Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Quando, non se.
FEB Diario, Running
Correre, ancora intendo, è uno dei miei sogni ricorrenti. Mi capita spesso: sono felice, mi meraviglio di andare ancora così bene, con poca fatica, pensavo ci sarebbe voluto molto di più a riprendere la forma; controllo il tempo e sono sorpreso, sto quasi volando.
Poi mi sveglio e mi assale un senso di frustrazione infinito.

Sono più di sei anni che ho smesso di correre, sto per compierne sette dalla maratona di Milano del 2010. Dopo quella maratona decisi di fermarmi per un po’. Gli ultimi due-tre mesi erano stati difficili, avevo dovuto combinare il carico massimo previsto dalle mie tabelle - allenamenti quattro, cinque volte alla settimana - con la separazione, la recente disoccupazione (che paradossalmente mi lasciava molto più tempo libero per rifinire la preparazione), il trasloco, una nuova vita che mi stava travolgendo con pochissimo preavviso. Il solo cambiare casa e spostarsi di pochi chilometri aveva implicato anche cambiare percorsi, inventarsi nuovi circuiti per i miei allenamenti serali, abbandonando quelli a cui ero mentalmente abituato da mesi, sui quali taravo i miei progressi e avevo i miei riferimenti.
Quelle settimane dell’inverno di sette anni fa arrivavo a sera fisicamente sfinito da tutte le incombenze per sistemare la casa nuova e riorganizzare la mia vita, e uscivo come al solito, al freddo, con la pioggia, al buio, su strade nuove, a macinare chilometri.
Correvo cinquanta, sessanta chilometri a settimana: lunghi, ripetute, salite in montagna.
La domenica salivo in Grigna da solo, con la neve fonda, cercando di abbattere il mio record.

L’ultimo mese fu determinante. Avevo in programma i due classici lunghi oltre i trenta chilometri per rifinire la preparazione, ma per via del trasloco e di tutto quello a cui dovevo star dietro riuscii a farne solo uno e pure qualche chilometro più corto di quel che era necessario, perché centrai una giornata di inizio marzo calda in modo innaturale e il rialzo anomalo della temperatura mi schiantò poco prima del trentesimo chilometro.

E infatti in gara mi fu poi fatale. Doppiai i 30km con un tempo fantastico, poco più di 2h30’, ma al trentaquattresimo le gambe mi abbandonarono improvvisamente. Chiusi qualche minuto sopra le quattro ore. La gioia di aver portato a termine la maratona si mescolò con l’amarezza di non aver centrato un gran tempo (per me), solo per non aver potuto completare la preparazione secondo quello che avevo pianificato.
Ma mi sarei rifatto certamente a breve: ero ben carico, motivato, lanciato.

Avevo corso tanto, sì. Troppo. Mi ero iscritto alla maratona di Ginevra, tre settimana dopo. A distanza di qualche giorno dal traguardo di Milano tornai in strada, tanto per sgranchire un po’ le gambe, non perdere la forma e prepararmi per la trasferta svizzera. Completai dieci chilometri molto a fatica, con un tempo assurdo.
Forse non avevo scaricato ancora la stanchezza.
Due giorni dopo riprovai. Mi fermai dopo soli cinque chilometri. Stanco morto. Accaldato. Vuoto. Non ne avevo più. Benzina finita di colpo. Forse anche un po’ la motivazione. La schiena, che da due anni era ritornata come nuova, mi dava inaspettatamente qualche noia. Un principio di tendinite a un malleolo, niente a cui non fossi ormai abituato da tempo. Quel po’ di fascite che si era manifestata proprio pochi giorni prima della maratona, ma che sembrava essere rientrata cambiando semplicemente le scarpette, e invece no.

Decisi di fermarmi per due-tre settimane, dopo mesi e mesi di allenamenti ininterrotti. Evidentemente era venuto il momento, ne avevo bisogno, dovevo ricaricare davvero le pile, avevo chiesto troppo al mio fisico.
A malincuore cancellai la maratona di Ginevra dal mio programma. A breve peraltro era in arrivo la stagione estiva e con essa la fine del circuito classico di competizioni, se ne sarebbe riparlato a settembre.

