Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


23 Pictures from Madeira and Porto Santo 2017
OTT Travel Log: Madeira e Porto Santo
Nonostante qualche imprevisto col quale ho dovuto confrontarmi negli ultimi due mesi, tipo il buon vecchio Mac defunto per colpa di una sciagurata cacciavitata alla scheda madre (e non chiedetemi come abbia fatto) e conseguente temporanea inabilità tecnologica, sono alla fine riuscito a fare ordine nell'eccessivo bottino fotografico del recente viaggio a Madeira e Porto Santo.
Come ormai d'abitudine, ho caricato le foto ad alta risoluzione sul mio account Smugmug.
Peraltro, allo stato attuale delle cose, difficilmente riuscirò ad aggiornare anche il database di Orizzintintorno, poiché per qualche ragione sconosciuta non riesco più a trasferire i file nell'archivio fotografico qua dentro (*).

A margine, continua purtroppo inarrestabile il lento processo di obsolescenza di questo sito web, senza che io riesca a trovare un rapido modo di migrare su un nuovo contenitore.

Su Smugmug trovate inoltre in formato ad alta definizione tutte le panoramiche che, al contrario, sono riuscito a caricare a risoluzione inferiore anche qui su Orizzontintorno, come quella qua sotto.
Non ci sono invece le bellissime foto di famiglia che quest'anno abbiamo riportato a casa: immagini davvero stupende che, per una volta, mi dispiace dover conservare nel cassetto dei ricordi privati.
Fra quelle che preferisco, un bellissimo sguardo fra padre e figlio catturato da Lilith.

Madeira100
Ponta do Pargo, Madeira
Madeira200
Father & Son taken by Lorenza, Madeira 2017

(*) Alla fine sono riuscito a caricarle e la scheda del viaggio è praticamente completa, a meno degli appunti che non ho preso.
TAG: madeira, porto Santo
16.27 del 23 Ottobre 2017 | Commenti (0) 
 
22 Madeira e Porto Santo (*)
AGO Travel Log: Madeira e Porto Santo
Dicono che nemmeno i portoghesi conoscano l'esistenza di Porto Santo. L'hanno ribattezzata "l'isola che non c'è".
Porto Santo esiste e si trova nell'Atlantico Settentrionale, circa 50km a nord di Madeira, poco più di due ore di navigazione, o una ventina di minuti con un piccolo aereo a elica.
Questo a condizione naturalmente di sapere dove si trovi esattamente Madeira: dovessi proprio dire, prima di partire non era così chiaro nemmeno a me. Figùrati Porto Santo.
Comunque entrambe fanno parte della Macaronesia (che esiste a sua volta, e c'eravamo già stati).

Questo blog e il suo team al completo sono dunque tornati a viaggiare e quest'estate sono stati a Madeira e Porto Santo.
Prossimamente su questi schermi (nel frattempo ho iniziato a caricare le foto qui).

CartaMadeira
Madeira01
Madeira02
madeira03
madeira04
madeira05
Madeira06
Shots from Madeira

(*) Doveva essere un viaggio alle Azorre. Per la verità, ancora prima, era un viaggio negli Stati Uniti programmato da due anni per vedere l'eclissi. Poi niente, (non) sono successe delle cose e non siamo stati né negli States, né alle Azorre, e per fortuna siamo stati a Madeira e Porto Santo, perché ci siamo divertiti moltissimo e ci siamo innamorati di entrambe.
TAG: madeira, porto santo
01.34 del 22 Agosto 2017 | Commenti (0) 
 
13 Provvisorio
SET Lavori in corso, Spostamenti, Diario
Negli ultimi ventisette anni mi è capito solo due volte di trascorrere un intero anno senza volare. Capitò nel 2004, quando nacque Leonardo, e prima ancora nel '92, l'anno della naja. Sono invece quasi certo che da più di trent'anni non mi sia mai capitato di lasciarne passare uno senza attraversare almeno una frontiera.
Il 2016 quasi certamente si chiuderà senza che sia salito su un aereo, né abbia attraversato una frontiera, nemmeno per andare a mangiare il gelato a Lugano. Però ho una casa nuova che amo moltissimo.

In questa estate che sta ormai scivolando via senza voli e frontiere (e chissà per quanto tempo ancora), nella quale è saltato pure il nostro tradizionale campo in Valnontey per colpa dell'ennesima e inutile scommessa professionale irrimediabilmente persa, ho però camminato moltissimo, ho trascorso una breve pausa di serenità con lei e i ragazzi nel consueto buen retiro dell'Elba e infine, la settimana di ferragosto, lei ed io siamo saliti in macchina e abbiamo improvvisato un piccolo giro in Italia a caccia di capoluoghi per il Centodieci, e non solo.

Così ho viaggiato in Italia. Era tantissimo che non mi capitava di viaggiare davvero in Italia, perlomeno di non farlo per lavoro o per un tempo più lungo di un weekend. Di viaggiare davvero in casa.
Ora, come di regola dovrei buttar giù qualche post a corredo del Progetto 110, anche perché abbiamo infilato ben sette nuovi capoluoghi. Per la verità avrei anche parecchio da scrivere del nuovo micro-progetto che ho messo in pista, grazie al quale sto camminando chilometri e chilometri in giro per Milano - non avete idea di quanto abbia camminato negli ultimi mesi.

Però ho bisogno di tempo e tranquillità per scrivere. Ho anche milioni di nuove fotografie su cui mettere le mani e fra altre cose sto anche raccontando altrove, giorno per giorno, il viaggio in Asia del 2002. Come non bastasse, contemporaneamente sto rimettendo a posto e caricando su SmugMug l’intero archivio fotografico e sto via via ridisegnando con precisione su Google Map tutti gli itinerari di viaggio degli ultimi trent’anni.
Tutte iniziative che mi stanno anche allontanando, sempre più, da questo sito/blog che ormai compie tredici anni.

Non entrerò sul tema dei blog che sono morti, me ne guardo bene, ma è pur vero che se non sono morti io comunque non sono più quello di tredici anni fa, il mio tempo è sempre più altrove e le mie forme di comunicazione e condivisione sono assai cambiate, come il mio modo di viaggiare e fotografare e raccontare.

Non so quel che succederà di Orizzontintorno. È di fatto abbandonato a se stesso ormai da un anno, salvo caricare ogni tanto qualche foto o buttar giù due righe, molto raramente, sul blog. Avrei sempre tante cose da scrivere, ma la verità è che non mi riconosco più in questo contenitore, ormai da tempo scrivo (poco) altrove e non ho nessuno che abbia voglia e tempo e motivazione per buttar giù questo luogo e rifarlo da capo, come ho in mente da tempo e mi piacerebbe fosse rinnovato.

Comunque, intanto.

Intanto, nel nostro girovagare estivo per capoluoghi di cui forse prima o poi scriverò e pubblicherò qui le foto, siamo anche passati per Chioggia e il Delta del Po. Erano anni che avevo in mente di venire in questi luoghi, che invero sembrano usciti dalle piane delle Everglades - a esserci stati nelle Everglades - a meno dei coccodrilli, a pari zanzare, a più dei ponti sulle barche e del dialetto bastardo veneto-romagnolo.
È un luogo che a tratti ispira angoscia, a tratti agorafobia, a tratti depressione, a tratti serenità mistica. Un luogo senza anime, lontano, lontanissimo da tutto, così lontano e silenzioso che non ti sembra nemmeno di essere in Italia, ma altrove, alieno e dimenticato.
Non ho passato frontiere, ma sono stato sul Delta del Po, ed era molto più remoto di qualunque lontano avessi potuto mettere in pista così su due piedi fra due scatoloni e la ricerca di un nuovo lavoro.

