Orizzontintorno Carlo Paschetto
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26 I numeri del Papa
MAR Coffee break, Prima pagina
Casa mia è praticamente addossata alle mura del Parco di Monza, che peraltro frequento da quando avevo quattordici anni e conosco metro per metro. Credo di conoscere la lunghezza esatta di ogni singola tratta di sentiero e viabilità interna, avendole corse per anni durante i miei allenamenti.

Durante la giornata di ieri i Media, tutti, hanno iniziato a dare i numeri, nel senso vero della parola. Prima dicevano che per il Papa erano attese seicentomila persone, poi sono diventate settecento. Ieri sera concordavano tutti, giornali e tv, su un milione di presenze effettive. Il Tg de La7 diceva che è stato l'evento con la più grande partecipazione mai vista nel nostro Paese.

Nel 1989 io andai a vedere i Pink Floyd al parco. All'epoca si diceva che c'erano trecentomila persone, una cosa mai vista. Probabilmente erano molte di meno, forse anche meno della metà, ma quel che è certo è che io una folla così sterminata non l'ho mai più vista in vita mia (e di mega concerti ne ho ben sulle spalle) e riuscii ad uscire dal parco solo alle due del mattino.
Ho visto, per dire, gli Who ad Hyde Park due anni fa e vi assicuro che la folla era sterminata. Avete presente i prati di Hyde Park? I Media britannici dissero alla fine settantamila persone. Io avrei detto almeno duecentomila.

Così mi son fatto due conti. L'area del Mirabello al Parco di Monza, che ad occhio è lo spazio aperto più grande in assoluto, misura qualcosa fra i 200.000 e i 250.000mq. A questi bisogna fra l'altro togliere tutto lo spazio occupato dalla mega struttura del palco, gli schermi, l'infrastruttura, i viali trasversali, eccetera (e forse anche qualche ampia zona di prato rimasta libera, come mi pare di avere visto in televisione e nelle foto).
Immagino di potere ipotizzare che lo spazio medio occupato da una persona sia di mezzo metro quadrato, e fossero anche tutti pigiatissimi per *tutto* lo spazio occupabile (cosa che apparentemente ieri non erano), diciamo almeno quaranta centimetri quadrati.

Quindi, quante persone potevano esserci a vedere il Papa ieri al Parco di Monza?
Poi magari mi sbaglio e non son buono io con le misure, per carità. La mia fidanzata lo dice sempre ogni volta che andiamo all'Ikea.
TAG: papa, monza, media
15.05 del 26 Marzo 2017 | Commenti (0) 
 
24 24.11.16
NOV Diario
E poi niente, ti svegli la mattina e fa che son due anni. Piove, pioveva due anni fa, ma d’altra parte è novembre, che vuoi che faccia a novembre se non piovere.

Negli ultimi mesi son venuto poco, scusa, ma a un certo punto la vita va avanti, lo avresti detto anche tu, e alla fine passare tutte le settimane, o ogni quindici giorni, o una volta al mese, non è che cambi le cose, a parte che mi dà fastidio l’idea che tu non abbia almeno una piantina fresca, così cerco di venire almeno a controllare come sta l’ultima che ho messo e se è il caso di cambiarla.

Le ultime volte peraltro mi sono fermato poco, giusto qualche minuto, un paio di parole fra me e me e con te, poi passo sempre dalla Ceci, perché anche lei mi sembra piuttosto sola e non c’è mai nemmeno un fiore lassù in alto. Anzi, per la verità da qualche settimana c’è una stella alpina. Mi piace.
Cerco sempre di passare quando non c’è nessuno, comunque. Detesto non essere solo con te, appena sento dei passi che si avvicinano faccio per allontanarmi. E poi sei in compagnia ormai, sono arrivati altri, li conosco un po’ tutti. Mi immagino sempre ‘sta cosa che passate le giornate fra di voi, chiacchierando del più e del meno.
Che gente è? Come ti trovi?

Non mi sei mai venuto a trovare. All’inizio mi credevo davvero che sarebbe successo, non so come mi si era ficcata in testa quest’idea. Forse è nomale e accade a tutti. Ti aspettavo, in qualche modo. Avevo cose da dirti. Passavo di lì per dirtele, ma mi attendevo e speravo sempre che passassi in qualche modo tu da me, per aggiornarti e chiederti dei consigli. Poi mi sono arreso al fatto che no, non saresti passato più.
È buffo e un po’ assurdo: è come se fossi in sospeso fra il fartene una colpa, o sentirmi stupido per l’aspettativa. Alla fine è sempre una questione di sottile confine fra fede e scienza, come dire.

