Orizzontintorno Carlo Paschetto
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24 Back in New England
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Uscendo dalla Wells Fargo Arena di Philadelphia, dopo aver assistito alla partita dei Flyers, mi chiedo se valga la pena buttar giù un post sull’hockey analogo a quello che scrissi anni fa dopo aver visto i Boston Celtics, ché altrove ho detto che potrei rifare le stesse identiche considerazioni sull’America e lo sport, anche se riflettendoci a freddo ci sono alcune sostanziali differenze fra hockey e basket, la prima delle quali, sorprendentemente, è che a questo giro mi sono divertito, mentre l’NBA dal vivo mi aveva annoiato a morte (e ogni volta che lo scrivo mi rendo conto di quanto possa sembrare un’eresia per chi legge dall’altra parte del monitor).
Poi Theo mi spiega che l’hockey non è uno sport, è entertainment. [In America] Climbing, tennis, marathon, skiing, horse riding, swimming, sono sport. Hockey, basket, football e baseball sono entertainment, come il wrestling, ed è tutta un’altra cosa: innanzitutto perché sono fake.
Dice Theo che funziona come nell’antica Roma: “Power gives people bread and games”. Obietto che però i leoni se li mangiavano davvero i cristiani, non è che fosse tutto ‘sto fake, poi d’altra parte ripenso ai Boston Celtics e ai Philadelphia Flyers, e capisco il punto.

Theo vive nei Stati Uniti ormai da qualche anno e mi invita a cena (alle 17:45, e va bene che ho saltato pranzo) in un bel ristorante nel centro di Philadelphia, proprio dietro al municipio, azzerando così in un colpo la mia esperienza fino ad oggi in termini di pessima e indigeribile cucina americana. Tutto perfetto, dalla delicata zuppa di molluschi come antipasto, al filet mignon, leggerissimo, ai contorni e al vino rosso californiano.
Il conto è una fucilata, ci pago tre notti in hotel all’Hilton with complimentary breakfast (*). La sintesi è che in America la salute è una roba da ricchi, sia che tu voglia curarti, sia che tu voglia evitare di cibarti di spazzatura.
(*) Alla seconda settimana di fila negli Stati Uniti non solo infilo parole inglesi a caso nelle frasi, continuando peraltro a capire zero quando mi parlano, ma quel che è peggio è che inizio a pensare come gli americani e mi ritrovo al mattino, appena svegliato, a scostare le tende della camera e guardare la pioggia che cade mista a neve osservando fra me e me che ci saranno trentadue, forse trentatré gradi.

Downtonwn Philadelphia è insolitamente trafficata, insolitamente in termini americani intendo, sembra sempre di essere in centro a Milano in ora di punta. C’è pure gente che suona il clacson ai semafori.
Non se se l’ho già scritto ma, traffico a parte, mi ricorda Boston, anche se come direbbe Charles, il tassista Uber che mi porta alla Wells Fargo Arena per assistere all’incontro fra i Philadelphia Flyers e i Detroit Red Wings, Boston è la città dei Kennedy, sono tutti “kennedyani” - dice proprio così, kennedyans - hanno la puzza sotto al naso, e fa il gesto col dito, mentre a Philly la gente è più easy, meno snob, è la città dei padri fondatori e ci tiene a sottolineare che ha pagato molto al Paese in termini di vittime del nine-eleven. Poi certo, se sei di Philly sud non hai nulla a che fare con quelli di Philly nord, è proprio gente diversa, non parlano nemmeno con lo stesso accento. Non capisco chi detesti fra quelli di Philly sud e quelli di Philly nord, o se faccia solo dell’ironia.
Charles ha cinquantotto anni - we belong to the same generation, we’ve grown up with the same values and we understand each other, it does not matter if you are Italian and I am American - è orgogliosissimo della sua Jeep Renegade rossa, rossa perché lui era un pompiere e ha perso qualche amico il nine-eleven, ma soprattutto ama la sua moto, un monster da ottocento libbre che lui chiama The Beast, col quale tutti i weekend va in giro coi suoi amici bikers.
Charles è un biker dentro, ama la moto come filosofia di vita. Mi mostra le foto di The Beast - mentre guida, naturalmente - e mi spiega che da ragazzo, alla high school, i compagni lo odiavano perché rimorchiava un sacco con la sua moto di allora, mentre quei bulli perdevano tempo a fare sport, giocavano a football e mostravano i muscoli. A lui del football non è mai fregato nulla, le ragazze amavano il suo spirito indipendente e ribelle, e insomma finiva sempre a scazzottate con quelli del football, lui le prendeva, ma tanto poi gli portava via le ragazze.
Mi spiega che Boston non gli piace anche perché la carne costa cara, non puoi farti un hamburger o una T-bone come dio comanda senza spendere una fortuna. Una volta lui e i suoi amici bikers si sono fermati a Boston per una bistecca e il proprietario del locale li ha trattati male solo perché erano bikers, maledetti fottuti kennedyani, e quando gli ha portato il conto lui non voleva crederci.
Non ci tornerà mai più a Boston, Boston sucks, magari è solo la sua opinione per carità, ma proprio Boston no, ma se vai più a nord, seguendo la costa, ci sono dei posti meravigliosi dove puoi mangiare delle bistecche stupende.

