Orizzontintorno Carlo Paschetto
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13 USA chapter 6th, section 2: in the countryside
OTT Travel Log: USA for business
Ricordate la mia teoria sull’America dei telefilm che spiegavo quando ero a Seattle? Il countryside, o perlomeno il countryside dell’Ohio, è esattamente quella cosa lì, ma anche quello della Pennsylvania, per cui se ti trovi ad Hatfield, per dire, zucche di Halloween davanti alle casette di legno a prescindere, sei sicuramente dentro una qualunque serie di Netflix e a seconda del genere è possibile che attorno a te arrivino gli alieni, resuscitino i morti, cali una cupola di energia sconosciuta, o si verifichino fenomeni paranormali e se proprio niente di tutto questo ti sembra stia accadendo è solo perché non hai messo piede dentro al college.
Ché alla fine l’America, almeno per me, è tutta ad Hatfield, o anche a Chardon, o a Mentor-on-the-lake, o a Painsville, Ohio.
Painsville, capisci?

Ecco, prendi Painsville, che già il nome. Una sera ceno in un ristorante di Painsville e già non è che puoi chiamarlo esattamente “ristorante”. È sempre quella roba lì, quella di Netflix.
Ci sono i banconi, i tavoli, i grandi schermi che trasmettono in contemporanea le partite di hockey e basket. Ci sono gli americani, quelli molto grossi e molto grassi col cappellino da baseball, i bermuda, la t-shirt e le ciabatte anche se è gennaio - adesso è ottobre, ma sarebbe uguale a gennaio, fidatevi - e i pickup parcheggiati fuori, le bistecche, il cibo americano e le bibite americane, la birra americana, i side americani, sempre doppi: ne vuoi solo uno? Niente, devi prenderne due, perché il menù prevede due side col tuo piatto.

Io li odio i menù americani: non si capisce mai un cazzo. Sono sempre delle specie di brochure, con tante foto alla rinfusa, slogan, pubblicità, tutto mescolato in un ordine che non capisci mai quale sia, quantità impossibili da quantificare anche se puoi star certo che qualunque cosa ordinerai sarà sempre troppo grande, troppo unta, con troppe salse mescolate alla sperindio che non c’azzeccano nulla l’una con l’altra.
E poi il ghiaccio, diobono. Il maledetto ghiaccio. Che ti portano sempre sempre sempre il bicchiere colmo di ghiaccio fino all’orlo e, a parte, la bibita già ghiacciata.
Tranne il caffè: il caffè americano che è sempre bollente, anche dopo un’ora che te lo sei versato nel bicchiere. È l’energia del futuro il caffè americano, nessuna dispersione, versi a cento gradi e rimarrà a cento gradi per sempre.
E l’aria condizionata a palla, che io indosso la felpa e ho freddo, e questi stanno in bermuda, maglietta e ciabatte stanno, han le braccia viola, ma non gliene frega un accidente.

È bello l’Ohio. La Pennsylvania un po’ meno, pare più Abbiategrasso. L’Ohio invece sembra la Germania, ma la Germania più grande e coi cervi, le highway e le pattuglie della polizia dietro i cartelloni pubblicitari, e i semafori agli incroci in mezzo alle highway, e questi paesi assurdi, fatti di casette di legno tutte uguali e il prato all’inglese, e il centro commerciale lungo la highway, e il KFC, il Burger king, i concessionari della Toyota, i negozi dell’AT&T che vendono gli iPhone a due terzi del prezzo in Italia, e i college in mezzo al nulla.
Come ad esempio a Concord, dove si trova il mio ufficio, in mezzo alla foresta dell’Ohio. Non c’è nulla, ma ci sono i cervi e i tacchini che girano liberi, i pickup e i SUV parcheggiati nel parcheggio enorme dell’ufficio, Il centro commerciale, i bistro e i tex-mex dove andare a pranzo, che però puoi raggiungere solo col pickup, perché in America a piedi non ci vai in giro. Non ci sono nemmeno i marciapiedi. Nemmeno se devi fare cento metri.
Come a Colmar, Pennsylvania, una trentina di miglia da Philadelphia. L’altra sera sono uscito dall’hotel e mi sono incamminato a piedi verso una zona dove Google mi diceva esserci qualche posto dove cenare. E nulla, mi sono ritrovato al buio a camminare in mezzo a un prato sul bordo di una statale a diciotto corsie, puntando le luci di alcune insegne.
L’unico coglione a piedi in mezzo a un villaggio della Pennsylvania dove tutti, tutti, tutti si muovono solo in macchina anche per attraversare la strada,
Solo che io la macchina non ce l’avevo.

