.
Il Congresso invece mi è piaciuto. Dovessi dire, quella sensazione di centro vero del potere, globale, l’ho avuta davanti al Palazzo del Congresso. Più di quando sono stato al Cremlino, o in Piazza Rossa a Mosca. L’accostamento mi è venuto spontaneo.
Poi in aereo ho visto "Vice" e quella sensazione si è trasformata in disagio profondissimo.

Ho detto a Frank, scherzando - ma in realtà no - che in fondo Washington è uguale a Pyongyang, a meno delle statue di Kim, a più di quelle degli eroi americani. Mi ha guardato sorpreso e incredulo e ha esclamato “Oh, noooooo, absolutely not, my God!”
Gli ho risposto che stavo scherzando, ma poi ho aggiunto “Dai Frank, pensaci: gli stessi palazzi enormi in stile neoclassico per celebrare la grandezza dell’impero, gli stessi viali enormi e infiniti per le parate, le stesse statue ciclopiche, lo stesso spazio vuoto e autoreferenziale, la totale assenza di negozi e di case normali, lo stesso traffico di limousine nere con i finestrini oscurati, gli stessi militari e la stessa polizia”.
Mi ha fissato ancora incredulo e poi ci ha riflettuto un attimo. Mi ha detto che tutto sommato forse ho ragione, non ci aveva mai pensato.
"You have a point, Carlo".
Mi ha sorriso e abbiamo stappato una bottiglia di ottimo vino californiano.

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Washington DC
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Pittsburgh, Pennsylvania
TAG: Washington, Pittsburgh, usa, america
01.26 del 30 Maggio 2019 | Commenti (1) 
   
29 Di cinema verticale e altre considerazioni a làtere
APR Viaggi fra le immagini, Coffee break, Alta quota, Segnalazioni
Per la cronaca, e per i non addentro alle cose del mondo verticale, Tommy Caldwell e Alex Honnold sono amici e talvolta arrampicano insieme in Yosemite, come nel 2018, quando hanno stabilito il record assoluto di salita di "The Nose", la via di arrampicata più rinomata della leggendaria parete del Capitan, di Yosemite e forse del mondo, staccando un mostruoso tempo sotto le due ore.
Per la verità non lo fanno solo in Yosemite: ad esempio, nel 2014 hanno compiuto la prima traversata integrale del Fitz Roy in Patagonia, una roba che vabbè, se non siete addentro alle cose del mondo verticale è inutile adesso starvi a spiegare, non è questo il tema del post, e comunque è come se fossero andati sulla Luna con un razzo a pedali (*).

Se non siete addentro alle cose del mondo verticale, dell'arrampicata sportiva e della storia dell'alpinismo, e/o non conoscete nulla di Yosemite e della parete del Capitan, un muro di granito verticale alto più di novecento metri che è quasi certamente la parete di roccia più famosa del pianeta, non starò qui a raccontarvi il contesto di queste vicende. Google vi dirà tutto quello che c'è da sapere, nel caso, ma un numero - per darvi un'idea - ve lo dico io: la prima salita del Nose, sessant'anni fa, richiese quarantasette giorni di vera battaglia in parete. Oggi in media ci vogliono cinque giorni di arrampicata, bivaccando appesi nel vuoto in mezzo allo sterminato muro strapiombante. Va da sé che è cosa alla portata solo di arrampicatori di livello superiore alla media e di lunga esperienza.
Caldwell e Honnold, se non lo avete colto prima, l'hanno salita in un'ora, cinquantotto minuti e sette secondi. Una roba che... ah no, quella del razzo a pedali l'ho già usata. Vabbè, più che fantascienza siamo ai confini della religione.
Per farvi capire, una persona ben allenata e in buona salute, abituata a camminare in montagna, sale per sentieri facili a una media di quattro-cinquecento metri l'ora. Io, per dire, salgo a trecento. Loro hanno salito in meno di due ore mille metri di granito verticale liscio come il muro di casa vostra. Hanno praticamente corso su una parete perpendicolare.

Per salire le pareti di Yosemite arrivano da tutto il mondo. Dopo il tracciato sul Nose, in questi sessant'anni numerose altre vie estreme sono state aperte sulla big wall del Capitan, alcune diventate vere e proprie leggende nel mondo dell'alpinismo. Con gli anni sono via via arrivati nuovi record, dalle prime ascensioni in giornata, alle salite in arrampicata libera (ovvero senza utilizzare mezzi artificiali per aiutarsi nella progressione, ma solo per assicurarsi alla parete), alle prime conquiste in solitaria, pur sempre legati a una corda.
Poi, nel 2015, è arrivata l'impresa di Tommy Caldwell sul "Dawn Wall", seguita nel 2017 da quella di Alex Honnold lungo la via Freerider. È un po' come se sul Capitan fosse stato scritto nuovamente l'anno zero, perché tutto quello che era stato fatto precedentemente è stato letteralmente spazzato via.
Come se domani arrivasse qualcuno a correre i cento metri sotto i nove secondi, con buona pace di Bolt.

La prima curiosità è che è stato lo stesso Tommy ad aiutare Alex a preparare la salita che lo ha iscritto di diritto fra le leggende dell'alpinismo e lo ha portato dritto al premio Oscar 2018 in qualità di protagonista di "Free solo", lo straordinario documentario vincitore degli Academy Awards, prodotto dal National Geographic, che racconta la prima salita assoluta del Capitan compiuta da Alex Honnold in solitaria, senza corda e senza alcuna assicurazione, e che queste settimane sta spopolando nelle sale cinematografiche di mezzo mondo.
Tommy Caldwell appare fra i coprotagonisti principali di "Free solo" ed è a sua volta il protagonista di "The Dawn Wall", distribuito su Netflix. Il suo film racconta dell'impresa compiuta nel 2015, dopo sei anni di tentativi, accompagnato da Kevin Jorgeson, sull'ultima inviolata parete del Capitan, il Dawn Wall appunto, tracciando quella che è oggi considerata la via di arrampicata più difficile al mondo su "big wall", ovvero non una semplice prestazione atletica in falesia, a pochi metri dal suolo, ma una vera e lunga via alpinistica in montagna con difficoltà pari alle più estreme vie di arrampicata sportiva.
Non una questione dunque di pochi movimenti atletici ai limiti della sfida alla gravità, ma ore, giorni, settimane in questo caso, di salita ai massimi livelli conosciuti di difficoltà continua, appeso con la sola punta delle dita su appigli invisibili ai comuni mortali, la schiena nel vuoto.
Per la cronaca, a Caldwell manca il dito indice di una mano.

