Orizzontintorno Carlo Paschetto
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03 I touched the Moon
MAR Travel Log: Business Trips 2019
Al mio terzo ritorno a Houston, complice un weekend, sono finalmente riuscito a farmi un giro allo Space Center della NASA. A parte questo, la solita piatta desolazione di Sugar Land, un clima indeciso se virare decisamente all'estate già a febbraio o sparare ancora qualche cartuccia dell'inverno a salve texano e serate a macinar chilometri sul tapis roulant dell'hotel, nella speranza di contrastare gli hamburger e le birre della Big Ben Tavern, dove sono solito chiudere le mie giornate davanti a una partita di basket o di hockey, a meno sette fusi orari dalle mie abituali compagnie serali.

La speranza non serve a nulla: atterro a Milano a più quattro chili dalla partenza di tre settimane fa, che vanno a sommarsi ai più due del giro precedente. Nemmeno le scarpette in valigia e cinquanta chilometri fissando un monitor mi hanno salvato: un mese yankee è stato sufficiente a rubarmi un anno di dieta e allenamenti.
Guardo frustrato la bilancia e mi prende lo sconforto. Maledetto Texas, maledetta America. Non dovrei esser qui.
A malincuore rimando qualunque piano di emergenza casalingo, ché ho già il prossimo biglietto aereo nella casella di posta: ho giusto il tempo di sistemar le foto, far due lavatrici e la nota spese, riallineare inutilmente il jet lag e cambiare il tag al trolley, ché a questo giro ho imbarcato e me lo han fatto a pezzi.

Il Saturno V fa paura, sappiatelo, gli astronauti dell'Apollo erano pazzi, pazzi, pazzi.
Ho toccato un pezzettino di Luna ed è stato emozionante.
Sulle tangenziali di Houston si può viaggiare anche a cento miglia all'ora nonostante il limite delle sessantacinque e non è vero che gli sceriffi sbucano all'improvviso da dietro i cartelloni pubblicitari per inseguirvi.
Bryan infila un "you know what I mean" ogni due frasi, ma invece no, io non lo so cosa vuol dire, non lo capisco proprio.
Texas, la noia. Non che la Pennsylvania, comunque.
Son certo che avevo mille altre cose, ma di questi tempi il mondo gira troppo veloce attorno a me e non riesco a fermar nulla, non ricordo, tutto scorre fra un oblò, un monitor e una nuova alba sul vecchio mondo che arriva sempre troppo presto.

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Houston Space Center, TX
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Il razzo Saturno V che ha portato gli uomini sulla Luna
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I touched the Moon
TAG: houston, Texas, usa
23.58 del 03 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
10 Duemiladiciannove so far
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Non è un buon momento per ripartire, per ragioni diverse, comunque intanto riparto ché devo ripartire, poi si vedrà.
Torno ancora in America, per la quarta volta in undici mesi, e faranno cinque in un anno col prossimo giro. La mia America è ormai una collezione di statistiche disordinate prive di correlazione, di un disegno chiaro, una trama. Aeroporti, hotel, taxi e limousine, uffici, grattacieli e zone industriali, hamburger, uova e bacon, caffè, tanto caffè, bicchieroni di carta e tazze di caffè filtrato, con un goccio di latte scremato, il bastoncino di legno in Texas, la cannuccina di plastica in Ohio, il cucchiaino lungo in Pennsylvania. Chissà cosa troverò in New Mexico.

Vado (anche) in New Mexico, questa volta. Ho scoperto, tardi, che il mio hotel è vicino agli impianti da sci. Impianti da sci in New Mexico.
Io credevo ci fosse il deserto e il deserto in effetti c'è, tutto attorno, ma Albuquerque è in quota, rovente d'estate e gelida d'inverno, così basta un panettone qualunque per tracciare una manciata di piste e farne una stazione sciistica. C'è anche, pare, la funivia più lunga del mondo, per quanto dubito sia davvero più lunga di quella del Tatev.
Ho dato un'occhiata su internet, c'è neve. Parecchia, come ci si può aspettare da una stazione invernale americana. Ho sfrugugliato un po' per il web e ho verificato che ci sono dei negozi che affittano tutta l'attrezzatura necessaria, compreso l'abbigliamento.
Ho spostato il volo per Philadelphia e ho allungato la mia permanenza ad Albuquerque prendendo un giorno di ferie.
Poi si vedrà.

