Orizzontintorno Carlo Paschetto
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17 Chi sono i cattivi
FEB Prima pagina
Dipende (via Lorenzo).

StrageCristiani1
Corriere.it del 17 febbraio 2014
StrageCristiani2
The economist, 17 febbraio 2014
TAG: nigeria, repubblica centrafricani, religione, guerra
21.45 del 17 Febbraio 2014 | Commenti (0) 
 
23 New kids on the blocks
SET Lavori in corso
Ho finalmente completato le schede dei due viaggi estivi alle Canarie e nei Balcani. In linea, come al solito, itinerari, appunti, fotografie, videoclip (uno solo per la verità, messo insieme con qualche spezzone girato alle Canarie) e una nuova sezione specifica di foto panoramiche.

E niente, ora devo anche trovare il tempo di rifare a ritroso tutte le schede e l'archivio fotografico dei viaggi ante 2010, e soprattutto mettere su le ultime cinque tappe del Progetto 110 che ho inanellato quest'estate e che ancora giacciono fra i meandri del mio hard disk.

TAG: canarie, fuerteventura, lanzarote, balcani, tirana, kosovo, macedonia, montenegro
17.45 del 23 Settembre 2013 | Commenti (0) 
 
01 Western Balkans/4: pics, route & more notes
SET Travel Log: Western Balkans
Ho studiato tanto questi giorni, e letto, e guardato, e cercato cose. Stavo mettendo a posto le foto del viaggio nei Balcani e continuavo a soffermarmi su quelle del Kosovo, e su quella sensazione che non mi abbandonava di qualcosa che non torna.
Nel gennaio del 2005, in Bosnia, ero andato sulla scia di un percorso che avevo in testa e di idee a cui volevo provare a dare una forma concreta in qualche modo. Lasciata alle spalle la frontiera con la Repubblica Srpska, una volta entrati in territorio bosniaco, la strada correva attraverso una surreale campagna deserta e innevata, completamente minata per chilometri e chilometri. Non le avevano tolte: erano ancora lì, a milioni. Semplicemente, ai bordi della carreggiata, a intervalli regolari, i cartelli rossi col teschio bianco ti ricordavano di non fermare l'auto per andare a pisciare in mezzo ai campi.
E poi quei villaggi, interamente piallati. A dozzine. Piallati vuol dire che non c'era rimasto altro che i perimetri delle fondamenta a ricordare la dislocazione delle case. Per il resto, frammenti di pietre bruciate. Da allora, per me, la pulizia etnica è rappresentata dai perimetri delle case disegnati per terra dai resti delle fondamenta bruciate.

Poi arrivavi a Sarajevo, entravi in città proprio attraverso il viale dei cecchini - ormai lo chiamavano così. C'era ancora lo scheletro bruciato di quel grattacielo che tante volte avevo visto in televisione, quello dell'hotel, come si chiamava... C'erano i fori dei proiettili sui muri delle case e le buche scavate nell'asfalto dalle granate, riempite con la gomma rossa, a simboleggiare il sangue. C'era quel mercato, quello dove era caduta la bomba. E i blindati in città. E c'erano i cimiteri attorno a Sarajevo: ce n'era anche uno, grande, proprio dietro alla casa dove alloggiavamo.
E mentre giravi a piedi per Sarajevo, col freddo e la neve, e ti guardavi attorno, all'orizzonte, verso le montagne che la circondano, Sarajevo all'improvviso ti era chiara. In qualche modo ti entrava dentro con violenza e potevi - forse - capire.

Sarajevo
Sarajevo, 2005

Al ritorno non scrissi quasi nulla di Sarajevo, allora. Né di Mostar. Né di quelle case bruciate e di quelle mine che non ti abbandonavano e ti seguivano ben oltre la frontiera bosniaca, anche una volta rientrati in Croazia, e la gente andava al mare qualche chilometro più avanti senza nemmeno immaginare che dietro di loro, molto vicino a loro, ci fossero i cartelli rossi a bordo strada, ché tanto i turisti mica si spingono nei paesi all'interno.

