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04 Alto mare
SET Travel Log: Isole Azzorre
E dopo anni di inseguimento isola per isola attraverso tutto l'oceano, le abbiamo infine incontrate a São Miguel e le abbiamo ritrovate qualche giorno dopo a Pico. Avevo programmato due uscite in mare a caccia di delfini e soprattutto di balene, e abbiamo fatto centro in entrambe le occasioni.
Sono state due escursioni molto differenti, pur condotte con un programma simile: tre ore al largo, di mattina, con una equipe specializzata e un biologo a fare da guida. Un briefing introduttivo prima di partire per ascoltare le regole di comportamento e le modalità di avvicinamento, e poi la rotta improvvisata sul momento in base al passaparola fra le imbarcazioni, agli avvistamenti da terra coi telescopi, all'esperienza dello skipper.

Da São Miguel siamo partiti con uno yacht di medie dimensioni, una quarantina di persone a bordo. Da Pico con un gommone d'altura, equipaggiati con impermeabili e salvagenti, dieci sole persone imbarcate.
Il vantaggio dello yacht è ovviamente la stabilità, navigare comodi, all'asciutto, con la possibilità di fotografare in condizioni agevoli e protette, da posizione più elevata e con precisione.
Tutt'altra esperienza quella in gommone, decisamente più avventurosa, un vero rodeo per meglio dire, aggrappati ai corrimano, esposti alle ondate, navigando a pelo d'acqua e saltando come matti sulle onde alte, mentre i delfini ti saltano attorno a dozzine, scivolando sotto la chiglia e attorno al gommone alla velocità della luce. È come fare tre ore di palestra: una sfida complicatissima per chi soffre il mare e per il mal di schiena - le guide chiedono se qualcuno ne soffre prima di salire a bordo e sconsigliano eventualmente l'uscita. Io mi sono imbarcato comunque, non me la sarei persa per nulla al mondo, ma sono state ore lunghe e faticose.

A bordo del gommone anche fotografare è un'impresa, sia per l'instabilità e per la quasi impossibilità di reggersi in piedi alzando così la prospettiva, sia per il rischio che le costosissime apparecchiature reflex si bagnino. Hai voglia ad avere un teleobiettivo stabilizzato, devi reggere qualche chilo di macchina fotografica con una mano sola, rimanendo aggrappato a qualunque cosa tu abbia a portato di mano, ammortizzando i contraccolpi, schivando le ondate, cercando in qualche modo di cogliere le rapidissime evoluzioni dei delfini, o il momento esatto in cui la coda della balena emergerà dall'oceano per immergersi subito trascinando con sé un arco perfetto di gocce d'acqua contro sole. Ciao, insomma.
Per i ragazzi, ovviamente, non c'è confronto fra le due esperienze: gommone tutta la vita e d'altra parte è un'emozione indescrivibile.

A un certo punto ho rinunciato, ho messo la Canon al riparo sotto l'impermeabile e mi sono lasciato trasportare da un'incredibile manifestazione di vita e della natura alla quale nessuna fotografia avrebbe mai reso giustizia o potuto anche solo catturare.

In alto mare, come me.

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TAG: balene, delfini, pico, sal miguel, azzorre
23.43 del 04 Settembre 2019 | Commenti (0) 
   
31 E poi celeste ovunque
AGO Travel Log: Isole Azzorre
Alla fine niente. Avevo una mezza intenzione al rientro di scrivere un post per ciascuna delle isole che abbiamo incrociato sulla nostra rotta, ma non ho preso nemmeno un appunto in corsa come faccio di solito, non mi sono segnato nulla, ho solo collezionato istanti speciali per me e migliaia di fotografie - quante fotografie, quante, ho perso il conto e anche un po’ il controllo credo, migliaia davvero, ho impiegato queste due settimane a casa a fare ordine, a ripassarle una per una, a selezionarle, a scegliere quelle da inserire nel mio archivio.
Ogni giorno in viaggio ho pubblicato qualcosa su Twitter, una sorta di microblog fotografico, senza aggiungere nulla che non fossero giusto didascalie minime per localizzare le immagini, e niente altro. È stato un viaggio così, differente da molti altri, piuttosto unico per tanti versi.
Sono rientrato da più di due settimane ormai. Ogni giorno mi sono ripromesso di mettermi qui a buttar giù qualche nota, qualche pensiero, ma per quanto ci provi il ritmo non decolla, e rimando, rimando, rimando. Intanto ho anche ripreso a lavorare e le Azzorre sono già laggiù, a migliaia di chilometri, disperse al largo dell’Atlantico Settentrionale.

Mi hanno chiesto come è andata. Ho un po’ eluso le domande, come sempre non ho alcuna voglia di raccontare i fatti miei alla macchinetta del caffè e le mie isole sono mie, come tutti i miei viaggi, sempre. Ma a qualcuno ho risposto “è un viaggio da adulti”.
Ed è così in effetti. Un viaggio da adulti. Per quanto Leonardo, al rientro, abbia detto che gli sono piaciute tantissimo, e certo non avrei scommesso prima di partire - e non scommetterei ancor più oggi - sulle Azzorre per un viaggio ideale con un quindicenne e una dodicenne al seguito.
Col senno di poi in effetti non lo è stato, ma poi vai a capirli i giovani.
Del resto per me sarebbe inspiegabile oggi, e lo sarebbe stato a quindici anni, essere indifferenti all’inquietudine dell’abbandono al largo nell’oceano, spiagge bianche e barriera corallina, o scogliere di lava che siano, pur sempre acqua e acqua e acqua e acqua ancora fra il tuo orizzonte e il mondo esterno, giorni e giorni di navigazione sul mare profondo, oppure volare per ore sul nulla, è l’unica.
Non mi abbandona mai quella sensazione, ogni istante, sulle isole nell’oceano, qualunque isola.
Figurati alle Azzorre, con quei vulcani, la foresta, le scogliere, la pioggia bassa e sottile, le nebbie.

Non è stato un viaggio di mare questo. Per meglio dire, non andate alle Azzorre se avete in mente una vacanza al mare, perché in realtà devo correggermi, un viaggio di mare - e di isole - lo è stato eccome, certo. Dimenticate però di passare le vostre giornate spiaggiati da qualche parte, andate altrove.
Anzi, non andateci proprio alle Azzorre, lasciatele in pace, finché ancora è possibile.
Ti sembra sempre che non ci sia nessuno, eppure c’è gente eccome. Laggiù nel continente dici Azzorre e c’è sempre quel momento di smarrimento nel tuo interlocutore, tipo ah sì, belle caspita, Azzorre, ma aspetta, dove sono esattamente? Cosa c’è alle Azzorre? All’improvviso ti rendi conto che non hai mai sentito nessuno che ti raccontasse delle spiagge delle Azzorre, dei villaggi turistici delle Azzorre, delle discoteche delle Azzorre, del mare delle Azzorre, e allora?
Infatti non c’è nulla, andate altrove.

A São Jorge, per dire, ci sono le fajã. Immagina di vivere su una specie di altipiano a seicento metri dalla superficie del mare e se al mare vuoi andare l’unica è calarti, letteralmente, giù per i tornanti scavati lungo i fianchi di scogliere di lava verticali alte centinaia di metri e ricoperte di vegetazione, finché al mare arrivi, a una striscia di ciottoli e scogli neri larga al massimo una decina di metri, dove arrivano a infrangersi alte onde oceaniche.
Se sei fortunato, fra quegli scogli le onde vanno a riempire delle piscine naturali e lì sì, puoi anche farti un bagno, “bagnarti”, per meglio dire e sempre che la temperatura dell’acqua atlantica non ti sia troppo ostile.

