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06 E poi cose così
MAR Travel Log: Business Trips 2019
E poi c'è questa cosa: Houston è la quarta città degli Stati Uniti. Conta poco più di due milioni di abitanti. Meno di Roma. Eppure sembra sterminata.
Philadelphia è la quinta e ne fa un milione e mezzo, circa Milano. Per trovare Boston in classifica bisogna addirittura andare oltre il ventesimo posto: fa meno di settecentomila abitanti, è più "piccola" di Torino.
Eppure quando attraversi Houston, Philadelphia, Boston e qualunque città americana (Albuquerque, cinquecentomila abitanti, per dire), ti sembrano infinite, attraversate da queste autostrade e tangenziali a dodici corsie, con svincoli esagerati, le distanze sempre improponibili a piedi, detto che in America nessuno si muove a piedi.

Già questa cosa delle autostrade, letteralmente, in città. A un certo punto ho fatto mente locale: noi abbiamo le tangenziali, loro passano direttamente in mezzo al centro urbano; tiran su un viadotto, costruiscono uno svincolo a cinquanta metri di altezza e ciao, come si vede nei telefilm. Come se quando arrivi a Milano, invece di trovare il casello a Melegnano, o ad Agrate, e poi infilare la est attorno alla città, potessi proseguire con l'autostrada diritto fino a piazza del Duomo, scavalcare Galleria Vittorio Emanuele e il Castello Sforzesco con qualche pilone di cemento armato, e poi proseguire su per Corso Sempione fino a bucare il centro urbano dall'altra parte.
Moltiplica questo per tutte le autostrade che arrivano a Milano da ogni punto cardinale, falle incrociare tutte a San Babila, e hai fatto Houston, per dire.

Così mi sono chiesto perché e me lo sono chiesto proprio mentre col taxi stavo percorrendo la tangenziale più esterna di Houston, a pianta perfettamente quadrata, come Houston medesima, e dal finestrino potevo distinguere nitidamente il grappolo dei grattacieli di donwtown, a circa venti chilometri in linea d'aria dalla mia posizione.
Venti chilometri in linea d'aria: ho controllato su Google. Significa un diametro di circa quaranta chilometri a racchiudere il centro urbano. Capisci le dimensioni.
Per darti un'idea, nel suo punto più largo il Grande Raccordo Anulare di Roma raggiunge un diametro al massimo di venti, l'anello delle tangenziali di Milano ha un diametro medio di quindici e la cerchia della circonvallazione di cinque. Con una differenza, fra l'altro: il GRA e le tangenziali di Milano passano abbondantemente fuori città, il cerchio esterno di Houston no.
Certo, si può obiettare che è la normalità delle metropoli del mondo, basta andare a Parigi o a Londra, ma qui stiamo parlando, appunto, di una città che ha poco più di due milioni di abitanti, non venti. Di città che, dal punto di vista della popolazione, non sono affatto "metropoli", non perlomeno nell'accezione che diamo loro nel nostro immaginario parlando di grandi città americane.
Uno pensa Houston e immagina grattacieli, autostrade interne, strade infinite: tutto vero. Per associazione, me lo chiedessero, risponderei automaticamente dieci milioni di abitanti. E invece.
Attraversi Albuquerque in taxi dal tuo hotel a downtown, prendi l'autostrada (!) in città, fai almeno venti miglia dentro il centro urbano.

