Orizzontintorno Carlo Paschetto
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25 Sud
MAR Travel Log: Business Trips 2019
Delcio parla italiano piuttosto bene, o forse dovrei dire un italo-portoghese infiltrato qua e là da qualche termine spagnolo, con una irresistibile cadenza brasiliana che sembra quasi recitata apposta per il collega italiano in visita a Sorocaba, che poi sarei io. Il collega intendo, non Sorocaba, che è una cittadina di seicentomila abitanti a un paio d'ore da San Paolo, se non piove e se non è venerdì, perché altrimenti le ore sono quattro nonostante l'autostrada a sei corsie per senso di marcia.
Venerdì cade una sola volta alla settimana, ma in compenso al tropico piove ogni stramaledetto pomeriggio alle cinque in punto, palo de agua (*), puoi regolarci l'orologio. Possono esserci trentacinque gradi e sole tutto il giorno, ma alle cinque palo de agua.
E quattro ore per andare a San Paolo.
Io comunque a San Paolo devo tornarci sabato alle due del pomeriggio: c'è il sole e impiego un paio d'ore.

Il tropico attraversa l'autostrada fra Sorocaba, dove ho l'ufficio, e Itu, dove si trova il mio hotel. Delcio abita a Salto, a una decina di chilometri da Itu, così il sabato Delcio mi porta a spasso per Itu e per Salto.
In centro a Salto c'è un disabile senza braccia, che dipinge tenendo il pennello con la bocca. Mi dice Delcio che fa bellissimi quadri, nonostante sia un povero deficiente.
Sono perplesso e ci rimango un po' male. Mi chiedo cosa mai avrà fatto quel povero cristo per prendersi del deficiente da Delcio e per la verità sono anche un po' in imbarazzo, così abbozzo e passo oltre.
Cinque minuti dopo l'illuminazione: ha ragione, è un deficiente accidenti, o perlomeno lo è in italo-portoghese.
Devo allontanarmi un attimo con una scusa perché non riesco a trattenermi dal ridere e a dirla tutta mi vergogno ancora di più perché rido dell'equivoco come un quindicenne che ha fatto una battuta scema e l'accento brasiliano che mi perseguita da giorni la rende perdipiù irresistibile, e non ho però il coraggio di spiegare a Delcio che nell'italiano di tutti i giorni deficiente significa un'altra cosa. Spero che non venga mai in Italia a dare a qualcuno del deficiente e soprattutto spero che non legga questo blog, e che se dovesse mai farlo mi perdoni perché non gliel'ho detto e sorrido ancora a pensarci.

Fra i colleghi che in questi mesi di zingarate per tutto il pianeta ho trasformato loro malgrado in occasionali guide turistiche personali, Delcio è senza dubbio quello con cui sono maggiormente a mio agio e in sintonia. Sarà che alla fine siamo entrambi latini e non c'è nulla da fare, non c'è l'imprescindibile barriera culturale che mi separa dal Giappone di Ryo, dalla Cina di Meg o dall'India yankee di Bobby.
Una sera Delcio mi porta a cena in un ristorante tedesco in centro a Itu e mi suggerisce di iniziare con una caipirinha, avvertendomi che è piuttosto forte. Penso alle caipirinha dei navigli di Milano e mi dico "che sarà mai", mentre tracanno un bicchiere di cachaca gelata locale con due fettine di lime.
Alle tre del mattino mi sveglio, vestito, steso a faccia in giù sul letto dell'hotel e non sono certissimo di ricordare come ci sono arrivato. Affronto la prima riunione del mattino seguente con tre tazze di caffè americano sullo stomaco e un Optalidon.
Comunque buona era buona, eh, davvero accidenti.

Conosco la moglie di Delcio, che mi abbraccia come un fratello e si unisce a noi per pranzo. Mi portano da Spanizzi, in centro a Itu, perché vogliono il mio parere su quello che pare essere il migliore ristorante italiano della regione.
Il menù è invitante: voglio stare sul tradizionale per poter dare una valutazione il più oggettiva possibile e ordino spaghetti all'aglio, olio e peperoncino. La signora Spanizzi mi rimbalza l'ordinazione perché, dice, gli spaghetti non sono artigianali e lei ci tiene a farmi provare la "vera" cucina italiana in Brasile.
Mi ero preparato la scelta di riserva e decido dunque di sfidarla sul terreno ben più più difficile della mia terra, sul quale non posso essere morbido, né fare eventuali concessioni: ordino trofie al pesto.
Niente, mi rimbalza ancora, la pasta non è artigianale. Mi suggerisce le tagliatelle panna, funghi e avocado, perché le tagliatelle le fa lei in persona.
Cerco di spiegarle che in Italia non è che mangiamo pasta artigianale tutti i giorni e che io voglio i miei spaghetti all'aglio e olio, o in alternativa le trofie al pesto, e soprattutto che le tagliatelle panna, funghi e avocado in Italia non esistono, e noi siamo qui per la sfida del secolo.
La signora mi si irrigidisce e si offende anche un po', il dibattito si accende, Delcio e moglie ridono e mi sa che sono in trappola.
Negoziamo le tagliatelle, artigianali, col pomodoro fresco, anche se la signora non è affatto contenta e annota la scelta sul taccuino bofonchiando qualcosa fra sé e sé un po' piccata.
Alla fine la cottura è discreta. Voto 7/10. La Spazzini mi ringrazia e mi abbraccia, ma dice che la prossima volta devo provare le sue tagliatelle ai funghi e avocado.