Di altro, di Mantova, Ravenna, Urbino e altre cose, del mio girovagare per le basiliche di Milano e dei miei chilometri a piedi fra i colli Briantei, prima o poi troverò il tempo e la voglia di scriverne.
Ho dei progetti. Strani, nuovi, più vicini del solito, a cui giro attorno incuriosito.
Cerco di non farmi trascinare via dalla noia, dalla resa, dall’inedia e dall’accidia.

Mi accompagna ormai ovunque l’occhio del mio smartphone, mentre la Canon ha traslocato di casa in casa insieme agli altri scatoloni. Così registro panorami dal nulla e strani posti.

DP1
DP2
DP3
Chioggia
DP4
DP5
DP6
Delta del Po
TAG: chioggia, po
12.35 del 13 Settembre 2016 | Commenti (2) 
 
11 Di Red, Robi, Dodi, Stefano (e Riccardo)
GIU Viaggi fra le note
Ma parliamone di questo concerto-evento dei Pooh di ieri sera a San Siro, che ha aperto quello che dovrebbe essere il loro tour di addio al pubblico in occasione dei cinquant'anni di carriera. Come annunciato, sono tornati sul palco col bonus della inedita formazione a cinque, grazie al rientro di Stefano d'Orazio e al ritorno nel gruppo, dopo 33 anni, di Riccardo Fogli (uscito nel '73, pare per correr dietro a Patty Pravo).

Diciamo fin d'ora che non ci credo, nel senso che secondo me finisce come per l'"addio" degli Who dello scorso anno (e le divinità protettrici delle rockstar mi perdonino l'accostamento irriverente): anche Daltrey e Townshend a fare i conti con cinquant'anni di carriera, anche loro che prima annunciano un unico concerto di addio ad Hyde Park - e io mi sveno per trovare i biglietti e volare a Londra per esserci - poi decidono di replicare la settimana seguente a Donington, poi le date diventano una decina e lo spettacolo arriva negli Stati Uniti, poi dopo un anno siamo ancora qui a parlare del tour di addio degli Who che sta per sbarcare anche in Italia, Milano compresa, a metà del prezzo che ho pagato per il biglietto di Hyde Park.
E qualcosa mi dice che, a meno che non schiattino prima, posso già iniziare a prenotare per il tour di addio dei sessant'anni.

I Pooh hanno perlomeno il vantaggio di essere ancora tutti belli vivi e vegeti, nella loro formazione originale, direi anche perfettamente in salute, se escludiamo la dentiera di Battaglia (non so se sia vero, questo è un vile pettegolezzo di Sleepers).
Anche loro lo scorso anno hanno annunciato questo tour di addio per i cinquant'anni e bla bla bla, e la reunion con Riccardo Fogli per l'occasione, e l'evento unico in due date, una a Milano e una a Roma, e poi le date di Milano sono diventate subito due, immediatamente esaurite, e poi tre, e poi si è iniziato a parlare di un tour completo per tutta l'Italia e nel frattempo il programma è stato esteso fino a fine anno, e niente, io ve lo dico e ve lo sto anche per raccontare più sotto: tempo sei mesi e ci becchiamo un nuovo disco a formazione completissima e un nuovo tour promozionale. Scommettiamo?
Glielo chiedono i fan, credetemi, e i nostri quattro - pardon, cinque - amici, di scendere dal palco, non sono proprio capaci. E come dar loro torto?

Premessa indispensabile: non è che io sia esattamente un fan dei Pooh, anche se va detto, per onestà di cronista e anche un po' a mo' di coming out, che in giovanissima età due o tre loro album li comprai e a dirla tutta sono stati un pochetto fra i miei idoli di quindicenne. Ma c'è una ragione: suonavo la chitarra, sognavo di fare la rockstar, loro facevano già concerti negli stadi radunando folle oceaniche, avevano fumi e raggi laser sul palco mentre Battiato cantava "E non è colpa mia / se esistono spettacoli / con fumi e raggi lasee-er / Se le pedane sono piene-e / di scemi che si muovono... ", e io ancora dovevo scoprire i Pink Floyd (no, questo non è un accostamento), per cui sapete com'è: ai miei occhi di adolescente, in bilico fra cantautori impegnati e i Sex Pistols, alla fine i Pooh apparivano comunque dei gran fighi.
Poi vabbè, come tutti voi a un certo punto ho finto di abbandonarli al loro destino, snobbandoli e prendendoli sempre un po' in giro, ma tant'è le loro canzoni hanno continuato per decenni a piantarsi nelle orecchie di tutti noi, e non fate i santarellini: Dio delle città l'abbiamo presa per il culo per anni, è la canzone più triste e sfigata dell'universo, ma intanto ha vinto Sanremo e la conosciamo tutti e Dodi Battaglia, premiato da Stern nell'86 come migliore in Europa, è ancora oggi uno dei chitarristi più in gamba in circolazione.
Quindi su, mettiamo un attimo da parte la sufficienza, ché Pensiero l'abbiamo suonata tutti in spiaggia almeno una volta con la nostra chitarra.
Non è che La canzone del sole sia meglio eh, anzi.

E insomma, i Pooh a San Siro nel 2016. Iniziando a rispondere alla prima domanda che mi han fatto inevitabilmente tutti: perché ci sono andato? Be', la risposta è facile: perché no?
Innanzitutto, quando la reunion con Fogli per l'addio alle scene era stata annunciata mesi fa, non era ancora previsto un intero tour, ma erano state annunciate solo le due date speciali di Milano e Roma. Che tutto sommato sarebbe stato un evento di portata nazionale nel panorama musicale e mediatico nostrano era comunque abbastanza chiaro, così come che quelle due date sarebbero andate sold-out in poche ore.
E così, visto che comunque i Pooh han sempre fatto un po' parte della mia adolescenza, che so essere grandi professionisti, immaginando che comunque sarebbe stato uno spettacolo interessante, che Dodi Battaglia è universalmente riconosciuto come uno molto bravo, e visto anche - pensate un po' - che non ero mai stato a San Siro in vita mia, insomma, alla fine mi son detto perché no?
Tanto più che i biglietti non costavano un'esagerazione, che nella peggiore delle ipotesi, se per qualche ragione non fossi potuto andare, non sarebbe stato difficile rivenderli e che soprattutto avevo la possibilità di provare ad accaparrarmi i posti migliori in assoluto, proprio nella platea sotto al palco, prime file numerate, non la solita gradinata a due chilometri da dove il concerto te lo guardi solo col binocolo sugli schermi giganti.

Quindi sì, biglietti platea gold per vedermi comodo comodo, a pochi metri, Battaglia, Facchinetti e soci, e passare una serata forse un po' trash, forse un po' anziana, ma oggettivamente di sicuro interesse musicale.
Insomma: alla vostra età andate ancora a San Siro a vedere Vasco per cantare a squarciagola Vita spericolata e avete da dire su di me che vado a cantare Pensiero e Tanta voglia di lei? Eddai, su, fate i bravi.
Avessi potuto, guarda, ci avrei ben volentieri portato anche i figli.