Ho usato Uber questi giorni, sempre, e dio benedica Uber eccetera - l’ho già scritto, vero? - perché in America funziona davvero in modo fantastico, anche in culo ai lupi. E se sei a quaranta miglia da Philadelphia, in un posto che nemmeno sai come si chiama, dove non c’è nulla di nulla, nemmeno i marciapiedi, solo il Burger King, il KFC, il concessionario Toyota e giassai il resto, esci dall’ufficio alle cinque del pomeriggio come fanno gli americani e ti salta in mente di andare a downtown Philadelphia, Uber è la tua risposta.
Così grazie a Uber e a Christopher e alla sua GMC che è una macchina americana molto grossa come le macchine americane che da noi non esistono, sono andato anche a downtown Philadelphia.

Che è bellissima, downtown Philadelphia. Philly, come dicono qui. Anche più di Boston, che sai che ho amato tantissimo.
Ho fatto quel che dovevo fare a Philadelphia, ho fotografato la statua di Rocky e salito la gradinata di corsa - che in realtà è molto più corta di quel che sembra nei film, sappiatelo - e Christopher, senza sovrapprezzo, mi ha aspettato e mi ha poi portato in centro, raccontandomi un sacco di cose di Philly, delle quali naturalmente io ho capito un decimo perché lo slang di Christopher, che è nero, proprio te lo raccomando, ma ho annuito sempre con espressione molto meravigliata e felice.
Ho maledetto di non potermi fermare di più: era sera tardi, era buio, ero a downtown Philadelphia e dovevo rientrare a Colmar, a un’ora di highway traffico permettendo. Christopher si era anche offerto di aspettarmi e riportarmi indietro, ma lo avevo lasciato andare per fermarmi un po’ dalle parti della Independence Hall e respirare almeno una mezz’ora l’aria di Philly, con calma.
E niente, è bastato nuovamente premere un tasto sul telefonino e zac, due minuti dopo una BMW Uber mi ha prelevato all’incrocio fra l’ottava strada e la Franklyn per riportarmi a Colmar.
Solo che questa volta ho beccato Travis.

Travis in realtà si chiama Gregory, ma per brevità lo chiameremo Travis - e i più bravi afferreranno immediatamente la citazione - ed è nazista, un nazista della Pennsylvania in effetti, che non so se vale come quelli dell’Illinois, bianco, ovviamente, di una certa età, diciamo la mia, rasato, molto grosso. Mentre guida parla in continuazione, perché ti illustra ogni angolo di Philadelphia, e intercala il racconto con un frequente “tonight I’m gonna kill someone”.
Che parli molto e che sia un’ottima guida di Philadelphia lo dicono anche le recensioni sul suo profilo Uber: Travis ha 4,7 stellette, valutazione media confermata da 2.743 utenti. È uno che piace, ma va anche detto che Uber non ti invoglia molto a valutare i tuoi autisti meno di cinque stelle, perché anche se gliene dai solo quattro immediatamente parte la survey che ti rompe il cazzo per sapere cosa c’è che non è andato bene e perché mai sei rimasto così insoddisfatto da non dare un voto pieno.
Così alla fine, sai che c’è, cinque stelle a tutti e vaffanculo. Tanto il servizio è a parte tutto ottimo.
Comunque.

Travis, invece di fare l’autostrada per riportarmi a Colmar, decide che siccome all’andata ho visto i quartieri fighi e ricchissimi di Philadelphia e mi sono innamorato di questa città - quei quartieri dove ci sono le ville americane da sogno col giardino e gli alberi e la piscina, quelle che nelle trasmissioni su Real Time vengono vendute e comprate dal neo impiegato della city e la sua giovane compagna che hanno un budget da due milioni di dollari cash e vorrebbero cambiare casa, ma due milioni sì, due milioni e cinquantamila no - per contrappasso al ritorno devo attraversare le zone periferiche abbandonate, la terra bruciata, come la chiamano, estesa per diverse miglia attorno a downtown e quasi completamente buia, abbandonata, piena di spazzatura per le strade.
Per tutto il tragitto, fatto a passo d’uomo attraverso questa specie di impressionante palcoscenico tipo Guerrieri della notte, Travis si lamenta dei negri che regnano indisturbati e spacciano la droga alla luce del giorno, luce che però adesso non c’è perché è sera tardi e manca l'illuminazione, e dei fuckin’ bastard cops che hanno paura, si tengono ben alla larga da questi quartieri e non fanno nulla, così in giro ci sono solo loro, i negri che spacciano in mezzo alla strada, che basta scendere dall’auto (sei matto Travis?) per tirare su tutta la droga che vuoi, e le puttane negre, e insomma “tonight I’m gonna kill someone”, ripete Travis. Che sono certo sia armato e tenga la pistola nel cruscotto.
In effetti, agli incroci bui di Germantown, coi semafori lampeggianti, le casette di legno tutte uguali, buie e abbandonate, i bidoni della spazzatura rovesciati e le insegne intermittenti al neon, stazionano solo i negri che spacciano (forse) e le puttane (di sicuro) negre, e ti chiedi perché non ci fermano l’auto e non ci fanno a pezzi.

