Orizzontintorno Carlo Paschetto
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31 Domani danno vento
DIC Diario
Alla fine, fra altre cose, quest’anno ho anche archiviato una ventina di libri, alcuni piuttosto interessanti, un paio almeno da ricordare, direi un altro paio piantati a metà.
Potrei aggiungere che ho perso venti chili, ma in verità la maggior parte li avevo già lasciati per strada nel 2017. Dopo otto mesi di dieta strettamente controllata e un migliaio di chilometri nelle gambe, a marzo ho infine arrestato la discesa e ho poi vissuto di rendita, cercando di non lasciarmi troppo andare e di continuare a correre almeno un paio di volte a settimana.
Non ci sono sempre riuscito, anzi. Dalla scorsa estate ho praticamente dimezzato le uscite settimanali e ho smesso di tenere il diario alimentare, complici anche i nuovi disturbi cardiaci che a sorpresa sono ricomparsi a primavera frustrando definitivamente qualunque ambizione di ritornare alle gare. Così, negli ultimi mesi, ho inevitabilmente ripreso qualche chilo che adesso sto cercando di recuperare.
Intanto però chiudo l’anno avendo portato a casa anche stasera una decina di chilometri, nonostante l’influenza che non mi molla da una settimana.

Non ho dunque smesso di correre, no, nemmeno di fronte al ritorno delle fibrillazioni, e - prima che si manifestassero nuovamente - il 2018 è stato pur sempre l’anno in cui mi sono ripresentato al centro di medicina sportiva e sono riuscito a riguadagnarmi la certificazione per la corsa, otto anni dopo aver interrotto la mia carriera di maratoneta.
Ho anche ripreso a sciare con la fluidità e la forma di un tempo, ed erano anni che non trascorrevo ore sulla neve senza sosta, divertendomi nuovamente, soprattutto riuscendo a star dietro ai figli, che ormai hanno sorpassato il papà a destra e han gambe da vendere.

Erano anni, sì, che non mi divertivo così. Pensavo quasi di essere arrivato al capolinea, e invece. Sarebbe interessante provare a rimettere le pelli, che giacciono riposte nel baule dell’attrezzatura da troppo tempo, e tornare alla mia amata aria sottile, ma mancano un po’ la voglia e la motivazione, e forse sì, quella è davvero una stagione della mia vita che è ormai chiusa in soffitta, per quanto possa guardarmi alle spalle con malinconia.
Quanto al cuore, alla fine, da ottobre sembra tornato tutto regolare. Fibrillazioni di nuovo scomparse e chilometri di nuovo nelle gambe senza troppe preoccupazioni. Non è un caso direi e ormai posso dare la diagnosi per acquisita.

Per qualche ragione non riesco a rendermene davvero conto, ma nel 2018 ho completato un paio (quasi) di giri del mondo e per la prima volta ho messo piede in quattro continenti nello stesso anno, collezionando anche due viaggi in America. Del tutto inaspettatamente è stato un anno di chilometri a decine di migliaia, l’anno in cui ho infilato, nell’arco di pochi mesi, New York e Tokyo, Shanghai e Sydney, in cui sono tornato nel Pacifico e in cui per la prima volta ho fatto uno stop over in un paese nel quale non ero mai stato prima, senza avere nemmeno il tempo di sdoganare.
Ho trascorso per aria un tempo considerevole, timbrando anche la singola tratta e il viaggio aereo più lunghi della mia vita, con le quattordici ore da Abu Dhabi a Sydney e le due notti consecutive in volo viaggiando da Milano a Rarotonga.
In parte è stato possibile grazie alla Provvidenza e alla mia nuova vita professionale, l’ennesima, piovuta dal cielo quando stavo per arrendermi a quello che sembrava ormai un tracollo inarrestabile. Altrove dicevo che ho dovuto arrivare a cinquantatré anni per realizzare quello che sognavo quando ero un giovane universitario: viaggiare per il mondo ed essere pagato per farlo. Ma non è tanto questo il punto.
Sono abbastanza certo che ci sia stata la mano di papà.

È capitato tutto così all’improvviso, esattamente quando doveva capitare, con precisione millimetrica. I primi otto mesi del 2018 sono stati disastrosi, la situazione peggiore in assoluto da dieci anni a questa parte. Ero davvero rassegnato, non avevo alcuna visibilità sul mio futuro oltre l’estate e non c’era alcun segnale che la tendenza potesse invertirsi, certamente non in modo così repentino e determinante. Ormai la saracinesca era abbassata.
Non so come sia accaduto, come sia stato possibile all’improvviso quello che negli ultimi tre anni era sembrato sempre più impossibile. Ho iniziato agosto a casa con la testa fra le mani. Il 6 settembre mi sono trovato su un volo per Francoforte con una nuova vita davanti e da allora non sono più atterrato.
Per essere un anno che si era annunciato come il più disastroso della mia vita, il 2018 merita una conversione piena al cattolicesimo.
Certo sono ancora ben lontano da una parvenza di comfort zone, ma per una volta perlomeno l’andatura non è di bolina e posso riprendere fiato. E allontanare le fibrillazioni.
Intanto a papà ho portato un alberino di Natale.

Nel 2018 ho anche finalmente portato i ragazzi in cima alla Grigna, dopo anni che ce lo ripromettevamo, e io e lei abbiamo poi fatto un bellissimo piccolo viaggio in centro Italia, per brindare alla nuova vita che stava per iniziare.
È stata una bella estate e avrebbe potuto essere la peggiore in assoluto.
Bisogna imparare a riconoscere le cose preziose e il tempo buono, e ricordarselo quando ricomincia la tempesta.

Due giorni fa è morto Vito. Era il mio vicino di casa e di fatto non ci conoscevamo. Sono quasi tre anni che abito qui e forse c’eravamo incrociati tre o quattro volte. Ho persino fatto fatica a capire chi fosse, a ricordare il volto, finché non ho visto la foto su un giornale locale.
Lascia la moglie e due figli. Aveva circa la mia età.
Il tempo buono va vissuto. Va capito subito e vissuto.