La prima risposta che mi sono dato è che è una questione di toponomastica. Se noi chiamassimo Milano tutta l'area urbana della "grande Milano", arrivando a comprendere Monza o addirittura Lecco, totalizzeremmo immediatamente dieci milioni di abitanti e viaggeremmo "in città" senza soluzione di continuità per cinquanta chilometri, che poi è come funziona in America.
La prospettiva di downtown Houston, vista dalla tangenziale, mi ha dato però un punto di vista diverso: a parte un pugno di grattacieli in centro, l'area urbana è perfettamente piatta e disegnata su uno sterminato reticolo di isolati quadrati, divisi da strade larghissime e colonizzata da una teoria infinita di case e villette a schiera di uno o due piani, nella quasi totale assenza di palazzi più alti, per cui se prendi due milioni di abitanti e li distribuisci in quel modo sul territorio hai fatto una città di quaranta chilometri di diametro e hai pure lo spazio per far passare le autostrade sopraelevate in centro, senza sforzo particolare.
Ricordo che 'sta storia della città fatta di un gruppetto di grattacieli downtown circondato da chilometri e chilometri e chilometri di periferia tutta uguale, tutta a un piano, tutta anonima, tutta alienante allo stesso modo, dove ricchi e poveri, popolo e borghesia, sono distinguibili solo dalla dimensione e dalla cura del giardino e dalle dimensioni del pickup parcheggiato davanti a casa, l'avevo già notata vent'anni fa a Chicago e in tutti i miei viaggi successivi negli Stati Uniti, con la sola esclusione, forse, di Seattle, e considerando naturalmente che New York (otto milioni di abitanti) fa un po' storia a sé (ma nemmeno troppo, al di fuori di Manhattan).

È vero che le città del New England hanno caratterizzazione un po' più europea, perlomeno avvicinandosi al centro: ad esempio downtown Philadelphia non è molto diversa da una qualunque nostra grande città, ma in effetti si tratta di eccezioni e comunque Philadelphia (un milione e mezzo di abitanti), sul lato lungo, fa quindici chilometri di "centro". Son tre ore a piedi da un lato all'altro: Milano, stessa popolazione, la fai in un'ora (verificato per voi).

E poi altre cose inutili, che annoto così, di passaggio, nel mio girovagare: ho scoperto che le autostrade, anche in centro città - forse soprattutto in centro città - si pagano anche se non c'è alcun casello. In realtà c'è l'"easy-flow multilane" e questa cosa mi fa sorridere, perché molti anni fa, quasi nella preistoria direi, uno dei miei primi incarichi professionali importanti fu per la Società Autostrade.
Eravamo agli albori dell'epoca del Telepass e quanti aneddoti che imparai allora in merito e sulla gestione delle nostre autostrade. Ricordo che mi dissero che il Telepass è un brevetto italiano e che in realtà, come spesso accade, nel momento in cui da noi veniva implementato era una tecnologia già superata, perché la stessa Società Autostrade aveva già sviluppato un altro sistema chiamato Easy-flow Multilane, che non poteva installare in Italia per varie ragioni e che però vendeva all'estero, primo fra tutti in Canada.
Il Multilane era un arco che scavalcava tutta la carreggiata, dotato di telecamere, che consentiva il flusso continuo del traffico senza alcuna interruzione né rallentamento, tracciando i passaggi delle auto e permettendo di addebitare il tragitto direttamente sul conto corrente degli automobilisti evitando il formarsi di qualunque coda. Era collaudato fino a passaggi a duecento all'ora.
Vent'anni fa. Noi siamo qui ancora a fare code al casello e a gestire i pagamenti cash, sulle tangenziali e autostrade americane hanno il Multilane da vent'anni e certo, quasi tutti sono registrati al servizio, ma se proprio non vuoi perché tanto sei di quelli che "io non uso mai l'autostrada, né lo smartphone, né sono iscritto ad alcun social network, né uso le carte di credito perché si spendono un sacco di soldi", be', nessun problema, c'è una corsia apposta col casello riservata per te, dove puoi pagare perfino coi biglietti da un dollaro e le monetine di rame (a Houston vuota).

E in effetti cose come sono stato un mese negli Stati Uniti e non ho mai, mai, mai dovuto usare il contante nemmeno una volta, non ho nemmeno prelevato e ho pagato qualunque cosa, qualunque, in qualsiasi situazione, con la carta di credito, fossero anche il caffè da un dollaro o la mancia al tassista.
Certo, alla collega che in un'occasione viaggiava con me irrita pagare il caffè con la carta di credito "perché si perde il conto delle spese".
E allora fine.