È così misteriosa e silenziosa São Jorge che alcune cose le ho scoperte solo al ritorno, grazie alle fotografie. Ad esempio lavorando su quelle scattate al largo mentre navigavamo sull’onda lunga atlantica verso Graciosa.
Ho eliminato con Photoshop la foschia che avvolgeva l’isola e che la nascondeva sotto una patina azzurra uniforme, quasi confondendola con il mare e il cielo nuvoloso, e che sorpresa, accidenti! Che colori! Che spettacolo!
All’improvviso ecco lì tutta la variopinta e meravigliosa natura vulcanica di São Jorge, le inaccessibili scogliere alte centinaia di metri, colorate da un arcobaleno acceso di lava rossa, gialla, verde, nera, viola, ricoperte da un’assurda vegetazione che mescola pini e abeti e flora d’alta montagna con una insospettabile - per l’anomala latitudine - esplosiva natura tropicale, dipinta da migliaia di fiori spontanei provenienti da tutti i continenti, trasportati fin lì dalle correnti e dagli alisei.

Quanto è diversa São Jorge da São Miguel. Da Faial. Da Pico. Quanto è diversa Pico da Faial, da Graciosa, da Terceira. E quanto Terceira da São Miguel, da São Jorge e da Faial. Quanto ognuna delle Azzorre è completamente differente dalle altre.
A parte le ortensie. I tappeti infiniti di ortensie. L’inverosimile, quasi imbarazzante, coperta di ortensie che le avvolge tutte, in uno spettro che va dal bianco al rosso cupo, passando per l’azzurro, il celeste, il viola, il rosa, il maculato, a seconda dello stadio di fioritura delle piante.
Le strade che attraversano le isole corrono delimitate da vere e proprie pareti di piante di ortensie, per cui guidi incredulo per chilometri guardando verso l’alto, invece che la strada davanti a te, avvolto da un arco celeste fiorito a chiudere la prospettiva.
Dopo qualche giorno è così naturale viaggiare fra le ortensie in fiore che sbarcati a Terceira ci rendiamo conto all’improvviso che lungo il tratto di strada che stiamo percorrendo verso casa non c’è traccia di azzurro, né di blu, né di rosa. Solo normale vegetazione attorno a noi, e ci rimaniamo un po’ male. Non siamo più abituati.

Se me lo chiedi, alla fine vivrei a São Miguel. La più grande, la più affollata sì, diciamo così, per quanto si possa parlare di folla alle Azzorre. La più abitata, meglio. Hai tutto quel che serve a Ponta Delgada, anche Decathlon, se ti servono le scarpette, ché alle Azzorre corrono tutti e attorno al capoluogo ci sono delle ciclabili meravigliose lungo il mare dove andare a correre all’alba e al tramonto. Anche Ikea secondo me, ché le posate nelle nostre case a São Roque e a Santo Amaro sfoggiavano l'inconfondibile logo.
Forse non è la più bella São Miguel, ammesso che sia davvero possibile stilare una classifica, ma è sicuramente il miglior compromesso. C’è un aeroporto internazionale, non ci sono vulcani (troppo) attivi, non battono terremoti da abbastanza tempo, ci sono diversi villaggi , c’è qualche spiaggia vera, per quanto oceanica, c’è una strada a scorrimento veloce che la attraversa da un capo all’altro, come a O’ahu, per cui puoi raggiungere rapidamente qualunque punto dell’isola in mezz’ora.
Le altre isole, se vuoi, son lì, a qualche ora di traghetto, o meno di un’ora di aeroplanino, quindi sei sempre in tempo a fuggire alla ricerca di meno folla ancora, ammesso che ti serva davvero.

È bellissima e particolare São Jorge, ma bisogna scoprirla e saperla apprezzare. Sembra tranquilla ed è la più estrema e inaccessibile. Forse vorrei vivere a São Jorge, ma gli ultimi terremoti violenti son troppo recenti, è esattamente al centro della faglia atlantica, ed è così drammatico il contrasto fra l'altipiano che emerge dall'oceano tappezzato da tranquilli pascoli alpini e foreste, le scogliere altissime su cui si appoggia e che difendono l'isola come una fortezza, le claustrofobiche fajãs laggiù in fondo al precipizio, dove vanno a infrangersi le onde e i pescatori ormeggiano le loro barche colorate.

È bellissima Faial, coi suoi vulcani attivi e preistorici, ma un po’ troppo mondana a modo suo, con quel suo porto dove attraccano le vele transoceaniche, la mezzaluna di sabbia della spiaggia di Porto Pim, i trekker che si avventurano giù per la caldeira avvolta dalla nebbia.
È interessante Terceira, ha le foreste con gli gnomi e le grotte profonde scavate nella lava, la vita di Praia da Vitória e i caffè di Angra do Heroismo, ma non ci sono i tappeti di ortensie e il celeste a guidarti i cammini.

E poi Pico, vabbè. Magari di Pico ti racconto altrove.
Certo, vivere a Pico, e affacciarti al terrazzo ad avvistare le balene.
È che a Pico l’ombra lunga del vulcano sopra di te non ti molla mai.
Lo vedi da ovunque, il Pico. Lo vedi da São Jorge, da Faial, da Graciosa, da Terceira. Sospetto tu lo possa vedere anche da Corvo e Flores, quando le nuvole che lo avvolgono perennemente decidono all'improvviso di ritirarsi del tutto per qualche istante, cosicché lo vedi infilarsi nel cielo, al di sopra delle Azzorre tutte.
Devi tornare a São Miguel per riuscire, forse, a togliertelo dall’orizzonte.
Immagina viverci sotto.
Che poi, immagina vivere a Stromboli del resto, che però non è abbandonata in mezzo all’Atlantico, sulla rotta dell’America, a ore e ore di acqua sotto di te.
Magari ti parlerò di Pico, sì, altrove.

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São Miguel
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São Jorge
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Pico appare fra le nuvole dietro São Jorge
TAG: Azzorre, sao Miguel, sao Jorge, pico
13.28 del 31 Agosto 2019 | Commenti (0) 
   
15 Che poi di Taco bell io non ne ho visto uno
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Albuquerque, che non imparerò mai a pronunciare per quanto ci provi da settimane, ché parto sempre pronunciando albequ-alburque-alberqu-albuché, per poi arrendermi frustrato, ma che invece si dice semplicemente, semplicemente si fa per dire, “albukrki”, o se proprio sei del profondo sud puoi spingerti fino ad “albiukrki”, Albuquerque dicevo, al nono (o decimo?) viaggio negli States riparametra quasi da zero la mia America, o forse a voler ben vedere, per alcuni versi, va ancora di più a confermare tutti i miei luoghi comuni, a partire dal fatto che son quattro giorni che non riesco a mangiare altro che non sia carne racchiusa fra fette di pane, qualunque sia il tipo di pane - rotondo, bianco tostato, coi semini, tacos - ma il punto rimane lo stesso: gli americani non possono fare a meno di mettere la carne fra due fette di pane e d’altra parte il pane fa almeno quattrocento delle minimo ottocento calorie di qualunque piatto americano.
Comunque volevo scrivere di Albuquerque.