Se avete in programma di vedere Free solo, vi consiglio prima - prima e non dopo, non solo per ragioni di coerenza narrativa e temporale - il film di Caldwell, che idealmente è il prequel della pluripremiata pellicola dell'amico Alex e che apre lo spazio a un confronto interessante fra i due lavori tanto in termini cinematografici, quanto sportivi, psicologici e umani.
Anche se non siete appassionati nello specifico di alpinismo e di arrampicata, sono entrambi film che meritano di essere visti per la spettacolarità delle immagini, la tensione e l'emozione - per non parlare di vero e proprio terrore per qualcuno - che comunicano. Soprattutto perché sono film in presa diretta, costruiti giorno per giorno coi protagonisti stessi delle due avventure: non c'è finzione scenica, non ci sono controfigure, non ci sono sequenze provate in studio e poi riprovate su un set cinematografico. È tutto assolutamente reale e accade per la prima volta nel momento esatto in cui viene filmato. Entrambe le pellicole escono dalla logica stretta del documentario e diventano dei veri film sull'esplorazione delle capacità umane, fisiche e mentali.

Alex arrampica davvero slegato ed è ripreso nel momento stesso in cui lo fa e compie un'impresa unica al mondo, che non prevede alcuna seconda chance, né possibilità di minimo errore: se cade, muore in diretta. Il film racconta anche delle implicazioni psicologiche che questo ha per la stessa troupe che gira il film (e delle conseguenze logistiche), per la fidanzata, gli amici, la madre. Tutti i protagonisti sono veri, tutto è raccontato mentre accade.
Lo stesso meccanismo narrativo è usato nel film di Tommy Caldwell, seguito dalla troupe per sei anni nella costruzione del suo sogno straordinario e nella perseveranza, una vera ossessione, con cui si accanisce per raggiungere il suo obiettivo.

Tommy arrampica legato, ma il superamento incredibile dei tratti chiave della sua ascensione lascia col fiato sospeso e trascina lo spettatore in un'esaltazione progressiva tanto quanto accade nel film di Alex, pure con presupposti differenti: sappiamo in ogni istante che Tommy non rischia di morire, ma del resto sappiamo anche che Alex è ancora vivo fin dall'inizio di Free Solo.
Ciò nonostante, anche per questa sottile differenza, è meglio vedere prima The Dawn Wall: Tommy Caldwell e il suo compagno Kevin Jorgeson inchiodano progressivamente lo spettatore alla sua poltrona col fiato sospeso e ci si scopre a fare un tifo da stadio per loro nei momenti determinanti della sfida, mentre tutta l'America li guarda in diretta.
Non c'è bisogno di alcuna sospensione di incredulità: è tutto vero e siete in parete con loro, la vedete esattamente dal loro punto di vista.
Confesso che mi sono commosso sulle scene finali del film, mi è venuto da applaudirli.
Finale americano eh, ma perfetto.

La sera dopo, al termine di Free Solo mi sono accorto che avevo le mani sudate e la tachicardia.
Avevo finito di salire il Capitan la sera prima con Caldwell, mi aveva esaurito - giuro; l'ho risalito la sera successiva con Honnold. Solo che questa volta l'ho fatto slegato e da solo.
Lo racconto in prima persona perché se è vero nel film di Caldwell, ancora di più lo è nella tecnica usata con Honnold, che evolve direttamente da quella di The Dawn Wall e che vi porta direttamente con Alex sulla parete del Capitan, insieme a lui.
La questione, però, è che in questo caso chi è davvero in parete con Alex potrebbe vederlo morire da un momento all'altro e non solo: potrebbe essere la causa della sua stessa morte accidentale. Una minima, insignificante, interferenza nell'azione, un picosecondo di distrazione involontaria per il protagonista e dozzine di telecamere, cineprese e droni lo riprenderanno mentre precipita per centinaia di metri sotto gli occhi dei suoi amici e collaboratori.
Quando parte per una salita in free solo, Alex Honnold non lo dice mai a nessuno. Non ai parenti, non agli amici. Non vuole nessuna pressione psicologica attorno a sé, ha bisogno di concentrazione assoluta, di liberare totalmente la mente da qualunque pensiero estraneo. Non è ammesso alcun tipo di errore. Salire sotto gli occhi delle telecamere e non solo, salutare la fidanzata prima di iniziare l'impresa più difficile della sua vita, pone lui stesso e tutti gli altri protagonisti in una situazione psicologica assurda e completamente innaturale.

Ve lo dico subito - be' subito: si fa per dire, scrivo da settordicimila righe.
Free solo dura due ore, ma si gioca tutto nei venti minuti finali, o per meglio dire in tredici minuti di sequenze che, se soffrite di vertigini, vi faranno venire da vomitare. Il resto è un lentissimo e sfiancante avvicinamento mentale, passo a passo, alla parete del Capitan. E questo, secondo me, è il limite ultimo del film che ha vinto l'Oscar rispetto a The Dawn Wall.
Se siete sul vostro divano di casa, esiste la possibilità che prima di arrivare alla base del Capitan con Alex abbiate cambiato canale e stiate guardando il Gran Premio in differita. Nel caso, però, vi sarete persi tutto il percorso che porta ciascuno dei protagonisti sotto a quella parete insieme ad Honnold, ognuno con la propria motivazione, a partire proprio dall'amico Tommy.

The Dawn Wall è spettacolare, trascina ed esalta. Free Solo passa dal rischio di essere noioso alla paura pura.
Oppure anche no.
Ho pensato che per chi non ha mai arrampicato Free Solo potrebbe essere così esagerato, così surreale, da essere addirittura empaticamente impossibile. Se non soffrite di vertigini, può essere che di fronte alle sequenze chiave, invece di trovarvi con le mani sudate, col fiato sospeso, completamente ipnotizzati, rimaniate del tutto indifferenti, a parte la ovvia e banale reazione "vabbè, è pazzo, chi glielo fa fare". Che non riusciate a immedesimarvi, nonostante la regia faccia di tutto per mettere voi stessi su quella parete.
Che alla fine sia così estremo da fare il giro e diventare, semplicemente, una prestazione da circo equestre e pop corn.

