Orizzontintorno Carlo Paschetto
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19 Il Golfo e io e tu
OTT Travel Log: Business Trips 2019
Quando rientro da New York salto regolarmente la nottata. Prendi quest'ultimo giro: siamo decollati dal JFK verso le diciotto, ora della costa Est, più o meno alle venti han servito la cena, poi mi sono guardato un film, verso le ventitré ho provato a sdraiarmi e chiudere un po' gli occhi, ma attorno a mezzanotte - sempre ora americana - han servito la colazione, perché in realtà stavamo già volando sull'Europa ed era ormai l'alba.
Un'ora e mezza più tardi, cioè alle sette e trenta ora italiana, l'una e trenta di notte per me, siamo atterrati. Ciao notte.
Però, nello spazio di poche ore, dall'oblò sul mio lato ho visto un tramonto e un'alba meravigliosi, e ho volato tutto il tempo con una straordinaria luna piena al mio fianco che si rifletteva sull'oceano.
Ho scattato qualche brutta e inutile fotografia, ché col cellulare hai voglia a catturarla la luna, dal finestrino di un aereo poi, e intanto pensavo che di Galveston e del Golfo del Messico avrei dovuto scrivere lipperlì, davanti al tramonto rosso fuoco dell'Atlantico, seduto al tavolino sulla terrazza di quel motel affacciato sulla spiaggia di Freeport.

Invece niente, come spesso mi accade da un po' di tempo, molto tempo ormai.
Ho scattato fotografie, troppe come al solito, e ho guidato qualche ora la mia Dodge Grand Caravan - praticamente una specie di inutile container a quattro ruote che consuma come un transatlantico - lungo le grandi autostrade del Texas e la costa deserta del Golfo, allontanandomi da tutto ciò da cui avevo bisogno di allontanarmi.
Il Golfo del Messico è un buon luogo per allontanarsi, in caso di necessità.
Avrei voluto una Mustang rossa per la verità, ché secondo me, se sei in America e hai bisogno di allontanarti da tutto, una Mustang rossa o una Camaro son quello che ci vuole. L'app della Hertz me ne proponeva una per 52$, un affare, ma il tempo di pensarci su un attimo e addio Mustang, andata.
Ci sarebbero state una Cinquecento, per dire, o una Ford Focus, ma che fai, sei in America e ti prendi un'auto da gita domenicale in Liguria?
Così alla fine la Dodge. Che saran stati sei metri di auto, non arrivavo nemmeno ad appoggiare il gomito sinistro sul bordo del finestrino da quanto era larga e non avevo nemmeno un borsello con me da trasportare. Ma non è che in Texas ci sia particolare problema a parcheggiare o far manovra, e quindi.
Se hai bisogno di allontanarti, una Dodge da sei metri, un esagerato motore V6 da tremilaseicento di cilindrata, è una buona alternativa a una Mustang rossa.

Il Golfo è un po' quell'America lì, quella delle auto coi motori tipo locomotiva, quella che era anche di Albuquerque, per esempio. Col senno di poi, poi quando sei in spiaggia intendo, una spiaggia lunga più o meno trecento miglia e larga almeno uno intero, con quel senno di poi ti rendi conto che in fondo non una Mustang, e tanto meno una Dodge.
Un pick-up maledizione, ci sarebbe voluto un pick-up, di quelli con le ruote enormi, quelle ruote che ti permettono di guidare per miglia e miglia proprio lungo la spiaggia deserta, costeggiando le onde, come quella volta in Namibia vent'anni fa, con la Rocsta Jeep a Walvis Bay. Ecco, quella roba lì.
Infatti gli americani, quei pochi che incrocio a sud di Galveston, hanno il pick-up. Loro sì che sanno l'America.
Io invece mi becco le zanzare e il sole che picchia, ché sul Golfo, in ottobre, ci son novantadue Fahrenheit e un'umidità tropicale.

