Orizzontintorno Carlo Paschetto
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24 Back in New England
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Uscendo dalla Wells Fargo Arena di Philadelphia, dopo aver assistito alla partita dei Flyers, mi chiedo se valga la pena buttar giù un post sull’hockey analogo a quello che scrissi anni fa dopo aver visto i Boston Celtics, ché altrove ho detto che potrei rifare le stesse identiche considerazioni sull’America e lo sport, anche se riflettendoci a freddo ci sono alcune sostanziali differenze fra hockey e basket, la prima delle quali, sorprendentemente, è che a questo giro mi sono divertito, mentre l’NBA dal vivo mi aveva annoiato a morte (e ogni volta che lo scrivo mi rendo conto di quanto possa sembrare un’eresia per chi legge dall’altra parte del monitor).
Poi Theo mi spiega che l’hockey non è uno sport, è entertainment. [In America] Climbing, tennis, marathon, skiing, horse riding, swimming, sono sport. Hockey, basket, football e baseball sono entertainment, come il wrestling, ed è tutta un’altra cosa: innanzitutto perché sono fake.
Dice Theo che funziona come nell’antica Roma: “Power gives people bread and games”. Obietto che però i leoni se li mangiavano davvero i cristiani, non è che fosse tutto ‘sto fake, poi d’altra parte ripenso ai Boston Celtics e ai Philadelphia Flyers, e capisco il punto.

Theo vive nei Stati Uniti ormai da qualche anno e mi invita a cena (alle 17:45, e va bene che ho saltato pranzo) in un bel ristorante nel centro di Philadelphia, proprio dietro al municipio, azzerando così in un colpo la mia esperienza fino ad oggi in termini di pessima e indigeribile cucina americana. Tutto perfetto, dalla delicata zuppa di molluschi come antipasto, al filet mignon, leggerissimo, ai contorni e al vino rosso californiano.
Il conto è una fucilata, ci pago tre notti in hotel all’Hilton with complimentary breakfast (*). La sintesi è che in America la salute è una roba da ricchi, sia che tu voglia curarti, sia che tu voglia evitare di cibarti di spazzatura.
(*) Alla seconda settimana di fila negli Stati Uniti non solo infilo parole inglesi a caso nelle frasi, continuando peraltro a capire zero quando mi parlano, ma quel che è peggio è che inizio a pensare come gli americani e mi ritrovo al mattino, appena svegliato, a scostare le tende della camera e guardare la pioggia che cade mista a neve osservando fra me e me che ci saranno trentadue, forse trentatré gradi.

Downtonwn Philadelphia è insolitamente trafficata, insolitamente in termini americani intendo, sembra sempre di essere in centro a Milano in ora di punta. C’è pure gente che suona il clacson ai semafori.
Non se se l’ho già scritto ma, traffico a parte, mi ricorda Boston, anche se come direbbe Charles, il tassista Uber che mi porta alla Wells Fargo Arena per assistere all’incontro fra i Philadelphia Flyers e i Detroit Red Wings, Boston è la città dei Kennedy, sono tutti “kennedyani” - dice proprio così, kennedyans - hanno la puzza sotto al naso, e fa il gesto col dito, mentre a Philly la gente è più easy, meno snob, è la città dei padri fondatori e ci tiene a sottolineare che ha pagato molto al Paese in termini di vittime del nine-eleven. Poi certo, se sei di Philly sud non hai nulla a che fare con quelli di Philly nord, è proprio gente diversa, non parlano nemmeno con lo stesso accento. Non capisco chi detesti fra quelli di Philly sud e quelli di Philly nord, o se faccia solo dell’ironia.
Charles ha cinquantotto anni - we belong to the same generation, we’ve grown up with the same values and we understand each other, it does not matter if you are Italian and I am American - è orgogliosissimo della sua Jeep Renegade rossa, rossa perché lui era un pompiere e ha perso qualche amico il nine-eleven, ma soprattutto ama la sua moto, un monster da ottocento libbre che lui chiama The Beast, col quale tutti i weekend va in giro coi suoi amici bikers.
Charles è un biker dentro, ama la moto come filosofia di vita. Mi mostra le foto di The Beast - mentre guida, naturalmente - e mi spiega che da ragazzo, alla high school, i compagni lo odiavano perché rimorchiava un sacco con la sua moto di allora, mentre quei bulli perdevano tempo a fare sport, giocavano a football e mostravano i muscoli. A lui del football non è mai fregato nulla, le ragazze amavano il suo spirito indipendente e ribelle, e insomma finiva sempre a scazzottate con quelli del football, lui le prendeva, ma tanto poi gli portava via le ragazze.
Mi spiega che Boston non gli piace anche perché la carne costa cara, non puoi farti un hamburger o una T-bone come dio comanda senza spendere una fortuna. Una volta lui e i suoi amici bikers si sono fermati a Boston per una bistecca e il proprietario del locale li ha trattati male solo perché erano bikers, maledetti fottuti kennedyani, e quando gli ha portato il conto lui non voleva crederci.
Non ci tornerà mai più a Boston, Boston sucks, magari è solo la sua opinione per carità, ma proprio Boston no, ma se vai più a nord, seguendo la costa, ci sono dei posti meravigliosi dove puoi mangiare delle bistecche stupende.

