Orizzontintorno Carlo Paschetto
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04 Alto mare
SET Travel Log: Isole Azzorre
E dopo anni di inseguimento isola per isola attraverso tutto l'oceano, le abbiamo infine incontrate a São Miguel e le abbiamo ritrovate qualche giorno dopo a Pico. Avevo programmato due uscite in mare a caccia di delfini e soprattutto di balene, e abbiamo fatto centro in entrambe le occasioni.
Sono state due escursioni molto differenti, pur condotte con un programma simile: tre ore al largo, di mattina, con una equipe specializzata e un biologo a fare da guida. Un briefing introduttivo prima di partire per ascoltare le regole di comportamento e le modalità di avvicinamento, e poi la rotta improvvisata sul momento in base al passaparola fra le imbarcazioni, agli avvistamenti da terra coi telescopi, all'esperienza dello skipper.

Da São Miguel siamo partiti con uno yacht di medie dimensioni, una quarantina di persone a bordo. Da Pico con un gommone d'altura, equipaggiati con impermeabili e salvagenti, dieci sole persone imbarcate.
Il vantaggio dello yacht è ovviamente la stabilità, navigare comodi, all'asciutto, con la possibilità di fotografare in condizioni agevoli e protette, da posizione più elevata e con precisione.
Tutt'altra esperienza quella in gommone, decisamente più avventurosa, un vero rodeo per meglio dire, aggrappati ai corrimano, esposti alle ondate, navigando a pelo d'acqua e saltando come matti sulle onde alte, mentre i delfini ti saltano attorno a dozzine, scivolando sotto la chiglia e attorno al gommone alla velocità della luce. È come fare tre ore di palestra: una sfida complicatissima per chi soffre il mare e per il mal di schiena - le guide chiedono se qualcuno ne soffre prima di salire a bordo e sconsigliano eventualmente l'uscita. Io mi sono imbarcato comunque, non me la sarei persa per nulla al mondo, ma sono state ore lunghe e faticose.

A bordo del gommone anche fotografare è un'impresa, sia per l'instabilità e per la quasi impossibilità di reggersi in piedi alzando così la prospettiva, sia per il rischio che le costosissime apparecchiature reflex si bagnino. Hai voglia ad avere un teleobiettivo stabilizzato, devi reggere qualche chilo di macchina fotografica con una mano sola, rimanendo aggrappato a qualunque cosa tu abbia a portato di mano, ammortizzando i contraccolpi, schivando le ondate, cercando in qualche modo di cogliere le rapidissime evoluzioni dei delfini, o il momento esatto in cui la coda della balena emergerà dall'oceano per immergersi subito trascinando con sé un arco perfetto di gocce d'acqua contro sole. Ciao, insomma.
Per i ragazzi, ovviamente, non c'è confronto fra le due esperienze: gommone tutta la vita e d'altra parte è un'emozione indescrivibile.

A un certo punto ho rinunciato, ho messo la Canon al riparo sotto l'impermeabile e mi sono lasciato trasportare da un'incredibile manifestazione di vita e della natura alla quale nessuna fotografia avrebbe mai reso giustizia o potuto anche solo catturare.

In alto mare, come me.

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TAG: balene, delfini, pico, sal miguel, azzorre
23.43 del 04 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
02 Casa da baía do canto
SET Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine la verità è che io le montagne non le salgo. Nella mia vita ho immaginato, sognato, pianificato centinaia di salite sulle cime di mezzo mondo, ma quelle che avrei voluto e potuto affrontare davvero, per una ragione o per l'altra, son rimaste perlopiù progetti nel cassetto.
Non so quando è stato il momento esatto in cui ho capito che il mio ottomila non lo avrei mai conquistato, o quando ho messo davvero via il sogno delle Seven Summit. A un certo punto, semplicemente, mi sono detto che non era più vero. Ma non è tanto questo, o forse mah, è invece proprio tutto lì.
Faccio ruotare il mappamondo - per meglio dire, passo il mouse sul planisfero di Google Map - e mi viene in mente il Kinabalu.
Ho passato almeno dieci anni a far programmi per metter piede in cima al Borneo, tutti rimasti sulla carta. Qualche volta ci sono arrivato abbastanza vicino, perlomeno a prendere l'aereo per Kota Kinabalu, intendo, ma poi zero, non ne ho mai fatto nulla. L'ultima volta in cui ci ho pensato seriamente alla fine il volo è stato per Seul. Conservo ancora a distanza di anni i bookmark alle pagine web che mi ero appuntato come riferimento.
Sai mai, mi dico sempre. Ma non ci credo più davvero da tempo ormai.

