Orizzontintorno Carlo Paschetto
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23 Al Raqqa (una storia di Siria e di tassisti)
NOV Blog e luoghi, Travel Log: Libano e Siria
[Sto raccogliendo alcune storie che in questi anni ho raccontato altrove, con l’idea magari di mettere insieme un nuovo libro. Questa l’ho pubblicata due volte, una sul buon vecchio FriendFeed e una, recentemente, per gli amici di Frenf.it, sulla scia degli avvenimenti che in questi ultimi due anni hanno a Raqqa, in Siria, uno degli epicentri di maggior rilievo.]

In questa storia non sono solo. Per l’occasione avevo trascinato con me quelli che d’ora innanzi indicheremo genericamente come i miei tre Compagni Di Viaggio (CDV), alla loro prima (e per un paio di essi, ultima) esperienza di viaggio col Paschetto.
Questa è una storia di tassisti, come molte delle storie che racconto ultimamente. Ché metti di essere a Beirut il 30 dicembre 1999 e ai tuoi improvvisati CDV che han deciso di seguirti dire: ”Ehi, ma perché non andiamo a Damasco a festeggiare il nuovo millennio?"
Ché in effetti, per raccontarvi di Al Raqqa, devo prenderla un po' più indietro, da qualche giorno prima, dal lungomare di Beirut.

Andare da Beirut a Damasco non è molto complicato: devi solo attraversare le montagne su una bella strada e fine. Puoi farlo in autobus, se vuoi, ma devi capirci qualcosa, soprattutto nel solito caotico passaggio di frontiera (devo aver già detto altrove che il prossimo libro voglio scriverlo sui passaggi di frontiera via terra, mi pare).
Così, la soluzione più rapida ed efficiente, soprattutto se non sei da solo e hai la possibilità di dividere i costi, è il solito tassista, il primo che peschi a caso in piazza a Beirut, in mezzo ad altri compari tassisti, e a cui chiedi: “Ehi, ci porteresti mica a Damasco?"
Lui ti fa un sacco di feste - tutte in arabo, intendiamoci - ed è chiaro che sì, che ti ci porta eccome, quando vuoi, all'ora che vuoi, e lo racconta anche a tutti gli amici, e così siamo tutti lì a far finta di chiacchierare amabilmente con un gruppo di tassisti hezbollah su quanto sia bella Beirut e quanto lo sia altrettanto Damasco, e su quale delle due sia più straordinaria. E niente, allora d'accordo, appuntamento domani alle nove del mattino.

Che poi, a quel tempo, io non ero ancora così pratico di improvvisati tassisti asiatici e mediorientali coi quali condividere chilometri, storie, avventure, pranzi e cene, brande e camere d’albergo, mercati e frontiere, come sarei poi diventato negli anni a venire grazie a ripetuti e continui viaggi analoghi. Avevo imparato qualcosa l’anno precedente a Kuala Lumpur, ma era dall'altra parte dell'Asia, un mondo completamente differente, e avevo avuto una minima esperienza in nord Africa, ma insomma, checché i miei CDV ne pensassero ero un principiante. Loro si fidavano di me, io mi fidavo, boh, del primo tassista che pescavo in piazza a Beirut e più o meno facevo loro credere che fossi perfettamente padrone della situazione.

E dunque, il mattino dopo, eccoci tutti e quattro in piazza a Beirut imbarcati sul bel taxi giallo del nostro amico di cui non ricordo il nome, ma siccome non si può scrivere una storia senza dare un nome ai protagonisti lo chiameremo Samir.

Parentesi: alcuni giorni dopo la nostra traversata da Beirut a Damasco gli israeliani pensarono bene di sganciare qualche bomba dalle parti del nostro percorso. Quando si dice il tempismo. Fine parentesi.

