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28 Settantacinque [Expo2015 /reloaded]
SET Fotoblog, Segnalazioni, Diario
E così un paio di sabati fa siamo tornati all'Expo, questa volta coi ragazzi e con l'obiettivo dichiarato di darci dentro con la collezione dei timbri sullo speciale passaporto. Siamo stati bravini: fra mezzogiorno e le dieci di sera siamo riusciti a riempire il libretto con ben settantacinque timbri, ma avremmo potuto puntare a quota cento se non fossimo stati boicottati dalla chiusura anticipata del "cluster Pacifico", gli stand dei cui Paesi ci hanno chiuso in faccia alle ventuno (e grazie al Brunei invece, che ci ha permesso di entrare dopo la serrata) e da quelli che non avevano il timbrino (almeno quattro accidenti a loro, Madagascar su tutti, non sappiamo nemmeno se uno, due o tre) (era una battuta per solutori abili e genitori).

Expo21

E niente: a me l'Expo, che devo dirvi, piace nonostante le code sempre più assurde che in questo inizio di autunno iniziano a registrarsi per cui, mentre noi ce andavamo più o meno tranquillamente a zonzo per i capannoni quasi disertati dei Paesi minori, pare che sotto al Decumano si affollassero trecentomila persone e l'attesa in coda per visitare il padiglione del Giappone fosse arrivata addirittura a sette ore.
Ora, qualcuno deve spiegarmi la follia di 'sta cosa: perché accidenti mai uno dovrebbe spararsi sette ore di coda per entrare dentro a un container di metallo e vedere un'installazione, per quanto straordinaria possa essere? Sette ore, peraltro, sotto il sole, al caldo, incanalati senza possibilità di ristoro a meno di mangiare panini in piedi.
Non che agli altri stand andasse meglio: davanti ai più gettonati le code medie stavano comunque attorno alle due ore, il che magari potrebbe anche non essere strano se parlassimo della Corea del Nord, la cui esposizione veniva invece abbastanza ignorata, e invece a quanto pare la gente sembrava piuttosto attratta dall'Austria, dalla Svizzera e dalla Francia, così per prendere a caso.
Come a dire, mi sparo due ore di coda per vedere le bancarelle di un Paese che da Milano è alle medesime due ore di macchina di distanza. Voi siete pazzi.

E sì, la Corea del Nord ha invero un proprio padiglione, che è un'esperienza, quella sì, altro che le file infinite per salire sul percorso reticolato del Brasile. Ma anche la Somalia è presente. E l'Afghanistan. E Timor Est. Tutti inesorabilmente vuoti, persino in un sabato con trecentomila presenze.
Dunque la gente preferisce fare sette ore di coda davanti allo stand del Giappone, o almeno un paio per gustare gli assaggini gratuiti di emmenthal svizzero, come potrebbe d'altra parte fare in un qualunque sabato con una gita di un'ora a Lugano, invece di mettere il naso nel padiglione del Paese più devastato dalla guerra e fallito del pianeta, interrogandosi peraltro su come possa aver messo in piedi uno stand, quali finanziamenti e aiuti abbiano reso possibile la partecipazione, e cosa mai possa offrire al visitatore dell'Expo.
Io, la gente, non la capirò mai.

Così, insieme ai ragazzi, abbiamo lasciato le code ai trecentomila di cui sopra, trascorrendo la nostra giornata a collezionare timbri di posti improbabili e approfittandone per fare una grande lezione di geografia mondiale, ché del 90% dei Paesi i cui padiglioni abbiamo visitato i due eredi non avevano quasi mai sentito parlare, o perlomeno non avevano idea di dove si trovassero.
Detto che l'Africa e il Medio Oriente vincono a mani basse la classifica delle vetrine più folcloristiche e vivaci, si notano altresì alcuni grandi assenti nell'elenco dei Paesi espositori: Australia, Nuova Zelanda, India e Canada, tanto per citare i primi che mi vengono in mente. Chissà perché non hanno partecipato. L'India soprattutto è un'assenza significativa in una manifestazione planetaria che ha come temi il cibo e l'alimentazione.

Alla fine, l'unico padiglione importante la cui coda abbiamo affrontato (più che altro perché l'avevamo sottovalutata), e che a quanto pare rientra fra i dieci più belli dell'Expo, è stato quella della Corea del Sud, che in effetti merita la visita (ma non due ore di coda: per fortuna ce la siamo cavati con trenta minuti).

Un capitolo a parte andrebbe poi riservato alla disastrosa organizzazione totalmente incapace di assorbire l'afflusso di persone alle ore dei pasti, nonostante la miriade di punti di ristoro.
Se le code ai padiglioni erano improponibili, quelle per pranzo si sono presto trasformate in trappole mortali, con attese di ore per riuscire a prendere anche solo un panino, a prezzi peraltro fuori di testa. Alle quattro del pomeriggio c'era ancora gente in fila da ore a bar e ristoranti dove pochissimo personale, probabilmente un terzo del necessario, si sbatteva poco o nulla per cercare di servire nel più breve tempo possibile la folla assurda.
In mezzo a gente inferocita per la fame, la sete, il caldo e la stanchezza, intrappolata in code completamente immobili formate da centinaia di persone spesso in attesa davanti a una sola cassa servita da un annoiato e lento giovane-contratto-a-termine, abbiamo assistito a qualche scena che gridava vendetta a pensare ai giovani disoccupati e precari che si lamentano, poi, che la crisi, la pensione, le mansioni non adatte, il job act, la Fornero e anche sticazzi.

Insomma, portatevi dei panini e delle bottigliette d'acqua.
Qui la galleria fotografica completa.

Expo14
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Expo17
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Expo 2015, Milano
TAG: expo, expo2015
07.40 del 28 Settembre 2015 | Commenti (0) 
 
05 A daytrip to #EXPO
GIU Fotoblog, Diario, Spostamenti
Lunedì abbiamo fatto un (primo?) salto all'Expo, così, senza averlo programmato, né con particolari aspettative. Qualcosa del tipo "visto che è qua, andiamo a dare un'occhiata."
Sintesi: un giro merita sicuramente, quasi certamente un secondo e fors'anche un terzo, si vedrà. Non fosse altro perché c'è un miliardo di persone, i padiglioni sono settordicimila e agli ingressi di quelli che dicono essere davvero interessanti (Brasile, Corea, Giappone, Cina, Emirati, per citarne alcuni) le code sono pressoché infinite. Lunedì scorso, nella fattispecie, anche in pieno sole, con una temperatura che, nel caso degli Emirates perlomeno, era perfettamente adeguata al contesto.