Arriviamo davanti allo stadio e prima che io scenda mi chiede per chi tiferò. Non lo so, è la prima volta che vedo una partita di hockey, ma forse tiferò per i Flyers visto che sono a Philadelphia. Mi dice che è una buona scelta e che prima o poi vorrebbe venire in Italia, che gli piacciono le montagne e sogna di volare sopra le Alpi, e vuole sapere se si vedono le Alpi volando in Italia.
Gli rispondo che se arriva dal nord Europa si vedono, basta che sia una bella giornata e la cosa lo fa molto ridere.

Nel frattempo i giorni passano e imparo nuove cose sull’America nel corso di quella che sta diventando la mia permanenza più lunga fra gli yankees. Philadelphia è paralizzata per mezza giornata da una tempesta di neve annunciata da giorni, veniamo evacuati dall’ufficio all’ora di pranzo e spediti tutti a casa per prevenire i problemi di circolazione stradale, e così un mercoledì mi ritrovo nel mio hotel di Montgomeryville, Pennsylvania, a metà giornata, nulla da fare tranne macinare chilometri sul tapis roulant.
Montgomeryville, nella contea di Montgomery, è a circa un’ora da Philadelphia in condizioni normali di traffico, fra i cinquanta e i sessanta dollari con Uber. Studio su Wikipedia le divisioni amministrative americane, le contee, le township, i borough e i census-designated place, come Montgomeryville. Passo un’oretta sul sito della contea di Montgomery, tipo le ultime notizie sul sito del Comune di Arcore, e mi immergo sempre più nella mia vita a stelle e strisce.
La provincia americana del New England mi sta diventando familiare, un po’ come quella del Texas e dell’Ohio. Cambia il clima, cambiano le architetture, ma non lo spazio attorno e il senso di vuoto, l’impronta standard della cultura americana filtrata dai miei luoghi comuni che mi inseguono ovunque mi sposti in questo mio vagabondaggio per lavoro attraverso gli Stati Uniti. I centri commerciali, i Roadhouse, i concessionari di auto, le grandi strade a otto corsie, l’alienazione della provincia, la percezione degli universi paralleli e completamente disgiunti abitati dai bianchi, dai neri e dagli ispanici, il mio muovermi attraverso le differenti dimensioni come un pesce fuor d’acqua, il mio annaspare linguistico che aumenta all’aumentare della permanenza, invece di diminuire, perché più mi immergo, più vivo qua, più devo vivere in prima persona, più parole, espressioni, modi di dire, sfumature, mi servono. E non le ho.
Così faccio fatica.

E poi, di nuovo, volo in Texas, dove mi aspettano venticinque gradi e un’umidità tropicale.

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Philadelphia Flyers vs. Detroit Red Wings
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Downtown Philadelphia
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Contea di Montgomery, PA
TAG: Usa, Philadelphia, NHL
22.49 del 24 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
10 Duemiladiciannove so far
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Non è un buon momento per ripartire, per ragioni diverse, comunque intanto riparto ché devo ripartire, poi si vedrà.
Torno ancora in America, per la quarta volta in undici mesi, e faranno cinque in un anno col prossimo giro. La mia America è ormai una collezione di statistiche disordinate prive di correlazione, di un disegno chiaro, una trama. Aeroporti, hotel, taxi e limousine, uffici, grattacieli e zone industriali, hamburger, uova e bacon, caffè, tanto caffè, bicchieroni di carta e tazze di caffè filtrato, con un goccio di latte scremato, il bastoncino di legno in Texas, la cannuccina di plastica in Ohio, il cucchiaino lungo in Pennsylvania. Chissà cosa troverò in New Mexico.