La prima nota, non a caso, va al popolo dei Pooh, che già nel pomeriggio affollava la metropolitana ed era in marcia verso San Siro: mi sono ritrovato ingiaccato e incravattato, appena uscito dall'ufficio, con la borsa del pc a tracolla, diretto anche io allo stadio, pigiato fra migliaia di ultraquarantenni - ma che dico quarantenni, ultra cinquantenni - ma che dico cinquantenni, ce n'erano in abbondanza ben oltre i sessanta - in t-shirt d'ordinanza, fascetta Pooh attorno alle testa, nonne casalinghe tatuate, cori nella metro "NON RESTARE CHIUSO QUI / PENSIEROOOOO", insomma, per un attimo, confesso, mi sono chiesto se fosse stata davvero una buona idea.
Strategicamente al mattino avevo parcheggiato la macchina proprio allo stadio e avevo lasciato dentro una maglietta, almeno per non presentarmi in platea vestito come un pinguino. Avrei volentieri speso uno sproposito per comprare la maglietta ufficiale del concerto da aggiungere alla mia collezione, ma va bene, è vero, mi sono vergognato: non potevo farcela a mettermi sulla schiena la targa "popolo dei Pooh".
E così, il mio amico che coraggiosamente mi ha accompagnato ma vuole rimanere anonimo (CIAO EUGENIO) e io, dopo un classico panino con la porchetta e una mezza minerale gassata, ci siamo avviati all'entrata VIP, quella per i ricchi borghesi, e alle 20:30 siamo entrati nella bolgia del Grande Tempio Milanese, già quasi riempito fino in cielo e in ogni ordine di posti dal popolo dei Pooh, quello vero.
Bestia raga, quanto è grande San Siro visto dal campo. Che impressione.

Alle ventuno, spaccando il secondo - che sono dei professionisti tipo McKinsey, mica come quelle rockstar drogate e supponenti che ti fanno aspettare delle ore perché godono a farsi chiamare dal pubblico - si accendono le luci, partono i fumi e i raggi laser di cui sopra, ed eccoli i quattro di Liverpool, nel senso di Bergamo, Bologna, Roma e Treviso (mi pare, giusto?). Manca ancora Riccardo Fogli, che entrerà solo qualche canzone dopo, chiamando una seconda ovazione come probabilmente non aveva mai avuto in vita sua prima.

E allora, i Pooh. I numeri del concerto di addio-che-addio-non-è dicono che San Siro era sold out con oltre cinquantamila presenze (considerate che le tribune dietro al palco erano ovviamente chiuse), che hanno suonato quasi tre ore per cinquanta canzoni esatte, che sono tantissime, e da non fan vi dirò che praticamente le conoscevo quasi tutte. Ora, provate a pensare quante sono le canzoni che conoscete davvero degli artisti che amate, e ditemi se potete dire di conoscere cinquanta canzoni di qualcuno di loro. Be', il popolo dei Pooh le conosceva tutte a memoria, le ha cantate tutte e più o meno sono state tutte delle hit attraverso cinquant'anni di musica italiana.
Ora, ditemi se - a prescindere da qualunque altra considerazione - non si possa chiamare questo "successo". Ve la sentite davvero di prendere in giro un fenomeno del genere?
Allo stadio c'erano migliaia e migliaia di coppie che con quelle canzoni per cinquant'anni si sono innamorate ed erano lì a farsi i selfie col palco dietro, a baciarsi ancora a cinquant'anni, a sessanta, a ballare ascoltando i Pooh e a ringraziarli. Erano venuti/e apposta. Be', oh, che devo dirvi: io mi sono anche un po' commosso (c'era una coppia di coetanei a fianco a me, tenerissimi, tipo impiegati del catasto con la polo sbiadita e gli occhialini rotondi, che quando è partita Tanta voglia di lei si sono alzati, baciati e si sono messi a ballare in mezzo a noi, abbracciati: madonna la piccyness).

Poi che devo dirvi: oh, io mi sono divertito, e parecchio. È stato un gran bel concerto e un spettacolo molto suggestivo, grazie anche alla scenografia e alla partecipazione della straordinaria corona di pubblico. C'erano molta emozione e commozione nell'aria, sia fra gli spettatori che, soprattutto, sul palco. Ne ho visti in questi anni di revival e di concerti di addio di vecchie glorie, ma nessuno mi è sembrato così... sincero e genuino come questo. È stato davvero un grande e lungo abbraccio fra i Pooh e il loro pubblico.
Le tre ore di concerto mi sono scivolate via leggerissime e ve lo dice uno che a fatica regge due ore ai concerti degli artisti che più ama. Oltre, mi rompo inesorabilmente i coglioni. In questo caso nemmeno me ne sono accorto.

Loro vabbè, che ve lo dico a fare: ineccepibili. Sono dei professionisti che ciao, bravi bravi, con un mestiere che lévati.
Tecnicamente, Dodi Battaglia è magistrale, praticamente lui da solo fa il 70% del sound, per quanto contribuiscano i caratteristici tappeti di tastiere di Facchinetti e il basso del buon Canzian: da quel punto di vista però, se escludiamo l'amalgama complessivo che è scolasticamente sempre perfetto, gli altri tre (Fogli non lo considero nemmeno) sono quasi inesistenti, nel senso che non emergono mai per virtuosismi particolari, ma è indiscutibile che il risultato complessivo sia impeccabile. Mi hanno anche molto impressionato le capacità polistrumentiste di tutti (sono assolutamente intercambiabili a rotazione su quasi tutti gli strumenti e ne suonano diversi altri).
Soprattutto, le incredibili voci, che pur con qualche inevitabile pecca dovuta all'età, madonna ragazzi: c'han settant'anni e tengono alla grande tutti e quattro (cinque), alternandosi in continuazione come lead vocal, brano dopo brano, per tre ore. In questi anni ho visto, per dire, Roger Waters e Roger Daltrey e non gliela fanno proprio al confronto, a pari età.

La scaletta è filata via benissimo, studiata perfettamente per ripercorrere cinquant'anni di carriera, spaziando dai grandissimi classici cantati da tutto lo stadio, al pop-rock, alle lunghe suite strumentali progressive caratteristiche degli anni '70 che hanno ricordato a tutti quanto siano davvero degli straordinari musicisti prestati all musica leggera: a tratti potevi essere tranquillamente a un concerto degli Yes, o dei Genesis, per dire.
È stato davvero così, è inutile che facciate quelle smorfie: studiate la discografia dei Pooh e andate ad ascoltarli dal vivo, poi ne riparliamo (fra le altre cose hanno fatto una bellissima long version di Parsifal).

L'altra cosa che mi ha colpito, a differenza di qualunque altra band famosa abbia visto fino ad oggi, sono l'armonia e la coesione fra loro sul palco, non solo dal punto di vista musicale, e quanto facciano squadra senza alcun protagonismo individuale: sono tutti alla pari come frontman, si scambiano i ruoli in continuazione, nessuno di loro pretende un ruolo di leader, nemmeno Facchinetti. Tutto sommato hanno reintegrato bene anche Fogli, pur - questo si nota, sì - relegandogli un po' il ruolo di ospite / figliol prodigo, ma non lo hanno mai lasciato in seconda linea (alla fine Fogli ha partecipato a trentatré brani su cinquanta, cantando e suonando diversi strumenti).
Ognuno di loro ha il proprio momento su palco, se parla uno parlano tutti a turno, è tutto perfettamente equilibrato e regolato come un meccanismo ultra preciso e automatico che solo grandissimi professionisti che davvero suonano insieme da cinquant'anni - e lo fanno divertendosi - possono riuscire a sincronizzare in questo modo.
E se ti diverti ancora così, se sei bravo così, se continui a vendere dischi e a riempire gli stadi, se non vieni mai messo in secondo piano dai tuoi colleghi-amici, se tutto è perfetto così e riesci ancora a far cantare insieme cinquantamila persone, se sei forse l'unica band al mondo che ha resistito unita così a lungo, praticamente nella formazione di partenza, senza mai litigi, cadute, divisioni, ambizioni soliste, gelosie interne - pensateci davvero: ne conoscete altre a livello planetario? - se tutto questo è vero, perché mai dovresti davvero aver voglia di smettere? Io non ci credo.

