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19 Il Golfo e io e tu
OTT Travel Log: Business Trips 2019
Quando rientro da New York salto regolarmente la nottata. Prendi quest'ultimo giro: siamo decollati dal JFK verso le diciotto, ora della costa Est, più o meno alle venti han servito la cena, poi mi sono guardato un film, verso le ventitré ho provato a sdraiarmi e chiudere un po' gli occhi, ma attorno a mezzanotte - sempre ora americana - han servito la colazione, perché in realtà stavamo già volando sull'Europa ed era ormai l'alba.
Un'ora e mezza più tardi, cioè alle sette e trenta ora italiana, l'una e trenta di notte per me, siamo atterrati. Ciao notte.
Però, nello spazio di poche ore, dall'oblò sul mio lato ho visto un tramonto e un'alba meravigliosi, e ho volato tutto il tempo con una straordinaria luna piena al mio fianco che si rifletteva sull'oceano.
Ho scattato qualche brutta e inutile fotografia, ché col cellulare hai voglia a catturarla la luna, dal finestrino di un aereo poi, e intanto pensavo che di Galveston e del Golfo del Messico avrei dovuto scrivere lipperlì, davanti al tramonto rosso fuoco dell'Atlantico, seduto al tavolino sulla terrazza di quel motel affacciato sulla spiaggia di Freeport.

Invece niente, come spesso mi accade da un po' di tempo, molto tempo ormai.
Ho scattato fotografie, troppe come al solito, e ho guidato qualche ora la mia Dodge Grand Caravan - praticamente una specie di inutile container a quattro ruote che consuma come un transatlantico - lungo le grandi autostrade del Texas e la costa deserta del Golfo, allontanandomi da tutto ciò da cui avevo bisogno di allontanarmi.
Il Golfo del Messico è un buon luogo per allontanarsi, in caso di necessità.
Avrei voluto una Mustang rossa per la verità, ché secondo me, se sei in America e hai bisogno di allontanarti da tutto, una Mustang rossa o una Camaro son quello che ci vuole. L'app della Hertz me ne proponeva una per 52$, un affare, ma il tempo di pensarci su un attimo e addio Mustang, andata.
Ci sarebbero state una Cinquecento, per dire, o una Ford Focus, ma che fai, sei in America e ti prendi un'auto da gita domenicale in Liguria?
Così alla fine la Dodge. Che saran stati sei metri di auto, non arrivavo nemmeno ad appoggiare il gomito sinistro sul bordo del finestrino da quanto era larga e non avevo nemmeno un borsello con me da trasportare. Ma non è che in Texas ci sia particolare problema a parcheggiare o far manovra, e quindi.
Se hai bisogno di allontanarti, una Dodge da sei metri, un esagerato motore V6 da tremilaseicento di cilindrata, è una buona alternativa a una Mustang rossa.

Il Golfo è un po' quell'America lì, quella delle auto coi motori tipo locomotiva, quella che era anche di Albuquerque, per esempio. Col senno di poi, poi quando sei in spiaggia intendo, una spiaggia lunga più o meno trecento miglia e larga almeno uno intero, con quel senno di poi ti rendi conto che in fondo non una Mustang, e tanto meno una Dodge.
Un pick-up maledizione, ci sarebbe voluto un pick-up, di quelli con le ruote enormi, quelle ruote che ti permettono di guidare per miglia e miglia proprio lungo la spiaggia deserta, costeggiando le onde, come quella volta in Namibia vent'anni fa, con la Rocsta Jeep a Walvis Bay. Ecco, quella roba lì.
Infatti gli americani, quei pochi che incrocio a sud di Galveston, hanno il pick-up. Loro sì che sanno l'America.
Io invece mi becco le zanzare e il sole che picchia, ché sul Golfo, in ottobre, ci son novantadue Fahrenheit e un'umidità tropicale.

È un po' quell'America lì, a sud di Galveston. Tipo che puoi accostare a bordo carreggiata, in mezzo al tutto piatto attorno, sdraiarti in mezzo alla strada e fare la solita foto come nel deserto.
Tipo che ti allontani dall'auto, fai due passi nel nulla fra erbacce e sterpaglie, e all'improvviso realizzi che non sei in Brianza e forse no, potrebbe non essere un'idea meravigliosa, potrebbero esserci un serpente, o le sabbie mobili, o un serial killer che spunta dai campi di granturco.
Poi ti tranquillizzi perché in effetti no, qui non ci sono campi di granturco. Ci sono gli uragani, per carità, ma il cielo questo pomeriggio è perfettamente limpido e caldo.
C'è il mare, da una parte e dall'altra, ché la strada corre per molte miglia su una specie di striscia pressoché deserta di sabbia ed erba, lunga lunga lunga e larga non più di un miglio, collegata al resto del Golfo e del mondo da un ponte.
Che in effetti sì, avercela una Mustang rossa. Non ci sono nemmeno i cartelloni pubblicitari per nascondere le pattuglie della polizia stradale.

È una serata magnifica e struggente a Freeport. Gli americani scendono direttamente in spiaggia coi loro pick-up e accendono un barbecue, c'è un tramonto tipo palla di fuoco che cala dietro le palme contornandone di nero la silhouette, per cui anche uno sperduto motel del cazzo in mezzo a una radura di sabbia e cespugli, ai bordi della provinciale, ti sembra il posto più bello dell'universo.
La temperatura è perfetta, nel bicchiere una specie di aperitivo colorato di giallo e rosso, lievemente alcolico, a base di rum, e una cannuccia.
Se potessi fermarmi qui, ora, per sempre, forse il dolore rimarrebbe di là dell'oceano, ma il punto è che invece di là dell'oceano è rimasto il pezzo di me che dovrebbe essere su questa sponda, ora, con me a questo tavolo, a far piani per fermarsi qui per sempre.
Che poi è un posto del cazzo, Freeport, per fermarsi per sempre.
Non fosse altro perché alla fine, prima o poi, arriva un uragano a piallarti quelle quattro assi sulle quali hai magari pensato di investire la tua vecchiaia.
E allora no, Pico tutta la vita, lo sai.

Ché me lo chiedo sempre, e ancor più me lo chiedo a Galveston: ma perché gli americani si ostinano a costruire questi castelli di legno e cartongesso fronte uragano per poi farsi evacuare un anno sì e l'altro anche, e trovarsi magari con una catasta di detriti e la lavatrice distrutta scaraventata a trecento metri di distanza in mezzo a una palude?

Pianto la bandierina anche sul Golfo e la mia lista americana si allunga ad ogni giro.
È ormai sera quando mi rimetto in viaggio verso Houston. Guido lungo le autostrade buie del Texas seguendo la voce metallica in inglese del navigatore, le insegne illuminate dei motel che scorrono alla mia destra, i grandi impianti per la raffinazione del petrolio, i concessionari di auto, gli enormi svincoli stradali dell'America, l'autoradio che non ne vuole sapere di trasmettere almeno un po' di musica country e si ostina a tormentarmi col reggaeton.
Lascio la Dodge nel parcheggio buio del piccolo aeroporto di Sugar Land. Chiamo un Uber - "to uber", dicono qui, lo declinano proprio come fosse un verbo, intransitivo direi - e rientro al mio hotel.
Domani mattina l'America torna ad essere solo un ufficio da questa parte dell'oceano, e allora tanto vale.
Dobbiamo venire in America insieme, altrimenti a che serve attraversare l'oceano, se tu rimani di là.

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TAG: Galveston, texas, usa, america, golfo del Messico
19.37 del 19 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
26 Ostinazione e resilienza
SET Running
In questo difficile inizio di autunno, una cosa buona: almeno con la testa, sono riuscito a non mollare mai e ho continuato a consumare inesorabilmente la gomma delle scarpette, nonostante un anno complicato dalle trasferte per lavoro, una nuova logistica familiare tutta da inventare e assai impegnativa che mi prende il doppio del tempo di prima, ritmi di lavoro su quindici fusi orari, gli ormai cronici problemi di salute che a intermittenza ricompaiono e riscompaiono e non vogliono abbandonarmi.
Spesso sono dovuto scendere a una sola uscita a settimana, talvolta ho saltato settimane intere, fino a un mese di vuoto consecutivo a maggio e poi ancora fra luglio e agosto. Ho ripreso peso velocemente e altrettanto inevitabilmente, e anche l'attenzione alla dieta degli ultimi due anni è andata ultimamente un po' a quel paese.
Tant'è, ho tenuto botta e in un modo o nell'altro non ho mai smesso.

Ho attraversato l'estate forzandomi, quando possibile, a uscite con temperature inaccettabili, precipitando su tempi al chilometro parecchio difficili da far digerire al mio orgoglio di ex-maratoneta (*) e per lunghi periodi non ho più avuto le gambe nemmeno per completare le mie uscite standard da dieci chilometri. Piuttosto di una resa che questa volta sarebbe peraltro definitiva, sono tornato a fare qualche chilometro di brevi serie di pochi minuti alternando corsetta e camminata, sempre accompagnato dal timore delle fibrillazioni improvvise, costantemente con un occhio al cardiofrequenzimetro.
Rientrato dalla vacanze, dopo Ferragosto, con un peso addosso che non vedevo da ormai due anni, ho ripreso ostinandomi a cercare di mantenere almeno una media di due uscite settimanali, ripartendo da zero per l'ennesima volta, inchiodato dal cronometro su tempi che chiamare "corsa" richiede una discreta dose di fantasia.

Alla fine, ieri sera, ce l'ho infine fatta: dopo mesi di frustrazione, il Garmin ha nuovamente timbrato il decimo chilometro sotto l'ora, pur avendo corso i primi cinque in salita (e aiutato di conseguenza dai successivi in discesa, ma tant'è).
Non accadeva dal 19 aprile.

