Orizzontintorno Carlo Paschetto
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23 Armenia /4: risalendo verso la Georgia
AGO Travel Log: Caucasus
Appunti sparsi, non organizzati. 17 agosto. A Dilijan stasera c'è un caldo umido soffocante, nonostante si trovi a milleduecento metri di quota, in mezzo ai boschi. O forse sono io che avverto la senzazione, e non sarebbe affatto strano. Fra l'altro Dilijan non è affatto ospitale come viene descritta, tutt'altro: è in fondo a una stretta valle, come spesso accade per i villaggi armeni, e dà una certa sensazione di claustrofobia. Sarà anche che prima di arrivare qui la strada passa attraverso un lungo tunnel buio, pieno di monossido di carbonio degli scarichi degli automezzi, al punto che quasi non si riesce a respirare dal caldo e dallo smog. Non un bel posto, insomma.
Dilijan, di fatto, è una rotonda imbucata fra le montagne armene. Il paese è perlopiù un agglomerato di case sparse, un po' aggrappate ai fianchi della valle, in mezzo al bosco, un po' attorno al torrente. Quattro strade in croce, a voler essere generosi, di cui solo un paio asfaltate.

Albert è tornato a Yerevan. Si è fatto pagare la tratta fino a qui ed è andato. In teoria abbiamo un accordo per proseguire, dovrebbe tornare a prendermi domani mattina per portarmi almeno fino al Debed canyon: Yerevan è solo a un'oretta e mezza di distanza da qui, credo, ma chissà se ci siamo davvero capiti. O meglio: sono certo che ci siamo capiti, l'appuntamento è alle nove, ma, non so perché, mi chiedo se lo vedrò arrivare davvero.
Non dovesse arrivare, sono in cul del sac: alla Magnit guesthouse nessuno spiccica una parola che non sia armeno o, nel caso, russo, e dover trovare il modo per riorganizzare la tratta da qui in avanti con qualcuno di affidabile, senza prendere pacchi, fregature, spendere una follia, eccetera, sarebbe perlomeno faticoso, se non complicato.
Almeno viaggio con circa due giorni di vantaggio sulla tabella di marcia.

Gli armeni sono stranissimi: quando parlano fra loro sembra quasi che non si capiscano. Dialogano lentamente, uno alla volta, poi si guardano con aria interrogativa e rimangono in silenzio. Quindi riattaccano, col tono che sembra sempre un po' scocciato, come se dovessero ripetere le cose tre o quattro volte prima di capirsi.
Ho registrato un dialogo fra Albert ed un collega, a Noravank. Se trovo il modo di convertire il formato lo metto qua dentro.

Oggi Albert era più nervoso del solito e non faccio fatica a comprenderlo. Gli ultimi due giorni sono stati faticosi anche per lui. Ieri sera a cena, grazie alla proprietaria della guesthouse a Sisian, che parlava inglese e faceva da interprete, siamo riusciti finalmente a rompere il muro dell'incomunicabilità e a parlare un po' a lungo, così ho potuto spiegargli alcune cose che non capiva e si è rasserenato, ci abbiamo scherzato su. Il non poter comunicare per intere giornate con la persona con cui stai viaggiando, alla quale peraltro ti affidi completamente, può diventare piuttosto frustrante ed innervosire parecchio. Ne so ben qualcosa.
Comunque, cose mie e sue. E Vodka ad aiutare, naturalmente. La sua, quella al Paraflu.

Diario. Dei tornanti di Tatev in discesa a rompicollo vi ho già parlato. Albert è salito con l'auto a prendermi al monastero, dopo avermi lasciato all'andata alla stazione di partenza del Wings of Tatev: un'altra esperienza piuttosto adrenalinica.
La funivia, entrata di recente nel Guinness dei primati, dopo un primo salto orizzontale di circa un chilometro di campata unica (di per sé già abbastanza "interessante", diciamo così), passato l'unico pilone, scavalca in un colpo solo, con un altro salto a campata unica, un canyon largo cinque chilometri, a circa quattrocento metri di altezza dal suolo. Si sta per aria dodici minuti, che son lunghissimi, credete a me, e il vento tira forte assai lassù, anche perché vien su dritto incanalato dal fondo della gola.
Ora, io ho preso centinaia di funivie nella mia carriera alpinistica, alcune anche piuttosto vecchiotte e vertiginose, ma vi dico che quando la cabina ha passato il pilone e mi son trovato, senza preavviso, appeso lassù in quell'accidenti di posto, be', mi è venuto istintivo accucciarmi sul pavimento.
Poi ho preso fiato e ho scattato una milionata di foto. Anche per dimenticarmi dove diavolo ero e il vento fuori.

Di notte nel Vayots-Dzor fa piuttosto fresco e all'improvviso ti ricordi che sembra sì deserto, ma in realtà sei su un altopiano che d'inverno è sepolto dalla neve. Guardo l'alba accendersi sulla steppa vuota dalla finestra della mia camera a Sisian e mi chiedo come sia viverci, a Sisian, d'inverno. E bisognerebbe parlarne, anche, di Sisian. E dell'hotel di Sisian. Che se ti capita di fermarti a Sisian per la notte, e l'unico albergo in città citato sulla tua guida è al completo (al completo??), ti guardi attorno e ti chiedi come diavolo ci sei finito a Sisian. E a quanti chilometri di distanza sia la prossima doccia.
Invece, io, poi, a Sisian sono stato bene. E' che ci sono arrivato parecchio stanco e accaldato, dopo ore di viaggio dal Karabakh, passando per Tatev. Uno di quegli inevitabili momenti, in questo tipo di viaggi, che giuri a te stesso per l'ennesima volta che l'anno prossimo vai a Gabicce mare tre settimane e vaffanculo.
Poi invece, l'anno dopo, finisci di nuovo in un'altra Sisian e sei daccapo. Recidivo.

La tratta da Sisan a Dilijan è piuttosto noiosa e calda. Non fosse per il transito del Selim Pass, ad oltre duemilaquattrocento metri, spettacolare al punto da avermi a tratti ricordato il Torugart. Dal Selim passava la tratta armena della Via della seta e infatti al valico c'è il consueto caravanserraglio. Suggestivo.

Quindi Dilijan. E infine il Debed canyon, dove si trovano Odzun e, soprattutto, Haghpat e Sanahin, i due monasteri più famosi dell'Armenia, protetti dall'Unesco. Se li vedi alla fine di mille chilometri di Armenia e di altri quindici monasteri e, nonostante ciò, non ti nauseano, allora sì, meritano evidentemente la fama. Piazzarli all'inizio sarebbe stato il suicidio di questo itinerario nel Caucaso meridionale.
Più avanti, solo una trentina di chilometri dopo Alaverdi, dove il Debed canyon si appiattisce e sbuca di nuovo sugli altipiani, la frontiera con la Georgia (e l'Azerbaijan).
Di là passa la mia via.

Caucasus 40
La strada per Tatev vista dalla funivia
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Monastero di Tatev
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Il titolare qui al monastero di Tatev
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Salendo al Selim Pass, sulla tratta armena della Via della Seta
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Monastero di Goshavank
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Cena a Dilijan, Armenia settentrionale
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Il Debed canyon presso Alaverdi, Armenia settentrionale
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Monastero di Sanahin, Armenia settentrionale
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Monastero di Haghpat, Armenia settentrionale
Caucasus 52
Gli affreschi di Haghpat, Armenia settentrionale
TAG: armenia, tatev, haghpat, sanahin, selim, dilijan, goshavank, odzum, alaverdi
09.48 del 23 Agosto 2011 | Commenti (1) 
 


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