Come ci eravamo ripromessi dodici mesi fa, dopo sette anni non inizieremo più l’anno in Valchiavenna. Il 2019 lo battezzeremo sulle nevi svizzere, meteo permettendo, che per la verità non promette nulla di buono.
Sarà un anno che inizierà dunque oltralpe e che, almeno nei piani, mi vedrà di nuovo mettere piede almeno in tre o quattro continenti e che potrebbe riportarmi, fra altri posti, in Brasile dopo trent’anni, in India, a Singapore e negli Emirati.
Il primo biglietto aereo è già in tasca. Inizio il 16 gennaio, volando in Germania. La settimana dopo tornerò negli Stati Uniti, a Houston. A febbraio ancora negli States, New Mexico e poi di nuovo Texas.
Un anno che inizia volando è sempre un buon anno.

Fra pochi giorni avrò cinquantaquattro anni e non è più tempo di guardare in avanti, sperando e programmando.
È tempo di vivere ora.

2018.12.31b
TAG: capodanno, diario
23.44 del 31 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
02 Made in Japan
DIC Travel Log: Far East for business
È sul Nozomi che il deja-vu mi investe davvero ed è in qualche modo significativo, perché lo Shinkansen Nozomi è escluso dal Japan Rail Pass e nel 2006 non avevamo dunque potuto prenderlo, avevamo viaggiato solo con gli Shinkansen di seconda categoria, ammesso che si possano definire tali.
Ma il Giappone che sfreccia a ben oltre trecento all’ora dai finestrini del Nozomi è esattamente quello, senza soluzione di continuità, da Tokyo a Kyoto ed oltre, fino a Hiroshima, fermata per fermata, ed è come se lo riconoscessi tutto, come il castello di Himeji ad esempio, eccolo lì, mentre il treno rallenta in prossimità della stazione, anche se per la verità Himeji me la ricordavo più piccola. E il Monte Fuji naturalmente, che però questa volta riesco a vedere ben disegnato contro un cielo perfettamente limpido, con il caratteristico cono innevato, come da letteratura, mentre allora lo vidi in pieno agosto, completamente asciutto e scuro, annebbiato dalla foschia.
Mi viene naturale fissare un angolo nello scompartimento, vicino al deposito bagagli, e mi pare di vedere ancora il passeggino rosso di Leonardo, lui seduto dentro che osserva pensieroso il panorama scorrere velocissimo.

È tutto così lontano e così vicino, il mio passato che si allontana davanti a me. Il Giappone sarà per sempre quello visto attraverso i suoi occhi meravigliati e sorpresi di duenne, le sue foto a Tokyo, a Osaka, ad Ainokura, in spiaggia ad Hei-Bama, in braccio a me in acqua nell’oceano che ride come un matto, in treno.
Mi viene in mente quel pomeriggio in Tango Hanto quando siamo andati insieme, io e lui, nell’Onsen per uomini, e lui che buttava i sassolini nell’acqua.
Penso a come è adesso, a quell’adolescente di quasi un metro e ottanta che incrocio in cucina prima dell’alba, mentre si prepara la colazione, nessuno di noi due che dice una parola, ci scambiamo un’occhiata silenziosa per salutarci, mentre Carola ancora dorme in camera sua.
Una vita nel mezzo, la distanza fra quel Giappone e quello che vedo scorrere oggi dai finestrini.

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2006, con Leonardo sullo Shinkansen
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Il Monte Fuji fotografato nel 2006 dallo Shinkansen...
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... e nel 2018 dalla stessa posizione...

C’è un Nozomi ogni cinque minuti, nel 2018, in ora di punta, sull’asse Tokyo-Kyoto. Più della metropolitana di Milano fra Duomo e Cadorna. Impiega poco più di due ore fra le due città, meno di tre per arrivare ad Hiroshima, fermando in tutte le stazioni principali. Fantascienza.
Ryo passa a prendermi all’hotel a Fujisawa alle otto e trenta del mattino, con calma. Alle 14:00 abbiamo una riunione ad Okayama, a quasi ottocento chilometri di distanza, due metropolitane, un Nozomi, un taxi e un pranzo in mezzo.
Alle 14:00 in punto - in punto, giuro - stiamo entrando nella sala riunioni di Okayama. Ho anche avuto il tempo di pranzare discretamente sul Nozomi.
Ma che altro devo raccontarvi, io, del Giappone?
C’è sempre il capostazione che si inchina davanti allo Shinkansen, prima che abbandoni silenziosamente la stazione, e c’è sempre il controllore a bordo che attraversa il vagone e si inchina prima di passare a quello successivo.
Si inchina anche se i sedili sono tutti rivolti nel senso di marcia e lui sta uscendo dalla porta posteriore, coi passeggeri che gli danno la schiena. Si inchina anche se il vagone è vuoto.
Si inchina lo stesso, verso le nostre schiene, verso il nulla. Si inchina e basta. Perché deve fare così.

Facciamo conversazione in treno, Ryo ed io, le solite cose che però in oriente contano di più: la famiglia, il lavoro, i ciliegi - perché naturalmente tre secondi dopo che sei in Giappone qualcuno ti dice subito che devi venirci in aprile perché ci sono i ciliegi in fiore e nulla, 'sta cosa dei ciliegi ai giapponesi li manda in orgasmo più del sadomaso. Claudio Giunta la racconta benissimo nel suo libro sul Giappone.
Comunque.

