Orizzontintorno Carlo Paschetto
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29 UK calling
OTT Travel Log: Business Trips 2019, Amarcord
Al rientro da una cena di lavoro in un bel ristorante elegante di Chelsea, con la scusa di far due passi prima di andare a dormire, saluto i colleghi con cui ho condiviso il passaggio Uber fino all’hotel e mi incammino verso la sponda del Tamigi.
È una bella serata di fine ottobre, a Londra non fa molto freddo. Alzo il bavero della giacca, ché solo questa indosso sopra la camicia bianca d’ordinanza da businessman in transito nella City. Google Map mi dice che ci vuole una mezz’oretta a piedi per il Tower Bridge, così mi avvio attraverso le strette vie buie del Southbank, qua e là intervallate da qualche nuovo locale alla moda frequentato da giovani hipster londinesi mescolati a turisti russi, cinesi, giapponesi ed emigranti italiani che a Londra lavorano, vivono, scappano.
Ho sentito parlare più italiano in queste ultime ventiquattr’ore per le vie di Londra che in Piazza del Duomo a Milano.

Quattro anni fa, l’ultima volta che son stato a Londra, ero venuto con te a vedere gli Who ad Hyde Park per il cinquantenario. Era la tua prima volta sulle rive del Tamigi e davanti al Tower Bridge abbiamo una delle nostre foto più belle. L’avevamo scattata esattamente da questo punto, ma sulla sponda opposta.
Per questo mi sono incamminato fin qui stasera, per questo ci sono venuto da solo e per questo ho scelto di rimanere da questo lato, nel Southbank.
Scatto la stessa foto al Tower Bridge con la prospettiva ribaltata.
Poi chiedo a Google Map di guidarmi verso lo Shard, così passo a dargli un’occhiata da vicino, prima di riprendere la mia via verso l’hotel e andarmene a dormire. È quasi mezzanotte e adesso sì, fa freddo e domani devo svegliarmi presto, ché ho un meeting alle otto del mattino in uno dei grattacieli di cristallo che disegnano la skyline londinese del terzo millennio.

Nel pomeriggio, esauriti i miei impegni, mi incammino per le vie di Waterloo e raggiungo a piedi Westminster. Passo sotto il London Eye e no, nemmeno questa volta sono salito. Lo sai che mi fa paura.
Aspetto un Uber davanti a Downing Street come un primo ministro qualunque, ma non ho voglia di attraversare la strada e andare a rifare la solita stessa foto.
A Londra è impossibile non fare sempre le stesse foto.
Mi pare di averlo scritto anche allora. Poi magari vado a controllare.

London Euston è una brutta e anonima stazione. Osservo che una civiltà che può permettersi di annunciare sul tabellone elettronico che il treno per Glasgow inizierà l’imbarco “approximately 16:39”, peraltro quando non sono ancora le sedici, è una civiltà superiore.
L’imbarco inizia alle 16:39 e quattordici secondi, il che inequivocabilmente giustifica l’approximately e spiega meglio di qualsiasi altra metafora perché Shackleton non abbia mai rinunciato al tè delle cinque nemmeno mentre era alla deriva sulla banchisa antartica e perché a differenza degli americani gli inglesi abbiano davvero conquistato il mondo.
La Brexit, capirài.
Poi, anche gli inglesi telefonano sul treno, il che me li ricolloca purtroppo un po’ troppo approximately ai costumi del Belpaese e mi obbliga a riconoscere che l’educazione e la sobrietà sono giapponesi, quella inglese è più che altro supponenza aristocratica.

Tamworth è poco più di un villaggio a un’ora di campagna inglese, pecore e pioggia da Londra. A differenza della capitale - e del Giappone - i taxi qui accettano solo contanti ed è solo per un caso del destino che mi ritrovo nel portafogli una banconota da venti pounds con cui riesco fortuitamente a saldare il mio passaggio dalla stazione all’hotel.
Ad occhio è la prima volta quest’anno che uso contanti nelle trasferte di mezzo mondo, salvo giusto quando ti ho comprato il Ganesh nel negozietto di Panaji, in India.
E d’altra parte l’India l’han ben colonizzata gli inglesi.
Poi certo, l’Italia. Che vista da Tamworth, ti dirò, ma sai che.