Insomma, si può dire tutto quello che si vuole e possiamo fare gli snob finché vogliamo perché siamo qui apposta, ma quella di ieri allo stadio era la nostra generazione al completo, trasversale a ogni strato sociale e background musicale, e sentire migliaia di persone che cantano in coro Pensiero abbracciate insieme con un sacco di lacrimoni, ecco, sai che c'è: a Brusse Springstin, a Vascoooo, a Rollin Stoneee, ma annatevene affanculo, va' (detto con rispetto, eh) (soprattutto per gli Stones).

Pooh2
TAG: pooh
23.45 del 11 Giugno 2016 | Commenti (1) 
 
10 Basta che non si sappia in giro (*)
GIU Viaggi fra le note, Diario
È quasi ora di muoversi verso San Siro.

Pooh

(*) Tanto questo blog ormai non lo legge più nessuno.
TAG: pooh
17.50 del 10 Giugno 2016 | Commenti (0) 
 
02 Centodieci/54: Napoli (Southtrip part IV & closure)
NOV Centodieci
Capirai, mi chiedi di scrivere di Napoli.

Nel corso di questo progetto, che è ormai quasi giunto a metà percorso e mi pare infinito (a proposito, nel frattempo ne ho messo in cantiere un altro assai più improbabile, ne riparleremo) - dicevo: che mi pare infinito, ho già dovuto scrivere di Roma, di Milano (di malavoglia), di Genova, che lo sai scrivere di Genova come può essere difficile per me. E ancora mi manca Venezia (e certo, son riuscito perfino con Rovigo). Ma confrontarsi con Napoli è tutt'altra cosa.
Poi adesso sono pure condizionato, ché altrove S. scrive che cado nei luoghi comuni, e c'ha pure ragione, ché mentre camminavo per la prima volta per Napoli come un qualunque turista io mi raffiguravo proprio un post interamente costruito sui luoghi comuni, mi piaceva l'idea, ché se non affronti proprio Napoli partendo dai luoghi comuni, dove altro allora puoi farlo?
Per esempio, vedi Napoli e poi muori: tipo, quando? Perché io sono tornato un paio di mesi fa e sono ancora vivo, ma non è che adesso possa svegliarmi ogni mattina con 'sto patema.

Per esempio, sì - e so che magari adesso tu crederai che lo scriva apposta, ma ti giuro che non è così: Napoli è il primo posto al mondo, e sottolineo al mondo, dove a un certo punto mi sia arreso e abbia abbandonato l'auto per l'incapacità di districarmi nel traffico, nonostante avessi due navigatori a guidarmi. Due. Ma niente. Ho guidato in Kosovo e in Albania, fra le montagne del Lesotho e in mezzo ai deserti del Namib e del Sahara, mi son perfino fatto strappare una portiera da una tempesta islandese e son riuscito lo stesso a tornare a casa, ma al punto di riconsegna dell'AVIS di Napoli Centrale, io, non sono riuscito ad arrivarci.
Alla fine, esasperato, ho mollato il colpo: ho accostato nel primo buco che ho trovato, fra dozzine di motorini parcheggiati a cazzo, ovviamente in sosta vietata, a circa un chilometro dalla mia destinazione, mi sono messo d'accordo con un parcheggiatore abusivo che mi ha immediatamente puntato - e adesso vi racconto anche di questa - e ho proseguito a piedi fino all'AVIS. E non so se mi giravano più per la stanchezza, per il caldo, o per non essere stato capace di una cosa davvero stupida come riconsegnare un'auto a noleggio all'ufficio di competenza.
Poi dice che cedo ai luoghi comuni. Credi che non ci abbia pensato, mentre mi chiedevo se lasciare il trolley nel baule, col tablet dentro, o trascinarmelo dietro per un chilometro per le vie e il caos di Napoli?

Nemmeno son sceso dall'auto che il tipo mi si avvicina: - Dottò, qui ci vuole il bigliettino. - Ah, e quanto fa? - Dipende dottò, quanto si ferma? - Mah, non so, forse nemmeno mezz'ora, è un'auto a noleggio, dovrei solo riconsegnarla. Sa come faccio a raggiungere l'AVIS? - Eeeeeeh, dottò, dia retta ammè, lasci perdere, vada a piedi. Se la lascia mezz'ora fa un euro.
(Avreste dovuto leggere metà conversazione con forte cadenza napoletana: rifate, su).
Gli do due euro. Si allontana. Si ferma a parlare con una ragazza che ha mollato l'auto in doppia fila poco avanti a me. Motorini che schizzano ovunque. Un autobus blocca di traverso un incrocio perché non riesce a fare manovra per girare. Traffico impazzito, clacson, croce uncinata, caldo.
Mi avvicino e gli chiedo: - Scusi, il bigliettino? - Eeeh, dottò, stia tranquillo, un attimo che sto parlando con la signora.
Poi sparisce. Dopo un po' torna con un bigliettino. C'è scritto "sosta 20 minuti". Me lo mette sotto il tergicristallo e se ne va. Coi miei due euro.

All'ufficio dell'AVIS c'è una coda assurda di gente incazzata, perlopiù stranieri, un solo impiegato al banco. Sono le 16 di un venerdì pomeriggio di fine estate, inizio del weekend. Un impiegato solo, decine di persone con in mano la stampa della prenotazione on-line. Conto diversi fuck ed espressioni in altre lingue aliene che ritengo analoghe.
In un angolo del piccolo ufficio se ne sta seduto un vecchio napoletano uscito da un film di Totò, con la camicia aperta, una giacca lisa e una specie di panama calato sugli occhi. Si fa un po' d'aria con un giornale.
Dopo un'ora e mezza di attesa è il mio turno e mi scontro subito con l'impiegato: gli metto le chiavi sul bancone, gli spiego dov'è l'auto e gli dico che se la vadano a riprendere, ché io non sono capace di riportargliela e ho già perso fin troppo tempo fra l'averci provato e la coda per riconsegnare le chiavi.
Mi dice che non è possibile, che lui è da solo e devo riportargli l'auto. Probabilmente io ho già gli occhi iniettati di sangue. Fuori minaccia temporale ed era una giornata bellissima. Gli rispondo che non è un mio problema, che s'arrangino.
Il vecchio alza la tesa del panama, mi guarda e stancamente mi fa: - Dottò, dove ha detto che l'ha lasciata?
Glielo spiego. Si alza e si sistema la giacca: - Ci penso io, mi porti all'auto.
Arriviamo dove l'ho parcheggiata, nessuna multa, il trolley è sempre lì. Ho pagato "il bigliettino". Da lontano il parcheggiatore mi saluta con un cenno. Il vecchio la guarda e mi fa: - Ma come c'è riuscito a parcheggiarla in mezzo a tutti questi motorini, dottò?
Sorrido: - Crede che a Milano sia facile parcheggiare?
Scuote la testa, si guarda attorno e commenta: - Eh, dottò, da qui è un macello riportarla all'ufficio.
Grazie, me ne ero accorto.
Sale e si mette alla guida, io al posto del passeggero. Ci vogliono venti minuti di giri assurdi, vicoli a filo di specchietti, slalom fra motorini, carretti, auto e autobus incastrati e anche un paio di divieti di svolta, ma alla fine arriviamo.
L'ingresso del garage però è bloccato dal traffico. Lui semplicemente si ferma in mezzo alla strada - in mezzo alla strada - scende, chiama il tipo dell'AVIS, mi consegna il trolley e mi fa: - Non si preoccupi dottò, va bene così, ci pensa lui.
Dietro si forma una coda spaventosa e si scatena un inferno di clacson, mentre gente inferocita abbassa i finestrini e inizia a chiamare in causa ogni santo del calendario. Lui con molta flemma napoletana li manda tranquillamente a quel paese e si allontana. Io pure, trascinandomi il trolley, mentre inizia a piovigginare. Raggiungo a piedi il mio hotel lì vicino.
Benvenuto a Napoli.