Quando avevo iniziato a correre, due anni prima, pesavo ottantatré chili e mi sembrava un peso spaventoso.
A due anni di distanza, dopo Milano, ne pesavo settantuno, ben al di sotto anche della mia quota d’atleta di vent’anni prima.
Mi ero consumato.

Nell’aprile del 2010 dopo Milano, avevo grandi progetti nel cassetto. Avevo iniziato a correre svogliatamente nel 2008, la sera tardi dopo il lavoro, con una vecchia tuta e un paio di scarpe dozzinali di Decathlon, solo per ribellarmi al mio fisico appesantito che non ne potevo più di vedere riflesso allo specchio. Odiavo le palestre, odiavo le piscine e odiavo anche l’idea di andare a correre, una moda che stava prendendo sempre più piede fra la generazione dei quarantenni da ufficio alla quale appartenevo mio malgrado. Mi sentivo cretino e omologato.
Due anni dopo, un bel po’ di mezze maratone alle spalle con buoni tempi, nelle gambe tempi sulla maratona sotto alle quattro ore, i miei obiettivi volavano sempre più lontano ed erano sempre più ambiziosi.
Sognavo la mitica Monza-Resegone, le sky marathon, la leggendaria Marathon du sable, la micidiale Polar Circle Marathon in Groenlandia: imprese che fino a un paio d’anni prima mi apparivano completamente folli, all’improvviso erano alla portata, si trattava solo di prepararsi, di lavorare sul metodo, sulla motivazione. Tutto mi sembrava possibile.
Se corri per quarantadue chilometri e quando sei arrivato in fondo non vedi l’ora di ricominciare, tutto è davvero possibile.

Non ho mai più ripreso. Non ci sono mai più riuscito. Le due settimane di riposo diventarono tre mesi e arrivarono le vacanze estive. Feci un paio di prove, ma avevo già rimesso su qualche chilo, i miei tempi ordinari si erano irrimediabilmente alzati e con loro la mia frustrazione. Decisi a quel punto di rimandare all’autunno, con temperature più favorevoli. Sicuramente era solo un problema di caldo.

In autunno ormai ero preso dai ritmi della mia nuova vita: avevo ricominciato a lavorare, avevo i ragazzi piccoli a cui badare un po’ di giorni alla settimana e quindi non potevo uscire a correre. Mi comprai un tapis roulant per ovviare al problema, ma lo usavo pochissimo, perché un conto è correre all’aperto e lasciare che la mente insegua il panorama e la strada davanti a te, un conto è stare chiusi in una stanza, fissando una finestra, correndo da fermi. E poi, invece di migliorarmi, arretravo sempre di più. A novembre accettai fra me e me di fermarmi definitivamente per un periodo più lungo. Era chiaro che ricominciare a correre davvero avrebbe richiesto molto più tempo e impegno di quel che avevo messo in conto, anche perché il mio peso a quel punto si stava riavvicinando pericolosamente a quota ottanta. Tutto era tornato ad essere piuttosto difficile.

La primavera successiva ci riprovai. Bastò la prima uscita per rendermi conto che anche solo tornare a correre dieci chilometri avrebbe richiesto tempo e correrli sotto i sessanta minuti anche di più. Però nel giro di meno di tre mesi, con costanza e determinazione, riuscii a centrare entrambi gli obiettivi.
Ero molto fiero di me. Allora potevo ricominciare davvero! Once maratoneta, maratoneta forever. Si trattava solo di dare continuità agli allenamenti, come un tempo: un passo alla volta, un obiettivo alla volta. Potevo recuperare molto rapidamente!

Quel ragionamento fu la fine definitiva. Di lì a un paio di settimane mi rifermai per ragioni di lavoro, figli, mancanza di tempo. Mancanza di continuità, il nemico peggiore.
Un mese dopo ero punto e a capo.

Ho raccontato questa storia passo a passo, gli scorsi anni, su questo blog. Avevo anche aperto un thread apposta per raccogliere i miei post sulla corsa, fin dagli esordi. Quel thread giace ormai abbandonato da tempo qua dentro. L’ultimo post risale ormai a più di quattro anni fa. Lo pubblicai anche sulla buon’anima di FriendFeed e ricordo che piacque molto.