Ho un piano di volo complesso, otto voli: scalo a New York, troppo in corsa a questo giro per approfittarne, scalo ad Atlanta, a distanza di otto anni dal mio primo giro del mondo, poi Albuquerque, poi scalo a Houston, sempre Houston.
E torno quindi a Philadelphia e poi ancora, di nuovo, a Houston. Dove d'altra parte tornerò nuovamente a marzo e poi più avanti ancora. Houston state of mind.

Ho un biglietto per una partita di hockey a Philadelphia. Volevo tornare a vedere l'NBA, ma i Rockets saranno in trasferta quando sarò a Houston. Arriverò però in concomitanza col festival nazionale del rodeo: ho una sola giornata di sovrapposizione, proprio quella dell'inaugurazione, in cui d'altra parte ho alcune riunioni importanti in agenda, che sono poi la ragione per cui vado a Houston, non il festival nazionale del rodeo. Chissà se riuscirò a metterci piede.
Sarà però la prima occasione in cui trascorrerò un weekend in Texas e può essere che a questo giro ci scappi finalmente la visita alla NASA.

O forse rimarrò inchiodato in qualche hotel con l'influenza e la febbre, ché son qui a casa con Leonardo atterrato da due giorni. Ho messo in valigia una scorta di Tachipirina e Tachifludec, e un termometro. Qualcosa mi dice che a breve potrei averne bisogno, scommetterei fra Albuquerque e Philadelphia.

Intanto aggiorno la mappa del 2019, che d'altra parte è una mappa in movimento continuo, come questi mesi avanti e indietro, questo strano vivere da pendolare attraverso i continenti.
Non riesco quasi più a correre, a malapena trovo il tempo una volta a settimana. A questo giro mi porto le scarpette e il Garmin, magari è la volta che sfrutto un po' le palestre degli hotel.

Non è un buon momento per ripartire, no, ma intanto ripartire devo. Porto con me due libri e la nuova cuffia della Bose che ho comprato per i viaggi in aereo.
Poi si vedrà.

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TAG: usa, houston, Albuquerque, Philadelphia
19.53 del 10 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
01 Houston secondo me
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Quindi la scorsa settimana mi son preso un pomeriggio, il pomeriggio del mio compleanno, mi son fatto dare un passaggio da Bobby e ho fatto un giro in centro a Houston.
Houston è proprio quella roba lì che uno - perlomeno io - si immagina. Prendi l'auto anche per attraversare la strada e andare all'edicola, perché il pedone a Houston non è previsto. Nemmeno l'edicola per la verità.

Houston (l'ho già scritto, sì?) è una ragnatela di svincoli autostradali, un pugno di grattacieli ad uso uffici a downtown, parcheggi all'aperto e parcheggi a silos di proporzioni adeguate al Texas, concessionari d'auto, burger king, tacos drive, burger drive e occasionali centri commerciali. L'attrazione più visitata a Houston è The galleria, un centro commerciale, nemmeno troppo grande e nemmeno a downtown.
Sono stato un'ora a gironzolare per The galleria, ho messo piede all'Apple Store, che è uguale a tutti gli Apple Store del mondo ma aveva esaurito gli AirPods, ho messo piede al Microsoft Store che vendeva Dell e HP, ho messo piede al Tesla Store, sono stato dentro alla Tesla Model 3 e non mi è piaciuta, ho messo piede da Macy's, da Oakley, da Starbucks e in qualche negozio di abbigliamento, e alla fine è stato come trascorrere un'ora al Gigante di Villasanta a menarsela.
Non ho comprato nulla e lì è finita Houston.

Houston è armata, così armata che all'aeroporto alcuni cartelli all'ingresso delle partenze raccomandano di non entrare con armi non dichiarate. Se sono dichiarate va tutto bene, ma non ho capito se è poi necessario imbarcarle o si possono portare come bagaglio a mano.
Houston è fredda a gennaio e rovente d'estate, flagellata dall'umidità, dalle zanzare, dalle inondazioni e battuta pure dagli uragani. Sostanzialmente un posto di merda, tipo che almeno a Cologno Monzese ci sono i bar dove rovinarsi alle slot machine, a Houston al massimo puoi sfondarti di hamburger chiuso in macchina dentro un parcheggio.