Dice, non cadere però nei luoghi comuni.

Per esempio, a Napoli la metropolitana ha la linea 1 e la linea 6. Cioè, a Milano ci prendiamo da soli per il culo perché abbiamo la 1, la 2, la 3 e la 5, ché la 4 è un'opinione e chissà per quanti anni lo sarà. A Napoli sono molto oltre: hanno la 1 e la 6, e fine. Perché? E perché no, tutto sommato. Han ragione loro.

Napoli è esattamente come deve essere Napoli se sei un turista e sbarchi per la prima volta a Napoli, pur essendo italiano e sapendo benissimo com'è Napoli nei luoghi comuni, nonostante Maradona, Gigi d'Alessio, Saviano, Pino Daniele e Tony Esposito. Perché poi, diciamolo, tutti dimenticano sempre Tony Esposito. Invece io arrivo a Napoli e mi viene in mente Tony Esposito. E pensare che da ragazzo ho imparato a suonare la chitarra sulle canzoni di Bennato. Quello dei Buoni e Cattivi eh, mica quello che conoscete voi giovani, quelle che canta con la Nannini e che poi va alla televisione da Massimo Giletti (in non lo so mica se Bennato sia mai stato da Massimo Giletti, ma oggigiorno non si può mai sapere).
Io poi avevo pure un ellepì di Enzo Avitabile. Tu pensa, cosa cazzo mi è venuto in mente nella mia vita di spendermi i soldi della paghetta per comprarmi un ellepì di Enzo Avitabile.

Ecco: io di Napoli, ad esempio, ho notato le centinaia di vetrine dei posti dove scommettere. L'intera città sembra esserne invasa, come un virus che si sia fatto strada per le vie (farsi strada per le vie mi pare stia poco in piedi, o forse anche no) e abbia aggredito tutto il tessuto urbano. E me li vedo i napoletani che scommettono, che scommettono su qualunque cosa, proprio come filosofia di vita, come è inevitabile non associare Napoli al gioco del lotto. Immagino fiumi di denaro che scorrono nelle cavità sotterranee di Napoli, rapidissimi, si scioglierà o non si scioglierà il sangue di San Gennaro?

Ci sono stato nella cappella di San Gennaro, nel duomo, che poi più che una cappella è quasi una cattedrale a sé. Ed ero di frettissima accidenti, ché a Napoli sono arrivato nel pomeriggio, ho perso tempo all'AVIS, e poi il diluvio universale, e il mattino dopo avevo il treno alle sette, e dunque mi erano rimaste solo pochissime ore per tutta Napoli, tutta Napoli, capisci, una missione impossibile.
Dice, vai a vedere il Cristo Velato: non era nemmeno lontano, avrei potuto tentare. Ma c'era il duomo, e il Vesuvio, e Palazzo reale, e Piazza Plebiscito, e il Maschio Angioino, e volevo pure mangiare la pizza e e' spaghett ca' pummarola 'ncoppa, che capisci che avendo un solo pasto a disposizione non era nemmeno facile, eppure sono riuscito a fare pure quello. E accidenti no, il Cristo Velato me lo sono proprio perso, ma quel che forse è ancora peggio è che sono stato nella cappella di San Gennaro, ma mi son perso il tesoro e ho letto poi che il tesoro di San Gennaro è davvero unico al mondo, imperdibile: lo avevo lì e nulla, non lo sapevo. Non avevo fatto nemmeno a tempo a documentarmi per bene.
Accidenti, Napoli. Vedi Napoli e poi muori un tubo, ché devo tornare a vedere il Cristo Velato e il tesoro di San Gennaro, perlomeno.

Napoli è una sfida improba fra poesia, umanità e degrado. Attraverso il piazzale della stazione in un'alba livida e umida, trascinandomi dietro il mio trolley. Sono uscito dall'hotel senza avere nemmeno fatto colazione. Un messaggio sul mio social network preferito mi ricorda di non partire da Napoli senza avere almeno preso una sfogliatella.
La piazza è circondata dalle vetrine dei bar che espongono milioni di sfogliatelle appena sfornate. Realizzo che forse non ho mai mangiato una sfogliatella in vita mia e mi fermo a fare colazione al tavolino di quello da cui esce il profumo più invitante.

Napoli11

Ho digerito la mia sfogliatella tre giorni dopo. Buona era buona, comunque, va detto. Però mi chiedo come si possa sopravvivere facendo colazione ogni mattina con una sfogliatella.
Poi dice, vedi Napoli e poi muori. Non so, ma nel dubbio del bicarbonato male non fa.

Sul treno che mi riporta al nord mi prende quella sensazione di rientro da un viaggio che di solito provo in aereo. Mi manca Napoli, accidenti. Non so com'è, l'ho solo attraversata nello spazio di un battito di ciglia, ancora non ho messo insieme tutte le immagini di questo strano e improvvisato giro al sud, Napoli nemmeno era prevista, mi era solo comoda per riportare l'auto - proprio così avevo pensato a casa prima di partire, rientro da Napoli perché mi è più comodo per lasciare l'auto. Sono un fine umorista.
Vabbè, tanto mi sono lasciato indietro anche Caserta, ché non è che puoi fare Caserta in mezza giornata, figurati Napoli. Quindi tocca tornare.
Mi appunto: Cristo Velato, tesoro di San Gennaro, Scampia.
No, forse Scampia no.
Per quanto.

(Poi va detto che mi sarei fermato un mese per fare tutta la costa amalfitana, Pompei, Paestum, Ischia, Capri, vabbè).

Napoli01
Napoli02
Napoli03
Napoli04
Napoli05
Napoli
Napoli06
Il Duomo di Napoli
Napoli07
Il Maschio Angioino
Napoli08
Piazza Plebiscito
Napoli09
Napoli10
Quartieri spagnoli
TAG: Napoli
16.37 del 02 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
03 Centodieci/50: Potenza (and then there was South)
OTT Centodieci
Quindi sono andato al Sud. Tipo che l’ultima volta sotto a Roma, a memoria, mi pare sia stata una puntata quick and dirty per lavoro a Napoli attorno al 2003 e prima di quella occasione forse un evento analogo dieci anni prima.
Più in giù di Napoli si parla addirittura del '79: c’erano una Simca 1301 marrone e mio papà alla guida, per dire, o forse c’era già la Fiat 132, non ricordo, e comunque eravamo ancora in epoca borbonica, quindi forse nemmeno vale.
Esisteva ancora la A2, non so se mi spiego, e la A3 era probabilmente in condizioni migliori di oggi.
Che poi, diciamolo: il pezzo di A3 che ho guidato da Salerno fino al raccordo con la bretella per Potenza era più figo e nuovo della Milano-Torino, ma mi dicono che la leggendaria tratta infernale sia quella che prosegue poi per Reggio Calabria.

E niente, mi sono detto: vado a Potenza. Per dirvi la verità non avrei saputo nemmeno collocarla con precisione sulla carta geografica, Potenza, ma c’è il fatto che se vuoi completare il Progetto centodieci prima o poi bisognerà bene prendere e andare a Potenza (sì, lo so, anche a Villacidro e Sanluri, può essere che ne parliamo a dicembre).
Poi, tanto che c'ero e per dirvela tutta, son stato anche a Salerno, e poi a Benevento, e poi ancora ad Avellino e infine a Napoli. Mi son fatto prendere un po’ la mano, ché tanto che ero al sud, sai com’è, chissà quando mi ricapita. E poi son tutte lì e che ci vorrà mai ad andare ad Avellino, per dire, o a Benevento.