Navigando in giro per la Rete ho trovato molti articoli ed estratti dal "making of" di Free Solo, fra cui questo interessante filmato del New York Times, con estratti di interviste alla troupe di Alex e sequenze inedite tagliate dalla pellicola originale.
Personalmente ho dovuto rivedere tre volte i venti minuti finali del film e uso il verbo "dovere" non a caso: ogni volta è stato come vivere in prima persona frammenti di quell'esperienza, una sensazione latente e reale di panico, pur conoscendone l'esito finale, pure alla terza volta.

Eppure. Eppure ho i miei eppure.
Ho dibattuto di Free Solo una sera con un mio caro amico ed ex compagno di cordata, col quale andavo ad arrampicare a metà degli anni '80, nel pieno del boom del free climbing, sognando Yosemite e le vie estreme del Verdon, i templi mondiali dell'arrampicata libera e del Nuovo Mattino.
Anche lui, lui più di me per la verità, è rimasto in apnea per tutto il film e lo considera un capolavoro. In realtà è totalmente preso dalla prestazione sportiva estrema in sé.
Io però ripensavo a quegli anni, alla copertina del primo numero di Alp dedicata al Verdon e a Patrick Edlinger, il mio mito di allora - un po' il mito di tutti noi a quel tempo, direi.
Nel 1982 Patrick Edlinger fu protagonista di Opéra Vertical, nel quale arrampicava su Orange Mécanique, una via lunga un centinaio di metri valutata 7c (ai limiti della difficoltà estrema, per quei tempi) a Cimaï, in Francia, completamente slegato. Ricordo un passaggio in cui gli scivolava un piede e rimaneva appeso nel vuoto con una sola mano: pochi secondi di vera paura.

Freerider, la via percorsa sul Capitan da Alex Honnold in Free Solo, è valutata 7c. Oggi è una difficoltà quasi "normale" per un arrampicatore del suo calibro.
Certo, un errore a quel livello di difficoltà ci sta sempre, eccome. Qualunque free climber è abituato a cadere ripetutamente sui passaggi difficili e a rimanere appeso alla corda. Solo che Alex la corda non ce l'ha.
Certo è anche che Alex, prima di percorrere slegato Freerider, l'ha provata e riprovata, ripetuta centinaia di volte probabilmente, per quattro anni. Imparata a memoria metro a metro, ogni microscopico movimento, ripassata mentalmente migliaia di volta. Si vede anche nel film.
Così, penso: fa così differenza arrampicarsi slegati con cinque, sei, settecento metri sotto il culo, o solo cento? Cosa aggiunge in realtà di nuovo la salita di Alex a quelle che lui stesso ha fatto in precedenza, a quelle fatte da tutti i suoi predecessori - detto che in parecchi ci hanno lasciato la pelle, e soprattutto all'Opéra Vertical di Edlinger che su quelle stesse difficoltà arrampicava slegato più di trent'anni fa, quando ad arrampicare su una difficoltà di 7c erano in pochissimi al mondo, mentre oggi sono migliaia gli arrampicatori, anche dilettanti, capaci di farlo?

Certo, anche Edlinger conosceva a memoria Orange Mécanique, i passaggi difficili erano in realtà pochi e per salirla avrà impiegato forse venti minuti. Honnold è salito per quasi quattro ore di difficoltà estrema continua, senza alcuna possibilità di interrompere o di ritirarsi. Le due prestazioni, fisicamente, non sono nemmeno comparabili e probabilmente nemmeno mentalmente.
Epperò il dubbio mi rimane, anche perché in Free Solo viene evidenziato un altro punto determinante: Alex non ha paura. Nel senso: non è che sia pazzo, è che proprio, geneticamente, il meccanismo neuro-chimico che governa normalmente la nostra paura nel suo caso lavora in modo completamente diverso. Gli han fatto una TAC e degli esami per scoprirlo.
E allora il punto è questo: in condizioni normali, a meno di errori accidentali o distrazioni, nessun arrampicatore cade su una via alla sua portata, che conosce a memoria. Eppure usa, giustamente, la corda per assicurarsi. Sapere di essere legati dà un vantaggio psicologico inestimabile, non devi avere paura e puoi scalare tranquillo.
Ma se la paura non ce l'hai per natura, a cosa ti serve la corda, se non come avere la cintura di sicurezza quando guidi?
Quanto valore reale di quella salita, questo particolare, contribuisce eventualmente a ridimensionare?
Perché attaccati a uno sputo, slegati in equilibrio sul vuoto, non ci siamo noi che abbiamo i conati solo a vedere le immagini, ma un uomo per cui stare lì in equilibrio è un esercizio quotidiano e non prova alcun tipo di emozione - forse - a guardare di sotto.

Questi pensieri in realtà li avevo già prima di vedere Free Solo e il dibattito con l'amico Roberto l'ho fatto prima di vederlo, per cui la verità è che mi sono avvicinato al film prevenuto e tifando già a priori per The Dawn Wall e la sfida di Caldwell.
È vero però che, qualunque cosa se ne possa dire, quei tredici minuti di Free Solo non sono probabilmente paragonabili a null'altro. Honnold è un marziano.
Non andate però a vedere direttamente quelli senza prima aver seguito tutto il film.
E guardate prima The Dawn Wall, che secondo me, complessivamente, come film è più bello, emozionante e vi racconta quel che c'è stato prima (e Caldwell è più simpatico).

********

Nota statistica a margine: Nel 2016, Adam Ondra, senza dubbio attualmente il più forte arrampicatore del mondo, è riuscito ad effettuare la seconda e fino ad oggi unica ripetizione di The Dawn Wall. È volato sette volte sul passaggio chiave della via, prima di superarlo. Per riuscirci, si è fatto spiegare come fare da Caldwell, che sportivamente ha acconsentito e gli ha insegnato i trucchi per ripetere la sua impresa.
Adam Ondra ha poi dichiarato che effettivamente ha trovato The Dawn Wall molto più difficile di quanto pensasse e che senza l'aiuto di Caldwell forse non ce l'avrebbe mai fatta.

