Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 Un minuto sessanta secondi
OTT Salute, Running, Diario
Ne scrivo con cautela e in via quasi riservata, fra me e me, ché alla prova dei fatti, negli ultimi sette anni, qualunque tentativo è miseramente naufragato dopo poche settimane, giusto il tempo perché facessero a tempo a manifestarsi i primi risultati.
Poi nulla, di nuovo il buio.

Una sera tardi, qualche settimana fa, stavo rientrando al mio albergo lungo la Provinciale 52. In quella zona la strada corre diritta attraverso la campagna veneta, come tutte le strade lì attorno. Non c’era nessuno in giro, era buio e faceva freddo, anche se in quel momento non lo stavo già più avvertendo da un po’.
Come al solito, come facevo anni fa, contavo fra me e me per dimenticarmi del tempo, astrarmi dal contesto attorno e da me stesso, concentrarmi su altro e staccare la testa.
A un certo punto sono come riemerso dal mio stato di trance, come se avessi realizzato solo in quel momento e all’improvviso dov’ero e cosa stavo facendo, e - giuro - mi sono dato un pizzicotto. Me lo sono dato forte, sulla guancia. Da solo, lì in mezzo al buio, sul ciglio della SP52.
Volevo essere certo, assolutamente certo, che non fosse un sogno, che fossi davvero sveglio, perché negli ultimi anni troppe volte mi è capitato di trovarmi in una situazione analoga, esserne fermamente convinto, meravigliarmene, fare giusto a tempo a cogliere quell’attimo di sorpresa mista a felicità e poi ritrovarmi invece nel mio letto con gli occhi aperti, e constatare amaramente, una volta di più, che era tutto un sogno.
Ne avevo scritto anche qua dentro, tempo fa.

A voi magari sembrano tutte cazzate e in fondo lo sono, ma conoscete quella frustrazione che vi coglie ogni volta quando vi risvegliate da un sogno che vi sembra troppo bello per essere vero, nel quale percepite forte una distorsione spazio-temporale, la sensazione che in realtà nulla intorno a voi sia reale, e fate di tutto per dimostrarvi che invece lo è: verificate, fate esperimenti, vi toccate, mettete alla prova lo spazio attorno a voi, finché non siete convinti che è tutto vero.
E quindi vi svegliate. Ogni maledetta volta, come riemergere dal livello due o tre di Inception.

Così, mi sono dato un pizzicotto. E poi un altro ancora, più forte. Volevo svegliarmi a tutti i costi per azzerare sul nascere la frustrazione.
Venti minuti dopo ero nella mia camera d’albergo. Al caldo, sudato, felice. In piedi. E non mi ero appena alzato dal letto.

Ho ricominciato il 17 agosto, a tre anni di distanza dall’ultimo tentativo. Ho impiegato sei settimane per tornare a correre un’ora, sette settimane per tornare a correre dieci chilometri. Dieci settimane per riportarli vicino ai sessanta minuti. Dieci settimane per perdere (quasi) dieci chili.
Me lo ero promesso, ho (per ora) mantenuto la promessa fatta a me stesso. E no, non stavo sognando in effetti. Stavo davvero correndo da un’ora, senza sosta, al buio, lungo la SP52.
Coi battiti regolari, inchiodati fra i centotrenta e i centoquaranta.

Un anno fa di questi tempi ero alle prese con i problemi cardiaci di cui ho raccontato fra queste pagine. Lo scorso inverno, complici lo stress e l’inattività assoluta forzata (non potevo nemmeno più andare a camminare), ero arrivato a soglie di peso davvero inaccettabili per il mio fisico: avevo superato quota 93kg, la progressione sembrava inarrestabile e, cuore a parte, il mio sistema salute complessivo era in allarme.
Sono arrivato a inizio estate in una condizione disastrosa. Da una parte le terapie coi betabloccanti e i gastroprotettori tenevano a bada cuore e stomaco, ma la mia schiena non ce la faceva davvero più, ero in una situazione così critica da avere seri problemi di mobilità quotidiana, in difficoltà perfino a girarmi nel letto di notte. Qualunque movimento non controllato sulla colonna poteva mettermi in crisi. Se camminavo troppo a lungo avevo forti dolori ai piedi, se stavo troppo seduto andava in sofferenza tutta la schiena e avevo forti dolori al sacro, se stavo sdraiato avevo difficoltà a girarmi e a rialzarmi. Perfino le mie lezioni di pilates erano diventate un percorso a ostacoli e non avevano più alcun effetto benefico.

Ho aspettato di rientrare dalle vacanze estive, perché era chiaro che qualunque iniziativa avessi intrapreso sarebbe stata immediatamente vanificata dal periodo di ferie.
Non sono stati facili i giorni a Madeira: tutti i giorni ero alle prese con le difficoltà alla schiena e ai piedi. Nonostante questo, però, abbiamo camminato parecchio. Ci contavo. È servito a buttar giù un paio di chili, tanto per cominciare. I primi, piccoli, passi. Nel vero senso della parola.

Al rientro, ho approfittato della settimana a casa subito dopo ferragosto per uscire tutti i giorni a camminare un paio d’ore. Come obiettivo iniziale mi sono posto di mettere insieme il più chilometri possibile per cercare di riabituare al movimento tendini, menischi e legamenti. Nessuna forzatura. Camminare, veloce. Maglietta e pantaloncini, andatura regolare. Cuffiette, chilometri. Solo riabituare il fisico al movimento prolungato.
Mi sono anche installato una app sul telefono per il controllo delle calorie. Per la prima volta in vita mia mi sono messo seriamente a dieta. Non lo avevo mai fatto.
Peso registrato all’inizio, il 17 agosto, 90.6kg. Ho fissato l’obiettivo a 78kg, il peso che avevo nove anni fa quando per la prima volta ero riuscito a portare i 10km sotto ai cinquanta minuti. Progressione ipotizzata: mezzo chilo a settimana.
La app mi ha sfornato un limite di 1670 calorie al giorno, bilanciate fra carboidrati, fibre e proteine.
Mi sono bastati due giorni per capire che fino a quel momento la mia dieta “normale” stava probabilmente attorno alle 2500 calorie quotidiane, senza contare che era completamente sbilanciata sui carboidrati.