Be', insomma, mi ci son voluti quattro giorni fra andare, piazzare le bandierine e tornare, e quindi alla fine ne ho infilate cinque in un colpo e son balzato a quota cinquantaquattro su centodieci. Non vi gira un po' la testa con tutti 'sti numeri? A me sì.

Se poi vai al Sud, fra l'altro, di cose da scrivere ne accumuli a badilate e così sono andato a zonzo col solito bloc notes, quello elettronico dello smartfono, ché dovevo prendere appunti perché poi mi dimentico le cose, ché se ti spari cinque capoluoghi in tre giorni il rischio di fare un po' di casino poi c'è. Tipo, dov'è che m'han divorato le zanzare? E la fontana quellallà, dov'era?
Solo che adesso leggo gli appunti e non ricordo nulla lo stesso. E poi non so se farne un unico post, o farne cinque, o raggrupparle a due a due, che però non si può perché son dispari.

Vabbè, intanto vediamo: annotazioni su Potenza.

Autostrada. Non lo so come sia la A3 viaggiando verso Reggio Calabria, ma ho guidato lungo la bretella per Potenza. Qualche anno fa comunque anche la strada fra Tirana e Ohrid e sono orgogliosamente sopravvissuto a entrambe le esperienze. Nonostante la bretella per Potenza.

Freddo. Freddo faceva, in effetti, ché se non lo sapete Potenza sta in quota e pare che d'inverno sia spesso solita a metri di neve. E dunque la sera, pur nel contesto di un piacevole e soleggiato inizio settembre, sono stato ben felice di avere con me la felpina. Che è un po' come il coltellino svizzero e la lampada frontale: non dovrebbero mai mancare nel trolley.

Negozi cinque. Nel senso, a Potenza il pomeriggio i negozi aprono alle cinque. Praticamente l'ora in cui a Bolzano si va a cena. Dovessi proprio dire, mi sento geneticamente affine ai potentini, nonostante io sia inesorabilmente nordico, ma d'altra parte hanno la neve, e dunque.

Spritz. Ho preso uno spritz. Mi son seduto al tavolino di un bar per un aperitivo e ho chiesto uno spritz. A Potenza. Basilicata.
Mi hanno chiesto se volevo provare una variante inventata da loro, col vino rosso. L'ho provata. Faceva cagare. Non bevete lo spritz a Potenza, non fatelo mai. (In generale, forse, non chiedete mai uno spritz sotto al Po. Ma nemmeno sotto al Piave, va'.)

Pristina. Sono stato a Pristina, in Lesotho, a Tiraspol e poi a Potenza.

Guidare. Potenza è così topograficamente assurda che dopo essersi perso per la trentesima volta il Tom Tom mi ha fatto accostare, mi ha detto di arrangiarmi e si è spento. Per fortuna esiste Google Earth, ché l'unico modo di orientarsi a Potenza è per confronto diretto con le immagini satellitari. E non vi dico poi del parcheggiare a Potenza. Nel centro storico.
A Potenza, potendo (potendo, Potenza, sembra quasi venuta apposta e invece no) - dicevo - a Potenza, potendo, andateci in treno.
No, vabbè, niente. Non voglio nemmeno immaginare i treni che arrivano a Potenza.

Lo so, questo post fa abbastanza pena, meglio di così non mi viene, ma avete presente Potenza? D'altra parte son settimane che ci provo, alla fine la pianto sempre lì.
Comunque Potenza è meglio di Rovigo.
Del resto qualunque cosa è meglio di Rovigo.

Le altre tappe, poi, arrivano nei prossimi post. Non prometto di meglio, ve lo dico già.

Potenza01
Potenza02
Potenza03
Potenza04
Potenza05
Potenza06
Potenza07
Potenza
Potenza08
Edicola di San Gerardo, Potenza
Potenza09
Cattedrale di San Gerardo, Potenza
TAG: potenza
09.10 del 03 Ottobre 2015 | Commenti (0) 
 
28 Settantacinque [Expo2015 /reloaded]
SET Fotoblog, Segnalazioni, Diario
E così un paio di sabati fa siamo tornati all'Expo, questa volta coi ragazzi e con l'obiettivo dichiarato di darci dentro con la collezione dei timbri sullo speciale passaporto. Siamo stati bravini: fra mezzogiorno e le dieci di sera siamo riusciti a riempire il libretto con ben settantacinque timbri, ma avremmo potuto puntare a quota cento se non fossimo stati boicottati dalla chiusura anticipata del "cluster Pacifico", gli stand dei cui Paesi ci hanno chiuso in faccia alle ventuno (e grazie al Brunei invece, che ci ha permesso di entrare dopo la serrata) e da quelli che non avevano il timbrino (almeno quattro accidenti a loro, Madagascar su tutti, non sappiamo nemmeno se uno, due o tre) (era una battuta per solutori abili e genitori).

Expo21

E niente: a me l'Expo, che devo dirvi, piace nonostante le code sempre più assurde che in questo inizio di autunno iniziano a registrarsi per cui, mentre noi ce andavamo più o meno tranquillamente a zonzo per i capannoni quasi disertati dei Paesi minori, pare che sotto al Decumano si affollassero trecentomila persone e l'attesa in coda per visitare il padiglione del Giappone fosse arrivata addirittura a sette ore.
Ora, qualcuno deve spiegarmi la follia di 'sta cosa: perché accidenti mai uno dovrebbe spararsi sette ore di coda per entrare dentro a un container di metallo e vedere un'installazione, per quanto straordinaria possa essere? Sette ore, peraltro, sotto il sole, al caldo, incanalati senza possibilità di ristoro a meno di mangiare panini in piedi.
Non che agli altri stand andasse meglio: davanti ai più gettonati le code medie stavano comunque attorno alle due ore, il che magari potrebbe anche non essere strano se parlassimo della Corea del Nord, la cui esposizione veniva invece abbastanza ignorata, e invece a quanto pare la gente sembrava piuttosto attratta dall'Austria, dalla Svizzera e dalla Francia, così per prendere a caso.
Come a dire, mi sparo due ore di coda per vedere le bancarelle di un Paese che da Milano è alle medesime due ore di macchina di distanza. Voi siete pazzi.

E sì, la Corea del Nord ha invero un proprio padiglione, che è un'esperienza, quella sì, altro che le file infinite per salire sul percorso reticolato del Brasile. Ma anche la Somalia è presente. E l'Afghanistan. E Timor Est. Tutti inesorabilmente vuoti, persino in un sabato con trecentomila presenze.
Dunque la gente preferisce fare sette ore di coda davanti allo stand del Giappone, o almeno un paio per gustare gli assaggini gratuiti di emmenthal svizzero, come potrebbe d'altra parte fare in un qualunque sabato con una gita di un'ora a Lugano, invece di mettere il naso nel padiglione del Paese più devastato dalla guerra e fallito del pianeta, interrogandosi peraltro su come possa aver messo in piedi uno stand, quali finanziamenti e aiuti abbiano reso possibile la partecipazione, e cosa mai possa offrire al visitatore dell'Expo.
Io, la gente, non la capirò mai.