Insomma, vista la situazione, a questo giro abbiamo optato per una sorta di panoramica generale, adottando la tradizionale strategia di viaggio che mi accompagna da qualche tempo a questa parte: small, quick and dirty. In altre parole, tanti stand, tutti insignificanti, perlopiù di Paesi a interesse (per il pubblico in generale) zero. Così ci siamo fatti Sudan, Rwanda, Brunei, la Santa Sede (dove ci hanno dato l'immaginetta del Papa), Angola, Bielorussia, Bahrein, Burundi, Guinea, Costa d'Avorio, Etiopia, presi a caso fra quelli che ricordo.
Dice: ma cosa c'è nello stand del Sudan, che in Sudan non c'è nulla? Nulla, appunto. Mi perdoni il Sudan per essere stato preso ad esempio per questa battuta infelice.
Ci siamo concessi solo i quindici minuti di coda necessari per entrare al padiglione del Kuwait (interessante), dove peraltro ci siamo poi fermati a cena.

Ecco, se ve lo chiedete, mangiare all'Expo non è un problema (anche perché è dedicata al cibo, quindi capirai), ma se non volete fare le code per gli assaggini etnici gratuiti potete pagare una pizza come a Tubuai (ultimamente mi sono un po' fissato con Tubuai e con le Falkland, deducetene quel che volete).
La cena al ristorante kuwaitiano, ottima, accompagnata da acqua liscia e tè alla menta, è costata come andarci, in Kuwait.

Poi, com'è l'Expo? È una specie di chilometro di container colorati molto etnici e architetture interessanti, alcune assai belle e scenografiche. Nei padiglioni ci sono perlopiù molti schermi televisivi e distributori di bibite. Si possono comprare i souvenir come negli aeroporti, mangiare - appunto - tanto e variegato e camminare parecchio. Ma parecchio, proprio.
La cosa più divertente è darsi appuntamento con gli amici. Tipo, noi siamo in Germania, voi dove siete? Noi adesso siamo in Zimbabwe, facciamo un salto in Russia, e ci possiamo poi incontrare a Kiribati.
All'Expo Kiribati e Nauru possono per caso confinare con la Germania, il che volendo si presta a giochi divertenti.
Ho caricato in archivio una carrellata di fotografie, se volete farvi un'idea. Qui, giusto un anticipo.

Noi comunque ci torneremo. Con lo zainetto per i panini al salame e due birre.

Expo01
Expo02
Padiglione del Bahrein
Expo03
Padiglione dell'Angola
Expo04
Expo05
Padiglione della Bielorussia
Expo06
Expo07
Expo08
Padiglione della Polonia
Expo09
Expo10
Expo11
Padiglione del Kuwait
Expo12
Expo13
L'albero della vita
TAG: milano, expo, Expo 2015
12.58 del 05 Giugno 2015 | Commenti (0) 
 
15 Boston/2: venti pezzi di America dagli spalti di uno stadio
MAR Travel Log: Boston e Bermuda
Cose che ho imparato degli americani, estrapolandole dall'avere assistito alla partita Boston Celtics vs. Phoenix Suns al mitico TD Garden di Boston (e considerando, però, che non sono un frequentatore di stadi in Italia e che tutto quel che so di tifoseria casalinga è filtrato dai nostri Media, quindi mi manca il termine reale di paragone) e un po' di cronaca per voi.

1. Andare allo stadio in America è un po' come partecipare da spettatore alla registrazione di Ok, il prezzo è giusto negli studi di Mediaset. Tutto quello che avviene è riconducibile a uno spettacolo televisivo con una regia e una scaletta collaudatissime.

2. I giocatori sono professionisti pagati per interpretare un ruolo ben definito, come attori (vedi prossimo punto) o impiegati altamente specializzati, che a fine spettacolo escono dallo stadio e ognuno per sé, ché anche per oggi è finita, ci siamo guadagnati la pagnotta e finalmente si va casa a sdivanarsi davanti alla tv. Tipo, chessò, io lavoro in IBM e faccio il manager, io lavoro per i Boston Celtics e butto la palla nel cesto.

3. Fra vedere Boston Celtics vs. Phoenix Suns (e, immagino, un qualunque altro evento sportivo) dal vivo, o guardarselo alla televisione, passa la stessa differenza che c'è fra vedere le riprese del Cacciatore di Michael Cimino e Robert de Niro che legge il copione fra una scena e l'altra, o guardare il film al cinema. Ecco, l'effetto dell'essere allo stadio è esattamente quello di star dietro la sedia di Cimino mentre spiega a De Niro come deve girare una scena.

4. Prima della partita, tutti in piedi per l'inno nazionale, nell'occasione cantato dal coro dei bambini di salcazzo, in un turbinio di luci stroboscopiche bianche, rosse e blu, e di bandiere a stelle e strisce. Grandi applausi. Mi sono molto commosso, sappiatelo.

5. I Suns entrano in campo accompagnati dagli AC/DC. I Celtics da Seven Nation Army. Ed è subito PO-POPOPO-POPO-POOOO!

6. Fosse solo per l'impianto luci, la scenografia e la musica, si potrebbe tranquillamente pensare di essere a un concerto rock, più che a una partita di basket.

7. Il pubblico, come negli studi di Mediaset, è totalmente pilotato dalla regia centrale, che si materializza attraverso i messaggi del Grande fratello trasmessi sugli schermi della torre centrale. Si urla LET'S GO CELTICS! al ritmo dei tamburi (registrati) solo quando i Celtics attaccano, gli schermi suggeriscono di farlo e il rullo dei tamburi dà il tempo; si urla DE-FENSE! DE-FENSE! solo quando i Celtics sono in difesa e gli schermi suggeriscono di farlo. Molto raramente parte spontaneo un BUUUUUU! quando gli avversari devono effettuare un tiro libero.
Unica eccezione in tutta la partita: un giovane qualche fila davanti a me che, a gioco interrotto per un fallo, ha avuto uno scatto di rabbia, si è alzato e ha imprecato SHOOT HIM! Non male. Ho apprezzato.

