Orizzontintorno Carlo Paschetto
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15 America e non America (Vancouver e Seattle, e non viceversa)
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Mi viene in mente una cosa che scrisse Storvandre al ritorno da un suo viaggio: in sintesi, l’America è un paese costruito per la sopravvivenza degli stupidi. È esattamente quello che penso ogni volta che torno dall’America.
È esattamente quello che penso in viaggio sul treno da Seattle a Vancouver, mentre Oliver mi spiega come devo tenere in mano il passaporto al controllo di frontiera, così come prima mi aveva spiegato come si deve prendere il treno e come si viaggia su un treno, e penserò ancora la stessa cosa quando mi saluterà prima di scendere, ringraziandomi per aver viaggiato con il suo treno e augurandosi che dopo questa esperienza io desideri ancora viaggiare in treno.
Mi viene da invitarlo a farsi una tratta Monza-Milano su un regionale di Trenord, un lunedì mattina qualunque, magari arrivando in corsa alla stazione senza avere il biglietto già fatto.

Pur essendoci stato cinque volte è vero che non ho mai viaggiato davvero in America. Nel curriculum mi mancano sia Los Angeles, dove ho fatto lo stop over rocambolesco di qualche giorno fa, sia San Francisco; non ho mai fatto il classico coast to coast, né sono mai stato in Florida e alle Keys; non ho visto i canyon o giocato alle slot machine di Las Vegas, né ho visitato Yosemite o Yellowstone. Perfino le cascate del Niagara le ho viste dal lato canadese e non da quello statunitense.
Prima o poi tutto questo arriverà, tuttavia in questi anni ho trascorso abbastanza tempo in America da iniziare ad averne un’idea piuttosto chiara: un po’ ci ho lavorato, un po’ ci ho speso qualche giorno in vacanza a sprazzi; alla fine, fra un’occasione e l’altra, ho tutto sommato messo insieme più di un mese sul suolo a stelle e strisce. Di hamburger ne ho mangiati insomma, e inizio ad avere un campione di esperienze abbastanza significativo, da New York, a Chicago, a Boston, ad Atlanta, a Seattle, passando per le Hawaii, che sono pur sempre uno spaccato assai interessante dell’american way of life e la cosa più vicina all’America dei grandi parchi io abbia visto.

E ogni volta di più continuo a pensare inesorabilmente le stesse cose dell’America.
La prima è che ho sempre a piano di venire una volta per starci almeno sei mesi e realizzare qui uno dei miei progetti overland.
E questo nonostante io, dell’America, continui a pensare di sapere già tutto quel che c’è da sapere e conoscere già tutto quel che c’è da conoscere, senza averla mai vista davvero.

La seconda è appunto quel che ne dice Stor. A cui aggiungo che per me l’America si traduce invariabilmente nell’essere rappresentabile come quel posto dove tutti fanno le stesse cose, tutti i giorni sono identici, tutto è esattamente uguale ai telefilm americani, per cui se tu hai visto Starsky e Hutch sappi che l'America è quella roba lì, e se vedi le serie tv americane sai già tutto quel che devi sapere dell'America, perché in realtà le serie tv e gli show televisivi americani sono documentari.
Questa cosa del resto sono certo di averla già scritta, almeno ogni volta che sono tornato dall’America.