Ho una camera in una fredda e molto British guest house, unica sistemazione dignitosa che abbia trovato “in centro”, chiamiamolo così. A guardarmi attorno, avrei potuto scegliere un qualunque Holiday Inn disperso fra le pecore nella campagna a mezz’ora da qui.
La proprietaria è però molto friendly, la birra nel pub annesso è buona e il ristorante è invero ottimo, compresa la soup of the day di patate, alla quale lipperlì mi ero fatto convincere a dare una chance con più di qualche perplessità, se non altro con l’obiettivo primario di scaldarmi. E invece, vedi come può sorprenderti Tamworth.
Comunque evitatela pure. Tamworth, intendo, non la zuppa di patate.

Fuori piove tutta la Gran Bretagna, fa abbastanza freddo e l’umidità inglese mi penetra diretta nella ossa. Faccio due passi al buio e mi ritrovo ad attraversare un cimitero nel mezzo di un parco cittadino. Mi bagno, non c’è un’anima in giro - salvo quelle inquiete qua attorno che verosimilmente non sono più terrene e non riescono a trovar pace.
Me ne sto lì sotto la pioggia a contemplare una brutta cattedrale gotica nera, chiusa, fradicia. Non c’è alcuna ragione per andare in giro a Tamworth, di notte e sotto la pioggia. Esco dalla mia trance e vado a rifugiarmi sotto al piumone della mia camera al Peel Aldergate hotel.
Ho voglia del mio letto. Ecco sì. Stasera mi mancano il mio letto in mansarda, il mio piumone, il mio libro.
Le sedici tu che mi tengono d’occhio dalla parete a sinistra e che nessuna di quelle sei più tu. Non so più come sei, adesso.
Non sei più nemmeno come eri due settimane fa.
Nemmeno io, del resto, che son rimasto metà.

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Random shots in Chelsea, London
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Business dinner in Chelsea
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Back in London, four year after
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My life in Tamworth
TAG: Londra, uk
23.13 del 29 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
06 (The Who and) London, 31 years later
LUG Spostamenti, Viaggi fra le note
E così l'ultimo weekend di giugno sono tornato a Londra, una vita - o forse anche sei o sette - dopo la mia prima ed unica volta fino ad oggi. Ci sono tornato per l'addio alle scene degli Who in occasione dei cinquant'anni di carriera.
Ho sempre bisogno di una ragione particolare per tornare nei posti dove sono già stato: è arrivata ed è stata davvero speciale. D'altra parte non esisteva non essere tornato a Londra per trent'anni e più.

Ora, questo dovrebbe dunque essere un post sull'ultimo concerto degli Who, ma forse mi viene anche un post su Londra, tanto che ci siamo. Che poi non è proprio vero che fosse l'ultimo loro concerto, perché il tour si concluderà negli Stati Uniti a dicembre, ma è stato certamente l'ultimo davanti al pubblico di casa.
Pete Townshend ha settant'anni e fa ancora il mulinello, ma non distrugge più le chitarre; Roger Daltrey ne ha settantuno, secondo me soffre di mal di schiena, è quasi immobile sulle gambe e non lancia più il microfono, ma ha ancora una voce eccezionale. Soprattutto dimostrano entrambi dieci anni di meno e tengono il palco come vecchi papà, davanti a un pubblico che, come sempre in queste occasioni, abbraccia perlopiù un paio di generazioni ormai andate.
Hyde Park era straordinariamente pieno di gente arrivata da ognidove, la birra scorreva a fiumi e si distinguevano parecchi post mods ultracinquantenni, perfettamente abbigliati e pettinati come fossimo stati nel 1965.
La scaletta poteva essere più entusiasmante e sono mancati grandissimi classici, da Magic bus a Summertime blues, da Substitute a Long live rock, ma le altre c'erano tutte: My generation, Pinball wizard, See me feel me, Baba O'Riley, Behind blue eyes, Love reign o'er me e naturalmente gran finale con Won't get fooled again.

Pensavo mi sarei commosso e avrei forse pianto tanto: mi sono sì commosso e credo sia scesa una lacrimuccia quando a decine di migliaia abbiamo cantato tutti insieme See me, feel me, ma la verità è che sebbene sia stato bellissimo esserci non è stato un concerto straordinario.
Il volume, innanzitutto: troppo basso e stiamo parlando degli Who, accidenti. Potevamo tranquillamente parlare fra di noi e sentivo la gente che cantava attorno a me più della musica dal vivo, nonostante fossimo tutto sommato nel primo terzo del grande prato di Hyde Park. Cosa mai sentivano quelli in fondo?
Poi, non si vedeva un tubo: trattandosi di un prato infinito, in mezzo a una folla sterminata, era già un miracolo riuscire a seguire il concerto sui mega schermi, ma il risultato è che pareva perlopiù di vederlo in tv che non di essere presenti ad uno spettacolo dal vivo, a meno delle ore trascorse in piedi, pigiati fra migliaia di persone, infradiciati dai bicchieri pieni di birra che venivano lanciati da quei buontemponi degli inglesi ubriachi.