Non mi ero mai interessato di queste cose prima, mi ero sempre rifiutato. Non ne avevo mai avuto bisogno, o almeno me lo volevo credere.
Adesso, per la prima volta, avevo dei numeri davanti a me.

Millesettecento calorie scarse, per uno come me, sono pochissime.
Ti mangi una fila di Oro Saiwa alla sera, otto biscotti, così per noia davanti alla tv? Quasi duecento calorie.
Nel weekend pranzi annoiato con un panino, un caprino, un etto di speck, un “po’” d’uva davanti al PC? Novecento calorie.
A cena decidi di stare a “dieta” e ti fai due pomodori in insalata con una scatoletta di tonno e una mozzarella, e al massimo finisci con una banana? Più di mille calorie.
La mia pizza casalinga che faccio un sabato sì e uno no? Millecento calorie, senza contare la birra.
Un incubo.
All’improvviso tutta - tutta - la mia ordinaria alimentazione fino a quel momento, quella che negli ultimi anni avevo considerato un’alimentazione “abbastanza controllata”, è diventata un incubo.

Ho dovuto resettare tutto, reinventarmi completamente il mio modo di fare la spesa. Imparare che con determinati alimenti mi tolgo la fame riempiendomi e mantenendo il giusto bilanciamento dei macronutrienti. Che è meglio un panino che un pacchetto di cracker. Che sono meglio tre pere di un etto di uva. Che il formaggio è il mio nemico, che i cesti di pane al ristorante sono i miei nemici, che i dolci - qualunque dolce - sono armi di distruzione di massa.
Tutte cose che ho sempre saputo, per carità. Sapevo così, perché sono cose che sappiamo tutti, ma che non avevo mai tradotto in numeri prima, sotto ai miei occhi, confrontandomi con lo specchio.

Dieta, stretta. E chilometri.
Dopo una settimana di camminate ho iniziato a provare a correre qualche minuto ogni tanto, così, solo per vedere cosa succedeva. Camminavo dieci minuti, poi un minuto di corsa. Fiatone, gambe doloranti.
Attento al cuore. Attentissimo. In ascolto.
In questo modo, ho iniziato con sei, sette chilometri in un’ora.
Mi sono ricordato del mio Garmin nel cassetto e della mia fascia cardio, e li ho rispolverati.
Dopo un paio di settimane ho iniziato a darmi un metodo, come quando iniziai a correre dieci anni fa. Sono partito con l’obiettivo di completare dieci serie da 3’ di corsetta, alternate a 3’ di camminata. Sono così arrivato a fare circa 7,5-8km in un’ora, all’inizio con gran fatica e cuore in gola, poi piano piano, col passare dei giorni, più regolare.
Nel frattempo avevo perso due chili nelle prime due settimane, poi altri due chili nelle due settimane successive.

Col ritorno al lavoro e alle trasferte, e col rientro dei ragazzi dalle vacanze e l’inizio della scuola, ho dovuto arrangiarmi con l’organizzazione: ho ringraziato il cielo di non essere riuscito a vendere lo scorso anno il mio tapis roulant e, come anni fa, ho ricominciato anche a correre la sera tardi.
Torno alle otto di sera? Esco a correre e ceno alle dieci.
Fa freddo, piove, ho i ragazzi a casa? Mi metto sul tapis roulant per un’ora.
Sono in trasferta a San Martino? Metto le mie cose nel trolley e la sera, quando esco dall’ufficio, corro lunga la SP52 e i dintorni della campagna veneta.
Sei settimane, sei chili.
Otto settimane, otto chili. E nel frattempo, un passo alla volta, le dieci serie da 3’+3’ diventano sette serie da 6’+3’, poi tre serie da 20’+2’. Seguo sempre la mia vecchia regola: passo alla sequenza successiva solo quando riesco a fare la sequenza attuale senza affaticarmi.
Poi, finalmente, una sera a San Martino, un’ora intera senza sosta, 8.5km.
Tre giorni dopo a casa, sempre la sera dopo il lavoro, 10km in fila, un’ora e dieci.
A dieci settimane di distanza corro regolarmente i dieci chilometri, accorcio via via i tempi, mi sto avvicinando all’ora e corro con dieci chili in meno.
E dieta stretta, con qualche strappo, ché alla fine corro e la fame si fa sentire.

Una volta alla settimana ceno con un calice di vino, mi concedo un dolce nella mia trattoria preferita di San Martino, un piatto più ricco.
Ho imparato ad apprezzare ogni cosa che mi metto nel piatto. I momenti più rilassanti della giornata sono quando mi metto, finalmente, a tavola.
Ho tagliato tutti gli extra pasto. Tutti. Ho tagliato le doppie colazioni, a meno che la prima non sia alle sei del mattino e il pranzo sia previsto alle due del pomeriggio, con un viaggio in mezzo. E comunque, addio al croissant con la cioccolata in seconda colazione.