In America non esistono i cucchiaini, o perlomeno io non li ho mai visti. Ad esempio, se prendi uno yoghurt dovrai mangiarlo con un cucchiaio da zuppa. Esistono i bastoncini di legno e le cannuccine di plastica per mescolare lo zucchero nel caffè, ma i cucchiaini no. Forse perché sono piccoli e in America tutto deve essere grande.
E poi le insalate. Nelle insalate ci puoi mettere di tutto, anche l’uvetta, il tofu, le albicocche secche che noi mangiamo a Natale, la salsiccia a cubetti, le mandorle, i mandarini, le fragole e la feta, i pomodorini e i peperoni interi, e i cetrioli naturalmente, e inesorabilmente tutto verrà innaffiato con qualche salsa americana, la cui densità media è proporzionale al numero di ingredienti, minimo otto, con cui viene preparata.
Che poi è un po' il fil rouge della cucina americana: arrivi a sera e hai sempre la sensazione di aver mangiato un bidone di roba presa completamente a caso e mescolata insieme, senza distinzione, né criterio, né ordine.
Così, quando sono in America, dopo quarantotto ore il mio metabolismo comincia a gridare vendetta e sogna vasche di rucola e insalata trevigiana cruda, o persino i broccoletti, per dire, al massimo un filo d'olio appena accennato a guarnire, e null'altro.
Ma volevo scrivere di Albuquerque (albukrki), non al solito dellamerica, ché ogni volta va a finire che scrivo sempre le stesse cose dellamerica.

Nella palestra del Marriot di Albuquerque i monitor dei tapis roulant sono sintonizzati su un canale televisivo che trasmette uno di quei reality show i cui protagonisti si sfidano ai fornelli e una giuria assaggia con aria più o meno schifata e supponente. Siccome però siamo in America, questi poveri disgraziati cucinano roba orrenda che, al di là dell’impiattamento improponibile persino per i Camionisti in trattoria di Chef Rubio, gronda colesterolo e zuccheri a fiumi attraverso lo schermo, riversandoli sul nastro che scorre veloce sotto ai miei piedi.
Così, mentre corro, più che alle calorie che sto bruciando e a quello che mi scofanerei come premio al termine dell’allenamento, penso piuttosto a combattere la nausea e giuro a me stesso che non toccherò mai più un hamburger o un muffin. La strategia, nel complesso, ha in effetti un suo perché.
Osservo che di tanto in tanto la trasmissione è intervallata, fra mille altre, dalla pubblicità dell’Hilton. Nella palestra del Marriot.
Ma dicevo di Albuquerque.

C’è quest’altra cosa che mi fa impazzire degli americani, questa forma di cortesia idiomatica che non è solo quella fornitore-cliente tipica ad esempio dei camerieri che non ti lasciano in pace un secondo perché devono guadagnarsi la mancia, e non è nemmeno la gentilezza rituale dei giapponesi, parte integrante di una cultura collettiva millenaria, no, è questa cosa del “Ciao, come stai amico, io mi chiamo Bob, come ti va, tutto bene oggi?” che il mio tassista non rivolge solo a me, suo cliente, ma anche al bigliettaio del parcheggio, al casellante, al collega, al passante per strada, a chiunque, e l’”appreciated” a seguire ogni risposta.
Fanno così, tutti con tutti, qualunque scambio per qualunque ragione, “Ciao amico, come stai, spero che ti vada tutto bene”, questo apparente senso di protezione e preoccupazione per il vicinato che fa palesemente a pugni con la competitività e l’individualismo di cui questa società è permeata fino al midollo.
Come se in ogni momento tutti sentissero il bisogno di abbracciarsi tipo sopravvissuti al termine dell’ennesima sparatoria in un luogo pubblico, per poi rinchiudersi nelle proprie case davanti al baseball a ingozzarsi di pop corn, fino al prossimo conflitto a fuoco.
Dopo un po’ non so, ci divento matto. Perché rivoglio il mio anonimato europeo, il mio recinto attorno, la mia misantropia, e tutto questo impicciarsi del mio umore odierno, senza alcuna ragione tranne la codifica genetica dell’americano medio, mi disturba, mi irrita, invade il mio spazio.
In un paese in cui lo spazio attorno è la ragione di vita e di morte.

Ti racconto della funivia del Sandia Peak. C’è questa funivia appena fuori da Albuquerque che porta agli oltre tremila metri del Sandia Peak, dove si trovano anche alcuni impianti da sci. No, non ho sciato, neve ce n’era e avevo pure messo in valigia apposta la roba, ma gli impianti sono aperti solo nel weekend e io sono dovuto ripartire proprio il venerdì. Comunque.
Dicono che sia la funivia più lunga del mondo, e magari lo è anche, in effetti la corsa dura una quindicina di minuti e ha un paio di campate piuttosto lunghe, ma se sei abituato alle funivie sulle Alpi (e senza andare a scomodare quelle del Caucaso) ti sembrerà tutto sommato un’esperienza abbastanza ordinaria, a parte il bel panorama sul deserto e la riserva Navajo attorno ad Albuquerque.
C’è una corsa ogni venti minuti, come in qualunque stazione invernale del mondo. Fai il biglietto, aspetti il tuo turno, arriva la funivia. E lì inizia la realtà parallela americana, la spettacolarizzazione di qualunque evento della giornata che ti conduca al di fuori del tragitto casa-lavoro-baseball-Taco bell.

Un’addetta al controllo biglietti afferra un microfono e annuncia che è arrivata la funivia, che stai per vivere una straordinaria ed eccitantissima avventura, e “wooooooow”, “yuppieeeeeh”, siate felici, datemi il cinque, è una giornata meravigliosa (non è vero, il tempo è anche bruttino), preparatevi a salire, fate attenzione al gradino, quanto siete eccitati? Siete pronti? Siete carichi? Woooooooow, e allora partiamo!
A bordo c’è un altro addetto. Appena saliti, saluta tutti, si presenta, dice che ci accompagnerà in questa splendida avventura fino all’incredibile quota di oltre diecimila piedi, che non solo sarebbe una quota abbastanza media sulle Alpi, ma a maggior ragione lo è in America, e che possiamo rivolgerci a lui se abbiamo qualche timore, chiedergli tutto quello che vogliamo, qualunque cosa abbiamo bisogno, lui sarà felicissimo di aiutarci. Chiede se ci sono dei “first timer”, gente che non ha mai preso una funivia prima, si alzano alcune mani, scatta l’applauso generale, woooooooow, non preoccupatevi, vi spiegherò tutto io, non abbiate paura e preparatevi per questa straordinaria avventura.
La funivia parte. E lui con la funivia: passo a passo, metro a metro, per quindici lunghissimi minuti, racconta tutto della funivia, dal diametro dei cavi, alla portata, ai tempi di costruzione, al clima della regione, al panorama attorno, descrivendo ogni sasso sotto di noi, ogni albero, ogni “canyon” - ce ne sono tre secondo lui, io vedo soltanto degli avvallamenti dovuti alla normale orografia della montagna - passando per la geologia, la flora, la fauna. Non smette un solo istante e ogni tanto fa domande per coinvolgerci, chiede attenzione, “fa gruppo”.
È tutto surreale. E ancora più surreale è che la stessa identica scena si ripete al ritorno, con un’addetta diversa, nonostante sia possibile affermare con un margine di incertezza irrilevante che il 99,99% dei passeggeri è salito con la medesima funivia, a meno di quelli che sono arrivati in cima al Sandia Peak volando, o risalendo a piedi i mille metri di dislivello delle piste da sci, chiuse, sul versante opposto.
Tutto questo ogni venti minuti, per ciascuna corsa della funivia, tutti i giorni della settimana, tutto l’anno. Pensa a quelli che vengono a sciare qui abitualmente.