Qualche volta, raramente per la verità, forse un po’ di più ultimamente, mi capita di sognarti. Certe volte so che è un sogno e che non ha senso: non sei lì, ne ho la percezione netta. Una volta te l’ho anche detto che non avresti dovuto esserci, che non è possibile. Altre invece mi pare del tutto normale che tu ci sia: la cosa interessante è che la sensazione non è mai che tu non te ne sia andato, ma piuttosto che tu sia tornato. Come, non si sa, non me lo chiedo mai nel sogno.
Una volta ho sognato che eravamo in macchina insieme, guidavi tu mi pare, io ti aggiornavo sulle mie ultime vicende. Ti dicevo che siccome eri rimasto indietro dovevo raccontarti tutto quello che mi era successo. Tu ascoltavi e guidavi, io ero molto felice e sereno che tu fossi tornato e che potessi finalmente raccontarti tutto. Sono stato male quando mi sono svegliato, mi viene da piangere adesso a ripensarci.
Negli ultimi mesi non ho pianto praticamente più. Mi capita anche molto raramente di riguardare qualche tua foto: a volte è come te ne fossi andato ieri, anzi, mi parrebbe fin normale alzare il telefono e chiamarti, altre è come se non ci fossi più da un tempo infinito.
Solo qualche settimana fa ho cancellato il tuo numero dalla rubrica.

Ho pulito la tua stilografica e comprato le cartucce. Non scrive benissimo, devo dirtelo, ma è molto bella, le voglio bene, anche se diciamolo, non ha portato una gran fortuna. Mi sono invece del tutto riabituato a portare l’orologio, dopo anni. Mi sembra strano uscire di casa senza il tuo orologio al polso.
Uso sempre un paio di tue t-shirt e i tuoi maglioni: ce ne sono due o tre che uso spesso, ma ne ho anche uno che non metto mai, quello che indossavi gli ultimi giorni. Mi piace molto, ma non è il mio genere e poi mi è troppo grande. Anche le giacche che avevo fatto risistemare dalla sartoria mi sono rimaste troppo larghe di spalle e alla fine non le indosso. Forse le darò via. Accidenti, ma che spalle avevi?

E nulla, insomma. Leonardo ha sfondato il metro e settanta e gli stan crescendo i baffetti. Per certe cose mi assomiglia sempre di più, in altre per nulla, come immagino sia normale. Carola idem, cresce parecchio anche lei, sai. Sono tanto complementari quanto diversi e la somma delle due metà che mi assomigliano fanno me. Osservazione piuttosto scontata, direi.

È andato tutto a rotoli in questi due anni, pa’. Te ne sei andato contento, pensando di lasciarmi finalmente sistemato, e invece guarda qua che disastro, una mezza apocalisse. Quasi come fosse stata la tua presenza a tenere faticosamente insieme i pezzi: un minuto dopo che hai lasciato il controllo, patatrac.
Non so se e come ne uscirò, questa volta è davvero difficile. Negli ultimi due anni è come se il tempo mi si fosse fermato attorno e quel che è peggio è che è come se invece fosse accelerato per me, solo per me, perché all’improvviso mi sento invecchiato di dieci anni almeno, e stanco, molto stanco. Fino a un po’ di mesi fa venivo a parlarne con te cercando qualche risposta, ma poi ho lasciato perdere, vedi sopra.
E poi mi vien da chiedermi se le ho mai ascoltate davvero le tue risposte. Probabilmente no.
Ci penso ogni volta, queste settimane, quando tento di dare qualche risposta a Leonardo e mi chiedo quanto davvero mi stia a sentire, quanto in qualche modo quel che gli dico gli arrivi almeno in minima parte e quanto, invece, gli entri da un orecchio e gli esca dall’altro.

Insomma, che devo dirti? Vorrei potessi vedere la casa nuova. Ti piacerebbe. Dice mamma che devo portare qui cose da Monza, magari adesso vedremo qualcosa. Il tappeto che era dalla tua parte del letto è in camera mia. Nel salone per ora ho sistemato quello arancione.
Ho scoperto che conservo in un cassetto la lettera con cui l'esercito comunicava ai nonni la scomparsa in Russia dello zio Adriano e ho recuperato per un incredibile caso fortuito, a un'asta su internet, la tessera del CAI del nonno Ettore degli anni '30! Lo crederesti mai?

Se riesco, questa mattina, quando finisco con la banca, passo a trovarti.
Ma sì che riesco, dài. Magari stasera passo a cena da mamma.
Dicono che piove anche domani. Son giorni ormai.