Cinque anni dopo combatto con la soglia dei novanta chili e riesco a scendere al di sotto solo per brevi periodi, al prezzo di molto impegno, controllo alimentare e lunghe camminate di ore.
La scorsa estate ho camminato tantissimo, in città perlopiù, ma infilando anche giornate con quindici, venti chilometri, che mi avevano rimesso in forma la schiena e riportato a quota ottantacinque.
Poi però le vacanze, l’autunno, il lavoro che riprende ancora più stressante di prima, addio tempo anche solo per camminare quelle due-tre ore necessarie al giorno per compensare la mancanza di qualunque altra attività fisica.

Di correre non se ne parla proprio. Ho provato qualche volta, anche solo così, per curiosità, per vedere come reagiva il mio fisico, per verificare la distanza fra il sogno ricorrente e la realtà. Sono addirittura ripartito dalle serie di tre minuti, ma dopo le prime tre o quattro serie mi sono dovuto fermare tramortito. Quando avevo iniziato, nel 2008, correvo serie da sei minuti per un’ora.
Il mal di schiena e il mal di stomaco si sono ormai cronicizzati da tempo, il peso è quel che è e grava anche e soprattutto lì.
Un anno e mezzo fa mi sono costretto a iscrivermi a pilates, su indicazioni del mio medico: funziona, mi aiuta e mi tiene insieme la schiena, ma se salto anche una sola lezione la settimana dopo sono piegato in due.
Sono passati anni. E gli anni pesano, si fanno sentire sempre di più, chiedono il conto.

A cinquantadue anni è arrivato a chiedermi il conto anche il cuore. E ho smesso anche di camminare e - temporaneamente mi auguro - di sciare, l’ultima cosa che mi era rimasta, per quanto poco ormai ci andassi, un paio di settimane a stagione.
Da novembre ho fatto tre visite e cinque esami: elettrocardiogramma, prova sotto sforzo (interrotta dopo soli cinque minuti), ecocardiogramma, holter, cinerisonanza con mezzo di contrasto, e mi aspettano un altro esame e un’altra visita prima di avere almeno una diagnosi definitiva.

Mi hanno dato un farmaco per stabilizzarmi. Fa il suo dovere. Lo prendo da due mesi. Da qualche giorno ho ripreso a camminare. Niente di che: mi sforzo quando possibile - cioè molto poco - di fare almeno i diecimila passi al giorno che la scorsa estate mi ero dato come obiettivo minimo quotidiano. Fare diecimila passi richiede tempo, almeno un paio d’ore ai ritmi cittadini, con le scarpe da ufficio, la camicia, il giaccone invernale e la sciarpa, e non sempre - quasi mai per la verità - è possibile trovare il tempo.
Un paio di domeniche fa sono uscito apposta solo per camminare due ore. Sono rientrato a casa e ne avevo fatti 9.800.

Ho freddo, patisco il freddo. Da qualche tempo patisco il freddo, ho capito che almeno in parte sembra essere legato alla questione del cuore. Però camminare, dopo un po’, mi scalda sempre. Mi libera, soprattutto.
A novembre non riuscivo più nemmeno a infilare cento metri camminando: fibrillazioni a pioggia, aritmie, battiti a centonovanta. Un disastro. Da quando ho preso (inevitabilmente!) coraggio, ho affrontato la questione di petto - è il caso di dirlo - e ho iniziato a curarmi, a indagare le cause, ad approfondire la questione, la situazione è migliorata. Riesco di nuovo a camminare, quando ho tempo per farlo. Mi affatico un po’, devo prenderla con più calma. Dopo un’oretta e qualche chilometro devo fare anche una sosta o due di qualche minuto. Ma intanto cammino, so che posso tornare a camminare. Sembra una cretinata, una cosa scontata. A un certo punto, per qualche settimana, non lo è stata. Adesso voglio tornare a sciare, presto. Prima che finisca la stagione. Non esiste che per la prima volta in vita mia salti una stagione.