Houston
TAG: usa, america
15.18 del 06 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
03 I touched the Moon
MAR Travel Log: Business Trips 2019
Al mio terzo ritorno a Houston, complice un weekend, sono finalmente riuscito a farmi un giro allo Space Center della NASA. A parte questo, la solita piatta desolazione di Sugar Land, un clima indeciso se virare decisamente all'estate già a febbraio o sparare ancora qualche cartuccia dell'inverno a salve texano e serate a macinar chilometri sul tapis roulant dell'hotel, nella speranza di contrastare gli hamburger e le birre della Big Ben Tavern, dove sono solito chiudere le mie giornate davanti a una partita di basket o di hockey, a meno sette fusi orari dalle mie abituali compagnie serali.

La speranza non serve a nulla: atterro a Milano a più quattro chili dalla partenza di tre settimane fa, che vanno a sommarsi ai più due del giro precedente. Nemmeno le scarpette in valigia e cinquanta chilometri fissando un monitor mi hanno salvato: un mese yankee è stato sufficiente a rubarmi un anno di dieta e allenamenti.
Guardo frustrato la bilancia e mi prende lo sconforto. Maledetto Texas, maledetta America. Non dovrei esser qui.
A malincuore rimando qualunque piano di emergenza casalingo, ché ho già il prossimo biglietto aereo nella casella di posta: ho giusto il tempo di sistemar le foto, far due lavatrici e la nota spese, riallineare inutilmente il jet lag e cambiare il tag al trolley, ché a questo giro ho imbarcato e me lo han fatto a pezzi.

Il Saturno V fa paura, sappiatelo, gli astronauti dell'Apollo erano pazzi, pazzi, pazzi.
Ho toccato un pezzettino di Luna ed è stato emozionante.
Sulle tangenziali di Houston si può viaggiare anche a cento miglia all'ora nonostante il limite delle sessantacinque e non è vero che gli sceriffi sbucano all'improvviso da dietro i cartelloni pubblicitari per inseguirvi.
Bryan infila un "you know what I mean" ogni due frasi, ma invece no, io non lo so cosa vuol dire, non lo capisco proprio.
Texas, la noia. Non che la Pennsylvania, comunque.
Son certo che avevo mille altre cose, ma di questi tempi il mondo gira troppo veloce attorno a me e non riesco a fermar nulla, non ricordo, tutto scorre fra un oblò, un monitor e una nuova alba sul vecchio mondo che arriva sempre troppo presto.

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Houston Space Center, TX
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Il razzo Saturno V che ha portato gli uomini sulla Luna
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I touched the Moon
TAG: houston, Texas, usa
23.58 del 03 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
24 Back in New England
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Uscendo dalla Wells Fargo Arena di Philadelphia, dopo aver assistito alla partita dei Flyers, mi chiedo se valga la pena buttar giù un post sull’hockey analogo a quello che scrissi anni fa dopo aver visto i Boston Celtics, ché altrove ho detto che potrei rifare le stesse identiche considerazioni sull’America e lo sport, anche se riflettendoci a freddo ci sono alcune sostanziali differenze fra hockey e basket, la prima delle quali, sorprendentemente, è che a questo giro mi sono divertito, mentre l’NBA dal vivo mi aveva annoiato a morte (e ogni volta che lo scrivo mi rendo conto di quanto possa sembrare un’eresia per chi legge dall’altra parte del monitor).
Poi Theo mi spiega che l’hockey non è uno sport, è entertainment. [In America] Climbing, tennis, marathon, skiing, horse riding, swimming, sono sport. Hockey, basket, football e baseball sono entertainment, come il wrestling, ed è tutta un’altra cosa: innanzitutto perché sono fake.
Dice Theo che funziona come nell’antica Roma: “Power gives people bread and games”. Obietto che però i leoni se li mangiavano davvero i cristiani, non è che fosse tutto ‘sto fake, poi d’altra parte ripenso ai Boston Celtics e ai Philadelphia Flyers, e capisco il punto.