Nota personale a margine: Caldwell mi è molto simpatico, ma ho purtroppo scoperto che è stato uno dei sostenitori della schiodatura della via Maestri al Cerro Torre, rispetto alla quale condivido in pieno il pensiero in merito di Jim Bridwell, espresso in questa intervista, nella quale si allarga anche ad alcune considerazioni su cosa siano la democrazia e il fascismo.
Era una gran persona Jim Bridwell, oltre che un grandissimo alpinista e sportivo, e la sua intervista oggi suona terribilmente attuale. Vale la pena leggerla anche se non si sa nulla della vicenda del Cerro Torre e di storia dell'alpinismo, perché esprime concetti generali assai interessanti sulla libertà di opinione ed espressione.


DawnWall
FreeSolo

(*) Impresa che, come sanno i ben informati, è riuscita una volta a Paperozzo Paperozzi.
TAG: the dawn wall, free solo, cinema, free climbing, yosemite
18.43 del 29 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
06 A tre cilindri
APR Running, Salute, Diario
Oggi sono tornato in strada dopo circa sei mesi. L'ultima uscita l'avevo fatta il 29 settembre, dieci chilometri, dopo un'estate abbastanza travagliata per la ripresa improvvisa delle fibrillazioni e parecchi allenamenti interrotti di conseguenza.
Qualche giorno dopo i problemi si erano di nuovo ripresentati e da lì in avanti non mi sono più fidato a uscire: la sera iniziava a far fresco, correvo sempre più il rischio di trovarmi a qualche chilometro da casa, sudato, in maglietta e pantaloncini, al freddo, in affanno, con le pulsazioni fuori scala, e non era affatto bello, no, né prudente.
Non volevo però mollare, così ho iniziato a usare il tapis roulant in camera che fino ad allora, in questi anni, aveva soprattutto preso della gran polvere. Pensavo a una soluzione temporanea, per qualche settimana, in attesa - boh? - che le fibrillazioni sparissero in qualche modo.
Spoiler: no, non sono più sparite.
Comunque.

Alla fine ho trascorso tutto l'autunno e l'inverno correndo sul tapis roulant, a volte anche per un'ora e mezza di fila. Mai meno di dieci chilometri (quasi sempre dieci chilometri), che sul tappeto sono lunghissimi, in leggera salita all'uno, uno e mezzo per cento.
E pensare che tre anni fa, quando ho traslocato qui, avevo provato a venderlo.

Ci vuole una resilienza tutta particolare per correre a lungo sul tappeto, soprattutto perché lo faccio in silenzio, senza musica. C'è sempre il muro davanti, il passo è costante, attorno tutto è immobile, nella mia camera in mansarda la luce è pure soffusa. L'unica cosa che puoi fare è pensare. Allontanarti il più possibile con la testa e pensare, dimenticarti completamente dell'orologio, del tempo, altrimenti cedi immediatamente.
Quando corro in strada inganno il tempo facendo mentalmente conti, oppure mi concentro sul paesaggio, sulla gente, sul contesto. Nella mia mansarda fisso un muro e cerco di allontanarmi con la testa il più possibile, non guardare il display del tapis roulant per nessuna ragione. All'inizio lo coprivo con un asciugamano, poi ho smesso di mettere le lenti a contatto, che tanto sul tappeto non servono, e ho risolto il problema alla radice.
Di solito riesco a staccare del tutto la testa per i primi cinque o sei chilometri, almeno una mezz'ora, ma il settimo e l'ottavo sono sempre micidiali, sono quelli dove rischio ogni volta di mollare, dove l'istinto si ostina a voler guardare il Garmin, o a provare a mettere a fuoco il display del tappeto, e la testa combatte per non farlo e tornare all'altrove. La battaglia per la resilienza è tutta concentrata lì dentro.
Il nono chilometro è quello dove so che scollinerò l'ora, perché sul tappeto corro più piano e soprattutto la misurazione effettiva della distanza è calibrata in eccesso, e a spingermi in avanti è dunque l'obiettivo minimo dei sessanta minuti di corsa.
Il decimo chilometro lo percorro ormai in volata verso il traguardo, per quanto stanco, accaldato, o demotivato possa essere.

In questi mesi ho corso molto meno, sono sceso a due, spesso a una sola volta a settimana, complici il lavoro, gli impegni, i viaggi. Però ho messo insieme circa trecento chilometri sul tappeto e sono riuscito a non smettere mai. Nelle ultime trasferte ho infilato in valigia le scarpette e quando ho avuto occasione ho sfruttato anche le palestre degli hotel.
Nonostante abbia drasticamente ridotto il numero degli allenamenti e la distanza media, da ottobre ho via via guadagnato più di un minuto al chilometro e non ho mai mollato prima di avere completato almeno i miei dieci chilometri. Una sera a Houston non mi sono accorto di aver passato gli undici, in ottima forma e distratto dai monitor della tv in palestra.
Sul tappeto vai piano, sì, ma intanto le pulsazioni in corsa questi mesi sono scese costantemente, ho fatto lunghe tratte correndo anche sotto i 120 battiti, praticamente nulla. E quindi ho via via spinto sempre di più, nonostante abbia diradato gli allenamenti.
Le fibrillazioni non sono più comparse, anzi, battiti sempre come un orologio svizzero. In compenso negli ultimi tempi si sono spesso manifestate completamente a riposo, a tradimento, in qualche modo complicando maggiormente il quadro generale.
La prossima settimana andrò a fare l'ennesima visita.
Comunque.

Comunque è iniziata la primavera e basta, oggi sono tornato in strada dopo sei mesi. Ero convinto che questi mesi di tappeto mi avrebbero garantito prestazioni più che soddisfacenti, perché così mi dicevano le esperienze passate: sembra di andare lenti sul tappeto e poi invece in strada si vola. Invece no, una schifezza.
Qualcosa probabilmente ha giocato un po' di ansia, sono partito subito con le pulsazioni insolitamente alte e sono rimaste tutto il tempo in zona massima. Non me lo aspettavo, era come se fossi completamente fuori allenamento, sconfortante.
Il passo è stato davvero frustrante. Alla fine in questi sei mesi ho perso un minuto secco al chilometro e non sono riuscito nemmeno a stare dentro l'ora, anzi, ho sforato abbondantemente. Sono praticamente tornato indietro di un anno e mezzo.
E nulla, ho rimesso su chili e mi sono riavvicinato agli ottanta, e certo non basta una media di un'ora alla settimana sul tapis roulant per correre a cinque minuti al chilometro.
E poi ancora la scorsa settimana mi son fatto quattro giorni di fila fuori combattimento e l'ho saltata a piè pari.

