Orizzontintorno Carlo Paschetto
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27 Bosnia 2005
LUG Lavori in corso, Travel Log: Bosnia
Continua il lavoro di riorganizzazione del mio archivio fotografico e nel frattempo sono arrivato al viaggio in Bosnia del gennaio 2005.
Non era la prima volta che mi avvicinavo al teatro di un conflitto terminato da poco tempo, o che mi vi addentravo durante un periodo di tregua. Avevo già visto gli effetti dei bombardamenti nel Libano presidiato dai contingenti delle forze ONU ed ero stato in Cambogia ben prima che diventasse una nuova meta turistica esotica, quando ancora le strade non erano percorribili e buona parte del Paese era un unico campo minato.
Non ero dunque del tutto nuovo ai carri armati e ai cavalli di Frisia, ma i giorni a Sarajevo, ancora sorvegliata dai blindati dell'UNPROFOR e devastata dalla guerra, raggiungibile solo attraverso poche strade aperte fra i campi minati, furono particolarmente claustrofobici. Nemmeno qualche giorno dopo a Mostar, che era in condizioni molto peggiori, si respirava la stessa aria opprimente.

Anche il viaggio fino a Sarajevo, dal posto di frontiera di Slavonski Brod attraverso la Repubblica Srpska, fu allucinante. Avvicinandosi alla capitale bosniaca si attraversavano per chilometri campi minati e paesi completamente rasi al suolo, letteralmente cancellati dal paesaggio.
La pulizia etnica la toccavi con mano, era lì oltre il ciglio della strada.

Trascorsi la notte di Capodanno a Sarajevo, ospite di una giovane coppia croata che aveva organizzato una festa assai movimentata per il veglione. Ricordo che mi chiedevo se i ragazzi presenti fossero tutti croati, o se la fine della guerra avesse in qualche modo iniziato a ricucire gli strappi in quella che un tempo era stata la città più multiculturale e multietnica dei Balcani.
Ancora sapevo molto poco del conflitto che per anni aveva infiammato la sponda orientale dell'Adriatico, a parte quello che quotidianamente riportavano i giornali. Le letture di approfondimento, i film, le storie, i contatti di lavoro durante il mio "periodo slavo", vennero negli anni successivi. Rispetto al viaggio di dieci anni dopo in Kosovo ero molto più impreparato, per quanto si possa essere preparati sugli eventi della guerra nei Balcani.

A Sarajevo mi aspettavo una città spenta e silenziosa, annientata da anni di assedio. In realtà c'era una vita incredibile, la gente aveva una voglia irrefrenabile di risvegliarsi da una guerra spaventosa.
Le case erano ancora piene di armi, del resto tuttora la Bosnia è una polveriera pronta ad esplodere. Così, invece dei botti di Capodanno, la gente usciva per strada e sparava per aria coi Kalashnikov, le pistole e tutto l'arsenale che teneva ancora in cantina. Sembrava di essere in guerra, il che era surreale in una città che ti aspettavi desiderasse solo silenzio e pace dopo anni di granate, cecchini, stragi e bombardamenti.

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Shots from Sarajevo, 2005
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Pijaca Markale, il mercato delle stragi del '94 e '95
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Segni delle granate sull'asfalto di Sarajevo, riempiti di gomma rossa
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Ulica Zmaja od Bosne, conosciuta come "Sniper's alley", Sarajevo
TAG: Bosnia, sarajevo, fotografie, archivio fotografico
15.51 del 27 Luglio 2018 | Commenti (0) 
 
01 Western Balkans/4: pics, route & more notes
SET Travel Log: Western Balkans
Ho studiato tanto questi giorni, e letto, e guardato, e cercato cose. Stavo mettendo a posto le foto del viaggio nei Balcani e continuavo a soffermarmi su quelle del Kosovo, e su quella sensazione che non mi abbandonava di qualcosa che non torna.
Nel gennaio del 2005, in Bosnia, ero andato sulla scia di un percorso che avevo in testa e di idee a cui volevo provare a dare una forma concreta in qualche modo. Lasciata alle spalle la frontiera con la Repubblica Srpska, una volta entrati in territorio bosniaco, la strada correva attraverso una surreale campagna deserta e innevata, completamente minata per chilometri e chilometri. Non le avevano tolte: erano ancora lì, a milioni. Semplicemente, ai bordi della carreggiata, a intervalli regolari, i cartelli rossi col teschio bianco ti ricordavano di non fermare l'auto per andare a pisciare in mezzo ai campi.
E poi quei villaggi, interamente piallati. A dozzine. Piallati vuol dire che non c'era rimasto altro che i perimetri delle fondamenta a ricordare la dislocazione delle case. Per il resto, frammenti di pietre bruciate. Da allora, per me, la pulizia etnica è rappresentata dai perimetri delle case disegnati per terra dai resti delle fondamenta bruciate.