8. Ai fini di cui al precedente punto, a tutti gli spettatori viene consegnato all'ingresso un apposito gagliardetto avvolgibile: da un lato GO CELTICS, dall'altro D e il disegno di una staccionata. Ho impiegato un po' a capire che la staccionata era "fence" (vedi foto qua sotto del titolare qui, assimilato dagli autoctoni).

9. Non esistono tifosi della squadra avversaria. Non esistono tifosi avversari. Se sei al Garden tifi Boston, fine (suppongo, per estensione, uguale ovunque applicato alla squadra di casa).

10. In occasione di qualche bella azione (non molte per la verità), la regia comunica Oooohhhhhh e sugli schermi appare NOISE METER: a quel punto il pubblico deve gridare molto forte mentre viene trasmessa la moviola.

11. Se un giocatore della squadra ospite si fa male, quando si rialza tutti gli spettatori applaudono. Compreso quello che lo voleva uccidere al punto 7.

12. Del punteggio non gliene frega niente a nessuno. Nemmeno delle cheerleaders. Se prendi una dozzina di ventenni bionde americane alte un metro e ottanta, ipervitaminizzate con la tartaruga scolpita attorno all'ombelico, la quarta di media e il culo di marmo avvolto negli hot pants, e le piazzi in mezzo a uno stadio italiano durante un derby, secondo me gli ultras ne fanno carne da macello.

13. La gente arriva prima della partita (poca), a trenta secondi dall'inizio (molta) e a partita già iniziata (altrettanta). Durante l'incontro la gente (poca) guarda la partita, molti chiacchierano fra loro o giocano col cellulare, molti altri si alzano e se ne vanno a farsi un giro, poi tornano, poi rivanno, poi ritornano. Generalmente ogni volta con qualcosa di nuovo da mangiare e da bere.

14. A proposito del mangiare e del bere, va detto che dentro allo stadio c'è di tutto, più che in un mega centro commerciale. Ci sono snack, take away, pizzerie, ristoranti. Se poi siete proprio pigri, centinaia di camerieri passano fra le file a raccogliere le ordinazioni da una lista standard disponibile ad ogni posto a sedere. Si può ordinare di tutto: alcolici, pizze, sandwich, cinese, messicano.

15. Sempre a proposito: il bidone (sic!) di patatine fritte del mio vicino di posto era grande come il secchio del Mocio Vileda. Le ha mangiate tutte e ha bevuto quattro birre medie. Era un tipo smilzo e scavato, sulla cinquantina, un impiegato in camicia bianca, con gli occhiali, accompagnato dalla moglie casalinga bionda e dai due figli iper vitaminizzati, pure loro, attorno ai dieci anni.

16. Quattro tempi da dodici minuti 'sto cazzo. A parte che sono dodici minuti di gioco effettivo, l'intero spettacolo - perché di questo si tratta - dura quasi tre ore. Io ve lo dico: una noia mortale, a meno che non sia l'All star game, suppongo.
Ad ogni time out, cheerleaders in campo, performance di giocolieri, premiazioni di lotterie, eccetera. Nell'intervallo partita di bambini delle scuole medie (che, per la cronaca, giocano a una velocità e tirano da tre punti con una precisione tale da poter far nere alcune delle nostre squadre di prima divisione).
C'è stata anche la premiazione di "Un eroe fra di noi": un tipo, molto americano, molto mascelloso, molto rasato, molto muscoloso, braccio destro interamente tatuato a colori, è stato premiato per avere salvato una vita, usando un defibrillatore, in un contesto che non ho capito. Gli è stato consegnato una specie di trofeo, era molto compìto e commosso, tutti in piedi ad applaudirlo. Ho capito che ne premiano uno tutte le settimane.

17. Il Boston Garden (che adesso non si chiama più così ma, appunto, TD Garden) è meraviglioso, modernissimo, servitissimo, accessibilissimo, comodissimo, pulitissimo, spettacolare. Se gli stadi americani sono tutti così, noi siamo Africa.
Nota: non ho contato più di venti poliziotti. Certo, di quelli cattivissimi americani come nei telefilm, ma parliamo di uno stadio da 20.000 posti. I controlli all'ingresso sono capillari, ma fluidi, gentili e rapidissimi. Non si fa coda per entrare, si esce in pochi minuti. Tutto è stramaledettamente normale e pacifico. Come andare a teatro. Ammiriamoli.

18. Se sei un tifoso dei Boston Celtics (estrapolo: di qualunque altra squadra, immagino) alla partita vai indossando solo la t-shirt ufficiale del tuo idolo e i pantaloncini. Anche se sono le otto di sera e ci sono dieci gradi sotto zero.
Nota: qui non usano le sciarpe coi colori della squadra come da noi. Al massimo palloncini colorati e manone di gommapiuma col pollice alzato.

19. È ancora lecito andare alla partita indossando la maglietta numero 33 di Larry Bird.

20. Sia chiaro: nonostante da ragazzo sia stato un gran tifoso dei mitici Los Angeles Lakers di Jabbar e Magic Johnson, e di conseguenza grande avversario degli altrettanto leggendari Boston Celtics di Larry Bird, andare al Garden a vederli giocare è stata una grandissima emozione e ho tifato per loro: mi sono sentito molto americano in questo.

[E infine, per la cronaca e per la storia: Celtics sconfitti dai Suns 80-87. Partita moscia, noiosetta anzichenò. Poche azioni spettacolari. Celtics sempre sotto, anche fino a -12, con un insperato recupero nell'ultimo quarto che li aveva addirittura portati a +2 a sei minuti dalla fine. Poi, parità fino a due minuti dal termine, quando un paio di errori e di disastrose palle perse hanno irrimediabilmente compromesso il recupero, regalando la partita ai Suns. E meno male, ché dei supplementari proprio non avevo alcuna voglia.
Nel complesso, comunque, Suns non irresistibili, ma Celtics davvero mediocri.
]

Garden1
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P.S. Le foto son quel che sono perché l'iPhone fa quel che può. Avercela avuta dietro, in questa occasione, la mia Canon con il suo 480mm...
TAG: Boston Celtics, basket, Boston, TD Garden, sport, America
13.02 del 15 Marzo 2014 | Commenti (1) 
 
08 Me and the devil, comunque, è stupenda
MAR Viaggi fra le note, Mumble mumble
Ho scoperto Gil Scott-Heron e, volendo ascoltare qualcosa prima di decidere cosa comprare o meno della sua produzione, ho approfittato della mia recente registrazione a Spotify. Il che mi dà lo spunto per qualche riflessione sul mercato della musica in generale: nulla di nuovo sotto al sole e su cui non sia stato già scritto a fiumi, sia chiaro (anzi, arrivo ultimissimo sul tema), ma così, tanto per spendere due parole sul blog di sabato mattina, prima di preparare il trolley per la prossima partenza alla volta degli States. Sono più che altro pensieri non ordinati che mi appunto così.

Al lancio di Spotify non ero stato particolarmente interessato per una semplice ragione: le cose che mi piacciono voglio possederle. Vale per i libri, ad esempio, vale per la musica. So benissimo che ormai posso ascoltare una qualunque canzone che amo semplicemente cercandola su YouTube, ma se un brano mi piace voglio avere il disco. Una volta volevo il vinile, poi ho voluto il CD, adesso voglio possedere la traccia digitale. Di conseguenza, sono spinto a comprarla.

Sono sempre stato un collezionista nerd. Colleziono maniacalmente parecchie cose. Tralasciando i classici francobolli da ragazzino, figurine, lattine di birra, pacchetti di sigarette, trenini, sa dio che altro con cui per anni ho tormentato i miei genitori, da adulto ho conservato e continuato altri filoni più o meno disparati: dalle collane di fumetti agli skipass, dalle carte d'imbarco dei miei voli aerei (e qui il digitale mi sta ormai fregando), alle bottigliette con la sabbia dei deserti che ho attraversato. E ancora, mappe e cartine geografiche, sassi e conchiglie raccolti in ognidove, maschere africane, monete e banconote di tutti i Paesi nel mondo che ho visitato, le paia di sci utilizzate nel corso della mia vita, alcune collezioni di riviste, bicchieri di cristallo antichi e non, decine di migliaia di diapositive di oltre vent'anni di viaggi regolarmente classificate e sistemate negli appositi raccoglitori, tappeti orientali, che altro?
Ogni mio trasloco, per dire, si porta via almeno un centinaio di scatoloni di cianfrusaglie.

La musica non fa differenza, anzi: ho tutti i miei vinili d'annata (qualche centinaio), idem per i cd. Nel corso degli anni ho convertito tutta la mia discografia in digitale, con pazienza, bootleg e rarità compresi: parliamo di qualche migliaio di album, tutti rigorosamente e maniacalmente catalogati dentro iTunes, tag e copertine religiosamente sistemati.
Se un disco mi piace, lo compro, o meglio: oggi lo scarico dallo store di iTunes. Devo averlo, non mi basta andare su internet per ascoltarlo quando ho voglia e nemmeno mi piace particolarmente scaricarlo illegalmente. In qualche modo, l'acquisto dà una sorta di ufficialità al pezzo in collezione, come era una volta comprare il vinile.
Magari, una volta acquistato l'album che mi interessa, non lo ascolterò mai più, perso fra le decine di migliaia di altre tracce della mia collezione, ma l'importante è che sia in archivio.
Un classico: degli autori che amo ho le discografie complete, vado a caccia delle rarità, inseguo qualunque produzione collaterale. Ma, per esempio, degli oltre cento album dei Pink Floyd che ho in catalogo in questi anni avrò ascoltato sì e no il venti per cento.

Torno al punto: Scott-Heron e Spotify. Del primo mi sono innamorato subito: ero al cineforum a vedere Quando meno te l'aspetti, un film francese, trascinato dalle bellissime musiche della colonna sonora. Così, approfittando del fatto di essere da solo senza gente attorno a me, ho estratto l'iPhone e lanciato Shazam per scoprire di cosa si trattasse: Me and the devil, un brano di Gil Scott-Heron, artista di cui fino a quel momento non avevo mai sentito parlare.
A casa scopro che ha prodotto un sacco di album e mi metto a scorrere lo store di iTunes per ascoltarne qualche estratto. Quel che sento mi piace molto ma, come sempre avviene in questi casi, che fare poi? Compro un album a caso? Li compro tutti approfittando dei soliti prezzi di iTunes e con cinquanta euro mi tiro giù la discografia completa? Acquisto solo qualche traccia e violento la mia natura di collezionista nerd, consapevole del fatto che potenzialmente l'ottanta per cento della sua produzione potrebbe anche non piacermi affatto, o stufarmi presto?

Così ho approfittato della recentissima e ancora inutilizzata registrazione a Spotify, cogliendo l'occasione per provare un po' il servizio e lanciando in modalità random gli album completi di Scott-Heron.

Ora, detto che è un artista straordinario e che l'ho amato da subito almeno tanto quanto amo Tom Waits, la domanda che mi sono immediatamente posto è stata: ma a questo punto che differenza passa fra lo scaricarmi gli album dallo store di iTunes, o ascoltarmeli direttamente su Spotify? Perché, alla fin fine, anche dal punto di vista del collezionismo, averli nella playlist di Spotify o nella libreria di iTunes poco cambia. Anzi, non cambia in verità nulla. Sempre sul mio iPhone, sul mio iPad e sul mio Mac, sono. Accessibili uguali. Allo stesso tempo. Con la medesima modalità.
È come tenere il vinile negli armadietti sotto al televisore e i cd in libreria.
E dunque, se nulla cambia, perché spendere soldi sull'iTunes store e non fare un abbonamento minimo a Spotify? Anzi: siccome tutto sommato non me ne frega nulla di quel poco di pubblicità e limitazioni alle funzionalità che Spotify offre con la versione gratuita, perché spendere dei soldi per ascoltare Gil Scott-Heron, quando posso farlo gratis quando voglio, con le stesse medesime modalità e la stessa qualità, utilizzando gli stessi strumenti, potendo ordinarne e classificarne le tracce secondo una perfetta logica da collezionista, rimanendo pure all'interno di un servizio legale, dunque senza approfittare di alcuna forma di pirateria?

Così mi sono chiesto, alla fine, dal mio punto di vista di consumatore di musica, quale sia la differenza fra lo scaricare gratis da internet un mp3 piratato o fruire della stessa canzone via Spotify in modalità egualmente gratuita.
So benissimo, in realtà, che la domanda è completamente malposta. Tuttavia all'improvviso mi sembra che un servizio come Spotify introduca una sorta di potenziale nuova bomba atomica sul mercato della musica e, in generale, dei contenuti e del diritto d'autore.

Anche perché, la vera domanda, non è tanto quella precedente, ma piuttosto quale sia, dal punto di vista del consumatore legale di musica, la differenza di risultato fra l'acquistare un album sullo store di iTunes per poterlo ascoltare sul proprio smartphone piuttosto che ascoltare quello stesso album gratuitamente via Spotify, sul medesimo smartphone, con la stessa qualità e avendone la stessa disponibilità.

Forse sono semplicemente pleonastico ed è questo sabato un po' onirico.
TAG: gil scott heron, collezionismo, musica, spotify, itunes
18.00 del 08 Marzo 2014 | Commenti (0) 
 
17 Pole position per Alfano (*)
DIC Prima pagina, Mal di fegato
Questa notizia è al 33° posto nel ranking di stasera del Corriere.it (il Milan è al secondo posto). Dentro, fra le altre, c'è la foto di un bambino morto bruciato dalle bombe, in braccio a un adulto disperato. Il 75% dei commentatori si dichiara soddisfatto.
A volte io spero molto fortemente che esista un dio.

Siria20131217
Corriere.it alle 00:10 del 17 dicembre 2013

(*) Che, in ultima analisi, spiega da sé tutto il resto
TAG: siria, aleppo
00.13 del 17 Dicembre 2013 | Commenti (0) 
 
10 Centodieci/37: Friuli safari adventure/2
DIC Centodieci
Poi c'è Pordenone. Che i pord... - porden... pordòi... pordenonesi? Sì, pordenonesi - i pordenonesi, dunque, se la prendono pure un po' se gli dici che diomìo, Pordenone. Hai voglia capitarci, a Pordenone.
Poi a me, per dire, Pordenone è piaciuta più, chessò, fammi pensare, ecco: di Rovigo ad esempio.

Dice, vabbè ci hai passato solo un'ora a Pordenone, che vuoi saperne. E ho capito: andate in America, state due giorni a New York e dite ehi, sono stato a New York, e mi parlate di New York per sei giorni filati, come ci aveste vissuto una vita. Io sto un'ora a Pordenone e vi inalberate ché non è sufficiente, ché i palazzi di Corso Vittorio, ché l'architettura, ché la vita culturale di Pordenone... la vita culturale di Pordenone: ora, capiamoci.

FFPordenone

Per andare a Pordenone ho viaggiato lungo la A28. Credo di non averla mai fatta prima la A28, secondo me a Ondaverde nemmeno sanno che esiste. Si va forte sulla A28, anche perché non c'è quasi un cane, solo che poi ti rendi conto che il cane non c'è, ma il Tutor sì. Il Tutor a Pordenone. Son cose (cit.).
Comunque è bello viaggiare lungo la A28 in un tardo pomeriggio di fine autunno con l'aria limpida: hai le montagne sullo sfondo, la campagna friulana attorno, l'autoradio che va, quel gran genio del mio amico, sì viaggiare. Secondo me andare a Pordenone è un po' viaggiare.

A Pordenone il navigatore si è perso. Mentre mi aggiravo a caso per i viali di Pordenone, tipo fra cento metri girare a destra, fra duecento metri girare a sinistra, fare un'inversione di marcia appena possibile, alla rotonda prendere la terza uscita a destra, cretino è senso unico, insomma, mentre combattevo con gli automobilisti pordenonesi ansiosi di prendermi a colpi di cric, qua e là mi pareva di vederlo spuntare il campanile del duomo di San Marco, ché lo avevo visto nelle foto di Wikipedia, ma il navigatore non ne voleva sapere, mi portava da tutt'altra parte. Così, quando si è arreso e sul display è apparsa la bandiera a scacchi, l'unica cosa che mi è scappata è stata un boia can, ma dove cazzo mi hai portato?
E subito mi son sentito molto calato nel trip giusto, molto pordenonese.

Poi son passato all'iPad (alle mappe di Google, mica a quelle delle Apple, che vi credete).
E al campanile ci sono arrivato.

Comunque io ho capito molte cose di Pordenone, in un'ora. Domande che mi facevo da una vita.
No, vabbè. Non è il caso.
(E comunque che mi è piaciuta più di Rovigo l'ho già detto?)

Pordenone1
Pordenone, comune e campanile del duomo
TAG: pordenone
23.37 del 10 Dicembre 2012 | Commenti (0) 
 
01 Vi racconto com'era
OTT Amarcord, Prima pagina, Blog e luoghi
La prima è una foto pubblicata oggi su Corriere.it e mostra quel che rimane del souk di Aleppo. Le altre le ho scattate io nel 2000 in quello che era uno dei bazar più famosi, belli, vivi ed estesi del mondo.