Il clou della conversazione è "adesso in Giappone è autunno e in Giappone l'autunno è bello perché le foglie ingialliscono”. Ryo mi chiede se accade anche in Italia.
In questa assurda domanda, all'apparenza come minimo sciocca o alla meno peggio un’inutile formalità, è racchiuso l'intero Giappone e tutto il mondo dei giapponesi. Stiamo attraversando da almeno due ore una ininterrotta giungla di cemento armato senza soluzione di continuità, l'antropizzazione esasperata e opprimente che è la caratteristica di questo paese dove il verde, il verde come lo intendiamo noi, è quasi inesistente e attorno a me, da quando sono atterrato, la cosa più vicina a un vegetale non addomesticato, scolpito e piegato all’ordine di ogni cosa, sono le alghe che galleggiano confusamente nelle zuppe preconfezionate.
E quindi per il giapponese questa cosa delle foglie che in autunno ingialliscono sugli alberi e cadono in disordine, senza uno schema prefissato, colorando l’asfalto in modo casuale, per il giapponese medio che vive in città, cioè per quasi qualunque giapponese di quasi qualunque posto, è davvero un miracolo della natura, una poesia vera, mentre a me disturba, perché l’autunno è freddo e umido e triste e vira al buio, e perché se parcheggio sotto un albero a Milano - perché a Milano ci sono gli alberi, a Tokyo, a Yokohama, a Fujisawa, no - le foglie che cadono come minimo si appiccicano all'auto e per terra si trasformano in una fanghiglia orrenda.
E tutta la cultura della ricerca della bellezza nel piccolo, nel particolare, nel ciliegio che fiorisce una settimana all'anno, eccola lì, "l'autunno è bello perché le foglie ingialliscono", che nella conversazione col giapponese medio, mentre sei in metropolitana, è così lontano dal "non ci sono più le stagioni" ringhiato fra i denti all’occasionale compagno di viaggio nell’ascensore che avremmo voluto prendere in pace, da soli.

È stressato Ryo, mentre siamo in taxi ad Okayama e andiamo verso l’ufficio e la nostra riunione. È stressato perché ha calcolato che potremmo arrivare cinque, forse dieci minuti in ritardo, perché c’è traffico. Non importa che arriviamo dall’altra parte del Giappone e abbiamo viaggiato come fulmini tutta la mattina, discute nervosamente con il tassista e consulta il navigatore alla ricerca di un percorso più veloce, telefona a mezzo ufficio per scusarsi. Non importa nemmeno che la riunione l’abbiamo organizzata noi, che il capo sia io e dunque, tutto sommato, pazienza se siamo un po’ in ritardo, no. Nella sua cultura giapponese è quasi inammissibile.
Mi chiede cosa dobbiamo fare. Gli spiego con molta tranquillità che amen, arriveremo in ritardo una decina di minuti e non sarà un problema. Dice che allora sposta la riunione di dieci minuti. Gli spiego che può anche spostarla di quindici, forse anche di trenta, per essere certo che non abbiamo ulteriori ritardi. Mi guarda stupito.
Arriviamo precisi. Non un minuto di ritardo. Doppia sconfitta: ormai aveva spostato la riunione di mezz’ora.

Mi riempiono di regali i giapponesi. Ovunque vada, i colleghi mi fanno un regalo, lo fanno per i miei figli, si prendono cura di me, mi portano fuori a cena.
Pause pranzo in mensa giapponese, cene tradizionali giapponesi. Correggono il mio modo di impugnare i bastoncini, mi insegnano a tagliare il cibo nel modo corretto, mi si apre un intero mondo nuovo.
Com'è diverso vivere il Giappone per lavoro, condividerlo coi giapponesi, rispetto al viaggiarlo per turismo.
I colleghi scoprono che non amo il pesce e organizzano una cena ufficiale a base di carne, costosissima e non comune nella dieta del Sol levante. Ricambio la cortesia affrontando il sashimi, nonostante mi sia quasi insopportabile, l’insalata di medusa - avrei voluto non saperlo - e qualunque distillato alcolico mi passi davanti.

L’ultimo pomeriggio, finite le riunioni, Ryo mi porta a fare un giro turistico a Kurashiki. Vengo investito da tutto il mio Giappone e per un paio d’ore mi aggiro smarrito dentro al mio passato, ed è ieri, non dodici anni fa.
Lascio qualcosa di me in un tempio e finisco la serata insieme a Ryo in un pub di Okayama. Suonano jazz e la bottiglia è un Teroldego italiano.
Domani si vola a Shanghai.

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Immagini da Kurashiki
TAG: Giappone, Kurashiki, okayama
23.22 del 02 Dicembre 2018 | Commenti (0) 
   
29 Ritorno in Giappone
NOV Travel Log: Far East for business
[A due settimane dal rientro inizio a metter mano agli appunti e alle foto]

Il mio secondo Giappone inizia con la sensazione fortissima di non essere mai andato via, dodici anni fa. Dall’istante in cui esco dall’aeroporto di Tokyo Narita e mi metto in coda alla fermata del Limousine bus, il Giappone in cui inciampo nel 2018 è immediatamente familiare e identico a quello che ho lasciato nel 2006, e mi sembra tutto chiaro, evidente, normale. Come lo avessi lasciato ieri.
O forse no.
Sta di fatto che sono ben oltre la sensazione di deja-vu.
Ma non accade proprio istantaneamente. C’è un momento esatto.

Mi aggiro per l’atrio degli arrivi internazionali decidendo il da farsi. Devo raggiungere Fujisawa, che è a un centinaio di chilometri di distanza. Sono quasi le sette di sera e ho un paio di opzioni: il Narita express fino a Totsuka e poi la Blue line, o il Limousine bus per Yokohama e poi la ferrovia suburbana.
Sono stanco, sono appena atterrato in Giappone, lipperlì sono un terrestre sbarcato su Plutone, come tutti, e la frustrazione sta per impadronirsi di me e annientarmi, quando a sorpresa mi arriva sul cellulare un messaggio di Ryo:

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La biglietteria del Limousine bus è davanti a me. Do un’occhiata alla coda che appare abbastanza impegnativa e cerco di venire a patti col tabellone elettronico degli orari che rimbalza fra il giapponese e l’inglese, con una certa preferenza per la lingua madre.
Sono le 19:21, ce ne sarebbe uno in partenza alle 19:30 e poi uno ogni quarto d’ora - perché è vero che è domenica sera, ma se sei all’aeroporto di Tokyo di domenica sera e devi andare al terminal di Yokohama, a un’ottantina di chilometri di distanza, hai almeno una mezza dozzina di opzioni diverse, tutte piuttosto rapide e con frequenze massime di un quarto d’ora: adesso immagina di trovarti a Malpensa alle sette di domenica sera e dovere andare, chessò, a Monza. O semplicemente anche in centro a Milano.

