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01 Dentro l'epicentro (Centodieci/70: L'Aquila)
SET Centodieci, Blog e luoghi
[Sì, siamo poi partiti, e questo post sarebbe stato molto diverso se lo avessi scritto a caldo la scorsa settimana, nel momento in cui (non) ho scattato le fotografie. Oggi mi viene così ed è molto diverso da quel che avrei voluto fosse.]

Dentro l’epicentro la prima cosa che ho imparato è a guidare. La seconda orientarmi. La terza improvvisare.
Dentro l’epicentro può capitare che le strade non portino dove devono portare. Qualche volta un cartello ti avvisa in tempo, qualche volta lo fa Google, qualche volta lo scopri davanti a una barriera, con ormai molti chilometri alle spalle, e fare inversione di marcia può essere complicato perché non c’è spazio.
Così può essere che il percorso più breve fra due punti che si trovano dentro l’epicentro sia quello che apparentemente richiede più tempo, lungo la strada più stretta e meno battuta, oppure che esista una nuova carrozzabile appena aperta, non censita dal navigatore, ma finché non ci sei in mezzo non puoi saperlo.

La strada provinciale ottantanove delle Marche attraversa l'epicentro. Fra la località Balzo e il bivio per Pretare a un certo punto si interrompe. Per la precisione, è interrotta per un solo chilometro, a trenta da Ascoli Piceno. Se è da lì che arrivi, l’interruzione non è segnalata, se invece arrivi da Arquata del Tronto, sì.
Noi arriviamo da Ascoli e stiamo andando ad Arquata. Quel chilometro chiuso significa tornare indietro fin quasi ad Ascoli e allungare la nostra rotta di due ore.
C’è un’altra macchina, sono dei ragazzi che stanno cercando di raggiungere il Monte Vettore, come noi. Anche loro incastrati di fronte all’interruzione della ottantanove. Li ritroviamo un quarto d’ora dopo bloccati nuovamente su una deviazione secondaria che, come noi, hanno inutilmente tentato di forzare.
Davanti alla strada sterrata interrotta scambiamo due chiacchiere con un tizio che abita in questo minuscolo villaggio disperso ai bordi del Parco dei Monti Sibillini, dove con la coda dell’occhio registro alcune case in pietra che hanno le mura esterne sventrate. Ci dice che non c’è modo di proseguire per Pretare, dobbiamo per forza tornare al punto di partenza e passare dalla superstrada.
Mentre ora, a casa sul mio divano, sto ricostruendo sulla mappa il punto esatto dove siamo rimasti bloccati, noto che Google mi segnala l’interruzione della strada, ma una settimana fa la indicava aperta.
Così niente, siamo tornati indietro e ripassati dal Via, punto e a capo.

Nel centro dell’epicentro anche i cartelli stradali possono perdere di significato, ma ci metti un po’ a rendertene conto. Così, se è sera e ti sei infilato con la macchina nel bel mezzo della zona rossa a L’Aquila - perché puoi farlo, è consentito, e se il tuo hotel è in mezzo alla zona rossa perlomeno ci provi - e stai cercando di rispettare i sensi unici, i divieti di svolta, le zone pedonali, i cartelli di pericolo e le barriere dei lavori in corso, in breve tempo sei nei guai e ti affanni preoccupato a cercare un modo sicuro per uscire dal labirinto buio e spettrale scavato fra centinaia di palazzi in rovina ed altri legati e puntellati da chilometri di impalcature in ferro.
È un reticolo nero, completamente privo di illuminazione pubblica, deserto, senza rumori. C’è solo un modo per descriverlo e se non ci sei stato non puoi comprendere o immaginare, perché nessuna fotografia né articolo di giornale può davvero raccontartelo.
Fa-paura.
Così, all’improvviso capisco, o semplicemente ci provo, perché non ho alternativa: svolto a destra e infilo contromano con la mia station wagon quel senso vietato che avevo già visto nel giro a vuoto precedente.