La risposta me la dà il giorno seguente in ufficio Giammario, collega italiano trapiantato a Philadelphia da un paio d’anni, pronto a trasferirsi in Ohio e felice di trasferircisi, felice a modo suo perlomeno. Mi racconta della grande crisi dell’industria metallurgica che ha colpito la città, trasformandola un po’ tipo Detroit dopo il crollo del mercato automotive, per cui interi quartieri che una volta erano residenziali e assai vivaci, abitati anche dalla media borghesia, sono stati abbandonati a se stessi e versano adesso nello stato disastrato in cui li ho visti, un po’ dopobomba.
Mi dice anche, Giammario, che gli spacciatori e in generale le gang di Germantown lasciano passare i tassisti perché sanno che hanno la pistola nel cruscotto - vedi, lo dicevo io - e che le macchine sono tracciate dal gps, ma che se mai decidessi di noleggiare l’auto e girare da solo è bene che prenda le highway per entrare e uscire dalla città ed eviti accuratamente di infilarmi nei quartieri periferici anche solo per sbaglio.
Ecco, appunto.

E quindi nulla, Philadelphia è quella dei giovani collegiali che gareggiano in canoa sul fiume, un po’ come a Cambridge ma col la Skyline di grattacieli sullo sfondo, e di Germantown, solo pochi chilometri da downtown, ma però diciamocelo, quale metropoli non lo è?
Cerco di spiegare il concetto a Travis, che nel frattempo ha per fortuna ripreso la highway per riportarmi a Colmar, ma nel dubbio gli nascondo di essere italiano, ché non vorrei mai che gli spacciatori negri avessero a che fare con le gang italiane, ché non credo gli piacerei più tanto, nel caso.

Così, alla mia sesta volta ancora l'America non riesce a sorprendermi. Quel che c'è da sapere è tutto lì, dentro a Netflix, ma anche nei telefilm in bianco e nero degli anni ’70, La casa nella prateria, Hazzard, La famiglia Bradford, insomma un po’ tutta quella roba lì.
Siamo alle solite, da una parte subisco il fascino perverso dall’America, tant’è che ormai giro anche io tutto il giorno col mio bicchierone di caffè, tanto non raffredda mai, e ci metto pure la cremina half and half, ma dall’altra parte non riesce mai a stupirmi, proprio no accidenti.
E me ne dispiace sai, parecchio. E più ci vengo, tant’è, e più voglio venirci. È una sfida ormai, la mia all'America.

Joshua lavora con me. È di Colmar, ha una trentina d’anni o poco più, la camicia a quadri, la barbetta rossa, una grande berlina giapponese, tifa i Cincinnati Bengals perché, diciamolo, i Cleveland Browns proprio non si possono tifare tanto son brocchi, in realtà però segue tutti gli sport allo stesso modo - football, basket, baseball ed hockey ovviamente - ed è una via di mezzo fra un hipster di Seattle e un boscaiolo del Wyoming.
Joshua non si è praticamente mai mosso dall’Ohio. Una volta è andato presso la sede di Sugarland, in Texas, dove volerò dopo Philadelphia, e questo è stato praticamente l’unico viaggio della sua vita.
È molto interessato ai miei viaggi in giro per il mondo e mi chiede com’è la sensazione del jet lag, è incuriosito da quella che reputa sia un’esperienza abbastanza surreale.
Gli racconto che è ancora più surreale quella del cambio di stagione volando nell’emisfero australe e delle volte che sono partito da casa in inverno per ritrovarmi ventiquattr’ore dopo in estate nel Pacifico meridionale, o viceversa.
Mi risponde, serafico, che se prendo l’aereo e vado in Florida è la stessa cosa, ma in tre ore.
Fine della mia lezione di oggi sull’America.

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Philadelphia, PA
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La statua di Rocky a Philadelphia
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Hatfield, PA
TAG: philadelphia, usa, america, Ohio, pennsylvania
10.00 del 13 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 


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