Vivo meglio. Sai che scoperta: facile all’improvviso vivere meglio con dieci chili in meno. Ma di più c’è che non prendo gastroprotettori da due mesi: il mio reflusso, cronicizzato da anni, è completamente scomparso.
La schiena sta bene, abbastanza. Ho l’impressione che il peso sopportato nell’ultimo anno abbia causato qualche nuovo danno permanente e ci sia (minimo) una nuova protrusione all’altezza del sacro, ma ho riguadagnato quasi del tutto la mia mobilità normale. Quando corro, come è sempre (misteriosamente) stato, la mia schiena riacquista tutto il suo assetto ed equilibrio normali.
I piedi non mi fanno più male e anche a pilates va tutto bene.
Ho guadagnato due-tre buchi nelle cinture, più di una taglia, e all’improvviso mi sono larghi tutti i pantaloni che ho comprato negli ultimi anni.
Passate le prime settimane, grazie alla progressione molto controllata che ho seguito, mi sono scomparsi anche tutti i problemi ai menischi, tendini e legamenti, che inevitabilmente si erano manifestati quasi subito all’inizio. Per ora non si segnalano nuovi fastidi: ho fatto tesoro delle passate esperienze degli anni scorsi per circoscrivere e limitare i problemi, speriamo che il periodo di grazia continui, perché interrompere ora sarebbe deleterio anche per la mia motivazione.

E il cuore?
Il cuore sta bene, sembra. La scorsa settimana, un po’ preoccupato, sono stato dal medico. Il fatto è che i betabloccanti continuano a fare il proprio lavoro e ho frequenze da zombie.
La sera, quando mi sdraio a letto, sto fra i 38 e i 42 battiti al minuto.
In condizioni normali, in movimento in casa, attorno ai 50.
Quando corro, all’apice della fatica, viaggio a 145 di massima, molto raramente oltre. Solo un paio di volte ho toccato i 150 e peraltro, più passano le settimane e più mi alleno, più ovviamente i battiti tendono ad abbassarsi.
Tre anni fa, durante il mio ultimo tentativo di ripresa dell’attività, correvo coi battiti a 165 circa.
Lo scorso anno, durante le crisi di fibrillazione, ero arrivato a 190.
Anche la pressione, che tengo sempre monitorata, è bassissima. Viaggio a medie di 55-85, ma mi è capitato, a un’ora di distanza dal termine dell’attività, di misurare un 47-75. Non ho più visto valori sopra i novanta di massima.
Dice il mio medico che lui ha la pressione massima a ottanta da anni e mi fa notare che è vivo.
Non so se sia una diagnosi, ma vivo è, in effetti. Almeno, pare.

E adesso niente, facciamo che non ne parliamo di nuovo più. Si vedrà.
Intanto stamattina ero a 81.4kg, ché da una parte significa ormai solo poco più di tre chili al mio primo obiettivo, ma anche che nelle ultime due settimane, complici qualche uscita in meno e un paio di strappi alla dieta per colpa del lavoro, la mia progressione lineare di questi due mesi ha improvvisamente frenato e ho perso “solo” nove etti rispetto a quindici giorni fa. Significa che non posso sgarrare. Che i confini fra dimagrire, riuscire a mantenere il peso e rimbalzare di nuovo sono sottilissimi. Che è un lavoro. Che non posso permettermi mai di distrarmi. Che ci vogliono motivazione, disciplina, costanza, esattamente come quando otto anni fa decisi di puntare alla maratona.

Voglio arrivare ai 78kg e riportare i 10km sotto all’ora. Mi mancano tre chili e cinque minuti. Le due cose vanno insieme. In quei tre chili stanno esattamente quei cinque minuti.
Intanto vedo di arrivare lì. Se ce la farò, quando ce la farò, ne scriverò qui.
Poi si vedrà.
Un passo alla volta. Sempre.
Contando, nella mia testa, per ingannare il tempo, farlo scorrere, distrarmi dalla strada che scivola via dietro di me.

Un minuto sessanta secondi, un chilometro sei minuti e qualcosa, al prossimo lampione sono centro metri, un’ora ottomila passi, il rettilineo seicento metri, trenta minuti è il cinquanta per cento…
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
17.29 del 26 Ottobre 2017 | Commenti (0) 
 
22 Domeniche d'autunno /reloaded
OTT Masterchef
Era un po' che non mi applicavo in cucina e che ti sei fatto a fare una cucina a isola se poi non la usi in qualche modo? Così, ieri sera ci siamo dati ai fiori di zucca fritti, oggi Carola ed io abbiamo inventato una torta salata - la prima della mia vita - mescolando zucchine e ingredienti a caso. Infine ci siamo dati al Galup, soufflé al formaggio da settordicimila calorie su ricetta della nonna.
Insomma, promossi a pieni voti.

Poi devo raccontarvi altre cose, magari i prossimi giorni butto giù qualche riga. È che sono settimane piene piene piene.

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TAG: torta salata, cucina, galup
22.13 del 22 Ottobre 2017 | Commenti (0) 
 
01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione. ..
[Continua a leggere]

TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017 | Commenti (1) 
 
20 Breve viaggio in Mitteleuropa
LUG Travel Log: Mitteleuropa, Spostamenti
Così siamo partiti, i ragazzi ed io, ed era un bel po' che non accadeva. È stata solo una rapida toccata e una fuga, quattro giorni, quattro Paesi, il tempo necessario per far piantare loro la bandierina in Liechtenstein e portarli a visitare il Deutsche Museum a Monaco di Baviera, niente di più, ma ci siamo divertiti molto ed era l'ora di tornare finalmente a macinar chilometri.

Per me un ritorno a Monaco a distanza di dieci anni dal concerto dei Police e di ben trentaquattro dalla mia prima visita al Deutsche Museum. Anche a Vaduz ero stato ormai diciotto anni fa, ma solo di passaggio. Questa volta ci siamo fermati a dormire e abbiamo pure avuto modo di esplorare un po' il piccolo Paese, il che probabilmente fa di me uno dei massimi esperti al mondo di Liechtenstein. Ancora un giro e posso scrivere la Lonely Planet.

È stata una breve e bella vacanza e l'occasione per ridare un po' di vita a questo sito aggiungendo una nuova scheda viaggio a due anni di distanza dal giro in Islanda.
Menzione d'onore per la straordinaria strada del Timmelsjoch, che abbiamo seguito al rientro come alternativa all'ormai noiosissimo e trafficatissimo valico del Brennero.

Anche se come sempre ho pubblicato scheda viaggio e foto su Orizzontintorno, ormai il mio archivio principale è come detto su SmugMug, dove ho caricato tutte le immagini, geolocalizzate, alla risoluzione originale.
Ah, le foto di surf dite? Nulla, cose che accadono quotidianamente in centro a Monaco. Per risolvere il mistero basta guardare le immagini in archivio.

E niente, il tempo di un paio di lavatrici e qualche riunione di lavoro, e fra un paio di settimane ripartiamo, questa volta davvero.
Si torna a volare dopo due anni.

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Vaduz, Liechtenstein
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Triesenberg, Liechtenstein
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Monaco di Baviera
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Eisbachwelle, Monaco di Baviera

[Non escludo che questo post sia in aggiornamento nei prossimi giorni, adesso sono stanco e non riesco a far molto ordine nei miei appunti mentali.]
TAG: Liechtenstein, Svizzera, Austria, Germania, Monaco di Baviera, Vaduz
23.40 del 20 Luglio 2017 | Commenti (0) 
 
02 (Out of) Time
GIU Viaggi fra le note
Dovete fare una cosa che quasi nessuno fa più ormai da anni, perlomeno io. Mettervi comodi sul divano, esattamente in mezzo alle casse del vostro impianto stereo, se ne avete ancora uno; mettere via il libro che state leggendo, se ne state leggendo uno; spegnere il cellulare e la tv, chiudere il computer; alzare il volume se potete, oppure indossare le cuffie. Concentrarvi.
E ascoltare musica per un'ora di fila.
Siamo nel 2017 e i Pink Floyd sono tornati.

Dopo tre anteprime una più bella dell'altra uscite lo scorso mese, il nuovo disco di Waters è stato definitivamente pubblicato questa notte e pochi minuti dopo era già distribuito su tutti i miei device in grado di riprodurre musica, prenotato da tempo a scatola chiusa. È stata una fiducia ben riposta. Non ne dubitavo.
L'album esce a distanza di ben 25 anni dal suo ultimo lavoro e sì, è vero, è un album dei Pink Floyd. D'altra parte, potrebbe mai Waters scrivere qualcosa che non assomigli davvero alla musica dei Pink Floyd? Dei Pink Floyd veri, intendo. Perché anche gli album di Gilmour suonano come quelli dei Pink Floyd e sono molto belli, sempre, e li compro, sempre, ma Gilmour è un ingegnere, Waters un architetto. C'è un'anima intera di differenza e si sente tutta.

"Is this the life we really want?" potrebbe probabilmente candidarsi ad essere davvero l'album più bello dei Pink Floyd se qua e là, ad esempio in "Picture that, in "Smell the roses", o in "Bird in a gale" (che sembra stata strappata direttamente ad Animals), non gridasse sì vendetta l'assenza della chitarra di Gilmour, che manca, oh se manca! Me lo vedo ascoltare l'album del suo ex compare, battere il pugno sul tavolo e pensare fuck you, questa dovevo suonarla io vecchio stronzo!

"Is this the life we really want?" è un capolavoro, è un album come non se ne fanno più da decenni, una musica che non esiste più da tempo, che per un'ora scorre via senza una nota fuori posto, un arrangiamento sbagliato (ci sono qua e là sezioni di archi da brividi che fanno drizzare tutto il pelo), un effetto al momento sbagliato. È studiato in ogni millimetro, strumento per strumento, prodotto maniacalmente.
C'è dentro tutto dei Pink Floyd, è come ascoltare The wall o The final cut nel 2017, ma con evidentissimi richiami che vanno indietro ad Animals, a More, addirittura fino ad Atom heart mother sottotraccia.
E poi c'è la title track che in modo un po' inquietante richiama maledettamente Blackstar di Bowie. La stessa, identica, atmosfera cupa, un po' tipo testamento. Sembra quasi un richiamo incastonato apposta nell'album.

Non è un album da ascoltare a pezzi mentre fai altro, non è musica da consumare rapidamente e distrattamente. In effetti non è musica di questo tempo.
D'altra parte non ne fanno più così. Hanno buttato via lo stampino da tempo. Ha 74 anni Waters. Settantaquattro.
C'era una ragione per cui li chiamavamo rockstar.

waters2017
TAG: roger waters, waters, pink floyd
14.31 del 02 Giugno 2017 | Commenti (0) 
 
02 Be still my beating heart
GIU Salute, Diario
E quindi, dopo sette mesi e

- sei visite cardiologiche;
- quattro analisi del sangue;
- tre elettrocardiogrammi a riposo;
- un ecocardiogramma;
- tre Holter;
- tre test ergometrici sotto sforzo;
- una cinerisonanza con mezzo di contrasto;
- una tomoscintigrafia a riposo;
- una tomoscintigrafia sotto sforzo;
- due terapie farmacologiche (una in corso);

pare che ci rivediamo fra un anno. Coi medici, intendo.

Gli ultimi test hanno di fatto confermato alcune cose. Uno: che probabilmente gli episodi a cavallo fra lo scorso autunno e l'inverno sono stati causati da un forte esaurimento da stress. Due: che il mio cuore non è malato; non è più quello di un ventenne, ma si difende ancora e anche le coronarie sembra si comportino abbastanza bene. Tre: che, assolutamente, adesso devo mettermi d'impegno e buttare giù peso, tanto. Tornare a fare attività, magari anche a correre come mi ero ripromesso se fossi uscito indenne da questa spiacevole faccenda.
Mesi di inattività totale e di sedentarietà mi hanno riportato a livelli del tutto insostenibili per il mio fisico e la mia salute, devo forzatamente correre ai ripari. Non so come, non so quando, ma devo, devo, devo trovare motivazione e tempo.

Non sono mai stato in una condizione così pessima. Mi guardo allo specchio e non mi riconosco, non sopporto di vedermi così.
Dieci anni fa, con dieci chili in meno, davanti alla mia immagine riflessa nel bagno di un hotel di Alba decisi che non ne potevo più di vedermi così e qualche sera dopo scesi in strada con una tuta e un paio di vecchie scarpette. Due anni dopo pesavo dieci chili in meno e correvo la maratona.
Non arriverò più a correre la maratona, ma oggi pagherei anche solo per riuscire a tornare perlomeno al livello di partenza di dieci anni fa.

Il mio medico di base un mesetto fa mi congedò dicendo che il fatto che io sia una persona a basso rischio non significa che non possa morire ora e che in realtà dipende essenzialmente da quanto sono sfigato. Incerto se ridere o legarmi alla ringhiera di ferro, mi preparavo ad affrontare qualche giorno dopo la tomoscintigrafia e un paio di nuovi esami, pregando in qualche modo che fossero tutti negativi.
Questa mattina gli ho portato gli ultimi risultati - tutti negativi - e l'ho salutato dicendogli "be', adesso spero di non vederla per almeno un anno". Mi ha risposto: "Dicono tutti così, ma tanto tornano tutti". Questa volta sono scoppiato a ridere.

Quindi.

Ho finalmente superato il test da sforzo dopo sei mesi. Non in modo brillante, anzi, e vorrei anche vedere come avrei mai potuto fare vista la mia condizione. Ma l'ho superato.
Ho una terapia che mi accompagnerà almeno per qualche anno e che va ad aggiungersi a quella che già seguo da tempo per il reflusso. E vabbè.
Ho una raccomandazione di rifare un giro di accertamenti fra un anno e tenermi monitorata la pressione.
Ho il via libera per tornare a condurre la mia vita normale e, soprattutto, per riprendere una qualunque attività sportiva, anche correre, volendo.

Adesso dipende tutto, solo, da me.

cuore-scinti
TAG: cuore, salute, scintigrafia
00.10 del 02 Giugno 2017 | Commenti (1) 
 
10 O magari divento spiderman
MAG Salute
Quindi domani mattina mi iniettano degli isotopi radioattivi e poi mi fanno fare una prova sotto sforzo. A digiuno dalla sera prima.

Io spero solo che gli isotopi compensino la mancanza di zuccheri, altrimenti al posto della prova sotto sforzo chiedo alla corte la fucilazione, che è più rapida e meno dolorosa.
TAG: cuore, salute, scintigrafia
21.56 del 10 Maggio 2017 | Commenti (0) 
 
29 Back to Tara four years later /work edition
MAR Amarcord, Diario
Così oggi son tornato ad Arco (e a Riva) a quattro anni esatti di distanza dalla mia ultima comparsa da queste parti.
Ad Arco (e a Riva) ho trascorso due anni e mezzo molto turbolenti per la mia vita altrove e ad Arco (e a Riva) devo moltissimo, perché in qualche modo è stata il mio paracadute nei momenti peggiori, il mio rifugio fra un weekend e l'altro, il mio qui nato per essere un altrove e diventato invece qui mentre il resto diventava temporaneamente altrove.

Avevo i miei luoghi ad Arco (e a Riva). Avevo stabilito i miei punti di riferimento. Conoscevo le stagioni. Conoscevo ogni chilometro. Avevo anche corso da Riva ad Arco e poi indietro a Riva, proprio poco prima che iniziasse la mia vita ad Arco (e a Riva).
Dopo mesi e mesi da pendolare avanti e indietro iniziavo ad essere un po' stanco, ma amavo tantissimo Arco (e Riva), ne ho raccontato talvolta fra queste pagine.
E poi a Riva (e ad Arco) ho anche passato una delle serate più belle e indimenticabili della mia vita.

Così questa mattina ripercorrevo i tornanti che scendono verso Torbole in quel punto dove il panorama si apre sul lago, ed era una bellissima giornata di sole, quasi estiva, e mi ha preso una specie di malinconia struggente.
Ho rivisto volti amici, salutato gente. È stato come riavvolgere all'improvviso il nastro di quattro anni. E però questi quattro anni pesavano in qualche modo, su di me, sui volti di tutti, su Arco (e Riva).

Dopo aver fatto quello che dovevo fare ho pensato di fermarmi al ristorante dove pranzavo spesso, ma era chiuso per ristrutturazione. Ho provato quello vicino, dove andavo talvolta, ma anche lui era chiuso. Alla fine ho ripiegato per il bar davanti al circolo velico di Riva, dove talvolta mi rifugiavo nelle belle giornate primaverili di sole, come oggi.
Sono passato a dare un'occhiata al mio vecchio hotel, dove ho passato centinaia di notti, al ristorante dove cenavo sempre da solo. Mi vedevo passeggiare lì la sera, fermarmi alla gelateria.
Sono andato a fare due passi sulla spiaggia di Torbole: c'era molto vento, ma stranamente un solo windsurf al largo.
Arco e Riva dormivano ancora, in attesa dell'apertura di stagione ormai imminente. È il periodo che più amavo in assoluto, appena finito l'inverno, le strade ancora deserte, gli hotel e i ristoranti vuoti, Riva (ed Arco) tutta per me.

Poi, nel primo pomeriggio, sono ripartito e ho ripercorso a rovescio i tornanti verso Nago, fino al passo di San Giovanni. Senza riuscire a liberarmi di quella sensazione.
Quella di avere completamente sbagliato strada, quattro anni fa, davanti al bivio forse più decisivo della mia vita.
Ed è stata una sensazione molto triste e amara. Quattro anni dopo.

Torbole100
La spiaggia di Torbole
TAG: arco, riva del garda, torbole, lavoro
22.56 del 29 Marzo 2017 | Commenti (0) 
 
01 Quando, non se.
FEB Diario, Running
Correre, ancora intendo, è uno dei miei sogni ricorrenti. Mi capita spesso: sono felice, mi meraviglio di andare ancora così bene, con poca fatica, pensavo ci sarebbe voluto molto di più a riprendere la forma; controllo il tempo e sono sorpreso, sto quasi volando.
Poi mi sveglio e mi assale un senso di frustrazione infinito.

Sono più di sei anni che ho smesso di correre, sto per compierne sette dalla maratona di Milano del 2010. Dopo quella maratona decisi di fermarmi per un po’. Gli ultimi due-tre mesi erano stati difficili, avevo dovuto combinare il carico massimo previsto dalle mie tabelle - allenamenti quattro, cinque volte alla settimana - con la separazione, la recente disoccupazione (che paradossalmente mi lasciava molto più tempo libero per rifinire la preparazione), il trasloco, una nuova vita che mi stava travolgendo con pochissimo preavviso. Il solo cambiare casa e spostarsi di pochi chilometri aveva implicato anche cambiare percorsi, inventarsi nuovi circuiti per i miei allenamenti serali, abbandonando quelli a cui ero mentalmente abituato da mesi, sui quali taravo i miei progressi e avevo i miei riferimenti.
Quelle settimane dell’inverno di sette anni fa arrivavo a sera fisicamente sfinito da tutte le incombenze per sistemare la casa nuova e riorganizzare la mia vita, e uscivo come al solito, al freddo, con la pioggia, al buio, su strade nuove, a macinare chilometri.
Correvo cinquanta, sessanta chilometri a settimana: lunghi, ripetute, salite in montagna.
La domenica salivo in Grigna da solo, con la neve fonda, cercando di abbattere il mio record.

L’ultimo mese fu determinante. Avevo in programma i due classici lunghi oltre i trenta chilometri per rifinire la preparazione, ma per via del trasloco e di tutto quello a cui dovevo star dietro riuscii a farne solo uno e pure qualche chilometro più corto di quel che era necessario, perché centrai una giornata di inizio marzo calda in modo innaturale e il rialzo anomalo della temperatura mi schiantò poco prima del trentesimo chilometro.

E infatti in gara mi fu poi fatale. Doppiai i 30km con un tempo fantastico, poco più di 2h30’, ma al trentaquattresimo le gambe mi abbandonarono improvvisamente. Chiusi qualche minuto sopra le quattro ore. La gioia di aver portato a termine la maratona si mescolò con l’amarezza di non aver centrato un gran tempo (per me), solo per non aver potuto completare la preparazione secondo quello che avevo pianificato.
Ma mi sarei rifatto certamente a breve: ero ben carico, motivato, lanciato.

Avevo corso tanto, sì. Troppo. Mi ero iscritto alla maratona di Ginevra, tre settimana dopo. A distanza di qualche giorno dal traguardo di Milano tornai in strada, tanto per sgranchire un po’ le gambe, non perdere la forma e prepararmi per la trasferta svizzera. Completai dieci chilometri molto a fatica, con un tempo assurdo.
Forse non avevo scaricato ancora la stanchezza.
Due giorni dopo riprovai. Mi fermai dopo soli cinque chilometri. Stanco morto. Accaldato. Vuoto. Non ne avevo più. Benzina finita di colpo. Forse anche un po’ la motivazione. La schiena, che da due anni era ritornata come nuova, mi dava inaspettatamente qualche noia. Un principio di tendinite a un malleolo, niente a cui non fossi ormai abituato da tempo. Quel po’ di fascite che si era manifestata proprio pochi giorni prima della maratona, ma che sembrava essere rientrata cambiando semplicemente le scarpette, e invece no.

Decisi di fermarmi per due-tre settimane, dopo mesi e mesi di allenamenti ininterrotti. Evidentemente era venuto il momento, ne avevo bisogno, dovevo ricaricare davvero le pile, avevo chiesto troppo al mio fisico.
A malincuore cancellai la maratona di Ginevra dal mio programma. A breve peraltro era in arrivo la stagione estiva e con essa la fine del circuito classico di competizioni, se ne sarebbe riparlato a settembre.

Quando avevo iniziato a correre, due anni prima, pesavo ottantatré chili e mi sembrava un peso spaventoso.
A due anni di distanza, dopo Milano, ne pesavo settantuno, ben al di sotto anche della mia quota d’atleta di vent’anni prima.
Mi ero consumato.

Nell’aprile del 2010 dopo Milano, avevo grandi progetti nel cassetto. Avevo iniziato a correre svogliatamente nel 2008, la sera tardi dopo il lavoro, con una vecchia tuta e un paio di scarpe dozzinali di Decathlon, solo per ribellarmi al mio fisico appesantito che non ne potevo più di vedere riflesso allo specchio. Odiavo le palestre, odiavo le piscine e odiavo anche l’idea di andare a correre, una moda che stava prendendo sempre più piede fra la generazione dei quarantenni da ufficio alla quale appartenevo mio malgrado. Mi sentivo cretino e omologato.
Due anni dopo, un bel po’ di mezze maratone alle spalle con buoni tempi, nelle gambe tempi sulla maratona sotto alle quattro ore, i miei obiettivi volavano sempre più lontano ed erano sempre più ambiziosi.
Sognavo la mitica Monza-Resegone, le sky marathon, la leggendaria Marathon du sable, la micidiale Polar Circle Marathon in Groenlandia: imprese che fino a un paio d’anni prima mi apparivano completamente folli, all’improvviso erano alla portata, si trattava solo di prepararsi, di lavorare sul metodo, sulla motivazione. Tutto mi sembrava possibile.
Se corri per quarantadue chilometri e quando sei arrivato in fondo non vedi l’ora di ricominciare, tutto è davvero possibile.

Non ho mai più ripreso. Non ci sono mai più riuscito. Le due settimane di riposo diventarono tre mesi e arrivarono le vacanze estive. Feci un paio di prove, ma avevo già rimesso su qualche chilo, i miei tempi ordinari si erano irrimediabilmente alzati e con loro la mia frustrazione. Decisi a quel punto di rimandare all’autunno, con temperature più favorevoli. Sicuramente era solo un problema di caldo.

In autunno ormai ero preso dai ritmi della mia nuova vita: avevo ricominciato a lavorare, avevo i ragazzi piccoli a cui badare un po’ di giorni alla settimana e quindi non potevo uscire a correre. Mi comprai un tapis roulant per ovviare al problema, ma lo usavo pochissimo, perché un conto è correre all’aperto e lasciare che la mente insegua il panorama e la strada davanti a te, un conto è stare chiusi in una stanza, fissando una finestra, correndo da fermi. E poi, invece di migliorarmi, arretravo sempre di più. A novembre accettai fra me e me di fermarmi definitivamente per un periodo più lungo. Era chiaro che ricominciare a correre davvero avrebbe richiesto molto più tempo e impegno di quel che avevo messo in conto, anche perché il mio peso a quel punto si stava riavvicinando pericolosamente a quota ottanta. Tutto era tornato ad essere piuttosto difficile.

La primavera successiva ci riprovai. Bastò la prima uscita per rendermi conto che anche solo tornare a correre dieci chilometri avrebbe richiesto tempo e correrli sotto i sessanta minuti anche di più. Però nel giro di meno di tre mesi, con costanza e determinazione, riuscii a centrare entrambi gli obiettivi.
Ero molto fiero di me. Allora potevo ricominciare davvero! Once maratoneta, maratoneta forever. Si trattava solo di dare continuità agli allenamenti, come un tempo: un passo alla volta, un obiettivo alla volta. Potevo recuperare molto rapidamente!

Quel ragionamento fu la fine definitiva. Di lì a un paio di settimane mi rifermai per ragioni di lavoro, figli, mancanza di tempo. Mancanza di continuità, il nemico peggiore.
Un mese dopo ero punto e a capo.

Ho raccontato questa storia passo a passo, gli scorsi anni, su questo blog. Avevo anche aperto un thread apposta per raccogliere i miei post sulla corsa, fin dagli esordi. Quel thread giace ormai abbandonato da tempo qua dentro. L’ultimo post risale ormai a più di quattro anni fa. Lo pubblicai anche sulla buon’anima di FriendFeed e ricordo che piacque molto.

Cinque anni dopo combatto con la soglia dei novanta chili e riesco a scendere al di sotto solo per brevi periodi, al prezzo di molto impegno, controllo alimentare e lunghe camminate di ore.
La scorsa estate ho camminato tantissimo, in città perlopiù, ma infilando anche giornate con quindici, venti chilometri, che mi avevano rimesso in forma la schiena e riportato a quota ottantacinque.
Poi però le vacanze, l’autunno, il lavoro che riprende ancora più stressante di prima, addio tempo anche solo per camminare quelle due-tre ore necessarie al giorno per compensare la mancanza di qualunque altra attività fisica.

Di correre non se ne parla proprio. Ho provato qualche volta, anche solo così, per curiosità, per vedere come reagiva il mio fisico, per verificare la distanza fra il sogno ricorrente e la realtà. Sono addirittura ripartito dalle serie di tre minuti, ma dopo le prime tre o quattro serie mi sono dovuto fermare tramortito. Quando avevo iniziato, nel 2008, correvo serie da sei minuti per un’ora.
Il mal di schiena e il mal di stomaco si sono ormai cronicizzati da tempo, il peso è quel che è e grava anche e soprattutto lì.
Un anno e mezzo fa mi sono costretto a iscrivermi a pilates, su indicazioni del mio medico: funziona, mi aiuta e mi tiene insieme la schiena, ma se salto anche una sola lezione la settimana dopo sono piegato in due.
Sono passati anni. E gli anni pesano, si fanno sentire sempre di più, chiedono il conto.

A cinquantadue anni è arrivato a chiedermi il conto anche il cuore. E ho smesso anche di camminare e - temporaneamente mi auguro - di sciare, l’ultima cosa che mi era rimasta, per quanto poco ormai ci andassi, un paio di settimane a stagione.
Da novembre ho fatto tre visite e cinque esami: elettrocardiogramma, prova sotto sforzo (interrotta dopo soli cinque minuti), ecocardiogramma, holter, cinerisonanza con mezzo di contrasto, e mi aspettano un altro esame e un’altra visita prima di avere almeno una diagnosi definitiva.

Mi hanno dato un farmaco per stabilizzarmi. Fa il suo dovere. Lo prendo da due mesi. Da qualche giorno ho ripreso a camminare. Niente di che: mi sforzo quando possibile - cioè molto poco - di fare almeno i diecimila passi al giorno che la scorsa estate mi ero dato come obiettivo minimo quotidiano. Fare diecimila passi richiede tempo, almeno un paio d’ore ai ritmi cittadini, con le scarpe da ufficio, la camicia, il giaccone invernale e la sciarpa, e non sempre - quasi mai per la verità - è possibile trovare il tempo.
Un paio di domeniche fa sono uscito apposta solo per camminare due ore. Sono rientrato a casa e ne avevo fatti 9.800.

Ho freddo, patisco il freddo. Da qualche tempo patisco il freddo, ho capito che almeno in parte sembra essere legato alla questione del cuore. Però camminare, dopo un po’, mi scalda sempre. Mi libera, soprattutto.
A novembre non riuscivo più nemmeno a infilare cento metri camminando: fibrillazioni a pioggia, aritmie, battiti a centonovanta. Un disastro. Da quando ho preso (inevitabilmente!) coraggio, ho affrontato la questione di petto - è il caso di dirlo - e ho iniziato a curarmi, a indagare le cause, ad approfondire la questione, la situazione è migliorata. Riesco di nuovo a camminare, quando ho tempo per farlo. Mi affatico un po’, devo prenderla con più calma. Dopo un’oretta e qualche chilometro devo fare anche una sosta o due di qualche minuto. Ma intanto cammino, so che posso tornare a camminare. Sembra una cretinata, una cosa scontata. A un certo punto, per qualche settimana, non lo è stata. Adesso voglio tornare a sciare, presto. Prima che finisca la stagione. Non esiste che per la prima volta in vita mia salti una stagione.

Mi piace camminare. Tanto.
Sogno sempre di tornare a correre.
Mi sveglio talvolta di notte dopo essermi illuso di essere tornato a correre.
Se rimetto a posto le cose voglio tornare a correre.
Quando rimetto a posto le cose torno a correre.
TAG: running, diario
17.15 del 01 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
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SET Lavori in corso, Spostamenti, Diario
Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo, e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa nuova che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità con lei e i ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava di viaggiare davvero in Italia, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di nuove fotografie su cui mettere le mani e fra altre cose sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002. Come non bastasse, contemporaneamente sto rimettendo a posto e caricando su SmugMug l’intero archivio fotografico e sto via via ridisegnando con precisione su Google Map tutti gli itinerari di viaggio degli ultimi trent’anni.
Tutte iniziative che mi stanno anche allontanando, sempre più, da questo sito/blog che ormai compie tredici anni.

Non entrerò sul tema dei blog che sono morti, me ne guardo bene, ma è pur vero che se non sono morti io comunque non sono più quello di tredici anni fa, il mio tempo è sempre più altrove e le mie forme di comunicazione e condivisione sono assai cambiate, come il mio modo di viaggiare e fotografare e raccontare.

Non so quel che succederà di Orizzontintorno. È di fatto abbandonato a se stesso ormai da un anno, salvo caricare ogni tanto qualche foto o buttar giù due righe, molto raramente, sul blog. Avrei sempre tante cose da scrivere, ma la verità è che non mi riconosco più in questo contenitore, ormai da tempo scrivo (poco) altrove e non ho nessuno che abbia voglia e tempo e motivazione per buttar giù questo luogo e rifarlo da capo, come ho in mente da tempo e mi piacerebbe fosse rinnovato.

Comunque, intanto.

Intanto, nel nostro girovagare estivo per capoluoghi di cui forse prima o poi scriverò e pubblicherò qui le foto, siamo anche passati per Chioggia e il Delta del Po. Erano anni che avevo in mente di venire in questi luoghi, che invero sembrano usciti dalle piane delle Everglades - a esserci stati nelle Everglades - a meno dei coccodrilli, a pari zanzare, a più dei ponti sulle barche e del dialetto bastardo veneto-romagnolo.
È un luogo che a tratti ispira angoscia, a tratti agorafobia, a tratti depressione, a tratti serenità mistica. Un luogo senza anime, lontano, lontanissimo da tutto, così lontano e silenzioso che non ti sembra nemmeno di essere in Italia, ma altrove, alieno e dimenticato.
Non ho passato frontiere, ma sono stato sul Delta del Po, ed era molto più remoto di qualunque lontano avessi potuto mettere in pista così su due piedi fra due scatoloni e la ricerca di un nuovo lavoro.

Di altro, di Mantova, Ravenna, Urbino e altre cose, del mio girovagare per le basiliche di Milano e dei miei chilometri a piedi fra i colli Briantei, prima o poi troverò il tempo e la voglia di scriverne.
Ho dei progetti. Strani, nuovi, più vicini del solito, a cui giro attorno incuriosito.
Cerco di non farmi trascinare via dalla noia, dalla resa, dall’inedia e dall’accidia.

Mi accompagna ormai ovunque l’occhio del mio smartphone, mentre la Canon ha traslocato di casa in casa insieme agli altri scatoloni. Così registro panorami dal nulla e strani posti.

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Chioggia
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Delta del Po
TAG: chioggia, po
12.35 del 13 Settembre 2016 | Commenti (2) 
 
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