Anche il vino era buono. Fuori ci sono trentacinque gradi e la giornata davanti a me è ancora lunghissima.
Per fortuna a San Paolo mi porta un autista e al resto penserà l'equipaggio di Alitalia.

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Rio Tietê, Salto

(*) Questa la capiamo solo fra noi, vecchi lettori di Mister No.
TAG: Brasile, itu, salto, sorocaba
10.43 del 25 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
10 Aitutaki cronicles /2
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Tre giorni fa è arrivata una barca dall’Ecuador, che come immaginate non è esattamente dietro l’angolo. Una barca piccola e anonima. Ufficialmente è qui per fare pesca d’altura.
La polizia di Aitutaki (chiedo: cosa diavolo fa la polizia in un posto come Aitutaki? Fa questo e ha anche un penitenziario con un paio di celle) vuole vederci chiaro.
Così sale a bordo della barca ecuadoreña.

A bordo non c’e traccia di attrezzatura da pesca. Nulla. Non solo, sembra non essere nemmeno equipaggiata a sufficienza per una traversata del genere, considerato che gli unici punti di appoggio da qua all’Ecuador sono le Galapagos e Tahiti, e parliamo di migliaia e migliaia di chilometri.
Così la polizia di Aitutaki chiede aiuto a quella di Rarotonga che manda qui un investigatore. Intanto fermano l’equipaggio a titolo preventivo e poi contattano anche le autorità australiane.

Insomma, mi dice il fratello del mio padrone di casa (e niente, qui son tutti parenti) che la polizia sospetta che la pesca d'altura nasconda in realtà un traffico di droga dal Sudamerica all’Australia, che utilizza gli atolli delle Cook come basi di rifornimento e scambio.
Hai capito, giallo internazionale ad Aitutaki!

La conseguenza principale di questa faccenda, comunque, è che Puna - che incidentalmente è cugino del mio padrone di casa e che a sua volta è stato ministro dell’agricoltura (qui son tutti parenti, eccetera) - è incazzato nero perché gli ecuadoreñi hanno ormeggiato al suo solito posto e poiché la loro barca è sotto sequestro lui è costretto ad attraccare altrove, cioè un metro più in là.

Che poi, mi chiedo io: ma a che è ti servito fare il ministro se non riesci nemmeno a garantirti un parcheggio a vita.

RTW2018-36
La barca di Puna
TAG: aitutaki, cook
04.30 del 10 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
09 Aitutaki cronicles /1
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Ora, che posso dire io di Aitutaki? È così estrema, sotto ogni punto di vista, che non riesco nemmeno a fare ordine nei miei pensieri in proposito.
Questa mattina, di nuovo a Rarotonga dopo un paio di notti passate laggiù, stavo facendo colazione con una compagnia di neozelandesi e una signora mi ha detto “It’s the perfect postcard and that’s all about Aitutaki. There’s nothing else”.
Ecco, lo ha detto lei in due parole.

Se io non fossi quello dell’Everest, se non fossi un amante della montagna e del freddo (ma dopo anni che inseguo isole in giro per il mondo a caccia del buen retiro perfetto posso ancora sostenere questa parte?) - dicevo, se io non fossi questo, almeno finché me lo credo e lo racconto, direi che probabilmente Aitutaki è semplicemente il posto più bello che abbia mai visto in vita mia. Uso il termine bello, così riduttivo nel descrivere quello che è Aitutaki, perché qualunque altro aggettivo esagerato mi appare inadeguato e inopportuno.
Estrema, appunto. In ogni sua declinazione.

Io non ci vivrei ad Aitutaki, no. A proposito della questione di cui raccontavo, delle isole con la montagna, ha un bel dire Roberta che anche ad Aitutaki la montagna c’è. C’è una collina alta sì e no cento metri, sufficiente certo a metterti al riparo da uno tsunami, ma di certo non ci sopravvivi a lungo in caso di necessità.