Dovete immaginare un labirinto infinito, molto angusto e buio, affollato da soffocare, nelle cui strettoie, fra migliaia di persone, riescono ad incrociarsi anche carretti trainati dagli asini con piccoli van motorizzati che riempiono i corridoi di monossido di carbonio.
Dovete immaginare di avere con voi solo pellicole ISO 100 ed essere senza flash, mentre cercate di farvi largo fra il buio e la penombra, annegando nella folla sterminata che vi travolge, vi risucchia, vi spinge e vi trascina non sapete più dove.
Dovete immaginare un caldo asfissiante, e rumore, molto rumore.
Dovete immaginare gli odori, i colori e il sudore.
Dovete immaginare il sangue, che dai banchi del girone infernale dei macellai scorre veloce lungo piccole canaline scavate nel terreno e si mescola con la polvere e bagna le scarpe.
Dovete immaginare il rito del tè, mentre trattate all'infinito per un tappeto, e siccome si è fatto tardi andate a comprare qualcosa da mangiare insieme al tappetaro col quale state trattando, lasciando lo zaino con le macchine fotografiche e i documenti in bella vista in mezzo al negozio, ché mentre state per afferrarli e portarli con voi lui vi fa segno di non preoccuparvi, di lasciare tutto lì, ché nessuno toccherà nulla. E naturalmente sarà così.
Dovete immaginare i grandi saloni sotterranei a volta, dove venite condotti per potervi lavare la mani, perché mangerete con le mani, e tutti vengono qua sotto a lavarsi, prima.
Dovete pensare che siete nel periodo del Ramadan, ed è il tramonto, e l'intero souk si riversa nei sotterranei per lavarsi, ché adesso si può iniziare a mangiare, e voi siete lì, con loro, in mezzo alle Mille e una notte, ed è tutto vero.
Dovete immaginare che quando uscirete, se troverete la via d'uscita dal labirinto infinito, tornerete a dormire al Baron Hotel, dove dormirono Agatha Christie e Lawrence d'Arabia, e i letti son sempre quelli, ché ad Aleppo il tempo si è fermato da sempre.

Dovete immaginare tutto questo.
Perché oggi non c'è più.

CorriereAleppo
Il souk di Aleppo oggi (fonte Corriere/Afp/Medina)
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Il souk di Aleppo nel 2000. Il tappeto è ancora con me.
TAG: siria, aleppo
09.20 del 01 Ottobre 2012 | Commenti (2) 
 
28 Moldova e Ucraina 2012 /3: da Odessa alla Crimea
AGO Travel Log: Ucraina e Moldova
È il 24 agosto, il mio ultimo giorno a Kiev, o Kyiv per dirla alla ucraina, sono seduto al mio caffè preferito sulla Kreshachatyk, il boulevard principale della capitale, ho una Krušovice scura media, c'è il WiFi gratuito come quasi ovunque in Ucraina e sto aspettando di andare in stazione, come al solito, per prendere il treno che stanotte mi porterà a Lviv, ultima tappa di questo bel viaggio che, a questo punto, posso dire sia stato comunque parecchio al di sopra delle aspettative.
Oggi è la Festa di indipendenza dell'Ucraina, ventunesimo anniversario per la precisione, e a Kiev succede di tutto. Ma io sto per raccontarvi di Odessa, della Crimea e del Mar Nero, le cui coste ho lasciato ormai da quattro giorni per venire quassù, attraversando tutta l'Ucraina. Ho bisogno di riavvolgere il nastro, perché mi sembra una vita fa. E poi qua sono nel centro dell'orgoglio ucraino, là ero in Russia. Perché Odessa, ma ancor più Sevastopol, sono Russia a tutti gli effetti. Sono i blu, loro, mentre qua a Kiev son di casa gli arancioni (e ancor più lo saranno a Lviv) (che poi, in effetti, Kiev e Lviv son piene di Hare Krishna, che era una vita che non li vedevo, ma mi sa che non c'entra).
È che alla fine, l'Ucraina, è davvero spaccata in due: russi a oriente, ucraini a occidente. Russo da una parte, ucraino dall'altra. Che, sebbene si scrivano entrambi in cirillico, alla fine nemmeno l'alfabeto è proprio uguale uguale.

È che faccio presto, io, a dire che ucraino e russo son tutte la stessa roba, perché in realtà non è affatto vero. I russi, ad esempio, ce l'han con il Governo che ha imposto l'ucraino come lingua ufficiale, convertendo anche tutti i documenti e le scartoffie della burocrazia e mettendo nei guai buona parte della popolazione di lingua madre russa che l'ucraino non lo parla, soprattutto gli anziani. Gli ucraini, quelli veri, capiscono invece il russo senza problemi e se ne sbattono.
Per non parlare della conversione dei testi scolastici. Della lingua usata nelle scuole. Insomma, un casino. E si menano di conseguenza: in teoria come in Tirolo, nella pratica peggio.

Mi spiega tutto ciò Maria, mentre mi accompagna in giro per la Crimea in una giornata che a tratti è rovente e a tratti dà giù più acqua di quanta ne abbia vista Noè. Lei, ad esempio, si dichiara russa. Mi spiega che la segnaletica stradale è bilingue, almeno quaggiù fra Odessa e la Crimea. Io non ci avevo proprio fatto caso, mi pareva semplicemente tutto cirillico. In effetti l'alfabeto lo è, ma le lingue son diverse e alcuni caratteri anche: per esempio, l'ucraino ha sia la lettera "i" come la nostra, sia la "?", che si pronunciano leggermente diverse, mentre il russo ha solo la "?" che però si pronuncia come la "i". Così, nei cartelli, quel che leggo sopra è ucraino e quel che leggo sotto è russo.
Perfetto, adesso posso orientarmi da dio e buttar via gps e cartine.

Maria è di Yalta, fa la guida turistica e parla un inglese oxfordiano. Mi preleva a Sevastopol il secondo giorno della mia permanenza e in una giornata mi fa fare il giro completo della Crimea che conta: Bakhchysaray, l'enclave degli ultimi tatari, e Yalta. Mi sono deciso a optare per questa soluzione all in one per guadagnare tempo, risolvere in un colpo tutti i problemi logistici e cercare di riuscire a vedere tutto quello che posso quaggiù nel poco tempo che ho a disposizione.
Non mi piace, mi costa e mi tocca andare a ruota per un'intera giornata, e Maria è logorroica almeno tanto quanto le serve per dimostrare il più possibile le sue competenze e la sua padronanza dell'inglese, e io odio fare conversazione, tanto più se dopo ore di lezioni di storia sull'impero russo, gli zar e tutte le guerre di Crimea, che per la cronaca sono innumerevoli, finisce irrimediabilmente a noi in Ucraina così, voi in Italia cosà.
Io sono un viaggiatore solitario e silenzioso. Guardo, osservo, leggo, studio. Parlare mi stanca, soprattutto se devo fare acrobazie linguistiche.