Theo vive nei Stati Uniti ormai da qualche anno e mi invita a cena (alle 17:45, e va bene che ho saltato pranzo) in un bel ristorante nel centro di Philadelphia, proprio dietro al municipio, azzerando così in un colpo la mia esperienza fino ad oggi in termini di pessima e indigeribile cucina americana. Tutto perfetto, dalla delicata zuppa di molluschi come antipasto, al filet mignon, leggerissimo, ai contorni e al vino rosso californiano.
Il conto è una fucilata, ci pago tre notti in hotel all’Hilton with complimentary breakfast (*). La sintesi è che in America la salute è una roba da ricchi, sia che tu voglia curarti, sia che tu voglia evitare di cibarti di spazzatura.
(*) Alla seconda settimana di fila negli Stati Uniti non solo infilo parole inglesi a caso nelle frasi, continuando peraltro a capire zero quando mi parlano, ma quel che è peggio è che inizio a pensare come gli americani e mi ritrovo al mattino, appena svegliato, a scostare le tende della camera e guardare la pioggia che cade mista a neve osservando fra me e me che ci saranno trentadue, forse trentatré gradi.

Downtonwn Philadelphia è insolitamente trafficata, insolitamente in termini americani intendo, sembra sempre di essere in centro a Milano in ora di punta. C’è pure gente che suona il clacson ai semafori.
Non se se l’ho già scritto ma, traffico a parte, mi ricorda Boston, anche se come direbbe Charles, il tassista Uber che mi porta alla Wells Fargo Arena per assistere all’incontro fra i Philadelphia Flyers e i Detroit Red Wings, Boston è la città dei Kennedy, sono tutti “kennedyani” - dice proprio così, kennedyans - hanno la puzza sotto al naso, e fa il gesto col dito, mentre a Philly la gente è più easy, meno snob, è la città dei padri fondatori e ci tiene a sottolineare che ha pagato molto al Paese in termini di vittime del nine-eleven. Poi certo, se sei di Philly sud non hai nulla a che fare con quelli di Philly nord, è proprio gente diversa, non parlano nemmeno con lo stesso accento. Non capisco chi detesti fra quelli di Philly sud e quelli di Philly nord, o se faccia solo dell’ironia.
Charles ha cinquantotto anni - we belong to the same generation, we’ve grown up with the same values and we understand each other, it does not matter if you are Italian and I am American - è orgogliosissimo della sua Jeep Renegade rossa, rossa perché lui era un pompiere e ha perso qualche amico il nine-eleven, ma soprattutto ama la sua moto, un monster da ottocento libbre che lui chiama The Beast, col quale tutti i weekend va in giro coi suoi amici bikers.
Charles è un biker dentro, ama la moto come filosofia di vita. Mi mostra le foto di The Beast - mentre guida, naturalmente - e mi spiega che da ragazzo, alla high school, i compagni lo odiavano perché rimorchiava un sacco con la sua moto di allora, mentre quei bulli perdevano tempo a fare sport, giocavano a football e mostravano i muscoli. A lui del football non è mai fregato nulla, le ragazze amavano il suo spirito indipendente e ribelle, e insomma finiva sempre a scazzottate con quelli del football, lui le prendeva, ma tanto poi gli portava via le ragazze.
Mi spiega che Boston non gli piace anche perché la carne costa cara, non puoi farti un hamburger o una T-bone come dio comanda senza spendere una fortuna. Una volta lui e i suoi amici bikers si sono fermati a Boston per una bistecca e il proprietario del locale li ha trattati male solo perché erano bikers, maledetti fottuti kennedyani, e quando gli ha portato il conto lui non voleva crederci.
Non ci tornerà mai più a Boston, Boston sucks, magari è solo la sua opinione per carità, ma proprio Boston no, ma se vai più a nord, seguendo la costa, ci sono dei posti meravigliosi dove puoi mangiare delle bistecche stupende.