Come tutti i tassisti mediorientali, che a titolo di cronaca sono molto diversi da quelli centroasiatici e russi, Samir parla. Parla tanto. Parla in continuazione, non smette mai. Ride un casino, fuma e parla tantissimo. Ti racconta cose ininterrottamente per ore e dialoga tranquillamente con te. Il problema, volendo, è che lo fa solo in arabo, senza minimamente preoccuparsene.
In realtà non è proprio un problema. Tu gli rispondi in italiano e siete amicissimi. Puoi anche rispondergli in inglese, se vuoi fare il figo, basta che ti sia chiaro che è un tuo inutile vezzo snob, perché tanto per lui è totalmente indifferente. Lui ti racconta le cose in arabo, tu gliele puoi raccontare in qualunque altra lingua (a meno che tu non sappia l'arabo, ovvio): tanto vale dunque farlo in italiano. Non so se avete idea di che viaggi meravigliosi si possano fare, per ore, raccontandosi cose così, in due lingue differenti, ciascuna delle quali non è conosciuta dall'altro interlocutore.
Samir ci porta fino alla frontiera siriana, ci guida attraverso il caos degli uffici di frontiera, prende in carico i nostri passaporti e pensa lui a tutto, discutendo con tutti, offrendo sigarette a tutti, fermandosi a chiacchierare con tutti. Italia, Italia, Italia, aaaaah! Italia! Grandi sorrisi.
In questi casi, la maggior del tempo si perde semplicemente perché le guardie di frontiera si incuriosiscono di fronte a passaporti che non sono soliti vedere. Quindi domande, sorrisi, passaporto che passa di mano in mano, Italia, Italia, aaaaah Italia!, e ancora chiacchiere. Folla che si raduna, gente che indica le fotografie e ancora sorrisi e sguardi interrogativi.
Alla fine, Inshallah, di nuovo tutti in macchina e si riparte sulla bella superstrada che scavalcando il valico montuoso si abbassa verso Damasco, come è ben evidente dai cartelli segnaletici scritti anche in alfabeto latino. Bene, tutto ok, Samir ci sta portando a destinazione.
Finché, all'improvviso e senza alcuna ragione, esce dalla superstrada e infila una strada fra le montagne. Una anonima e deserta stradina del cazzo.

Così. Lui prende, esce, e si infila su per le montagne. Cartelli solo in arabo. E continua a parlare, parlare, parlare. In arabo naturalmente. E a ridere molto.
I miei simpatici CDV guardano me. Io guardo lui e molto serenamente, in grande amicizia, in perfetto italiano senza accenti, gli chiedo: “Tutto ok amico, molto bello qui, ma dove cazzo stai andando? Perché sai, noi vorremmo andare a Damasco…”
Lui, in grande serenità e amicizia, mi risponde molto sorridente che Allah qualcosa, Allah qualcos’altro, Allah altro ancora, eccetera.
La scenetta va avanti per una buona mezz'ora e un po' di chilometri attraverso una zona montuosa apparentemente del tutto disabitata. Io inizio a chiedermi se vorranno un riscatto, il rilascio di prigionieri palestinesi, una trattativa con gli Stati Uniti, o semplicemente ci sgozzeranno come atto dimostrativo. Ai miei simpaticissimi CDV racconto che va tutto benissimo e che in effetti è una strada secondaria per Damasco, più panoramica. I miei simpaticissimi CDV pensano di sgozzare me prima che lo faccia Hezbollah.

E poi niente. Arriviamo in un piccolo paesino sulle montagne e parcheggiamo in un vicolo. Tempo di scendere dall’auto e guardarci attorno con aria perplessa che veniamo circondati e assaliti da tutti gli abitanti del luogo, tipo quando il vincitore del Grande Fratello esce dalla casa.
Dentro una casa, in effetti, veniamo spinti quasi a forza dalla folla. È la casa di Samir. Dove si raduna mezzo paese.
Ed è subito festa, perché in paese sono arrivati degli italiani!
Moglie! Fila in cucina e prepara il tè per gli amici italiani!
Figlie! Sparite nelle stanze adiacenti e copritevi subito quelle oscenità (la ciocca di capelli che fuoriesce appena dal velo)!
Uomini (figli, zii, cugini, nonni, parenti, vicini, eccetera)! Tutti in casa a festeggiare!