Così, mi viene anche da pensare che c'è sempre chi ti chiede perché vuoi passare un Capodanno a Sarajevo nel 2005 e che ci vai a fare in Kosovo nel 2013, e peraltro non sono nemmeno gli unici avanzi di guerra che io abbia visto in questi anni, sono solo i più vicini. Poi, spesso, quelli che te lo chiedono sono gli stessi che vanno al mare in Croazia a pochi chilometri dalle case bruciate e dai cartelli rossi, perché il mare è così bello e sei in Croazia, mica in Bosnia; o ad esempio in giro col pullman turistico in Birmania, o con Avventure nel mondo a vedere i gorilla in Rwanda. Per dire.
Ma non è di questo che volevo scrivere. E poi non ho scritto allora per motivare il mio viaggio in Bosnia, non vedo perché farlo oggi.

Ma, quel che andavo pensando mentre guardavo le foto del Kosovo, era che mi mancavano dei pezzi. Ché sulla strada fra Pristina e Pejë ne abbiamo viste eccome di case bruciate e di villaggi piallati, ma il Kosovo, in qualche modo, non mi penetrava sotto la pelle e non è che io possa dire di essere vaccinato a certe cose, ammesso che ci si possa vaccinare per certe cose, ché poi io in vita mia ho solo visto avanzi di guerre, nemmeno guerre vere, oppure guerre fantasma a pochi chilometri da me, ma che stavano tutto attorno a me, non in mezzo a me. Ché l'angoscia della guerra è devastante e irreale allo stesso tempo, ché quando l'affronti a viso aperto, davanti a te, ti viene fame lo stesso, e da bere una Coca Cola lo stesso, e da farti una doccia in un hotel e guardare la televisione lo stesso.
Provai a farne un flame qualche settimana fa su un social network, con quelli che si indignavano e inorridivano per i turisti a Sharm tirando in ballo l'ignoranza, la necessità di studiare, di approfondire, di capire, la psicologia, la cultura, il dolore.
Sì, certo. La psicologia delle Nike prodotte nel terzo mondo, anche.

E insomma, io studiavo, l'altra sera, senza alcuna necessità se non quella di fare ordine in alcune mie cose e nei percorsi che mi avevano portato in Kosovo anche con lo scopo di mettere una delle mie ultime bandierine in Europa. E di far tornare il quadro.
E ho trovato questo. Che vorrei pregarvi di trovare il tempo di guardare, tutto. Dura poco più di un'oretta. Magari al posto di una puntata di CSI.
Non perché ci sia nulla da imparare, o qualche messaggio rivelatore, o chissà che risposte alla psicologia, alla cultura, all'indignazione, al dolore. Ma solo così, perché è - cercate di comprendere il significato del termine, nel contesto - molto bello.
Attenzione: è anche molto duro, a tratti.


In realtà quel che volevo fare era scrivere due righe anche sull'Albania, e sulla Macedonia, e sul Montenegro. Ché questo non è stato solo un viaggio in Kosovo e d'altra parte il Kosovo è pure stato il posto dove ci siamo fermati meno, a conti fatti una sola notte a Pristina, e però allo stesso tempo è stato quello che abbiamo visitato di più, complici le dimensioni del Paese (più o meno quelle dell'Abruzzo ) e una rete stradale interamente ricostruita nelle sue vie di comunicazione principali.
È che quando viaggi per otto giorni consecutivi quasi senza soluzione di continuità, attraverso quattro Paesi sostanzialmente differenti, cambiando lingua, moneta, cultura, costumi, religione e a tratti persino paesaggio, il tempo percepito subisce una dilatazione spaventosa e ti sembra di essere in viaggio da mesi, perché la verità è che mentalmente è così.
Così, ora, io, a distanza di una settimana peraltro, dovrei scrivere di quattro viaggi diversi. O anche solo di tre, avendo già detto altrove del Kosovo...
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TAG: balcani, kosovo, albania, montenegro, macedonia, guerra, bosnia, sarajevo, pristina
17.49 del 01 Settembre 2013 | Commenti (0) 
 