Sono stato a Houston una settimana e ho preso tre chili, perché in America c'è sempre 'sta cosa che a colazione te la menano col latte scremato, parzialmente scremato, scremato al novanta per cento, totally fat free, e sedici diversi tipi di dolcificante zero calories, e poi però ti puoi ammazzare con uova e bacon e pancakes e waffles con lo sciroppo d'acero e pane fritto e imburrato e muffin da ottomila calorie, e gli hamburger partono da novecento calorie in su, fino ai jumbo combo da duemilacinquecento più mezzo chilo di patatine fritte, serviti sotto a un cartello che ti ricorda che il fabbisogno calorico medio giornaliero è di duemila calorie e che devi fare attività fisica, mentre accosti direttamente al McDrive a bordo del tuo pickup da sette tonnellate, ottomila di cilindrata.

Così sono stato a Houston e aumenta il numero delle città americane dove sono stato in questi anni senza aver mai fatto davvero un viaggio in America. Numero che peraltro è pure destinato ad aumentare, così come quello delle volte in cui mi accingo a tornare in America a breve - pure a Houston - per cui alla fine sarò stato in America settordicimila volte, ma tutti continueranno a parlarmi del Grand Canyon e di Las Vegas.

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Houston, Texas
TAG: Houston, Texas, USA
00.19 del 01 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
21 Fahrenheit cinquantaquattro
GEN Diario
Così per la prima volta in vita mia il giorno del mio compleanno sono altrove. A Houston fa freddo ed è la terza volta in dieci mesi che torno negli Stati Uniti. A Houston non c’è nulla, così nulla che negli hotel è normale ordinare da mangiare dai fast food a domicilio e farselo portare in camera.
C’è un pugno di grattacieli a downtown, un reticolo infinito di autostrade a sedici corsie che le si attorciglia attorno, e niente altro. In giro nessuno, la gente qui si sposta solo in macchina. Non ci sono quasi negozi, a meno dei centri commerciali, non ci sono ristoranti, a meno dei fast food, dei burger king, dei tacos, dei pizza take away. Houston è la città col più alto tasso di obesità degli Stati Uniti e il maggior consumo di aria condizionata.
Non c’è alcun motivo al mondo per venire a Houston, a meno che tu non lavori a Sugar Land. Io ora sto lavorando a Sugar Land.

Così ho cinquantaquattro anni e grazie ai fusi orari ho due giorni e sette ore in più dell’età anagrafica. Il 2019 è iniziato da soli ventuno giorni e ho già volato quattro volte, attraversato un oceano, messo piede in quattro paesi stranieri e fatto un’altra foto con l’elmetto.
Cinquantaquattro anni sono un discreto precipizio dal quale provare ad affacciarsi e guardare giù. Vito ne aveva cinquantacinque. Stefano ne aveva quarantasette e qualche giorno fa se n’è andato anche lui senza avvisare, come Vito, per caso, non per ingiustizia, ché la giustizia e il senso non c’entrano nulla, il caso sì.
Io Stefano lo conoscevo, Vito praticamente no, e tuttavia i sottotitoli che scorrono sotto l’immagine riflessa ogni mattina nello specchio sono gli stessi.

Così sabato eravamo in chiesa, il trolley appena disfatto lasciato sul letto di casa, ché ero appena rientrato dalla Germania e dovevo ripartire subito per gli States, e mentre ero in chiesa pensavo che era tanto tempo che la morte non colpiva così vicino, e che forse la cosa davvero priva di senso è che ci alziamo ogni mattina, non che il caso ci porti spesso via senza avvisare, un po’ quando vuole, e che dovremmo stupirci di più ad ogni nostro risveglio e farne qualcosa di utile.
Poi invece non ci riusciamo quasi mai e amen. Perlomeno, io non ci riesco.
Così sabato in chiesa pensavo che sono un po’ stronzo e anche che un po’ di fede, o perlomeno il dubbio, non guastano mai.