Così, insieme ai ragazzi, abbiamo lasciato le code ai trecentomila di cui sopra, trascorrendo la nostra giornata a collezionare timbri di posti improbabili e approfittandone per fare una grande lezione di geografia mondiale, ché del 90% dei Paesi i cui padiglioni abbiamo visitato i due eredi non avevano quasi mai sentito parlare, o perlomeno non avevano idea di dove si trovassero.
Detto che l'Africa e il Medio Oriente vincono a mani basse la classifica delle vetrine più folcloristiche e vivaci, si notano altresì alcuni grandi assenti nell'elenco dei Paesi espositori: Australia, Nuova Zelanda, India e Canada, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Chissà perché non hanno partecipato. L'India soprattutto è un'assenza significativa in una manifestazione planetaria che ha come temi il cibo e l'alimentazione.

Alla fine, l'unico padiglione importante la cui coda abbiamo affrontato (più che altro perché l'avevamo sottovalutata), e che a quanto pare rientra fra i dieci più belli dell'Expo, è stato quella della Corea del Sud, che in effetti merita la visita (ma non due ore di coda: per fortuna ce la siamo cavati con trenta minuti).

Un capitolo a parte andrebbe poi riservato alla disastrosa organizzazione totalmente incapace di assorbire l'afflusso di persone alle ore dei pasti, nonostante la miriade di punti di ristoro.
Se le code ai padiglioni erano improponibili, quelle per pranzo si sono presto trasformate in trappole mortali, con attese di ore per riuscire a prendere anche solo un panino, a prezzi peraltro fuori di testa. Alle quattro del pomeriggio c'era ancora gente in fila da ore a bar e ristoranti dove pochissimo personale, probabilmente un terzo del necessario, si sbatteva poco o nulla per cercare di servire nel più breve tempo possibile la folla assurda.
In mezzo a gente inferocita per la fame, la sete, il caldo e la stanchezza, intrappolata in code completamente immobili formate da centinaia di persone spesso in attesa davanti a una sola cassa servita da un annoiato e lento giovane-contratto-a-termine, abbiamo assistito a qualche scena che gridava vendetta a pensare ai giovani disoccupati e precari che si lamentano, poi, che la crisi, la pensione, le mansioni non adatte, il job act, la Fornero e anche sticazzi.

Insomma, portatevi dei panini e delle bottigliette d'acqua.
Qui la galleria fotografica completa.

Expo14
Expo15
Expo16
Expo17
Expo18
Expo19
Expo20
Expo 2015, Milano
TAG: expo, expo2015
07.40 del 28 Settembre 2015 | Commenti (0) 
 
05 A daytrip to #EXPO
GIU Fotoblog, Diario, Spostamenti
Lunedì abbiamo fatto un (primo?) salto all'Expo, così, senza averlo programmato, né con particolari aspettative. Qualcosa del tipo "visto che è qua, andiamo a dare un'occhiata."
Sintesi: un giro merita sicuramente, quasi certamente un secondo e fors'anche un terzo, si vedrà. Non fosse altro perché c'è un miliardo di persone, i padiglioni sono settordicimila e agli ingressi di quelli che dicono essere davvero interessanti (Brasile, Corea, Giappone, Cina, Emirati, per citarne alcuni) le code sono pressoché infinite. Lunedì scorso, nella fattispecie, anche in pieno sole, con una temperatura che, nel caso degli Emirates perlomeno, era perfettamente adeguata al contesto.

Insomma, vista la situazione, a questo giro abbiamo optato per una sorta di panoramica generale, adottando la tradizionale strategia di viaggio che mi accompagna da qualche tempo a questa parte: small, quick and dirty. In altre parole, tanti stand, tutti insignificanti, perlopiù di Paesi a interesse (per il pubblico in generale) zero. Così ci siamo fatti Sudan, Rwanda, Brunei, la Santa Sede (dove ci hanno dato l'immaginetta del Papa), Angola, Bielorussia, Bahrein, Burundi, Guinea, Costa d'Avorio, Etiopia, presi a caso fra quelli che ricordo.
Dice: ma cosa c'è nello stand del Sudan, che in Sudan non c'è nulla? Nulla, appunto. Mi perdoni il Sudan per essere stato preso ad esempio per questa battuta infelice.
Ci siamo concessi solo i quindici minuti di coda necessari per entrare al padiglione del Kuwait (interessante), dove peraltro ci siamo poi fermati a cena.

Ecco, se ve lo chiedete, mangiare all'Expo non è un problema (anche perché è dedicata al cibo, quindi capirai), ma se non volete fare le code per gli assaggini etnici gratuiti potete pagare una pizza come a Tubuai (ultimamente mi sono un po' fissato con Tubuai e con le Falkland, deducetene quel che volete).
La cena al ristorante kuwaitiano, ottima, accompagnata da acqua liscia e tè alla menta, è costata come andarci, in Kuwait.

Poi, com'è l'Expo? È una specie di chilometro di container colorati molto etnici e architetture interessanti, alcune assai belle e scenografiche. Nei padiglioni ci sono perlopiù molti schermi televisivi e distributori di bibite. Si possono comprare i souvenir come negli aeroporti, mangiare - appunto - tanto e variegato e camminare parecchio. Ma parecchio, proprio.
La cosa più divertente è darsi appuntamento con gli amici. Tipo, noi siamo in Germania, voi dove siete? Noi adesso siamo in Zimbabwe, facciamo un salto in Russia, e ci possiamo poi incontrare a Kiribati.
All'Expo Kiribati e Nauru possono per caso confinare con la Germania, il che volendo si presta a giochi divertenti.
Ho caricato in archivio una carrellata di fotografie, se volete farvi un'idea. Qui, giusto un anticipo.

Noi comunque ci torneremo. Con lo zainetto per i panini al salame e due birre.

Expo01
Expo02
Padiglione del Bahrein
Expo03
Padiglione dell'Angola
Expo04
Expo05
Padiglione della Bielorussia
Expo06
Expo07
Expo08
Padiglione della Polonia
Expo09
Expo10
Expo11
Padiglione del Kuwait
Expo12
Expo13
L'albero della vita
TAG: milano, expo, Expo 2015
12.58 del 05 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
15 Boston/2: venti pezzi di America dagli spalti di uno stadio
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
Cose che ho imparato degli americani, estrapolandole dall'avere assistito alla partita Boston Celtics vs. Phoenix Suns al mitico TD Garden di Boston (e considerando, però, che non sono un frequentatore di stadi in Italia e che tutto quel che so di tifoseria casalinga è filtrato dai nostri Media, quindi mi manca il termine reale di paragone) e un po' di cronaca per voi.

1. Andare allo stadio in America è un po' come partecipare da spettatore alla registrazione di Ok, il prezzo è giusto negli studi di Mediaset. Tutto quello che avviene è riconducibile a uno spettacolo televisivo con una regia e una scaletta collaudatissime.

2. I giocatori sono professionisti pagati per interpretare un ruolo ben definito, come attori (vedi prossimo punto) o impiegati altamente specializzati, che a fine spettacolo escono dallo stadio e ognuno per sé, ché anche per oggi è finita, ci siamo guadagnati la pagnotta e finalmente si va casa a sdivanarsi davanti alla tv. Tipo, chessò, io lavoro in IBM e faccio il manager, io lavoro per i Boston Celtics e butto la palla nel cesto.

3. Fra vedere Boston Celtics vs. Phoenix Suns (e, immagino, un qualunque altro evento sportivo) dal vivo, o guardarselo alla televisione, passa la stessa differenza che c'è fra vedere le riprese del Cacciatore di Michael Cimino e Robert de Niro che legge il copione fra una scena e l'altra, o guardare il film al cinema. Ecco, l'effetto dell'essere allo stadio è esattamente quello di star dietro la sedia di Cimino mentre spiega a De Niro come deve girare una scena.