Non succede nulla. Non esiste in realtà alcun senso vietato. Non esiste un divieto di sosta, non esistono le strisce blu e gialle, non esistono i sensi unici, né i divieti di transito, né la zona disco, né il passo carraio. È tutta una messa in scena, un’intera segnaletica incoerente col contesto circostante, surreale, messa a nuovo o rimasta lì dal passato a rappresentare una quotidianità inesistente.
La verità è che devi arrangiarti e provare, ogni volta, anche perché quello che impari un giorno il giorno seguente potrebbe non essere più vero, e se ieri sei riuscito a entrare in quella piazza, domani potrebbe essere transennata, o esserci una manifestazione, o un nuovo cantiere, o semplicemente potresti non riuscire a ritrovarla più.

Riusciamo infine a raggiungere il parcheggio dell’hotel. Secondo Google siamo in mezzo a un labirinto di strade rosse chiuse.
Non ce la può fare, non ce la farà mai a portarci fuori di qui.

La quarta cosa che ho imparato è che l’epicentro sembra la guerra, ma non è la guerra.
Perché la guerra ha i suoi tempi e forse - forse - esiste un modo di prepararsi e assimilarla un po’ alla volta una guerra, mentre nell’epicentro, come mi ha detto Piero, è successo tutto in trenta secondi. E come puoi prepararti se il tuo mondo alle 3:32 del mattino c’è e alle 3:33 del mattino non c’è più?
Io ho visto gli effetti della guerra in Libano, in Nagorno, in Kosovo. Dentro all’epicentro la prima cosa che mi viene in mente è la Bosnia, i villaggi cancellati dalla follia della pulizia etnica, ma poi mi rendo conto che no: l’unica associazione possibile forse è con quel che ho visto a Chernobyl.
Quella sensazione angosciante di camminare in mezzo ai fantasmi. Perché la vita la vedi a Beirut e a Pristina, eccome, per non dire di Sarajevo, ma a Chernobyl no, e nemmeno a Pretare.
Adesso ti racconto Pretare.

Se arrivi da Ascoli Piceno e ti stai dirigendo verso il Monte Vettore - e come ora sai non puoi farlo lungo la provinciale ottantanove del Parco dei Sibillini - il primo pugno in faccia lo prendi ad Arquata del Tronto, appena superato un tornante che nasconde alla vista quel che c'è oltre: il "Madonna santa" che ti esce dalla bocca è più o meno l'unica cosa che lipperlì riesci a dire, ma la verità è che ancora non hai la minima idea di quel che ti aspetta più avanti e non sei preparato, nonostante tutto quello che credi di sapere e avere letto in proposito.
Più avanti, in direzione Castelluccio, attraversi Pretare. Solo che Pretare non c’è più. C’è solo un cumulo di macerie, enorme e schiacciante. Qualche tornante più sopra, dove si aprono dei prati, ci sono alcuni agglomerati di case prefabbricate, poco più di container, ciascuna con il suo giardino curato, tutte identiche, cambia solo il colore, marrone o giallo.
Non vedi nessuno in giro. Immagini che siano tutti lì, dentro quelle case prefabbricate col serbatoio dell’acqua sul tetto, ma non vedi un’anima.
La strada è stata riscavata fra le rovine del paese cancellato in pochi secondi una notte di due anni fa e non puoi che percorrerla piano, in silenzio, senza nemmeno respirare, perché non ci riesci. Fra i cumuli di macerie c’è quel che resta di una casa in pietra con un letto in ferro rimasto in bilico sulle rovine di un pavimento che non c’è più. Un armadio rotto al primo piano di un palazzo completamente sventrato. Montagne di pietre, ferro, detriti, polvere. Una sedia. Una vasca da bagno in pezzi. Assenza totale di rumore.
TI vergogni quasi a passare lì in mezzo, cerchi di farlo senza farti notare, ma la strada di lì passa, non c’è alternativa.
Vorresti forse fermarti, parlare con questa gente, ma non hai il coraggio e prosegui, indugiando appena di curva in curva perché non c’è nulla da fare, davanti agli incidenti si rallenta sempre per sbirciare.

Qualche tornante ancora e siamo sotto la bella parete del Monte Vettore, fra prati fioriti, animali, non un’anima in giro. Il contrasto è così forte che non piangere è davvero difficile.
La strada prosegue, scollina ed entra nell’altopiano dei Sibillini, girando attorno al Vettore e sconfinando in Umbria. È un panorama spettacolare, unico, selvaggio, da togliere il fiato. Anni trascorsi sull’arco alpino e non ho mai visto niente di simile. La giornata è splendida.