Aitutaki è tutta lì: una striscia di corallo e palme di cinque o sei chilometri di lunghezza, larga un paio, piatta, sparata in mezzo al vuoto dell’Oceano Pacifico, a cinquanta minuti di volo da Rarotonga.
L’isola delimita uno dei lati di una laguna triangolare dipinta di blu, verde e turchese ampia qualche chilometro quadrato, il cui fondale, profondo al massimo una ventina di metri, è di un bianco abbacinante punteggiato qua e là da banchi di corallo affiorante, pericolosi in caso di navigazione disattenta, attorno ai quali nuotano milioni di pesci da documentario di tutti i colori e dimensioni, alcuni anche parecchio grandi. Non ci sono squali: per qualche motivo che nemmeno Puna, il mio capitano che mi porta in giro per la laguna è in grado di spiegare, gli squali non attraversano i passaggi nella barriera corallina che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano aperto e se lo fanno ritornano subito indietro.

La laguna è sufficientemente grande, quando ci sei in mezzo, da farti appena vedere in lontananza la terraferma - se possiamo chiamarla così - e trasmetterti un senso assurdo di agorafobia e ansia, soprattutto se stai nuotando e la tua visuale è quella dal pelo dell’acqua.
Hai presente il film Deep water? Perché a un certo punto io mi sono sentito così.

È successo che Puna ha fermato la sua barca in mezzo a un punto qualunque della laguna e si è ancorato a un fondale di corallo piatto profondo circa un metro e mezzo. Sono sceso dalla barca e toccavo, con l’acqua sotto le spalle. Intorno il nulla. Blu, turchese, verde e questo fondale bianco per chilometri e chilometri attorno a me. Un paio di motu lontani all’orizzonte, i famosi banchi di sabbia coi ciuffi di palme, tipici degli atolli, che punteggiano i bordi delle lagune coralline. Niente altro. Ho infilato la maschera e mi sono allontanato di qualche bracciata, verso acque un po’ più profonde, all’inseguimento di un enorme branco di pesci. Con qualche ansia, ché non è proprio questo il mio ambiente, per quanto io sia un buon nuotatore.

Alzo la testa e vedo Puna che ha messo in moto la barca e si sta allontanando. Faccio a tempo a cogliere qualcosa del tipo che sta andando a cercare un posto migliore per ancorarsi. Si allontana lentamente, ma inesorabilmente, o almeno questa è la mia percezione dal pelo dell’acqua e io non sono affatto sicuro di aver capito esattamente cosa mi ha detto con quell’accento bastardo parente del neozelandese: dove cazzo sta andando?
Sarà forse qualche centinaio di metri, ma quanto basta perché mi assalga un’angoscia indescrivibile, anche perché dalla mia visuale non riesco a valutare bene né la distanza, né se si sia fermato o sia ancora in moto, né in generale riesco ad orientarmi. L’isola è a chilometri da me, questo è certo.
Inizio a provare a seguirlo ad ampie bracciate, cercando di rimanere calmo e di controllare la respirazione. Mi viene in mente che se mi prende un attacco di panico è troppo lontano per sentirmi e ormai non tocco nemmeno più da un pezzo. Nuoto, nuoto, nuoto, in mezzo a questo festival incredibile di pesci, sforzandomi di rimanere tranquillo. Sono anni e anni che non mi faccio una nuotata così, nel Mediterraneo poi, figurati qua in mezzo.
No, non è il mio ambiente, per nulla.

Mi bastano una decina di minuti per raggiungerlo. Ma sono lunghissimi.
Questa è Aitutaki, per me.
Un luogo di una bellezza sconvolgente, ma irrazionale. Non è come essere nel mezzo del deserto, perché nel deserto hai attorno terraferma all’infinito. Qui è acqua. È la stessa sensazione di vuoto e infinito del deserto senza avere i piedi, di fatto, per terra.
Nemmeno quando sei su un motu, o su un banco di sabbia affiorante in mezzo al nulla. Sono sceso su uno che sarà stato circa cento metri di lunghezza per trenta di larghezza. Solo sabbia. Sabbia piatta, compatta, corallina, affiorante dalla laguna. Null’altro, nemmeno una pianta. Qualche conchiglia, qualche pezzo di corallo, un granchio solitario. Sole a picco, sabbia abbagliante e acqua verde attorno.
Ho deciso di conquistarlo e dichiararne l’indipendenza. Terra mia. Magari un giorno si vedrà.