Mando un messaggio a Ryo per dirgli che, così a occhio, se va bene riesco a prendere quello delle 20:00. Senza che abbia nemmeno il tempo di rendermene conto, la coda davanti a me si smaterializza alla velocità della luce e alle 19:24 sto acquistando il mio biglietto: me lo fanno per la corsa delle 19:30. Obietto timidamente che non ce la farò mai.
Sorridono cortesemente e mi indicano l’uscita per la fermata del bus.
Alle 19:28 sono in coda ordinatamente in fila indiana alla fermata con un po’ di giapponesi. Un addetto mi etichetta il trolley e lo imbarca sul bus appena arriva. Alle 19:30 precise il Limousine bus parte, con me a bordo, dopo che l’autista in guanti bianchi e mascherina d’ordinanza davanti alla bocca si è inchinato per salutarci tutti e - suppongo - ci ha dato tutte le informazioni necessarie per il viaggio.
Circa un’ora dopo, puntuale al minuto, il Limousine bus mi scarica alla fermata del terminal di Yokohama, dove il buon Ryo, mio nuovo collega giapponese, mi sta aspettando per accompagnarmi durante il resto del viaggio fino a Fujisawa.

Ryo mi mette in mano una tessera magnetica precaricata che mi consente di muovermi senza soluzione di continuità attraverso tutta la rete giapponese di mezzi pubblici, ferroviari e non. Afferra la mia valigia e si infila nella metropolitana seguendo una app sul suo telefono che gli apre la via in tempo reale, suggerendogli le coincidenze immediate, e mi guida nel labirinto a sei livelli della stazione di Yokohama.
Trenta minuti dopo sono nella mia stanza di hotel a Fujisawa. Stanza che, trattandosi di un tradizionale business hotel giapponese, è grande esattamente come il letto a una piazza più uno spazio attorno al letto per stare in piedi e appoggiare la valigia per terra, ma non per poterla aprire completamente.
Un solo asciugamano piccolo, un bollitore, una tv, una vestaglia giapponese.

Tutto come ricordavo: In Giappone ti muovi alla velocità della luce con un’efficienza altrove inimmaginabile e negli hotel paghi per lo spazio, non per il livello di servizio, elevatissimo ovunque.
Tutto immutato, sì, sembra ieri. Sono perfettamente a mio agio (a meno dello spazio in camera).
Bentornato in Giappone.

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Fujisawa
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Tokyo
TAG: Giappone
22.24 del 29 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
03 Intermezzo sul Gran Sasso (Centodieci/66-74)
SET Spostamenti, Centodieci, Travel Log: Italia Centrale
[Questo è il secondo post in differita e in ordine sparso sul viaggio degli scorsi giorni con cui abbiamo inanellato ben nove nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci. E niente, forse prima o poi riesco a scrivere qualcosa anche delle tappe cittadine.]

Io sono un alpinista. O almeno lo sono stato insomma, comunque, per dire. Sono cresciuto sulle Alpi e ho studiato per anni e anni tutte le catene montuose del mondo: so tutto dell’Himalaya e del Karakoram, conosco cima per cima le Ande, le Montagne Rocciose non hanno segreti per me, potrei recitare a memoria le vie di salita al Kilimanjaro e sono stato persino sui Monti Tatra, che voglio dire, belli i Tatra per carità, ma capisci.
Gli Appennini no: per qualche ragione che adesso mi appare incomprensibile, non me li ero mai filati prima.

Qualche mese fa ho letto un libro di Paolo Rumiz, “La leggenda dei monti naviganti”, che mi ha aperto un mondo nuovo. È nata così l’idea di approfittare di questo giro estivo a collezionare nuovi capoluoghi per il Progetto Centodieci per infilare almeno una tratta della dorsale appenninica, deviando da Ascoli Piceno verso il Parco dei Monti Sibillini e il Monte Vettore, e sfruttando la tappa a L’Aquila per metter piede sul Gran Sasso.
Itinerario classico: la bellissima strada per Campo Imperatore e il breve sentiero che sale al rifugio Duca degli Abruzzi, da cui si apre un panorama davvero spettacolare sul circo del gruppo più elevato dell’Appennino.

Scendendo da Campo Imperatore verso Santo Stefano di Sessanio la strada attraversa un altopiano che a tratti mi ha ricordato moltissimo il Gobi e la Mongolia: nulla attorno fin dove può spaziare lo sguardo all’orizzonte, antropizzazione pressoché nulla. Qualche gregge di pecore, cavalli liberi, luce radente, nessuno in giro - nella settimana dopo ferragosto.
Un paradiso terrestre, che peraltro trasmette l’idea di condizioni invernali che possono essere molto difficili, assai peggio che sulle Alpi, per via del terreno così scoperto, aperto alle raffiche di vento e alle perturbazioni che arrivano qui direttamente dal mare, senza incontrare ostacoli.

A Santo Stefano ancora segni evidenti del sisma che ha colpito L’Aquila nove anni fa. Fra i Sibillini e il Gran Sasso, nel punto di incrocio di Marche, Umbria ed Abruzzo, per tre giorni non facciamo altro che attraversare macerie, macerie e macerie. Ogni paese porta le sue ferite, alcuni borghi sono stati letteralmente cancellati, altri sopravvivono a fatica.
Dell'Aquila e di Petrare, Castelluccio, Amatrice, Arquata, ho già scritto e ne han parlato i mass media per anni, ma non c'è insediamento che sia stato risparmiato dai terremoti che hanno ripetutamente colpito nel 2009, 2016 e 2017 questo territorio estesissimo, dove per contro puoi guidare un'ora senza incontrare un'anima e l'urbanizzazione è scarsissima. Sono zone spopolate, in larga parte selvagge, parchi nazionali meravigliosi dove i rapaci ti volano sopra la macchina mentre percorri strade quasi deserte.