Poi arrivavi a Sarajevo, entravi in città proprio attraverso il viale dei cecchini - ormai lo chiamavano così. C'era ancora lo scheletro bruciato di quel grattacielo che tante volte avevo visto in televisione, quello dell'hotel, come si chiamava... C'erano i fori dei proiettili sui muri delle case e le buche scavate nell'asfalto dalle granate, riempite con la gomma rossa, a simboleggiare il sangue. C'era quel mercato, quello dove era caduta la bomba. E i blindati in città. E c'erano i cimiteri attorno a Sarajevo: ce n'era anche uno, grande, proprio dietro alla casa dove alloggiavamo.
E mentre giravi a piedi per Sarajevo, col freddo e la neve, e ti guardavi attorno, all'orizzonte, verso le montagne che la circondano, Sarajevo all'improvviso ti era chiara. In qualche modo ti entrava dentro con violenza e potevi - forse - capire.

Sarajevo
Sarajevo, 2005

Al ritorno non scrissi quasi nulla di Sarajevo, allora. Né di Mostar. Né di quelle case bruciate e di quelle mine che non ti abbandonavano e ti seguivano ben oltre la frontiera bosniaca, anche una volta rientrati in Croazia, e la gente andava al mare qualche chilometro più avanti senza nemmeno immaginare che dietro di loro, molto vicino a loro, ci fossero i cartelli rossi a bordo strada, ché tanto i turisti mica si spingono nei paesi all'interno.

Così, mi viene anche da pensare che c'è sempre chi ti chiede perché vuoi passare un Capodanno a Sarajevo nel 2005 e che ci vai a fare in Kosovo nel 2013, e peraltro non sono nemmeno gli unici avanzi di guerra che io abbia visto in questi anni, sono solo i più vicini. Poi, spesso, quelli che te lo chiedono sono gli stessi che vanno al mare in Croazia a pochi chilometri dalle case bruciate e dai cartelli rossi, perché il mare è così bello e sei in Croazia, mica in Bosnia; o ad esempio in giro col pullman turistico in Birmania, o con Avventure nel mondo a vedere i gorilla in Rwanda. Per dire.
Ma non è di questo che volevo scrivere. E poi non ho scritto allora per motivare il mio viaggio in Bosnia, non vedo perché farlo oggi.

Ma, quel che andavo pensando mentre guardavo le foto del Kosovo, era che mi mancavano dei pezzi. Ché sulla strada fra Pristina e Pejë ne abbiamo viste eccome di case bruciate e di villaggi piallati, ma il Kosovo, in qualche modo, non mi penetrava sotto la pelle e non è che io possa dire di essere vaccinato a certe cose, ammesso che ci si possa vaccinare per certe cose, ché poi io in vita mia ho solo visto avanzi di guerre, nemmeno guerre vere, oppure guerre fantasma a pochi chilometri da me, ma che stavano tutto attorno a me, non in mezzo a me. Ché l'angoscia della guerra è devastante e irreale allo stesso tempo, ché quando l'affronti a viso aperto, davanti a te, ti viene fame lo stesso, e da bere una Coca Cola lo stesso, e da farti una doccia in un hotel e guardare la televisione lo stesso.
Provai a farne un flame qualche settimana fa su un social network, con quelli che si indignavano e inorridivano per i turisti a Sharm tirando in ballo l'ignoranza, la necessità di studiare, di approfondire, di capire, la psicologia, la cultura, il dolore.
Sì, certo. La psicologia delle Nike prodotte nel terzo mondo, anche.

E insomma, io studiavo, l'altra sera, senza alcuna necessità se non quella di fare ordine in alcune mie cose e nei percorsi che mi avevano portato in Kosovo anche con lo scopo di mettere una delle mie ultime bandierine in Europa. E di far tornare il quadro.
E ho trovato questo. Che vorrei pregarvi di trovare il tempo di guardare, tutto. Dura poco più di un'oretta. Magari al posto di una puntata di CSI.
Non perché ci sia nulla da imparare, o qualche messaggio rivelatore, o chissà che risposte alla psicologia, alla cultura, all'indignazione, al dolore. Ma solo così, perché è - cercate di comprendere il significato del termine, nel contesto - molto bello.
Attenzione: è anche molto duro, a tratti.


In realtà quel che volevo fare era scrivere due righe anche sull'Albania, e sulla Macedonia, e sul Montenegro. Ché questo non è stato solo un viaggio in Kosovo e d'altra parte il Kosovo è pure stato il posto dove ci siamo fermati meno, a conti fatti una sola notte a Pristina, e però allo stesso tempo è stato quello che abbiamo visitato di più, complici le dimensioni del Paese (più o meno quelle dell'Abruzzo ) e una rete stradale interamente ricostruita nelle sue vie di comunicazione principali.
È che quando viaggi per otto giorni consecutivi quasi senza soluzione di continuità, attraverso quattro Paesi sostanzialmente differenti, cambiando lingua, moneta, cultura, costumi, religione e a tratti persino paesaggio, il tempo percepito subisce una dilatazione spaventosa e ti sembra di essere in viaggio da mesi, perché la verità è che mentalmente è così.
Così, ora, io, a distanza di una settimana peraltro, dovrei scrivere di quattro viaggi diversi. O anche solo di tre, avendo già detto altrove del Kosovo...
[Continua a leggere]

TAG: balcani, kosovo, albania, montenegro, macedonia, guerra, bosnia, sarajevo, pristina
17.49 del 01 Settembre 2013 | Commenti (0) 
 


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