Fra qualche mese compirò cinquantacinque anni e, considerata la vita che faccio, sai che c'è: posso anche battermi il cinque da solo.
Io dico che in questo tristissimo e solitario inizio di autunno è dunque venuto il momento di comprare un nuovo paio di scarpette, ché quelle attuali alla fine han passato i mille chilometri.
Bravo Carlo.

(*) Non esistono "ex"-maratoneti.
TAG: running, salute, corsa
10.34 del 26 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
04 Alto mare
SET Travel Log: Isole Azzorre
E dopo anni di inseguimento isola per isola attraverso tutto l'oceano, le abbiamo infine incontrate a São Miguel e le abbiamo ritrovate qualche giorno dopo a Pico. Avevo programmato due uscite in mare a caccia di delfini e soprattutto di balene, e abbiamo fatto centro in entrambe le occasioni.
Sono state due escursioni molto differenti, pur condotte con un programma simile: tre ore al largo, di mattina, con una equipe specializzata e un biologo a fare da guida. Un briefing introduttivo prima di partire per ascoltare le regole di comportamento e le modalità di avvicinamento, e poi la rotta improvvisata sul momento in base al passaparola fra le imbarcazioni, agli avvistamenti da terra coi telescopi, all'esperienza dello skipper.

Da São Miguel siamo partiti con uno yacht di medie dimensioni, una quarantina di persone a bordo. Da Pico con un gommone d'altura, equipaggiati con impermeabili e salvagenti, dieci sole persone imbarcate.
Il vantaggio dello yacht è ovviamente la stabilità, navigare comodi, all'asciutto, con la possibilità di fotografare in condizioni agevoli e protette, da posizione più elevata e con precisione.
Tutt'altra esperienza quella in gommone, decisamente più avventurosa, un vero rodeo per meglio dire, aggrappati ai corrimano, esposti alle ondate, navigando a pelo d'acqua e saltando come matti sulle onde alte, mentre i delfini ti saltano attorno a dozzine, scivolando sotto la chiglia e attorno al gommone alla velocità della luce. È come fare tre ore di palestra: una sfida complicatissima per chi soffre il mare e per il mal di schiena - le guide chiedono se qualcuno ne soffre prima di salire a bordo e sconsigliano eventualmente l'uscita. Io mi sono imbarcato comunque, non me la sarei persa per nulla al mondo, ma sono state ore lunghe e faticose.

A bordo del gommone anche fotografare è un'impresa, sia per l'instabilità e per la quasi impossibilità di reggersi in piedi alzando così la prospettiva, sia per il rischio che le costosissime apparecchiature reflex si bagnino. Hai voglia ad avere un teleobiettivo stabilizzato, devi reggere qualche chilo di macchina fotografica con una mano sola, rimanendo aggrappato a qualunque cosa tu abbia a portato di mano, ammortizzando i contraccolpi, schivando le ondate, cercando in qualche modo di cogliere le rapidissime evoluzioni dei delfini, o il momento esatto in cui la coda della balena emergerà dall'oceano per immergersi subito trascinando con sé un arco perfetto di gocce d'acqua contro sole. Ciao, insomma.
Per i ragazzi, ovviamente, non c'è confronto fra le due esperienze: gommone tutta la vita e d'altra parte è un'emozione indescrivibile.

A un certo punto ho rinunciato, ho messo la Canon al riparo sotto l'impermeabile e mi sono lasciato trasportare da un'incredibile manifestazione di vita e della natura alla quale nessuna fotografia avrebbe mai reso giustizia o potuto anche solo catturare.

In alto mare, come me.

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TAG: balene, delfini, pico, sal miguel, azzorre
23.43 del 04 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
31 E poi celeste ovunque
AGO Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine niente. Avevo una mezza intenzione al rientro di scrivere un post per ciascuna delle isole che abbiamo incrociato sulla nostra rotta, ma non ho preso nemmeno un appunto in corsa come faccio di solito, non mi sono segnato nulla, ho solo collezionato istanti speciali per me e migliaia di fotografie - quante fotografie, quante, ho perso il conto e anche un po’ il controllo credo, migliaia davvero, ho impiegato queste due settimane a casa a fare ordine, a ripassarle una per una, a selezionarle, a scegliere quelle da inserire nel mio archivio.
Ogni giorno in viaggio ho pubblicato qualcosa su Twitter, una sorta di microblog fotografico, senza aggiungere nulla che non fossero giusto didascalie minime per localizzare le immagini, e niente altro. È stato un viaggio così, differente da molti altri, piuttosto unico per tanti versi.
Sono rientrato da più di due settimane ormai. Ogni giorno mi sono ripromesso di mettermi qui a buttar giù qualche nota, qualche pensiero, ma per quanto ci provi il ritmo non decolla, e rimando, rimando, rimando. Intanto ho anche ripreso a lavorare e le Azzorre sono già laggiù, a migliaia di chilometri, disperse al largo dell’Atlantico Settentrionale.

Mi hanno chiesto come è andata. Ho un po’ eluso le domande, come sempre non ho alcuna voglia di raccontare i fatti miei alla macchinetta del caffè e le mie isole sono mie, come tutti i miei viaggi, sempre. Ma a qualcuno ho risposto “è un viaggio da adulti”.
Ed è così in effetti. Un viaggio da adulti. Per quanto Leonardo, al rientro, abbia detto che gli sono piaciute tantissimo, e certo non avrei scommesso prima di partire - e non scommetterei ancor più oggi - sulle Azzorre per un viaggio ideale con un quindicenne e una dodicenne al seguito.
Col senno di poi in effetti non lo è stato, ma poi vai a capirli i giovani.
Del resto per me sarebbe inspiegabile oggi, e lo sarebbe stato a quindici anni, essere indifferenti all’inquietudine dell’abbandono al largo nell’oceano, spiagge bianche e barriera corallina, o scogliere di lava che siano, pur sempre acqua e acqua e acqua e acqua ancora fra il tuo orizzonte e il mondo esterno, giorni e giorni di navigazione sul mare profondo, oppure volare per ore sul nulla, è l’unica.
Non mi abbandona mai quella sensazione, ogni istante, sulle isole nell’oceano, qualunque isola.
Figurati alle Azzorre, con quei vulcani, la foresta, le scogliere, la pioggia bassa e sottile, le nebbie.

Non è stato un viaggio di mare questo. Per meglio dire, non andate alle Azzorre se avete in mente una vacanza al mare, perché in realtà devo correggermi, un viaggio di mare - e di isole - lo è stato eccome, certo. Dimenticate però di passare le vostre giornate spiaggiati da qualche parte, andate altrove.
Anzi, non andateci proprio alle Azzorre, lasciatele in pace, finché ancora è possibile.
Ti sembra sempre che non ci sia nessuno, eppure c’è gente eccome. Laggiù nel continente dici Azzorre e c’è sempre quel momento di smarrimento nel tuo interlocutore, tipo ah sì, belle caspita, Azzorre, ma aspetta, dove sono esattamente? Cosa c’è alle Azzorre? All’improvviso ti rendi conto che non hai mai sentito nessuno che ti raccontasse delle spiagge delle Azzorre, dei villaggi turistici delle Azzorre, delle discoteche delle Azzorre, del mare delle Azzorre, e allora?
Infatti non c’è nulla, andate altrove.

A São Jorge, per dire, ci sono le fajã. Immagina di vivere su una specie di altipiano a seicento metri dalla superficie del mare e se al mare vuoi andare l’unica è calarti, letteralmente, giù per i tornanti scavati lungo i fianchi di scogliere di lava verticali alte centinaia di metri e ricoperte di vegetazione, finché al mare arrivi, a una striscia di ciottoli e scogli neri larga al massimo una decina di metri, dove arrivano a infrangersi alte onde oceaniche.
Se sei fortunato, fra quegli scogli le onde vanno a riempire delle piscine naturali e lì sì, puoi anche farti un bagno, “bagnarti”, per meglio dire e sempre che la temperatura dell’acqua atlantica non ti sia troppo ostile.

È così misteriosa e silenziosa São Jorge che alcune cose le ho scoperte solo al ritorno, grazie alle fotografie. Ad esempio lavorando su quelle scattate al largo mentre navigavamo sull’onda lunga atlantica verso Graciosa.
Ho eliminato con Photoshop la foschia che avvolgeva l’isola e che la nascondeva sotto una patina azzurra uniforme, quasi confondendola con il mare e il cielo nuvoloso, e che sorpresa, accidenti! Che colori! Che spettacolo!
All’improvviso ecco lì tutta la variopinta e meravigliosa natura vulcanica di São Jorge, le inaccessibili scogliere alte centinaia di metri, colorate da un arcobaleno acceso di lava rossa, gialla, verde, nera, viola, ricoperte da un’assurda vegetazione che mescola pini e abeti e flora d’alta montagna con una insospettabile - per l’anomala latitudine - esplosiva natura tropicale, dipinta da migliaia di fiori spontanei provenienti da tutti i continenti, trasportati fin lì dalle correnti e dagli alisei.