Aitutaki è meravigliosa arrivando in aereo - oddio, aereo: un coso a elica da una dozzina di posti, tenuto insieme con lo scotch, che ogni volta che sbatte contro una nuvola trema come avesse centrato un muro.
È meravigliosa quando navighi in mezzo alla laguna, senza un’anima attorno per chilometri e chilometri, cercando di non perdere di vista almeno una striscia di sabbia su cui poggiare i piedi. Ma come fanno i navigatori solitari, a pensarci? Io impazzirei.
Ad Aitutaki sono sbarcati Darwin e il capitano Bligh col Bounty diciassette giorni prima dell’ammutinamento.
Immagino di vederla coi loro occhi.

Ad Aitutaki, oggi, ci sono pochi ed esclusivissimi resort che costano un occhio, sufficientemente nascosti dalla poca vegetazione. Se poi capiti nell’isola in bassa stagione, come è il mio caso, non c’è davvero nessuno.
Non è un posto dove venire low budget se non hai fatto un po’ il pieno di spirito di adattamento, prima di atterrare: non potendo permettermi alternative più costose sono stato ospite di un autoctono che mi ha introdotto alla vita quotidiana di Aitutaki, ma ho dovuto fare i conti con l’acqua corrente pompata dai serbatoi domestici, l’isolamento quasi assoluto e una discreta fauna diurna e notturna a farmi compagnia, che nemmeno Noè.
Con galli e galline, maiali, capre e gatti nessun problema, per il resto grande uso di repellente e bombole di jungle formula contro zanzariere e fessure delle porte da cui, di notte, passava di tutto.
Notti difficili, caldissime e umide, senza nemmeno un ventilatore, popolate da sconosciuti oggetti striscianti e volanti che a un certo punto decidi di non voler sapere e basta.
Che poi, come cazzo ci sono arrivati, loro, fin qui?

Hai presente andare in giro di notte per Aitutaki - notte: sono solo le otto di sera, ma è buio pesto ovunque, non c’è nessuno in giro e in tutta l’isola ci saranno tre lampioni.
Andare in giro di notte, dicevo: con uno scooter in pezzi il cui sterzo rimane bloccato a destra mentre cerchi di andare dritto, alla ricerca non dico di un ristorante - scusi, dove posso trovare un ristorante? Mi spiace, non ce ne sono, l’unico che c’è questo mese è chiuso - ma almeno di uno spaccio dove poter trovare qualcosa per sopravvivere un paio di serate.
Alla fine mi imbatto in un mini market, dove riesco a comprare un paio di bottiglie d’acqua e due birre, delle arance, un paio di banane, dei biscotti al cioccolato, una scatoletta di tonno e un pezzo di formaggio.
Dall’altra parte della strada, avvolto dall’oscurità totale, un baracchino illuminato da una luce al neon. Chiedo se hanno qualcosa da mangiare. La tipa mi risponde, sorridendo, “tutto quello che desideri”.
L’unica cosa che non desidero, perché non mangio quasi altro da giorni e ho mangiato la stessa cosa a pranzo da un baracchino analogo, è anche l’unica che hanno: hamburger.

Mentre mi riaccompagna all’aeroporto Roro - Dr. Roro, come lo chiamano tutti - mi dice che lui è il pastore dell’isola. Mi chiede se so cosa è un pastore. Ci risiamo con l’evangelizzazione. Del resto anche Puna, ieri, mi ha fatto pregare prima di pranzare.
Mi dice che gli piace fare il pastore, perché così deve solo scrivere i sermoni e per il resto può dormire e non fare nulla.
Prima, mi dice, era in politica ed è stato ministro dell’agricoltura, ma era troppo faticoso. Prima ancora faceva il manager in una società di consulenza in Nuova Zelanda.
Lo osservo per un attimo: mi pare la cosa più incredibile del mondo. Potrebbe avere cinquanta o cento anni, boh. Indossa una camicia ridotta a brandelli, un paio di bermuda che hanno visto sicuramente il capitano Bligh, le infradito e guida una Nissan senza finestrini e con due portiere sfondate il cui contachilometri segna una cifra sopra i trecentomila chilometri che immagino non abbia fatto tutti qui.
Mi dice per quale società lavorava. Gli dico che ho lavorato per la stessa società, nello stesso periodo. Ci raccontiamo tutte le traversie di quella azienda che anni fa entrambi abbiamo abbandonato, lui per finire a fare il pastore ad Aitutaki, io per finire a combattere con i suoi insetti e il suo impianto di acqua corrente.
Scoppiamo a ridere insieme. Fine della storia.