Prendi i trentenni americani, ad esempio. Ovunque tu sia in America, indipendentemente da quando tu ci sia sull’asse temporale degli anni che passano, i trentenni americani sono quelli che vanno in giro tutto l’anno, con qualunque temperatura, in bermuda e t-shirt, o maglia a maniche lunghe di cotone, o più raramente camicia di flanella a quadri, ma devi almeno essere negli stati del nord. Quando i trentenni diventano un po' più adulti indossano il cappellino da baseball con la tesa piegata. Se sono afroamericani la tesa è piatta. E se sono più giovani la portano all'indietro. Il cappellino da baseball identifica il gruppo sociale di appartenenza dell'americano medio.
Per il resto, ci sono cinque gradi e tira vento? Non importa, il trentenne americano va in giro in bermuda e t-shirt, immancabilmente tenendo in mano il suo bicchierone di caffè bollente. Perché? Boh. Perché è scemo secondo me.
Cioè, non è vero che non ha freddo. È che non ci pensa. È come mio figlio, che ha quattordici anni, solo che lui ne ha trenta, quaranta, spesso anche cinquanta: esce di casa con la prima cosa che trova nell’armadio e siccome la prima cosa che trova sono i bermuda e la maglietta, lui indossa i bermuda e la maglietta, e il cappellino da baseball. Fuori ci sono cinque gradi, non importa: ha la pelle viola dal gelo e per lui è normale.

Così, sul traghetto che collega Seattle a Bainbridge, a inizio marzo, sul ponte fa un freddo porco e la gente normale e i turisti, che son lì per fare foto, stanno all’esterno avvolti nei loro piumini e col cappello (non da baseball) in testa. Il trentenne (se sei a Seattle è hipster, con la barba e gli occhiali da sole) americano no: sta in bermuda e t-shirt. La sua compagna in canottiera e sandali, a piedi nudi.
Nemmeno i norvegesi sono così e io posso dirlo, ché in Norvegia ci sono stato molto più che in America e i norvegesi li conosco bene.
Non che l’impiegato americano sia poi diverso: ci sono cinque gradi, lui esce in camicia e cravatta, con la giacca stropicciata che gli cade un po’ male, e va al lavoro così. Ce ne sono trenta? Uguale. Nevica? Uguale. Sempre quel vestito, sempre la camicia bianca, sempre la cravatta orrenda. Mai un soprabito, mai un cappotto, un giaccone. No, se è un colletto bianco, solo la giacca blu, la camicia bianca, il bicchierone di caffè in mano.

Perché l’altra cosa che in America è uguale dappertutto è che tutti vanno in giro col loro bicchiere di caffè in mano. Almeno da mezzo litro, perché poi l’America è quel posto dove tutto è per forza esagerato, sempre.
Sono esagerati i bicchieri di caffè e Coca Cola, è esagerata la quantità di ghiaccio che mettono dentro qualunque bevanda, sono esagerate le confezioni di pop corn, sono esagerarti gli hamburger, le strade sempre a settordicimila corsie e i marciapiedi, i palazzi e gli ingressi dei palazzi, il numero di cuscini sui letti degli hotel, il consumo e le cilindrate delle automobili, le taglie delle t-shirt che van sempre dalla XL in su, i traghetti (quello che collega Seattle a Bainbridge è grande dieci volte un qualunque traghetto per l’isola d’Elba).
Tutto sempre troppo e spesso inutilmente grande.

L’America è un unico grandissimo, enorme palcoscenico dove un Truman Show collettivo va avanti inesorabile da decenni, sempre allo stesso modo, sempre immutato, sempre uguale a se stesso, ogni giorno, trecentosessantacinque giorni all’anno. Persino i democratici e i repubblicani secondo me si alternano sulla base di un copione prefissato e immodificabile.
Del resto, a parte il Giorno del Ringraziamento, cos'hanno gli americani che interrompa la loro routine esistenziale, cosa fanno, che si inventano che non sia falciare l'erba del giardino o, se sono giovani e portano la tesa del cappellino a rovescio, armarsi su internet e andare di tanto in tanto nelle scuole a sparare?
Al massimo vanno a fare il barbecue fuori porta al weekend. Il loro è un anno di trecentosessantacinque giorni identici.

Dal Minnesota al Texas, dalla California alla Pennsylvania, dalla Florida all’Oregon: gli americani fanno tutti le stesse cose, vivono tutti la stessa vita, mangiano tutti le stesse cose, pensano tutti allo stesso modo.
Ehi, ma questa è la Cina!
No be', in Cina non è banalissimo comprare armi su internet. E poi invece degli hamburger hanno quelle orrende e puzzolenti zuppette pronte che ciuppano coi bastoncini. Meglio gli hamburger e le armi, cioè, internet.