Ecco, sai che c'è? Che non c'ho più l'età per 'ste cose. La verità è che sarei stato pronto anche a spendere centinaia di sterline per uno straccio di posto in tribunetta VIP, per godermi l'evento in pace, seduto, con una vista decente, arrivando all'ultimo momento, ma è stato impossibile trovare i biglietti. Passare invece sei ore in piedi, schiacciati fra cinquantenni ubriachi, per non vedere e non sentire quasi un cazzo, ecco, no: cheppalle.
E infine, siccome sono inglesi, alle 22:20 in punto giù le saracinesche come rigorosamente previsto dal programma ufficiale e tutti a casa ordinatamente fra file di poliziotti a cavallo: nemmeno un bis, niente. Solo la scaletta ufficiale e cinque minuti per i saluti finali e l'addio al pubblico. Mah.

Peccato insomma, avrebbe potuto essere indimenticabile, ma comunque noi c'eravamo: been there, done that.

Nota: Paul Weller, guest star per l'occasione, mi stava sul cazzo negli anni '80, mi sta sul cazzo ancora oggi. Però posso anche dire di aver visto Paul Weller dal vivo a Londra (che fra l'altro si sentiva meglio degli Who).

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The Who live at Hyde Park, London, 50th anniversary tour
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Paul Weller, guest star degli Who al British Summer Time festival

Poi, tanto che siamo qui: appunti su Londra. Siccome lei non c'era mai stata, abbiamo approfittato del sabato per tentare l'impossibile: tutta Londra in un giorno solo, ovvero perlomeno transitare davanti a tutti i must da cartolina, ché di entrare in un posto qualunque, fosse Westminster, la London Eye, men che meno il British, un sabato di fine giugno con poche ore a disposizione, era davvero improponibile, non fosse altro per il miliardo di turisti e le ore di coda ovunque. Ma quanta accidenti di gente c'è a Londra?

Trent'anni dopo, a Londra c'è una ruota che prima non c'era, c'è un grattacielo che prima non c'era e che gli sono mancate tre o quattro lastre di vetro per chiudergli la punta e forse gli piove dentro, gli autobus non son più quelli di una volta, i taxi non son più quelli di una volta (nel senso che li hanno colorati e appiccicato le pubblicità).
Poi: Londra costa una fucilata, tipo Oslo o Mosca, è troppo grande per riuscire a girarla in un giorno solo anche solo per fare le dieci foto da cartolina (soprattutto svegliandosi alle dieci del mattino), come ricordavo mi piace più di Parigi-via-al-flame (che però conosco molto meglio - Parigi, non il flame), gli inglesi sono sempre molto inglesi, a Londra c'è tutto ma se hai un attico a Paddington l'Esselunga ti rimane un po' fuori mano.
Fine di Londra.

Sebbene non avessi poi tutta questa voglia di scrivere questo post, le virgole sono dove devono essere.

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Londra
TAG: londra, the who, bst, hyde park
12.23 del 06 Luglio 2015 | Commenti (0) 
   
16 Coetanei
GIU Spostamenti, Segnalazioni, Viaggi fra le note
Ah, ma vi ho detto che fra pochi giorni sono a Londra per il concerto di addio degli Who, ad Hyde Park, in occasione del loro cinquantesimo anniversario? Che poi, guarda un po', cade nell'anno del mio cinquantesimo.
Cioè, una delle mie band mito che chiude cinquant'anni di carriera nell'anno dei miei cinquant'anni, con un concerto in centro a Londra. Non so se mi spiego.
Fra l'altro torno a Londra a distanza di trentuno anni dalla mia prima volta. Era ora di un bel refresh, no?

E niente, devo forse dirvi come mi sento con il countdown a -10?
See you there, stay tuned.

TheWho
TAG: The Who, British Summer Time, Londra, Hyde Park
17.24 del 16 Giugno 2015 | Commenti (0) 
   


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