Non basta non mollare, ci vuole di più, ma altre trasferte sono in arrivo, sono sempre più stanco, gli anni passano e si sentono, ed è sempre più difficile.
Forse devo davvero lasciare a casa una volta per tutte l'orologio e accontentarmi di mantenermi in una condizione di salute normale, far quel che ho voglia di fare quando ho voglia di farlo, cercare di curare l'alimentazione di più - che però è la ragione per cui mi serve correre, perché paradossalmente appena rallento con l'attività fisica rimetto subito in moto la fame inutile che mi tradisce con i fuori pasto, i dolci, il bicchiere di vino in più, e i chili decollano immediatamente.
Infatti.

Boh. Domenica ci riprovo, vediamo un po'. Forse era davvero solo un po' l'ansia di tornar fuori.
E comunque mercoledì vado a correre con l'holter e vediamo se salta fuori qualcosa.
Non dovesse saltar fuori, niente, ormai lo so: devo solo aspettare, prima o poi ricapiterà e a quel punto dovrò decidermi a fare l'unica cosa sensata in mezzo a tutto questo: alzare il culo e andare a farmi vedere *mentre* ho le fibrillazioni in corso, non così a campione ogni tanto.
Poi sarà quel che sarà.
Cheppalle.

Tapiro

Update: tornato in strada due giorni dopo, per fortuna ho staccato un 59':00". Non benissimo, ma visto com'era andata e considerati i trascorsi, posso dire di aver tenuto botta tutto l'inverno (e anche il peso in realtà è molto meglio di quanto pensassi, bravo Carlo!).
TAG: running, salute, corsa, cuore
01.10 del 06 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
06 Ritorno all'Aletsch Arena
GEN Viaggi verticali, Spostamenti, Diario
Dice che nel 2019 i blog tornano di moda. Questo non ha mai chiuso since 2003, nonostante qualche guerra, le magagne tecniche, l'ormai cronica assenza di manutenzione da qualche anno, le mie numerose vite che cambiano in continuazione, le stagioni che non ci sono più, eccetera.
In questi sedici anni sono cambiato io, sono cambiate le cose che scrivo e il mio modo di scrivere, sono cambiati i contenuti - viaggi a parte, ché di quello scrivo sempre, e del resto fin dall'inizio i miei spostamenti sono stati il fil rouge di questo sito, non bastasse il nome.

Comunque niente, dice appunto che tornano i blog e io in realtà volevo scrivere due righe sul mio ritorno a Fiesch sei anni dopo, questa volta coi ragazzi, a Fiescheralp per la verità, ché nell'hotel di allora - e in tutta Fiesch - posto non ne ho trovato, e peraltro Fiescheralp è tutt'altra storia, lassù isolata a duemila-e-due, raggiungibile solo in funivia, minuscola, niente più di un antico alpeggio trasformato in esclusiva stazione sciistica, due alberghi, piuttosto spartani invero, almeno il nostro, un negozio, la stazione della funivia e qualche baita, un gatto delle nevi e alcune motoslitte per spostarsi durante il giorno se non hai gli sci, e la sera, quando cala l'oscurità e la funivia chiude, fine, silenzio totale, gelo all'esterno, ché a quella quota a gennaio vai abbondantemente sotto zero, calore dentro all'hotel, vino caldo volendo, cucina svizzera, che un granché non è mai stata, un libro, buio e stelle in cielo, un paio di husky accoccolati all'esterno che si scaldano a vicenda, chiacchiericcio attorno a bassa voce, perlopiù di matrice germanica, alcuni inglesi due tavoli più in là.

Di giorno invece ti infili gli sci sull'uscio dell'albergo e al rientro te li togli praticamente in camera, dopo una giornata intera trascorsa a macinare chilometri e chilometri di neve battuta e non, col panorama infinito dell'Aletschgletscher, di tutti i quattromila dell'Oberland, del Monte Rosa e del Vallese, e la piramide del Matterhorn a segnare l'orizzonte infinito dal piccolo Himalaya che ha dato il nome a Concordia, al cospetto del K2, e dunque.
Che giornate spettacolari, di neve, sole, cielo cobalto e freddo intensissimo, fino a venti sotto zero, ma accidenti, che scia di tracce meravigliose e la sorpresa di quasi nessuno attorno, chilometri e chilometri e chilometri di neve bella per quasi noi soli.

Un po' sì, mi è mancata la consolidata familiarità della Valchiavenna, i volti di sempre, le chiacchiere serali con gli abituali incontri a scadenza annuale, i pranzi con gli amici alla Baita del Sole, le infinite discussioni sulle condizioni del Canalone, quest'anno è dura, quest'anno è troppo tracciato, quest'anno son meglio i Camosci, quest'anno vengo su solo per il Canalone, quest'anno ci vuole l'Arva, quest'anno la funivia è sempre chiusa. Quest'anno non siamo andati.
Per la verità non ci credevo davvero, un anno fa, quando scrivevo che quest'anno saremmo andati altrove.
E invece.

E invece abbiamo fatto bene, molto bene. Ha fatto bene a tutti e tre.
La Tunnelpiste non è il Canalone, ma l'attacco a cinquanta gradi è come lo ricordavo: verticale. Duecento metri di vera picchiata dove è vietato cadere. Nemmeno il Pas de Chavanette, il leggendario Muro svizzero di Champery, è così fuori dal codificato. Per quante volte la puoi ripetere, hai sempre un attimo di esitazione prima di oltrepassare l'orlo dell'attacco e affrontare la prima curva a salto verso il basso, calcolando il movimento e sperando che il fondo non sia troppo ghiacciato.
E poi l'esposta cresta dell'Eggishorn, affacciata sul ghiacciaio dell'Aletsch, spazzata da raffiche di vento a cento orari che a tremila metri sollevano nubi di polvere d'argento contro la luce radente del tramonto. Una discesa sempre mozzafiato, vertiginosa, per chiudere in modo perfetto la giornata prima che il sole scompaia dietro il Cervino.