Così, dopo non so più quanti anni che ci raccontiamo le nostre vite ed essermi tenuto per tutto questo tempo ostinatamente a distanza da ogni altra occasione di intrecciarle davvero, è capitato che (mi) ci volesse una chiesa per conoscere infine .mau., e MrFisk, e dirsima, e Bob Draco, e anche altri che non sono (stato) capace di ricordare già l’istante dopo esserci presentati e spero mi perdonino se e quando ricapiterà che ci incontreremo di nuovo e non li riconoscerò, perché no, il contesto non favoriva, e già io non sono fisionomista di mio, anzi, sono un vero disastro, ho anche scritto un post non molto tempo fa sul fatto che non mi ricordo delle persone dopo che me le hanno presentate, nemmeno se ci sto assieme per tre ore in riunione chiuso dentro una stanza, figùrati lìpperlì che perdipiù ero già di mio parecchio altrove, occupato a cercare di distogliere lo sguardo da un po’ tutto e a divincolarmi dal disagio, dall’inadeguatezza, dallo smarrimento, dall’inevitabile transfer dell’immaginare il destino che scambia la carta d’imbarco col tuo vicino in coda nel quale ti rispecchi, per poi scacciare immediatamente il pensiero, vergognandoti anche un po’ del provare a far tuo anche per un solo istante quel dolore che non ti appartiene e che ti appare sconfinato.

Così, dopo la messa, ero lì in disparte fuori dalla chiesa, incapace a trovare una collocazione giusta al mio malessere, e osservavo con la coda dell’occhio la folla, cercando di non perdere di vista i movimenti di Lorenza, mia unica guida nel mondo immaginario, sperimentando la sensazione del tutto straniante di conoscere tutti e non conoscere nessuno, non avere la minima idea di chi fossero le persone attorno a me eppure sapere probabilmente molte più cose di buona parte di loro di quanto non sappia cosa combinano i miei figli a scuola ogni giorno, e l’impossibilità e l’incapacità di associare un volto reale ai nickname e a ciascuna di quelle storie quotidiane che mi accompagnano da anni, rendermi conto di non aver mai assimilato davvero nemmeno le fotografie e gli innumerevoli selfie che pubblichiamo di continuo, e dunque la disarmante e sorprendente estraneità di quella che è la mia abituale e familiare comfort zone, come i pezzi alla rinfusa di un puzzle dentro a una scatola priva della figura intera.
Vorrei ringraziare MrFisk e .mau., gli unici peraltro ai quali avevo già dato un volto a priori, per avermi sottratto a quel disagio e anticipato nel rompere il ghiaccio. E sì, ci sarebbe voluta tutt’altra occasione. Capiterà spero.

Così non l’ho mai fatto e ho sempre volutamente evitato di interrogarmi sul senso di una comunità alla quale appartengo da anni (le appartengo?), incomprensibile a chiunque altro io frequenti al di qua del monitor, così ad altrui incomprensibile da averci scritto anni fa un post particolarmente polemico, mirando dritto alla mia generazione e agli amici coi quali divido bottiglie di vino fin da quando nemmeno avevo la patente, così a fuoco che sono certo quegli stessi amici mai lo abbiano letto, pur essendo il post in assoluto più letto in sedici anni di questo blog.
Capiscono molto più Leonardo e Carola quando racconto loro di amici in ogni dove che fanno e sanno cose che io non so e non faccio, e pur sempre resto convinto, un po’ come Yeridiani, che almeno per quanto mi riguarda il confine del monitor contribuisca alla conservazione della mia comfort zone e al mio essere quel che sono, mi consenta di riappropriami ogni giorno della mia identità.
Ciò non toglie che talvolta poi io scavalchi il monitor. Con Stefano (e Federica) lo avevo scavalcato, naturalmente un po’ trascinato a farlo.
E alla fine è tutto lì.

Stefano era un viaggiatore, più di me, di quelli che ho sempre invidiato un po’. Ci siamo conosciuti nel momento in cui io volavo di meno e lui di più, ci siamo raccontati i nostri voli e i nostri figli hanno giocato insieme sul tappeto di casa. Ci siamo frequentati poco. Io frequento poco tutti, a volte forse troppo poco, a volte quasi per nulla, ma Stefano istintivamente mi piaceva molto. Quelle cose che ti annusi e il resto va un po’ da sé, o forse te lo immagini e basta.
Ho sempre invidiato soprattutto il suo avatar.
Vorrei dirgli che le foto con l’elmetto sono un po’ ispirate a lui, ma è tardi.