È un po' quell'America lì, a sud di Galveston. Tipo che puoi accostare a bordo carreggiata, in mezzo al tutto piatto attorno, sdraiarti in mezzo alla strada e fare la solita foto come nel deserto.
Tipo che ti allontani dall'auto, fai due passi nel nulla fra erbacce e sterpaglie, e all'improvviso realizzi che non sei in Brianza e forse no, potrebbe non essere un'idea meravigliosa, potrebbero esserci un serpente, o le sabbie mobili, o un serial killer che spunta dai campi di granturco.
Poi ti tranquillizzi perché in effetti no, qui non ci sono campi di granturco. Ci sono gli uragani, per carità, ma il cielo questo pomeriggio è perfettamente limpido e caldo.
C'è il mare, da una parte e dall'altra, ché la strada corre per molte miglia su una specie di striscia pressoché deserta di sabbia ed erba, lunga lunga lunga e larga non più di un miglio, collegata al resto del Golfo e del mondo da un ponte.
Che in effetti sì, avercela una Mustang rossa. Non ci sono nemmeno i cartelloni pubblicitari per nascondere le pattuglie della polizia stradale.

È una serata magnifica e struggente a Freeport. Gli americani scendono direttamente in spiaggia coi loro pick-up e accendono un barbecue, c'è un tramonto tipo palla di fuoco che cala dietro le palme contornandone di nero la silhouette, per cui anche uno sperduto motel del cazzo in mezzo a una radura di sabbia e cespugli, ai bordi della provinciale, ti sembra il posto più bello dell'universo.
La temperatura è perfetta, nel bicchiere una specie di aperitivo colorato di giallo e rosso, lievemente alcolico, a base di rum, e una cannuccia.
Se potessi fermarmi qui, ora, per sempre, forse il dolore rimarrebbe di là dell'oceano, ma il punto è che invece di là dell'oceano è rimasto il pezzo di me che dovrebbe essere su questa sponda, ora, con me a questo tavolo, a far piani per fermarsi qui per sempre.
Che poi è un posto del cazzo, Freeport, per fermarsi per sempre.
Non fosse altro perché alla fine, prima o poi, arriva un uragano a piallarti quelle quattro assi sulle quali hai magari pensato di investire la tua vecchiaia.
E allora no, Pico tutta la vita, lo sai.

Ché me lo chiedo sempre, e ancor più me lo chiedo a Galveston: ma perché gli americani si ostinano a costruire questi castelli di legno e cartongesso fronte uragano per poi farsi evacuare un anno sì e l'altro anche, e trovarsi magari con una catasta di detriti e la lavatrice distrutta scaraventata a trecento metri di distanza in mezzo a una palude?

Pianto la bandierina anche sul Golfo e la mia lista americana si allunga ad ogni giro.
È ormai sera quando mi rimetto in viaggio verso Houston. Guido lungo le autostrade buie del Texas seguendo la voce metallica in inglese del navigatore, le insegne illuminate dei motel che scorrono alla mia destra, i grandi impianti per la raffinazione del petrolio, i concessionari di auto, gli enormi svincoli stradali dell'America, l'autoradio che non ne vuole sapere di trasmettere almeno un po' di musica country e si ostina a tormentarmi col reggaeton.
Lascio la Dodge nel parcheggio buio del piccolo aeroporto di Sugar Land. Chiamo un Uber - "to uber", dicono qui, lo declinano proprio come fosse un verbo, intransitivo direi - e rientro al mio hotel.
Domani mattina l'America torna ad essere solo un ufficio da questa parte dell'oceano, e allora tanto vale.
Dobbiamo venire in America insieme, altrimenti a che serve attraversare l'oceano, se tu rimani di là.

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TAG: Galveston, texas, usa, america, golfo del Messico
19.37 del 19 Ottobre 2019 | Commenti (0) 
   
03 I touched the Moon
MAR Travel Log: Business Trips 2019
Al mio terzo ritorno a Houston, complice un weekend, sono finalmente riuscito a farmi un giro allo Space Center della NASA. A parte questo, la solita piatta desolazione di Sugar Land, un clima indeciso se virare decisamente all'estate già a febbraio o sparare ancora qualche cartuccia dell'inverno a salve texano e serate a macinar chilometri sul tapis roulant dell'hotel, nella speranza di contrastare gli hamburger e le birre della Big Ben Tavern, dove sono solito chiudere le mie giornate davanti a una partita di basket o di hockey, a meno sette fusi orari dalle mie abituali compagnie serali.