Vado (anche) in New Mexico, questa volta. Ho scoperto, tardi, che il mio hotel è vicino agli impianti da sci. Impianti da sci in New Mexico.
Io credevo ci fosse il deserto e il deserto in effetti c'è, tutto attorno, ma Albuquerque è in quota, rovente d'estate e gelida d'inverno, così basta un panettone qualunque per tracciare una manciata di piste e farne una stazione sciistica. C'è anche, pare, la funivia più lunga del mondo, per quanto dubito sia davvero più lunga di quella del Tatev.
Ho dato un'occhiata su internet, c'è neve. Parecchia, come ci si può aspettare da una stazione invernale americana. Ho sfrugugliato un po' per il web e ho verificato che ci sono dei negozi che affittano tutta l'attrezzatura necessaria, compreso l'abbigliamento.
Ho spostato il volo per Philadelphia e ho allungato la mia permanenza ad Albuquerque prendendo un giorno di ferie.
Poi si vedrà.

Ho un piano di volo complesso, otto voli: scalo a New York, troppo in corsa a questo giro per approfittarne, scalo ad Atlanta, a distanza di otto anni dal mio primo giro del mondo, poi Albuquerque, poi scalo a Houston, sempre Houston.
E torno quindi a Philadelphia e poi ancora, di nuovo, a Houston. Dove d'altra parte tornerò nuovamente a marzo e poi più avanti ancora. Houston state of mind.

Ho un biglietto per una partita di hockey a Philadelphia. Volevo tornare a vedere l'NBA, ma i Rockets saranno in trasferta quando sarò a Houston. Arriverò però in concomitanza col festival nazionale del rodeo: ho una sola giornata di sovrapposizione, proprio quella dell'inaugurazione, in cui d'altra parte ho alcune riunioni importanti in agenda, che sono poi la ragione per cui vado a Houston, non il festival nazionale del rodeo. Chissà se riuscirò a metterci piede.
Sarà però la prima occasione in cui trascorrerò un weekend in Texas e può essere che a questo giro ci scappi finalmente la visita alla NASA.

O forse rimarrò inchiodato in qualche hotel con l'influenza e la febbre, ché son qui a casa con Leonardo atterrato da due giorni. Ho messo in valigia una scorta di Tachipirina e Tachifludec, e un termometro. Qualcosa mi dice che a breve potrei averne bisogno, scommetterei fra Albuquerque e Philadelphia.

Intanto aggiorno la mappa del 2019, che d'altra parte è una mappa in movimento continuo, come questi mesi avanti e indietro, questo strano vivere da pendolare attraverso i continenti.
Non riesco quasi più a correre, a malapena trovo il tempo una volta a settimana. A questo giro mi porto le scarpette e il Garmin, magari è la volta che sfrutto un po' le palestre degli hotel.

Non è un buon momento per ripartire, no, ma intanto ripartire devo. Porto con me due libri e la nuova cuffia della Bose che ho comprato per i viaggi in aereo.
Poi si vedrà.

2019USA1
TAG: usa, houston, Albuquerque, Philadelphia
19.53 del 10 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
13 USA chapter 6th, section 2: in the countryside
OTT Travel Log: USA for business
Ricordate la mia teoria sull’America dei telefilm che spiegavo quando ero a Seattle? Il countryside, o perlomeno il countryside dell’Ohio, è esattamente quella cosa lì, ma anche quello della Pennsylvania, per cui se ti trovi ad Hatfield, per dire, zucche di Halloween davanti alle casette di legno a prescindere, sei sicuramente dentro una qualunque serie di Netflix e a seconda del genere è possibile che attorno a te arrivino gli alieni, resuscitino i morti, cali una cupola di energia sconosciuta, o si verifichino fenomeni paranormali e se proprio niente di tutto questo ti sembra stia accadendo è solo perché non hai messo piede dentro al college.
Ché alla fine l’America, almeno per me, è tutta ad Hatfield, o anche a Chardon, o a Mentor-on-the-lake, o a Painsville, Ohio.
Painsville, capisci?