Mi piace camminare. Tanto.
Sogno sempre di tornare a correre.
Mi sveglio talvolta di notte dopo essermi illuso di essere tornato a correre.
Se rimetto a posto le cose voglio tornare a correre.
Quando rimetto a posto le cose torno a correre.
TAG: running, diario
17.15 del 01 Febbraio 2017 | Commenti (0) 
 
13 Provvisorio
SET Lavori in corso, Spostamenti, Diario
Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo, e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa nuova che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità con lei e i ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava di viaggiare davvero in Italia, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di nuove fotografie su cui mettere le mani e fra altre cose sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002. Come non bastasse, contemporaneamente sto rimettendo a posto e caricando su SmugMug l’intero archivio fotografico e sto via via ridisegnando con precisione su Google Map tutti gli itinerari di viaggio degli ultimi trent’anni.
Tutte iniziative che mi stanno anche allontanando, sempre più, da questo sito/blog che ormai compie tredici anni.

Non entrerò sul tema dei blog che sono morti, me ne guardo bene, ma è pur vero che se non sono morti io comunque non sono più quello di tredici anni fa, il mio tempo è sempre più altrove e le mie forme di comunicazione e condivisione sono assai cambiate, come il mio modo di viaggiare e fotografare e raccontare.

Non so quel che succederà di Orizzontintorno. È di fatto abbandonato a se stesso ormai da un anno, salvo caricare ogni tanto qualche foto o buttar giù due righe, molto raramente, sul blog. Avrei sempre tante cose da scrivere, ma la verità è che non mi riconosco più in questo contenitore, ormai da tempo scrivo (poco) altrove e non ho nessuno che abbia voglia e tempo e motivazione per buttar giù questo luogo e rifarlo da capo, come ho in mente da tempo e mi piacerebbe fosse rinnovato.

Comunque, intanto.

Intanto, nel nostro girovagare estivo per capoluoghi di cui forse prima o poi scriverò e pubblicherò qui le foto, siamo anche passati per Chioggia e il Delta del Po. Erano anni che avevo in mente di venire in questi luoghi, che invero sembrano usciti dalle piane delle Everglades - a esserci stati nelle Everglades - a meno dei coccodrilli, a pari zanzare, a più dei ponti sulle barche e del dialetto bastardo veneto-romagnolo.
È un luogo che a tratti ispira angoscia, a tratti agorafobia, a tratti depressione, a tratti serenità mistica. Un luogo senza anime, lontano, lontanissimo da tutto, così lontano e silenzioso che non ti sembra nemmeno di essere in Italia, ma altrove, alieno e dimenticato.
Non ho passato frontiere, ma sono stato sul Delta del Po, ed era molto più remoto di qualunque lontano avessi potuto mettere in pista così su due piedi fra due scatoloni e la ricerca di un nuovo lavoro.

Di altro, di Mantova, Ravenna, Urbino e altre cose, del mio girovagare per le basiliche di Milano e dei miei chilometri a piedi fra i colli Briantei, prima o poi troverò il tempo e la voglia di scriverne.
Ho dei progetti. Strani, nuovi, più vicini del solito, a cui giro attorno incuriosito.
Cerco di non farmi trascinare via dalla noia, dalla resa, dall’inedia e dall’accidia.

Mi accompagna ormai ovunque l’occhio del mio smartphone, mentre la Canon ha traslocato di casa in casa insieme agli altri scatoloni. Così registro panorami dal nulla e strani posti.

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Chioggia
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Delta del Po
TAG: chioggia, po
12.35 del 13 Settembre 2016 | Commenti (2) 
 
10 Davanti a papà
LUG Viaggi verticali, Diario
E quindi ho dovuto di nuovo modificare la mia pagina autobiografica qua dentro, ché infine, dopo anni che glielo promettevo, anche loro han portato a casa la prima vera vetta.
E a che velocità, accidenti! Son stati dentro il tempo guida, che son numeri per i grandi quelli.

Ha tirato tutto il tempo lei. Ostinata, testa alta, mai una sosta, determinatissima, sempre davanti, a volta anche di parecchie lunghezze. Hai voglia a dirle di rallentare, di conservare le forze e le gambe, di ricordarle che è ancora lunga. Non ha mollato un secondo.
Conosco bene quel passo. Anche se ormai tenerlo è un gran fatica.