10 Canarie/2: cast away somewhere in Jandìa
AGO Travel Log: Isole Canarie
Prendi le Hawaii, tipo. Togli loro la giungla, la barriera corallina e i grattacieli di Honolulu. E anche un bel po' di gente, e di cartelli, e di regolamenti americani. Lascia le onde, il colore dell'oceano, i vulcani e la lava. Tanta lava, mari di lava e spiagge nere. Ma anche e molte e soprattutto spiagge bianche, deserte, sconfinate, così grandi che è impossibile abbracciarle con lo sguardo, per quanto in alto tu salga lungo i fianchi del vulcano, arrampicandoti per chilometri grazie a strade vertiginose e sterrate, scavate nei fiumi di pietra lavica, qualche cactus, a volte, qua e là.

Oppure prendi La Reunion. Toglile la giungla e le piantagioni di bouganville, e le baguette dei fornai di St.Denis. Tieni le onde, i tornanti nel vuoto senza parapetto, il vulcano, gli squali.
E il vento. Ma di più, molto di più, più di quanto tu sia preparato, sapendolo prima. L'aliseo costante e violento che spira ininterrottamente e che, se al vulcano sali in cima, può raggiungere raffiche oltre i cento orari, così forti che devi chiedere ai Tati di restare accucciati a terra, o ancor meglio sdraiati, perché potrebbero venire sbattuti a terra, ché tu stesso fai fatica a rimanere in piedi e vorresti aggrapparti a qualcosa.

Prendi poi quel ristorantino in fondo alla penisola di Jandìa. Così remoto e isolato che sembra ci arrivino quasi solo le Land Rover, dopo chilometri di pista sterrata, attraverso dune di sabbia portata dal Sahara e ancora, il solito, mare di lava nera e rossa e gialla, spazzata dal vento sferzante, che ti spinge e trascina fino in fondo alla punta estrema di Fuerteventura, al faro sull'oceano.
E poco prima della fine, un chilometro forse, c'è questo minuscolo insediamento di pescatori, di piccole case basse bianche e roulotte ancorate al terreno sabbioso. Un villaggio di roulotte qua in fondo al mondo, affacciato sull'Atlantico e su una piccola spiaggia nera.
Non c'è quasi anima. A tavola ti portano pescado e queso majorero, che non puoi dire di esser stato a Fuerteventura se non lo assaggi, che l'assaggio va avanti poi un pranzo intero, anche se sai che l'aglio ti tornerà su poi per tutto il pomeriggio.

E il piccolo e abbandonato e sperduto cimitero di Cofete, a pochi metri dalla sabbia infinita di Playa barlovento de Jandìa, chiusa e nascosta al resto del mondo dalla barriera scura dell'antico cratere che la delimita per chilometri, così remota e flagellata da onde cosi grandi da essere quasi claustrofobica, nonostante gli spazi immensi.

E il deserto. E ancora lava. E ancora sabbia. E lava. E sabbia. E onde. E lava. E vento. E oceano.
Soprattutto, e nessuno. Per chilometri e chilometri.

(E perdonate le foto, ché purtroppo sempre con l'iPhone mi sto arrangiando).

Canarie10
Canarie11
Canarie12
Península de Jandía, Fuerteventura
..
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TAG: Canarie, Fuerteventura
01.03 del 10 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
03 Canarie/1: just blown to Fuerteventura
AGO Travel Log: Isole Canarie
Quando vi dicono che le Canarie sono ventose quel che cercano di comunicarvi è che la galleria del vento di Maranello, al confronto, è una giostra per bambini. Tipo che oggi, tranquilla giornata di inizio agosto, stagione calda per eccellenza cinquanta miglia al largo della costa del Sahara Occidentale, nord Atlantico, il meteo locale dice ci attestiamo attorno ai 50km/h di media, ma comunque i prossimi giorni è uguale.
Tipo che in teoria ci sono ventisei gradi, forse anche ventotto, ma la Lonely Planet dice che potrebbero essercene anche trentotto, comunque non più di quaranta, ché d'altra parte sempre davanti al Sahara siamo, e per la precisione questo è uno scoglio di sola lava e dune di sabbia bianca trasportata dall'Africa lì davanti, quasi completamente privo di vegetazione, così estremo e surreale e arido e inospitale che nemmeno ti sfiorerebbe l'idea di lasciare per un solo istante la preziosa amicizia dell'aria condizionata della tua auto, e invece te ne vai in giro un po' perplesso fors'anche indossando la felpina, che per fortuna hai ficcato in valigia sfidando all'ultimo grammo i mastini inferociti del check-in di Ryanair, ché sarà anche che ci sono ventisei, forse ventotto gradi e sei davanti al Sahara ad agosto, ma anche sticazzi, pardón, ché nemmeno in piedi riesci a stare, boia di un giuda.

E niente, deve essere l'annata delle isole tempestose, ché solo tre mesi fa avevi di che ridire dell'allucinante clima delle Fær Øer, come se poi fosse strano smazzarsi grandine e neve orizzontali a sessanta gradi di latitudine a fine aprile, e stavi lì a scomodare paragoni con il vento delle Svalbard e della Patagonia, e adesso to', vieni un po' qui a vedere com'è stare alle Canarie, che son più brulle - assai di più, per quanto possibile - delle Fær Øer, a trenta gradi meno di latitudine e venti più di temperatura dell'aria. Poi ne parliamo.

Così, mentre i Tati dormono qui al mio fianco, ché la giornata è stata lunghissima, sveglia alle 3:30, quattro ore di volo attraverso un pezzo di mondo, un'oretta di auto fra pianure di lava e dune mosse, il bagno nell'oceano delle onde grandi - prima volta per Tata piccola - e tutto un nuovo pianeta poi da scoprire giocando e correndo su una delle cinque spiagge più grandi al mondo, dopo che infine sono dunque stramazzati, sfiniti, sfiancati anche dal piccolissimo jet lag che per loro è pur sempre grande, io me ne sto infine qui a raccogliere un istante le idee, le mie prime impressioni, ché son stanco anch'io, ma il vento, l'aliseo atlantico, urla senza sosta fuori, sbattendo contro le finestre e facendo scricchiolare - giuro - i muri, e credetemi, par d'essere peggio che a Tórshavn.

Che adesso lo capisco il perché, qui. Perché le grandi traversate a vela dell'Atlantico lungo la rotta degli alisei parton da qui.
Perché se solo t'azzardi a tirar su un fazzoletto, e la stagione è quella giusta, vieni sbattuto sulle coste de Los Roques senza che tu abbia nemmeno fatto a tempo a dar acqua al timone.
Che comunque, visto da qui, ci vuole del pelo sullo stomaco a metter vela in acqua per andare a sfidare 'sto vento e l'onda lunga atlantica. Ma poi io sono un alpinista, che ne so.

Come e perché poi Tati ed io siamo arrivati fin qui è più o meno presto detto.
C'è innanzitutto che il titolare qui ha sempre da metter nuove bandierine, si sa, e pare ormai che i Tati c'abbian preso gusto, ché del resto la pasta ben quella è.
C'è che ormai son grandicelli e il Mediterraneo ci aveva rotto, e del resto era ben ora di portare Tata piccola un po' più in là. A dir la verità avevamo intenzioni più bellicose assai, ma l'economia della faccenda non era facile da far quadrare, e dunque abbiamo ripiegato - si fa per dire - risolvendo in questo modo l'equazione mare + nuova destinazione + non troppo lontano-ma-non-Mediterraneo. Per le intenzioni davvero bellicose sarà forse per il prossimo anno.
C'è infine che nel 2013 sto dando fondo al mio rush finale per terminare definitivamente l'album dell'Europa, ché dopo le Fær Øer a fine aprile, al ritorno delle Canarie, fra un paio di settimane (ri)partirò alla volta dei Balcani Occidentali per chiudere il conto anche con Albania, Macedonia, Kosovo e Montenegro. A quel punto, secondo l'insindacabile regolamento del CIGV, mi mancheranno ufficialmente solo Azzorre, Madeira e la più impegnativa Islanda, che però rimanderò fino a che non avrò almeno una quindicina di giorni pieni fuori stagione.