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La mia casa ad Aitutaki
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TAG: aitutaki, cook, pacifico, oceano, Polinesia
18.14 del 09 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
25 Lost (#comingsoon)
GEN Progetti
"Expect a remarkable number of chickens to cross the road. It is hard to understand why they do this, but they do. Dogs, walkers, children, and coconuts provide other obstacles on the roads that keep driving interesting."
[Wikitravel, Rarotonga]

Rarotonga
Rarotonga
Aitutaki
Aitutaki
TAG: rarotonga, aitutaki, cook, rtw2018
11.51 del 25 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
   
08 Me and the devil, comunque, è stupenda
MAR Viaggi fra le note, Mumble mumble
Ho scoperto Gil Scott-Heron e, volendo ascoltare qualcosa prima di decidere cosa comprare o meno della sua produzione, ho approfittato della mia recente registrazione a Spotify. Il che mi dà lo spunto per qualche riflessione sul mercato della musica in generale: nulla di nuovo sotto al sole e su cui non sia stato già scritto a fiumi, sia chiaro (anzi, arrivo ultimissimo sul tema), ma così, tanto per spendere due parole sul blog di sabato mattina, prima di preparare il trolley per la prossima partenza alla volta degli States. Sono più che altro pensieri non ordinati che mi appunto così.

Al lancio di Spotify non ero stato particolarmente interessato per una semplice ragione: le cose che mi piacciono voglio possederle. Vale per i libri, ad esempio, vale per la musica. So benissimo che ormai posso ascoltare una qualunque canzone che amo semplicemente cercandola su YouTube, ma se un brano mi piace voglio avere il disco. Una volta volevo il vinile, poi ho voluto il CD, adesso voglio possedere la traccia digitale. Di conseguenza, sono spinto a comprarla.

Sono sempre stato un collezionista nerd. Colleziono maniacalmente parecchie cose. Tralasciando i classici francobolli da ragazzino, figurine, lattine di birra, pacchetti di sigarette, trenini, sa dio che altro con cui per anni ho tormentato i miei genitori, da adulto ho conservato e continuato altri filoni più o meno disparati: dalle collane di fumetti agli skipass, dalle carte d'imbarco dei miei voli aerei (e qui il digitale mi sta ormai fregando), alle bottigliette con la sabbia dei deserti che ho attraversato. E ancora, mappe e cartine geografiche, sassi e conchiglie raccolti in ognidove, maschere africane, monete e banconote di tutti i Paesi nel mondo che ho visitato, le paia di sci utilizzate nel corso della mia vita, alcune collezioni di riviste, bicchieri di cristallo antichi e non, decine di migliaia di diapositive di oltre vent'anni di viaggi regolarmente classificate e sistemate negli appositi raccoglitori, tappeti orientali, che altro?
Ogni mio trasloco, per dire, si porta via almeno un centinaio di scatoloni di cianfrusaglie.

La musica non fa differenza, anzi: ho tutti i miei vinili d'annata (qualche centinaio), idem per i cd. Nel corso degli anni ho convertito tutta la mia discografia in digitale, con pazienza, bootleg e rarità compresi: parliamo di qualche migliaio di album, tutti rigorosamente e maniacalmente catalogati dentro iTunes, tag e copertine religiosamente sistemati.
Se un disco mi piace, lo compro, o meglio: oggi lo scarico dallo store di iTunes. Devo averlo, non mi basta andare su internet per ascoltarlo quando ho voglia e nemmeno mi piace particolarmente scaricarlo illegalmente. In qualche modo, l'acquisto dà una sorta di ufficialità al pezzo in collezione, come era una volta comprare il vinile.
Magari, una volta acquistato l'album che mi interessa, non lo ascolterò mai più, perso fra le decine di migliaia di altre tracce della mia collezione, ma l'importante è che sia in archivio.
Un classico: degli autori che amo ho le discografie complete, vado a caccia delle rarità, inseguo qualunque produzione collaterale. Ma, per esempio, degli oltre cento album dei Pink Floyd che ho in catalogo in questi anni avrò ascoltato sì e no il venti per cento.

Torno al punto: Scott-Heron e Spotify. Del primo mi sono innamorato subito: ero al cineforum a vedere Quando meno te l'aspetti, un film francese, trascinato dalle bellissime musiche della colonna sonora. Così, approfittando del fatto di essere da solo senza gente attorno a me, ho estratto l'iPhone e lanciato Shazam per scoprire di cosa si trattasse: Me and the devil, un brano di Gil Scott-Heron, artista di cui fino a quel momento non avevo mai sentito parlare.
A casa scopro che ha prodotto un sacco di album e mi metto a scorrere lo store di iTunes per ascoltarne qualche estratto. Quel che sento mi piace molto ma, come sempre avviene in questi casi, che fare poi? Compro un album a caso? Li compro tutti approfittando dei soliti prezzi di iTunes e con cinquanta euro mi tiro giù la discografia completa? Acquisto solo qualche traccia e violento la mia natura di collezionista nerd, consapevole del fatto che potenzialmente l'ottanta per cento della sua produzione potrebbe anche non piacermi affatto, o stufarmi presto?