E vabbè. La Crimea è grande, ho una giornata di tempo e solo per capire quale sia la Marshrutka che da Sevastopol va a Bakhchysaray, da dove parta, a che ora e quanto costi impiegherei un'ora. E poi da lì a Yalta, stessa storia. E poi di nuovo da Yalta a Sevastopol. Senza contare che quel che voglio vedere non si trova nei centri città, ma lungo le strade e nei sobborghi.
No, da solo in un'unica giornata è impossibile: vada per Maria e un'auto con driver. Altre soluzioni intermedie, qui, non ce ne sono a portata di mano e non ho tempo di trovarle.

Ma com'è che sono arrivato a Sevastopol e a Maria? Ché c'era Odessa prima, ché là c'eravam lasciati. E Odessa non è ancora in Crimea, sebbene si affacci sul Mar Nero. Sebbene russa fin nel midollo. Sebbene bellissima.
Quanto è bella Odessa. Quanto è viva, poi. Non so come dirvelo.

Io di Odessa sapevo per via della scalinata Potëmkin. E sapevo che ci facevan scalo le crociere sul Mar Nero. Anche se poi, Odessa, diciamolo, è un nome evocativo di per sé. Erano anni che me lo dicevo fra me e me, certo che Odessa, pensa andare a Odessa, chissà Odessa.
E ora eccomi qui. Come mille altre volte. A forza di evocarla ci son davvero arrivato senza quasi rendermene conto, quasi per caso, ché fino a tre mesi fa, per dire, nemmeno me lo immaginavo che davvero avrei camminato su e giù per la Derybasivska e che mi sarei fatto fotografare sulla scalinata Potëmkin. Che, io ve lo dico: è una cagata pazzesca.
Lo so che la battuta è facile, ma è anche la verità: se a Odessa c'è una cosa francamente evitabile è la scalinata resa famosa da Paolo Villaggio. Pardon, dal maestro Sergei Eisenstein. A meno, probabilmente, da avere una carrozzina da buttar giù per vedere l'effetto che fa (e l'occhio della madre, il montaggio analogico, eccetera).

Odessa sono i palazzi. Le architetture bellissime. Le grandi vie. Il porto sul Mar Nero. E la vita, l'incredibile vita, non solo notturna, l'eterogeneità della folla. Quanto è cosmopolita e internazionale Odessa.
E non credete a chi vi dice Arkadia. La più famosa spiaggia di Odessa di giorno è affollata peggio del lido di Jesolo a Ferragosto e il mare fa ancora più schifo. Di sera è il vostro luogo solo se siete a caccia di donne, di fiumi di alcool, o di discoteche leggendarie. Arkadia è la Riccione del Mar Nero, ma se venite fin qua per questo potete stare tranquillamente a casa: costa tutto uguale, anche le donne (considerazione che potete leggere come volete). Che, badate bene, sono le stesse, anzi peggio, perché le ucraine che vi immaginate voi, d'estate, vengono a Riccione: a Odessa, come dicon qua, piomban le contadine.
La vera vita di Odessa, anche quella by night, è in centro e si muove fra il bellissimo teatro e la Derybasivska, su e giù, di vasca in vasca, di negozio in negozio, di locale all'aperto in locale all'aperto. Perché a Odessa, va detto, e per la verità ovunque anche in Crimea, si vive comunque all'aperto e se fa freddo - e qui lo fa, spesso, non fosse altro perché tira vento - non c'è problema: vi buttano una coperta sulle spalle e si sta fuori lo stesso.

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La spiaggia di Arkadia sul Mar Nero, Odessa
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La moleskine che da anni uso per comunicare e i biglietti del treno conquistati grazie ad essa

Lascio Odessa a malincuore per raggiungere Sevastopol, in Crimea, e affronto così il primo dei viaggi notturni in treno con cui attraverserò tutta l'Ucraina. Ché in questo Paese, che è grande parecchio, i viaggi in treno di notte sono ancora la consuetudine per gli spostamenti lunghi anche perché la rete sovietica, tutt'ora operativa, è lenta, lentissima, per quanto efficiente e puntualissima come da tradizione.
O quasi: perché proprio nel viaggio da Odessa a Simferopol, capitale della Crimea, mi tradisce bucando l'orario di arrivo di quasi un'ora su dodici di viaggio...
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TAG: Odessa, Sevastopol, Sebastopoli, Crimea, yalta, bakhchysaray, ucraina
09.07 del 28 Agosto 2012 | Commenti (0) 
 
21 Moldova e Ucraina 2012 /2: in Transnistria
AGO Travel Log: Ucraina e Moldova
Tarda serata alla stazione di Odessa. Sto aspettando mezzanotte, l'ora a cui parte il treno che mi porterà a Simferopol, capoluogo della Crimea, dove arriverò con un lentissimo e accaldato viaggio verso mezzogiorno di domani, il domani di oggi 17 agosto, giorno in cui inganno l'attesa iniziando a buttar giù queste note per il blog.  
A Simferopol, peraltro, questa piccola odissea non sarà finita, perché in realtà la mia destinazione è Sevastopol, o Sebastopoli che dir si voglia, base della flotta russa sul Mar Nero, un paio d'ore d'autobus più a sud di Simferopol, e già son stanco all'idea di domani, quando scenderò dal treno un po' stravolto per la lunga e quasi certamente insonne nottata, e ancora dovrò arrangiarmi nel caos della stazione degli autobus per capire quale debba prendere, dove, a che ora, eccetera. 
Perché, a dieci anni di distanza dalla mia ultima volta in Russia (e l'Ucraina è Russia, suvvia, non raccontiamoci storie), una cosa mi sembra non sia affatto cambiata: i russi (gli ucraini?) non sorridono, fanno tutto a cazzo, si arrangiano alla bene e meglio e tanto basta purché funzioni, e una mano non te la danno manco se li preghi in cirillico ortodosso. O perlomeno se ci provi. 