Santo Stefano di Sessanio è in piena ricostruzione, il turismo fa ancora la sua parte, sebbene a guardarsi attorno ci sia da chiedersi come tirino avanti al di fuori della breve stagione estiva. C'è un campeggio, negozi di artigianato, due o tre ristoranti che funzionano a pieno regime, dove naturalmente si mangia benissimo, un albergo sparso, impalcature e gru ovunque.
Una piccola L'Aquila aggrappata al fianco della montagna.

Poi a L'Aquila torniamo, per un'altra notte. Alle spalle abbiamo già timbrato Macerata, Fermo, Teramo e Ascoli Piceno. L'Aquila è la tappa numero settanta del Progetto 110.
Davanti ci aspettano Rieti, Terni, Viterbo e Perugia, e qualche altra escursione improvvisata fuori programma.

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Verso Campo Imperatore
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Campo Imperatore
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Salendo al rifugio Duca degli Abruzzi
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Il rifugio Duca degli Abruzzi al Gran Sasso
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Gran Sasso
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Santo Stefano di Sessanio

Tutte le foto del Gran Sasso sono qui.
Tutte le foto di Santo Stefano di Sessanio sono qui.
TAG: gran sasso, Appennini, campo imperatore
00.12 del 03 Settembre 2018 | Commenti (0) 
   
15 Il Ponte ed io
AGO Amarcord, Prima pagina
Sono a nato a Genova Sampierdarena, la mia famiglia è di Genova, ho sempre considerato Genova la mia seconda città, per quanto i miei si siano trasferiti a Milano quando avevo solo due anni. Ma da bambino ho passato settimane, d'estate, a casa dei nonni a Rivarolo e ho frequentato Genova ancora per tutta l'adolescenza, durante il servizio militare e poi ancora a lungo per ragioni personali, almeno fino a una ventina d'anni fa.

Oggi Google mi ricorda com'era il panorama dalla casa dei miei nonni materni (i nonni paterni abitavano un po' più in basso, proprio a due passi da via Walter Fillak).
A parte averlo attraversato mille volte, la mia Genova è sempre stata quella del ponte ben più di quanto lo siano state la Foce o Boccadasse, e in via Fillak è transitato un pezzo importante della mia vita.

Polcever1
ll ponte Morandi sul Polcevera, visto da Rivarolo
TAG: ponte Morandi, polcevera, genova
19.42 del 15 Agosto 2018 | Commenti (0) 
   
12 Giappone 2006 remastered
MAG Lavori in corso
E dopo un mese di lavoro anche il viaggio in Giappone del 2006 è finalmente al suo posto e lo potete trovare qui. Il viaggio invece era già stato a suo tempo ampiamente bloggato e documentato qua dentro.
Prossimo cantiere, l'inverno alle Åland, nello stesso anno.

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TAG: Giappone, fotografie, archivio fotografico
21.23 del 12 Maggio 2018 | Commenti (0) 
   
11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
03 Chiusura di stagione
APR Viaggi verticali, Diario
Complici la finestra di tempo splendido che si è aperta fra la domenica di Pasqua e il lunedì, e le straordinarie condizioni di innevamento, ne abbiamo approfittato per andare a chiudere la stagione e infilare così una sequenza Capodanno-carnevale-Pasqua che non ci riusciva da anni.
Un'annata con così tanta neve, soprattutto in condizioni pressoché invernali nonostante la primavera iniziata ormai da giorni, non si vedeva da parecchio tempo e il manto ha ancora una tenuta quasi perfetta perfino alle quote più basse nelle ore pomeridiane. Quest'anno rimpiango davvero di avere appeso le pelli al chiodo da diverse stagioni, perché avrei potuto approfittare di una primavera eccezionale. E in effetti potrebbe essere uno stimolo a riprendere anche questa attività, dopo essere tornato a correre.
Chissà.

E proprio la ritrovata ottima forma di questi ultimi mesi ha portato con sé anche il rinnovato piacere, dopo anni, di tornare finalmente a stare sulla neve ore e ore di fila, spingendo al massimo, come non accadeva davvero da troppo tempo. Mi sono persino riscoperto capace di affrontare dei bei muri di gobbe in assorbimento a velocità che ormai potevo solo sognare, con le gambe e i polmoni che tengono perfettamente anche al tardo pomeriggio, arrivando a chiudere la giornata senza averne ancora abbastanza.
Mi pare impossibile se penso allo sventurato scorso anno in cui riuscii a fare un'unica uscita molto a fatica, condizionata dalla paura per i problemi cardiaci che avevo appena attraversato, e alle ultime stagioni nelle quali inforcavo gli sci ormai di malavoglia, eccessivamente appesantito, portandomi appresso tutti i miei guai alla schiena, completamente senza fiato e allenamento, frustrato: salivo sempre in tarda mattinata, mi lasciavo trascinare demotivato giù da qualche pista, irrigidito e stanco, senza alcun entusiasmo, spinto solo dalla volontà di non cedere alla tentazione estrema di appendere definitivamente al chiodo anche i miei amati sci, dopo avere abbandonato già da tempo ogni altra velleità alpinistica.
Mi fermavo poi alla solita baita per il pranzo e chiudevo lì la giornata, affidando i ragazzi agli amici, ormai arreso a una condizione fisica e mentale in realtà inaccettabile alla mia età.