E insomma, qui siamo da qualche ora. Del vento vi ho detto, della lava e delle dune anche. Delle grandi onde oceaniche sfidate dai Tati, pure. Sappiate anche che abbiam visto un vero vulcano, nerissimo e a cono perfetto come si conviene per ogni vulcano che si rispetti.
Io sto viaggiando senza reflex. Ormai sta diventando la regola. È possibile che qua mi taglierò spesso le palle per aver voluto rinunciarvi, sappiatelo. Tutto il resto di quel che qui state leggendo e vedendo è made with iPhone+iPad. Sorry per la qualità.

Canarie01
Canarie02
Playa de Jandìa, Fuerteventura
TAG: Canarie, Fuerteventura, Jandìa
23.21 del 03 Agosto 2013 | Commenti (0) 
 
22 Panama/6: il canale
MAG Travel Log: Round the World
Scrivere a quasi tre settimane dal rientro non mi piace. Epperò la bozza di 'ste due righe l'avevo in canna da giorni, le immagini le avevo già montate, cercavo solo una mezz'ora di tempo per consolidare un po' le idee, trovare il filo.

Il Canale di Panama lo si può percorrere in molti modi. Uno dei più caratteristici è prendendo il treno della Canal Railway che tutti i giorni collega Panama City, sul Pacifico, a Colòn sull'Atlantico.
Il treno lascia la capitale all'alba e segue la sponda del canale per quasi tutto il percorso, attraversando lunghi tratti di foresta tropicale e i laghi del Gatùn. Ci vuole poco più di un'ora da un oceano all'altro ed è un viaggio bellissimo, permeato dall'umidità e dalla foschia che salgono dalle acque e avvolgono l'atmosfera tutto attorno.
Poca gente, quasi nessuno, qualche isolato turista. Puntualità garantita al minuto, naturalmente.

Sono arrivato a Panama di giovedì sera tardi, dovevo ripartire il lunedì per l'Europa. Il treno c'è solo nei giorni feriali e parte da Panama City alle sette del mattino. Bisogna essere in stazione una mezz'ora prima per acquistare il biglietto. Riuscire a prenderlo è stata una scommessa contro una stanchezza da incubo ed il jet lag, con la consapevolezza che sarebbe stata un'occasione irripetibile.
Ne è valsa la pena, eccome.

CanalTrain
In viaggio con la Panama Canal Railway Company

Navigare il canale, naturalmente, si può. Ci sono parecchie agenzie che offrono l'escursione, anche se probabilmente, avendo più tempo a disposizione e studiando meglio la cosa, è sicuramente possibile percorrerlo a bordo di qualche nave portacontainer, il che renderebbe il viaggio ancora più straordinario di quel che già è.
L'intero percorso dura dalle otto alle dieci ore, a seconda del traffico, ma le agenzie turistiche lo programmano solo una volta al mese. Nei fine settimana ci si può invece imbarcare a Gamboa, a metà del canale, ed effettuare il transito lungo la sezione meridionale, fino a Panama City. La navigazione dura circa quattro ore e consente di attraversare due dei tre sistemi di chiuse, quello di Pedro Miguel e quello di Miraflores.
Le chiuse del Gatùn, le più grandi al mondo, si trovano a nord, dall'altre parte dell'istmo, nei pressi di Colòn. Non potendo attraversarle navigando, ci sono andato in auto, ché ne vale comunque la pena eccome. La terrazza panoramica si eleva proprio sopra alle chiuse, all'altezza dei ponti delle grandi navi portacontainer che, nel transito, sfiorano quasi l'obiettivo della macchina fotografica.