Insomma, per farvela breve (ché l’obiettivo di questa storia è pur sempre portarvi ad Al Raqqa), dopo un lungo pomeriggio di festeggiamenti e surreali conversazioni indecifrabili in italo-arabo con un’intera famiglia di uno sconosciuto e sperduto paese sulle montagne siriane, alla sera arriviamo ovviamente a Damasco, accompagnati da Samir, riempiti oltre ogni misura di quantità industriali di tè e dolcetti siriani, roba da farsi ricoverare immediatamente all'ospedale di Damasco per tasso glicemico siderale.
A quel punto è chiaro come sarà la nostra Siria da lì in avanti, come ci muoveremo e cosa potremmo aspettarci (va qui detto che, come avrei poi appreso in seguito con l’esperienza, l'ospitalità aggressiva siriana è seconda solo a quella iraniana, per cui se siete degli orsi asociali non sono posti per voi).

Cambio scena: alcuni giorni dopo, oasi di Palmyra, deserto della Siria centrale. Quella stessa Palmyra salita tristemente alle cronache negli ultimi mesi in seguito all’occupazione di ISIS. Un sito archeologico meraviglioso, del quale non avevamo mai sentito parlare prima, dove giungiamo per caso viaggiando verso il nord del Paese accompagnati dall’ennesimo tassista a caso. In questa circostanza abbiamo la fortuna di visitarla praticamente da soli, aggirandoci liberamente per un paio di giorni fra gli scavi.
A Palmyra, fra altre cose, viviamo l’avventura di un classico tè nel deserto, grazie all’invito di un gruppo di sconosciuti siriani che un incauto CDV, ormai esaltato dall’ospitalità locale, accetta entusiasta senza battere ciglio. La sera veniamo quindi caricati su un pickup, come quelli che si vedono ovunque nei filmati dei terroristi islamici, e portati in un posto in mezzo al nulla, completamente immerso nell’oscurità, dove i nostri nuovi “amici” accendono un fuoco sulla sabbia, ci fanno indossare una kefiah uguale alla loro (ce l’ho ancora a casa) e per un paio delle ore seguenti ci offrono tè, biscotti e le ormai consuete infinite chiacchierate incomprensibili in arabo, per poi riaccompagnarci in albergo senza ovviamente alcuna spiacevole sorpresa.
Parlatemi ora degli islamici e del terrorismo.

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Palmyra, Siria, fotografata nel gennaio del 2000
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Il vostro travel blogger (quello a sinistra) a Palmyra, nel 2000
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Il tè nel deserto di Palmyra

Comunque, al solito sto perdendo il filo, ché questa dovrebbe essere una storia su Al Raqqa.

Siamo dunque a Palmyra e dobbiamo raggiungere il nord della Siria, far rotta su Aleppo e da lì, poi, ridiscendere a sud verso Homs, proseguire per Crac des Chevaliers e rientrare in Libano dalla frontiera settentrionale. E quindi, come ormai di regola, parte la caccia al tassista di turno.
Cartina alla mano, il tipo che peschiamo ci fa capire che non ce la faremo mai ad arrivare ad Aleppo in giornata e che perciò dovremo trascorrere la notte da qualche parte nella valle dell'Eufrate.
Ed è così che una sera di gennaio un tassista siriano ci scarica all’Ammar hotel di Al Raqqa, sperduto e sconosciuto paesino della Siria settentrionale.

Descrizione dell’Ammar hotel di Al Raqqa: dall’entrata, un’anonima porta sbilenca di legno giallo che dà direttamente sulla strada, una rampa di scale in cemento armato porta al primo piano, dove si entra in una stanza circolare sulla quale si affacciano una dozzina di porte con finestre di vetro smerigliato, le camere. Anche le pareti della stanza circolare sono di cemento armato a vista.
Al centro della stanza un tavolo rotondo e un divano. Su un lato, una vecchia tv in bianco e nero che trasmette una telenovela araba. Su un altro lato, la scrivania del boss, un tipo che sembra Hafiz al-Asad (in Siria tutti sembrano Hafiz al-Asad, a parte il figlio Assad).
Dietro la scrivania, la porta (anch’essa a vetri) che dà sul cesso in comune.
Sul divano alcuni ospiti dell’hotel che sorseggiano un tè guardando la telenovela.
Appena entriamo noi quattro - due occidentali e due donne bianche al seguito - nella stanza cade improvvisamente un silenzio di tomba e tutti ci fissano.
Io: - ‘Sera, tutto bene? Che danno in tv?
Tutto in italiano, ovviamente.
Vi ho già detto, vero, che due dei miei CDV non hanno mai più viaggiato con me?
Il tassista parla con Hafiz al-Asad, mi sorride tantissimo, mi dà una pacca sulla spalla e ci saluta, Inshallah.
Io guardo Hafiz al-Asad e faccio la prima domanda che mi viene in mente, tipo “Ma dove cazzo siamo, qui?", mimando in modo opportuno. Al quindicesimo “Al Raqqa" inizio a capire che forse Al Raqqa non significa "cani infedeli state per essere giustiziati, che Allah abbia pietà delle vostre anime", ma che è effettivamente il nome del paese dove siamo stati scaricati.
Al che sorgono spontanee altre due domande: a) Possiamo dormire qui? e b) Come diavolo ce ne andiamo da qui, domani?