Sì, mi pare impossibile a ripensarci. Sono persino tornato a mettere le assi in neve fresca senza timore per i legamenti e la schiena, di nuovo in sintonia con me stesso e l'ambiente, in una situazione di ritrovato controllo, consapevolezza e serenità.
Come ho potuto davvero rischiare di rinunciare a quel che più amo nella vita, alle mie montagne, alla neve, l'elemento che mi appartiene da quando son nato?

E poi c'è questa cosa dei ragazzi ormai grandi, che van come treni. Per quanto io abbia ritrovato una forma tutto sommato non comune, per quanto abbia fiato e gambe ed esperienza da vendere, non riesco a star loro dietro: sono loro ad aspettare me. È una soddisfazione straordinaria.
Li inseguo quasi in apnea, li affianco, cerco di rimanere nella loro scia lasciando che siano loro a tracciarmi il pendio e penso che ho fatto un lavoro bellissimo questi anni, che il loro entusiasmo è benzina per tenere ancora ben in vita il mio. Adesso che andiamo davvero insieme, alla pari, mi diverto come forse mai mi sono divertito in vita mia, per quante stagioni abbia alle spalle e per quante ne abbia viste e fatte in montagna.
Rimango sempre più stupefatto e incantato a vederli filar via così sicuri e veloci, a loro agio, spensierati, su qualunque pendio e in qualunque condizione, perfettamente padroni della tecnica e degli attrezzi, concentrati, come pochi loro coetanei sono in grado, a parte i ragazzi delle scuole agonistiche che però hanno una preparazione specifica mirata alla competizione, mentre ai miei ho insegnato prima di tutto la montagna, l'ambiente, l'aria sottile: un contesto nel quale lo sci è solo uno dei mezzi possibili di esplorazione ed espressione, la neve un elemento al di là della superficie battuta di una pista.
Ora che son pronti ho voglia di portarli a scoprire e fare cose che ho fatto io alla loro età, aprirgli tutto un mondo, trasmettergli ancor più il mio entusiasmo e il mio amore per il mio universo verticale.

Dopo aver ripreso a macinare chilometri in strada mi chiedo se un po' alla volta potrei davvero riprendermi anche i miei passi in montagna, rispolverare i ferri del mestiere e qualche obiettivo lasciato indietro, chiuso nel cassetto del forse mai più.
Intanto potrei finalmente mettere in cantiere qualche piccolo progetto estivo coi ragazzi che in questi anni ho sempre rimandato a chissà quando.

Progetti futuri a parte, questa è stata probabilmente anche la nostra ultima volta sulle nevi di Madesimo, dopo otto anni consecutivi di presenza, e un capitolo significativo della mia vita coi ragazzi va forse in qualche modo a chiudersi.
Venni in Valchiavenna per la prima volta con loro nel 2010, proprio agli inizi di aprile, in occasione del terzo compleanno di Carola. Leonardo aveva solo sei anni. Anche quell'anno c'era molta neve e ne venne parecchia anche quei giorni.
Scelsi Campodolcino perché alcuni cari amici, fra cui un mio storico compagno di cordata i cui figli erano coetanei dei miei, avevano qui la casa da anni. Era una buona soluzione per trascorrere alcune giornate in montagna in compagnia, sia per me che per i bambini. L'hotel Europa era perfetto, proprio alla partenza della funicolare che porta agli impianti del comprensorio di Madesimo: da allora non lo abbiamo più tradito e nel corso degli anni ho fatto amicizia col proprietario, mio coetaneo.
Anche la compagnia col tempo si è via via allargata e ormai venire su era diventata anche l'occasione per ritrovarsi sulla neve anno dopo anno, condividere tavolate alla Baita del Sole, ritrovo fisso di tutti noi all'ora di pranzo, o uscire tutti insieme la sera a cena. E quante discese dal Canalone, e notti di San Silvestro, e giornate di neve e pioggia chiusi in baita a strafogarci di polenta e salsicce, e neve spalata per disseppellire l'auto a ogni nevicata eccezionale: quante ne ho viste quassù questi anni, alla faccia del riscaldamento globale.

Ma i ragazzi crescono, anche quelli degli amici, che alla fine, dopo anni, lasciano le case in affitto perché cambiano le esigenze familiari e vanno a loro volta verso nuove vite altrove. E così un po' viene a mancare la ragione principale per venire quassù, un po' anche io inizio ad essere stanco e un po' annoiato di percorrere a memoria sempre le stesse tracce da anni: ho voglia di mostrare ai ragazzi ormai grandi altri mondi verticali, altra neve, allargare i loro orizzonti.
E quindi forse basta Valchiavenna, basta Campodolcino, basta hotel Europa. È venuto anche per loro il momento di iniziare a zingarare un po' in giro per le Alpi.
Leonardo ha quattordici anni e all'improvviso mi viene in mente che avevo esattamente la sua stessa età ed era la stagione invernale quando i miei lasciarono la casa di Andalo, dove ero praticamente nato, dove per anni avevo trascorso gran parte dei weekend invernali e tutte le infinite vacanze estive, dove avevo imparato a sciare, a camminare in montagna, ad affrontare le mie prime vie ferrate e le prime facili arrampicate. Dove avevo conosciuto la mia prima fidanzatina e mi ero innamorato per la prima volta.
Per i miei primi quattordici anni di vita tutto il mio universo verticale (e non solo) era stato circoscritto ad Andalo: quella era la montagna per me, lì avevo imparato ad amarla e a conoscerla.
I miei lasciarono la casa un po' per le stesse ragioni per cui oggi io probabilmente non tornerò più a Campodolcino.

In qualche modo è uno strappo anche per me, ma è il momento giusto per farlo. Ogni tanto c'è bisogno di dare una svolta e cambiare un pezzo di vita, anche se col passare degli anni il solo pensarlo è sempre più faticoso: in fondo la mia routine quassù coi ragazzi è in qualche modo confortevole, rassicurante e riposante.
Ma è ora che li porti a conoscere l'altrove che io conosco già e far conoscere loro le grandi montagne.
Ciao Campodolcino.

MadesimoPasqua2018
TAG: madesimo, sciare, campodolcino, valchiavenna
23.41 del 03 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
09 Aitutaki cronicles /1
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Ora, che posso dire io di Aitutaki? È così estrema, sotto ogni punto di vista, che non riesco nemmeno a fare ordine nei miei pensieri in proposito.
Questa mattina, di nuovo a Rarotonga dopo un paio di notti passate laggiù, stavo facendo colazione con una compagnia di neozelandesi e una signora mi ha detto “It’s the perfect postcard and that’s all about Aitutaki. There’s nothing else”.
Ecco, lo ha detto lei in due parole.

Se io non fossi quello dell’Everest, se non fossi un amante della montagna e del freddo (ma dopo anni che inseguo isole in giro per il mondo a caccia del buen retiro perfetto posso ancora sostenere questa parte?) - dicevo, se io non fossi questo, almeno finché me lo credo e lo racconto, direi che probabilmente Aitutaki è semplicemente il posto più bello che abbia mai visto in vita mia. Uso il termine bello, così riduttivo nel descrivere quello che è Aitutaki, perché qualunque altro aggettivo esagerato mi appare inadeguato e inopportuno.
Estrema, appunto. In ogni sua declinazione.

Io non ci vivrei ad Aitutaki, no. A proposito della questione di cui raccontavo, delle isole con la montagna, ha un bel dire Roberta che anche ad Aitutaki la montagna c’è. C’è una collina alta sì e no cento metri, sufficiente certo a metterti al riparo da uno tsunami, ma di certo non ci sopravvivi a lungo in caso di necessità.

Aitutaki è tutta lì: una striscia di corallo e palme di cinque o sei chilometri di lunghezza, larga un paio, piatta, sparata in mezzo al vuoto dell’Oceano Pacifico, a cinquanta minuti di volo da Rarotonga.
L’isola delimita uno dei lati di una laguna triangolare dipinta di blu, verde e turchese ampia qualche chilometro quadrato, il cui fondale, profondo al massimo una ventina di metri, è di un bianco abbacinante punteggiato qua e là da banchi di corallo affiorante, pericolosi in caso di navigazione disattenta, attorno ai quali nuotano milioni di pesci da documentario di tutti i colori e dimensioni, alcuni anche parecchio grandi. Non ci sono squali: per qualche motivo che nemmeno Puna, il mio capitano che mi porta in giro per la laguna è in grado di spiegare, gli squali non attraversano i passaggi nella barriera corallina che mettono in comunicazione la laguna con l’oceano aperto e se lo fanno ritornano subito indietro.

La laguna è sufficientemente grande, quando ci sei in mezzo, da farti appena vedere in lontananza la terraferma - se possiamo chiamarla così - e trasmetterti un senso assurdo di agorafobia e ansia, soprattutto se stai nuotando e la tua visuale è quella dal pelo dell’acqua.
Hai presente il film Deep water? Perché a un certo punto io mi sono sentito così.

È successo che Puna ha fermato la sua barca in mezzo a un punto qualunque della laguna e si è ancorato a un fondale di corallo piatto profondo circa un metro e mezzo. Sono sceso dalla barca e toccavo, con l’acqua sotto le spalle. Intorno il nulla. Blu, turchese, verde e questo fondale bianco per chilometri e chilometri attorno a me. Un paio di motu lontani all’orizzonte, i famosi banchi di sabbia coi ciuffi di palme, tipici degli atolli, che punteggiano i bordi delle lagune coralline. Niente altro. Ho infilato la maschera e mi sono allontanato di qualche bracciata, verso acque un po’ più profonde, all’inseguimento di un enorme branco di pesci. Con qualche ansia, ché non è proprio questo il mio ambiente, per quanto io sia un buon nuotatore.

Alzo la testa e vedo Puna che ha messo in moto la barca e si sta allontanando. Faccio a tempo a cogliere qualcosa del tipo che sta andando a cercare un posto migliore per ancorarsi. Si allontana lentamente, ma inesorabilmente, o almeno questa è la mia percezione dal pelo dell’acqua e io non sono affatto sicuro di aver capito esattamente cosa mi ha detto con quell’accento bastardo parente del neozelandese: dove cazzo sta andando?
Sarà forse qualche centinaio di metri, ma quanto basta perché mi assalga un’angoscia indescrivibile, anche perché dalla mia visuale non riesco a valutare bene né la distanza, né se si sia fermato o sia ancora in moto, né in generale riesco ad orientarmi. L’isola è a chilometri da me, questo è certo.
Inizio a provare a seguirlo ad ampie bracciate, cercando di rimanere calmo e di controllare la respirazione. Mi viene in mente che se mi prende un attacco di panico è troppo lontano per sentirmi e ormai non tocco nemmeno più da un pezzo. Nuoto, nuoto, nuoto, in mezzo a questo festival incredibile di pesci, sforzandomi di rimanere tranquillo. Sono anni e anni che non mi faccio una nuotata così, nel Mediterraneo poi, figurati qua in mezzo.
No, non è il mio ambiente, per nulla.

Mi bastano una decina di minuti per raggiungerlo. Ma sono lunghissimi.
Questa è Aitutaki, per me.
Un luogo di una bellezza sconvolgente, ma irrazionale. Non è come essere nel mezzo del deserto, perché nel deserto hai attorno terraferma all’infinito. Qui è acqua. È la stessa sensazione di vuoto e infinito del deserto senza avere i piedi, di fatto, per terra.
Nemmeno quando sei su un motu, o su un banco di sabbia affiorante in mezzo al nulla. Sono sceso su uno che sarà stato circa cento metri di lunghezza per trenta di larghezza. Solo sabbia. Sabbia piatta, compatta, corallina, affiorante dalla laguna. Null’altro, nemmeno una pianta. Qualche conchiglia, qualche pezzo di corallo, un granchio solitario. Sole a picco, sabbia abbagliante e acqua verde attorno.
Ho deciso di conquistarlo e dichiararne l’indipendenza. Terra mia. Magari un giorno si vedrà.