Faccio mente locale e mi rendo conto all'improvviso che quelle a cui ho davvero rinunciato, quelle che ho sognato a lungo e che sarebbero state tranquillamente alla mia portata, son quasi tutti vulcani. Chissà se è un caso o un'inclinazione del subconscio.
Il Chimborazo e il Cotopaxi, pescando così a caso nella memoria, che ho tenuto sulla scrivania per anni. L'Elbrus, per salire il quale una decina di anni fa avevo pure iniziato ad allenarmi. L'Ararat, sotto alle cui pendici mi ero ripromesso di tornare con l'unico obiettivo, perlomeno lì, di andare in cima, senza ovviamente aver poi mai ripreso in mano il progetto. Il Kilimanjaro, rimasto nella mia agenda virtuale per non so più quanto tempo: ormai è addirittura scomparso il ghiacciaio di vetta, per dire le ere geologiche, l'acqua che scorre sotto i ponti, le occasioni buttate, la vita alle spalle che se ne va.
E lasciamo perdere il Muztagh Ata, che in effetti un vulcano non è, almeno lui: epperò anche lì, mi son fermato al campo base a guardare lassù e ho pensato prima o poi tornerò. Ovviamente no. E quando, del resto, che mi ci vorrebbe un altro mutuo, e poi non è nemmeno questo in realtà, quando mai il problema economico mi ha fermato davvero, c'è sempre dell'altro alla fine.
Persino l'Etna: ho desiderato per una vita di portarmi gli sci in vetta e scendere le colate di cenere e lava. Ricordo di averne letto ai tempi dell'università, all'epoca avevo anche tenuto da parte un paio di vecchi Rossignol di legno per provarci. Non l'ho mai fatto. Perché? Boh.
Non esiste una ragione vera, solo il disagio che mi porto addosso da sempre.

Prendi il Fujiyama, ad esempio. Se molti altri li ho solo immaginati, sul Fuji ho messo più che un piede. È vero, c'era Leonardo piccolo, era un viaggio in famiglia, ma mi sarebbe bastato prendermi mezza giornata e avrei certamente raggiunto la sommità insieme a quella milionata di giapponesi che tutti gli anni si mettono in fila indiana lungo gli infiniti tornanti che portano sul punto più alto.
Invece non ci provai nemmeno: rimasi lì sullo sterrato oltre il rifugio, col passeggino, a fotografare la gente che partiva per la salita, invece di infilarmi lo zaino in spalla e proseguire.
Posso darmi mille ragionevoli risposte naturalmente, ma avrei anche potuto incamminarmi con altrettante motivazioni sostenibili.

Lo scorso anno a Rarotonga ho affrontato da solo la salita del Needle: sono tornato indietro dopo un paio d'ore di giungla verticale, claustrofobica, fradicia e rovente, a non più di venti minuti dalla vetta probabilmente, la parte difficile ormai alle spalle, preso dall'ansia del ritorno da solo. Ho avuto paura di farmi male, della discesa ripida e scivolosa, di non ritrovare la via, di me stesso.
Niente, alla fine in cima io non arrivo. Spesso nemmeno ci provo.

Il giorno che avremmo dovuto provare a salire il Pico ha piovuto. Avevamo una sola possibilità da giocarci, lo sapevo fin dall'inizio: il tempo non ci è stato favorevole, come del resto era ampiamente probabile ed anzi, è stato proprio il giorno peggiore di tutto il viaggio. A mille metri di quota, dove siamo arrivati in macchina per esplorare almeno i fianchi del vulcano, la visibilità era zero assoluto, al punto che non sono nemmeno arrivato in fondo alla strada sterrata che porta al rifugio da cui parte l'itinerario di salita e ho fatto dietro-front.
La verità è che anche se il tempo fosse stato bellissimo probabilmente non ce l'avremmo fatta: è un percorso che richiede molte ore, parecchio ripido, con un dislivello non indifferente; il meteo è sempre piuttosto variabile e bisogna essere veloci nel salire e poi nel scendere, prima di farsi sorprendere dalla nebbia.
Era in conto che fra tutte le cose in programma probabilmente la salita del Pico sarebbe saltata. Avevo messo in valigia l'equipaggiamento, ma tant'è con poca convinzione.
E poi eravamo stanchissimi, da giorni collezionavamo sveglie all'alba e arrivavamo a casa la sera sfiniti, e la mattina del Pico la sveglia era programmata al massimo per le cinque. Nessuno di noi ne aveva davvero voglia, poca io, immagina il resto della famiglia.