In mezzo all’altopiano, sulla cima di un piccolo promontorio, un paesino in lontananza: vista dal passo sul confine regionale, Castelluccio di Norcia è un gioiello, la cartolina perfetta. Decidiamo di fermarci per pranzo.
Un quarto d’ora dopo siamo a Castelluccio, che non c’è più. Quella dal passo è solo un’illusione ottica. Non le vedi le rovine da lontano. Sembrano case, sono macerie.
Se Pretare è un paese fantasma, Castelluccio è invece aggrappata coi denti alla vita: gli abitanti, quelli che sono rimasti, hanno inventato una nuova piazza lungo la strada principale, ai bordi delle macerie, circondata da roulotte e container, alimentata dai generatori di corrente. Ogni container un ristorante, un bar, un negozio di prodotti alimentari locali, uno di artigianato, un agriturismo, una locanda, un bed and breakfast. C’è moltissima gente, turisti, motociclisti, trekker: sono tutti qui per il pranzo.
Questa vita è una sfida alle rovine, uno schiaffo al terremoto, che è tutto attorno. Castelluccio è interamente distrutta, è tutta zona rossa, transennata, presidiata dai militari. C’è qualcuno che ha osato e ha aperto un negozio di souvenir ai bordi della strada, dentro quel che è rimasto in piedi della sua casa completamente sventrata.
Ci fermiamo a mangiare presso un camper che serve prodotti tipici, formaggi e salumi di Norcia, salsicce, birra artigianale. Condividiamo le tavolate in mezzo alla strada con gli altri turisti, i motociclisti, i camperisti, in un surreale palcoscenico da sagra paesana improvvisata in mezzo alla devastazione. Il cielo è color cobalto, il paesaggio del Monte Vettore domina l’altopiano e c’è una luce meravigliosa, c’è vento e fa fresco.
E nulla, veniteci.

Ci abbassiamo verso Forca Canapine per raggiungere Amatrice. Su un tornante giacciono - è il termine esatto - i resti di un rifugio appenninico collassato sotto il suo tetto.
Puntiamo L’Aquila per la via più breve, ma ancora una volta l’epicentro ci tradisce dopo molti chilometri: SS685 delle Tre Valli Umbre, una superstrada a quattro corsie, chiusa. Era aperta ieri, dannazione, avevo controllato. Tocca risalire sull’altipiano, perché anche la stretta strada del passo a Forca Canapine è franata. Di nuovo indietro fino al Vettore, dunque, di nuovo le rovine di Pretare, di nuovo quelle di Arquata del Tronto. Sono decine e decine di chilometri e tornanti a ritroso.
Rientrati sulla rotta, saltiamo Accumoli e Illica, che rimangono su deviazioni secondarie: quasi tutte le strade attorno a noi sono interrotte, ancora, a due anni dal terremoto.
E poi Amatrice, la regionale duecentosessanta in direzione L’Aquila le passa in mezzo.

Amatrice inizia con un cartello, “Sorveglianza armata”, e un posto di blocco dell’esercito che controlla il transito sulla strada. Tutti in fila a passo d’uomo.
La strada è stata scavata fra le macerie ed è chiusa ai lati da alte palizzate di legno. Non è possibile fermarsi e non è quasi possibile vedere nulla. Le palizzate nascondono Amatrice alla vista di chi le transita in mezzo con l’auto.
In realtà la barriera delimita ormai solo un’infinita distesa di macerie, ché quel che rimaneva del paese è stato interamente demolito e spianato dalle ruspe, per cui, attorno, non c’è più nulla, nel senso letterale del termine.
Più avanti, oltre il deserto di macerie e le palizzate, inizia la nuova Amatrice: una distesa di casette prefabbricate, giardini all’inglese tutti perfettamente uguali, uffici, negozi, ristoranti dentro strutture modulari. Insegne. Gente, tanta gente in giro. Una sagra, turisti. Vita. Parecchia, inaspettata, soprattutto dopo essere arrivati dalla parte del posto di blocco militare e delle palizzate.
All’improvviso sembra di essere in una qualunque località turistica alpina a Ferragosto, non fosse per le strane architetture prefabbricate. C'è pure un traffico piuttosto irreale. Quasi non hai percezione di quel che ti sei lasciato alle spalle solo cinquecento metri prima. Qui ci sono le televisioni, la stampa, lo Stato.