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Il rifugio Azzoni poco sotto la cima del Resegone
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La croce di vetta del Resegone
TAG: resegone
22.19 del 10 Luglio 2016 | Commenti (0) 
 
09 Orange su iPhone
LUG Fotoblog, Diario, Prima pagina
E niente, siamo andati anche noi, poche ore prima che la tirassero via. Non c'era nemmeno tutta quella gente che ci aspettavamo, non abbiamo fatto code, ci siamo divertiti molto, abbiamo visto anche Christo.

Dunque, abbiamo visto Christo e camminato sulle acque. Probabilmente abbiamo anche tramutato l'acqua in vino, perché una bottiglietta di minerale costava come un Berlucchi.

Fate conto che praticamente questo weekend sul Lago d'Iseo è stato un terzo delle nostre vacanze estive.
Quest'anno va purtroppo così.

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The floating piers, Lago d'Iseo
TAG: floating piers, iseo, sulzano, christo
22.28 del 09 Luglio 2016 | Commenti (0) 
 
19 Foto in bianco e nero e colori su neve
MAG Amarcord, Fotoblog, Viaggi verticali
Eugenio ha scovato queste in qualche armadio di casa. Nella prima foto sono senza alcun dubbio io, né si può sbagliare sul luogo: è la Cresta di Furggen a Cervinia, ai tempi in cui era ancora aperta la funivia. La seconda foto è scattata all'inizio della discesa, proprio dove sbucava il tunnel che dalla stazione di arrivo della funivia conduceva alla cresta.

Abbiamo invece impiegato un po' per riuscire a datarle, ma confrontando la mia giacca a vento con altre foto d'epoca sappiamo che sono collocabili fra il 1986 e il 1989. Nell'85 sul Gran Paradiso avevo una giacca diversa e nel '90 in Patagonia avevo già la giacca blu che ritrovo in tutte le mie fotografie fino al 1998, anno in cui mi venne regalata quella gialla amatissima che mi ha accompagnato fino allo scorso anno, attraverso mille avventure e fino in Himalaya.

Praticamente, una vita scandita dal colore delle giacche a vento che ho indossato.

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Cresta di Furggen, anni '80
TAG: furggen, cervinia, sci
13.48 del 19 Maggio 2016 | Commenti (0) 
 
02 Gennaio 2016 a duemila metri
GEN Viaggi verticali, Fotoblog
E niente, ieri nei pressi del Passo dello Spluga era così. Poi oggi ha iniziato a cadere qualche fiocco di neve, ma non è che proprio ci sia pericolo di slavine, ecco.

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Lago di Montespluga (SO)
TAG: Valle Spluga, Splugenpass, Spluga
16.55 del 02 Gennaio 2016 | Commenti (0) 
 
14 Lo scontro di civiltà
NOV Prima pagina
Alcuni appunti personali e totalmente inadeguati su quel che è accaduto ieri sera a Parigi, in ordine sparso, così come via via mi vengono in mente; cose piuttosto superficiali, fors'anche un po’ del tipo grazie al cazzo, osservazioni che magari non riesco, per ora, a riformulare in un pensiero compiuto, che sono di pancia anche se in realtà vorrebbero essere ragionate.
Chissà che scrivendo non lo diventino.