E poi mi becco pure il gran finale.
Appena rientrati alla stazione di partenza, un tipo che fino a quel momento nessuno si era filato chiede l’attenzione un istante prima di farci scendere: ci presenta - nuovamente - l’addetta che ci ha accompagnato durante la discesa e annuncia in modo piuttosto solenne e serissimo che la tipa ha oggi completato il suo addestramento con successo e che dunque da domani sarà in servizio regolare sulla funivia come i suoi colleghi. Chiede un grande applauso, tutti applaudono, qualcuno la incoraggia, lei si commuove e piange.
Finisce in grande amicizia, come fossimo tutti sopravvissuti a un’avventura ai limiti dell’impossibile, strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle, lei che piange.

Ecco, c’è questa cosa dell’America e degli americani tutti eroi per caso, qualunque minchiata facciano, che mi fa impazzire. Ricordo la stessa esperienza qualche anno fa, quando ero andato a veder giocare i Boston Celtics e durante l’intervallo avevano premiato l’eroe del giorno.
C’è una trasmissione su Weather Channel, un canale che di qualunque evento meteorologico fa una manifestazione catastrofica unica nell’universo conosciuto, che racconta della vita di alcuni camionisti sulle “strade dell’inferno”, letteralmente. La puntata di questa sera è dedicata alla storia di Tim, un camionista obeso che grazie a Weather Channel ha finalmente il suo momento di celebrità.
Tim guida un camion per il soccorso attrezzato con un grande paranco. Durante l’inverno scorso ha dovuto fare un intervento ai limiti dell’impossibile, qualcosa che gli ha quasi cambiato la vita, ma se sei un camionista sulle strade dell’inferno sai bene qual è il tuo compito e la tua missione e devi essere pronto a tutto (cito, ovviamente).
Seguono immagini dall’alto del camion di Tim che percorre una grande statale, la “strada dell’inferno”, abbastanza trafficata, che ha la caratteristica di attraversare un paesaggio invernale piuttosto comune. Non c’è nemmeno neve sulla carreggiata, ma la voce narrante ti spiega che sono condizioni davvero estreme, siamo a circa cinque sotto zero e come vedi c’è neve ovunque, la strada può essere scivolosa, la visibilità scarsa, in inverno può succedere di tutto. Insomma, l’autostrada del Brennero a gennaio.
Le immagini dall’alto si alternano all’intervista con Tim, che ti racconta le sue giornate drammatiche, perché quando guidi un camion del soccorso sei già un eroe a prescindere, se poi lo guidi d’inverno vabbè, che te lo dico a fare.
E insomma, si arriva al luogo dell’intervento: c’è un autoarticolato che si è intraversato e il rimorchio si è girato attorno alla motrice per quasi 180°. Fortunatamente, non ostruisce nemmeno la strada, semplicemente è lì a bordo carreggiata. Non ci sono feriti, niente incidenti, il traffico riesce a scorrere regolare, un poliziotto segnala alle auto in arrivo di rallentare qualche centinaio di metri prima.
Arriva in appoggio una macchina per il controllo del traffico, devia le auto sulla carreggiata opposta e Tim si mette all’opera: “La velocità è tutto in questo mestiere”, ti spiega concentratissimo. Aggancia col paranco il rimorchio dell’autoarticolato e, al rallentatore, in una interminabile sequenza di venti minuti e dodici pubblicità, lo fa ruotare al suo posto. Un altro camion aggancia l’autoarticolato e lo rimorchia via. Fine.
Nessun ferito, danni quasi zero, il traffico riprende regolare.
Anche oggi Tim ha concluso la sua giornata eroica sulle strade dell’inferno. “Non puoi sapere cosa ti accadrà domani”.

Dicevo di Albuquerque.
Il Sandia Peak si trova nella National Forest di Cibola. Lipperlì ho pensato solo ad un’assonanza, ma invece no: si tratta proprio del luogo celebrato da Disney in “Zio Paperone e le sette città di Cibola”, una delle avventure degli anni d’oro fra le mie preferite, pietra miliare della mia infanzia e prima gioventù.
E d’altra parte Albuquerque si trova al centro delle riserve indiane Navajo, Hopi e Apache, a due passi da Santa Fe, da El Paso, da Gallup, Tucson, Durango. All’improvviso attorno a me tutto è Tex Willer, Kit Carson, i film western di quand’ero ragazzo, John Wayne, Tombstone e Silverado. Adesso sì, sono in America e mi commuovo un po’.
In città passa la Route 66, qui è stato girato Breaking Bad e non ultimo è uno dei luoghi più famosi al mondo per gli avvistamenti degli alieni, celebrati quasi più della cultura locale, una mescolanza ispanico-nativa pellerossa. Il New Mexico, di cui Albuquerque è la capitale, è lo stato americano più spagnolo e pellerossa di tutta l’Unione, la lingua ufficiale è lo spagnolo.
Qui hanno anche fatto esplodere la prima bomba atomica, il che probabilmente ha contribuito a convincere gli alieni che la Terra è un posto di merda, perché evidentemente non si sono fermati. Io perlomeno non ho avvistato nulla durante la mia permanenza, nonostante tutti garantiscano che le visite degli ufo sono abbastanza frequenti.
Ad Albuquerque questa cosa degli alieni la prendono piuttosto sul serio.

Dopo un paio di giorni mi rendo conto che mi piace Albuquerque. È tutta un’altra America rispetto a quella che ho visto questi anni, fatta solo di grattacieli, centri commerciali, svincoli autostradali, aeroporti, civiltà occidentale consumista sviluppata all’estremo. Intendiamoci, i centri commerciali e gli svincoli autostradali ci sono anche qui, ma ad esempio i grattacieli no. Albuquerque è bassa e piatta, completamente piatta, come il deserto attorno, che si perde all’orizzonte.
Dalle vie della città lo sguardo attraversa tutto l’estesissimo agglomerato urbano, favorito dal territorio lievemente ondulato, e sconfina oltre l’abitato fino a perdersi nel deserto, una sensazione che ho sperimentato solo un’altra volta in vita mia in una città, trent’anni fa in Patagonia, a Rio Gallegos. Albuquerque come Rio Gallegos e in effetti il panorama attorno, lo spazio infinito, ricordano proprio la pianura patagonica attorno a Rio Gallegos. Anche il clima, la neve sul rilievo del Sandia Peak che chiude il deserto e la città a oriente, il Rio Grande che scorre al confine dell’urbanizzazione.
Albuquerque è in quota, il deserto qua sta attorno ai millecinquecento metri. Rovente d’estate, freddo d’inverno. A Santa Fe, un’ottantina di miglia a nord, c’è una stazione sciistica importante. Siamo sulle ultime prominenze delle Montagne Rocciose che si perdono nel deserto pellerossa.
Le case di Albuquerque sono tutte di un piano o due e l’architettura imita la vecchia tradizione coloniale. I condomini sono moderne copie delle case di argilla che si vedono nei film western, coi tronchi infilati in orizzontale a sostenere il tetto.
Gli spazi sono americani, va da sé. La città è attraversata dai soliti viali a otto corsie, il traffico è irrilevante. Come al solito l’America non è un paese a dimensione pedonale. Non esistono pedoni, non esistono marciapiedi quasi ovunque, tutto è distante, sparso, prendi un taxi per andare dall’hotel a downtown e fai venti miglia di freeway ed enormi svincoli urbani, solo che a differenza di Houston o di Philadelphia non si attorcigliano attorno a un pugno di grattacieli e quartieri di villette a schiera, ma sono perduti in mezzo a questo altopiano deserto, giallastro e nero, macchiato da agglomerati di costruzioni in stile pueblo messicano e dai soliti concessionari di auto, Taco bell, Domino’s pizza, Verizon e T-Mobile, Drive-thru.
Scatto qualche foto sulla Route 66 e mi faccio portare da un taxi sulle rive del Rio Grande che, almeno qui, non è più grande del Ticino.

