Orizzontintorno Carlo Paschetto
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22 Sette chili
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Preparo il trolley combattendo con il limite dei sette chili che, almeno in teoria, ho a disposizione per potermelo portare a bordo senza pagare supplementi o doverlo imbarcare ai check in.
Devo confrontarmi con l’impossibile equazione di un viaggio che attraverserà tre stagioni in due settimane e che, a complicare le cose, non si chiuderà ripassando dal Via, perché partirò da Malpensa e rientrerò a Linate. Ciò significa che devo rinunciare ad andare all’aeroporto in macchina e che, qualunque soluzione di mezzi pubblici decida di adottare, uscirò di casa alle cinque e mezza del mattino e mi avvierò a piedi verso la stazione ferroviaria più vicina, trascinando il mio cabin bag. Destinazione Oceano Pacifico meridionale.

Il mio secondo giro del mondo inizierà così camminando. Ho idea di partire con le scarpe basse da sky-running con la suola in Vibram, leggerissime e robuste a sufficienza per i trekking nella giungla di Rarotonga, impermeabili e chiuse quanto basta per la neve e il mio breve inverno a stelle e strisce. La rigidità plantare mi fa però temere un po’ le maratonine sull’asfalto metropolitano dei marciapiedi americani: in alternativa avrei le mie vecchie Saucony da running, ammortizzate in modo eccellente, ma sono un po’ troppo leggere in caso di pioggia e neve.
Mi sa che deciderò sulla porta di casa, all’ultimo istante, con una monetina.

Le previsioni dicono che il mattino della partenza nevicherà. Indosserò la mia preziosa giacca tecnica da alpinismo, leggera e sottile, doppio strato: shell esterna di goretex, praticamente un foglio, e interno termico staccabile. Ventiquattr’ore dopo si ripiegheranno entrambi ad occupare uno spazio nel bagaglio piccolo a sufficienza.
Sciarpa. Berretto di pile. Guanti in valigia e non escludo la calzamaglia, che pesa un nulla: nel giro di dieci giorni avrò a che fare con il difficile inverno della costa Pacifica fra Stati Uniti e Canada, e ancora ho nelle ossa la neve e i quindici sotto zero di Boston a metà marzo di qualche anno fa.
Un solo maglione, un solo paio di jeans: quelli che indosserò alla partenza. Finiranno poi in valigia insieme alla giacca da alpinismo, ricompariranno dieci giorni dopo a Seattle.

A Rarotonga mi aspettano 28°, umidità alle stelle e pioggia frequente a scrosci, alternata al sole estivo incandescente del tropico. Nel trolley un costume da bagno, un telo da mare il più possibile sottile e occhialini, ché la maschera occupa spazio e pesa. Sandali, che userò anche come ciabatte negli hotel americani.
Magliette da running, sottilissime e senza peso, me ne bastano due o tre: alle Cook le posso lavare e asciugano in un’ora. T-shirt di cotone solo tre: alla partenza indosserò quella comprata alle Hawaii durante lo scorso giro del mondo, in valigia avrò quella presa alle Bermuda e quella gialla, bellissima, comprata la scorsa estate a Porto Santo. Tre scelte significative.
Un paio di pantaloni leggerissimi, tecnici, da arrampicata estiva, con le zip alle cosce per trasformarli in bermuda. Sostituiranno i jeans durante la settimana estiva a testa in giù e, anche se inzuppati dalla pioggia, asciugheranno rapidamente.
Un Kway: occupa pochissimo spazio, il peso è trascurabile e sarà certamente più utile del goretex sotto i rovesci di latitudine 21°S.

Il tema pigiama non l’ho ancora risolto: dormo col maglione in America, o in mutande alle Cook? È escluso che ne porti due, uno invernale ed uno estivo. Quello estivo in teoria mi serve per più giorni, ma quello invernale potrebbe essere più utile, per quanto più pesante e ingombrante.
Deciderò alla fine, prima di chiudere il trolley, in base all’eccesso di peso accumulato da tutto l’equipaggiamento già caricato.

Nel beauty case destinato alla farmacia, oltre allo stick all'ammoniaca per le punture delle zanzare e alle confezioni di medicinali a scopo precauzionale, quelli indispensabili e le relative prescrizioni: sono in italiano, ma meglio comunque averle dovessi incorrere in complicazioni alle dogane australiana e americana. E a tal proposito, oltre alla classica fotocopia del passaporto, come al solito la busta con la stampa di tutte le prenotazioni, hotel e voli, ché la passata esperienza al Logan è ancora lì bella vivida a ricordarmi quanto questa inutile abitudine possa invece rivelarsi determinante per risolvermi eventuali discussioni con autorità pignole e sospettose oltre qualunque ragione.

Il capitolo tecnologia è sempre difficile e pesante, nel senso della massa per accelerazione di gravità. Partirò quasi certamente con il fidato MacBook: è sottilissimo, è assicurato, pesa poco più dell’iPad, è molto più comodo per scrivere e soprattutto ha il quadruplo dell’autonomia del tablet, caratteristica indispensabile e imprescindibile considerato che ho davanti decine di ore di viaggio senza quasi alcuna possibilità di ricaricare le batterie.
Né d’altra parte, per ingannare il tempo in viaggio e non, mi basterà l’unico libro che porterò, La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz: non amo gli e-reader, unica forma di tecnologia che non adotto, i libri gravano e ad aumentare oltre il consentito il peso della carta stampata nel mio solo bagaglio a mano avrò già con me anche le due piccole Pocket Lonely Planet di Seattle e Vancouver.

Così, oltre al solito Mophie, inseparabile compagno di viaggio, a fornirmi tutta (spero) l’energia supplementare necessaria per il cellulare, ci sarà con me anche il potente powerbank da campeggio: per quanto di dimensioni assai contenute, pesa un accidenti, abbastanza da rubarmi qualche preziosissimo ettogrammo, ma estremamente utile a questo giro.
E pesa anche l’iPod da centosessanta gigabyte che prenderò in prestito sottraendolo temporaneamente dalla macchina, ma d’altra parte ha autonomia ben più lunga di quella dell’iPhone, che devo preservare, oltre alla disponibilità offline del mio intero archivio di duemila album, senza necessità di ricorrere alla rete cellulare per collegarsi allo streaming in cloud.
L’ambaradan tecnologico sarà completato da due trasformatori con spine intercambiabili per tutti i continenti, uno dei quali fornito di ingresso multiplo USB, adatto sia al Mac che a tutto il resto dell’elettronica in valigia: un tipico gadget mai più senza.

Dentro il trolley ficcherò anche il piccolo zainetto verde di Carola: sarà il mio compagno di viaggio quotidiano, quando il cabin bag rimarrà in camera, e soprattutto all’occorrenza potrebbe diventare il mio bagaglio a mano d’emergenza, qualora a qualche imbarco mi facessero storie e dovessi trasferirci tutti i generi di prima necessità, compreso il micro asciugamano giapponese verde acqua comprato a Kyoto.
Ci entra tutto l’indispensabile, anche il Mac e, sai mai, la reflex.

Perché la reflex non so, non ho ancora deciso. Per il momento le ho smontato il battery pack supplementare, ché occupa spazio, fa peso e certamente non servirà. Anche così però è un macigno, senza contare il teleobiettivo a parte e l’inevitabile caricabatterie. D’altra parte è inutile che la porti con me senza almeno le due ottiche che fanno davvero la differenza rispetto all’iPhone.
Che metta tutto nel trolley è escluso, l’apparecchiatura fotografica da sola farebbe più di un quarto del peso consentito. Tenerla al collo tutto il tempo mi rompe però le palle alla sola idea.
Quanto mi cambierebbe davvero averla con me? Panoramiche più belle e ampie, forse. Macro senza paragone, dovesse mai servirmi, chissà. Teleobiettivo sicuramente utile per le foto alle skyline americane, ma potrei anche farne a meno a ‘sto giro, e amen. Son sempre le solite foto, alla fine.
Tutto sommato Boston e le Bermuda le avevo fatte con il solo iPhone e non ricordo di essermi mai pentito, quei giorni. Per certi versi questo viaggio non sarà molto differente.
Senza la Canon viaggio con una preoccupazione in meno, più leggero e non sto nemmeno a menarmela troppo con la questione foto, ché poi mi conosco: se ce l'ho dietro va a finire che mi stresso a cercare lo scatto perfetto dietro ogni curva, invece di rilassarmi in giro con le cuffie in testa e nulla a cui pensare.

Adesso che l’ho scritto ne sono quasi certo: rimarrà a casa.

L’inseparabile moleskine che mi accompagna da sedici anni è già in valigia. Ci sono anche un paio di penne Muji zerocinque nere.

Annoto per caso che in America incapperò anche nel passaggio all’ora legale, non bastassero da soli i ventiquattro cambi di fuso orario in due settimane, e quel che è peggio è che mi sottrarrà un’ora di sonno nella già faticosa nottata di sosta a Seattle.
Me ne sono accorto solo perché il calendario sul telefono, nel registrare i miei orari di viaggio, passa all’improvviso da PST a PDT durante la mia permanenza nella capitale del grunge. Capace che se non ci avessi fatto caso avrei magari fatto riferimento tutto il giorno all’orologio al polso, perdendo così il mio treno per Vancouver.

Poi tornerò in Europa, all’ora solare.
Due settimane dopo anche l’Europa passerà all’ora legale.
Ma a quel punto io sarò di nuovo tornato alle mie abitudini quotidiane e a girare con l’orologio al polso fermo, come sempre.

adattatore
TAG: viaggi
17.48 del 22 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
 
16 Sei mesi domani
FEB Running
Nel frattempo non ho ancora mollato e pur essendomi stabilizzato da inizio anno su due sole uscite settimanali, né aver ancora preso minimamente in considerazione di ricominciare con le ripetute, né peraltro essermi per il momento schiodato dai 10km (salvo giusto un paio di eccezioni), son comunque tornato sotto i 55’, corro spesso in salita (e questa è una novità) e si inizia anche a rivedere qualche numero interessante sul display.

Fin qui è stata una ripresa davvero oltre ogni aspettativa. Vediamo quanto dura.

Quattro
TAG: Running
00.14 del 16 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
 
14 Meno quindici
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
PartenzaRTW20182
TAG: RTW, round the world, cook island, cook, america, viaggirica, viaggi
19.35 del 14 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
 
26 Due volte il mondo (non quello che vorrei)
GEN Progetti
Saranno più d’uno i record che andrò ad aggiornare nella mia scorecard di viaggiatore globale con questo nuovo giro del mondo. Il primo, banalmente, è che per la seconda volta tornerò a casa avendo viaggiato sempre verso est e trasvolato tre oceani: un progetto nella mia lista at least once in my lifetime che avevo già centrato sette anni fa e che certo non pensavo avrei avuto occasione di ripetere, non negli stessi termini almeno, né soprattutto così a breve.
E invece, un po' per caso e senza averlo a piano, sono riuscito a tracciare una seconda rotta attorno al pianeta, ancora una volta grazie alle centinaia di migliaia di miglia premio accumulate negli ultimi anni.
Ancora una volta - peraltro - non la rotta dei miei sogni.
Per cui ce ne sarà una terza, prima o poi.

E poi.

Sulla tratta Abu Dhabi-Sydney volerò per la prima volta con l’aereo più grande del mondo, l’Airbus 380 a due piani, e sarà anche il volo senza scalo più lungo della mia vita: oltre quattordici ore, una in più dei miei precedenti sulle rotte per Giappone, Corea, Australia, Sudafrica e Sudamerica.
Mi viene in mente una sera di metà agosto del 2014, all’aeroporto di Johannesburg. Siamo tutti insieme, in attesa del volo di rientro per l’Europa. È un Jumbo 747: quando ero ragazzo era il simbolo dei grandi viaggi intercontinentali, da adulto ho poi avuto occasione di prenderlo diverse volte.
Prima di imbarcarci passiamo davanti alla fila degli A380 Lufthansa, British ed Emirates parcheggiati ai finger e ci chiediamo quando capiterà anche a noi l’opportunità di volare su uno di quegli impressionanti giganti dei cieli.

L'occasione capiterà il prossimo 1° marzo, ma per diverse ragioni sarò da solo. Lo ero anche nel 1998, quando mi imbarcai sul mio primo Jumbo alla volta della Malaysia.
Ripenso a quella sera a Johannesburg e niente: nell'ordine giusto delle cose questo battesimo del volo avrebbe dovuto essere a equipaggio completo e non riesco a scrollarmi di dosso l’inutilità di un secondo giro del mondo da solo, senza chi dovrebbe essere al mio fianco a decollare con me.

Farò il primo scalo e qualche ora di sosta negli Emirati, che ormai va un po' di moda: per me sarà un ritorno, diciotto anni dopo il mio viaggio in penisola arabica.
Mi trovavo ad Abu Dhabi la notte di capodanno del 2000. Prima di partire per il deserto e raggiungere l’oasi di Liwa, comprai il narghilè che ancora oggi arreda un angolo del salone di casa mia e feci una scorta di varie essenze e tabacchi aromatici che negli anni successivi ho poco consumato e che conservo, tutt’ora, non so esattamente dove. Ricordo di averli tirati fuori un paio d’anni fa da qualche scatolone, durante l’ultimo trasloco.
A questo giro non avrò il tempo di mettere il naso fuori dall’aeroporto, né d’altra parte quasi certamente la voglia. Prenderò un caffè, probabilmente americano, e mi attaccherò al WiFi aspettando di imbarcarmi per il balzo più lungo della mia vita.

Quattordici ore e un’altra manciata di fusi orari dopo, tornerò per la seconda volta anche in Australia. La prima fu nel 1999: mi fermai qualche giorno a Sydney, prima di ripartire per il Pacifico e la Nuova Caledonia. Quell’anno poi tornai indietro in modo tradizionale, viaggiando a ritroso verso ovest.
Questa volta invece farò solo un brevissimo stop over, meno di un paio d’ore, al punto che si potrebbe quasi dire che dalla terra dei canguri non passerò affatto. Rischio quasi di non avere il tempo di prendere il volo per Rarotonga, perché non so come e quando fare il check-in prima di arrivare a Sydney. Non viaggio con un biglietto unico e non potrò farlo né a Malpensa, né ad Abu Dhabi. Quando aprirà il check-in per il mio volo per Rarotonga, ventiquattr’ore prima, io sarò per aria da qualche parte in medio oriente.
Questo sarà il primo problema vero da risolvere: se in Australia mi obbligheranno a sdoganare, facendomi perdere tempo prezioso, potrei perdere il volo e mi ritroverei con un "no show" dall’altra parte del mondo, senza un biglietto aereo valido.
E sarebbe assai spiacevole.

Ma in qualche modo ce la farò. E resterà il fatto che per la seconda volta sarò arrivato fino in Australia senza di fatto metterci davvero piede, il che inizia a sembrarmi particolarmente assurdo. Parlandone razionalmente, intendo.
D'altra parte non c’è nulla di razionale in questo viaggio e dunque, sette anni dopo la prima occasione, per la seconda volta attraverserò il Pacifico e la linea del cambiamento di data e per la seconda volta ho sbagliato il conto dei giorni e delle notti nel prenotare e nel fare i calcoli. Ci sono cascato ancora.
Questa volta vivrò due volte il 2 marzo, nel 2011 vissi due volte il 20 aprile. Dopo questo viaggio avrò dunque guadagnato due giorni in più di vita sul calendario. Se fossi uno scrittore dell’ottocento ne verrebbe fuori un bel romanzo.

Alle Isole Cook mi fermerò una settimana, in attesa del primo volo diretto verso la costa occidentale dell’America. Un’intera settimana alle Cook per la verità mi pare una follia nella follia stessa di questo progetto di viaggio, soprattutto perché leggo che sarò lì in piena stagione ciclonica, una prospettiva non particolarmente allettante. È però l’unico modo per risparmiare tempo e denaro ed evitare di dover fare marcia indietro fino in Nuova Zelanda, aggiungendo voli a voli, scali a scali, cambi di fuso orario (e data) a cambi di fuso orario (e data).
Sfrutterò la sosta dividendomi fra Rarotonga e l'atollo di Aitutaki, sperando di non dover fare i conti non tanto con un uragano, che è un evento tutto sommato raro alla latitudine delle Cook, quanto col brutto tempo, che rovinerebbe irrimediabilmente le giornate nel Pacifico e complicherebbe il mio già pessimo rapporto coi voli oceanici.

Per aggirare lo spropositato costo del turismo nei mari del sud, ho approfittato dell'occasione per provare Airbnb e andare così a caccia di soluzioni alternative alla solita ricerca di un hotel su Booking.
Trovare una sistemazione ad Aitutaki non è semplicissimo, ci sono scarse opportunità: l'atollo è piuttosto remoto e piccolo, ma Airbnb è una risorsa incredibile e mi ha aperto orizzonti infiniti anche per tutti i miei futuri progetti - sì, lo so che sono l'ultimo arrivato. Inizio ad essere vecchio perfino per internet e d'altra parte non ho nemmeno un account su Instagram, per dire.
Comunque: ad Aitutaki c'è un po' da adattarsi insomma, a meno naturalmente di non soggiornare in uno dei due o tre resort da sette-ottocento euro a notte, che offrono la colazione inclusa, ma dove il WiFi si paga a parte.
Io sarò ospite di una coppia di medici in pensione che, mi pare di aver capito, sono di origine mista maori e neozelandese, e che vivono in un lodge isolato in mezzo alla foresta. Mi hanno avvisato che la connessione internet dipende dalle condizioni meteo. Non mi è chiarissimo quanto debba preoccuparmi degli ottocentoventicinque euro a notte di differenza rispetto ai bungalow del resort a un chilometro di distanza: di certo le zanzare sono le stesse.
A Rarotonga invece soggiornerò presso Carlo e Roberta, una coppia di italiani trapiantati laggiù. In questo caso la scelta è stata più difficile: su Airbnb c'erano almeno quattro o cinque opportunità interessanti che sulla carta, in base ai miei criteri di ricerca, se la giocavano alla pari. Alla fine ho un po' tirato la monetina e ho pensato che tutto sommato non mi dispiace l'idea di trascorrere una serata a chiacchierare con un paio di connazionali che han piantato tutto per trasferirsi in uno dei luoghi più remoti e sperduti del pianeta.
Comunque vada, prevedo un interessante travel log.

CarloeRoberta

Appena il tempo di essermi ripreso dai tredici fusi orari attraversati - se ho contato giusto - e dovrò nuovamente spostare le lancette avanti di altre due ore: un'altra notte in aereo mi porterà per la quinta volta negli Stati Uniti, la prima sulla costa occidentale. L’appello delle mie occasioni negli States racconta della mia natura di viaggiatore e dei miei viaggi ancor più delle opportunità perdute in Australia.

La prima volta fu nel 1991, una dozzina di giorni a New York e anzi, mi par di non essere nemmeno mai uscito da Manhattan, ché eran tempi che i tassisti nemmeno ti portavano più su della centodecima.
Mi sembrava assurdo andare a New York la prima volta e fermarmi solo due o tre giorni, volevo viverla davvero, impararla. Era la mia prima volta negli States e dovevo prenderne un po’ le misure, pur sapendo bene che non è certo America, New York. Ma se dovevo metter piede oltre oceano, tanto valeva iniziare da lì.
Da allora per me la Grande Mela è rimasta quella del panorama notturno dalle finestre del Windows of the world, in cima alle Torri Gemelle. Mi fa sempre strano pensare che non esiste più.
Alla fine, per diverse ragioni, presi New York assai male e non mi piacque. Tornai a casa e chiusi il capitolo America.

Lo riaprii nel ’96 per lavoro, a Chicago. Colsi l’occasione e ci attaccai una decina di giorni di ferie, che però trascorsi in Canada. Comunque a Chicago mi trovai tutto sommato bene e ne conservo un ricordo piacevole. Mi ripromisi di dare prima o poi una chance all’America, tipo chissà, un giorno coi figli.
La terza volta fu durante il giro del mondo del 2011: cercai in tutti i modi di evitare uno scalo negli Stati Uniti, a ribadire il mio disinteresse per una meta che tutto sommato è sempre lì e tanto prima o poi, ma non riuscii a trovare un volo dalle Hawaii a Vancouver e finii per arrendermi a uno scalo ad Atlanta, per rientrare poi in Europa da Panama. E che vuoi dire di una lunga e noiosa giornata ad Atlanta?
La quarta occasione fu nel 2014: ci andai di proposito e fu la volta di Boston, anche allora a marzo. Oddio, di proposito si fa per dire: fu l’unica destinazione per cui trovai posto con le solite miglia premio.
L'idea in sé alla fin fine non mi dispiaceva, era anche l'occasione per andare a vedere una partita dei Celtics. In realtà mi cautelai comunque verso la mia riluttanza agli Stati Uniti prenotando un volo da Boston alle Bermuda, che comunque erano "lì a due passi".
L’arrivo al Logan fu una delle mie peggiori esperienze di viaggio e contribuì a peggiorare la mia prevenzione verso gli americani, ma alla fine, quando ripartii alla volta dell’Atlantico, lasciai Boston a malincuore: nonostante ci abbia patito il freddo peggiore della mia vita, a tutt'oggi è una delle poche città al mondo, fra le migliaia che ho visitato, dove mi piacerebbe forse provare a vivere.
Peraltro proprio al Logan, sulla via del rientro, mi raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia di papà.
Non mi ha portato bene la mia quarta volta in America.

La quinta sarà questa. Transiterò da Los Angeles, giusto il tempo di cambiare aereo e tanto per aggiungere anche la California alla lunga lista delle occasioni lasciate indietro, per poi volare a Seattle, dove trascorrerò ventiquattr’ore: il solo tempo di fare una foto alla skyline e due passi per downtown, il minimo per respirare per la prima volta l’aria dell’ovest, versante grunge.
Ancora un volta la mia America durerà appena un battito di ciglia all’ombra di qualche grattacielo, nonostante ormai da qualche anno cerchi di farle il filo per un viaggio vero con tutta la famiglia, senza riuscire mai a far quadrare i conti.
Prima o poi accadrà, l’appuntamento è solo rimandato.

A Seattle prenderò un treno, come già feci nel ’96 da Toronto a Chicago, dal Canada agli States: questa volta sarà sulla costa opposta, a ritroso, dagli States al Canada, da Seattle a Vancouver.
A questo giro del mondo riesco dunque finalmente a transitare da Vancouver, dove trascorrerò due notti, che poi significa un solo giorno pieno per piazzare la mia bandierina.
E poi di nuovo scalo negli States, a Minneapolis, per spiccare il balzo finale verso l’Europa.
Ultimo touch and go ad Amsterdam, come nel 2011.

Alla fine non ho ancora fatto il calcolo delle ore che starò per aria e forse non voglio nemmeno saperlo. Mi viene in mente invece che nell’arco di ventiquattr'ore passerò dall'inverno europeo all'estate australe e, una settimana dopo, saranno sufficienti dodici ore per passare di nuovo dagli oltre trenta gradi delle Isole Cook, al rigido inverno boreale della costa pacifica americana. Solo il tasso di umidità sarà lo stesso, per quanto con effetti opposti.
Non sarà facile ragionare sull’unico bagaglio a mano che potrò portare con me: facendo i conti col peso, è fra l'altro probabile che anche in questa occasione rinunci a partire con la reflex e mi affidi solo al telefonino, come già fu a Boston e alle Bermuda, e nei Balcani, e alle Canarie, e in Ucraina e in Moldova, e in almeno un’altra dozzina di occasioni negli ultimi anni.
Deciderò all’ultimo istante, come al solito.

A làtere, questo giro del mondo sarà complementare a quello del 2011: allora attraversai il Pacifico settentrionale e rientrai dall’America meridionale, questa volta attraverserò il Pacifico meridionale e tornerò dall’America settentrionale, incrociando idealmente e perfettamente la rotta precedente.
Mi rimane il sogno nel cassetto di riuscire a fare un giro del mondo al contrario, d’inverno, passando per lo stretto di Bering: lo studio da tempo, ci ho provato anche questa volta, ormai conosco la teoria a memoria, ma metterlo in pratica continua ad essere logisticamente difficile nei tempi sempre molto stretti che ho a disposizione per queste avventure e, soprattutto, richiede risorse economiche impegnative.
Per quanto, trovato il volo per Anchorage, sono stato a un passo dallo schiacciare il tasto di conferma.

Perché sì, ci ho provato ad andare nell’Artico d’inverno. Avevo iniziato a comporre i pezzi del puzzle e informarmi su come affrontare i -50°C potenziali che mi avrebbero atteso a Barrow. Ma poi, al momento di trovarmi un alloggio, mi sono scontrato con il costo improponibile della logistica a quelle latitudini, persino su Airbnb, anche dieci volte quel che è possibile trovare alle Cook, a pari colazione, fuori scarafaggi e zanzare.
Il che è un peccato, perché sebbene sappia per esperienza che le zanzare artiche non hanno nulla da invidiare alle parenti tropicali portatrici di dengue, è pur vero che perlomeno non sopravvivono all'inverno.
Toccherà dunque investire in repellente, che comunque costerà meno di una colazione sulla banchisa.

Comunque.

Le Isole Cook saranno il mio Paese numero 100 secondo la classificazione del CIGV, il 120° in cui metterò piede secondo il ranking del Traveler's Century Club. Quando vent’anni fa o giù di lì doppiai quota cinquanta, raggiungendo così il limite minimo per iscriversi al CIGV, mi chiedevo quando mai sarei arrivato a guadagnarmi il titolo di socio Top 100. Allo stato dell'arte, se fossi ancora iscritto, il 2 marzo 2018 sarebbe la risposta. Il mio secondo 2 marzo 2018, per la precisione.
Il CIGV pone poi il traguardo successivo a quota 150 e naturalmente ho già un piano e un elenco. Fattibili, almeno nella mia testa.

Il dato più interessante l’ho però realizzato oggi e sono rimasto un po' sconcertato, perché ero convinto del contrario: le Cook non sono nella mia lista segreta. Ho dentro Kiribati, Tuamotu, Marchesi, Nauru, Niue e perfino Tokelau (considerando solo le isole del Pacifico, naturalmente), ma non Rarotonga ed Aitutaki.
Vorrei dire che è un errore di compilazione, ma non è così: in realtà mi sono sempre un po' sembrate la destinazione più scontata nel Pacifico, dopo Tahiti. Comunque ormai è andata: per batter eventualmente di nuovo il record d’inculoalmondo toccherà prima o poi spingersi perlomeno fino a Pitcairn.
Non la vedo facilissima.

Ma poi io sono quello dell’Everest e son claustrofobo, mi son sempre stati sul cazzo gli atolli sperduti.

Orizzontintorno torna dunque in pista a inizio marzo. Allacciate le cinture. Non staremo via molto, ma ce ne sarà comunque di che averne abbastanza molto rapidamente.
Soprattutto delle ben recensite bestiacce delle Isole Cook.

RTW2018Plan
RTW 2018: la rotta

P.S. No, non è questo, e non sarebbe stato nemmeno l'Alaska: alla fine quel piccolo progetto che avevo in mente per far fuori le miglia non sono riuscito a metterlo in pista. Ma meglio così: lo faremo in due, presto.
TAG: RTW2018, Cook Islands, cook, america, viaggi
00.53 del 26 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
25 Lost (#comingsoon)
GEN Progetti
"Expect a remarkable number of chickens to cross the road. It is hard to understand why they do this, but they do. Dogs, walkers, children, and coconuts provide other obstacles on the roads that keep driving interesting."
[Wikitravel, Rarotonga]

Rarotonga
Rarotonga
Aitutaki
Aitutaki
TAG: rarotonga, aitutaki, cook, rtw2018
11.51 del 25 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
07 Shots from my world
GEN Viaggi verticali, Fotoblog, Diario
E anche quest'anno lo abbiamo iniziato in Valchiavenna, nel nostro consueto rifugio di Campodolcino, che assieme all'Elba e a Valnontey disegnano un po' i punti cardinali della mia vita coi ragazzi.

È stata una settimana di neve, più degli ultimi due anni, ma non quell'esagerazione che ci si poteva aspettare, e finalmente di ritorno sugli sci a tempo pieno, con cuore, gambe e polmoni ritrovati dopo lo sventurato 2017, che oltre ai miei problemi di salute era iniziato con Carola sulle stampelle e di conseguenza, per la prima volta in assoluto, niente sci coi ragazzi per tutto l'anno e l'intera stagione praticamente saltata a piè pari, con la sola esclusione di un weekend da solo a marzo rubato apposta per non rimanere del tutto a secco e mettere almeno alla prova l'effetto dei betabloccanti.

Due anni dopo eccoci di nuovo qui: li ritrovo in forma smagliante, Carola per fortuna si è completamente lasciata alle spalle l'infortunio dello scorso anno senza nessuna conseguenza psicologica e ormai vanno entrambi più di me, sicuramente molto più di quanto andassi io alla loro età.
Li guardo scivolar via velocissimi, sicuri e felici, perfettamente a loro agio in mezzo alla nebbia e alla nevicata insistente, col ghiaccio e con la neve fresca, e sono orgoglioso del lavoro fatto in questi anni, di essere riuscito a trasmettere loro qualcosa di ciò che più mi appartiene, di condividerlo insieme.
Cerco di star loro dietro per quel che ancora posso, ma è quasi tempo di ritirarmi in baita davanti a un piatto di polenta e salsicce e lasciare che raccolgano il testimone di quella che per tutta la vita è stata la mia più grande passione. L'unica condizione che mi sia da sempre perfettamente appartenuta, come una seconda pelle.
La mia aria sottile.

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TAG: madesimo, valchiavenna, campodolcino, sci, montagna
17.49 del 07 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
07 Steam
DIC Running, Salute, Diario
Alla fine è solo matematica, questione di numeri appunto. È sempre stato così. Per questo conto.

Ho impiegato sedici settimane, che in realtà è un tempo sorprendente considerata la mia condizione all'inizio di questa nuova avventura e che pensavo di impiegare non meno di sette-otto mesi. Peraltro non ero nemmeno certo che ce l'avrei davvero fatta, anzi, ero un po' del mood tipo ultimo treno, adesso o mai più.
Ed eccomi qui. Sedici settimane dopo.

Mi ci ero avvicinato molto una decina di giorni fa: una sera avevo staccato un 1h00'00"6, correndo i primi 5km in salita con una temperatura prossima allo zero e sbagliando poi i calcoli in discesa. Coi battiti oltre soglia, negli ultimi due chilometri avevo rallentato un filo, giusto quel minimo per non esagerare e rimanere tranquillo, convinto ormai di avercela fatta.
Sei decimi. Un battito di ciglia, la tolleranza dello strumento di misurazione, una stupidata: fermo in mezzo alla strada, avvolto dal vapore del sudore che si disperdeva nel buio, guardavo il display illuminato del cronometro e sorridevo fra me e me.
Sei decimi su un'ora sono una beffa, un solo passo in meno sulla distanza, un respiro in meno prima di fermarmi.
Mi ero incamminato verso casa prima che il freddo penetrasse lo strato termico della maglia e mi ero dato appuntamento alla prossima occasione.

Martedì sera ero a San Martino, come sempre da un po' di mesi a questa parte. Temperatura attorno agli zero gradi, probabilmente qualche grado sotto in mezzo ai campi spogli.
La corsa come rimedio all'umore, come un tempo, come unico modo che conosco per scollegarmi da qualunque pensiero, per spegnermi. Freddo e umidità a sufficienza per non perdere tempo, per accelerare da subito, per fare in fretta a scaldarmi e darmi una mossa a rientrare in albergo, ché a San Martino dopo le ventuno e trenta è tutto chiuso e non si cena più. La provinciale cinquantadue buia come al solito e la pettorina fosforescente dimenticata a casa. La mia tuta termica aderente, nera come l'oscurità attorno, solo due sottili cuciture arancioni lungo le spalle, e il verde fluo delle scarpette.
E via.

Cinquantasette minuti. Tre minuti sotto. Un tempo che addirittura mi ha riportato all'improvviso molto vicino ai miei allenamenti regolari di otto anni fa.
Ho fissato il cronometro incredulo. Limare tre minuti in un colpo è un'enormità.
Nel 2008 impiegai sette mesi per scendere sotto l'ora e quasi un anno per portarmi su tempi paragonabili, partendo da una situazione decisamente migliore di quella dello scorso agosto (e con quasi dieci anni in meno di oggi sulle spalle). È incredibile come il nostro corpo e la testa conservino memoria delle esperienze passate e vadano a ripescarle all'occorrenza, sappiano riadeguarsi. Non è una questione solo fisica e metabolica, è proprio una condizione mentale.

E matematica, naturalmente. Numeri. Questa mattina, 77,3kg. Eccoli lì, quei tre minuti, disegnati sul diplay a cristalli liquidi della mia bilancia.
Come previsto. Sempre tutto come previsto. Inesorabile.
I numeri non mentono mai, l'esperienza non inganna, insegna.
Metafore.

Non so se continuerò, non so dove posso arrivare. Sono al traguardo che mi ero posto quattro mesi fa e l'ho tagliato molto prima di quanto pensassi. Non lo avevo previsto. Adesso non ho un piano, e sono smarrito: io ho sempre un piano.

So che ora viene la parte davvero difficile.
So che se smetto di correre non sarò capace di mantenermi facendo solo attenzione alla dieta. Mi conosco bene, non sono in grado. È un metodo che richiede una condizione mentale che non mi appartiene.
So che adesso ci vorrebbe un nuovo obiettivo e non ho voglia di ripercorrere strade già battute. Ne avrei, ma qualunque cosa abbia in mente richiede tempo, impegno, disciplina, motivazione fortissima, sacrificio. Soprattutto tempo.
Un conto è trovare un paio di volte a settimana un'oretta e mezza strappata alla sera, rimandando l'orario di cena; o mettersi un'ora sul tapis-roulant il sabato pomeriggio, in casa, mentre i ragazzi studiano o fanno altro, poi la doccia lì a fianco, andare a fare la spesa, metter su la pentola sul fuoco, le solite cose.
Un conto è trovare il tempo per un nuovo traguardo sfidante. Ad esempio ripreparare una maratona, o anche solo una mezza tirata, per buttar giù i miei tempi del 2010. O addirittura qualcosa di nuovo e davvero motivante, magari una grande classica come la Monza-Montevecchia, o la Monza-Resegone. Le conseguenti necessarie uscite regolari tre, quattro, fino a cinque volte alla settimana, i lunghi da almeno un paio d'ore, le ripetute, la tabella fissa di preparazione.
Non so se ho questa motivazione. Soprattutto, per quanto potrei trovare la voglia, sono piuttosto certo di non avere il tempo per questo.
E quindi?
Son sempre lì, davanti allo specchio, con le stesse domande.

Mi guardo: studio il nuovo me stesso, o meglio, studio il me stesso di una volta che non vedevo riflesso da anni e che pensavo non avrei mai più rivisto. Gli stessi pensieri. Sono sempre io alla fine.
Ho lo sguardo stanco. Il volto scavato, le guance attraversate dai solchi delle rughe comparsi evidenti come conseguenza del calo drastico di peso.

Mi sento molto meglio. Il cuore funziona (e dovrò capire prima o poi se continuare a prendere i betabloccanti), niente più gastroprotettori da mesi, la macchina ha ripreso a funzionare abbastanza bene.
Tendini, menischi, legamenti, piante dei piedi: tutto perfetto.
La schiena no: è evidentemente rimasta danneggiata dalla condizione dello scorso anno. Ho ripreso quasi del tutto la mia mobilità ordinaria, ma al mattino ho difficoltà ormai cronicizzate e ho un problema abbastanza importante e ben identificato in mezzo alla schiena, più in alto delle mie vecchie protrusioni in L4-L5 ed L5-S1. Qualcosa è successo. Dovrò decidermi a fare una nuova risonanza e capire come affrontare la questione, perché non è di facile gestione e non mi abbandona un solo giorno.

E quindi non so. Non ho risposte. Non le ho mai. Mi siedo sul marciapiede, lascio che evapori il sudore e riparta il flusso dei pensieri.
Però sì, è vero.
Bravo Carlo.

Running1000

io
San Martino di Lupari, 5 dicembre 2017
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
13.00 del 07 Dicembre 2017 | Commenti (1) 
 
26 Un minuto sessanta secondi
OTT Salute, Running, Diario
Ne scrivo con cautela e in via quasi riservata, fra me e me, ché alla prova dei fatti, negli ultimi sette anni, qualunque tentativo è miseramente naufragato dopo poche settimane, giusto il tempo perché facessero a tempo a manifestarsi i primi risultati.
Poi nulla, di nuovo il buio.

Una sera tardi, qualche settimana fa, stavo rientrando al mio albergo lungo la Provinciale 52. In quella zona la strada corre diritta attraverso la campagna veneta, come tutte le strade lì attorno. Non c’era nessuno in giro, era buio e faceva freddo, anche se in quel momento non lo stavo già più avvertendo da un po’.
Come al solito, come facevo anni fa, contavo fra me e me per dimenticarmi del tempo, astrarmi dal contesto attorno e da me stesso, concentrarmi su altro e staccare la testa.
A un certo punto sono come riemerso dal mio stato di trance, come se avessi realizzato solo in quel momento e all’improvviso dov’ero e cosa stavo facendo, e - giuro - mi sono dato un pizzicotto. Me lo sono dato forte, sulla guancia. Da solo, lì in mezzo al buio, sul ciglio della SP52.
Volevo essere certo, assolutamente certo, che non fosse un sogno, che fossi davvero sveglio, perché negli ultimi anni troppe volte mi è capitato di trovarmi in una situazione analoga, esserne fermamente convinto, meravigliarmene, fare giusto a tempo a cogliere quell’attimo di sorpresa mista a felicità e poi ritrovarmi invece nel mio letto con gli occhi aperti, e constatare amaramente, una volta di più, che era tutto un sogno.
Ne avevo scritto anche qua dentro, tempo fa.

A voi magari sembrano tutte cazzate e in fondo lo sono, ma conoscete quella frustrazione che vi coglie ogni volta quando vi risvegliate da un sogno che vi sembra troppo bello per essere vero, nel quale percepite forte una distorsione spazio-temporale, la sensazione che in realtà nulla intorno a voi sia reale, e fate di tutto per dimostrarvi che invece lo è: verificate, fate esperimenti, vi toccate, mettete alla prova lo spazio attorno a voi, finché non siete convinti che è tutto vero.
E quindi vi svegliate. Ogni maledetta volta, come riemergere dal livello due o tre di Inception.

Così, mi sono dato un pizzicotto. E poi un altro ancora, più forte. Volevo svegliarmi a tutti i costi per azzerare sul nascere la frustrazione.
Venti minuti dopo ero nella mia camera d’albergo. Al caldo, sudato, felice. In piedi. E non mi ero appena alzato dal letto.

Ho ricominciato il 17 agosto, a tre anni di distanza dall’ultimo tentativo. Ho impiegato sei settimane per tornare a correre un’ora, sette settimane per tornare a correre dieci chilometri. Dieci settimane per riportarli vicino ai sessanta minuti. Dieci settimane per perdere (quasi) dieci chili.
Me lo ero promesso, ho (per ora) mantenuto la promessa fatta a me stesso. E no, non stavo sognando in effetti. Stavo davvero correndo da un’ora, senza sosta, al buio, lungo la SP52.
Coi battiti regolari, inchiodati fra i centotrenta e i centoquaranta.

Un anno fa di questi tempi ero alle prese con i problemi cardiaci di cui ho raccontato fra queste pagine. Lo scorso inverno, complici lo stress e l’inattività assoluta forzata (non potevo nemmeno più andare a camminare), ero arrivato a soglie di peso davvero inaccettabili per il mio fisico: avevo superato quota 93kg, la progressione sembrava inarrestabile e, cuore a parte, il mio sistema salute complessivo era in allarme.
Sono arrivato a inizio estate in una condizione disastrosa. Da una parte le terapie coi betabloccanti e i gastroprotettori tenevano a bada cuore e stomaco, ma la mia schiena non ce la faceva davvero più, ero in una situazione così critica da avere seri problemi di mobilità quotidiana, in difficoltà perfino a girarmi nel letto di notte. Qualunque movimento non controllato sulla colonna poteva mettermi in crisi. Se camminavo troppo a lungo avevo forti dolori ai piedi, se stavo troppo seduto andava in sofferenza tutta la schiena e avevo forti dolori al sacro, se stavo sdraiato avevo difficoltà a girarmi e a rialzarmi. Perfino le mie lezioni di pilates erano diventate un percorso a ostacoli e non avevano più alcun effetto benefico.

Ho aspettato di rientrare dalle vacanze estive, perché era chiaro che qualunque iniziativa avessi intrapreso sarebbe stata immediatamente vanificata dal periodo di ferie.
Non sono stati facili i giorni a Madeira: tutti i giorni ero alle prese con le difficoltà alla schiena e ai piedi. Nonostante questo, però, abbiamo camminato parecchio. Ci contavo. È servito a buttar giù un paio di chili, tanto per cominciare. I primi, piccoli, passi. Nel vero senso della parola.

Al rientro, ho approfittato della settimana a casa subito dopo ferragosto per uscire tutti i giorni a camminare un paio d’ore. Come obiettivo iniziale mi sono posto di mettere insieme il più chilometri possibile per cercare di riabituare al movimento tendini, menischi e legamenti. Nessuna forzatura. Camminare, veloce. Maglietta e pantaloncini, andatura regolare. Cuffiette, chilometri. Solo riabituare il fisico al movimento prolungato.
Mi sono anche installato una app sul telefono per il controllo delle calorie. Per la prima volta in vita mia mi sono messo seriamente a dieta. Non lo avevo mai fatto.
Peso registrato all’inizio, il 17 agosto, 90.6kg. Ho fissato l’obiettivo a 78kg, il peso che avevo nove anni fa quando per la prima volta ero riuscito a portare i 10km sotto ai cinquanta minuti. Progressione ipotizzata: mezzo chilo a settimana.
La app mi ha sfornato un limite di 1670 calorie al giorno, bilanciate fra carboidrati, fibre e proteine.
Mi sono bastati due giorni per capire che fino a quel momento la mia dieta “normale” stava probabilmente attorno alle 2500 calorie quotidiane, senza contare che era completamente sbilanciata sui carboidrati.

Non mi ero mai interessato di queste cose prima, mi ero sempre rifiutato. Non ne avevo mai avuto bisogno, o almeno me lo volevo credere.
Adesso, per la prima volta, avevo dei numeri davanti a me.

Millesettecento calorie scarse, per uno come me, sono pochissime.
Ti mangi una fila di Oro Saiwa alla sera, otto biscotti, così per noia davanti alla tv? Quasi duecento calorie.
Nel weekend pranzi annoiato con un panino, un caprino, un etto di speck, un “po’” d’uva davanti al PC? Novecento calorie.
A cena decidi di stare a “dieta” e ti fai due pomodori in insalata con una scatoletta di tonno e una mozzarella, e al massimo finisci con una banana? Più di mille calorie.
La mia pizza casalinga che faccio un sabato sì e uno no? Millecento calorie, senza contare la birra.
Un incubo.
All’improvviso tutta - tutta - la mia ordinaria alimentazione fino a quel momento, quella che negli ultimi anni avevo considerato un’alimentazione “abbastanza controllata”, è diventata un incubo.

Ho dovuto resettare tutto, reinventarmi completamente il mio modo di fare la spesa. Imparare che con determinati alimenti mi tolgo la fame riempiendomi e mantenendo il giusto bilanciamento dei macronutrienti. Che è meglio un panino che un pacchetto di cracker. Che sono meglio tre pere di un etto di uva. Che il formaggio è il mio nemico, che i cesti di pane al ristorante sono i miei nemici, che i dolci - qualunque dolce - sono armi di distruzione di massa.
Tutte cose che ho sempre saputo, per carità. Sapevo così, perché sono cose che sappiamo tutti, ma che non avevo mai tradotto in numeri prima, sotto ai miei occhi, confrontandomi con lo specchio.

Dieta, stretta. E chilometri.
Dopo una settimana di camminate ho iniziato a provare a correre qualche minuto ogni tanto, così, solo per vedere cosa succedeva. Camminavo dieci minuti, poi un minuto di corsa. Fiatone, gambe doloranti.
Attento al cuore. Attentissimo. In ascolto.
In questo modo, ho iniziato con sei, sette chilometri in un’ora.
Mi sono ricordato del mio Garmin nel cassetto e della mia fascia cardio, e li ho rispolverati.
Dopo un paio di settimane ho iniziato a darmi un metodo, come quando iniziai a correre dieci anni fa. Sono partito con l’obiettivo di completare dieci serie da 3’ di corsetta, alternate a 3’ di camminata. Sono così arrivato a fare circa 7,5-8km in un’ora, all’inizio con gran fatica e cuore in gola, poi piano piano, col passare dei giorni, più regolare.
Nel frattempo avevo perso due chili nelle prime due settimane, poi altri due chili nelle due settimane successive.

Col ritorno al lavoro e alle trasferte, e col rientro dei ragazzi dalle vacanze e l’inizio della scuola, ho dovuto arrangiarmi con l’organizzazione: ho ringraziato il cielo di non essere riuscito a vendere lo scorso anno il mio tapis roulant e, come anni fa, ho ricominciato anche a correre la sera tardi.
Torno alle otto di sera? Esco a correre e ceno alle dieci.
Fa freddo, piove, ho i ragazzi a casa? Mi metto sul tapis roulant per un’ora.
Sono in trasferta a San Martino? Metto le mie cose nel trolley e la sera, quando esco dall’ufficio, corro lunga la SP52 e i dintorni della campagna veneta.
Sei settimane, sei chili.
Otto settimane, otto chili. E nel frattempo, un passo alla volta, le dieci serie da 3’+3’ diventano sette serie da 6’+3’, poi tre serie da 20’+2’. Seguo sempre la mia vecchia regola: passo alla sequenza successiva solo quando riesco a fare la sequenza attuale senza affaticarmi.
Poi, finalmente, una sera a San Martino, un’ora intera senza sosta, 8.5km.
Tre giorni dopo a casa, sempre la sera dopo il lavoro, 10km in fila, un’ora e dieci.
A dieci settimane di distanza corro regolarmente i dieci chilometri, accorcio via via i tempi, mi sto avvicinando all’ora e corro con dieci chili in meno.
E dieta stretta, con qualche strappo, ché alla fine corro e la fame si fa sentire.

Una volta alla settimana ceno con un calice di vino, mi concedo un dolce nella mia trattoria preferita di San Martino, un piatto più ricco.
Ho imparato ad apprezzare ogni cosa che mi metto nel piatto. I momenti più rilassanti della giornata sono quando mi metto, finalmente, a tavola.
Ho tagliato tutti gli extra pasto. Tutti. Ho tagliato le doppie colazioni, a meno che la prima non sia alle sei del mattino e il pranzo sia previsto alle due del pomeriggio, con un viaggio in mezzo. E comunque, addio al croissant con la cioccolata in seconda colazione.

Vivo meglio. Sai che scoperta: facile all’improvviso vivere meglio con dieci chili in meno. Ma di più c’è che non prendo gastroprotettori da due mesi: il mio reflusso, cronicizzato da anni, è completamente scomparso.
La schiena sta bene, abbastanza. Ho l’impressione che il peso sopportato nell’ultimo anno abbia causato qualche nuovo danno permanente e ci sia (minimo) una nuova protrusione all’altezza del sacro, ma ho riguadagnato quasi del tutto la mia mobilità normale. Quando corro, come è sempre (misteriosamente) stato, la mia schiena riacquista tutto il suo assetto ed equilibrio normali.
I piedi non mi fanno più male e anche a pilates va tutto bene.
Ho guadagnato due-tre buchi nelle cinture, più di una taglia, e all’improvviso mi sono larghi tutti i pantaloni che ho comprato negli ultimi anni.
Passate le prime settimane, grazie alla progressione molto controllata che ho seguito, mi sono scomparsi anche tutti i problemi ai menischi, tendini e legamenti, che inevitabilmente si erano manifestati quasi subito all’inizio. Per ora non si segnalano nuovi fastidi: ho fatto tesoro delle passate esperienze degli anni scorsi per circoscrivere e limitare i problemi, speriamo che il periodo di grazia continui, perché interrompere ora sarebbe deleterio anche per la mia motivazione.

E il cuore?
Il cuore sta bene, sembra. La scorsa settimana, un po’ preoccupato, sono stato dal medico. Il fatto è che i betabloccanti continuano a fare il proprio lavoro e ho frequenze da zombie.
La sera, quando mi sdraio a letto, sto fra i 38 e i 42 battiti al minuto.
In condizioni normali, in movimento in casa, attorno ai 50.
Quando corro, all’apice della fatica, viaggio a 145 di massima, molto raramente oltre. Solo un paio di volte ho toccato i 150 e peraltro, più passano le settimane e più mi alleno, più ovviamente i battiti tendono ad abbassarsi.
Tre anni fa, durante il mio ultimo tentativo di ripresa dell’attività, correvo coi battiti a 165 circa.
Lo scorso anno, durante le crisi di fibrillazione, ero arrivato a 190.
Anche la pressione, che tengo sempre monitorata, è bassissima. Viaggio a medie di 55-85, ma mi è capitato, a un’ora di distanza dal termine dell’attività, di misurare un 47-75. Non ho più visto valori sopra i novanta di massima.
Dice il mio medico che lui ha la pressione massima a ottanta da anni e mi fa notare che è vivo.
Non so se sia una diagnosi, ma vivo è, in effetti. Almeno, pare.

E adesso niente, facciamo che non ne parliamo di nuovo più. Si vedrà.
Intanto stamattina ero a 81.4kg, ché da una parte significa ormai solo poco più di tre chili al mio primo obiettivo, ma anche che nelle ultime due settimane, complici qualche uscita in meno e un paio di strappi alla dieta per colpa del lavoro, la mia progressione lineare di questi due mesi ha improvvisamente frenato e ho perso “solo” nove etti rispetto a quindici giorni fa. Significa che non posso sgarrare. Che i confini fra dimagrire, riuscire a mantenere il peso e rimbalzare di nuovo sono sottilissimi. Che è un lavoro. Che non posso permettermi mai di distrarmi. Che ci vogliono motivazione, disciplina, costanza, esattamente come quando otto anni fa decisi di puntare alla maratona.

Voglio arrivare ai 78kg e riportare i 10km sotto all’ora. Mi mancano tre chili e cinque minuti. Le due cose vanno insieme. In quei tre chili stanno esattamente quei cinque minuti.
Intanto vedo di arrivare lì. Se ce la farò, quando ce la farò, ne scriverò qui.
Poi si vedrà.
Un passo alla volta. Sempre.
Contando, nella mia testa, per ingannare il tempo, farlo scorrere, distrarmi dalla strada che scivola via dietro di me.

Un minuto sessanta secondi, un chilometro sei minuti e qualcosa, al prossimo lampione sono centro metri, un’ora ottomila passi, il rettilineo seicento metri, trenta minuti è il cinquanta per cento…
TAG: running, salute, corsa, cuore, dieta
17.29 del 26 Ottobre 2017 | Commenti (0) 
 
22 Domeniche d'autunno /reloaded
OTT Masterchef
Era un po' che non mi applicavo in cucina e che ti sei fatto a fare una cucina a isola se poi non la usi in qualche modo? Così, ieri sera ci siamo dati ai fiori di zucca fritti, oggi Carola ed io abbiamo inventato una torta salata - la prima della mia vita - mescolando zucchine e ingredienti a caso. Infine ci siamo dati al Galup, soufflé al formaggio da settordicimila calorie su ricetta della nonna.
Insomma, promossi a pieni voti.

Poi devo raccontarvi altre cose, magari i prossimi giorni butto giù qualche riga. È che sono settimane piene piene piene.

zucchine1
zucchine2
galup1
galup2
galup3
TAG: torta salata, cucina, galup
22.13 del 22 Ottobre 2017 | Commenti (0) 
 
01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione. ..
[Continua a leggere]

TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017 | Commenti (1) 
 
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