Così, non importa che io sia a Seattle, o a Boston, o ad Atlanta: ai miei occhi l’America è sempre quella roba lì. Io sbarco in America e ogni volta l’America che si presenta a me è fatta da personaggi tutti uguali, coi loro bicchieri di caffè in mano, che mi spiegano tutto, tutto, tutto, nei minimi dettagli, compreso come devo tenere in mano un passaporto e i mille modi in cui posso farmi male e a cui devo quindi fare attenzione, che sia scendere due gradini o affrontare un grizzly. In America ci sono istruzioni per tutto, non è possibile affrontare nulla senza che ti siano date delle istruzioni per.
L’America è quel posto dove a Seattle, nel parco di Bainbridge, sono esposte ovunque ben visibili le istruzioni per come comportarsi in caso di tsunami.
Ora, non importa che la probabilità di uno tsunami a Bainbridge sia più bassa di quella di essere colpiti da un meteorite nello stesso luogo: è importante che tu abbia delle istruzioni su come comportarti in caso di tsunami.
Per curiosità sono andato a googlare la relazione fra Seattle e gli tsunami. È effettivamente possibile che da qui ai prossimi mille anni Seattle sia colpita forse da un terremoto devastante, ma forse anche no e nel caso potrebbe non verificarsi comunque alcuno tsunami. Mai.
Ma l’americano ha sempre un piano.
In Caccia a ottobre rosso il generale americano dice che i russi non vanno nemmeno in bagno se non hanno un piano, il che è vero, ma lo hanno imparato dagli americani.

Ma non volevo parlare degli americani e dei luoghi comuni dell'America, che trattandosi di America non c'è altro come i luoghi comuni per descriverla.
Volevo perlopiù addentrarmi nella discussione se sia più bella Seattle o Vancouver, premettendo che lo stesso discorso che ho fatto per gli Stati Uniti potrei farlo tale e quale per il Canada: non ho mai viaggiato su e giù per il Canada, ma sono stato anni fa in Quebec e a Toronto, e Vancouver non ha cambiato la mia prima impressione di allora.

Perché Vancouver, come Toronto (meno il Quebec) ha un po’ quella roba del vorremmo essere America ma ci dà fastidio che si noti. Perché dài, non è che puoi darti arie intellettuali servendo a colazione croissant invece dell'eggs and bacon che ti rifilano cinquanta chilometri più a sud, e poi però a pranzo mettermi davanti un hamburger ricoperto di brie fuso.
Non che non sia buono, per carità, ma capisci.
Hamburger col brie fuso.
E birra belga.
E poi cosa, le crêpes con lo sciroppo d’acero?
Le baguette con il burro d’arachidi?
E noi dovremmo ridere delle fettuccine Alfredo?
Senza contare che Vancouver ha una foresta di grattacieli che nemmeno a Seul, altro che America. Vancouver è la quarta città più alta di tutta l’America e questo effettivamente no, non me l’aspettavo. È più americana della stessa America che le sta appena sotto.
A un certo punto, mentre passeggiavo per downtown, mi dicevo: prendi Atlanta, mettila sul mare, aggiungi qualche montagna con la neve davanti e hai fatto Vancouver.
Poi c’è in effetti quel fatto del groviglio di grattacieli come a Seul. Gli stessi, proprio, uguali.
Poi ci sarebbe che la Marina è in realtà la fotocopia di Montecarlo: se non fai caso alla neve alle spalle, ti sembra *davvero* di essere nella città monegasca.
Poi peraltro ci sono delle ciclabili e delle pedonali meravigliose, larghe e lunghissime, chilometri, che seguono tutta la costa e attraversano la città, per cui correre a Vancouver è bellissimo e in effetti tutti corrono a Vancouver, anche se è lunedì mattina e ti chiedi quando cazzo lavorano se son tutti in giro a correre, ma questa cosa è comunque bellissima.
Poi non c’è alcun traffico a Vancouver: hanno queste vie americane da seimila corsie che corrono in mezzo ai grattacieli e fra un tappeto sterminato di bellissime case residenziali tutte uguali in periferia, come in America del resto, ma sono strade pressoché deserte, dove va anche detto che ho visto più Lamborghini e MacLaren che in tutta la mia vita, il che mi fa supporre che comunque, statistiche a parte, a Vancouver si viva piuttosto bene.
E ci sono anche le piste da sci davanti a Vancouver.
E oltre alla metro per spostarsi ci sono gli idrovolanti. Gli idrovolanti in città, capisci? Che altro vuoi di più?
Poi c’è la solita rotella a Vancouver. Anche ‘sta cosa della rotella panoramica sul pilone col ristorante che gira: ormai ce l’han tutte le città, diobono. Non sei una città figa se non hai la rotella panoramica. Ce l’ha Toronto, fra l’altro molto più alta; ce l’ha Berlino - ah no, forse quella di Berlino è una sfera; in Cina ce l’hanno tutte e ce l’ha perfino Seattle, a titolo di sfregio, ché sta proprio davanti a Vancouver. Quindi che differenza vuoi che faccia avere la rotella in città, ormai? Non è che puoi spacciarla davvero come un’attrazione, non siamo più negli anni ’60.