La prima è che la donna col velo che ci attraversa la strada in centro a Milano, che magari è nostra vicina di casa e che in qualche modo, esplicito o implicito, percepiamo giustificare il retropensiero dietro ai terroristi pur prendendo le distanze dagli attentati, e che di conseguenza in questo momento siamo portati a disprezzare (ancora più di prima?) accomunandola a una corrente di pensiero che riteniamo intrinseca della sua cultura, non è altro che la rappresentazione speculare del nostro idraulico (premetto che ho molti amici idraulici), del nostro macellaio (premetto che ho molti amici macellai), del piastrellista, dell’imbianchino, dell’edicolante, del meccanico, del vicino di casa, del piccolo imprenditore, della casalinga di Voghera che vanno in piazza a Bologna con la bandiera del sole delle Alpi, anche se non necessariamente alzando il braccio teso, e che davanti a un microfono della tv dichiarano che bisogna sterminarli tutti, affondargli i barconi, che ci rubano il lavoro, che bisogna lasciarli ammazzare fra di loro, che il problema è l’Islam, che è la nostra civiltà cattolica ad essere sotto attacco, che “loro” sono sottosviluppati, incivili, che rubano, che ci odiano, e via, aggiungete un po’ quel che volete.
Questa gente, tutta questa gente, che onestamente io credo essere fra noi in gran maggioranza, pur distinguendo fra tutte le sfumature possibili (l’operaio disoccupato neonazista tatuato col braccio teso non è l’anziana cattolica che va in chiesa, manda dieci euro alla parrocchia per aiutare i negretti dell’Africa, ma poi sull’autobus non si siederebbe mai di fianco a un arabo), tutta questa gente, dicevo, è del tutto accomunabile alla donna col velo di cui sopra e a tutti quelli che scendono in piazza al Cairo, o a Baghdad, o a Teheran contro l’imperialismo occidentale e contro la decadenza, la corruzione e l’immoralità del nostro mondo cristiano, cattolico e occidentale, che ci sterminerebbero, che ci accusano di rubare le loro risorse, di essere incivili e bla bla bla.
E il problema non è chi abbia cominciato prima: il problema è che è esattamente lo stesso tipo di declinazione dell’essere umano. Ignoranza da fomentare, da indirizzare, da manovrare, a disposizione dell’interesse di turno.

Così, per estensione, noi che in piazza a Bologna col Sole delle Alpi non scendiamo, che facciamo i blogger intellettuali, che discutiamo di geopolitica, di cultura, di orrore, sul filo della dialettica, argomentando in modo meraviglioso le ragioni dell’odio e del dialogo (sto leggendo cose molto interessanti nella mia comunità virtuale di riferimento, in contrapposizione all'ignoranza dilagante su Facebook e social network di circostanza, e me ne compiaccio, perché frequento e dialogo con la gente “giusta”, sto dalla parte "giusta", come sempre), sfoderando la nostra profonda cultura contrapposta all’ignoranza di cui sopra, e che ci indigniamo, ci confrontiamo, magari anche litighiamo e ci accaloriamo per una tesi piuttosto che un’altra, ecco, noi siamo del tutto assimilabili a quella classe sociale altrettanto intellettuale - dove il termine è da intendersi nel senso più ampio possibile - che discute di geopolitica, dell’orrore, che argomenta in modo perlomeno altrettanto interessante le ragioni dell’odio e del dialogo, che non scende in piazza a Teheran, che tende a confrontarsi con l’occidente, che si accalora per una tesi piuttosto che un’altra: siamo sempre noi, visti allo specchio, dall’altra parte del mare.
Solo che no, non siamo affatto la maggioranza. Né di qua, né di là del mare.
Io non credo affatto alla supremazia di una civiltà rispetto a un’altra: credo invece parecchio all’ignoranza diffusa, alle dinamiche del pensiero di massa, all’equivalenza delle masse stesse, almeno in termini di peso relativo sulla civiltà di appartenenza, detto che tutti noi siamo inevitabilmente riconducibili a una specifica forma di “civiltà”.

La seconda osservazione è che sotto attacco non è il mondo occidentale, o perlomeno va capito cosa intendiamo per mondo occidentale.
Anche volendo identificare l’11 settembre come punto di svolta di un certo modo di intendere i rapporti globali fra mondo occidentale e islam (che comunque, secondo me, è una sciocchezza: l’11 settembre, a sua volta, è figlio di altrettanta Storia, in una infinita catena di eventi storici correlati), resta il fatto che da lì in avanti quello che noi intendiamo come attacco globale nei nostri confronti si è in realtà macroscopicamente focalizzato contro Stati Uniti, Francia, Inghilterra e in una occasione specifica contro la Spagna, nel 2004, a seguito dell’appoggio del governo all’invasione dell’Iraq.

(Sia messo agli atti che sto scrivendo completamente andando a memoria, per cui ci sta che infili anche una serie di castronerie).