Scrivere oggi dell'esperienza vissuta lungo il Canale di Panama ha poco senso, come ne ha sempre poco cercare di ritrasmettere a distanza di tempo emozioni uniche la cui intensità è stata inevitabilmente correlata all'istante stesso nel quale sono state vissute.
Per quanto mi riguarda, e l'ho già detto altrove, quei giorni sono stati formidabili come poche altre volte nella mia lunga esperienza di viaggiatore. Mi vengono in mente per associazione i campi base dell'Everest e del Cerro Torre, o l'atterraggio alle Svalbard venticinque anni fa: quei sogni che ti porti nel cassetto per anni e anni, che se ne stanno lì a prender polvere senza un piano preciso, ma che in cuor tuo sai esser sempre lì e che prima o poi chissà. Magari per caso.

E' stato così. Per caso, senza che lo immaginassi davvero fino a poche settimane prima, mi son trovato in mezzo ad uno dei miei sogni. A navigare quel taglio fra le due Americhe che, in qualche modo, ti fa sentire al centro del mondo.
E oggi non so più che scriverne.

Channel01
Channel02
Channel03
Channel04
In navigazione lungo il Canale di Panama
Channel05
Il nuovo ponte della Independencia che attraversa il Canale
Channel06
Channel07
Channel08
Channel09
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Chiuse di Gatùn, Canale di Panama
Channel11
Chiuse di Pedro Miguel, Canale di Panama
Channel12
Channel13
Chiuse di Miraflores, Canale di Panama
TAG: canale di panama, panama, chiuse, miraflores, pedro miguel
14.42 del 22 Maggio 2011 | Commenti (0) 
 
09 Panama/4
MAG Travel Log: Round the World
Tipi che ti può capitare di incontrare andando a zonzo per le foreste di Panama, ad esempio.

Animali Panama 1
Animali Panama 2
Animali Panama 3
Parque nacional San Lorenzo, Panama
TAG: panama, fuerte san lorenzo, animali, avvoltoio, tapiro
10.52 del 09 Maggio 2011 | Commenti (0) 
 
01 Panama/2
MAG Travel Log: Round the World
Ho completato il caricamento dei filmati relativi alla navigazione lungo il canale di Panama e al transito dalle chiuse di Pedro Miguel e di Miraflores. Il senso della navigazione è da nord a sud, ovvero verso l'Oceano Pacifico, o se preferite da Colon a Panama City. Il percorso completo fra i due oceani dura dalle otto alle dieci ore, in funzione ovviamente del traffico di navi.

Il transito del canale è stata un'avventura memorabile e straordinaria, per quanto mi riguarda pari quasi al trovarmi al campo base dell'Everest più di dieci anni fa. Confesso che all'apertura delle chiuse di Pedro Miguel e di Miraflores ho fatto fatica a trattenere le lacrime e in effetti nel commento la voce tende a rompersi. Volevo inizialmente tagliare la traccia audio, ma poi ho pensato che un'emozione è un'emozione.

E, rivedendo i filmati, mi rendo anche conto che è comunque un'emozione molto difficilmente trasferibile. Lo svuotamento del bacino di Pedro Miguel, ad esempio, apparentemente è un processo statico e lentissimo. Credo che la portata emotiva del momento possa essere colta solo vivendola sul luogo: siete in mezzo alla più grande opera dell'ingegneria umana sul nostro pianeta, in mezzo alle due americhe e ai due maggiori oceani... se non è questo essere al centro del mondo, non so cosa possa esserlo, e comunque la sensazione è esattamente quella.

Questi sono anche gli ultimi filmati. Dopodomani si parte per l'ultimo balzo di questo straordinario giro del mondo: la trasvolata atlantica verso l'Europa e il rientro a casa via Amsterdam. Poiché domani sarà una giornata di solo riposo e vasche per Panama City non credo proprio che girerò altro materiale.
Restano però da completare ed integrare il travel log con la seconda parte del soggiorno alle Hawaii e con l'intera avventura di Panama. Rimangono ancora le fotografie da selezionare e da pubblicare sul blog, l'archivio fotografico da caricare al completo. Tanto, tanto materiale da elaborare e caricare in linea.
Per una volta temo che andrò in differita con l'aggiornamento del weblog, non fosse altro perché ho da scremare e scegliere fra quasi duemila foto scattate in queste due settimane. Una cifra che di per sé conferma quanto questa esperienza del tutto anomala, nata per caso e perlopiù con l'intenzione di far fuori miglia premio, si sia trasformata in uno dei viaggi sicuramente più belli della mia vita.