Ma, al solito, non è di questo che voglio scrivere. Perché a Odessa son ora che sto scrivendo e ne sto partendo, in Crimea devo ancora arrivare e alle spalle, invece, c'è l'assurda Transnistria. Ché ci siam lasciati a Chi?in?u, Moldova, e sul mio ruolino di marcia è già due Stati fa. E mi sembran mesi, al solito, che son partito e invece quello che va a chiudersi in questa stazione è solo il quinto giorno in viaggio.
Solo che, quando viaggi così, senza quasi soluzione di continuità, senza soste, di Paese in Paese, ogni giorno che passa ti sembra una vita fa per via delle storie che accumuli sul tuo taccuino e del bombardamento ininterrotto di novità, esperienze, piccoli problemi da risolvere di continuo. 
Come ad esempio entrare e, soprattutto, uscire dalla Transnistria, inesistente repubblica autoproclamatasi indipendente dalla Moldova una ventina d'anni fa, dopo una breve guerra di qualche mese. Una striscia di terra stretta fra quella che dovrebbe essere la sua "madre patria" e l'Ucraina, non riconosciuta da alcuno Stato al mondo, tanto che la Moldova continua a considerarla roba propria.

Solo che c'è una frontiera. Ci sono accordi di non belligeranza internazionali. Ci sono militari e carri armati e filo spinato. C'è un governo autonomo. C'è un esercito che dispone (cito Wikipedia) di ben diciotto carri armati, diciassette elicotteri e qualche granata. C'è addirittura una banca centrale che stampa moneta, tant'è che circola ufficialmente, e si usa, il rublo della Transnistria, anche se poi puoi pagare un po' come ti pare: leu moldavi, grivna ucraini, rubli veri, euro, dollari, fake eurobond e lingotti. Basta che sia carta o metallo, ché il plastic money in Transnistria è ancora un po' in là da venire.

Insomma: per entrare in Transnistria ci vuole il passaporto e pure la registrazione alla polizia, che poi è la questione più controversa, complicata e surreale della faccenda. 
La Transnistria, del resto, è un vero e fiero stato leninista filosovietico, mica come quei rammolliti dei vicini ucraini, per non parlar dei moldavi. Qui la statua di Lenin troneggia ancora alla grande davanti al municipio. I bielorussi gli fan le pippe a questi qua.
Ne consegue che tutta la burocrazia della faccenda è come da cliché: il Grande fratello ti osserva, anche se va detto che quello transnistro (si dirà così?) pare davvero un po' sfigato e fuori tempo. 

Così, dopo l'esperienza dello scorso anno in Nagorno-Karabakh, non potevo lasciarmi sfuggire Tiraspol, capitale della Transnistria, che, sappiate fin d'ora, si pronuncia Tiràspol, non Tìraspol. Fra parentesi, inutile anticiparvi che ho anche un progetto in cantiere per Abkhazia e Ossezia, che del resto avevo già iniziato a studiare lo scorso anno in Georgia.
Inutile anche aggiungere che le uniche ambasciate al mondo di Abkhazia e Ossezia si trovano, guarda un po', proprio a Tiraspol.

Comunque, ve lo dico fin d'ora: nonostante l'impatto con la Transnistria, lipperlì, sia stato piuttosto devastante, la verità è che col passare delle ore mi son dovuto ricredere: francamente il Nagorno è un'altra cosa, non fosse altro per i palazzi di Stepanakert sventrati dai missili.
A Tiraspol, al massimo, classici condomìni sovietici che vanno in pezzi. La Transnistria è più che altro la perfetta trasposizione nella realtà della parodia di Croda dei Gemelli Ruggeri, che gli anziani come me certamente ricorderanno (altrimenti documentatevi su Youtube). È il posto sfigato per eccellenza. 
È come prendere di mira una dimenticata cittadina moldava e giocare a renderla ancor più sfigata di quanto ti immagini possa essere. 

A Tiraspol sono praticamente l'unico a scendere dal treno che, partito da Chi?in?u, prosegue per Odessa (e che riprenderò l'indomani per raggiungerla). La mia amica provodnitsa, che come da tradizione della categoria, dopo avermi ignorato per tutto il viaggio o trattato male, al momento di scendere mi sorride e mi attacca bottone, mi chiede (traduco alla lettera dal moldavo) che cazzo scendo a fare a Tiraspol, ché Transnistria uguale mafia. Poi scoppia a ridere e aggiunge Tu Italia, mafia anche tu, voi amici.
Ha parlato la zingara. Umorismo della Moldova transdanubiana.
 
E insomma, mi son preparato per mesi a combattere con le leggendarie guardie di frontiera transnistre e la loro proverbiale corruzione, ho letto di tutto, e così scendo dal treno un po' in ansia, cercando di capire cosa e come diavolo fare per "presentarmi" alle autorità, visto che in realtà, arrivando in treno, non c'è controllo doganale di alcun tipo.
Ma non accade nulla. Sono a Tiraspol sano e salvo e non mi si è cagato nessuno, per dirla tecnicamente. Eppure sono chiaramente un immigrato clandestino, qualcosa bisogna che faccia, perché poi devo anche uscirne da 'sto Paese e non mi sembra una buona idea presentarmi domani a un eventuale controllo di frontiera senza alcuna registrazione formale del mio ingresso. 
Così, solo per caso, in questa stazione completamente deserta, mi imbatto in un piccolo sportello con un'insegna "??????????????", che se tanto mi dà tanto è proprio quel che fa al caso mio.
Infatti: due poliziotti mi squadrano, mi consegnano un transit permit da compilare e il gioco è fatto. Welcome in Transnistria. Il tempo di procurarmi dei rubli locali a un tasso di cambio stabilito completamente a caso dal cambiavalute di turno e di fermare il primo tipo fuori dalla stazione che si guarda in giro con l'aria da tassista abusivo (da queste parti, come peraltro in buona parte del mondo, non esiste il concetto di tassista abusivo: semplicemente, non esistono taxi normali e chiunque abbia un veicolo e del tempo da perdere si presta a fare il tassista)...
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TAG: Tiraspol, Transnistria
22.49 del 21 Agosto 2012 | Commenti (0) 
 
15 Where I've just come from, where I'm heading to
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Tiraspol01
TAG: Tiraspol
16.48 del 15 Agosto 2012 | Commenti (0) 
 
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