Quanto è diversa São Jorge da São Miguel. Da Faial. Da Pico. Quanto è diversa Pico da Faial, da Graciosa, da Terceira. E quanto Terceira da São Miguel, da São Jorge e da Faial. Quanto ognuna delle Azzorre è completamente differente dalle altre.
A parte le ortensie. I tappeti infiniti di ortensie. L’inverosimile, quasi imbarazzante, coperta di ortensie che le avvolge tutte, in uno spettro che va dal bianco al rosso cupo, passando per l’azzurro, il celeste, il viola, il rosa, il maculato, a seconda dello stadio di fioritura delle piante.
Le strade che attraversano le isole corrono delimitate da vere e proprie pareti di piante di ortensie, per cui guidi incredulo per chilometri guardando verso l’alto, invece che la strada davanti a te, avvolto da un arco celeste fiorito a chiudere la prospettiva.
Dopo qualche giorno è così naturale viaggiare fra le ortensie in fiore che sbarcati a Terceira ci rendiamo conto all’improvviso che lungo il tratto di strada che stiamo percorrendo verso casa non c’è traccia di azzurro, né di blu, né di rosa. Solo normale vegetazione attorno a noi, e ci rimaniamo un po’ male. Non siamo più abituati.

Se me lo chiedi, alla fine vivrei a São Miguel. La più grande, la più affollata sì, diciamo così, per quanto si possa parlare di folla alle Azzorre. La più abitata, meglio. Hai tutto quel che serve a Ponta Delgada, anche Decathlon, se ti servono le scarpette, ché alle Azzorre corrono tutti e attorno al capoluogo ci sono delle ciclabili meravigliose lungo il mare dove andare a correre all’alba e al tramonto. Anche Ikea secondo me, ché le posate nelle nostre case a São Roque e a Santo Amaro sfoggiavano l'inconfondibile logo.
Forse non è la più bella São Miguel, ammesso che sia davvero possibile stilare una classifica, ma è sicuramente il miglior compromesso. C’è un aeroporto internazionale, non ci sono vulcani (troppo) attivi, non battono terremoti da abbastanza tempo, ci sono diversi villaggi , c’è qualche spiaggia vera, per quanto oceanica, c’è una strada a scorrimento veloce che la attraversa da un capo all’altro, come a O’ahu, per cui puoi raggiungere rapidamente qualunque punto dell’isola in mezz’ora.
Le altre isole, se vuoi, son lì, a qualche ora di traghetto, o meno di un’ora di aeroplanino, quindi sei sempre in tempo a fuggire alla ricerca di meno folla ancora, ammesso che ti serva davvero.

È bellissima e particolare São Jorge, ma bisogna scoprirla e saperla apprezzare. Sembra tranquilla ed è la più estrema e inaccessibile. Forse vorrei vivere a São Jorge, ma gli ultimi terremoti violenti son troppo recenti, è esattamente al centro della faglia atlantica, ed è così drammatico il contrasto fra l'altipiano che emerge dall'oceano tappezzato da tranquilli pascoli alpini e foreste, le scogliere altissime su cui si appoggia e che difendono l'isola come una fortezza, le claustrofobiche fajãs laggiù in fondo al precipizio, dove vanno a infrangersi le onde e i pescatori ormeggiano le loro barche colorate.

È bellissima Faial, coi suoi vulcani attivi e preistorici, ma un po’ troppo mondana a modo suo, con quel suo porto dove attraccano le vele transoceaniche, la mezzaluna di sabbia della spiaggia di Porto Pim, i trekker che si avventurano giù per la caldeira avvolta dalla nebbia.
È interessante Terceira, ha le foreste con gli gnomi e le grotte profonde scavate nella lava, la vita di Praia da Vitória e i caffè di Angra do Heroismo, ma non ci sono i tappeti di ortensie e il celeste a guidarti i cammini.

E poi Pico, vabbè. Magari di Pico ti racconto altrove.
Certo, vivere a Pico, e affacciarti al terrazzo ad avvistare le balene.
È che a Pico l’ombra lunga del vulcano sopra di te non ti molla mai.
Lo vedi da ovunque, il Pico. Lo vedi da São Jorge, da Faial, da Graciosa, da Terceira. Sospetto tu lo possa vedere anche da Corvo e Flores, quando le nuvole che lo avvolgono perennemente decidono all'improvviso di ritirarsi del tutto per qualche istante, cosicché lo vedi infilarsi nel cielo, al di sopra delle Azzorre tutte.
Devi tornare a São Miguel per riuscire, forse, a togliertelo dall’orizzonte.
Immagina viverci sotto.
Che poi, immagina vivere a Stromboli del resto, che però non è abbandonata in mezzo all’Atlantico, sulla rotta dell’America, a ore e ore di acqua sotto di te.
Magari ti parlerò di Pico, sì, altrove.

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São Miguel
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São Jorge
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Pico appare fra le nuvole dietro São Jorge
TAG: Azzorre, sao Miguel, sao Jorge, pico
13.28 del 31 Agosto 2019 | Commenti (0) 
   
08 APS-C ancora una volta
LUG Fotografia
Per la verità l'idea iniziale era di disfarmi della reflex, o perlomeno di parcheggiarla definitivamente e rivoluzionare una volta per tutte il mio corredo da viaggio, migrando a una bridge. Ho scritto diverse volte qua dentro del come e del perché ormai già da qualche anno abbia rinunciato in linea di massima a viaggiare con l'attrezzatura fotografica completa e ad accontentarmi del cellulare nella maggioranza delle situazioni, soprattutto in virtù dell'evoluzione delle ottiche degli smartphone di ultima generazione (considerati gli ovvi limiti, il mio attuale iPhone XS fa obiettivamente delle foto di ottima qualità anche in condizioni di luce difficile, come è stato ad esempio nel caso del recente viaggio di lavoro in India, ed è pure equipaggiato con uno zoom ottico di base).
Ormai da anni mi piace viaggiare il più leggero possibile, col solo bagaglio a mano: la reflex e le sue ottiche significano portarsi uno zainetto in più di qualche chilo che va fra l'altro a scapito di equipaggiamento altrimenti più utile, senza contare poi la schiavitù derivata dal doversi prendere cura dell'attrezzatura per tutto il tempo e il doversela trascinare sempre dietro.
C'è poi il fatto che alla fine, di cento foto che scatto in viaggio, novantacinque sono semplici ricordi personali senza alcuna pretesa che rimangono perlopiù sepolti nei miei hard disk, e molto raramente rimpiango di non avere con me una macchina fotografica seria, a meno che il viaggio stesso non abbia una motivazione in questo senso.
Ad esempio, non avrei certo potuto rinunciarvi cinque anni fa in Sudafrica per catturare gli animali, o l'anno successivo in Islanda per fotografare l'aurora boreale, e nemmeno due anni fa a Madeira per riuscire a scattare queste foto ai delfini (e pensare che fino all'ultimo momento ero stato indeciso se portarla o meno). Rimane però il fatto che nella maggior parte dei viaggi degli ultimi anni ho rinunciato ad avere la reflex con me e non me ne sono pentito, come è accaduto anche in occasione del giro del mondo dello scorso anno.

Fra un paio di settimane partiremo (finalmente, dopo anni che le avevamo in programma) per le Azzorre, un viaggio perlopiù fotografico fra i cui obiettivi c'è di avvicinare il più possibile le balene. Non è certo un viaggio da cellulare ma, di nuovo, si ripropone il tema del dover partire con qualche chilo di attrezzatura fotografica.
Alla ricerca di un compromesso, mi sono messo a studiare e dopo il solito benchmarking di un paio mesi mi ero infine orientato sulla Sony DSC-RX10M4, una bridge con caratteristiche fuoriserie, probabilmente la migliore in assoluto oggi nella sua categoria: sensore full frame da 20mp, uno spettacolare zoom 24-600mm f2.4-4, raffica monster da 24 scatti al secondo, formato raw, modalità tradizionali di scatto e avanzamento come una normale reflex. Di fronte alla lista delle specifiche tecniche, all'improvviso la mia povera Canon 60D mi è sembrata un'inutile e ormai datata zavorra.
Unico neo della Sony, il prezzo (in realtà costa la metà di una reflex full frame seria): sfrugugliando sul web si riesce a portare via a poco meno di 1.600€, comunque eccessivo purtroppo in questo momento per le mie tasche.
A malincuore ho dunque messo la RX10M4 in wishlist, rimandando a un futuro più ricco, ma ormai mi ero messo a studiare. E quindi.

Volendo aggiornare la mia attrezzatura in occasione del nuovo viaggio, senza spendere una fortuna e considerato il mio attuale parco ottiche, la strada era una sola: rimanere nel perimetro delle reflex Canon.
A questo punto si è trattato di scegliere se restare sul sensore APS-C (canditate la 80D e la 7D Mark II) o fare il passaggio definitivo al full-frame (candidata pressoché unica, visti i prezzi, la 6D Mark II).

Il corredo obiettivi della mia Canon in questo momento è abbastanza soddisfacente: ho un bel 17-55 EF-S f2.8 stabilizzato, un 17-70 f2.8-4 della Sigma per sensore APS ed un 70-300 EF f4-5.6 stabilizzato, che col sensore ridotto diventa un 480mm.
Ho anche preso un buon moltiplicatore 1,4x della Kenko per tirare lo zoom fino a 670mm. Mangia un (bel) po' di luce, ma costa un decimo di un "bianchino" usato della Canon e per fotografare in mezzo al mare in pieno sole va più che bene senza nemmeno bisogno di tirare troppo gli ISO, consentendo di scattare ad f8 con tempi sufficientemente rapidi da limitare il micromosso.
Per un po' ho anche cercato su eBay qualche offerta per un bianchino Canon usato 100-400 o per il Sigma 100-500, ma alla fine sono pur sempre ottiche che viaggiano fra il chilo e mezzo e i due chili, e tutto sommato no, prezzo a parte non ho davvero voglia di viaggiare così pesante per far tre foto buone ad essere fortunati. E poi, a meno di non partire con tre obiettivi, fra il 17-55 e un 100-x mi rimarrebbe scoperto un intervallo di focali troppo ampio, che fra l'altro è quello che uso maggiormente durante il giorno.
In ogni caso, con la mia configurazione di ottiche, passare al full frame avrebbe significato dover ricomprare anche uno zoom con la focale corta, tipo un 24-70 f2.8, poiché il Canon 17-55 e il Sigma 17-70 sono compatibili solo con il sensore APS-C. Alla fine la scelta di rimanere sul formato ridotto è stata dunque pressoché obbligata, ma non certo a malincuore viste le eccellenti caratteristiche delle due reflex candidate rimanenti.

Morale. In principio fu la Canon 20D, la mia prima reflex digitale, acquistata nel 2005. Lasciavo alle spalle una storia mai decollata con una Nikon F65 e una precedente convivenza pluriennale con la Yashica, passata attraverso diversi modelli.
Nel 2010, complice il mercato dell'usato di Seoul, feci un doppio upgrade nel giro di una settimana, passando prima alla Canon 30D e subito dopo alla 40D. Nel 2014 fu la volta della Canon 60D, aggiornamento obbligato in seguito al furto della 40D a Johannesburg.
Oggi, spendendo un quarto rispetto alla Sony di cui alla lista dei desideri lassù, è infine entrata in casa la Canon 80D e almeno sulla carta si tratta di un salto notevole rispetto alla 60D.

A parte la differenza di prezzo nei confronti della 7D Mark II, fra le ragioni per cui alla fine mi sono deciso per la 80D ci sono la maggior risoluzione, il fatto che sia un modello più nuovo, il range dinamico decisamente maggiore, il touch screen e lo schermo del live view orientabile. Rispetto alla 7D manca purtroppo il GPS (una caratteristica che apprezzo tantissimo e che ormai dovrebbe essere un must-have), la raffica è un po' più lenta e manca anche il doppio slot per le schede di memoria, ma trecento euro sono tanti e le funzionalità in più non giustificano secondo me la differenza di prezzo a sfavore della 7D, soprattutto a fronte del sensore migliore e più nuovo della 80D.

Adesso però, mentre le guardo affiancate sul tavolo, già lo so: andrà a finire che partirò con entrambi i corpi macchina, ché zainetto per zainetto vuoi mettere la comodità di non dover cambiare obiettivo, ma averli entrambi pronti all'occorrenza.
Intanto faccio il primo scatto in automatico dalla finestra di casa con la 80D, lo zoom tirato al massimo e il moltiplicatore di focale, tanto per capire quanto rumore si porta dietro lasciandola lavorare da sola. Dopodiché non resta che configurarla (cinquecento pagine di manuale, nemmeno l'Apollo 11 credo ne avesse così tante), pulire i filtri, mettere in carica le batterie e procurarsi uno zaino apposta per ficcar dentro tutto.
Appuntamento a Pico e dintorni fra qualche settimana.

EOS80d3
EOS80d4
Primo scatto con la 80D: 300mm con Kenko 1,4x e sensore APS = 672mm
TAG: canon, fotografia, reflex, bridge
17.53 del 08 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
01 Shots from Goa, India
LUG Travel Log: Business Trips 2019
All’aeroporto di Mumbai sono le tre del mattino, fa caldo, sono stanchissimo, sudato, avrei più di dure ore a disposizione per provare a chiudere occhio fra un volo e l’altro, ma se ne vanno irrimediabilmente a combattere con la demenziale burocrazia indiana. A iniziare dall’immigrazione: infilo la corsia veloce riservata alla business class e ai frequent flyer, ma evidentemente in India hanno tutti un qualche status privilegiato, perché sto in coda quasi un’ora, nemmeno fosse ora di punta a Houston. Quando finalmente è il mio turno mi chiedono la carta d’imbarco (in uscita? Chissà dove accidenti l’ho infilata alla partenza), mi prendono le impronte digitali e mi fotografano (ma non lo avevano già fatto apposta al consolato a Milano per rilasciarmi il visto?), mi interrogano, mi chiedono della mia professione, del mio itinerario, delle mie precedenti esperienze in India, delle mie prossime tappe. Dico “Goa” e il poliziotto mi strizza l’occhio: “Ah, vai a divertirti eh?”.
No, vado a lavorare e sono stanco, nel frattempo si son fatte le quattro e se mi tiene ancora un po’ lì a menarmela perdo il volo in coincidenza.

Mi ci vuole un’altra ora, tutta, per attraversare i controlli in aeroporto fra gli arrivi internazionali e le partenze domestiche. Devo anche passare attraverso la coda del ritiro bagagli anche se non ho nulla da ritirare, ma non esiste scorciatoia per i trasferimenti. Mi ricontrollano il passaporto e il bagaglio a mano almeno cinque volte, ogni volta uno scanner, ogni volta mi timbrano la carta di imbarco, ogni volta devo passare la perquisizione, ogni volta una fila e sono quasi certo che almeno in un’occasione il percorso ripassi dal via, perché mi ritrovo in coda a quello che sono sicuro essere l’ufficio immigrazione iniziale, questa volta nella corsia normale, dove naturalmente mi ritimbrano la carta di imbarco, che a questo punto è quasi illeggibile.
Dal momento in cui sbarco a Mumbai mi bastano pochi minuti perché l’India mi investa in pieno ed eccolo lì, il passato mi piomba addosso per intero e all’improvviso sono a diciassette anni fa, mi sento come se non fossi mai andato via. Tutta la fatica e la frustrazione dei mesi dell’overland in Asia, naufragati nell’aria liquida del subcontinente, mi travolgono oggi come allora, e mi assale una stanchezza infinita.
Arrivo a prendere il mio volo Air India per Goa per un soffio. È quasi l’alba, piove, l’aereo è vuoto, la business class è larga e comoda, e sono praticamente da solo. Chiudo gli occhi un po’ mentre decolliamo per l’ultimo balzo di questa notte interminabile e mi lascio trasportare dagli eventi.

Il sole sorge al di sopra dello spessissimo strato di nuvole monsoniche e una luce stupenda illumina il cielo della costa occidentale. Ormai posso rinunciare alla speranza di riposare almeno un’ora. Faccio colazione a bordo e scatto mille fotografie dall’oblò al mio ritorno in India.
L’aeroporto di Goa è un buco di posto stanco, fradicio e fatiscente. Anche qua, code e controlli infiniti. Per uscire dal terminal, nonostante arrivi da un volo domestico, mi ricontrollano passaporto, bagaglio e carta di imbarco almeno tre volte e a ogni controllo me la timbrano.
Metto finalmente, davvero, nuovamente piede in India dopo diciassette anni. Mi libero rapidamente di pochi, poco convinti e stanchi touts, e mentre cerco di identificare il mio autista mi ritrovo a pensare che da qui potrei anche tornare a casa via terra, e che lo so fare.
L’ho fatto davvero, una volta. Vorrei rifarlo. Lo rifarò, prima o poi.
Per ora il passato è qui, attorno a me. Lo riconosco tutto, lo respiro immediatamente. Non so se sono in grado di affrontarlo.
Non ho nemmeno sonno tutto sommato e non fa nemmeno così caldo, ci sono dieci gradi in meno rispetto ad Abu Dhabi e sono le sei del mattino, capirài, par quasi d’essere a Cortina al confronto. Be’, Cortina: facciamo l’Etna, va’.
Per il resto è tutto come quella mattina di diciassette anni fa, alla frontiera fra Zanghmu e Kodari, entrando in Nepal. È quella l’immagine che associo immediatamente, ancora più di quello che fu il passaggio vero del confine indiano a Bhairawa. Oggi come allora pioviggina, l’umidità permea l’aria, il mondo attorno è completamente cambiato rispetto a poche ore fa, sono appena atterrato su un altro pianeta. Un paio d’ore di India e già potrei scriverne per pagine e pagine, ogni passo è una storia da appuntare.

Viaggio verso il mio hotel a Panaji, ho bisogno di riposare qualche ora e di una doccia prima di presentarmi in ufficio. La pioggia lava via tutto: il traffico caotico e surreale, il suono ininterrotto dei clacson, la terra rossa e il fango, la vegetazione tropicale che avvolge qualunque cosa attorno, le mucche in mezzo alla strada, l’India che inizia ad abbracciarmi nella sua stretta claustrofobica.
Viaggiamo fissi in mezzo alla strada, a cavallo della linea di mezzeria, tentando di sorpassare qualunque cosa, autobus, altre auto, motocicli, tuc-tuc, bici, pedoni, animali, mentre altri veicoli fanno la stessa cosa cercando di sorpassare noi a destra, altri lo fanno a sinistra - qui la guida è all’inglese, nel senso di marcia intendo. Viaggiamo perlopiù contromano, rientrando solo all’ultimo secondo per evitare i frontali coi mezzi che provengono in senso opposto. Viaggiamo col clacson spianato, Ganesh che mi osserva dal cruscotto, le perline che tintinnano dallo specchietto, l’autista che non dice una parola. Viaggiamo, forse, verso un angolo climatizzato di tranquillità.
Eppure mi è tutto familiare. Mi sembra tutto normale. Mi sembra normale evitare all’ultimo secondo i veicoli che provengono dal senso opposto, sorpassare in curva cieca, sorpassare a sinistra invece che a destra, a seconda degli spazi probabili o improbabili che si aprono in mezzo al traffico, aggirare le mucche, le bancarelle e la gente che cammina sul ciglio della strada, sotto la pioggia, scalza, in mezzo al nulla. Mi rendo conto che è un caos che mi appartiene, o semplicemente non mi ha mai più lasciato, si è impadronito di me senza che me ne rendessi conto, l’ho fatto mio e lo conosco, quasi non sudo nemmeno.

Per un lungo tratto costeggiamo il mare. A ridosso di queste spiagge chilometriche, fotografate contro il cielo color piombo, giacciono arenate e abbandonate le carcasse consumate di decine di navi, arrugginite dal tempo, spogliate dagli uomini di qualunque cosa potesse essere smontata, portata via, riciclata. Ci sono addirittura scafi di enormi portacontainer e vecchie petroliere che sono stati tagliati a pezzi. Sembra uno di quei cimiteri delle navi in Bangladesh, dove migliaia di disperati rischiano la vita per pochi dollari smantellando illegalmente, a costo zero e al riparo degli occhi e delle legislazioni internazionali, gli avanzi delle flotte occidentali.
L’India è la discarica del mondo, dell’umanità, di tutto. Il caos è qui e qui convivono, fianco a fianco, mescolati senza soluzione di continuità, il ricco trafficante in Mercedes, il borghese benestante con la sua Tata impolverata e il relitto umano scalzo che smonta le navi a mani nude, uniti dallo stesso continuum esistenziale, per cui nella prossima vita i ruoli verranno equamente redistribuiti dalla giustizia divina, magari oggi stesso, se dietro alla prossima curva spunterà un camion troppo vicino per essere evitato e la mano dello smontatore di navi perderà la presa nel medesimo istante.
Ha una sua logica. A distanza di molti anni mi accorgo che l’India può insegnarmi molte cose. Devo resistere alla stanchezza, avrò tempo a casa di riposarmi, adesso c’è da andare in avanscoperta ad imparare.

I controlli di sicurezza all’ingresso dell’hotel arrivano a livelli paradossali. L’auto viene fermata ai cancelli, ci controllano il vano portabagagli, il cofano del motore, passano uno specchio sotto alla carrozzeria. Davanti alla porta di ingresso devo lasciar giù tutto, come se fossi in aeroporto. Il cellulare in una cesta, lo zaino, in un’altra, il trolley viene portato a uno scanner e io passo attraverso l’arco del metal detector. La stessa procedura verrà ripetuta ogni santissima volta che questi giorni rientrerò in hotel.
È per il terrorismo, mi dicono. Come se qualcosa potesse impedire che dal caos a pochi metri venisse lanciato un colpo di bazooka contro questo hotel a cinque stelle piantato nel mezzo dell’India lì fuori. Come se ci fosse poi una qualsiasi ragione per prendere questo hotel a colpi di bazooka. Ma poi mi viene in mente il Taj a Mumbai, e io sono pur sempre al Taj di Panaji e niente, devo arrendermi alla sfiancante paranoia all’americana che sembra avermi inseguito fin qui. Va già bene che non mi riprendano le impronte per l’ennesima volta.
Fuori, dalla finestra della mia camera tutto marcisce sotto la pioggia che va e viene. La climatizzazione non riesce a combattere l’umidità, che penetra nella stanza e permea l’ovunque, cosicché mi ritrovo col passaporto umido, le magliette umide, il telefono umido. Di me, lasciamo perdere.
Mi stendo un paio d’ore, ma di dormire non se ne parla proprio, sono pur sempre le otto del mattino, anche se sul fuso orario di Delhi, e il mio cervello non registra più sonno. Tanto vale indossare l’ultima maglietta buona rimasta dopo Abu Dhabi e affrontare le vie di Panaji, per poi fare un salto in ufficio e pianificare le prossime giornate.

Dell’India mi mandano ai matti le supponenti formalità demenziali inutilmente applicate al disordine universale attorno, la stratificazione sociale, la babele linguistica, la quantità di addetti all’inutile.
Prendi quello che mi schiaccia il bottone dell’ascensore in hotel. Non c’è sempre per la verità, e anche questo: non è chiaro quale sia il criterio perché in determinati orari, senza alcuna logica apparente, ci sia l’addetto a schiacciarti i bottoni dell’ascensore e in altri momenti debba far tu la fatica di pigiarlo. Comunque.
L’addetto a pigiare il bottone dell’ascensore funziona così: tu fai per avvicinarti agli ascensori, lui ti schiaccia il bottone. Appena l’ascensore arriva l’addetto si precipita fra te e la porta che si sta aprendo, ti indica l’ascensore e fa il gesto di trattenere la porta apposta per te, come se ogni volta corressi il rischio di essere tritato dalla chiusura improvvisa mentre tenti di entrare.
L’addetto ti chiede a che piano devi andare e ti indica il bottone da schiacciare. Per fortuna non ti segue, lui.
Gli altri ti seguono tutti.
Per esempio, prova ad andare al buffet.

Al buffet c’è quello che mi accompagna al tavolo, quello che mi indica la sedia, quello che mi sistema la sedia sotto al culo e quello che mi chiede cosa desidero, non fosse che devo rialzarmi perché, appunto, è un buffet, e mi servo dunque da solo, grazie. O almeno ci provo.
Al buffet c’è tutto e quando dico tutto intendo tutto. Perlomeno, la cucina di quattro continenti, distribuita lungo metri e metri di banconi. Devo fare colazione: vorrei un croissant, un caffè, uova strapazzate e bacon. Il caffè però bisogna ordinarlo al tipo che mi segue passo a passo e mi chiede in continuazione cosa desidero, indicandomi una per una tutte le etichette del buffet scritte in tre lingue.
Gli chiedo del caffè.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o sa il cielo quale altro tipo di caffè. Gli dico americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano. Gli rispondo di sì, americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè espresso. Gli rispondo di no, voglio caffè americano. Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè nero o espresso o americano o turco o indiano o macchiato o caramel o freddo o mocha o con la panna o con la vaniglia o col cacao o con il brandy, lo zucchero, il dolcificante, le zollette, la tazza di vetro, di porcellana, take away, lungo, corto, medio, in caraffa.
Inizio a spazientirmi e gli rispondo che voglio caffè americano, sillabandoglielo. A-ME-RI-CAN, BLACK, TALL.
Mi chiede, sorridendo, se voglio caffè americano.
Mi porta caffè espresso.

Il fatto è che gli indiani sono davvero convinti di parlare inglese e soprattutto di capirlo. Lo studiano fin dalla nascita, in un paese che ha mille e una differenti lingue ufficiali lo usano correntemente come lingua transazionale per capirsi fra loro e formalmente nell’amministrazione pubblica. Un mio collega indiano, un giorno, mi ha tenuto una filippica di venti minuti per spiegarmi che loro l’inglese lo parlano e lo capiscono benissimo, che non hanno alcun problema, che il resto del mondo li prende in giro ma che siamo noi a non capire un tubo. Era infervorato e offesissimo, mi ha fatto praticamente un comizio.
Almeno, credo che quello fosse il senso. Perché capivo una parola su dieci di quel che diceva e parlava velocissimo.
Davvero se lo credono, crescono a curry e inglese, ma quel che parlano è un dialetto tutto loro, incomprensibile al resto dell’umanità che parla inglese. Puoi abituarti all’accento di Houston e arrivare a intenderti coi contadini dell’Ohio, puoi riuscire a mediare con l’anglogiapponese e il demenziale sinoinglese, puoi capire persino, con l’esercizio, se un inglese vero ti sta chiedendo un accendino o se conosci Elisa (questa la capiamo solo io e lei), ma capire cosa diavolo ti sta dicendo un indiano, be’, da’ retta: fai prima a imparare a leggere il sanscrito.
E quindi, le uova.

Le uova ci sono sode, fritte, in camicia, alla coque, mescolate con qualunque spezia e verdura conosciuta al genere umano, ma non ci sono strapazzate.
Il tipo del caffè è andato, ne ho un altro attaccato che a sua volta mi sta indicando tutte le etichette del buffet, una per una, e mi chiede insistentemente, sorridendo, cosa desidero.
- Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, here are fried eggs.
- No fried eggs. Scrambled eggs.
- Yes Sir, fried eggs, one side or two side fried?
- No fried eggs. Scrambled eggs.
Lo fisso immobile. Ripeto, sillabando, con calma: scram-bled-eggs. No fried eggs.
- Yes Sir, scrambled eggs.
Mi arrivano fried eggs, double side. Però me le ha fatte fare apposta invece di prenderle dal buffet.

E poi c’è quello che a cena non mi lascia mangiare in pace. Ho il mio libro, ho scelto un tavolo isolato, in un angolo, apposta. Voglio stare solo, non voglio parlare, non voglio nessuno. Voglio leggere.
Arrivano i piatti di portata. Provo a servirmi, ma il tipo si fionda al mio tavolo, mi prende le posate dalle mani e inizia a mettermi il cibo nel piatto chiedendomi quando basta. Lo fermo. Lo ringrazio. Riprendo il mio libro.
Finisco quel che ho nel piatto, ho voglia di prenderne un'altra cucchiaiata, faccio per servirmi, ma il tipo si rifionda su di me, mi afferra le posate dalle mani, mi mette la roba nel piatto chiedendomi cosa voglio, quanto ne voglio, se mi basta, se ne voglio altro, se mi serve altro. Lo ringrazio seccamente e cerco di spiegargli che posso servirmi da solo trattandosi di trasferire del cibo dal piatto che sta alla mia sinistra a quello che ho davanti. Sorride, se ne sta in piedi lì di fianco, aspetta con pazienza che provi ad allungare la mano verso qualunque cosa si trovi sul mio tavolo per anticipare i miei movimenti e impedirmi di fare da solo qualsiasi gesto che non sia portarmi il cibo alla bocca. Ho l’avvoltoio personale.
Rinuncio al dessert, non posso farcela a cenare col palo di fianco che mi spia.