Piove. Mi rifugio in uno Starbucks e per un attimo torno in America, nella mia solita America. Sono circondato da americani che girano in bermuda e t-shirt, anche se piove, anche se fa freddo, anche se siamo in pieno inverno. Bambini, adulti, tutti. Vengono in bermuda e t-shirt a far colazione in hotel, ci vengono in ufficio, ci vanno a fare la spesa, ci salgono a tremila metri. Han le braccia viola dal freddo ma niente, come nulla fosse. Bermuda, t-shirt e in mano il cazzo di bicchierone di caffè o Coca Zero.
L’americano medio è il suo paio di bermuda e la sua t-shirt, come un quindicenne qualsiasi, e in culo se fuori nevica. Al massimo indossa una camicia sopra la t-shirt, o una giacchetta primaverile, la prima cosa presa a caso che trova nell’armadio, totalmente incurante di quello che gli offrirà la giornata e della situazione meteorologica, e d’altra parte devo aver già scritto almeno un altro intero post sulle giornate tutte uguali, tutto l’anno, dell’americano medio, per cui quadra tutto.

Alla Cucina Azul il cameriere mi chiede di dove sono. Quando rispondo “Italia”, sorride compiaciuto, “Ooooh, Coliseo”. Mi chiede conferma che il Coliseo sia effettivamente in Italia ed è soddisfatto delle mie rassicurazioni in merito. Chiede se Londra è lontana dall’Italia e quando gli dico che fra Milano e Londra c’è un’ora e mezza di volo, come un qualsiasi volo locale negli Stati Uniti, mi guarda incredulo.
Il mio ufficio, come al solito, si trova in mezzo al nulla, in una zona industriale al confine col deserto. A pranzo senza macchina sei perduto e infatti i colleghi vengono al lavoro portandosi da mangiare da casa, come in tutti gli altri luoghi in America dove questi mesi sono stato per lavoro.
Non ho la macchina. Di prendere un Uber per andare a pranzo, e uno per tornare in ufficio, non se ne parla. In cucina - tutti gli uffici americani, almeno quelli che frequento io, hanno delle cucine bellissime e fornitissime - ci sono dei sacchetti di patatine a fianco alle macchine per il caffè.
Mi rassegno e pranzo con un sacchetto di patatine e l’ennesimo bicchierone di caffè. Tanto stasera sarà impossibile rimanere sotto le millecinquecento calorie.

Faccio scalo a Houston (maledetto Texas, non mi molla, e d’altra parte ci torno la prossima settimana) ed è tarda sera quando atterro a Philadelphia.
Arrivo infine a Montgomeryville, Pennsylvania, e riesco a infilarmi in un locale tex-mex prima che tutto chiuda e rimanga senza cena. Ordino la cosa più leggera in lista, un'insalata con dentro qualsiasi cosa da 690 calorie, secondo il menù, e una birra "piccola" che così a occhio sta sul mezzo litro.
C'è parecchia neve in giro. Ci sono le ville di legno del New England.
Sono tornato in America.

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Random New Mexico
TAG: Albuquerque, USA, America
22.30 del 15 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
10 Duemiladiciannove so far
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Non è un buon momento per ripartire, per ragioni diverse, comunque intanto riparto ché devo ripartire, poi si vedrà.
Torno ancora in America, per la quarta volta in undici mesi, e faranno cinque in un anno col prossimo giro. La mia America è ormai una collezione di statistiche disordinate prive di correlazione, di un disegno chiaro, una trama. Aeroporti, hotel, taxi e limousine, uffici, grattacieli e zone industriali, hamburger, uova e bacon, caffè, tanto caffè, bicchieroni di carta e tazze di caffè filtrato, con un goccio di latte scremato, il bastoncino di legno in Texas, la cannuccina di plastica in Ohio, il cucchiaino lungo in Pennsylvania. Chissà cosa troverò in New Mexico.

Vado (anche) in New Mexico, questa volta. Ho scoperto, tardi, che il mio hotel è vicino agli impianti da sci. Impianti da sci in New Mexico.
Io credevo ci fosse il deserto e il deserto in effetti c'è, tutto attorno, ma Albuquerque è in quota, rovente d'estate e gelida d'inverno, così basta un panettone qualunque per tracciare una manciata di piste e farne una stazione sciistica. C'è anche, pare, la funivia più lunga del mondo, per quanto dubito sia davvero più lunga di quella del Tatev.
Ho dato un'occhiata su internet, c'è neve. Parecchia, come ci si può aspettare da una stazione invernale americana. Ho sfrugugliato un po' per il web e ho verificato che ci sono dei negozi che affittano tutta l'attrezzatura necessaria, compreso l'abbigliamento.
Ho spostato il volo per Philadelphia e ho allungato la mia permanenza ad Albuquerque prendendo un giorno di ferie.
Poi si vedrà.

Ho un piano di volo complesso, otto voli: scalo a New York, troppo in corsa a questo giro per approfittarne, scalo ad Atlanta, a distanza di otto anni dal mio primo giro del mondo, poi Albuquerque, poi scalo a Houston, sempre Houston.
E torno quindi a Philadelphia e poi ancora, di nuovo, a Houston. Dove d'altra parte tornerò nuovamente a marzo e poi più avanti ancora. Houston state of mind.

Ho un biglietto per una partita di hockey a Philadelphia. Volevo tornare a vedere l'NBA, ma i Rockets saranno in trasferta quando sarò a Houston. Arriverò però in concomitanza col festival nazionale del rodeo: ho una sola giornata di sovrapposizione, proprio quella dell'inaugurazione, in cui d'altra parte ho alcune riunioni importanti in agenda, che sono poi la ragione per cui vado a Houston, non il festival nazionale del rodeo. Chissà se riuscirò a metterci piede.
Sarà però la prima occasione in cui trascorrerò un weekend in Texas e può essere che a questo giro ci scappi finalmente la visita alla NASA.

O forse rimarrò inchiodato in qualche hotel con l'influenza e la febbre, ché son qui a casa con Leonardo atterrato da due giorni. Ho messo in valigia una scorta di Tachipirina e Tachifludec, e un termometro. Qualcosa mi dice che a breve potrei averne bisogno, scommetterei fra Albuquerque e Philadelphia.

Intanto aggiorno la mappa del 2019, che d'altra parte è una mappa in movimento continuo, come questi mesi avanti e indietro, questo strano vivere da pendolare attraverso i continenti.
Non riesco quasi più a correre, a malapena trovo il tempo una volta a settimana. A questo giro mi porto le scarpette e il Garmin, magari è la volta che sfrutto un po' le palestre degli hotel.