Arriviamo davanti allo stadio e prima che io scenda mi chiede per chi tiferò. Non lo so, è la prima volta che vedo una partita di hockey, ma forse tiferò per i Flyers visto che sono a Philadelphia. Mi dice che è una buona scelta e che prima o poi vorrebbe venire in Italia, che gli piacciono le montagne e sogna di volare sopra le Alpi, e vuole sapere se si vedono le Alpi volando in Italia.
Gli rispondo che se arriva dal nord Europa si vedono, basta che sia una bella giornata e la cosa lo fa molto ridere.

Nel frattempo i giorni passano e imparo nuove cose sull’America nel corso di quella che sta diventando la mia permanenza più lunga fra gli yankees. Philadelphia è paralizzata per mezza giornata da una tempesta di neve annunciata da giorni, veniamo evacuati dall’ufficio all’ora di pranzo e spediti tutti a casa per prevenire i problemi di circolazione stradale, e così un mercoledì mi ritrovo nel mio hotel di Montgomeryville, Pennsylvania, a metà giornata, nulla da fare tranne macinare chilometri sul tapis roulant.
Montgomeryville, nella contea di Montgomery, è a circa un’ora da Philadelphia in condizioni normali di traffico, fra i cinquanta e i sessanta dollari con Uber. Studio su Wikipedia le divisioni amministrative americane, le contee, le township, i borough e i census-designated place, come Montgomeryville. Passo un’oretta sul sito della contea di Montgomery, tipo le ultime notizie sul sito del Comune di Arcore, e mi immergo sempre più nella mia vita a stelle e strisce.
La provincia americana del New England mi sta diventando familiare, un po’ come quella del Texas e dell’Ohio. Cambia il clima, cambiano le architetture, ma non lo spazio attorno e il senso di vuoto, l’impronta standard della cultura americana filtrata dai miei luoghi comuni che mi inseguono ovunque mi sposti in questo mio vagabondaggio per lavoro attraverso gli Stati Uniti. I centri commerciali, i Roadhouse, i concessionari di auto, le grandi strade a otto corsie, l’alienazione della provincia, la percezione degli universi paralleli e completamente disgiunti abitati dai bianchi, dai neri e dagli ispanici, il mio muovermi attraverso le differenti dimensioni come un pesce fuor d’acqua, il mio annaspare linguistico che aumenta all’aumentare della permanenza, invece di diminuire, perché più mi immergo, più vivo qua, più devo vivere in prima persona, più parole, espressioni, modi di dire, sfumature, mi servono. E non le ho.
Così faccio fatica.

E poi, di nuovo, volo in Texas, dove mi aspettano venticinque gradi e un’umidità tropicale.

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Philadelphia Flyers vs. Detroit Red Wings
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Downtown Philadelphia
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Contea di Montgomery, PA
TAG: Usa, Philadelphia, NHL
22.49 del 24 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
15 Che poi di Taco bell io non ne ho visto uno
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Albuquerque, che non imparerò mai a pronunciare per quanto ci provi da settimane, ché parto sempre pronunciando albequ-alburque-alberqu-albuché, per poi arrendermi frustrato, ma che invece si dice semplicemente, semplicemente si fa per dire, “albukrki”, o se proprio sei del profondo sud puoi spingerti fino ad “albiukrki”, Albuquerque dicevo, al nono (o decimo?) viaggio negli States riparametra quasi da zero la mia America, o forse a voler ben vedere, per alcuni versi, va ancora di più a confermare tutti i miei luoghi comuni, a partire dal fatto che son quattro giorni che non riesco a mangiare altro che non sia carne racchiusa fra fette di pane, qualunque sia il tipo di pane - rotondo, bianco tostato, coi semini, tacos - ma il punto rimane lo stesso: gli americani non possono fare a meno di mettere la carne fra due fette di pane e d’altra parte il pane fa almeno quattrocento delle minimo ottocento calorie di qualunque piatto americano.
Comunque volevo scrivere di Albuquerque.