Ho aperto gli occhi attorno alle quattro e mezza. Dalle grandi vetrate panoramiche della nostra bellissima Casa da baía do Canto a Terra Alta ho guardato le nuvole nere scaricare la pioggia a scrosci sull'oceano. Mi sono girato nel letto, ho rimboccato il piumino sottile, mi sono rilassato e abbandonato a una stanchezza infinita, e mi sono rimesso a dormire.
Anche il Pico sarebbe andato ad aggiungersi alla lunga lista delle cime che non ho salito.
È fin troppo facile farne la storia della mia vita.

Di sera a Terra Alta è un concerto indescrivibile di uccelli che cantano - cantano? - fanno versi stranissimi, mai ascoltati prima. Li registriamo con l'iPhone per portare a casa qualcosa di questa struggente vita di Pico sperduta nell'oceano, perlomeno i suoni, la musica della natura attorno a noi che riempie un silenzio altrimenti sconfinato.
Il profilo di São Jorge, dall'altra parte del braccio di mare, è stato inghiottito dal buio. Si vedono solo le luci di Velas e di Calheta lungo la costa.
Mi aggrappo in qualche modo a tutto questo. Sarebbe possibile vivere davvero nella Casa da baía do Canto? Dice Benedicta che è la più bella in assoluto, è stata la prima che hanno costruito.
Cucino spaghetti al pomodoro per provare, il vino arriva dalle vigne di Terceira. Almeno le balene non ci hanno tradito, sebbene tre ore di gommone al largo con l'onda lunga siano state faticose, fisicamente impegnative e a tratti inquietanti. Ci eravamo spinti fin quaggiù con l'obiettivo fin dall'inizio di avvicinare le balene nel loro santuario: missione compiuta.

Il Pico è illuminato da uno spicchio sottilissimo di luna. Chissà com'è l'alba da lassù. Domani, quando sorgerà il sole, ci imbarcheremo e se sarò fortunato lo fotograferò dal mare.
È pur vero che se non hai visto Flores non hai visto nulla. Toccherà andare a Flores prima o poi, per tornare a Pico e riprovarci.
Chissà com'è viverci davvero, a Casa da baía do canto.

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Il Pico
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Panorama su Pico da São Jorge
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Casa da baía do Canto, Terra Alta, Pico
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I tramonti di Terra Alta, Pico
TAG: Azzorre, pico
00.26 del 02 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
31 E poi celeste ovunque
AGO Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine niente. Avevo una mezza intenzione al rientro di scrivere un post per ciascuna delle isole che abbiamo incrociato sulla nostra rotta, ma non ho preso nemmeno un appunto in corsa come faccio di solito, non mi sono segnato nulla, ho solo collezionato istanti speciali per me e migliaia di fotografie - quante fotografie, quante, ho perso il conto e anche un po’ il controllo credo, migliaia davvero, ho impiegato queste due settimane a casa a fare ordine, a ripassarle una per una, a selezionarle, a scegliere quelle da inserire nel mio archivio.
Ogni giorno in viaggio ho pubblicato qualcosa su Twitter, una sorta di microblog fotografico, senza aggiungere nulla che non fossero giusto didascalie minime per localizzare le immagini, e niente altro. È stato un viaggio così, differente da molti altri, piuttosto unico per tanti versi.
Sono rientrato da più di due settimane ormai. Ogni giorno mi sono ripromesso di mettermi qui a buttar giù qualche nota, qualche pensiero, ma per quanto ci provi il ritmo non decolla, e rimando, rimando, rimando. Intanto ho anche ripreso a lavorare e le Azzorre sono già laggiù, a migliaia di chilometri, disperse al largo dell’Atlantico Settentrionale.

Mi hanno chiesto come è andata. Ho un po’ eluso le domande, come sempre non ho alcuna voglia di raccontare i fatti miei alla macchinetta del caffè e le mie isole sono mie, come tutti i miei viaggi, sempre. Ma a qualcuno ho risposto “è un viaggio da adulti”.
Ed è così in effetti. Un viaggio da adulti. Per quanto Leonardo, al rientro, abbia detto che gli sono piaciute tantissimo, e certo non avrei scommesso prima di partire - e non scommetterei ancor più oggi - sulle Azzorre per un viaggio ideale con un quindicenne e una dodicenne al seguito.
Col senno di poi in effetti non lo è stato, ma poi vai a capirli i giovani.
Del resto per me sarebbe inspiegabile oggi, e lo sarebbe stato a quindici anni, essere indifferenti all’inquietudine dell’abbandono al largo nell’oceano, spiagge bianche e barriera corallina, o scogliere di lava che siano, pur sempre acqua e acqua e acqua e acqua ancora fra il tuo orizzonte e il mondo esterno, giorni e giorni di navigazione sul mare profondo, oppure volare per ore sul nulla, è l’unica.
Non mi abbandona mai quella sensazione, ogni istante, sulle isole nell’oceano, qualunque isola.
Figurati alle Azzorre, con quei vulcani, la foresta, le scogliere, la pioggia bassa e sottile, le nebbie.

Non è stato un viaggio di mare questo. Per meglio dire, non andate alle Azzorre se avete in mente una vacanza al mare, perché in realtà devo correggermi, un viaggio di mare - e di isole - lo è stato eccome, certo. Dimenticate però di passare le vostre giornate spiaggiati da qualche parte, andate altrove.
Anzi, non andateci proprio alle Azzorre, lasciatele in pace, finché ancora è possibile.
Ti sembra sempre che non ci sia nessuno, eppure c’è gente eccome. Laggiù nel continente dici Azzorre e c’è sempre quel momento di smarrimento nel tuo interlocutore, tipo ah sì, belle caspita, Azzorre, ma aspetta, dove sono esattamente? Cosa c’è alle Azzorre? All’improvviso ti rendi conto che non hai mai sentito nessuno che ti raccontasse delle spiagge delle Azzorre, dei villaggi turistici delle Azzorre, delle discoteche delle Azzorre, del mare delle Azzorre, e allora?
Infatti non c’è nulla, andate altrove.

A São Jorge, per dire, ci sono le fajã. Immagina di vivere su una specie di altipiano a seicento metri dalla superficie del mare e se al mare vuoi andare l’unica è calarti, letteralmente, giù per i tornanti scavati lungo i fianchi di scogliere di lava verticali alte centinaia di metri e ricoperte di vegetazione, finché al mare arrivi, a una striscia di ciottoli e scogli neri larga al massimo una decina di metri, dove arrivano a infrangersi alte onde oceaniche.
Se sei fortunato, fra quegli scogli le onde vanno a riempire delle piscine naturali e lì sì, puoi anche farti un bagno, “bagnarti”, per meglio dire e sempre che la temperatura dell’acqua atlantica non ti sia troppo ostile.

È così misteriosa e silenziosa São Jorge che alcune cose le ho scoperte solo al ritorno, grazie alle fotografie. Ad esempio lavorando su quelle scattate al largo mentre navigavamo sull’onda lunga atlantica verso Graciosa.
Ho eliminato con Photoshop la foschia che avvolgeva l’isola e che la nascondeva sotto una patina azzurra uniforme, quasi confondendola con il mare e il cielo nuvoloso, e che sorpresa, accidenti! Che colori! Che spettacolo!
All’improvviso ecco lì tutta la variopinta e meravigliosa natura vulcanica di São Jorge, le inaccessibili scogliere alte centinaia di metri, colorate da un arcobaleno acceso di lava rossa, gialla, verde, nera, viola, ricoperte da un’assurda vegetazione che mescola pini e abeti e flora d’alta montagna con una insospettabile - per l’anomala latitudine - esplosiva natura tropicale, dipinta da migliaia di fiori spontanei provenienti da tutti i continenti, trasportati fin lì dalle correnti e dagli alisei.

Quanto è diversa São Jorge da São Miguel. Da Faial. Da Pico. Quanto è diversa Pico da Faial, da Graciosa, da Terceira. E quanto Terceira da São Miguel, da São Jorge e da Faial. Quanto ognuna delle Azzorre è completamente differente dalle altre.
A parte le ortensie. I tappeti infiniti di ortensie. L’inverosimile, quasi imbarazzante, coperta di ortensie che le avvolge tutte, in uno spettro che va dal bianco al rosso cupo, passando per l’azzurro, il celeste, il viola, il rosa, il maculato, a seconda dello stadio di fioritura delle piante.
Le strade che attraversano le isole corrono delimitate da vere e proprie pareti di piante di ortensie, per cui guidi incredulo per chilometri guardando verso l’alto, invece che la strada davanti a te, avvolto da un arco celeste fiorito a chiudere la prospettiva.
Dopo qualche giorno è così naturale viaggiare fra le ortensie in fiore che sbarcati a Terceira ci rendiamo conto all’improvviso che lungo il tratto di strada che stiamo percorrendo verso casa non c’è traccia di azzurro, né di blu, né di rosa. Solo normale vegetazione attorno a noi, e ci rimaniamo un po’ male. Non siamo più abituati.

Se me lo chiedi, alla fine vivrei a São Miguel. La più grande, la più affollata sì, diciamo così, per quanto si possa parlare di folla alle Azzorre. La più abitata, meglio. Hai tutto quel che serve a Ponta Delgada, anche Decathlon, se ti servono le scarpette, ché alle Azzorre corrono tutti e attorno al capoluogo ci sono delle ciclabili meravigliose lungo il mare dove andare a correre all’alba e al tramonto. Anche Ikea secondo me, ché le posate nelle nostre case a São Roque e a Santo Amaro sfoggiavano l'inconfondibile logo.
Forse non è la più bella São Miguel, ammesso che sia davvero possibile stilare una classifica, ma è sicuramente il miglior compromesso. C’è un aeroporto internazionale, non ci sono vulcani (troppo) attivi, non battono terremoti da abbastanza tempo, ci sono diversi villaggi , c’è qualche spiaggia vera, per quanto oceanica, c’è una strada a scorrimento veloce che la attraversa da un capo all’altro, come a O’ahu, per cui puoi raggiungere rapidamente qualunque punto dell’isola in mezz’ora.
Le altre isole, se vuoi, son lì, a qualche ora di traghetto, o meno di un’ora di aeroplanino, quindi sei sempre in tempo a fuggire alla ricerca di meno folla ancora, ammesso che ti serva davvero.

È bellissima e particolare São Jorge, ma bisogna scoprirla e saperla apprezzare. Sembra tranquilla ed è la più estrema e inaccessibile. Forse vorrei vivere a São Jorge, ma gli ultimi terremoti violenti son troppo recenti, è esattamente al centro della faglia atlantica, ed è così drammatico il contrasto fra l'altipiano che emerge dall'oceano tappezzato da tranquilli pascoli alpini e foreste, le scogliere altissime su cui si appoggia e che difendono l'isola come una fortezza, le claustrofobiche fajãs laggiù in fondo al precipizio, dove vanno a infrangersi le onde e i pescatori ormeggiano le loro barche colorate.

È bellissima Faial, coi suoi vulcani attivi e preistorici, ma un po’ troppo mondana a modo suo, con quel suo porto dove attraccano le vele transoceaniche, la mezzaluna di sabbia della spiaggia di Porto Pim, i trekker che si avventurano giù per la caldeira avvolta dalla nebbia.
È interessante Terceira, ha le foreste con gli gnomi e le grotte profonde scavate nella lava, la vita di Praia da Vitória e i caffè di Angra do Heroismo, ma non ci sono i tappeti di ortensie e il celeste a guidarti i cammini.

E poi Pico, vabbè. Magari di Pico ti racconto altrove.
Certo, vivere a Pico, e affacciarti al terrazzo ad avvistare le balene.
È che a Pico l’ombra lunga del vulcano sopra di te non ti molla mai.
Lo vedi da ovunque, il Pico. Lo vedi da São Jorge, da Faial, da Graciosa, da Terceira. Sospetto tu lo possa vedere anche da Corvo e Flores, quando le nuvole che lo avvolgono perennemente decidono all'improvviso di ritirarsi del tutto per qualche istante, cosicché lo vedi infilarsi nel cielo, al di sopra delle Azzorre tutte.
Devi tornare a São Miguel per riuscire, forse, a togliertelo dall’orizzonte.
Immagina viverci sotto.
Che poi, immagina vivere a Stromboli del resto, che però non è abbandonata in mezzo all’Atlantico, sulla rotta dell’America, a ore e ore di acqua sotto di te.
Magari ti parlerò di Pico, sì, altrove.

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São Miguel
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São Jorge
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Pico appare fra le nuvole dietro São Jorge
TAG: Azzorre, sao Miguel, sao Jorge, pico
13.28 del 31 Agosto 2019 | Commenti (0) 
   


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