Non sono (stati, fino ad ora) sotto attacco i Paesi scandinavi, per fare un banale esempio. Non il Benelux e nemmeno, soprattutto, la Germania. Non lo sono i Paesi dell’est, non lo è stata fino ad ora nemmeno l’Italia, mi verrebbe da aggiungere “nonostante tutto “.
La Russia ha problemi interni perlopiù dovuti alla incandescente situazione in Caucaso: sospettiamo, oggi, l’abbattimento dell’aereo russo in Egitto proprio come reazione terroristica alla recente presa di posizione russa sulla questione siriana.
Non è sotto attacco il Canada per dirne un’altra, non l’Australia, non la Nuova Zelanda. E nessun Paese del Sudamerica.
E, uscendo del tutto dal concetto di occidente, non è sotto attacco la Cina: parliamo di quella che di fatto è la prima potenza al mondo e di un quarto della popolazione terrestre. Non lo è l’India, non da questo punto di vista perlomeno, nonostante gli storici problemi di relazione col Pakistan.
Non è che siano proprio quisquilie.
Lo sono invece gli Stati Uniti, che hanno piallato mezzo Medio Oriente, lo è la Francia che ha guidato l’intervento in Libia, lo è l’Inghilterra, vista come potenza coloniale e in prima linea nella questione mediorientale.

Quando parliamo di “noi”, come reazione di pancia, ci identifichiamo immediatamente nella nostra matrice occidentale, ma questo non è uno scontro globale fra due mondi, bianchi occidentali cristiani contro arabi mediorientali islamici.
Poi, certo, possiamo obiettare che Londra, Parigi, New York, finanche Madrid, hanno un ruolo simbolico nel rappresentarci che certo non hanno Toronto o Stoccolma, nemmeno forse Roma (fino a prova contraria e ci auguriamo ovviamente anche no), che non è strano che l’odio si focalizzi verso simboli di potere, soprattutto su scala planetaria.

Non ho alcuna intenzione, con questo, di allungare le fila di quelli che i cattivi siamo noi (occidentali) che colonizziamo, sfruttiamo, occupiamo, bombardiamo, armiamo, finanziamo guerre. Capirai la novità. Sto solo dicendo che non riesco a vedere, in tutto questo, una generalizzazione, o uno scontro più allargato fra civiltà, di quanto non ci sia sempre stato.
Ci sono stati ad esempio Monaco ’72, Lockerbie ’88, così, per dire i primi che mi vengono in mente a caso. Ecco, prendiamo Lockerbie: 270 morti. Spagna 2004: 191 morti.
Mi si obietterà: ma dietro quegli attentati c’erano ragioni storiche diverse, obiettivi e contesti diversi. Io ci vedo solo terrorismo di matrice mediorientale e vittime occidentali dall’altra parte. Ci vedo sempre e solo una forma di guerra asimmetrica, non un attacco unilaterale. Soprattutto, ci vedo una strategia bilaterale immutata nel corso di decenni.
Non mi pare nemmeno, per dirla tutta, che ISIS costituisca una novità così eccezionale sullo scacchiere, se non forse per una effettiva transnazionalità del fenomeno, ma mi sembra che la reazione confusa del mondo occidentale nelle forme di contrasto (e/o di appoggio indiretto) ricordi invece scenari già visti altrove. Non so.
Forse, davvero, oggi mi fa un po' più paura prendere la metropolitana in ora di punta. Ma ho l'impressione che il cambio di percezione, della nostra percezione, sia la conseguenza più dello spostamento del conflitto su un nuovo fronte e piano mediatico, che non in termini effettivi di allargamento dello scontro stesso. Non sono certo che la società civile sia oggi più in pericolo di quanto non lo sia stata in altri momenti storici del medesimo conflitto.
Ad esempio, ho ricordi di periodi del passato in cui si riteneva altrettanto pericoloso prendere un aereo per il timore di dirottamenti, attentati, eccetera.
Ma forse è una visione, la mia, molto limitata e inadeguata.
Ammesso di potere mai avere una visione adeguata e commisurata rispetto a eventi come quelli di ieri sera a Parigi.