4. Prima della partita, tutti in piedi per l'inno nazionale, nell'occasione cantato dal coro dei bambini di salcazzo, in un turbinio di luci stroboscopiche bianche, rosse e blu, e di bandiere a stelle e strisce. Grandi applausi. Mi sono molto commosso, sappiatelo.

5. I Suns entrano in campo accompagnati dagli AC/DC. I Celtics da Seven Nation Army. Ed è subito PO-POPOPO-POPO-POOOO!

6. Fosse solo per l'impianto luci, la scenografia e la musica, si potrebbe tranquillamente pensare di essere a un concerto rock, più che a una partita di basket.

7. Il pubblico, come negli studi di Mediaset, è totalmente pilotato dalla regia centrale, che si materializza attraverso i messaggi del Grande fratello trasmessi sugli schermi della torre centrale. Si urla LET'S GO CELTICS! al ritmo dei tamburi (registrati) solo quando i Celtics attaccano, gli schermi suggeriscono di farlo e il rullo dei tamburi dà il tempo; si urla DE-FENSE! DE-FENSE! solo quando i Celtics sono in difesa e gli schermi suggeriscono di farlo. Molto raramente parte spontaneo un BUUUUUU! quando gli avversari devono effettuare un tiro libero.
Unica eccezione in tutta la partita: un giovane qualche fila davanti a me che, a gioco interrotto per un fallo, ha avuto uno scatto di rabbia, si è alzato e ha imprecato SHOOT HIM! Non male. Ho apprezzato.

8. Ai fini di cui al precedente punto, a tutti gli spettatori viene consegnato all'ingresso un apposito gagliardetto avvolgibile: da un lato GO CELTICS, dall'altro D e il disegno di una staccionata. Ho impiegato un po' a capire che la staccionata era "fence" (vedi foto qua sotto del titolare qui, assimilato dagli autoctoni).

9. Non esistono tifosi della squadra avversaria. Non esistono tifosi avversari. Se sei al Garden tifi Boston, fine (suppongo, per estensione, uguale ovunque applicato alla squadra di casa).

10. In occasione di qualche bella azione (non molte per la verità), la regia comunica Oooohhhhhh e sugli schermi appare NOISE METER: a quel punto il pubblico deve gridare molto forte mentre viene trasmessa la moviola.

11. Se un giocatore della squadra ospite si fa male, quando si rialza tutti gli spettatori applaudono. Compreso quello che lo voleva uccidere al punto 7.

12. Del punteggio non gliene frega niente a nessuno. Nemmeno delle cheerleaders. Se prendi una dozzina di ventenni bionde americane alte un metro e ottanta, ipervitaminizzate con la tartaruga scolpita attorno all'ombelico, la quarta di media e il culo di marmo avvolto negli hot pants, e le piazzi in mezzo a uno stadio italiano durante un derby, secondo me gli ultras ne fanno carne da macello.

13. La gente arriva prima della partita (poca), a trenta secondi dall'inizio (molta) e a partita già iniziata (altrettanta). Durante l'incontro la gente (poca) guarda la partita, molti chiacchierano fra loro o giocano col cellulare, molti altri si alzano e se ne vanno a farsi un giro, poi tornano, poi rivanno, poi ritornano. Generalmente ogni volta con qualcosa di nuovo da mangiare e da bere.

14. A proposito del mangiare e del bere, va detto che dentro allo stadio c'è di tutto, più che in un mega centro commerciale. Ci sono snack, take away, pizzerie, ristoranti. Se poi siete proprio pigri, centinaia di camerieri passano fra le file a raccogliere le ordinazioni da una lista standard disponibile ad ogni posto a sedere. Si può ordinare di tutto: alcolici, pizze, sandwich, cinese, messicano.

15. Sempre a proposito: il bidone (sic!) di patatine fritte del mio vicino di posto era grande come il secchio del Mocio Vileda. Le ha mangiate tutte e ha bevuto quattro birre medie. Era un tipo smilzo e scavato, sulla cinquantina, un impiegato in camicia bianca, con gli occhiali, accompagnato dalla moglie casalinga bionda e dai due figli iper vitaminizzati, pure loro, attorno ai dieci anni.

16. Quattro tempi da dodici minuti 'sto cazzo. A parte che sono dodici minuti di gioco effettivo, l'intero spettacolo - perché di questo si tratta - dura quasi tre ore. Io ve lo dico: una noia mortale, a meno che non sia l'All star game, suppongo.
Ad ogni time out, cheerleaders in campo, performance di giocolieri, premiazioni di lotterie, eccetera. Nell'intervallo partita di bambini delle scuole medie (che, per la cronaca, giocano a una velocità e tirano da tre punti con una precisione tale da poter far nere alcune delle nostre squadre di prima divisione).
C'è stata anche la premiazione di "Un eroe fra di noi": un tipo, molto americano, molto mascelloso, molto rasato, molto muscoloso, braccio destro interamente tatuato a colori, è stato premiato per avere salvato una vita, usando un defibrillatore, in un contesto che non ho capito. Gli è stato consegnato una specie di trofeo, era molto compìto e commosso, tutti in piedi ad applaudirlo. Ho capito che ne premiano uno tutte le settimane.

17. Il Boston Garden (che adesso non si chiama più così ma, appunto, TD Garden) è meraviglioso, modernissimo, servitissimo, accessibilissimo, comodissimo, pulitissimo, spettacolare. Se gli stadi americani sono tutti così, noi siamo Africa.
Nota: non ho contato più di venti poliziotti. Certo, di quelli cattivissimi americani come nei telefilm, ma parliamo di uno stadio da 20.000 posti. I controlli all'ingresso sono capillari, ma fluidi, gentili e rapidissimi. Non si fa coda per entrare, si esce in pochi minuti. Tutto è stramaledettamente normale e pacifico. Come andare a teatro. Ammiriamoli.

18. Se sei un tifoso dei Boston Celtics (estrapolo: di qualunque altra squadra, immagino) alla partita vai indossando solo la t-shirt ufficiale del tuo idolo e i pantaloncini. Anche se sono le otto di sera e ci sono dieci gradi sotto zero.
Nota: qui non usano le sciarpe coi colori della squadra come da noi. Al massimo palloncini colorati e manone di gommapiuma col pollice alzato.

19. È ancora lecito andare alla partita indossando la maglietta numero 33 di Larry Bird.

20. Sia chiaro: nonostante da ragazzo sia stato un gran tifoso dei mitici Los Angeles Lakers di Jabbar e Magic Johnson, e di conseguenza grande avversario degli altrettanto leggendari Boston Celtics di Larry Bird, andare al Garden a vederli giocare è stata una grandissima emozione e ho tifato per loro: mi sono sentito molto americano in questo.

[E infine, per la cronaca e per la storia: Celtics sconfitti dai Suns 80-87. Partita moscia, noiosetta anzichenò. Poche azioni spettacolari. Celtics sempre sotto, anche fino a -12, con un insperato recupero nell'ultimo quarto che li aveva addirittura portati a +2 a sei minuti dalla fine. Poi, parità fino a due minuti dal termine, quando un paio di errori e di disastrose palle perse hanno irrimediabilmente compromesso il recupero, regalando la partita ai Suns. E meno male, ché dei supplementari proprio non avevo alcuna voglia.
Nel complesso, comunque, Suns non irresistibili, ma Celtics davvero mediocri.
]

Garden1
Garden2
Garden3
Garden4
Garden5

P.S. Le foto son quel che sono perché l'iPhone fa quel che può. Avercela avuta dietro, in questa occasione, la mia Canon con il suo 480mm...
TAG: Boston Celtics, basket, Boston, TD Garden, sport, America
13.02 del 15 Marzo 2014 | Commenti (1) 
 
Pagina successiva >>


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2017 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo