Orizzontintorno Carlo Paschetto
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02 Casa da baía do canto
SET Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine la verità è che io le montagne non le salgo. Nella mia vita ho immaginato, sognato, pianificato centinaia di salite sulle cime di mezzo mondo, ma quelle che avrei voluto e potuto affrontare davvero, per una ragione o per l'altra, son rimaste perlopiù progetti nel cassetto.
Non so quando è stato il momento esatto in cui ho capito che il mio ottomila non lo avrei mai conquistato, o quando ho messo davvero via il sogno delle Seven Summit. A un certo punto, semplicemente, mi sono detto che non era più vero. Ma non è tanto questo, o forse mah, è invece proprio tutto lì.
Faccio ruotare il mappamondo - per meglio dire, passo il mouse sul planisfero di Google Map - e mi viene in mente il Kinabalu.
Ho passato almeno dieci anni a far programmi per metter piede in cima al Borneo, tutti rimasti sulla carta. Qualche volta ci sono arrivato abbastanza vicino, perlomeno a prendere l'aereo per Kota Kinabalu, intendo, ma poi zero, non ne ho mai fatto nulla. L'ultima volta in cui ci ho pensato seriamente alla fine il volo è stato per Seul. Conservo ancora a distanza di anni i bookmark alle pagine web che mi ero appuntato come riferimento.
Sai mai, mi dico sempre. Ma non ci credo più davvero da tempo ormai.

Faccio mente locale e mi rendo conto all'improvviso che quelle a cui ho davvero rinunciato, quelle che ho sognato a lungo e che sarebbero state tranquillamente alla mia portata, son quasi tutti vulcani. Chissà se è un caso o un'inclinazione del subconscio.
Il Chimborazo e il Cotopaxi, pescando così a caso nella memoria, che ho tenuto sulla scrivania per anni. L'Elbrus, per salire il quale una decina di anni fa avevo pure iniziato ad allenarmi. L'Ararat, sotto alle cui pendici mi ero ripromesso di tornare con l'unico obiettivo, perlomeno lì, di andare in cima, senza ovviamente aver poi mai ripreso in mano il progetto. Il Kilimanjaro, rimasto nella mia agenda virtuale per non so più quanto tempo: ormai è addirittura scomparso il ghiacciaio di vetta, per dire le ere geologiche, l'acqua che scorre sotto i ponti, le occasioni buttate, la vita alle spalle che se ne va.
E lasciamo perdere il Muztagh Ata, che in effetti un vulcano non è, almeno lui: epperò anche lì, mi son fermato al campo base a guardare lassù e ho pensato prima o poi tornerò. Ovviamente no. E quando, del resto, che mi ci vorrebbe un altro mutuo, e poi non è nemmeno questo in realtà, quando mai il problema economico mi ha fermato davvero, c'è sempre dell'altro alla fine.
Persino l'Etna: ho desiderato per una vita di portarmi gli sci in vetta e scendere le colate di cenere e lava. Ricordo di averne letto ai tempi dell'università, all'epoca avevo anche tenuto da parte un paio di vecchi Rossignol di legno per provarci. Non l'ho mai fatto. Perché? Boh.
Non esiste una ragione vera, solo il disagio che mi porto addosso da sempre.

Prendi il Fujiyama, ad esempio. Se molti altri li ho solo immaginati, sul Fuji ho messo più che un piede. È vero, c'era Leonardo piccolo, era un viaggio in famiglia, ma mi sarebbe bastato prendermi mezza giornata e avrei certamente raggiunto la sommità insieme a quella milionata di giapponesi che tutti gli anni si mettono in fila indiana lungo gli infiniti tornanti che portano sul punto più alto.
Invece non ci provai nemmeno: rimasi lì sullo sterrato oltre il rifugio, col passeggino, a fotografare la gente che partiva per la salita, invece di infilarmi lo zaino in spalla e proseguire.
Posso darmi mille ragionevoli risposte naturalmente, ma avrei anche potuto incamminarmi con altrettante motivazioni sostenibili.

Lo scorso anno a Rarotonga ho affrontato da solo la salita del Needle: sono tornato indietro dopo un paio d'ore di giungla verticale, claustrofobica, fradicia e rovente, a non più di venti minuti dalla vetta probabilmente, la parte difficile ormai alle spalle, preso dall'ansia del ritorno da solo. Ho avuto paura di farmi male, della discesa ripida e scivolosa, di non ritrovare la via, di me stesso.
Niente, alla fine in cima io non arrivo. Spesso nemmeno ci provo.

Il giorno che avremmo dovuto provare a salire il Pico ha piovuto. Avevamo una sola possibilità da giocarci, lo sapevo fin dall'inizio: il tempo non ci è stato favorevole, come del resto era ampiamente probabile ed anzi, è stato proprio il giorno peggiore di tutto il viaggio. A mille metri di quota, dove siamo arrivati in macchina per esplorare almeno i fianchi del vulcano, la visibilità era zero assoluto, al punto che non sono nemmeno arrivato in fondo alla strada sterrata che porta al rifugio da cui parte l'itinerario di salita e ho fatto dietro-front.
La verità è che anche se il tempo fosse stato bellissimo probabilmente non ce l'avremmo fatta: è un percorso che richiede molte ore, parecchio ripido, con un dislivello non indifferente; il meteo è sempre piuttosto variabile e bisogna essere veloci nel salire e poi nel scendere, prima di farsi sorprendere dalla nebbia.
Era in conto che fra tutte le cose in programma probabilmente la salita del Pico sarebbe saltata. Avevo messo in valigia l'equipaggiamento, ma tant'è con poca convinzione.
E poi eravamo stanchissimi, da giorni collezionavamo sveglie all'alba e arrivavamo a casa la sera sfiniti, e la mattina del Pico la sveglia era programmata al massimo per le cinque. Nessuno di noi ne aveva davvero voglia, poca io, immagina il resto della famiglia.

Ho aperto gli occhi attorno alle quattro e mezza. Dalle grandi vetrate panoramiche della nostra bellissima Casa da baía do Canto a Terra Alta ho guardato le nuvole nere scaricare la pioggia a scrosci sull'oceano. Mi sono girato nel letto, ho rimboccato il piumino sottile, mi sono rilassato e abbandonato a una stanchezza infinita, e mi sono rimesso a dormire.
Anche il Pico sarebbe andato ad aggiungersi alla lunga lista delle cime che non ho salito.
È fin troppo facile farne la storia della mia vita.

Di sera a Terra Alta è un concerto indescrivibile di uccelli che cantano - cantano? - fanno versi stranissimi, mai ascoltati prima. Li registriamo con l'iPhone per portare a casa qualcosa di questa struggente vita di Pico sperduta nell'oceano, perlomeno i suoni, la musica della natura attorno a noi che riempie un silenzio altrimenti sconfinato.
Il profilo di São Jorge, dall'altra parte del braccio di mare, è stato inghiottito dal buio. Si vedono solo le luci di Velas e di Calheta lungo la costa.
Mi aggrappo in qualche modo a tutto questo. Sarebbe possibile vivere davvero nella Casa da baía do Canto? Dice Benedicta che è la più bella in assoluto, è stata la prima che hanno costruito.
Cucino spaghetti al pomodoro per provare, il vino arriva dalle vigne di Terceira. Almeno le balene non ci hanno tradito, sebbene tre ore di gommone al largo con l'onda lunga siano state faticose, fisicamente impegnative e a tratti inquietanti. Ci eravamo spinti fin quaggiù con l'obiettivo fin dall'inizio di avvicinare le balene nel loro santuario: missione compiuta.

Il Pico è illuminato da uno spicchio sottilissimo di luna. Chissà com'è l'alba da lassù. Domani, quando sorgerà il sole, ci imbarcheremo e se sarò fortunato lo fotograferò dal mare.
È pur vero che se non hai visto Flores non hai visto nulla. Toccherà andare a Flores prima o poi, per tornare a Pico e riprovarci.
Chissà com'è viverci davvero, a Casa da baía do canto.

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Il Pico
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Panorama su Pico da São Jorge
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Casa da baía do Canto, Terra Alta, Pico
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I tramonti di Terra Alta, Pico
TAG: Azzorre, pico
00.26 del 02 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   


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