Ecco, prendi Painsville, che già il nome. Una sera ceno in un ristorante di Painsville e già non è che puoi chiamarlo esattamente “ristorante”. È sempre quella roba lì, quella di Netflix.
Ci sono i banconi, i tavoli, i grandi schermi che trasmettono in contemporanea le partite di hockey e basket. Ci sono gli americani, quelli molto grossi e molto grassi col cappellino da baseball, i bermuda, la t-shirt e le ciabatte anche se è gennaio - adesso è ottobre, ma sarebbe uguale a gennaio, fidatevi - e i pickup parcheggiati fuori, le bistecche, il cibo americano e le bibite americane, la birra americana, i side americani, sempre doppi: ne vuoi solo uno? Niente, devi prenderne due, perché il menù prevede due side col tuo piatto.

Io li odio i menù americani: non si capisce mai un cazzo. Sono sempre delle specie di brochure, con tante foto alla rinfusa, slogan, pubblicità, tutto mescolato in un ordine che non capisci mai quale sia, quantità impossibili da quantificare anche se puoi star certo che qualunque cosa ordinerai sarà sempre troppo grande, troppo unta, con troppe salse mescolate alla sperindio che non c’azzeccano nulla l’una con l’altra.
E poi il ghiaccio, diobono. Il maledetto ghiaccio. Che ti portano sempre sempre sempre il bicchiere colmo di ghiaccio fino all’orlo e, a parte, la bibita già ghiacciata.
Tranne il caffè: il caffè americano che è sempre bollente, anche dopo un’ora che te lo sei versato nel bicchiere. È l’energia del futuro il caffè americano, nessuna dispersione, versi a cento gradi e rimarrà a cento gradi per sempre.
E l’aria condizionata a palla, che io indosso la felpa e ho freddo, e questi stanno in bermuda, maglietta e ciabatte stanno, han le braccia viola, ma non gliene frega un accidente.

È bello l’Ohio. La Pennsylvania un po’ meno, pare più Abbiategrasso. L’Ohio invece sembra la Germania, ma la Germania più grande e coi cervi, le highway e le pattuglie della polizia dietro i cartelloni pubblicitari, e i semafori agli incroci in mezzo alle highway, e questi paesi assurdi, fatti di casette di legno tutte uguali e il prato all’inglese, e il centro commerciale lungo la highway, e il KFC, il Burger king, i concessionari della Toyota, i negozi dell’AT&T che vendono gli iPhone a due terzi del prezzo in Italia, e i college in mezzo al nulla.
Come ad esempio a Concord, dove si trova il mio ufficio, in mezzo alla foresta dell’Ohio. Non c’è nulla, ma ci sono i cervi e i tacchini che girano liberi, i pickup e i SUV parcheggiati nel parcheggio enorme dell’ufficio, Il centro commerciale, i bistro e i tex-mex dove andare a pranzo, che però puoi raggiungere solo col pickup, perché in America a piedi non ci vai in giro. Non ci sono nemmeno i marciapiedi. Nemmeno se devi fare cento metri.
Come a Colmar, Pennsylvania, una trentina di miglia da Philadelphia. L’altra sera sono uscito dall’hotel e mi sono incamminato a piedi verso una zona dove Google mi diceva esserci qualche posto dove cenare. E nulla, mi sono ritrovato al buio a camminare in mezzo a un prato sul bordo di una statale a diciotto corsie, puntando le luci di alcune insegne.
L’unico coglione a piedi in mezzo a un villaggio della Pennsylvania dove tutti, tutti, tutti si muovono solo in macchina anche per attraversare la strada,
Solo che io la macchina non ce l’avevo.

Ho usato Uber questi giorni, sempre, e dio benedica Uber eccetera - l’ho già scritto, vero? - perché in America funziona davvero in modo fantastico, anche in culo ai lupi. E se sei a quaranta miglia da Philadelphia, in un posto che nemmeno sai come si chiama, dove non c’è nulla di nulla, nemmeno i marciapiedi, solo il Burger King, il KFC, il concessionario Toyota e giassai il resto, esci dall’ufficio alle cinque del pomeriggio come fanno gli americani e ti salta in mente di andare a downtown Philadelphia, Uber è la tua risposta.
Così grazie a Uber e a Christopher e alla sua GMC che è una macchina americana molto grossa come le macchine americane che da noi non esistono, sono andato anche a downtown Philadelphia.