In America non esistono i cucchiaini, o perlomeno io non li ho mai visti. Ad esempio, se prendi uno yoghurt dovrai mangiarlo con un cucchiaio da zuppa. Esistono i bastoncini di legno e le cannuccine di plastica per mescolare lo zucchero nel caffè, ma i cucchiaini no. Forse perché sono piccoli e in America tutto deve essere grande.
E poi le insalate. Nelle insalate ci puoi mettere di tutto, anche l’uvetta, il tofu, le albicocche secche che noi mangiamo a Natale, la salsiccia a cubetti, le mandorle, i mandarini, le fragole e la feta, i pomodorini e i peperoni interi, e i cetrioli naturalmente, e inesorabilmente tutto verrà innaffiato con qualche salsa americana, la cui densità media è proporzionale al numero di ingredienti, minimo otto, con cui viene preparata.
Che poi è un po' il fil rouge della cucina americana: arrivi a sera e hai sempre la sensazione di aver mangiato un bidone di roba presa completamente a caso e mescolata insieme, senza distinzione, né criterio, né ordine.
Così, quando sono in America, dopo quarantotto ore il mio metabolismo comincia a gridare vendetta e sogna vasche di rucola e insalata trevigiana cruda, o persino i broccoletti, per dire, al massimo un filo d'olio appena accennato a guarnire, e null'altro.
Ma volevo scrivere di Albuquerque (albukrki), non al solito dellamerica, ché ogni volta va a finire che scrivo sempre le stesse cose dellamerica.

Nella palestra del Marriot di Albuquerque i monitor dei tapis roulant sono sintonizzati su un canale televisivo che trasmette uno di quei reality show i cui protagonisti si sfidano ai fornelli e una giuria assaggia con aria più o meno schifata e supponente. Siccome però siamo in America, questi poveri disgraziati cucinano roba orrenda che, al di là dell’impiattamento improponibile persino per i Camionisti in trattoria di Chef Rubio, gronda colesterolo e zuccheri a fiumi attraverso lo schermo, riversandoli sul nastro che scorre veloce sotto ai miei piedi.
Così, mentre corro, più che alle calorie che sto bruciando e a quello che mi scofanerei come premio al termine dell’allenamento, penso piuttosto a combattere la nausea e giuro a me stesso che non toccherò mai più un hamburger o un muffin. La strategia, nel complesso, ha in effetti un suo perché.
Osservo che di tanto in tanto la trasmissione è intervallata, fra mille altre, dalla pubblicità dell’Hilton. Nella palestra del Marriot.
Ma dicevo di Albuquerque.

C’è quest’altra cosa che mi fa impazzire degli americani, questa forma di cortesia idiomatica che non è solo quella fornitore-cliente tipica ad esempio dei camerieri che non ti lasciano in pace un secondo perché devono guadagnarsi la mancia, e non è nemmeno la gentilezza rituale dei giapponesi, parte integrante di una cultura collettiva millenaria, no, è questa cosa del “Ciao, come stai amico, io mi chiamo Bob, come ti va, tutto bene oggi?” che il mio tassista non rivolge solo a me, suo cliente, ma anche al bigliettaio del parcheggio, al casellante, al collega, al passante per strada, a chiunque, e l’”appreciated” a seguire ogni risposta.
Fanno così, tutti con tutti, qualunque scambio per qualunque ragione, “Ciao amico, come stai, spero che ti vada tutto bene”, questo apparente senso di protezione e preoccupazione per il vicinato che fa palesemente a pugni con la competitività e l’individualismo di cui questa società è permeata fino al midollo.
Come se in ogni momento tutti sentissero il bisogno di abbracciarsi tipo sopravvissuti al termine dell’ennesima sparatoria in un luogo pubblico, per poi rinchiudersi nelle proprie case davanti al baseball a ingozzarsi di pop corn, fino al prossimo conflitto a fuoco.
Dopo un po’ non so, ci divento matto. Perché rivoglio il mio anonimato europeo, il mio recinto attorno, la mia misantropia, e tutto questo impicciarsi del mio umore odierno, senza alcuna ragione tranne la codifica genetica dell’americano medio, mi disturba, mi irrita, invade il mio spazio.
In un paese in cui lo spazio attorno è la ragione di vita e di morte.