Non so: bella Vancouver, sì, e ci vivrei pure - e chi no? Però, dovessi davvero dire, Seattle ha una personalità che la città canadese si sogna.
Vancouver è un po’ priva di carattere, potrebbe appunto essere qualunque anonima città americana in una bella posizione, oppure Zurigo, o Montecarlo. Ha un po’ di tutte queste, a modo suo.
Qualche chilometro più giù, in un bellissimo palcoscenico naturale dominato dalla spettacolare mole del Mount Rainier innevato, Seattle suona, è viva, frizzante, decisamente più a misura europea. Per molti versi mi ha ricordato parecchio Boston. Paradossalmente mi aspettavo il contrario e invece, delle due, la più americana è Vancouver, dove peraltro ostentano un bilinguismo snob che è solo una facciata di opportunità politica. Fra le dozzine di etnie che popolano le sue strade, tanto da farle meritare il soprannome di Hong Couver, i francofoni sono probabilmente una minoranza trascurabile, ammesso che ci siano.

Ci sono parecchi homeless a Seattle, ma ce ne sono anche a Vancouver.
E poi si capisce che i giovani di Seattle vanno a Vancouver in cerca di avventure e i giovani di Vancouver vanno a Seattle in cerca di avventure, perché in fondo le due città sono solo le due interpretazioni americana e canadese del modo di vivere davanti al Pacifico, pressoché identiche, persino nelle dimensioni urbane, nella geografia del luogo e nell'integrazione etnica.
O almeno, questo è l'occhio del turista frettoloso.

Poi, socialmente ed economicamente, è possibile che sia più facile vivere a Vancouver che a Seattle. Sicuramente nella città canadese è più facile correre la maratona.