Che è bellissima, downtown Philadelphia. Philly, come dicono qui. Anche più di Boston, che sai che ho amato tantissimo.
Ho fatto quel che dovevo fare a Philadelphia, ho fotografato la statua di Rocky e salito la gradinata di corsa - che in realtà è molto più corta di quel che sembra nei film, sappiatelo - e Christopher, senza sovrapprezzo, mi ha aspettato e mi ha poi portato in centro, raccontandomi un sacco di cose di Philly, delle quali naturalmente io ho capito un decimo perché lo slang di Christopher, che è nero, proprio te lo raccomando, ma ho annuito sempre con espressione molto meravigliata e felice.
Ho maledetto di non potermi fermare di più: era sera tardi, era buio, ero a downtown Philadelphia e dovevo rientrare a Colmar, a un’ora di highway traffico permettendo. Christopher si era anche offerto di aspettarmi e riportarmi indietro, ma lo avevo lasciato andare per fermarmi un po’ dalle parti della Independence Hall e respirare almeno una mezz’ora l’aria di Philly, con calma.
E niente, è bastato nuovamente premere un tasto sul telefonino e zac, due minuti dopo una BMW Uber mi ha prelevato all’incrocio fra l’ottava strada e la Franklyn per riportarmi a Colmar.
Solo che questa volta ho beccato Travis.

Travis in realtà si chiama Gregory, ma per brevità lo chiameremo Travis - e i più bravi afferreranno immediatamente la citazione - ed è nazista, un nazista della Pennsylvania in effetti, che non so se vale come quelli dell’Illinois, bianco, ovviamente, di una certa età, diciamo la mia, rasato, molto grosso. Mentre guida parla in continuazione, perché ti illustra ogni angolo di Philadelphia, e intercala il racconto con un frequente “tonight I’m gonna kill someone”.
Che parli molto e che sia un’ottima guida di Philadelphia lo dicono anche le recensioni sul suo profilo Uber: Travis ha 4,7 stellette, valutazione media confermata da 2.743 utenti. È uno che piace, ma va anche detto che Uber non ti invoglia molto a valutare i tuoi autisti meno di cinque stelle, perché anche se gliene dai solo quattro immediatamente parte la survey che ti rompe il cazzo per sapere cosa c’è che non è andato bene e perché mai sei rimasto così insoddisfatto da non dare un voto pieno.
Così alla fine, sai che c’è, cinque stelle a tutti e vaffanculo. Tanto il servizio è a parte tutto ottimo.
Comunque.

Travis, invece di fare l’autostrada per riportarmi a Colmar, decide che siccome all’andata ho visto i quartieri fighi e ricchissimi di Philadelphia e mi sono innamorato di questa città - quei quartieri dove ci sono le ville americane da sogno col giardino e gli alberi e la piscina, quelle che nelle trasmissioni su Real Time vengono vendute e comprate dal neo impiegato della city e la sua giovane compagna che hanno un budget da due milioni di dollari cash e vorrebbero cambiare casa, ma due milioni sì, due milioni e cinquantamila no - per contrappasso al ritorno devo attraversare le zone periferiche abbandonate, la terra bruciata, come la chiamano, estesa per diverse miglia attorno a downtown e quasi completamente buia, abbandonata, piena di spazzatura per le strade.
Per tutto il tragitto, fatto a passo d’uomo attraverso questa specie di impressionante palcoscenico tipo Guerrieri della notte, Travis si lamenta dei negri che regnano indisturbati e spacciano la droga alla luce del giorno, luce che però adesso non c’è perché è sera tardi e manca l'illuminazione, e dei fuckin’ bastard cops che hanno paura, si tengono ben alla larga da questi quartieri e non fanno nulla, così in giro ci sono solo loro, i negri che spacciano in mezzo alla strada, che basta scendere dall’auto (sei matto Travis?) per tirare su tutta la droga che vuoi, e le puttane negre, e insomma “tonight I’m gonna kill someone”, ripete Travis. Che sono certo sia armato e tenga la pistola nel cruscotto.
In effetti, agli incroci bui di Germantown, coi semafori lampeggianti, le casette di legno tutte uguali, buie e abbandonate, i bidoni della spazzatura rovesciati e le insegne intermittenti al neon, stazionano solo i negri che spacciano (forse) e le puttane (di sicuro) negre, e ti chiedi perché non ci fermano l’auto e non ci fanno a pezzi.