Magari ci lavoro un po' domani nel pomeriggio e sui voli di rientro.
TAG: canale di panama, panama, miraflores, gamboa, pedro miguel
01.33 del 01 Maggio 2011 | Commenti (0) 
 
23 E allora noi portiamo via il pallone
FEB Prima pagina, Politica
Cioè, lasciando da parte per un attimo ogni evidente e stracotta considerazione collegata alle amicizie del nostro illuminato monarca ed ai comportamenti del suo - nel senso di proprietà - ministro degli esteri, in Libia si parla di diecimila morti e cinquantamila feriti, ma facciamo anche che siano uno zero in meno applicando la tolleranza standard da applicarsi ai Media di casa nostra, e di bombardamenti a tappeto sui civili. E nel frattempo la UE cheffà?
Decide sulle sanzioni.

Epperò, accidenti!

Gli facciamo anche bau bau?
TAG: libia, unione europea, ue, sanzioni
17.06 del 23 Febbraio 2011 | Commenti (0) 
 
29 Serendipity
SET Fotoblog, Spostamenti
Davanti all'autogrill di Cigliano, lungo la carreggiata nord della A4, dove mi fermo quasi ogni mattina per la (seconda) colazione, c'è questa cascina - Cascina Verdella credo si chiami, o comunque si chiama così la località immediatamente lì vicino, e insomma è qui.

Dietro i tetti spunta la cima del Monte Rosa: viaggiando da Milano verso Torino è praticamente l'ultimo punto da cui è visibile, prima che scompaia nascosto dai primi rilievi della Valle d'Aosta e dopo averlo avuto a destra per quasi cento chilometri in tutta la sua estensione, con la parete est in primo piano.
In giornate come quella di oggi è uno spettacolo straordinario, himalayano.

Col passare dei giorni mi sono affezionato a questa cascina. Parcheggio proprio davanti e, prima di andare a farmi il solito caffè e brioche, me ne sto un po' lì a guardarla. Qualche volta ne approfitto anche per schiacciare un sonnellino di un quarto d'ora e riprendermi un attimo dalla paurosveglia di un paio d'ore prima.
E' un luogo di una tranquillità estrema, nonostante sia praticamente in mezzo all'autostrada: l'autogrill di Cigliano è l'ultimo prima della barriera di Torino, piccolo e poco frequentato, così ti sembra quasi silenzioso.

Ho fotografato questa cascina quasi ogni giorno, da quando ho iniziato a fare avanti e indietro quotidianamente fra Milano e Torino. C'è una luce stupenda queste mattine presto di inizio autunno, con la prima neve ad imbiancare le cime più alte tutto attorno. Non si vede, ma il panorama, qui, abbraccia tutto l'arco alpino, dal Monviso alle Alpi orobiche. Un piccolo assaggio lo avete cliccando sulla foto.

E insomma, dovessi immaginarmi un posto dove vivere, questi giorni, mi immagino questo. Con il Monte Rosa che spunta e l'orizzonte semicircolare delle Alpi alle mie spalle, il vuoto (apparentemente) infinito della Pianura Padana davanti e il nastro dell'autostrada ad un chilometro da me, sufficientemente lontano da non avvertirne il rumore di fondo, ma abbastanza vicino da costituire una via di fuga sempre a portata di mano.

Così mi sono innamorato di questa immagine.

Cascina Verdella
Cascina Verdella, o giù di lì
TAG: cascina verdella, pianura padana, buen retiro
13.18 del 29 Settembre 2010 | Commenti (0) 
 


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