IIanniversario
TAG: papà
01.43 del 24 Novembre 2016 | Commenti (0) 
 
24 24 novembre
NOV Diario
Saranno state forse le otto del mattino, un anno fa, quando mamma mi telefonò.
Domenica ti ho portato una piantina con delle bacche arancioni (l'ha scelta Lorenza).
Ho preferito il 21, perché per me il giorno rimarrà quello per sempre.
TAG: papà
08.00 del 24 Novembre 2015  
 
17 17 settembre
SET Diario, Amarcord
Buon compleanno papà.

Fiore
TAG: papà
18.23 del 17 Settembre 2015  
 
19 19 marzo
MAR Diario
Mi piace venirti a trovare. Non ci vengo spessissimo, ma un paio di volte al mese sì, e se non c'è nessuno mi fermo un po' a chiacchierare con te. Del resto lo avevi detto tu che volevi riposare lì, così che potessimo venire a trovarti spesso.
L'ultima volta sono passato la scorsa settimana. La pianta grassa che ti avevo portato due settimane prima stava bene, era il primo pomeriggio di un bel venerdì di sole, sul tetto dell'auto avevo già gli sci, ché ero in partenza per la montagna coi ragazzi: non sono rimasto molto, perché di lì a breve è arrivato qualcuno e non mi piace star lì quando c'è altra gente. D'altra parte non avevo comunque molto tempo.
È stata la prima volta che sono riuscito a star lì con te senza piangere. Non credo che riuscirò a trattenermi prima della fine di questa lettera, ma cercherò di evitare: sono in un aeroporto, sto aspettando di imbarcarmi e non mi pare un granché mettermi a piangere proprio qui.
Quanto mi manca passare il mio tempo in volo per lavoro. Tu lo sapevi, papà.

Ci ho messo un po' di tempo a farmi piacere lì dove ti han messo. Il primo giorno, quando ti ci portarono, mi era sembrato orribile. Non capivo perché avessi voluto esser messo proprio lì, avevo pensato che forse non avessi mai visto prima che posto fosse. All'improvviso mi era sembrato tutto così assurdo. Mi pareva solo un antro triste, buio, umido, claustrofobico. Eri solo, in mezzo a pochi sconosciuti, disperso lì in mezzo. Non dissi una parola.
Ci tornai il giorno dopo, da solo, o forse era due o tre giorni dopo. Piansi tantissimo e ti comprai quei ciclamini bianchi.
Adesso, ogni volta che vengo a trovarti, mi sembra un luogo sempre più confortevole. Sono arrivate altre persone attorno a te, ci sono sempre tantissimi fiori. Tutto sommato è un angolo appartato, discreto, nascosto, e non c'è quasi mai nessuno.
La penultima volta che son passato siamo rimasti insieme tanto, ti ho parlato molto, ti ho sostituito i ciclamini ormai appassiti, ti ho raccontato cose e ti ho chiesto aiuto.
Tu non rispondi mai. A volte chiudo gli occhi, tocco la tua fotografia sorridente e rimango in ascolto, ma tu non mi rispondi mai.

Ti ho sognato pochissime volte, un paio, forse tre al massimo. La prima circa una settimana dopo che te ne eri andato. Sono sogni strani, sempre piuttosto lucidi, e in sogno io lo so che non ci sei e che non dovresti essere lì.
Pensavo ti avrei sognato per mesi, in continuazione. Che saresti forse venuto a dirmi cose così, in sogno. Invece no.

Ho sempre in mente di scriverti. Ogni tanto arrivo a casa la sera e mi metto lì sul divano col computer portatile sulle ginocchia, ma poi perdo tempo a navigare su internet, a fare zapping alla tv, sono stanco. Alla fine non riesco mai a farlo.

Ho tenuto un paio di tue giacche. Le ho fatte stringere, ma le spalle sono sempre troppo abbondanti. Ma mi piace portarle.
La cosa che più mi piace è quel maglione che indossavi gli ultimi giorni. Quest’inverno l’ho portato spesso. Profumava di te. Adesso non più, ha preso l’odore delle mie cose. È diventato mio.
Ho portato il tuo orologio a far lucidare il vetro. Sai che volevo fargli rimettere il quadrante originale, che avevi fatto sostituire pochi mesi prima, ma alla fine ho lasciato perdere e ho tenuto quello nuovo che avevi scelto tu. Continua a non piacermi, sai. Ma mi ci sono abituato.
Mi sono anche abituato a riportare un orologio dopo anni che avevo smesso. Volevi lasciarlo a me, è stata l’unica cosa di te che ho chiesto a mamma. Non ho più smesso di portarlo.

Qualche settimana fa, una delle volte che sono passato a trovarti, mi sono fermato un po’. Era una mattina presto, c’era il sole e in giro non c’era nessuno. Solo silenzio. Mi sono aggirato un po' per il cimitero, attraverso le corsie dove riposi tu. Ho guardato tutte le lapidi, una ad una. Ho immaginato le storie di tutte quelle persone. La più vecchia era del 1880, mi pare. In quella corsia centrale ce ne sono tante di fine ‘800.
Ero sereno. Sono stato lì a lungo, a osservare quelle fotografie, senza pensare nulla in particolare. Poi sono tornato da te per un ultimo saluto.

Poi all’improvviso oggi ho realizzato che è la festa del papà.
E niente. Mi manchi sempre tantissimo.
Se puoi, qualche volta rispondimi.
TAG: papà
21.44 del 19 Marzo 2015 | Commenti (0) 
 
21 Mi manchi
GEN Diario
50
TAG: papà
00.17 del 21 Gennaio 2015 | Commenti (1) 
 
24 Papà
NOV Diario
Ti scrivo prima, perché dopo non ci sarà tempo, accadranno troppe cose tutte insieme e tutte rapidamente, ancor più di quanto queste ultime settimane stia scorrendo via tutto fin troppo velocemente. Poi passeranno i giorni e dimenticherò forse le cose che volevo dirti, e tu non ci sarai già più. Stasera invece ti ho appena lasciato nel tuo sonno, sono tornato a casa, sono qui sul mio divano e ho un po’ di tempo per noi due soli.
Sono ormai quasi due giorni da quando ti sei addormentato. L’ultima volta che ti ho sentito, al telefono, è stata martedì sera. Mi avevi detto che le maniglie che ti ho montato in bagno domenica scorsa, per provare ad aiutarti, andavano bene. Domenica è stata anche l’ultima volta che ho potuto parlarti guardandoti negli occhi, anche se eri già quasi altrove: mentre diventavo matto per riuscire a forare le piastrelle e il calcestruzzo sapevo che quelle maniglie forse non sarebbero mai servite a nulla, che ormai era troppo tardi. Ma volevo fare ancora qualcosa per te, volevo che lo sapessi. È stato il mio modo di aggrapparmi a te fino alla fine.

Sai, è strano. Questa sera avrei dovuto essere a Bologna a vedere il concerto di Peter Gabriel. È uno degli artisti che amo di più in assoluto e ha scritto una delle canzoni più belle che conosca: si intitola Father, son e ogni volta che la sento, da anni, mi vieni in mente tu e spesso mi viene da piangere. Non so perché, forse perché conosco la storia ed è una canzone struggente.
Anche stasera al concerto avrei sicuramente pianto. Ma forse la verità è che non ce l'avrei proprio fatta ad andare, comunque, anche se la situazione non fosse precipitata nelle ultime ore. Non me la sentivo: a parte la stanchezza accumulata questi giorni, tantissima, non avevo proprio la testa per andare a uno spettacolo sapendoti a casa così, mentre ti stavi spegnendo, anche mi avessero assicurato che questa situazione sarebbe durata settimane.

Non importa, sai. Peter Gabriel l’ho già visto dieci anni fa e quando sei mesi fa comprai il biglietto per stasera avevo il dubbio che forse avrebbe potuto non essere uno spettacolo straordinario come quello a cui avevo assistito allora, e sarebbe stata una gran delusione.
Però, se in questo momento Peter Gabriel potesse sentirmi da quel palco dove sta suonando gli chiederei di fare un’eccezione alla scaletta e dedicarci Father, son. Perché tu te ne stai andando e io non ho altro modo di dirti come sto male.

Queste ultime settimane siamo stati molto insieme. Ti ho parlato tanto, anche se ti stavi assentando sempre di più, e più ti assentavi più ti parlavo. Ti ho anche abbracciato qualche volta, ti ho dato qualche bacio. Che strano, credo di non averti mai baciato davvero in vita mia, prima. Diciamolo, non eravamo i tipi, né tu né io.

Io credo che tu abbia deciso di arrenderti quella domenica di settembre, quando tutti insieme abbiamo festeggiato te e la mamma per il vostro cinquantesimo. Ho sempre pensato che a marzo fossi tornato miracolosamente indietro solo per questo, per non lasciare indietro la festa che preparavate da mesi e per poterci salutare, ché era accaduto tutto così improvvisamente e inaspettatamente, e non era giusto che non avessimo avuto nemmeno il modo di dirci ciao, di abbracciarci, di dirci le ultime cose.
Ti ho guardato molto quella domenica di festa. Avevi ricominciato a stare male, si vedeva, ma eri felice di avercela fatta ad arrivare fin lì. Quel giorno, circondato da tutti noi, hai scritto la parola fine. Ti ho scattato alcune delle foto più belle che mi rimarranno di te.

Così stasera ti scrivo ascoltando a rotazione infinita Father, son. Piango molto, ne ho bisogno e non riesco a fermarmi, anche perché non ho pianto tutti questi giorni, nemmeno quella sera tre settimane fa in cui ti ho tirato su in garage, sotto la pioggia, quando sei caduto per terra dalla carrozzella. Nemmeno l’altra sera alla tua ultima uscita, quando mi hai detto con un filo di voce che volevi andare a dormire. È stato difficilissimo.
Non te ne sei ancora andato davvero, ma in realtà non ci sei già più da ormai due giorni. Ti sei addormentato a letto e non hai più aperto gli occhi, e ormai respiri a fatica. Ti hanno sospeso anche tutte le cure. Non potrò comunque parlarti mai più.

Papà, mi mancherai tantissimo. Mi mancherai per sempre. Tutto quel poco che sono di buono l’ho imparato da te, persino quello che da ragazzo, per anni, sono andato avanti a giurare a me stesso che non sarei mai diventato o stato, per volere essere diverso da te. E invece.
Mi hai lasciato te stesso in eredità. E ne sono orgoglioso, papà.
Ho fatto a tempo anche a farti l’ultimo regalo, pochi giorni fa. So che ti ho fatto felice e che hai pensato, anche solo per un istante, che avevi terminato il tuo compito su questa terra. Mi hai stretto forte la mano e mi hai regalato una bellissima penna stilografica.

Non ho avuto alcun dubbio nello scegliere una foto da mettere qui, sai?
È che tutto quello che c’è di bello nella mia vita l’ho imparato da te.

Domani sera verrò a trovarti di nuovo. Ti dico la verità, papà: spero di non trovarti di nuovo lì a dormire, così come questi due giorni. È giunto il tempo che tu possa riposare davvero, in pace.
Stammi vicino, se puoi, dovunque tu vada.

[L’ho scritta la sera del 21 novembre. Questa mattina te ne sei andato per sempre. Buon viaggio papà]


andalo1974
TAG: papà
21.37 del 24 Novembre 2014 | Commenti (3) 
 
21 Tu dormi
NOV Diario
L'ultima volta che ho dormito in questo letto è stato ventuno anni fa e un paio di mesi circa. Sarà una lunga notte.
TAG: papà
01.15 del 21 Novembre 2014  
 
28 Poi Milano
MAR Diario
Sei tornato indietro, ci sei riuscito. Le prime due cose che hai detto sono state "è valsa la pena tornare per salutarvi" e poi "certo che ho combinato un bel casino", e hai sorriso sotto la maschera per l'ossigeno. Ci siamo abbracciati e ci siamo salutati. Hai parlato tantissimo, non smettevi più! Abbiamo pianto insieme. Mi hai tenuto la mano stretta per due ore e mi hai detto che mi vuoi bene. Mi hai chiesto di stare con te e di aiutarti.

Sei il più grande, papà.

(E quelli che ti hanno riportato da noi sono le persone più vicine a Dio che abbia mai incontrato. Grazie.)
TAG: papà
22.56 del 28 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
23 Genova/2
MAR Diario
Quando devo aspettare io non riesco a fare nulla. C'è gente che legge, o che gioca col telefonino, o che fa le parole crociate. Io non faccio nulla.
Quando devo aspettare io ignoro la gente attorno a me. La rimuovo. Non parlo con nessuno, divento trasparente. Non mi interessano gli altri che stanno aspettando, anche se spesso aspettano per una stessa ragione.
Quando devo aspettare mi isolo, sto solo con me stesso, mi spengo, come.
Che sia in un aeroporto, o che sia qui su questa sedia, io sono capace di aspettare per ore, immobile.

Oggi aspetto te. E ti aspetterò domani, e dopodomani, e dopodomani ancora. Non smetterò un istante di aspettarti, finché non sarai tornato.
Anche otto anni fa ti ho aspettato, ricordi? Allora però leggevo, non me lo ricordavo. Oggi no. Oggi aspetto e basta.

Hai anche il veliero da finire e un regalo di Carola che aspettano te.
E poi non ti ho nemmeno detto ciao da quando sono rientrato.
Che cazzo di rientro, non dirti nemmeno ciao.
TAG: papà
12.15 del 23 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
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