E poi, ancora, niente. Non è la Valchiavenna e non è l'Aletsch Arena. È che nella mia aria sottile sono sempre a casa, ovunque. Mi bastano poche ore e tornare a valle diventa ogni volta sempre più un obbligo inaccettabile, l'anomalia di un altrove che non mi appartiene, proprio a me che appartengo ad ogni altro altrove.
Domani inizia un anno nuovo in pianura e io non sono mai acclimatato.

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Tutte le foto sono qui.
TAG: Aletsch, Fiesch, sci, montagna
22.58 del 06 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
23 Era ormai novembre
DIC Travel Log: Far East for business
Per esempio, prendi Suzhou - si dice “Sugiò” - anonima città cinese nello Jiangsu che conta quasi undici milioni di abitanti. Undici. Milioni. Di. Abitanti.
Andando verso l’ufficio, mentre siamo fermi a un semaforo accanto a uno dei supercondomini di cui Suzhou, come qualunque altra nuova città cinese, è costellata, approfitto per far due conti.
Il condomino, chiamiamolo così, peraltro certo non uno dei più grandi di Suzhou, è composto da sei file di cinque grattacieli ciascuna. Ogni grattacielo è alto quarantadue piani e possiamo assumere, per difetto, che su ogni piano ci siano almeno quattro appartamenti, sì?
Diciamo poi anche che il nucleo familiare medio che abita in un condominio di Suzhou sia composto da tre persone, stima che peraltro, trattandosi di Cina, è secondo me parecchio al ribasso.
Avete fatto i conti? Fanno più di quindicimila persone.
Quindicimila persone.
Dice, tanto in Cina non c’è democrazia e di certo non fanno le assemblee condominiali.

Di condomini così a Suzhou ce ne sono a decine, attorno al centro. Dodici anni fa, mi dice il mio autista, c’erano solo risaie.
Parliamone, poi, del centro di Suzhou. Una sparata di grattacieli nuovi di zecca, cristallo e acciaio e neon colorati ovunque. Qualche Lamborghini che sfreccia per i viali. Ho contato più Starbucks per metro quadro qui che in tutta Cleveland, dov’ero due mesi fa.
Ci sono quattro linee della metro a Suzhou e cinquantasette treni proiettile al giorno che la collegano a Shanghai, un centinaio di chilometri a est, in poco più di mezz’ora.
C'è un ristorante italiano - ne ho visti due per la verità, ma in uno dei due mi ha portato il mio collega indiano - dove ho mangiato una pizza che avrei tranquillamente potuto mangiare, uguale, perfetta, in centro a Milano. Per dirvi la verità, in centro a Milano avrei tranquillamente potuto essere, non fosse stato per le fuoriserie parcheggiate fuori e il cielo illuminato a giorno dall'inquinamento luminoso dovuto ai giochi di luce delle centinaia di grattacieli.
Ci sono anche dozzine di centri commerciali nuovi fiammanti nel centro di Suzhou e la cosa più curiosa non è che siano vuoti come fossero tutti appena stati terminati - e in effetti lo sono, quanto piuttosto che all'interno ci sono solo piccoli negozi sparsi di cianfrusaglie varie. Praticamente hanno tirato su dei centri commerciali come se l'idea fosse stata quella di ricostruire dei tradizionali negozi cinesi racchiudendoli dentro un moderno cubo di vetro e acciaio e scale mobili. Surreale.

Della Cina, la mia Cina di sedici anni fa, la Cina di Lanzhou, di Xi’an, di Xining, che peraltro già allora lasciavano intuire uno sviluppo estremo in corso, oggi non rimane pressoché più nulla.
Maggie, la giovane collega cinese che mi guida attraverso Suzhou e la provincia, ha studiato a Xi’an. Le faccio vedere le foto che ho scattato nel 2002: le guarda sorpresa e mi dice che oggi è totalmente irriconoscibile, che non esiste più niente di tutto quello che le mostro e che il centro è una foresta di grattacieli nuovissimi.

Il giorno dopo viaggiamo verso Tongli, una città vicina dove Maggie si è sposata e che vuole mostrarmi perché dice che ci sono dei giardini e dei palazzi nobili più belli di quelli, famosi e protetti dall’UNESCO, di Suzhou.
La limousine attraversa la periferia e solo per qualche minuto riesco finalmente a vedere un po’ della Cina che ricordavo.
Per il resto è come ho avuto modo di osservare qualche giorno prima a Shanghai e d’altra parte, riflettendoci, come già avevo visto a Pechino sedici anni fa: interi vecchi quartieri suddivisi in grandi aree rettangolari e letteralmente recintati, gli abitanti evacuati (lo scrissi nel 2002 nel mio libro e me lo richiedo oggi: dove?), arrivano le ruspe e piallano tutto. Tutto.
In pochi mesi al posto delle vecchie case vengono tirate su queste torri da trenta, quaranta, cinquanta piani, a grappoli, tutte identiche, tutte grigie, tutte spettrali. Cemento armato ovunque.
Sembra il sito di un qualche film su un futuro distopico, una cartolina da "Billennium", il racconto di James Ballard.

È passato ormai più di un mese da quando sono rientrato dalla Cina e, come immaginavo, non ho più avuto il tempo di scriverne come avrei voluto. Ho sistemato le foto e per il resto ho continuato ad essere travolto dal lavoro. Così adesso mi mancano le parole per raccontare.
Ad esempio, Shanghai, appunto.

Erano anni che volevo andarci, sin dai tempi di Asia Overland. Ci avevo anche provato allora senza riuscirci e chissà come sarebbe stato confrontare la Shanghai del 2002 con quella di oggi.
Uscendo dalla stazione della metropolitana a Pudong, proprio sotto alla Shanghai Tower, vengo attraversato dai brividi dopo parecchi anni che non mi accadeva, perlomeno al cospetto di una grande metropoli. In fondo le capitali del mondo le ho viste ormai praticamente tutte e le tigri dell'Asia non hanno segreti per me, con l'unica esclusione di Taipei.
La skyline di Shanghai, che si apre attorno a me a trecentosessanta gradi, è indescrivibile. Arrivo da Tokyo e all’improvviso la capitale giapponese mi sembra vecchissima, sorpassata a destra.
Ho impiegato meno di un’ora dal momento in cui sono sceso dall’aereo al mio hotel a Pudong, sdoganamento e ritiro bagagli compresi. Il Maglev, il treno iperveloce a levitazione magnetica, mi ha depositato in centro a Shanghai, agganciandomi direttamente alla rete metropolitana, in soli sette minuti dall’aeroporto, viaggiando ad oltre quattrocento chilometri orari.
Fantascienza.

Giro per Shanghai spostandomi grazie all’infinita ragnatela di linee metropolitane, fra i grattacieli di Pudong, le grandi vie commerciali del Bund, i quartieri della vecchia Shanghai dove mi imbatto in un tradizionale mercato degli insetti, uno degli ultimi retaggi della Cina che anche qui è in corso di cancellazione sistematica, quartiere dopo quartiere, strada per strada.
Riesco per una giornata a perdermi negli strettissimi vicoli di una Cina che ormai non c’è più, dove per un attimo ancora mi sento come un elemento estraneo, totalmente alieno, solo, persino un po’ intimorito, o almeno coi sensi all'erta. Non fossi in Asia, ma in qualunque città europea, o africana, o sudamericana, avrei paura sì.
Invece qui vengo solo osservato dalle feritoie fra le finestre, o con la coda dell’occhio, di nascosto, dai portoni, finché all’improvviso, mentre scatto fotografie e cerco di orientarmi per trovare una via di uscita dal labirinto, puntando la sagoma all’orizzonte della Shanghai Tower che buca le nuvole da ovunque la si osservi da lontano, un vecchio mi arriva alle spalle e mi afferra un braccio.
Trasalisco.

Il vecchio - anche lui - sembra uscito da un film. Avrà cento anni, i baffi sottili lunghi e spioventi, il cappello di paglia. Potrebbe appartenere a una canzone di Battiato, o essere una comparsa di Grosso guaio a Chinatown.
Mi parla, in mandarino. Indica attorno, poi me, poi ancora attorno, poi ancora me. Gli dico in inglese - ma non so bene perché, potrei anche rispondere direttamente in italiano, tanto non cambierebbe nulla - che credo di sapere dove sono, di non essermi perso in realtà. Mi dice qualcosa che secondo me è il nome del quartiere e annuisco, ripeto il nome.
Poi inizia un lungo discorso, sempre tenendomi per il braccio, sempre in mandarino.
Eppure io capisco tutto benissimo, è tutto perfettamente chiaro.

Ruota il braccio tutto attorno, indica in lontananza, colgo un “business”, scuote la testa.
Lo so. Mi sta raccontando che una volta tutta Shanghai era così, ma che adesso la stanno cancellando, che il business ha cambiato e travolto tutto, che presto anche questo quartiere scomparirà e diventerà come quelli laggiù all’orizzonte, come i grattacieli di Pudong.
Gli dico che qua mi piace, che sono a mio agio, che là c'è troppo traffico, rumore.
Non è vero, Pudong è mozzafiato ed è facilissima, riesce ad essere persino familiare nel suo essere proiettata cento anni avanti nel futuro, ma il vero viaggio è qui, col vecchio, a un passo dalle ruspe. Non provo nemmeno a staccarlo dal mio braccio. Lui va avanti a raccontarmi.
Alla fine mi indica e chiede qualcosa. Tiro a indovinare e rispondo Yidàli, Italia. Sorride.
Mi lascia il braccio e indica la Shanghai Tower all’orizzonte, muovendo il braccio.
Sì, lo so. Quella è la direzione. Grazie.

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Suzhou, Humble Administrator Gardens
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Tongli
TAG: Suzhou, Shanghai, Cina
18.43 del 23 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
02 Made in Japan
DIC Travel Log: Far East for business
È sul Nozomi che il deja-vu mi investe davvero ed è in qualche modo significativo, perché lo Shinkansen Nozomi è escluso dal Japan Rail Pass e nel 2006 non avevamo dunque potuto prenderlo, avevamo viaggiato solo con gli Shinkansen di seconda categoria, ammesso che si possano definire tali.
Ma il Giappone che sfreccia a ben oltre trecento all’ora dai finestrini del Nozomi è esattamente quello, senza soluzione di continuità, da Tokyo a Kyoto ed oltre, fino a Hiroshima, fermata per fermata, ed è come se lo riconoscessi tutto, come il castello di Himeji ad esempio, eccolo lì, mentre il treno rallenta in prossimità della stazione, anche se per la verità Himeji me la ricordavo più piccola. E il Monte Fuji naturalmente, che però questa volta riesco a vedere ben disegnato contro un cielo perfettamente limpido, con il caratteristico cono innevato, come da letteratura, mentre allora lo vidi in pieno agosto, completamente asciutto e scuro, annebbiato dalla foschia.
Mi viene naturale fissare un angolo nello scompartimento, vicino al deposito bagagli, e mi pare di vedere ancora il passeggino rosso di Leonardo, lui seduto dentro che osserva pensieroso il panorama scorrere velocissimo.

È tutto così lontano e così vicino, il mio passato che si allontana davanti a me. Il Giappone sarà per sempre quello visto attraverso i suoi occhi meravigliati e sorpresi di duenne, le sue foto a Tokyo, a Osaka, ad Ainokura, in spiaggia ad Hei-Bama, in braccio a me in acqua nell’oceano che ride come un matto, in treno.
Mi viene in mente quel pomeriggio in Tango Hanto quando siamo andati insieme, io e lui, nell’Onsen per uomini, e lui che buttava i sassolini nell’acqua.
Penso a come è adesso, a quell’adolescente di quasi un metro e ottanta che incrocio in cucina prima dell’alba, mentre si prepara la colazione, nessuno di noi due che dice una parola, ci scambiamo un’occhiata silenziosa per salutarci, mentre Carola ancora dorme in camera sua.
Una vita nel mezzo, la distanza fra quel Giappone e quello che vedo scorrere oggi dai finestrini.

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2006, con Leonardo sullo Shinkansen
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Il Monte Fuji fotografato nel 2006 dallo Shinkansen...
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... e nel 2018 dalla stessa posizione...

C’è un Nozomi ogni cinque minuti, nel 2018, in ora di punta, sull’asse Tokyo-Kyoto. Più della metropolitana di Milano fra Duomo e Cadorna. Impiega poco più di due ore fra le due città, meno di tre per arrivare ad Hiroshima, fermando in tutte le stazioni principali. Fantascienza.
Ryo passa a prendermi all’hotel a Fujisawa alle otto e trenta del mattino, con calma. Alle 14:00 abbiamo una riunione ad Okayama, a quasi ottocento chilometri di distanza, due metropolitane, un Nozomi, un taxi e un pranzo in mezzo.
Alle 14:00 in punto - in punto, giuro - stiamo entrando nella sala riunioni di Okayama. Ho anche avuto il tempo di pranzare discretamente sul Nozomi.
Ma che altro devo raccontarvi, io, del Giappone?
C’è sempre il capostazione che si inchina davanti allo Shinkansen, prima che abbandoni silenziosamente la stazione, e c’è sempre il controllore a bordo che attraversa il vagone e si inchina prima di passare a quello successivo.
Si inchina anche se i sedili sono tutti rivolti nel senso di marcia e lui sta uscendo dalla porta posteriore, coi passeggeri che gli danno la schiena. Si inchina anche se il vagone è vuoto.
Si inchina lo stesso, verso le nostre schiene, verso il nulla. Si inchina e basta. Perché deve fare così.

Facciamo conversazione in treno, Ryo ed io, le solite cose che però in oriente contano di più: la famiglia, il lavoro, i ciliegi - perché naturalmente tre secondi dopo che sei in Giappone qualcuno ti dice subito che devi venirci in aprile perché ci sono i ciliegi in fiore e nulla, 'sta cosa dei ciliegi ai giapponesi li manda in orgasmo più del sadomaso. Claudio Giunta la racconta benissimo nel suo libro sul Giappone.
Comunque.

Il clou della conversazione è "adesso in Giappone è autunno e in Giappone l'autunno è bello perché le foglie ingialliscono”. Ryo mi chiede se accade anche in Italia.
In questa assurda domanda, all'apparenza come minimo sciocca o alla meno peggio un’inutile formalità, è racchiuso l'intero Giappone e tutto il mondo dei giapponesi. Stiamo attraversando da almeno due ore una ininterrotta giungla di cemento armato senza soluzione di continuità, l'antropizzazione esasperata e opprimente che è la caratteristica di questo paese dove il verde, il verde come lo intendiamo noi, è quasi inesistente e attorno a me, da quando sono atterrato, la cosa più vicina a un vegetale non addomesticato, scolpito e piegato all’ordine di ogni cosa, sono le alghe che galleggiano confusamente nelle zuppe preconfezionate.
E quindi per il giapponese questa cosa delle foglie che in autunno ingialliscono sugli alberi e cadono in disordine, senza uno schema prefissato, colorando l’asfalto in modo casuale, per il giapponese medio che vive in città, cioè per quasi qualunque giapponese di quasi qualunque posto, è davvero un miracolo della natura, una poesia vera, mentre a me disturba, perché l’autunno è freddo e umido e triste e vira al buio, e perché se parcheggio sotto un albero a Milano - perché a Milano ci sono gli alberi, a Tokyo, a Yokohama, a Fujisawa, no - le foglie che cadono come minimo si appiccicano all'auto e per terra si trasformano in una fanghiglia orrenda.
E tutta la cultura della ricerca della bellezza nel piccolo, nel particolare, nel ciliegio che fiorisce una settimana all'anno, eccola lì, "l'autunno è bello perché le foglie ingialliscono", che nella conversazione col giapponese medio, mentre sei in metropolitana, è così lontano dal "non ci sono più le stagioni" ringhiato fra i denti all’occasionale compagno di viaggio nell’ascensore che avremmo voluto prendere in pace, da soli.

È stressato Ryo, mentre siamo in taxi ad Okayama e andiamo verso l’ufficio e la nostra riunione. È stressato perché ha calcolato che potremmo arrivare cinque, forse dieci minuti in ritardo, perché c’è traffico. Non importa che arriviamo dall’altra parte del Giappone e abbiamo viaggiato come fulmini tutta la mattina, discute nervosamente con il tassista e consulta il navigatore alla ricerca di un percorso più veloce, telefona a mezzo ufficio per scusarsi. Non importa nemmeno che la riunione l’abbiamo organizzata noi, che il capo sia io e dunque, tutto sommato, pazienza se siamo un po’ in ritardo, no. Nella sua cultura giapponese è quasi inammissibile.
Mi chiede cosa dobbiamo fare. Gli spiego con molta tranquillità che amen, arriveremo in ritardo una decina di minuti e non sarà un problema. Dice che allora sposta la riunione di dieci minuti. Gli spiego che può anche spostarla di quindici, forse anche di trenta, per essere certo che non abbiamo ulteriori ritardi. Mi guarda stupito.
Arriviamo precisi. Non un minuto di ritardo. Doppia sconfitta: ormai aveva spostato la riunione di mezz’ora.

Mi riempiono di regali i giapponesi. Ovunque vada, i colleghi mi fanno un regalo, lo fanno per i miei figli, si prendono cura di me, mi portano fuori a cena.
Pause pranzo in mensa giapponese, cene tradizionali giapponesi. Correggono il mio modo di impugnare i bastoncini, mi insegnano a tagliare il cibo nel modo corretto, mi si apre un intero mondo nuovo.
Com'è diverso vivere il Giappone per lavoro, condividerlo coi giapponesi, rispetto al viaggiarlo per turismo.
I colleghi scoprono che non amo il pesce e organizzano una cena ufficiale a base di carne, costosissima e non comune nella dieta del Sol levante. Ricambio la cortesia affrontando il sashimi, nonostante mi sia quasi insopportabile, l’insalata di medusa - avrei voluto non saperlo - e qualunque distillato alcolico mi passi davanti.

L’ultimo pomeriggio, finite le riunioni, Ryo mi porta a fare un giro turistico a Kurashiki. Vengo investito da tutto il mio Giappone e per un paio d’ore mi aggiro smarrito dentro al mio passato, ed è ieri, non dodici anni fa.
Lascio qualcosa di me in un tempio e finisco la serata insieme a Ryo in un pub di Okayama. Suonano jazz e la bottiglia è un Teroldego italiano.
Domani si vola a Shanghai.

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Immagini da Kurashiki
TAG: Giappone, Kurashiki, okayama
23.22 del 02 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
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