Non è un buon momento per ripartire, no, ma intanto ripartire devo. Porto con me due libri e la nuova cuffia della Bose che ho comprato per i viaggi in aereo.
Poi si vedrà.

2019USA1
TAG: usa, houston, Albuquerque, Philadelphia
19.53 del 10 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
12 Gare de l'Est (*) (**)
APR Fotoblog, Amarcord
Sto mettendo mano ad alcune (bruttissime) fotografie scattate a Rouen una sera del 2009 con un vecchio cellulare. Niente che valga la pena di far circolare, anche perché la risoluzione di quell'HTC di dieci anni fa, perdipiù utilizzato al buio, è davvero orribile.
Fra queste ce n'è una che direi ho scattato alla Gare de l'Est di Parigi, tornando da Rouen e diretto a Lussemburgo. Almeno questo è quel che mi sembra di ricordare.
Era il periodo in cui lavoravo perlopiù all'estero, anche se nel 2009 in realtà avevo già spostato nelle Langhe il centro della mia vita professionale e preso (la seconda) casa ad Alba, dopo aver lasciato quella di Varsavia.

Ricordo quella sera in transito da Parigi, anche se non rammento bene la dinamica dei miei spostamenti. Stavo lavorando su un progetto internazionale e in quel periodo mi occupavo della sede di Rouen. Mi capitava talvolta di farci un salto partendo da Alba: di solito volavo a Parigi e noleggiavo un'auto per raggiungere la cittadina nel nord della Francia.
Non ricordo perché quel giorno invece andassi e tornassi in treno da Lussemburgo, che avevo lasciato un paio d'anni prima, ma sono certo che quella fosse la direttrice e sono anche quasi sicuro che fosse stato appunto un viaggio in giornata. A pensarci, ricordo anche che a Parigi dovetti cambiare stazione, perché i treni per Rouen partivano e arrivavano alla Gare St. Lazare, mentre quelli per Lussemburgo erano alla Gare de l'Est, per cui in effetti non sono certo di quale sia la stazione nella quale scattai la foto.
Così a memoria, fu poco prima di salire sul TGV per Lussemburgo: Est, dunque.

Ricordo la corsa con la metro fra le due stazioni, ché non avevo molto tempo fra un treno e l'altro. Ricordo anche che mandai un messaggio a Barbara, che sapevo essersi trasferita a Parigi qualche anno prima, per farle sapere che ero in rapidissimo transito in città.
Mi pare fossi in viaggio da solo e che a Lussemburgo alloggiassi presso un'hotel di cui ricordo bene la stanza, ma quel che non mi torna è che giurerei di essere stato solo una notte in vita mia in hotel a Lussemburgo e che in quell'occasione specifica, quella della stanza che ricordo, fossi in viaggio con un collega. Tutto il resto della mia vita lussemburghese era stato durante i mesi ad Arlon e il periodo di Rouen era due anni dopo. Quindi forse no, non rientravo a Lussemburgo per tornare a quell'hotel. Ma perché Lussemburgo allora, e per dormire dove in particolare?

Poi mi viene in mente che più o meno registro la mia vita dentro questo blog da ormai quindici anni e che nel 2009 ancora scrivevo parecchio, e immagino dunque che di quello spostamento debba essere rimasta traccia proprio fra queste pagine. In effetti è così.
Era il giorno del mio compleanno e stavo andando da Rouen a Lussemburgo, non rientrando a Lussemburgo dopo un breve salto a Rouen, come mi pareva di ricordare. Per la precisione, stavo tornando proprio ad Arlon dopo un paio d'anni.
Ad aspettarmi alla stazione di Arlon avrei trovato il fido Gianluca e quella notte avrei di nuovo dormito, dopo molto tempo dall'ultima volta, al mitico Arlux.
Tutta la storia di questa foto è qui.

È la storia dell'immagine di testata di questo stesso blog: la scelsi perché, più di qualsiasi altra foto, aveva un forte valore simbolico di quel che per un certo periodo era stata la mia vita, di quel che avrei voluto fosse stata per sempre, di quel che ero io e del mondo visto attraverso i miei occhi.
In qualche modo è l'immagine del treno che ho perso.

Paris0001

(*) Un amico di frenf.it che vive a Parigi mi ha fatto notare che la stazione nella foto non sembra essere nessuna fra quelle citate e che secondo lui l'immagine non è nemmeno stata scattata a Parigi. A un nuovo controllo osservo che lo scatto è delle quattro del pomeriggio: in archivio ho una foto presa nella stessa giornata in una stazione evidentemente diversa, perché il cielo è buio e sono quasi le sette di sera.
Quella nella foto qua sopra deve dunque essere la stazione di Rouen, mentre la foto successiva l'ho effettivamente scattata a Parigi qualche ora dopo.


(**) E niente, il mio amico ha insistito nella sua indagine e ha scoperto che quella nella foto è la stazione di Lussemburgo. E infatti ho ricontrollato le mie fotografie di quei giorni e quella di cui parlavo nella nota precedente, scattata a Parigi, è del giorno prima, non dello stesso giorno di questa. Mistero definitivamente risolto.
TAG: parigi, Rouen, lavoro
10.31 del 12 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
17 Chi sono i cattivi
FEB Prima pagina
Dipende (via Lorenzo).

StrageCristiani1
Corriere.it del 17 febbraio 2014
StrageCristiani2
The economist, 17 febbraio 2014
TAG: nigeria, repubblica centrafricani, religione, guerra
21.45 del 17 Febbraio 2014 | Commenti (0) 
   
23 New kids on the blocks
SET Lavori in corso
Ho finalmente completato le schede dei due viaggi estivi alle Canarie e nei Balcani. In linea, come al solito, itinerari, appunti, fotografie, videoclip (uno solo per la verità, messo insieme con qualche spezzone girato alle Canarie) e una nuova sezione specifica di foto panoramiche.

E niente, ora devo anche trovare il tempo di rifare a ritroso tutte le schede e l'archivio fotografico dei viaggi ante 2010, e soprattutto mettere su le ultime cinque tappe del Progetto 110 che ho inanellato quest'estate e che ancora giacciono fra i meandri del mio hard disk.

TAG: canarie, fuerteventura, lanzarote, balcani, tirana, kosovo, macedonia, montenegro
17.45 del 23 Settembre 2013 | Commenti (0) 
   
01 Western Balkans/4: pics, route & more notes
SET Travel Log: Western Balkans
Ho studiato tanto questi giorni, e letto, e guardato, e cercato cose. Stavo mettendo a posto le foto del viaggio nei Balcani e continuavo a soffermarmi su quelle del Kosovo, e su quella sensazione che non mi abbandonava di qualcosa che non torna.
Nel gennaio del 2005, in Bosnia, ero andato sulla scia di un percorso che avevo in testa e di idee a cui volevo provare a dare una forma concreta in qualche modo. Lasciata alle spalle la frontiera con la Repubblica Srpska, una volta entrati in territorio bosniaco, la strada correva attraverso una surreale campagna deserta e innevata, completamente minata per chilometri e chilometri. Non le avevano tolte: erano ancora lì, a milioni. Semplicemente, ai bordi della carreggiata, a intervalli regolari, i cartelli rossi col teschio bianco ti ricordavano di non fermare l'auto per andare a pisciare in mezzo ai campi.
E poi quei villaggi, interamente piallati. A dozzine. Piallati vuol dire che non c'era rimasto altro che i perimetri delle fondamenta a ricordare la dislocazione delle case. Per il resto, frammenti di pietre bruciate. Da allora, per me, la pulizia etnica è rappresentata dai perimetri delle case disegnati per terra dai resti delle fondamenta bruciate.