Gli addetti all’inutile sono ovunque. Prendi l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
In mezzo al caos gli indiani costruiscono le grandi opere. Un po’ come da noi, per certi versi. Chilometri di cantieri e lavori in corso apparentemente abbandonati, monconi spettrali di enormi piloni con le armature arrugginite che fuoriescono dal cemento, pezzi di viadotti a cinquanta metri dal suolo destinati forse un domani-chissà-quando a scavalcare l’umanità e l’entropia sottostante, impalcature che impalcano il nulla abbandonate sotto la pioggia, jersey e nastri di plastica arancione che delimitano deviazioni artificiali che tutti sembrano seguire diligentemente, ma che nessuno in realtà segue, perché non esiste un ordine a monte al quale fare riferimento.
In mezzo lui, l’uomo col pennello e il secchio di vernice appeso alla cintura.
Se ne sta lì, appeso sotto al troncone di un viadotto staccato da tutto, un tratto a quattro corsie che non arriva da nessuna parte e non porta da nessuna parte, né forse mai porterà ovunque, a meno che attorno non gli venga costruito il resto della strada. I lavori paiono abbandonati, ma forse è il monsone, forse è l’estate, forse è l’India, chissà.
L’uomo col pennello se ne sta lì appeso, sotto alla pioggia, sospeso nel vuoto, col suo secchio di vernice bianca appeso alla cintura e il pennello in mano. Dipinge il pezzo di viadotto. Così, da solo, senza alcuna ragione apparente, con calma, una pennellata alla volta. Il moncone sarà lungo cento metri, a qualche decina di metri dal suolo, appoggiato al suo enorme pilone, cemento armato grezzo grondante acqua. Lui, diligentemente, lo dipinge di bianco, col suo pennello e il suo secchio appeso alla cintura.
Lo immagino ancora lì, fra mille anni, appeso solo qualche metro più in là, a fianco di un tratto di pilone che digrada dal bianco lucido, al bianco opaco, al grigio, al cemento armato.

Al museo di Goa Velha non c’è quasi nessuno. Non che il museo meriti di per sé, ci sono perlopiù statue lignee di santi cristiani portate qui fra il seicento e il settecento, ma Vinay mi sta accompagnando a visitare le testimonianze della colonizzazione portoghese a Goa.
All’entrata del museo una vecchia indiana distribuisce i biglietti di ingresso.
Il biglietto è in realtà un pezzo di carta bianca a quadretti tagliato con un righello dalla pagina di un bloc notes. Esattamente così: ti presenti davanti alla vecchia, lei prende il suo righello, taglia un quadratino da una pagina del bloc notes, non ci scrive assolutamente nulla, ti consegna il fogliettino.
Il fogliettino viene ritirato un metro più avanti - un metro vero, ossia lì a fianco - da un’altra vecchia indiana, che lo butta in una cesta.
Le guardo, guardo l’India, accaldato, frustrato dall’inutilità e dall’inconsistenza. Voglio capirla.

Mi viene da chiedermi perché tutti i miei occasionali accompagnatori, ovunque mi trovi, mi portino a visitare chiese e testimonianze varie della colonizzazione cattolica. Era stato ad esempio così in Brasile, con Decio. Ora Vinay mi porta a vedere le cattedrali portoghesi di Goa.
Belle, per carità, ma siamo in India accidenti. Mi mostra i confessionali e mi spiega come funziona la confessione. Gli faccio inutilmente presente che essendo italiano e di estrazione culturale cattolica so benissimo come funziona, ma non è convinto e si perde nei dettagli.
All’uscita dalla cattedrale del Bon Jesus provo a giocare la mia carta e osservo, quasi distrattamente, che è interessante come in India convivano più o meno pacificamente quattro grandi religioni i cui culti vengono professati a pochi metri uno dall’altro, e chiedo quanti templi di altre confessioni ci siano nei dintorni. Vinay, sorpreso, mi chiede se sono interessato a visitare un tempio induista, la sua religione, ma mi avverte che dovrò camminare scalzo e vuole sapere se è un problema per me. Perché mai poi, chissà. Ovviamente no, non lo è.
Va a finire che abbandono le scarpe in macchina e passo una mattinata per templi indù, definitivamente scalzo, camminando a piedi nudi sull’India, sulla sua umanità, sul suo fango rosso, sull’acqua che scivola via lungo i cammini tutti e lava via i miei, e loro, peccati.

Vengo introdotto a un bramino e accetto (?) di sottopormi a un rito propiziatorio al cospetto di Balaji, il potente dio della ricchezza. Chiedo a Vinay se funziona, mi assicura che qualunque uomo d’affari indiano lo prende molto seriamente. E dunque.
Mi viene offerto un impasto di ingredienti sconosciuti che devo mangiare davanti all’altare di Balaji. Sembra una sorta di bolo premasticato dal bramino. Non mi faccio domande, ingoio. Il sapore richiama fragranze floreali. Non ho sensazioni particolari, mi pare di essere sempre sufficientemente lucido. Ciò nonostante deciderò di abbandonare in hotel il sacchetto con il resto del bolo che mi ha offerto da portare a casa: non me la sento di rischiare in dogana, qualunque cosa sia ai cani dell’aeroporto potrebbe non piacere.
Il bramino mi offre dell’acqua sacra che devo bere dalle sue mani. Ormai sono dentro al trip mistico e non posso più tirarmi indietro, accada quel che deve accadere. Trascorro le ventiquattr’ore successive calcolando ad ogni istante la distanza che mi separa dal bagno più vicino, ma misteriosamente sopravvivo.
Ne deduco che la gastroenterite di diciassette anni fa mi ha definitivamente vaccinato contro qualunque contaminazione biologica, non c’è più nulla che possa ormai ammazzarmi, tranne forse aggirarmi per i campi di raccolta dei contagiati da ebola.

Vinay mi spiega un po’ la questione delle milionate di divinità indù e di come di ciascun credente ne scelga una fra quelle principali (di solito Shiva, Vishnu, Brahma, Ganesh, o Parvati, ad esempio) a cui votarsi in particolare, un po’ come quando i cattolici si scelgono il santo preferito a cui raccomandarsi. La complicazione maggiore è che ciascuna divinità ha le proprie regole, perlopiù alimentari, cosicché nella famiglia di Vinay, cinque componenti, ciascuno devoto a un dio differente, ogni sera sua moglie deve preparare la cena incrociando obblighi e veti specifici relativi al giorno della settimana in funzione dell’accoppiata dio-familiare, il che richiede un sistema a più incognite e molta, molta pazienza, suppongo.
È complicato essere induisti, ma favorisce un esteso mercato delle infradito, ché alla terza volta nella giornata che devi toglierti le scarpe chiuse e le calze alla fine abbracci il bramanesimo e ti abbandoni allo scorrere dello yuga.

Per uscire dall’India devo attraversare sette controlli - sette - dei documenti, carta d’imbarco, bagaglio, perquisizione, mostrare un biglietto da visita, spiegare la mia professione a un funzionario di dogana eccessivamente zelante, cercando fra l’altro di giustificare che no, non so quanto la mia azienda paghi i propri dipendenti indiani, non dipende da me; superare un altro funzionario eccessivamente zelante che proprio davanti al mio gate, alle quattro del mattino - evidentemente l’ora di punta negli aeroporti indiani - decide di pesare il mio trolley con il suo bilancino a molla tascabile e impedirmi l’imbarco perché sforo di un paio di chili il limite stabilito dal regolamento; parlare col suo superiore e col superiore del suo superiore; mettere in scena la parte del Very Important Person che ha amicizie molto in alto, facendo intendere che mi sto annotando i nomi di tutti i miei inquisitori affinché vengano presi adeguati provvedimenti.
Alla fine, dopo una buona mezz’ora, il bluff funziona e vengo fatto imbarcare con le scuse d’ordinanza. Di sicuro ho imparato molto rapidamente il sistema delle caste e la regola del clacson spianato.

Sprofondo, sfinito, nella mia poltrona sul volo Qatar Airways per Doha. È quasi l’alba, ho un’altra a notte saltata alle spalle, il volo durerà solo tre ore e l’arrivo è previsto alle prime luci del mattino, fuso orario della penisola arabica. Si preannuncia un’altra infinita giornata.
Ho cenato bene, prima di partire. Vinay e Deepak mi han portato in un ristorante sull’oceano. C’era un tramonto meraviglioso con una luce quasi commovente.
Sono sopravvissuto alla cucina speziata in modo assurdo, non ho perlopiù idea di cosa abbia mangiato e all’uscita dal ristorante mi è sembrato perfino normale inciampare nelle mucche e abbandonarmi alla pioggia monsonica che mi ha inzuppato l'ultima camicia buona e i pantaloni, e all'acqua che mi è entrata inesorabilmente nelle scarpe trascinando con sé il suo (s)carico di India decomposta.
Sono sfinito, bagnato, ma sereno, in pace con me stesso e con l’universo.
Prima di provare a chiudere un po’ gli occhi mi godo il decollo sull’oceano e saluto Panaji. Mi dispiace andarmene, devo tornare assolutamente, con più tempo.
Ci sono voluti diciassette anni, ma ho infine fatto pace con l’India.