Arriviamo davanti allo stadio e prima che io scenda mi chiede per chi tiferò. Non lo so, è la prima volta che vedo una partita di hockey, ma forse tiferò per i Flyers visto che sono a Philadelphia. Mi dice che è una buona scelta e che prima o poi vorrebbe venire in Italia, che gli piacciono le montagne e sogna di volare sopra le Alpi, e vuole sapere se si vedono le Alpi volando in Italia.
Gli rispondo che se arriva dal nord Europa si vedono, basta che sia una bella giornata e la cosa lo fa molto ridere.

Nel frattempo i giorni passano e imparo nuove cose sull’America nel corso di quella che sta diventando la mia permanenza più lunga fra gli yankees. Philadelphia è paralizzata per mezza giornata da una tempesta di neve annunciata da giorni, veniamo evacuati dall’ufficio all’ora di pranzo e spediti tutti a casa per prevenire i problemi di circolazione stradale, e così un mercoledì mi ritrovo nel mio hotel di Montgomeryville, Pennsylvania, a metà giornata, nulla da fare tranne macinare chilometri sul tapis roulant.
Montgomeryville, nella contea di Montgomery, è a circa un’ora da Philadelphia in condizioni normali di traffico, fra i cinquanta e i sessanta dollari con Uber. Studio su Wikipedia le divisioni amministrative americane, le contee, le township, i borough e i census-designated place, come Montgomeryville. Passo un’oretta sul sito della contea di Montgomery, tipo le ultime notizie sul sito del Comune di Arcore, e mi immergo sempre più nella mia vita a stelle e strisce.
La provincia americana del New England mi sta diventando familiare, un po’ come quella del Texas e dell’Ohio. Cambia il clima, cambiano le architetture, ma non lo spazio attorno e il senso di vuoto, l’impronta standard della cultura americana filtrata dai miei luoghi comuni che mi inseguono ovunque mi sposti in questo mio vagabondaggio per lavoro attraverso gli Stati Uniti. I centri commerciali, i Roadhouse, i concessionari di auto, le grandi strade a otto corsie, l’alienazione della provincia, la percezione degli universi paralleli e completamente disgiunti abitati dai bianchi, dai neri e dagli ispanici, il mio muovermi attraverso le differenti dimensioni come un pesce fuor d’acqua, il mio annaspare linguistico che aumenta all’aumentare della permanenza, invece di diminuire, perché più mi immergo, più vivo qua, più devo vivere in prima persona, più parole, espressioni, modi di dire, sfumature, mi servono. E non le ho.
Così faccio fatica.

E poi, di nuovo, volo in Texas, dove mi aspettano venticinque gradi e un’umidità tropicale.

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Philadelphia Flyers vs. Detroit Red Wings
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Downtown Philadelphia
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Contea di Montgomery, PA
TAG: Usa, Philadelphia, NHL
22.49 del 24 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   


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