Il mese prossimo dovrei tornare nuovamente negli Stati Uniti, volare in New Mexico, poi andare direttamente in Brasile e poi ritornare ancora in Texas dal Brasile. Poi voglio stare a casa un po', che ho cinquantaquattro anni, ho delle cose e una vita a casa di cui occuparmi, e non voglio più partire da solo.
Dice che i blog sono tornati di moda. Per febbraio sono già a posto.
Da qualche tempo non riesco più a governare i capelli e mi appaiono sempre più bianchi, o forse sono io che mi sembro sempre più stanco.

compleanno20192
TAG: Houston, Texas, compleanno
06.07 del 21 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   
21 USA chapter 6th, section 3: Houston, anzi no
OTT Travel Log: USA for business
[una settimana fa, circa]

La limousine coi finestrini scuri mi sta portando in hotel e la skyline illuminata di Houston sfila rapida davanti al finestrino, mentre percorriamo un labirinto infinito di svincoli autostradali come quelli di Starsky & Hutch, o di Chips, o di Heat, che però sono ambientati tutti a Los Angeles, o di Walker Texas ranger, suppongo, ma non l’ho mai visto, e però questa è l’America delle highway a dodici corsie dentro le metropoli e dei grattacieli di cristallo e acciaio, e la limpida notte texana mi accoglie per la mia ultima notte a stelle e strisce.
Sto viaggiando verso Sugar Land, la mia terza tappa di questo viaggio rocambolesco fra le metropoli e il countryside degli States, a circa un’ora di autostrada dall’aeroporto, e purtroppo questa vista dal finestrino sarà l’unica immagine di Houston che porterò a casa, e mi dispiace da morire, mi dispiace sempre quando transito di corsa in posti che non ho mai visitato e non ho il tempo di fermarmi per dare nemmeno una rapidissima occhiata.
Sono riuscito a trascorrere almeno una giornata piena a Cleveland, ho anche messo piede al volo a downtown Philadelphia, ma con Houston no, non ce la farò proprio.
Non importa, so già che tornerò, probabilmente a breve fra l’altro, ché mi sono lasciato indietro anche Pittsburgh: era in programma, ma proprio non ci stava, Lamerica è grande, maledettamente grande, per quanto mi appaia tutta uguale

Sono in Texas e un po’ alla volta la mia lista di bandierine in America si allunga, nonostante continui a mancarmi il grande viaggio. Mi viene voglia come sempre di fare ordine, di vederla la mia America, raffigurarla, mettere insieme i miei sei viaggi, così punto gli spilli sulla mappa, ed eccola qui:

USAMap

Con la consueta pignoleria distinguo gli stop over del 2018 a Minneapolis e a Los Angeles, brevissime soste che non mi hanno permesso nemmeno di uscire dall’aeroporto, e dunque non valgono, dalle città che ho visitato o almeno attraversato rapidamente, come Houston: due volte New York, nel ’91 e quest’anno, Chicago per lavoro nel ’97, la giornata ad Atlanta nel 2011 arrivando dalle Hawaii, e poi la bella vacanza a Boston del 2014, e ancora Seattle a marzo di quest’anno, e le tappe di questo viaggio a Cleveland e Philadelphia.
La mia America inizia a colorarsi un po’ alla volta e un po’ la conosco, ormai, l’America.

E poi è già ora di tornare a casa: a Sugar Land mi fermo giusto il tempo di un paio di riunioni e il pomeriggio dopo sono già in aeroporto, pronto per la mia dodicesima traversata atlantica, il quarantaduesimo volo intercontinentale, e all’improvviso mi sembrano numeri troppo piccoli rispetto a quelli di un viaggiatore vero. Sono sempre un principiante, nonostante le tessere Privilege, le centinaia di migliaia di miglia, i miei trolley consumati, l’indifferenza che ostento e la posa che mi do mentre percorro il finger collegato all’aereo, diretto al mio posto in business class, nascondendo i brividi che sempre, sempre, sempre mi attraversano la schiena ogni volta che mi stacco dal suolo e volo verso la prossima meta.
Indosso una camicia bianca e la giacca blu, che consegno alla hostess mentre mi offre un calice di champagne, e mi scappa da ridere: non posso ingannare me stesso, anche se dentro al fedele trolley non ho le solite t-shirt.

Ma approfitto dell'occasione e recito la parte che a questo giro mi compete: reclino il sedile del mio privilegiato posto singolo fino alla posizione orizzontale, indosso le cuffie che cancellano il rumore e chiudo gli occhi per questa notte a diecimila metri che nonostante tutto non dormirò comunque, come sempre, ché mentre nell'aereo si fa buio e voliamo a oriente verso l'alba io cerco di fermare per sempre ogni istante del mio viaggio.

UsABusiness23
Atterrando a Houston, TX
USABusiness24
Sugar Land from my hotel window, TX
USABusiness25
Houston dal finestrino, TX
TAG: USA, houston
01.23 del 21 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   


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