Così ho approfittato della recentissima e ancora inutilizzata registrazione a Spotify, cogliendo l'occasione per provare un po' il servizio e lanciando in modalità random gli album completi di Scott-Heron.

Ora, detto che è un artista straordinario e che l'ho amato da subito almeno tanto quanto amo Tom Waits, la domanda che mi sono immediatamente posto è stata: ma a questo punto che differenza passa fra lo scaricarmi gli album dallo store di iTunes, o ascoltarmeli direttamente su Spotify? Perché, alla fin fine, anche dal punto di vista del collezionismo, averli nella playlist di Spotify o nella libreria di iTunes poco cambia. Anzi, non cambia in verità nulla. Sempre sul mio iPhone, sul mio iPad e sul mio Mac, sono. Accessibili uguali. Allo stesso tempo. Con la medesima modalità.
È come tenere il vinile negli armadietti sotto al televisore e i cd in libreria.
E dunque, se nulla cambia, perché spendere soldi sull'iTunes store e non fare un abbonamento minimo a Spotify? Anzi: siccome tutto sommato non me ne frega nulla di quel poco di pubblicità e limitazioni alle funzionalità che Spotify offre con la versione gratuita, perché spendere dei soldi per ascoltare Gil Scott-Heron, quando posso farlo gratis quando voglio, con le stesse medesime modalità e la stessa qualità, utilizzando gli stessi strumenti, potendo ordinarne e classificarne le tracce secondo una perfetta logica da collezionista, rimanendo pure all'interno di un servizio legale, dunque senza approfittare di alcuna forma di pirateria?

Così mi sono chiesto, alla fine, dal mio punto di vista di consumatore di musica, quale sia la differenza fra lo scaricare gratis da internet un mp3 piratato o fruire della stessa canzone via Spotify in modalità egualmente gratuita.
So benissimo, in realtà, che la domanda è completamente malposta. Tuttavia all'improvviso mi sembra che un servizio come Spotify introduca una sorta di potenziale nuova bomba atomica sul mercato della musica e, in generale, dei contenuti e del diritto d'autore.

Anche perché, la vera domanda, non è tanto quella precedente, ma piuttosto quale sia, dal punto di vista del consumatore legale di musica, la differenza di risultato fra l'acquistare un album sullo store di iTunes per poterlo ascoltare sul proprio smartphone piuttosto che ascoltare quello stesso album gratuitamente via Spotify, sul medesimo smartphone, con la stessa qualità e avendone la stessa disponibilità.

Forse sono semplicemente pleonastico ed è questo sabato un po' onirico.
TAG: gil scott heron, collezionismo, musica, spotify, itunes
18.00 del 08 Marzo 2014 | Commenti (0) 
   
18 Del perché non possiamo farcela
FEB Mal di fegato, Politica
Perché, fra milioni di altre cose, le istituzioni comunicano ufficialmente con noi attraverso i social network, immagino nel goffo tentativo di apparire innovative e al passo coi tempi, senza peraltro avere né la più pallida idea di cosa sia effettivamente un social network, né di come funzioni, né di quali logiche lo governino, né di quale sia il target di riferimento dei messaggi, eccetera.

Tweet

Quelle stesse istituzioni, peraltro, che da anni governano contro la Rete e la banda larga.
Quelle stesse istituzioni per le quali di norma Internet = pedofilia, bullismo, pirateria, traffici illeciti, eccetera, e dunque va combattuta, o perlomeno è necessario ostacolarne la diffusione legiferando possibilmente a cazzo, senza mettere in campo alcuna competenza, burocratizzando tutto il burocratizzabile e tassando in modo del tutto improprio l'industria del digitale ogni qualvolta se ne presenti (ma anche no) l'occasione.
Quelle stesse istituzioni, ad esempio, che penalizzano la diffusione dell'editoria digitale discriminandola rispetto a quella cartacea. E qui mi fermo, ché non ho tempo, né (più) voglia di andare a fondo alla questione.
Però tuittano. E così assolvono, secondo loro, al proprio ruolo istituzionale.

E poi.

Non possiamo farcela perché un commerciante qualunque ritiene normale far stampare sui propri scontrini fiscali "viva la figa", senza nemmeno rendersi conto che non è spiritoso, ma un cretino. Né peraltro arriva a pensare, ad esempio, che magari io quello scontrino dovrei metterlo in una nota spese aziendale e non fa ridere, no. Né me, né l'azienda.
E d'altra parte tutto questo, evidentemente, per lo Stato è fiscalmente accettabile.

scontrino2

E infine.

Non possiamo farcela perché, per la gente che va a votare, tutto ciò è assolutamente normale. Anzi, è proprio innovativo, o figo.
Poi parliamo di vent'anni di Berlusconi, di Grillo & Casaleggio e (adesso) di pifferaio Renzi.
TAG: istituzioni, comunicazione, crisi
13.44 del 18 Febbraio 2014 | Commenti (0) 
   
13 Di Twitter e dintorni
OTT Web e tecnologia
Per quanto appartenente alla comunità dei perennemente e (potendo) ovunque connessi da prima ancora che internet fosse internet, da qualche tempo ci vado piano con le iscrizioni ai social network di qualunque natura. Un po' per non perdere il controllo della mia identità digitale, sempre più pubblica e sempre più destinata ad essere tanto incancellabile quanto consultabile dalle sorgenti più inimmaginabili; un po' per non adeguarmi inutilmente alle evidenti ridondanze e sovrapposizioni degli strumenti web di condivisione dei contenuti che ormai dilagano ognidove; un po' per focalizzare quegli stessi contenuti che voglio condividere, controllandone l'effetto dispersivo e il sempre maggior pericolo di looping nelle sincronizzazioni reciproche fra i vari account.

Di Twitter ho seguito fin dall'inizio l'evolversi della diffusione con poca convinzione, molte perplessità e un po' di normale curiosità geek. Non riuscivo a farmi un'opinione specifica in merito, né a chiarirmi a che potesse servire a me, in veste di titolare di un sito web con blog e feed annessi, dunque già condivisore di contenuti rispetto ad una comunità di persone, identificabile con i miei lettori, senza alcun obbligo per i medesimi di doversi registrare ad un servizio specifico per accedere, né limite architetturale imposto a monte.
Mi son comunque iscritto a Twitter un anno fa, con il semplice obiettivo di provare ad usarlo per un po' e vedere se mi catturava.
Dieci mesi ed oltre quattrocento cinguettii dopo, Twitter è ormai lo strumento che più accompagna le mie scorribande e al quale affido contenuti con maggior frequenza, al punto da essere la prima applicazione accessibile dal menù contestuale del mio smartphone.
Questa nuova versione del blog di Orizzontintorno è del resto stata in parte costruita proprio attorno all'integrazione con le API di Twitter.

Uso Twitter con un obiettivo specifico, che è poi quello evidente per cui è stato inizialmente concepito: il microblogging. Twitter è lo strumento perfetto per l'instant publishing del pensiero che ti attraversa la testa e che vale solo in quel momento. Del commento che affideresti al tuo compagno di viaggio, se non fosse che in auto sei dai solo. Della foto senza foto (per quanto, parlando di ridondanza dei social network, adesso sia possibile anche twittare immagini, ad esempio tramite il server di Twitgoo).
In viaggio Twitter è fantastico, è il realizzarsi ultimo della visione di Wim Wenders in Fino alla fine del mondo: viaggio, vedo, penso, catturo e condivido: parole e immagini, nell'istante esatto, nello spazio di 140 caratteri. Telegrafico, essenziale. Ti insegna ad essere estremamente sintetico e diretto, che è poi l'esercizio più difficile.
Càpita di buttar giù il testo di corsa, sforare del 300% con i caratteri e dover ridurre all'osso per poter inviare il messaggio, cercando di non alterare il significato né lo stato emotivo dietro il messaggio stesso.

Ho l'impressione che Twitter non sia amato proprio da chi ha un pessimo rapporto con la sintesi. Noto peraltro una continua migrazione locale ("locale" nel senso che credo sia un fenomeno limitato alla community italiana) di utenti Twitter verso FriendFeed, grazie alla possibilità di sincronizzare i contenuti dei due account. In particolare, mi sembra che sempre più utenti Twitter aprano un account FriendFeed ed utilizzino quest'ultimo come strumento di microblogging e discussione, ribaltandone poi i contenuti in automatico sull'account Twitter originale.
Naturalmente anche io ho un account su FriendFeed, che però uso in modo differente, credo anche in questo caso con uno spirito più prossimo a quello per cui è stato ideato. A Friendfeed affido la condivisione immediata di quanto trovo in Rete e che mi sembra possa essere interessante per la mia community di lettori. Si tratta dunque quasi sempre di semplici link, al massimo con qualche commento personale accessorio. In questo senso mi sta un po' cannibalizzando Delicious, al quale mi ero registrato tempo addietro con il medesimo scopo.
Oggi suddivido i contenuti perlopiù indirizzando su Delicious solo quei link che voglio in qualche modo taggare e conservare, a mo' di archivio e per eventuali future ricerche, mentre mando su Friendfeed tutto quel che mi pare di consumo esclusivamente immediato. Entrambi gli account sono aperti alla community e la replica è monodirezionale: quel che va su Delicious va anche su FriendFeed, ma non viceversa. Fra parentesi, convoglio su FriendFeed anche i post che condivido attraverso Google Reader, sul quale ho l'ennesimo account e che uso come feed reader standard.

A differenza di quanto osservo accadere nelle community di Twitter e FriendFeed, con l'avvio del nuovo sito di Orizzontintorno ho sganciato il legame fra i miei due account, in modo che non si alimentino più vicendevolmente e non diano luogo a ridondanze. Contemporaneamente, ho eliminato la replica incrociata fra i due social network ed i post del blog, cosicché quanto viene pubblicato su Orizzontintorno non venga a propria volta inutilmente ridondato. Adesso indirizzo a senso unico i contenuti di Twitter all'interno della cronologia del blog, conservandone dunque la natura intrinseca, e lascio quel che condivido su FriendFeed nella colonna di segnalazioni qua a lato. Mi sembra una ripartizione coerente dei contenuti.
Grazie a questa suddivisione posso dunque bloggare rapidamente via Twitter, lasciando perlopiù ai post veri e propri di Orizzontintorno argomenti tipicamente oggetto di approfondimento, che richiedono maggior tempo per essere sviluppati (come questo, ad esempio), decontestualizzati da un particolare istante temporale.
In viaggio, poi, Twitter fissa brevemente gli eventi nell'istante in cui accadono, il blog è il diario vero e proprio. Twitter è la Polaroid, il blog è la galleria fotografica post-prodotta. Mi sembra funzioni.

La migrazione d'uso, invece, che sta accadendo in Rete da Twitter a FriendFeed (attorno al quale, peraltro, si continua a vociferare di un ciclo di vita a breve termine) mi convince poco. Oggi accade che su FriendFeed fioriscano thread chilometrici in occasione di determinati eventi (ad esempio, durante il messaggio video di Fini sulla questione della casa a Montecarlo, o nel corso di trasmissioni televisive particolarmente al centro di polemiche), all'interno dei quali si dibatte in diretta dell'evento in sé, che poi è esattamente quello che accadeva ed accade tutt'ora con gli analoghi thread su Twitter, che su questa potenzialità è nato e si è diffuso.
A livello di interfaccia Twitter è un po' più spartano, e del resto è sempre stata la sua impronta caratteristica. I singoli tweet riferiti ai thread rimangono dispersi nel flusso informativo complessivo che scorre dentro alla propria schermata principale, a meno di non visulizzare direttamente i contenuti del solo #thread a scapito degli altri. FriendFeed aggrega un po' meglio i contenuti, consente di essere più prolissi, dà spazio ai commenti sul singolo post. Ma, appunto, mi pare un'altra cosa rispetto a Twitter: ho l'impressione che migrare da Twitter a FriendFeed solo per superare i limiti del primo sia un po' come passare dalla canoa alla vela perché in canoa non si sono le cuccette (è un paragone un po' contorto, ma non me ne vengono di migliori, così su due piedi).

Due parole anche su geolocalizzazione. Io sono registrato su Latitude, che è ovviamente attivo (quando voglio che lo sia) sul segnale del mio smartphone. La combinazione di Twitter con la geolocalizzazione su Latitude mi permette di fare del full-liveblogging quando sono in viaggio. Di più, integrando Twitter con Twitgoo posso anche postare immagini, taggarle, georeferenziarle e commentarle in tempo reale. Per le ragioni esposte all'inizio ed (anche) per quest'ultimo motivo non sono registrato ad esempio su Foursquare: nel mio caso sarebbe solo l'ennesima frammentazione della mia identità digitale, per usufruire di un servizio con qualche accessorio in più rispetto agli obiettivi che mi pongo nell'aprire l'accesso alla mia geolocalizzazione (e peraltro son già profilato anche su TripIt).

Da Facebook continuo invece a tenermi ben alla larga, per tutta una serie di ragioni legate a quanto talvolta condivido via FriendFeed, per le note questioni sulla esplicita allegra open-policy di Facebook relativamente alla condivisione dei contenuti e dei dati personali, e non ultimo per l'inutilità generale di possedere un profilo su FB avendo già da anni un intero sito personale ben indicizzato.
Verso FB, peraltro, son prevenuto da sempre: mi sembra, probabilmente senza ragione alcuna, un prodotto di per sé assimilabile ai viaggi a Sharm tutto compreso. Perfetto per l'uso di massa del web e per far saltare il digital divide a gran parte dell'umanità che di internet non ha in realtà la benché minima ragionevole cognizione, o che ne ha una visione ancora ferma a dieci anni fa.
In fondo, Facebook nel 2010 altro non è che il telefonino nel 2000.
TAG: twitter, friendfeed, blog, google latitude, delicious, social network
00.02 del 13 Ottobre 2010 | Commenti (1) 
   


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