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Panaji, Goa
TAG: goa, panaji, india
11.28 del 01 Luglio 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

VoloEAUIndia01
Atterrando ad Abu Dhabi
VoloEAUIndia02
Etihad business class
VoloEAUIndia03
VoloEAUIndia04
VoloEAUIndia06
VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
14 Emirati e India (e di nuovo niente Qatar)
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E quindi riparto di nuovo e a 'sto giro volo ad est, così da riequilibrare un po' lo spin del mio moto perpetuo, ultimamente sbilanciato oltre Atlantico.
E quindi, per rilasciarmi il visto per affari, gli indiani mi han domandato che religione professo, mi hanno preso le impronte digitali prima ancora di partire, han ricostruito tutto il mio albero genealogico, hanno voluto sapere ogni particolare della mia professione, hanno pretesto una lettera di invito dalla sede locale della mia azienda e non ultimo mi hanno chiesto di elencare tutti i paesi che ho visitato nella mia vita. A quel punto ho però ho mollato il colpo, nel senso che no, ho consegnato il compito lasciando lo spazio in bianco, ché non sarebbe bastata una pagina intera e avrei dovuto peraltro sfidarli rispolverando la mia solita lezione: come li vogliamo contare?
È pure una questione d'attualità, ché leggo in giro di record che non son record, riferiti a un sistema di misurazione pretestuoso definito solo per giustificare la prestazione stessa e l'inutile spazio mediatico che le è riservato, non per valutarne la dimensione effettiva. Magari ci tornerò e ne scriverò, di nuovo, altrove, che è un tema che sempre mi appassiona (o mi irrita, dipende dai casi).
Il visto, gli indiani, comunque me lo hanno rilasciato lo stesso e le impronte digitali mi han detto che sono valide fino alla scadenza del passaporto. Nel senso che poi devo cambiarle?

Insomma, fra un'America e l'altra, dopo una rapida sosta negli Emirati per far visita all'ufficio di Abu Dhabi, torno in India diciassette anni dopo il mio overland in Asia. All'epoca per la verità la burocrazia era stata molto più semplice, il che fra l'altro mi fa anche venire in mente che i pakistani dell'ambasciata a Pechino mi appiccicarono il visto sul passaporto proprio a fianco a quello per l'India, immagino a mo' di sfregio, ché i due paesi eran di nuovo sull'orlo di una guerra e le frontiere chiuse.
Ad Abu Dhabi invece non torno dal 2001, un'eternità sulla scala dello sviluppo della penisola arabica. Ero ripassato in transito lo scorso anno, sulla rotta per il Pacifico, ma si era trattato solo di uno stop-over senza possibilità di mettere il naso fuori dall'aeroporto.
Dubito di riconoscerla ed essere in grado di ripercorrere i miei passi di allora, mi aspetto un viaggio completamente nuovo.

E dunque India e il pensiero corre inevitabilmente a quelle difficili settimane dell'agosto 2002 nelle quali, proprio a Delhi, ci giocammo la chiave del nostro straordinario e lunghissimo viaggio.
Quanto ho odiato Delhi e la mia India di allora, quanto ne scrissi male nel nostro libro; quanta voglia di tornarci mi è rimasta poi, di farci un viaggio diverso, di ritornare non una, ma tre, quattro, cinque volte, per esplorarla con calma e metodo.
Non sarà questa l'occasione e peraltro, dovessi proprio dire, non ho mai pensato a Goa - la mia destinazione - come possibile meta nei miei piani di viaggiatore.
Ma il lavoro lì mi porta, almeno per qualche giorno (farò anche una brevissima sosta di un paio d'ore a Mumbai, inesistente di fatto): sarà comunque una rapida toccata e fuga, il tempo al solito di qualche riunione, qualche cena ufficiale, magari una sera libera per esplorare le vie del centro cittadino, un paio di passaggi in taxi verso l'ufficio, giusto per vedere un microscorcio di paesaggio indiano dal finestrino e scattare due foto inutili al volo.
Ho visto su Google Map che c'è una spiaggia meravigliosa sull'oceano a pochi minuti a piedi dal mio hotel. Chissà se riuscirò a passarci una serata, a sganciarmi dalle solite cene di rappresentanza e trascorrere qualche ora per i fatti miei - cosa che d'altra parte, per esperienza, in India è pressoché impossibile già di per sé.

Ho anche provato ad allungare lo stop over in Qatar sulla via del ritorno, ma senza successo: mi sarebbe bastato prendere il volo successivo da Doha per Milano, per avere il tempo di uscire dall'aeroporto, mettere piede in città, prendermi un caffè, comprare due cazzate, ripartire col Qatar timbrato e finalmente aggiunto alla mia collezione - che i conti io li faccio con metodo, usando un sistema di riferimento condiviso e tarato sul contesto.
Insomma, invece nulla, non riesco nemmeno a questo giro, Qatar Airways non consente di allungare la fermata all'interno di un biglietto unico Goa-Milano con scalo a Doha.
Andrà a finire che riciclerò le miglia premio della Qatar proprio per un viaggio da quelle parti, magari attaccando il Bahrein (dove però è impossibile andare direttamente dal Qatar, accidenti).

Intanto aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro del 2019.
Il prossimo sarà invece tutto nostro, finalmente un viaggio vero e lungo a sufficienza da non saltare capitoli.
Appuntamento a fine luglio.

EAUINDIA
TAG: Emirati, India, viaggi
00.45 del 14 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
08 Verso l'estate
GIU Mumble mumble
La passione per il viaggio ce l’ho scritta nel DNA e mi accompagna da quand’ero un ragazzino e trascorrevo le ore in auto con i miei in giro per le strade di mezza Europa - l’Europa degli anni ’70, mica quella di Ryanair che conoscono i Millennials - seduto sul sedile dietro al posto di guida per avere la stessa prospettiva di mio padre, fingendo di guidare un TIR. Sognavo di fare il camionista e peraltro ho continuato per un bel pezzo a sognarlo anche da adulto, ma pareva fosse un progetto di vita bizzarro avendo la possibilità di laurearsi e trascorrere la propria esistenza dentro un ufficio per stare dietro a una scrivania a farsi venire il reflusso, le fibrillazioni cardiache, il mal di schiena (be’, quello forse viene anche a fare il camionista) e passare il tempo ad occuparsi di cose di cui, fondamentalmente, non me n’è mai fregato una cippa.
Ogni tanto la tiro fuori ‘sta storia del camionista, a distanza di secoli, e niente, ho cinquantaquattro anni ormai e faccio il manager in una multinazionale. Qualcosa vorrà pur dire.
Comunque.

Dopo la laurea trascorsi qualche anno al CNR, con il duplice scopo dichiarato di non indossare mai una cravatta in vita mia e andare a lavorare in Antartide, unica meta che quasi certamente non avrei mai potuto raggiungere nella vita con mezzi propri.
Con quelli che andavano in Antartide pranzavo tutti i giorni, ma loro partivano e io restavo a casa a occuparmi di scemenze. Dopo qualche anno, a un certo punto mi sono rotto, ho capito che in Antartide non mi ci avrebbero mai spedito e mi sono arreso: ho comprato una cravatta, mi sono presentato a un colloquio e ho preso il primo lavoro che mi hanno offerto, che purtroppo non era il camionista.
Bilancio dei primi cinque anni di vita professionale: due obiettivi, due fallimenti. Col sogno di fare il camionista fanno tre.

Entrai in una grande multinazionale dove tutti indossavano giacca e cravatta, ma mi avevano detto che avrei girato il mondo e così accettai senza farmi troppo domande. In effetti i miei colleghi giravano il mondo parecchio, anche in posti piuttosto interessanti e non convenzionali. Io lavorai quasi tre anni a Sesto San Giovanni e statisticamente, a distanza di oltre vent’anni, rimane a tutt’oggi il lavoro più vicino a casa che abbia mai avuto.
Be’ no, il CNR era proprio di fianco al mio portone di casa, ma in quel caso prima avevo trovato lavoro e dopo avevo cercato una casa vicina.

La storia dice che a un certo punto decisi di mettere le radici e fine, almeno professionalmente, ché a viaggiare per i fatti miei avevo iniziato a farlo piuttosto seriamente già da qualche anno in qualsiasi ritaglio di tempo libero e farlo per lavoro, a quel punto, iniziava invece a sembrarmi perlopiù una scocciatura. Così cambiai lavoro perché altrove mi avevano promesso che sarei rimasto a Milano per sempre.
Una settimana dopo l’ingresso nella nuova azienda ero a Linate col mio trolley e per i primi due anni riuscii a rientrare a Milano solo nei weekend, e nemmeno tutti.
Da allora, per sole ragioni professionali, ho volato quasi mille ore in tre continenti e in una ventina degli oltre cento paesi che ho visitato nella mia carriera di globetrotter.
Comunque no, non vado a parare dove qualcuno di voi già immagina: non ho comprato un camion. Ancora.

Ai tempi del CNR avevo già viaggiato un po’ per il mondo e fatto alcune cose interessanti, e considerato che non avevo nemmeno trent’anni non era male. Ero ad esempio stato un paio di mesi da solo in Patagonia durante l’inverno australe, che sembra un particolare superfluo, ma non lo è, come ben sa chi conosce la Patagonia; avevo raggiunto Capo Horn e il campo base del Cerro Torre, e gironzolato un po’ per il Sudamerica, che farlo da solo, all’epoca e con vent’anni in tasca, be’ forse potrei anche battermi il cinque. In effetti allora, lipperlì, me lo battevo.
Contavo poi la spedizione alle Svalbard dell’87, organizzata in autonomia a soli 22 anni. Negli anni ottanta era tutto sommato una piccola impresa che mi aveva anche aperto le porte ad alcune riviste di viaggi e alla copertina di un numero di Tuttoturismo, che aveva pubblicato le mie foto e un mio articolo (orrendamente farcito di retorica e onestamente illeggibile, a riprenderlo in mano oggi). Un milione di compenso, una bella cifra all'epoca, sia per me ovviamente che per lo standard del mercato.
Insomma, ancora non avevo trent’anni e il mondo iniziavo a conoscerlo davvero un po’, non è che fossi proprio uno sprovveduto alle prime armi. Epperò, a ripensarci, a me sembrava nulla e il mio metro di confronto era sempre molto più in là.

Al CNR avevo un collega coetaneo, Marcello, che era un habitué del Sahara, di cui conosceva praticamente ogni segreto e che aveva attraversato in autonomia con ogni mezzo, da nord a sud e da oriente a occidente.
Se c’è un peccato capitale che davvero non mi appartiene è l’invidia, ma il senso di frustrazione nell’ascoltare i racconti di viaggio di Marcello, madonna, quello sì, e l’ammirazione che nell’intimo avevo per lui, senza però manifestargliela mai, ché c’era chiaramente della competizione fra noi ed anzi, probabilmente era solo mia nei suoi confronti. Agli occhi dei colleghi il vero viaggiatore era lui; io, con le mie pubblicazioni e i miei viaggi solitari un po' snob in culo al mondo, non potevo competere col fascino del Sahara e di Marcello che lo attraversava con dei cadaveri di auto tenute insieme col fil di ferro.
Ho già raccontato anni fa in questo blog del bizzarro incontro fortuito con Marcello proprio nel Sahara, a Douz, una circostanza casuale davvero assurda, e di quanto dell'arte di viaggiare imparai in soli due giorni con lui e una manciata di chilometri di sabbia percorsi insieme con le nostre auto a due sole ruote motrici.
Insomma, per quanto avessi o mi sembrasse di avere già fatto, all’epoca Marcello era per me un punto di riferimento assoluto, qualcuno che alla mia età era già molto, ma molto più avanti di me nella realizzazione dei miei stessi sogni, e confrontarmi con lui mi faceva sentire irrimediabilmente al palo.

C’erano poi quei due ragazzi svizzeri che avevo incontrato qualche anno prima proprio alle Svalbard, più o meno miei coetanei anche loro. Epperò, a ripensarci oggi, se proprio avesse dovuto capitarmi di incontrare dei viaggiatori fuoriclasse e no-limits, dove mai altro avrebbe potuto succedere se non in un posto come le Svalbard, che nel 1987 avevano visto, in totale, trentasette visitatori, uno dei quali potevo orgogliosamente dire di essere io?
Se non era quella una meta estrema riservata solo a professionisti del viaggio, del resto sufficiente a portarmi sulla copertina di Tuttoturismo, quale mai avrebbe potuto esserlo all’epoca, a parte - appunto - l’Antartide, o la Siberia sovietica, o lo spigolo nord del K2?
Ricordo quando uno dei due svizzeri mi mostrò il suo passaporto, che praticamente non aveva una pagina libera, e mentre io mi facevo timbrare il mio dalla stazione meteorologica di Ny-Ålesund, l’avamposto abitato più settentrionale del mondo, lui esibiva la certificazione dell’attraversamento contemporaneo dell’equatore e della linea del cambiamento di data a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico.
Accidenti l’invidia, sì. Invidia proprio, nonostante fossimo nel luogo dove eravamo. Come riuscire (stupidamente) a sentirsi completamente inadeguati e limitati anche in condizioni in cui tutto sommato davvero non ha alcun senso.
L'insoddisfazione come misura sistematica di una vita ostinata a guardare sempre oltre, invece di imparare a contemplare il presente e farlo proprio.

Oggi ho alle spalle più di cento paesi visitati nel mondo, la linea del cambiamento di data l’ho attraversata un paio di volte (anche a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico, che è poi l’equivalente del cargo battente bandiera liberiana) e l’equatore ben più spesso. Non ho mai più avuto la possibilità di compiere le traversate di Marcello, perché negli anni la situazione geopolitica è cambiata assai. Talvolta me ne cruccio, ché ho coltivato e studiato a lungo alcuni piani in quelle regioni, come faccio sempre coi progetti importanti, ma è ben vero che ho realizzato l'overland in Asia, la traversata del Namib e altre cose altrove che magari Marcello non ha avuto occasione di fare (o chissà, e chissà poi che fine ha fatto Marcello).
Soprattutto, da tempo mi sono pacificamente arreso al fatto che è una questione personale, che a me non basterebbe e non basterà mai una vita per fare quello che vorrei fare, che - in particolare modo parlando di viaggi - saranno sempre molti di più i miei sogni nel cassetto di quelli che potrò mai davvero realizzare.
Ci sono venuto così a patti con ‘sta cosa che da qualche anno ho persino iniziato ad apprezzare il ritornare in posti dove sono stato in passato, venendo meno a quello che era un mio dogma fondamentale: mai tornare nei posti dove sono già stato, primo perché gli anni passano e tutto irrimediabilmente cambia e si trasforma, noi compresi, e andare a caccia delle emozioni provate un tempo in determinate circostanze apre le porte, sempre, ad irrimediabili delusioni; vale per le donne del proprio passato, vale per i viaggi e i luoghi.
Secondo, perché la vita è una sola e troppo breve per sprecare il tempo a ripercorrere strade già battute, avendone da esplorare mille nuove e sconosciute.

Oggi non è più così, ho infranto questa barriera. Mi piace tornare nei posti a distanza di molti anni, a condizione di essere preparato a quel che troverò (in questo senso internet, nel bene e nel male, è uno strumento formidabile anche per tarare l’aspettativa al giusto livello). Mi piace tornarci coi figli e vederli attraverso i loro occhi, mi piace l’idea di tornarci con lei e raccontarle com’era un tempo, condividere con lei il mio mondo, in senso geografico e spirituale, mi piace voltarmi indietro e guardare tutti i chilometri percorsi alle mie spalle.
Metto da parte alcuni progetti che ormai so non essere più realizzabili, un po’ perché gli anni passano, di più per il fatto che come li avevo concepiti anni fa, e come mi sarebbe piaciuto farli allora, oggi non è più possibile, anche avendone i mezzi, il tempo, le risorse.
Oggi so che potrei andare su un ottomila e tentare davvero anche l’Everest, come ho sognato per trent’anni e forse più: ho il tempo, ho le risorse, tutto sommato ho anche la condizione fisica e mentale per provarci davvero. Ma quell’Everest e quegli ottomila che ho studiato per anni, con cui sono cresciuto, mi sono addormentato ogni sera e ho sognato per una vita, non esistono più. Il mio Everest ho fatto a tempo a toccarlo proprio un attimo prima che scomparisse, diciassette anni fa: immediatamente dopo è scomparso, travolto dall’inesorabile avanzare del tempo, e amen.
Devo scrivere prima o poi un epitaffio al mio sogno dell’Everest.

Lunedì prossimo, nel frattempo, riparto. Oggi viaggio tantissimo per lavoro, ancor più se possibile di quanto abbia fatto in passato. Più viaggio, più mi stanco, più quando sono via ho voglia di tornare a casa, più ho bisogno di viaggiare: lo scorso aprile sono a rimasto a casa tutto il mese per la prima volta dopo un anno di viaggi continui in giro per tutto il pianeta e all’improvviso mi è sembrato di essere fermo da mesi.
Non che mi dispiacesse, per la verità. Mi sono anche riposato e sono riuscito a vivermi un po’ casa mia, ma era strano.
Dice Mentegatto che nel momento in cui cominci a migrare, diventa difficile poi trovare un motivo per fermarsi da qualche parte. A parte la variabile che più viaggio e invecchio, più ho bisogno di sapere che ho una casa da qualche parte a cui tornare, mi sento di sposare in assoluto il concetto.
Dove poi debba essere esattamente questa casa è tutto un altro discorso.
Io non ho un luogo davvero mio. Non lo è Genova, non lo è Milano, non lo sono tutti i posti dove ho vissuto. Sento un po' mie l’Elba, la Valnontey (dove per la verità ho trascorso pochissimo tempo della mia vita), Campodolcino, ma quando poi mi trovo in ciascuno di questi luoghi sono comunque uno straniero di passaggio, un turista nella peggiore delle ipotesi, un habitué coi propri riti e i propri percorsi, che conosce bene i dintorni, nella migliore.
Vivo in Brianza, ci sono cresciuto da adolescente e ci sono tornato da adulto, ma non mi sono mai sentito brianzolo e ne sono anche fuggito per diversi anni. Oggi ho imparato ad apprezzarne alcune caratteristiche a mia misura, ma è una dimensione così personale e distorta dalla realtà che tutto sommato ha un valore relativo. Prendimi, portami a Rarotonga e dammi un tetto, e casa sarà Rarotonga dopo una settimana (vabbè, Rarotonga, certo).
E del resto ci sono momenti in cui mi sento più a casa in un aeroporto - in qualsiasi aeroporto - che non in Brianza. Ecco, gli aeroporti sono davvero casa mia.

Così, spesso mi chiedo: ma in realtà, io, dove vorrei morire? Perché alla fine casa è quel posto dove vorrei finire i miei giorni.
Quando vado a trovare papà mi guardo ogni volta attorno e penso se vorrei finire lì, con lui. Mah. Non ne sono proprio certo.
A Malpensa la vedo difficile, peraltro.
E comunque il camion non è una soluzione.
E comunque la domanda non è "dove", potrebbe essere ovunque, né come.
Vado a preparare il trolley, mentre ci penso. Chissà dov’è Marcello adesso.
Chissà se lui il Namib l'ha fatto.
TAG: viaggiare, viaggio
11.26 del 08 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
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Meanwhile, lo scorso weekend siamo tornati a Rimini al seguito di Leonardo, in trasferta per i campionati nazionali di karate. Pioggia, freddo, solita coda infinita al rientro lungo l'asse autostradale più infernale della Penisola e qualche scatto per aggiornare la tappa del Centrodieci, già timbrata quattro anni fa.

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