Così ho preso un caffè da Starbukcs a Seattle e il giorno dopo un caffè da Starbucks a Vancouver, ed erano uguali. Ho cenato in un bel ristorante di Seattle, europeo, e in un bel ristorante di Vancouver, americano, e ho mangiato bene in entrambi. Ho visto gente correre a Seattle e gente uguale correre a Vancouver, però quelli a Seattle correvano in salita lungo la Queen, che tira un casino, madonna se tira.
Ho visto la rotella di Seattle e quella di Vancouver, e non sono salito su nessuna delle due, ché si sa che odio gli ascensori, soprattutto quelli inutili delle torri panoramiche.
Ho visto l'oceano di Seattle e quello di Vancouver, e forse se la giocano alla pari, ma poi ho visto la neve del Rainier a Seattle e quella delle Coast Mountains a Vancouver e vabbè dai, non c'è proprio storia: il Rainier da solo riempie qualunque cartolina, mettici poi sotto la skyline di Seattle con i fiordi oceanici e ciao.
E ho camminato per le strade di uptown e navigato fino a Bainbridge, per esplorare i quartieri bene residenziali di Seattle, e ho poi camminato per gli stessi quartieri a Fairview, per vedere come sono quelli di Vancouver, e sono uguali. Han tutti la barca davanti a casa e le case son fatte di legno e cartongesso tenuto assieme con lo spago, come tutte le case americane e come si vede nei reality americani su Real Time in cui comprano e vendono case.
Te l'ho detto che basta guardare la televisione, senza stare ad attraversare l'oceano.
A Vancouver ho anche visto il trasporto dei tronchi lungo le acque del Fraser e anche questo, in effetti, è come nei film.

È più ordinata e svizzera Vancouver, più tranquilla e serenamente cosmopolita, è una città dove non accade nulla e l'unica cosa che accade è che spaccano i finestrini delle auto come in Italia, persino in pieno centro, e la polizia canadese considera questo la vera piaga criminale della città. Cioè, in una delle metropoli più importanti e grandi d'America la cosa più pericolosa che accade è che ti possano ciulare l'autoradio. Capisci che.
Seattle è più mediterranea e questo basta per renderla più simpatica e allegra. Non so se ti ciulino l'autoradio a Seattle, posso però dirti che Uber funziona da dio, mentre a Vancouver Uber non c'è. In compenso ci sono i tassisti indiani che non sanno una cippa, come in America, al solito.

Per quanto comunque possa forse essere un po' più difficile sopravvivere a Seattle, io non mi preoccuperei molto. Pensano loro a darti le istruzioni per qualunque cosa.
Anche per lo tsunami, sai mai.

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La skyline di Seattle con la sua "rotella"
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La costa del Pacifico fra Seattle e Vancouver
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Vancouver downtown
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L'Orca Digitale, Vancouver
TAG: seattle, America, vancouver, canada
23.38 del 15 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
10 Lamerica, once again
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Di nuovo sopra l’equatore. Ho cambiato ancora una volta emisfero, stagione, continente, abbigliamento, e ho nuovamente tirato fuori dal trolley giacca a vento e berretto.
Ho un altro oceano alle spalle e due pasti saltati.
Ho un'altra notte, freddissima questa, trascorsa in aereo senza chiudere occhio.
Ho due fusi orari in più, o due ore di distanza in meno da casa, che stanotte diventano subito tre, perché nel frattempo in America arriva l'ora legale.

Ho avuto uno stop over rocambolesco e pazzesco a Los Angeles, questo pomeriggio: il mio volo da Rarotonga era in ritardo di tre ore, saremmo dovuti partire a mezzanotte e arrivare alle undici, e invece, per ragioni non chiare, siamo rimasti fermi sulla pista di Rarotonga fino alle tre del mattino, chiusi in aereo, con un caldo atroce e poche, quasi nulle, informazioni. Perfetto per la mia claustrofobia.
A bordo, mentre ci distribuiscono qualche snack di conforto, la manager del volo raccoglie nomi e numeri dei voli di coloro che hanno coincidenze previste a Los Angeles, almeno un centinaio di passeggeri. Il mio è uno dei casi disperati: Delta non fa parte della stessa alleanza di Air New Zealand, i biglietti dei due voli non sono collegati e in più il mio biglietto per il volo Delta non è assicurato (è uno dei biglietti Millemiglia), se lo perdo non ho alcuna speranza di rimborso, né Air New Zealand può riprogrammarmi su un volo successivo di una compagnia alleata, tipo United.
Insomma, se buco il volo a Los Angeles devo ripagarmi il biglietto a prezzo pieno, perdo quasi certamente anche la prenotazione dell'hotel a Seattle, già pagata, e probabilmente devo a questo punto cercarmi un volo diretto per Vancouver perché non faccio più a tempo a far tappa a Seattle, oltre naturalmente a dovermi perlomeno pagare una notte non prevista a Los Angeles.
Un disastro.