I miei sconfortati compagni si accomodano sul divano e si mettono a discutere di telenovele arabe con gli altri ospiti. In italiano loro, in arabo quelli, come ormai d’abitudine. Io affronto la situazione con Hafiz al-Asad che, perfettamente a suo agio, mi parla a raffica, molto sorridente, molto con accento siriano del nord.
Capisco che vuole i nostri passaporti: glieli passo. Li guarda. Li gira. Li rigira. Li gira un'altra volta. Poi guarda il registro degli ospiti. Poi riguarda i passaporti. È chiaro che non sa leggerli e allora me li ridà e chiede a me di compilare il registro degli ospiti, che però è scritto in arabo, per cui io lo giro, lo rigiro, lo giro ancora e gli faccio segno che non ho la minima idea di cosa debba scrivere dove.
Alla fine concordiamo che scrivo nomi, cognomi e numeri di passaporto nelle colonne che più mi aggradano del suo bel quaderno a righe. Scrivo in bella calligrafia, siamo tutti molto soddisfatti e ridiamo molto. Quindi Hafiz al-Asad ci mostra le camere che a onor di cronaca, per quanto spartane, sono molto pulite (e fredde, ché a gennaio, nella valle dell'Eufrate, fa un freddo porco) e ci consegna le lenzuola, la coperta e gli asciugamani per la notte, un po' tipo distribuzione generi di prima necessità quando arriva la protezione civile.
Dopo aver sbrigato la parte logistica, Hafiz al-Asad ci offre il solito tè e ci uniamo infine alla combriccola.

A questo punto affronto con lui la parte più difficile della questione: come ce ne andiamo domani e, soprattutto, come facciamo ad arrivare ad Aleppo? Traduco tutto in dialetto siriano usando l'unica parola che conosco: Aleppo (e mimando “domani”. Siete capaci di mimare "domani”?).
Che poi non è che in siriano Aleppo si dica proprio Aleppo, per cui alla fine risulta più facile mimare "domani" e sperare che lui capisca la destinazione.
La divertente scenetta va avanti un bel po', finché lui non si illumina, mi batte una pacca sulla spalla e mi fa segno di seguirlo. Abbandono dunque i miei tre sventurati CDV alla telenovela araba e seguo Hafiz al-Asad in giro per Al Raqqa.

Hafiz al-Asad, che evidentemente è un figo, mi porta alla stazione degli autobus di Al Raqqa, che è un po' un incrocio fra il mercato di Timbuctou e il raduno dei pellegrini sulle rive del Gange in occasione del Kumbh Mela. Di più c'è la complicazione che parlano tutti arabo, è scritto tutto in arabo e io non sono molto arabo.
Insomma: io non capisco un cazzo ed è già tanto che sappia più o meno dove mi trovo (tipo, se ho ben capito quel fiume è l'Eufrate, se ho ben capito Al Raqqa non vuol dire “a morte cani infedeli”, eccetera), ma il mio amico è perfettamente a suo agio, parla con tutti, mi trascina in mezzo al caos, mi presenta a tutti e, in men che non si dica, mi mette in mano quattro pezzi di carta scritti in arabo, trascinandomi davanti a una delle dozzine di pensiline, dove mi indica un cartello e mi fa segno “otto” con le mani.
Ne deduco che per andare ad Aleppo domani mattina alle 8 dobbiamo prendere l'autobus parcheggiato a questa pensilina.
Forse. Forse alle 8. Forse domani. Forse autobus.
Molto orgoglioso dei miei quattro biglietti, attraverso Al Raqqa a ritroso sempre accompagnato da Hafiz al-Asad e vengo via via presentato al resto del paese. Ormai sono completamente integrato, mi mancano solo sei o settecentomila vocaboli, ma so quasi tutto quel che c'è da sapere. Così, rientrati in albergo senza che io sia stato rapito e venduto ai ribelli del nord, ormai padrone della situazione, prendo i miei tre CDV, li convinco ad uscire per cena e ad andare a farci un giro da soli per Al Raqqa.