Be' certo, leggerete che lo Stato invece non c'è, che sono passati due anni e non è stato fatto nulla, che la politica ha fallito, che la gente di Amatrice è stata abbandonata, sapete tutto e avete probabilmente anche votato di conseguenza.
Ho guidato per nove ore in un territorio vastissimo, la cui orografia è complicata e le strade sono poche e tortuose. Vorrei scrivere cosa penso della ricostruzione, ma invece non lo farò. Ci vorrebbe un post altrettanto lungo, ci vorrebbe tempo, ci vorrebbero (altre) immagini (diverse), e poi ci vorrebbero dati e informazioni che non ho e che mi servirebbero per interpretare nel modo più oggettivo possibile quello che abbiamo visto coi nostri occhi e argomentare.
Mi mancano dei pezzi, ne mancano a tutti, e non è aria di ragionamenti complessi.
Magari davanti a uno spritz a L'Aquila.

Post scriptum: Non ho scatttato foto al terremoto per tutta la tappa. Non ho avuto il coraggio. Ho fotografato il Kosovo, ho fotografato la Bosnia e Chernobyl, e le case di Stepanakert e Shushi sventrate dai bombardamenti, ma davanti a Pretare non sono riuscito. E nemmeno a Castelluccio, né ad Amatrice. Ho fotografato il Monte Vettore, che è bellissimo.
Poi, nel labirinto spettrale della zona rossa dell’Aquila, dove non vive più nessuno, sì, mi sono lasciato andare. Volevo portare qualcosa con me delle sensazioni provate in quei due giorni dentro l’epicentro e fra le vie deserte del centro non avevo più la sensazione schiacciante addosso di disturbare l’intimità della gente in mezzo a quel che resta delle sue cose.
Adesso, a casa, passo in rassegna le mie foto per sceglierne qualcuna da inserire qua dentro e niente, non ci sono riuscito. Non c'è quel che abbiamo visto. Nessuna foto, perlomeno che sia in grado di scattare io, è in grado di raccontare la zona rossa dell'Aquila.


Aquila01
Il Monte Vettore salendo da Pretare
Aquila02
Aquila03
Panorami sul Monte Vettore da Castelluccio
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Castelluccio di Norcia
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Il Duomo dell'Aquila
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Immagini dalla zona rossa dell'Aquila

Tutte le foto del Parco dei Monti Sibillini sono qui.
Tutte le foto dell'Aquila sono qui.
TAG: l'aquila, terremoto, amatrice, sibillini, monte vettore, castelluccio, pretare
00.47 del 01 Settembre 2018 | Commenti (0) 
 
15 A noi ci rimbalza tutto
MAR Prima pagina

Alcune grandi compagnie aeree stanno decidendo di interrompere i propri voli per Tokyo per evitare di esporre il personale alle radiazioni. Lufthansa ha deciso di deiviare gli aerei su Nagoya e Osaka. I voli, inoltre, fanno scalo a Seul, per cambiare equipaggio, ed evitare che lo staff debba pernottare in Giappone; lo ha spiegato un portavoce della compagnia. E anche l'Air China, la compagnia di bandiera cinese, ha deciso di cancellare alcuni voli verso il Giappone, anche se si tratta di una decisione solo transitoria, seppure nata dallo stesso presupposto di Lufthansa, ovvero dalla volontà di non lasciare i velivoli parcheggiati di notte in Giappone. Non cambia invece i propri programmi, almeno per ora, Alitalia: l'amministratore delegato della compagnia, Rocco Sabelli, ha spiegato che «ad oggi i nostri voli sono regolari e tutti pieni». L'unica misura precauzionale, ha precisato, riguarda per il momento i piloti che volano verso il Giappone: «Viaggiamo con il doppio equipaggio per tornare senza dover pernottare in Giappone.


[Corriere.it, per cui poi magari non è neppure vero niente]

TAG: giappone, nucleare, terremoto, alitalia
16.00 del 15 Marzo 2011 | Commenti (1) 
 


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