Aitutaki è meravigliosa arrivando in aereo - oddio, aereo: un coso a elica da una dozzina di posti, tenuto insieme con lo scotch, che ogni volta che sbatte contro una nuvola trema come avesse centrato un muro.
È meravigliosa quando navighi in mezzo alla laguna, senza un’anima attorno per chilometri e chilometri, cercando di non perdere di vista almeno una striscia di sabbia su cui poggiare i piedi. Ma come fanno i navigatori solitari, a pensarci? Io impazzirei.
Ad Aitutaki sono sbarcati Darwin e il capitano Bligh col Bounty diciassette giorni prima dell’ammutinamento.
Immagino di vederla coi loro occhi.

Ad Aitutaki, oggi, ci sono pochi ed esclusivissimi resort che costano un occhio, sufficientemente nascosti dalla poca vegetazione. Se poi capiti nell’isola in bassa stagione, come è il mio caso, non c’è davvero nessuno.
Non è un posto dove venire low budget se non hai fatto un po’ il pieno di spirito di adattamento, prima di atterrare: non potendo permettermi alternative più costose sono stato ospite di un autoctono che mi ha introdotto alla vita quotidiana di Aitutaki, ma ho dovuto fare i conti con l’acqua corrente pompata dai serbatoi domestici, l’isolamento quasi assoluto e una discreta fauna diurna e notturna a farmi compagnia, che nemmeno Noè.
Con galli e galline, maiali, capre e gatti nessun problema, per il resto grande uso di repellente e bombole di jungle formula contro zanzariere e fessure delle porte da cui, di notte, passava di tutto.
Notti difficili, caldissime e umide, senza nemmeno un ventilatore, popolate da sconosciuti oggetti striscianti e volanti che a un certo punto decidi di non voler sapere e basta.
Che poi, come cazzo ci sono arrivati, loro, fin qui?

Hai presente andare in giro di notte per Aitutaki - notte: sono solo le otto di sera, ma è buio pesto ovunque, non c’è nessuno in giro e in tutta l’isola ci saranno tre lampioni.
Andare in giro di notte, dicevo: con uno scooter in pezzi il cui sterzo rimane bloccato a destra mentre cerchi di andare dritto, alla ricerca non dico di un ristorante - scusi, dove posso trovare un ristorante? Mi spiace, non ce ne sono, l’unico che c’è questo mese è chiuso - ma almeno di uno spaccio dove poter trovare qualcosa per sopravvivere un paio di serate.
Alla fine mi imbatto in un mini market, dove riesco a comprare un paio di bottiglie d’acqua e due birre, delle arance, un paio di banane, dei biscotti al cioccolato, una scatoletta di tonno e un pezzo di formaggio.
Dall’altra parte della strada, avvolto dall’oscurità totale, un baracchino illuminato da una luce al neon. Chiedo se hanno qualcosa da mangiare. La tipa mi risponde, sorridendo, “tutto quello che desideri”.
L’unica cosa che non desidero, perché non mangio quasi altro da giorni e ho mangiato la stessa cosa a pranzo da un baracchino analogo, è anche l’unica che hanno: hamburger.

Mentre mi riaccompagna all’aeroporto Roro - Dr. Roro, come lo chiamano tutti - mi dice che lui è il pastore dell’isola. Mi chiede se so cosa è un pastore. Ci risiamo con l’evangelizzazione. Del resto anche Puna, ieri, mi ha fatto pregare prima di pranzare.
Mi dice che gli piace fare il pastore, perché così deve solo scrivere i sermoni e per il resto può dormire e non fare nulla.
Prima, mi dice, era in politica ed è stato ministro dell’agricoltura, ma era troppo faticoso. Prima ancora faceva il manager in una società di consulenza in Nuova Zelanda.
Lo osservo per un attimo: mi pare la cosa più incredibile del mondo. Potrebbe avere cinquanta o cento anni, boh. Indossa una camicia ridotta a brandelli, un paio di bermuda che hanno visto sicuramente il capitano Bligh, le infradito e guida una Nissan senza finestrini e con due portiere sfondate il cui contachilometri segna una cifra sopra i trecentomila chilometri che immagino non abbia fatto tutti qui.
Mi dice per quale società lavorava. Gli dico che ho lavorato per la stessa società, nello stesso periodo. Ci raccontiamo tutte le traversie di quella azienda che anni fa entrambi abbiamo abbandonato, lui per finire a fare il pastore ad Aitutaki, io per finire a combattere con i suoi insetti e il suo impianto di acqua corrente.
Scoppiamo a ridere insieme. Fine della storia.

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La mia casa ad Aitutaki
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TAG: aitutaki, cook, pacifico, oceano, Polinesia
18.14 del 09 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
27 Ignition
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Chiudo il trolley con circa dieci chili, di meno è stato praticamente impossibile. Alla fine lascio a casa la Canon, come previsto, e mi preparo a fare i conti con Air New Zealand, che mi ha appena scritto avvisandomi che il check-in per Rarotonga chiuderà tassativamente centoventi minuti prima del volo.
Considerato che ammesso che il mio volo dagli Emirati sia perfettamente in orario arriverei comunque a Sydney solo novanta minuti prima, l'unica speranza è di riuscire a farlo durante lo stop over ad Abu Dhabi.

Osservo anche che le previsioni per giovedì mattina danno neve a palate su tutta la Lombardia, il che mi pone di fronte alla necessità di riorganizzare completamente la mia logistica per raggiungere l'aeroporto, prepararmi a combattere con Trenitalia e Trenord, e naturalmente sperare che i voli volino senza accumulare ritardi, altrimenti addio alla mia coincidenza ad Abu Dhabi e fine anche del problema del check in a Sydney.

Insomma, bene ma non benissimo.

zainoRTW
TAG: spostamenti, RTW
10.36 del 27 Febbraio 2018 | Commenti (3) 
   
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