Arriviamo a Los Angeles alle 14:00. Il mio volo parte alle 15:15, l'imbarco è previsto alle 14:35: devo passare tutta l’infinita procedura di immigrazione negli Stati Uniti, capire da dove parte il mio volo, cambiare terminal di conseguenza tenendo conto che è la prima volta che sono a Los Angeles, non so come orientarmi e questo è uno degli aeroporti più grandi del mondo, rifare la procedura di check in e un nuovo controllo bagagli, arrivare al gate. Un incubo.
Come non bastasse, l'aereo parcheggia in un'area lontana dal terminal di arrivo: non siamo attaccati al finger e bisogna prendere l'autobus. Il bus impiega esattamente dieci minuti dall'aereo al terminal. Per dire quanto cazzo è grande questo aeroporto.

La coda all'immigrazione è spaventosa e non ho alcun modo di saltarla, questo è l'unico imbuto nel quale non provare a sgarrare dalle procedure, già è un miracolo se non mi selezionano per il controllo del bagaglio.
Se ne vanno quaranta minuti e mi va già bene: per fortuna dall'ultima volta hanno automatizzato la lettura del passaporto e la rilevazione delle impronte e della fotografia di identificazione, che adesso si fa da soli usando dei totem.
Entro ufficialmente negli Stati Uniti per la quinta volta e sono le 15:00 in punto. Una hostess di terra mi dà al volo l'indicazione che mi serve: il mio volo per Seattle parte fra quindici minuti esatti dal terminal 3. Io sono al terminal B. Devo uscire, poi left, poi upper level. Non sono più di cinquecento metri, è il terminal a fianco. Potevano essere chilometri.

Esco correndo come un pazzo, trascinandomi il trolley, prendo anche la pioggia per un breve pezzo, entro al terminal 3, salgo tre gradini alla volta le rampe di scale verso l'upper level, chiedo indicazioni, un altro impiegato mi dice al volo "gate 28" e mi indica la direzione, che ovviamente è dall'altra parte del terminal. Corro, corro, corro più che posso attraverso tutti i lunghi corridoi.
Arrivo al controllo dei bagagli per accedere ai gate e mi trovo davanti un'altra coda infinita: decido di forzare la mano, chiedo permesso, mi scuso, urlo che mi parte l'aereo, la gente si sposta, la fila si apre. Sono sudato fradicio, sto correndo con il maglione pesante addosso e i jeans, passo tra la gente sempre con 'sto trolley dietro che sette chili stocazzo, ormai sono quindici emmezzo, lo so perché l'ho pesato a Rarotonga.
La folla si apre in due, mi fanno passare ridendo per fortuna, qualcuno mi incoraggia, "run guy, run, come on, you can do it", salto le serpentine incanalate dai nastri che delimitano la coda, tagliando tutto il percorso, passo davanti a centinaia di persone, arrivo al tunnel per i raggi X e al body scanner: mi devo spogliare, via le scarpe e il maglione. La polizia non sorride ma capisce la situazione, mi dà una mano spiegandomi bene passo per passo tutto quello che devo fare, ma non mi concede nulla.
Chiedo se devo togliere la cintura, mi dicono di tenerla, ma la cintura ovviamente suona nel body scanner e quindi devo ripassare anche il controllo manuale.
Una ragazza nota la t-shirt della Milano Marathon e mi apostrofa ridendo: "That's why you're trained for!" La sua amica, mentre mi controllano millimetro a millimetro, mi chiede qual è il gate, mi dice come raggiungerlo e mi tranquillizza dicendo che è procedura normale a El’ei partire con quindici minuti di ritardo, e che ce la farò.
Mentre mi rivesto mi fanno gli auguri e mi chiedono infine di dove sono, ma ormai sono già a cinquanta metri di distanza in corsa per il traguardo finale.
Arrivo davanti al gate.
Chiuso. Deserto. Volo imbarcato.