Cala dunque la sera su Al Raqqa e noi ci lanciamo per le vie, entriamo nei negozi, ci immergiamo nella tipica vita della Valle dell'Eufrate. Come altre volte mi è poi capitato di sperimentare qua e là per il mondo in casi come questo, andiamo in giro con quella sensazione di tutti che ci guardano con aria interrogativa tipo "e questi da dove accidenti sbucano". Alcuni ci fermano e ce lo chiedono, altri ci invitano nei loro negozi.
Finché non veniamo attratti da un negozio di musica che vende perlopiù audiocassette, buona parte delle quali naturalmente piratata, e ci infiliamo dentro. Il negozio è deserto e c'è solo il proprietario, l'unico siriano che non assomiglia a Hafiz al-Asad, ma piuttosto a Giancarlo Giannini in Diritto di uccidere. Allego foto esplicativa:

giannini

Vi assicuro che è identico.
Silenzio. Lui ci guarda, noi salam aleikum, lui aleik salam, ancora silenzio. Ci aggiriamo per gli scaffali con l'intento ovvio di comprare qualche cassetta scelta completamente a caso.
Pesco qualcosa dagli scaffali e glielo mostro con sguardo interrogativo. Lui fa cenno di sì col capo, molto serio. Allora gliene mostro un'altra e mi fa segno deciso di no. Bene, ci stiamo intendendo. Mi fa segno di seguirlo nel retro e mi mostra un mangianastri: vuole farmele sentire perché io possa scegliere meglio. Segue una mezz'ora di amabile conversazione sulla musica siriana, che più o meno si svolge tutta così: io prendo una cassetta, lui la mette su e poi ci confrontiamo col sì/no.
Alla fine, siccome è ormai ora, mette su la cena e il tè e ci invita a mangiare con lui nel retro.
Dovete immaginare davvero tutto questo praticamente nella totale assenza di comunicazione verbale, solo gesti, sì, no, e null'altro.
Ci sediamo sul tappeto per cenare insieme e proviamo quindi a sciogliere un po' la conversazione in qualche modo.
Lui indica se stesso e dice "Al Raqqa", e poi indica noi. Ok, fin qui è facile: ”Di dove siete".

- Italia.
- Aaaahhh…!
- Italia. Sì, Italia.
- Aaaaahhh, Italia!

Silenzio.
Ci fissa (sempre con quello sguardo là sopra). Poi ruota la mano in aria e dice: "Italia, roman!”
Noi, molto peones, rispondiamo da veri italiani: “No roman, Milano!”
Silenzio. Ci fissa. Ho l'impressione che non abbiamo capito un cazzo. Ruota ancora la mano in aria e ripete: "Italia! Roman!”
Noi, sempre molto italiani, dopo esserci consultati per mettere a confronto le nostre versioni, insistiamo: “No, no roman! Noi di Milano, Milàn, Milèn, Mailand!”
Lui continua a fare imperterrito la stessa faccia. Adesso sono sicuro che non abbiamo capito un cazzo e che lui invece ha capito che siamo quattro coglioni. Ancora ruota 'sta mano in aria all'indietro e riparte: “Roman!”, indicando per terra. "Roman! Cazzo, (in arabo), roman!"
A un tratto ho un'illuminazione.

- Aaaaahhh, ci sono stati qui altri italiani, di Roma! Maddai! Romani qui (capirai, son dappertutto quelli, li ho incontrati perfino in Patagonia nel '90)! Roman roman, certo, abbiamo capito! Dai, chissà quando! Ma sono venuti qui in negozio da te?