La risposta me la dà il giorno seguente in ufficio Giammario, collega italiano trapiantato a Philadelphia da un paio d’anni, pronto a trasferirsi in Ohio e felice di trasferircisi, felice a modo suo perlomeno. Mi racconta della grande crisi dell’industria metallurgica che ha colpito la città, trasformandola un po’ tipo Detroit dopo il crollo del mercato automotive, per cui interi quartieri che una volta erano residenziali e assai vivaci, abitati anche dalla media borghesia, sono stati abbandonati a se stessi e versano adesso nello stato disastrato in cui li ho visti, un po’ dopobomba.
Mi dice anche, Giammario, che gli spacciatori e in generale le gang di Germantown lasciano passare i tassisti perché sanno che hanno la pistola nel cruscotto - vedi, lo dicevo io - e che le macchine sono tracciate dal gps, ma che se mai decidessi di noleggiare l’auto e girare da solo è bene che prenda le highway per entrare e uscire dalla città ed eviti accuratamente di infilarmi nei quartieri periferici anche solo per sbaglio.
Ecco, appunto.

E quindi nulla, Philadelphia è quella dei giovani collegiali che gareggiano in canoa sul fiume, un po’ come a Cambridge ma col la Skyline di grattacieli sullo sfondo, e di Germantown, solo pochi chilometri da downtown, ma però diciamocelo, quale metropoli non lo è?
Cerco di spiegare il concetto a Travis, che nel frattempo ha per fortuna ripreso la highway per riportarmi a Colmar, ma nel dubbio gli nascondo di essere italiano, ché non vorrei mai che gli spacciatori negri avessero a che fare con le gang italiane, ché non credo gli piacerei più tanto, nel caso.

Così, alla mia sesta volta ancora l'America non riesce a sorprendermi. Quel che c'è da sapere è tutto lì, dentro a Netflix, ma anche nei telefilm in bianco e nero degli anni ’70, La casa nella prateria, Hazzard, La famiglia Bradford, insomma un po’ tutta quella roba lì.
Siamo alle solite, da una parte subisco il fascino perverso dall’America, tant’è che ormai giro anche io tutto il giorno col mio bicchierone di caffè, tanto non raffredda mai, e ci metto pure la cremina half and half, ma dall’altra parte non riesce mai a stupirmi, proprio no accidenti.
E me ne dispiace sai, parecchio. E più ci vengo, tant’è, e più voglio venirci. È una sfida ormai, la mia all'America.

Joshua lavora con me. È di Colmar, ha una trentina d’anni o poco più, la camicia a quadri, la barbetta rossa, una grande berlina giapponese, tifa i Cincinnati Bengals perché, diciamolo, i Cleveland Browns proprio non si possono tifare tanto son brocchi, in realtà però segue tutti gli sport allo stesso modo - football, basket, baseball ed hockey ovviamente - ed è una via di mezzo fra un hipster di Seattle e un boscaiolo del Wyoming.
Joshua non si è praticamente mai mosso dall’Ohio. Una volta è andato presso la sede di Sugarland, in Texas, dove volerò dopo Philadelphia, e questo è stato praticamente l’unico viaggio della sua vita.
È molto interessato ai miei viaggi in giro per il mondo e mi chiede com’è la sensazione del jet lag, è incuriosito da quella che reputa sia un’esperienza abbastanza surreale.
Gli racconto che è ancora più surreale quella del cambio di stagione volando nell’emisfero australe e delle volte che sono partito da casa in inverno per ritrovarmi ventiquattr’ore dopo in estate nel Pacifico meridionale, o viceversa.
Mi risponde, serafico, che se prendo l’aereo e vado in Florida è la stessa cosa, ma in tre ore.
Fine della mia lezione di oggi sull’America.

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Philadelphia, PA
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La statua di Rocky a Philadelphia
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Hatfield, PA
TAG: philadelphia, usa, america, Ohio, pennsylvania
10.00 del 13 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   


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