Ti racconto della funivia del Sandia Peak. C’è questa funivia appena fuori da Albuquerque che porta agli oltre tremila metri del Sandia Peak, dove si trovano anche alcuni impianti da sci. No, non ho sciato, neve ce n’era e avevo pure messo in valigia apposta la roba, ma gli impianti sono aperti solo nel weekend e io sono dovuto ripartire proprio il venerdì. Comunque.
Dicono che sia la funivia più lunga del mondo, e magari lo è anche, in effetti la corsa dura una quindicina di minuti e ha un paio di campate piuttosto lunghe, ma se sei abituato alle funivie sulle Alpi (e senza andare a scomodare quelle del Caucaso) ti sembrerà tutto sommato un’esperienza abbastanza ordinaria, a parte il bel panorama sul deserto e la riserva Navajo attorno ad Albuquerque.
C’è una corsa ogni venti minuti, come in qualunque stazione invernale del mondo. Fai il biglietto, aspetti il tuo turno, arriva la funivia. E lì inizia la realtà parallela americana, la spettacolarizzazione di qualunque evento della giornata che ti conduca al di fuori del tragitto casa-lavoro-baseball-Taco bell.

Un’addetta al controllo biglietti afferra un microfono e annuncia che è arrivata la funivia, che stai per vivere una straordinaria ed eccitantissima avventura, e “wooooooow”, “yuppieeeeeh”, siate felici, datemi il cinque, è una giornata meravigliosa (non è vero, il tempo è anche bruttino), preparatevi a salire, fate attenzione al gradino, quanto siete eccitati? Siete pronti? Siete carichi? Woooooooow, e allora partiamo!
A bordo c’è un altro addetto. Appena saliti, saluta tutti, si presenta, dice che ci accompagnerà in questa splendida avventura fino all’incredibile quota di oltre diecimila piedi, che non solo sarebbe una quota abbastanza media sulle Alpi, ma a maggior ragione lo è in America, e che possiamo rivolgerci a lui se abbiamo qualche timore, chiedergli tutto quello che vogliamo, qualunque cosa abbiamo bisogno, lui sarà felicissimo di aiutarci. Chiede se ci sono dei “first timer”, gente che non ha mai preso una funivia prima, si alzano alcune mani, scatta l’applauso generale, woooooooow, non preoccupatevi, vi spiegherò tutto io, non abbiate paura e preparatevi per questa straordinaria avventura.
La funivia parte. E lui con la funivia: passo a passo, metro a metro, per quindici lunghissimi minuti, racconta tutto della funivia, dal diametro dei cavi, alla portata, ai tempi di costruzione, al clima della regione, al panorama attorno, descrivendo ogni sasso sotto di noi, ogni albero, ogni “canyon” - ce ne sono tre secondo lui, io vedo soltanto degli avvallamenti dovuti alla normale orografia della montagna - passando per la geologia, la flora, la fauna. Non smette un solo istante e ogni tanto fa domande per coinvolgerci, chiede attenzione, “fa gruppo”.
È tutto surreale. E ancora più surreale è che la stessa identica scena si ripete al ritorno, con un’addetta diversa, nonostante sia possibile affermare con un margine di incertezza irrilevante che il 99,99% dei passeggeri è salito con la medesima funivia, a meno di quelli che sono arrivati in cima al Sandia Peak volando, o risalendo a piedi i mille metri di dislivello delle piste da sci, chiuse, sul versante opposto.
Tutto questo ogni venti minuti, per ciascuna corsa della funivia, tutti i giorni della settimana, tutto l’anno. Pensa a quelli che vengono a sciare qui abitualmente.