Lui ci fissa sempre, ripete "Roman!” e passa l'indice sotto la gola.
Avete capito anche voi adesso, vero?
Per inciso, l'unico posto al mondo a me noto dove quel gesto non vuol dire "sgozzato" è in Russia, dove significa "beviamoci su", ma questa è un'altra simpatica storiella che vi racconterò un'altra volta.
Comunque.
Sbianchiamo in volto e facciamo una faccia tipo “glom!” e lui, sempre di marmo, ripete "Roman!”, indica per terra e si passa l'indice sotto la gola.
Al che noi abbozziamo con aria sorpresa e, per quanto possibile, sorridente.

- Maddai, romani qui che sono stati sgozzati, diomìo che tragedia, chissà come mai visto che siamo tutti fratelli, perché siamo tutti fratelli, vero? Italiani, siriani, una faza una raza, oddio raga, la porta del negozio è ancora aperta? Il tè era drogato? Cazzo raga, tenetevi pronti!

Insomma, quello insiste che ci sono stati dei romani e li hanno evidentemente sgozzati e noi cerchiamo di capirci qualcosa di più con commenti fra noi tipo "ma sul giornale mica c'era nulla quando siamo partiti, ma chissà quando è successo, ma chissà poi perché, i soliti turisti idioti, romani poi, se la saranno cercata, mica scherzano da queste parti, saran venuti qui a fare gli sboroni”, e giù commenti pesanti col nostro amico per far capire che noi siamo tutt'altro tipo di italiani, che evidentemente quelli se lo meritavano, ché del resto si sa, i romani.
Lui annuisce, è fatta. Ancora tutti insieme commentiamo: ”Eeeeh, roman, già. Purtroppo“. Lui ripete “Roman!” e ancora ruota la mano in aria.
Finché uno dei CDV, folgorato da Allah, ha la rivelazione finale.

- Ragazzi, i romani! I romani cazzo! Gli antichi romani! Sono venuti qui, hanno combattuto (e secondo lui hanno evidentemente perso). Stiamo parlando di storia!

A quel punto lui capisce che abbiamo capito e scoppia a ridere: “Roman! Roman!”
Roteava la mano per dire "molto tempo fa".

Titoli di coda: naturalmente il giorno dopo, puntuali alle otto del mattino, abbiamo preso l'autobus per Aleppo, dove abbiamo poi alloggiato al mitico hotel Baron, già luogo di soggiorno di Lawrence d'Arabia, Agatha Christie, Charles Lindbergh e Theodore Roosvelt.
In valigia, alcune cassette di musica siriana acquistate ad Al Raqqa la sera prima, da un siriano discendente dei Parti che più o meno attorno al 50 a.C. sconfissero lì attorno le legioni di Crasso.
Vedi a volte aver strappato da ragazzo la sufficienza in storia.
(No, non è vero, mica avrete davvero creduto che lo sapessi: me lo ha detto quindici anni dopo un amico su un social network).

Raqqa
Al Raqqa, gennaio 2000
RaqqaBus
L'autobus per Aleppo, Al Raqqa, gennaio 2000
TAG: raqqa, siria, palmyra
23.45 del 23 Novembre 2015 | Commenti (0) 
 
17 Pole position per Alfano (*)
DIC Prima pagina, Mal di fegato
Questa notizia è al 33° posto nel ranking di stasera del Corriere.it (il Milan è al secondo posto). Dentro, fra le altre, c'è la foto di un bambino morto bruciato dalle bombe, in braccio a un adulto disperato. Il 75% dei commentatori si dichiara soddisfatto.
A volte io spero molto fortemente che esista un dio.

Siria20131217
Corriere.it alle 00:10 del 17 dicembre 2013

(*) Che, in ultima analisi, spiega da sé tutto il resto
TAG: siria, aleppo
00.13 del 17 Dicembre 2013 | Commenti (0) 
 
02 Quelli che non si imbarcano
DIC Prima pagina, Amarcord
A làtere, in tema di Siria, ogni tanto arrivano notizie che in qualche modo mi toccano da vicino. Ne avevo già scritto un anno fa, dopo il bombardamento del souk di Aleppo.