Io credo che continuerò, avendone la possibilità, a viaggiare, ad andare anche in Medio Oriente, a confrontarmi con altre forme di civiltà, soprattutto con quelle che non capisco e che non mi piacciono.
Io non capisco e non mi piace il velo in testa. Non capisco perché non mangiarsi una braciola di maiale sul barbecue. Ma ricordo bene l’ospitalità iraniana che ho sperimentato dopo l’11 settembre e continuo a preferire un kebap nel bazar di Istanbul piuttosto che mangiarmi un panino al salame con chi era in piazza a Bologna sventolando il crocefisso.
Non ci riesco proprio a farne uno scontro di civiltà, a sentirmi in guerra, io occidentale, contro un mondo islamico.
Io più che altro assisto impotente al massacro degli innocenti, perpetuato dall’odio fondamentalista che non ha bandiera, colore, nazionalità. Fa sempre schifo e orrore allo stesso modo.
Da Srebrenica a Beslan, ad Aleppo, via Parigi.
TAG: parigi, terrorismo, isis, islam
17.53 del 14 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
27 Domeniche d'autunno
SET Masterchef
Cosa mi abbia preso, lipperlì, davanti alle ceste del supermercato, a me, che a mala pena sforno pizze e il salame di cioccolata, io non lo so. Sarà stata la nostalgia di quando da ragazzino andavo per funghi con mio padre, su per i boschi di Andalo; sarà che a me i funghi piacciono; sarà che avevano l'aria di qualcosa di fresco e buono, non so.

C'è che non ho la minima idea di cosa farne e invece di passare la domenica sdivanato davanti alle MotoGP, come era nei programmi, son finito a pulire funghi per due ore, con almeno quattro post indietro da scrivere invece di questo, ma vabbè.

Per fortuna ci sono YouTube e internet. Per ora son stati preparati, tagliati e finiti nel congelatore. Poi si vedrà.

Funghi
TAG: funghi, cucina
22.35 del 27 Settembre 2015 | Commenti (0) 
 
27 As ice goes bye
SET Alta quota, Amarcord
Ho iniziato ad avventurarmici le prime volte all'inizio degli anni '80, quando con gli amici salivamo da Courmayeur per fare la classica traversata del Monte Bianco. Proprio recentemente hanno fra l'altro inaugurato la nuova funivia panoramica per Punta Helbronner e non sono certo che sia una notizia che mi ha fatto piacere, come del resto quando anni fa smantellarono quella per Punta Indren per costruire il nuovo impianto per il Passo dei Salati. Sono pezzi del mio passato che se ne vanno inesorabilmente.

Negli anni ottanta, scendendo dalla Vallée Blanche, si arrivava senza problemi fino a Chamonix anche agli inizi di maggio. Ho percorso quel ghiacciaio innumerevoli volte, l'ultima è stata nel 2009 e ancora a fine marzo si arrivava giù, anche se ormai non lo faceva già più quasi nessuno e usavano tutti la nuova funivia.
Negli anni novanta quel versante del Monte Bianco è stato uno dei miei terreni di gioco preferiti: indimenticabile la salita al Mont Blanc du Tacul del '94, e una giornata passata a giocare a frisbee in mezzo ai grandi crepacci alla confluenza fra la Mer de Glace e la Vallée, ai piedi del Col du Midi.
Negli ultimi due anni avevo iniziato a pensare di portare Leonardo a fare la traversata classica, che ormai è tranquillamente alla sua portata, e del resto la prima volta l'ho fatta anche io più o meno alla sua età. Nel 2012 ero stato coi ragazzi su all'Aiguille du Midi per mostrare loro l'attacco della via ed era stata una giornata entusiasmante.
Ma poi ho visto questo.

Non so, non so se potete capire l'impressione che mi fa vedere questo filmato e pensare che dove oggi sono posizionati i cartelli con le quote del ghiacciaio, lungo quelle scale di cemento, ancora solo dieci anni fa scendevo in sci.

A volte metto insieme cose come questa, la costruzione di El Chalten in Patagonia, la ferrovia del Tibet, l'attrezzatura stagionale del Khumbu, e penso che davvero il tempo mi stia scivolando via di dosso sempre più rapidamente e che sto invecchiando.
E no, non è affatto una bella sensazione.

TAG: monte bianco, mer de glace, vallee blanche, ghiacciai
12.42 del 27 Settembre 2015 | Commenti (0) 
 
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