Poi arrivavi a Sarajevo, entravi in città proprio attraverso il viale dei cecchini - ormai lo chiamavano così. C'era ancora lo scheletro bruciato di quel grattacielo che tante volte avevo visto in televisione, quello dell'hotel, come si chiamava... C'erano i fori dei proiettili sui muri delle case e le buche scavate nell'asfalto dalle granate, riempite con la gomma rossa, a simboleggiare il sangue. C'era quel mercato, quello dove era caduta la bomba. E i blindati in città. E c'erano i cimiteri attorno a Sarajevo: ce n'era anche uno, grande, proprio dietro alla casa dove alloggiavamo.
E mentre giravi a piedi per Sarajevo, col freddo e la neve, e ti guardavi attorno, all'orizzonte, verso le montagne che la circondano, Sarajevo all'improvviso ti era chiara. In qualche modo ti entrava dentro con violenza e potevi - forse - capire.

Sarajevo
Sarajevo, 2005

Al ritorno non scrissi quasi nulla di Sarajevo, allora. Né di Mostar. Né di quelle case bruciate e di quelle mine che non ti abbandonavano e ti seguivano ben oltre la frontiera bosniaca, anche una volta rientrati in Croazia, e la gente andava al mare qualche chilometro più avanti senza nemmeno immaginare che dietro di loro, molto vicino a loro, ci fossero i cartelli rossi a bordo strada, ché tanto i turisti mica si spingono nei paesi all'interno.

Così, mi viene anche da pensare che c'è sempre chi ti chiede perché vuoi passare un Capodanno a Sarajevo nel 2005 e che ci vai a fare in Kosovo nel 2013, e peraltro non sono nemmeno gli unici avanzi di guerra che io abbia visto in questi anni, sono solo i più vicini. Poi, spesso, quelli che te lo chiedono sono gli stessi che vanno al mare in Croazia a pochi chilometri dalle case bruciate e dai cartelli rossi, perché il mare è così bello e sei in Croazia, mica in Bosnia; o ad esempio in giro col pullman turistico in Birmania, o con Avventure nel mondo a vedere i gorilla in Rwanda. Per dire.
Ma non è di questo che volevo scrivere. E poi non ho scritto allora per motivare il mio viaggio in Bosnia, non vedo perché farlo oggi.

Ma, quel che andavo pensando mentre guardavo le foto del Kosovo, era che mi mancavano dei pezzi. Ché sulla strada fra Pristina e Pejë ne abbiamo viste eccome di case bruciate e di villaggi piallati, ma il Kosovo, in qualche modo, non mi penetrava sotto la pelle e non è che io possa dire di essere vaccinato a certe cose, ammesso che ci si possa vaccinare per certe cose, ché poi io in vita mia ho solo visto avanzi di guerre, nemmeno guerre vere, oppure guerre fantasma a pochi chilometri da me, ma che stavano tutto attorno a me, non in mezzo a me. Ché l'angoscia della guerra è devastante e irreale allo stesso tempo, ché quando l'affronti a viso aperto, davanti a te, ti viene fame lo stesso, e da bere una Coca Cola lo stesso, e da farti una doccia in un hotel e guardare la televisione lo stesso.
Provai a farne un flame qualche settimana fa su un social network, con quelli che si indignavano e inorridivano per i turisti a Sharm tirando in ballo l'ignoranza, la necessità di studiare, di approfondire, di capire, la psicologia, la cultura, il dolore.
Sì, certo. La psicologia delle Nike prodotte nel terzo mondo, anche.

E insomma, io studiavo, l'altra sera, senza alcuna necessità se non quella di fare ordine in alcune mie cose e nei percorsi che mi avevano portato in Kosovo anche con lo scopo di mettere una delle mie ultime bandierine in Europa. E di far tornare il quadro.
E ho trovato questo. Che vorrei pregarvi di trovare il tempo di guardare, tutto. Dura poco più di un'oretta. Magari al posto di una puntata di CSI.
Non perché ci sia nulla da imparare, o qualche messaggio rivelatore, o chissà che risposte alla psicologia, alla cultura, all'indignazione, al dolore. Ma solo così, perché è - cercate di comprendere il significato del termine, nel contesto - molto bello.
Attenzione: è anche molto duro, a tratti.


In realtà quel che volevo fare era scrivere due righe anche sull'Albania, e sulla Macedonia, e sul Montenegro. Ché questo non è stato solo un viaggio in Kosovo e d'altra parte il Kosovo è pure stato il posto dove ci siamo fermati meno, a conti fatti una sola notte a Pristina, e però allo stesso tempo è stato quello che abbiamo visitato di più, complici le dimensioni del Paese (più o meno quelle dell'Abruzzo ) e una rete stradale interamente ricostruita nelle sue vie di comunicazione principali.
È che quando viaggi per otto giorni consecutivi quasi senza soluzione di continuità, attraverso quattro Paesi sostanzialmente differenti, cambiando lingua, moneta, cultura, costumi, religione e a tratti persino paesaggio, il tempo percepito subisce una dilatazione spaventosa e ti sembra di essere in viaggio da mesi, perché la verità è che mentalmente è così.
Così, ora, io, a distanza di una settimana peraltro, dovrei scrivere di quattro viaggi diversi. O anche solo di tre, avendo già detto altrove del Kosovo...
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TAG: balcani, kosovo, albania, montenegro, macedonia, guerra, bosnia, sarajevo, pristina
17.49 del 01 Settembre 2013 | Commenti (0) 
   
10 Canarie/2: cast away somewhere in Jandìa
AGO Travel Log: Isole Canarie
Prendi le Hawaii, tipo. Togli loro la giungla, la barriera corallina e i grattacieli di Honolulu. E anche un bel po' di gente, e di cartelli, e di regolamenti americani. Lascia le onde, il colore dell'oceano, i vulcani e la lava. Tanta lava, mari di lava e spiagge nere. Ma anche e molte e soprattutto spiagge bianche, deserte, sconfinate, così grandi che è impossibile abbracciarle con lo sguardo, per quanto in alto tu salga lungo i fianchi del vulcano, arrampicandoti per chilometri grazie a strade vertiginose e sterrate, scavate nei fiumi di pietra lavica, qualche cactus, a volte, qua e là.

Oppure prendi La Reunion. Toglile la giungla e le piantagioni di bouganville, e le baguette dei fornai di St.Denis. Tieni le onde, i tornanti nel vuoto senza parapetto, il vulcano, gli squali.
E il vento. Ma di più, molto di più, più di quanto tu sia preparato, sapendolo prima. L'aliseo costante e violento che spira ininterrottamente e che, se al vulcano sali in cima, può raggiungere raffiche oltre i cento orari, così forti che devi chiedere ai Tati di restare accucciati a terra, o ancor meglio sdraiati, perché potrebbero venire sbattuti a terra, ché tu stesso fai fatica a rimanere in piedi e vorresti aggrapparti a qualcosa.