Sono disperato e frustrato. Un tipo delle pulizie mi dice di provare a bussare al finger, qualche volta dietro la porta c'è l'addetto.
Busso, busso più forte, urlo di aprire, ma non risponde nessuno. L’aereo è ancora lì, lo vedo dalle vetrate, sta per partire.
Mi guardo in giro: un paio di gate più avanti c’è un altro volo Delta in partenza. Mi fiondo dal tipo al gate che sta per imbarcare i passeggeri, gli chiedo se può per favore contattare qualcuno e farmi salire sul mio aereo. Scuote la testa, mi dice che ormai il finger è chiuso. Lo imploro, gli dico che devo prenderlo assolutamente. È chiaro dalle mie condizioni che ho corso come un pazzo. Gli spiego che il mio volo era in ritardassimo, che non posso perdere questa coincidenza perché dopo ne ho un’altra.
Si consulta col suo collega, prende la ricetrasmittente e bofonchia qualcosa a qualcuno. Poi si avvicina al mio gate e mi fa cenno di aspettare. Parla ancora al walkie talkie, si fa aprire il finger e scompare dentro, chiudendosi la porta alle spalle. Riappare dopo qualche minuto e mi chiede di mostrargli la carta d’imbarco. Ho quella digitale, gliela mostro.
Accende il computer e riapre la lista passeggeri: eccomi lì, in rosso. Mi guarda senza alcuna espressione. Parla ancora alla ricetrasmittente. E infine mi stampa la carta d’imbarco: “Come on guy, run on board”.
La porta del finger si riapre e una hostess viene a prendermi.
Sono a bordo. I did it.

Mi viene in mente che ho saltato pranzo. E ieri sera cena, perché quando infine l’avevano servita in volo erano ormai le quattro del mattino, ero stravolto dalla stanchezza e volevo solo cercare di dormire.
Su questo volo non sono previsti pasti. Devo accontentarmi di quattro cookie al cioccolato e un bicchier d’acqua. Ho ancora dure ore e mezza di volo davanti.
In cuffia ho David Crosby. Come a Boston. Lamerica per me è David Crosby.

Seattle. Stanco morto e con un principio di otite che in tarda serata va pure peggiorando. Di fatto sono sordo dall’orecchio destro, il che certo non aiuta a capire ‘sta gente quando mi parla.
L’atterraggio è meraviglioso, con la luce radente del tramonto e una vista mozzafiato sul cono innevato del Mount Rainier e di tutte le montagne circostanti. La neve dopo la sabbia del Pacifico meridionale, in sole ventiquattr’ore.
Pure il tassista che mi porta all’hotel sbagliato. Me ne accorgo solo quando sono ormai sceso dal taxi e lui se n’è andato. Per fortuna il mio hotel non è lontano, sono cinque minuti a piedi.
Fa freddo, c’è vento. Sono sul Pacifico, d’inverno ora. La serata è limpidissima.

Prima di crollare svenuto sul letto, raccolgo le ultime energie ed esco per cenare. Mangio finalmente bene, in un bel ristorante greco di upper town.
Mi regalo una bottiglia di Retsina, che peraltro coi betabloccanti mi darà la botta definitiva facendomi dimenticare dell’orecchio fuori uso e dell’acufene insopportabile.
Vorrei farmi una doccia bollente, ma non ho le forze, rimando a domani mattina.
Domani Seattle, di corsa.
Domani sera si riparte per il Canada.

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I did it!
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Landing in Seattle-Tacoma
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E di nuovo indosso la giacca a vento...
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Cena a Seattle uptown, finalmente!
TAG: seattle, America, los ángeles
23.38 del 10 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 


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