La speranza non serve a nulla: atterro a Milano a più quattro chili dalla partenza di tre settimane fa, che vanno a sommarsi ai più due del giro precedente. Nemmeno le scarpette in valigia e cinquanta chilometri fissando un monitor mi hanno salvato: un mese yankee è stato sufficiente a rubarmi un anno di dieta e allenamenti.
Guardo frustrato la bilancia e mi prende lo sconforto. Maledetto Texas, maledetta America. Non dovrei esser qui.
A malincuore rimando qualunque piano di emergenza casalingo, ché ho già il prossimo biglietto aereo nella casella di posta: ho giusto il tempo di sistemar le foto, far due lavatrici e la nota spese, riallineare inutilmente il jet lag e cambiare il tag al trolley, ché a questo giro ho imbarcato e me lo han fatto a pezzi.

Il Saturno V fa paura, sappiatelo, gli astronauti dell'Apollo erano pazzi, pazzi, pazzi.
Ho toccato un pezzettino di Luna ed è stato emozionante.
Sulle tangenziali di Houston si può viaggiare anche a cento miglia all'ora nonostante il limite delle sessantacinque e non è vero che gli sceriffi sbucano all'improvviso da dietro i cartelloni pubblicitari per inseguirvi.
Bryan infila un "you know what I mean" ogni due frasi, ma invece no, io non lo so cosa vuol dire, non lo capisco proprio.
Texas, la noia. Non che la Pennsylvania, comunque.
Son certo che avevo mille altre cose, ma di questi tempi il mondo gira troppo veloce attorno a me e non riesco a fermar nulla, non ricordo, tutto scorre fra un oblò, un monitor e una nuova alba sul vecchio mondo che arriva sempre troppo presto.

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Houston Space Center, TX
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Il razzo Saturno V che ha portato gli uomini sulla Luna
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I touched the Moon
TAG: houston, Texas, usa
23.58 del 03 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
01 Houston secondo me
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Quindi la scorsa settimana mi son preso un pomeriggio, il pomeriggio del mio compleanno, mi son fatto dare un passaggio da Bobby e ho fatto un giro in centro a Houston.
Houston è proprio quella roba lì che uno - perlomeno io - si immagina. Prendi l'auto anche per attraversare la strada e andare all'edicola, perché il pedone a Houston non è previsto. Nemmeno l'edicola per la verità.

Houston (l'ho già scritto, sì?) è una ragnatela di svincoli autostradali, un pugno di grattacieli ad uso uffici a downtown, parcheggi all'aperto e parcheggi a silos di proporzioni adeguate al Texas, concessionari d'auto, burger king, tacos drive, burger drive e occasionali centri commerciali. L'attrazione più visitata a Houston è The galleria, un centro commerciale, nemmeno troppo grande e nemmeno a downtown.
Sono stato un'ora a gironzolare per The galleria, ho messo piede all'Apple Store, che è uguale a tutti gli Apple Store del mondo ma aveva esaurito gli AirPods, ho messo piede al Microsoft Store che vendeva Dell e HP, ho messo piede al Tesla Store, sono stato dentro alla Tesla Model 3 e non mi è piaciuta, ho messo piede da Macy's, da Oakley, da Starbucks e in qualche negozio di abbigliamento, e alla fine è stato come trascorrere un'ora al Gigante di Villasanta a menarsela.
Non ho comprato nulla e lì è finita Houston.

Houston è armata, così armata che all'aeroporto alcuni cartelli all'ingresso delle partenze raccomandano di non entrare con armi non dichiarate. Se sono dichiarate va tutto bene, ma non ho capito se è poi necessario imbarcarle o si possono portare come bagaglio a mano.
Houston è fredda a gennaio e rovente d'estate, flagellata dall'umidità, dalle zanzare, dalle inondazioni e battuta pure dagli uragani. Sostanzialmente un posto di merda, tipo che almeno a Cologno Monzese ci sono i bar dove rovinarsi alle slot machine, a Houston al massimo puoi sfondarti di hamburger chiuso in macchina dentro un parcheggio.

Sono stato a Houston una settimana e ho preso tre chili, perché in America c'è sempre 'sta cosa che a colazione te la menano col latte scremato, parzialmente scremato, scremato al novanta per cento, totally fat free, e sedici diversi tipi di dolcificante zero calories, e poi però ti puoi ammazzare con uova e bacon e pancakes e waffles con lo sciroppo d'acero e pane fritto e imburrato e muffin da ottomila calorie, e gli hamburger partono da novecento calorie in su, fino ai jumbo combo da duemilacinquecento più mezzo chilo di patatine fritte, serviti sotto a un cartello che ti ricorda che il fabbisogno calorico medio giornaliero è di duemila calorie e che devi fare attività fisica, mentre accosti direttamente al McDrive a bordo del tuo pickup da sette tonnellate, ottomila di cilindrata.

Così sono stato a Houston e aumenta il numero delle città americane dove sono stato in questi anni senza aver mai fatto davvero un viaggio in America. Numero che peraltro è pure destinato ad aumentare, così come quello delle volte in cui mi accingo a tornare in America a breve - pure a Houston - per cui alla fine sarò stato in America settordicimila volte, ma tutti continueranno a parlarmi del Grand Canyon e di Las Vegas.

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Houston, Texas
TAG: Houston, Texas, USA
00.19 del 01 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
21 Fahrenheit cinquantaquattro
GEN Diario
Così per la prima volta in vita mia il giorno del mio compleanno sono altrove. A Houston fa freddo ed è la terza volta in dieci mesi che torno negli Stati Uniti. A Houston non c’è nulla, così nulla che negli hotel è normale ordinare da mangiare dai fast food a domicilio e farselo portare in camera.
C’è un pugno di grattacieli a downtown, un reticolo infinito di autostrade a sedici corsie che le si attorciglia attorno, e niente altro. In giro nessuno, la gente qui si sposta solo in macchina. Non ci sono quasi negozi, a meno dei centri commerciali, non ci sono ristoranti, a meno dei fast food, dei burger king, dei tacos, dei pizza take away. Houston è la città col più alto tasso di obesità degli Stati Uniti e il maggior consumo di aria condizionata.
Non c’è alcun motivo al mondo per venire a Houston, a meno che tu non lavori a Sugar Land. Io ora sto lavorando a Sugar Land.

Così ho cinquantaquattro anni e grazie ai fusi orari ho due giorni e sette ore in più dell’età anagrafica. Il 2019 è iniziato da soli ventuno giorni e ho già volato quattro volte, attraversato un oceano, messo piede in quattro paesi stranieri e fatto un’altra foto con l’elmetto.
Cinquantaquattro anni sono un discreto precipizio dal quale provare ad affacciarsi e guardare giù. Vito ne aveva cinquantacinque. Stefano ne aveva quarantasette e qualche giorno fa se n’è andato anche lui senza avvisare, come Vito, per caso, non per ingiustizia, ché la giustizia e il senso non c’entrano nulla, il caso sì.
Io Stefano lo conoscevo, Vito praticamente no, e tuttavia i sottotitoli che scorrono sotto l’immagine riflessa ogni mattina nello specchio sono gli stessi.

Così sabato eravamo in chiesa, il trolley appena disfatto lasciato sul letto di casa, ché ero appena rientrato dalla Germania e dovevo ripartire subito per gli States, e mentre ero in chiesa pensavo che era tanto tempo che la morte non colpiva così vicino, e che forse la cosa davvero priva di senso è che ci alziamo ogni mattina, non che il caso ci porti spesso via senza avvisare, un po’ quando vuole, e che dovremmo stupirci di più ad ogni nostro risveglio e farne qualcosa di utile.
Poi invece non ci riusciamo quasi mai e amen. Perlomeno, io non ci riesco.
Così sabato in chiesa pensavo che sono un po’ stronzo e anche che un po’ di fede, o perlomeno il dubbio, non guastano mai.

Così, dopo non so più quanti anni che ci raccontiamo le nostre vite ed essermi tenuto per tutto questo tempo ostinatamente a distanza da ogni altra occasione di intrecciarle davvero, è capitato che (mi) ci volesse una chiesa per conoscere infine .mau., e MrFisk, e dirsima, e Bob Draco, e anche altri che non sono (stato) capace di ricordare già l’istante dopo esserci presentati e spero mi perdonino se e quando ricapiterà che ci incontreremo di nuovo e non li riconoscerò, perché no, il contesto non favoriva, e già io non sono fisionomista di mio, anzi, sono un vero disastro, ho anche scritto un post non molto tempo fa sul fatto che non mi ricordo delle persone dopo che me le hanno presentate, nemmeno se ci sto assieme per tre ore in riunione chiuso dentro una stanza, figùrati lìpperlì che perdipiù ero già di mio parecchio altrove, occupato a cercare di distogliere lo sguardo da un po’ tutto e a divincolarmi dal disagio, dall’inadeguatezza, dallo smarrimento, dall’inevitabile transfer dell’immaginare il destino che scambia la carta d’imbarco col tuo vicino in coda nel quale ti rispecchi, per poi scacciare immediatamente il pensiero, vergognandoti anche un po’ del provare a far tuo anche per un solo istante quel dolore che non ti appartiene e che ti appare sconfinato.

Così, dopo la messa, ero lì in disparte fuori dalla chiesa, incapace a trovare una collocazione giusta al mio malessere, e osservavo con la coda dell’occhio la folla, cercando di non perdere di vista i movimenti di Lorenza, mia unica guida nel mondo immaginario, sperimentando la sensazione del tutto straniante di conoscere tutti e non conoscere nessuno, non avere la minima idea di chi fossero le persone attorno a me eppure sapere probabilmente molte più cose di buona parte di loro di quanto non sappia cosa combinano i miei figli a scuola ogni giorno, e l’impossibilità e l’incapacità di associare un volto reale ai nickname e a ciascuna di quelle storie quotidiane che mi accompagnano da anni, rendermi conto di non aver mai assimilato davvero nemmeno le fotografie e gli innumerevoli selfie che pubblichiamo di continuo, e dunque la disarmante e sorprendente estraneità di quella che è la mia abituale e familiare comfort zone, come i pezzi alla rinfusa di un puzzle dentro a una scatola priva della figura intera.
Vorrei ringraziare MrFisk e .mau., gli unici peraltro ai quali avevo già dato un volto a priori, per avermi sottratto a quel disagio e anticipato nel rompere il ghiaccio. E sì, ci sarebbe voluta tutt’altra occasione. Capiterà spero.

Così non l’ho mai fatto e ho sempre volutamente evitato di interrogarmi sul senso di una comunità alla quale appartengo da anni (le appartengo?), incomprensibile a chiunque altro io frequenti al di qua del monitor, così ad altrui incomprensibile da averci scritto anni fa un post particolarmente polemico, mirando dritto alla mia generazione e agli amici coi quali divido bottiglie di vino fin da quando nemmeno avevo la patente, così a fuoco che sono certo quegli stessi amici mai lo abbiano letto, pur essendo il post in assoluto più letto in sedici anni di questo blog.
Capiscono molto più Leonardo e Carola quando racconto loro di amici in ogni dove che fanno e sanno cose che io non so e non faccio, e pur sempre resto convinto, un po’ come Yeridiani, che almeno per quanto mi riguarda il confine del monitor contribuisca alla conservazione della mia comfort zone e al mio essere quel che sono, mi consenta di riappropriami ogni giorno della mia identità.
Ciò non toglie che talvolta poi io scavalchi il monitor. Con Stefano (e Federica) lo avevo scavalcato, naturalmente un po’ trascinato a farlo.
E alla fine è tutto lì.

Stefano era un viaggiatore, più di me, di quelli che ho sempre invidiato un po’. Ci siamo conosciuti nel momento in cui io volavo di meno e lui di più, ci siamo raccontati i nostri voli e i nostri figli hanno giocato insieme sul tappeto di casa. Ci siamo frequentati poco. Io frequento poco tutti, a volte forse troppo poco, a volte quasi per nulla, ma Stefano istintivamente mi piaceva molto. Quelle cose che ti annusi e il resto va un po’ da sé, o forse te lo immagini e basta.
Ho sempre invidiato soprattutto il suo avatar.
Vorrei dirgli che le foto con l’elmetto sono un po’ ispirate a lui, ma è tardi.

Il mese prossimo dovrei tornare nuovamente negli Stati Uniti, volare in New Mexico, poi andare direttamente in Brasile e poi ritornare ancora in Texas dal Brasile. Poi voglio stare a casa un po', che ho cinquantaquattro anni, ho delle cose e una vita a casa di cui occuparmi, e non voglio più partire da solo.
Dice che i blog sono tornati di moda. Per febbraio sono già a posto.
Da qualche tempo non riesco più a governare i capelli e mi appaiono sempre più bianchi, o forse sono io che mi sembro sempre più stanco.

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TAG: Houston, Texas, compleanno
06.07 del 21 Gennaio 2019 | Commenti (0) 
   


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