Prendi poi quel ristorantino in fondo alla penisola di Jandìa. Così remoto e isolato che sembra ci arrivino quasi solo le Land Rover, dopo chilometri di pista sterrata, attraverso dune di sabbia portata dal Sahara e ancora, il solito, mare di lava nera e rossa e gialla, spazzata dal vento sferzante, che ti spinge e trascina fino in fondo alla punta estrema di Fuerteventura, al faro sull'oceano.
E poco prima della fine, un chilometro forse, c'è questo minuscolo insediamento di pescatori, di piccole case basse bianche e roulotte ancorate al terreno sabbioso. Un villaggio di roulotte qua in fondo al mondo, affacciato sull'Atlantico e su una piccola spiaggia nera.
Non c'è quasi anima. A tavola ti portano pescado e queso majorero, che non puoi dire di esser stato a Fuerteventura se non lo assaggi, che l'assaggio va avanti poi un pranzo intero, anche se sai che l'aglio ti tornerà su poi per tutto il pomeriggio.

E il piccolo e abbandonato e sperduto cimitero di Cofete, a pochi metri dalla sabbia infinita di Playa barlovento de Jandìa, chiusa e nascosta al resto del mondo dalla barriera scura dell'antico cratere che la delimita per chilometri, così remota e flagellata da onde cosi grandi da essere quasi claustrofobica, nonostante gli spazi immensi.

E il deserto. E ancora lava. E ancora sabbia. E lava. E sabbia. E onde. E lava. E vento. E oceano.
Soprattutto, e nessuno. Per chilometri e chilometri.

(E perdonate le foto, ché purtroppo sempre con l'iPhone mi sto arrangiando).

Canarie10
Canarie11
Canarie12
Península de Jandía, Fuerteventura
..
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TAG: Canarie, Fuerteventura
01.03 del 10 Agosto 2013 | Commenti (0) 
   
03 Canarie/1: just blown to Fuerteventura
AGO Travel Log: Isole Canarie
Quando vi dicono che le Canarie sono ventose quel che cercano di comunicarvi è che la galleria del vento di Maranello, al confronto, è una giostra per bambini. Tipo che oggi, tranquilla giornata di inizio agosto, stagione calda per eccellenza cinquanta miglia al largo della costa del Sahara Occidentale, nord Atlantico, il meteo locale dice ci attestiamo attorno ai 50km/h di media, ma comunque i prossimi giorni è uguale.
Tipo che in teoria ci sono ventisei gradi, forse anche ventotto, ma la Lonely Planet dice che potrebbero essercene anche trentotto, comunque non più di quaranta, ché d'altra parte sempre davanti al Sahara siamo, e per la precisione questo è uno scoglio di sola lava e dune di sabbia bianca trasportata dall'Africa lì davanti, quasi completamente privo di vegetazione, così estremo e surreale e arido e inospitale che nemmeno ti sfiorerebbe l'idea di lasciare per un solo istante la preziosa amicizia dell'aria condizionata della tua auto, e invece te ne vai in giro un po' perplesso fors'anche indossando la felpina, che per fortuna hai ficcato in valigia sfidando all'ultimo grammo i mastini inferociti del check-in di Ryanair, ché sarà anche che ci sono ventisei, forse ventotto gradi e sei davanti al Sahara ad agosto, ma anche sticazzi, pardón, ché nemmeno in piedi riesci a stare, boia di un giuda.

E niente, deve essere l'annata delle isole tempestose, ché solo tre mesi fa avevi di che ridire dell'allucinante clima delle Fær Øer, come se poi fosse strano smazzarsi grandine e neve orizzontali a sessanta gradi di latitudine a fine aprile, e stavi lì a scomodare paragoni con il vento delle Svalbard e della Patagonia, e adesso to', vieni un po' qui a vedere com'è stare alle Canarie, che son più brulle - assai di più, per quanto possibile - delle Fær Øer, a trenta gradi meno di latitudine e venti più di temperatura dell'aria. Poi ne parliamo.

Così, mentre i Tati dormono qui al mio fianco, ché la giornata è stata lunghissima, sveglia alle 3:30, quattro ore di volo attraverso un pezzo di mondo, un'oretta di auto fra pianure di lava e dune mosse, il bagno nell'oceano delle onde grandi - prima volta per Tata piccola - e tutto un nuovo pianeta poi da scoprire giocando e correndo su una delle cinque spiagge più grandi al mondo, dopo che infine sono dunque stramazzati, sfiniti, sfiancati anche dal piccolissimo jet lag che per loro è pur sempre grande, io me ne sto infine qui a raccogliere un istante le idee, le mie prime impressioni, ché son stanco anch'io, ma il vento, l'aliseo atlantico, urla senza sosta fuori, sbattendo contro le finestre e facendo scricchiolare - giuro - i muri, e credetemi, par d'essere peggio che a Tórshavn.

Che adesso lo capisco il perché, qui. Perché le grandi traversate a vela dell'Atlantico lungo la rotta degli alisei parton da qui.
Perché se solo t'azzardi a tirar su un fazzoletto, e la stagione è quella giusta, vieni sbattuto sulle coste de Los Roques senza che tu abbia nemmeno fatto a tempo a dar acqua al timone.
Che comunque, visto da qui, ci vuole del pelo sullo stomaco a metter vela in acqua per andare a sfidare 'sto vento e l'onda lunga atlantica. Ma poi io sono un alpinista, che ne so.

Come e perché poi Tati ed io siamo arrivati fin qui è più o meno presto detto.
C'è innanzitutto che il titolare qui ha sempre da metter nuove bandierine, si sa, e pare ormai che i Tati c'abbian preso gusto, ché del resto la pasta ben quella è.
C'è che ormai son grandicelli e il Mediterraneo ci aveva rotto, e del resto era ben ora di portare Tata piccola un po' più in là. A dir la verità avevamo intenzioni più bellicose assai, ma l'economia della faccenda non era facile da far quadrare, e dunque abbiamo ripiegato - si fa per dire - risolvendo in questo modo l'equazione mare + nuova destinazione + non troppo lontano-ma-non-Mediterraneo. Per le intenzioni davvero bellicose sarà forse per il prossimo anno.
C'è infine che nel 2013 sto dando fondo al mio rush finale per terminare definitivamente l'album dell'Europa, ché dopo le Fær Øer a fine aprile, al ritorno delle Canarie, fra un paio di settimane (ri)partirò alla volta dei Balcani Occidentali per chiudere il conto anche con Albania, Macedonia, Kosovo e Montenegro. A quel punto, secondo l'insindacabile regolamento del CIGV, mi mancheranno ufficialmente solo Azzorre, Madeira e la più impegnativa Islanda, che però rimanderò fino a che non avrò almeno una quindicina di giorni pieni fuori stagione.

E insomma, qui siamo da qualche ora. Del vento vi ho detto, della lava e delle dune anche. Delle grandi onde oceaniche sfidate dai Tati, pure. Sappiate anche che abbiam visto un vero vulcano, nerissimo e a cono perfetto come si conviene per ogni vulcano che si rispetti.
Io sto viaggiando senza reflex. Ormai sta diventando la regola. È possibile che qua mi taglierò spesso le palle per aver voluto rinunciarvi, sappiatelo. Tutto il resto di quel che qui state leggendo e vedendo è made with iPhone+iPad. Sorry per la qualità.

Canarie01
Canarie02
Playa de Jandìa, Fuerteventura
TAG: Canarie, Fuerteventura, Jandìa
23.21 del 03 Agosto 2013 | Commenti (0) 
   
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