Qualche giorno fa è stata la volta di Al Raqqa, un villaggio situato nel nord del Paese, lungo il corso dell'Eufrate, dove ho vissuto una delle esperienze di viaggio più straordinarie della mia vita. Casualmente, avevo raccontato l'episodio proprio qualche settimana fa, altrove sul web.
A differenza di Aleppo, non ho molte foto di Al Raqqa, chissà poi perché. Un po', forse, perché tutto sommato non è che ci fosse molto in sé da fotografare; un po', immagino, perché nell'euforia di trovarsi sperduti laggiù, quella sera di gennaio, nel vivere così intensamente quei momenti, fotografare era l'ultima cosa che mi passava per la mente.
Ho quattro fotografie in tutto: una è questa, scattata all'alba del mattino seguente al nostro arrivo, prima di partire con l'autobus proprio alla volta di Aleppo.

Raqqa
Al Raqqa, gennaio 2000

Poi, l'altro giorno, il Corriere ha rilanciato queste immagini. E la prima cosa che ho pensato è stata che mai avrei immaginato, quel giorno, che proprio Al Raqqa sarebbe prima o poi salita alla ribalta delle cronache internazionali. A causa di una pioggia di missili.


[Purtroppo non posso eliminare la pubblicità dai video del Corriere. Poi, magari, dell'opportunità della pubblicità in taluni casi, ne parliamo un'altra volta]
TAG: Al Raqqa, siria
22.38 del 02 Dicembre 2013 | Commenti (0) 
 
21 Ultime dal fronte
LUG Amarcord, Prima pagina, Blog e luoghi
Un anno fa avevo scritto questo. Adesso pare debba scrivere qualcosa di analogo per Crac des Chevaliers.

TAG: homs, siria, crac des chevaliers
15.16 del 21 Luglio 2013 | Commenti (0) 
 
01 Vi racconto com'era
OTT Amarcord, Prima pagina, Blog e luoghi
La prima è una foto pubblicata oggi su Corriere.it e mostra quel che rimane del souk di Aleppo. Le altre le ho scattate io nel 2000 in quello che era uno dei bazar più famosi, belli, vivi ed estesi del mondo.

Dovete immaginare un labirinto infinito, molto angusto e buio, affollato da soffocare, nelle cui strettoie, fra migliaia di persone, riescono ad incrociarsi anche carretti trainati dagli asini con piccoli van motorizzati che riempiono i corridoi di monossido di carbonio.
Dovete immaginare di avere con voi solo pellicole ISO 100 ed essere senza flash, mentre cercate di farvi largo fra il buio e la penombra, annegando nella folla sterminata che vi travolge, vi risucchia, vi spinge e vi trascina non sapete più dove.
Dovete immaginare un caldo asfissiante, e rumore, molto rumore.
Dovete immaginare gli odori, i colori e il sudore.
Dovete immaginare il sangue, che dai banchi del girone infernale dei macellai scorre veloce lungo piccole canaline scavate nel terreno e si mescola con la polvere e bagna le scarpe.
Dovete immaginare il rito del tè, mentre trattate all'infinito per un tappeto, e siccome si è fatto tardi andate a comprare qualcosa da mangiare insieme al tappetaro col quale state trattando, lasciando lo zaino con le macchine fotografiche e i documenti in bella vista in mezzo al negozio, ché mentre state per afferrarli e portarli con voi lui vi fa segno di non preoccuparvi, di lasciare tutto lì, ché nessuno toccherà nulla. E naturalmente sarà così.
Dovete immaginare i grandi saloni sotterranei a volta, dove venite condotti per potervi lavare la mani, perché mangerete con le mani, e tutti vengono qua sotto a lavarsi, prima.
Dovete pensare che siete nel periodo del Ramadan, ed è il tramonto, e l'intero souk si riversa nei sotterranei per lavarsi, ché adesso si può iniziare a mangiare, e voi siete lì, con loro, in mezzo alle Mille e una notte, ed è tutto vero.
Dovete immaginare che quando uscirete, se troverete la via d'uscita dal labirinto infinito, tornerete a dormire al Baron Hotel, dove dormirono Agatha Christie e Lawrence d'Arabia, e i letti son sempre quelli, ché ad Aleppo il tempo si è fermato da sempre.

Dovete immaginare tutto questo.
Perché oggi non c'è più.

CorriereAleppo
Il souk di Aleppo oggi (fonte Corriere/Afp/Medina)
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Aleppo06
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Aleppo08
Il souk di Aleppo nel 2000. Il tappeto è ancora con me.
TAG: siria, aleppo
09.20 del 01 Ottobre 2012 | Commenti (2) 
 


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