E poi mi becco pure il gran finale.
Appena rientrati alla stazione di partenza, un tipo che fino a quel momento nessuno si era filato chiede l’attenzione un istante prima di farci scendere: ci presenta - nuovamente - l’addetta che ci ha accompagnato durante la discesa e annuncia in modo piuttosto solenne e serissimo che la tipa ha oggi completato il suo addestramento con successo e che dunque da domani sarà in servizio regolare sulla funivia come i suoi colleghi. Chiede un grande applauso, tutti applaudono, qualcuno la incoraggia, lei si commuove e piange.
Finisce in grande amicizia, come fossimo tutti sopravvissuti a un’avventura ai limiti dell’impossibile, strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle, lei che piange.

Ecco, c’è questa cosa dell’America e degli americani tutti eroi per caso, qualunque minchiata facciano, che mi fa impazzire. Ricordo la stessa esperienza qualche anno fa, quando ero andato a veder giocare i Boston Celtics e durante l’intervallo avevano premiato l’eroe del giorno.
C’è una trasmissione su Weather Channel, un canale che di qualunque evento meteorologico fa una manifestazione catastrofica unica nell’universo conosciuto, che racconta della vita di alcuni camionisti sulle “strade dell’inferno”, letteralmente. La puntata di questa sera è dedicata alla storia di Tim, un camionista obeso che grazie a Weather Channel ha finalmente il suo momento di celebrità.
Tim guida un camion per il soccorso attrezzato con un grande paranco. Durante l’inverno scorso ha dovuto fare un intervento ai limiti dell’impossibile, qualcosa che gli ha quasi cambiato la vita, ma se sei un camionista sulle strade dell’inferno sai bene qual è il tuo compito e la tua missione e devi essere pronto a tutto (cito, ovviamente).
Seguono immagini dall’alto del camion di Tim che percorre una grande statale, la “strada dell’inferno”, abbastanza trafficata, che ha la caratteristica di attraversare un paesaggio invernale piuttosto comune. Non c’è nemmeno neve sulla carreggiata, ma la voce narrante ti spiega che sono condizioni davvero estreme, siamo a circa cinque sotto zero e come vedi c’è neve ovunque, la strada può essere scivolosa, la visibilità scarsa, in inverno può succedere di tutto. Insomma, l’autostrada del Brennero a gennaio.
Le immagini dall’alto si alternano all’intervista con Tim, che ti racconta le sue giornate drammatiche, perché quando guidi un camion del soccorso sei già un eroe a prescindere, se poi lo guidi d’inverno vabbè, che te lo dico a fare.
E insomma, si arriva al luogo dell’intervento: c’è un autoarticolato che si è intraversato e il rimorchio si è girato attorno alla motrice per quasi 180°. Fortunatamente, non ostruisce nemmeno la strada, semplicemente è lì a bordo carreggiata. Non ci sono feriti, niente incidenti, il traffico riesce a scorrere regolare, un poliziotto segnala alle auto in arrivo di rallentare qualche centinaio di metri prima.
Arriva in appoggio una macchina per il controllo del traffico, devia le auto sulla carreggiata opposta e Tim si mette all’opera: “La velocità è tutto in questo mestiere”, ti spiega concentratissimo. Aggancia col paranco il rimorchio dell’autoarticolato e, al rallentatore, in una interminabile sequenza di venti minuti e dodici pubblicità, lo fa ruotare al suo posto. Un altro camion aggancia l’autoarticolato e lo rimorchia via. Fine.
Nessun ferito, danni quasi zero, il traffico riprende regolare.
Anche oggi Tim ha concluso la sua giornata eroica sulle strade dell’inferno. “Non puoi sapere cosa ti accadrà domani”.

Dicevo di Albuquerque.
Il Sandia Peak si trova nella National Forest di Cibola. Lipperlì ho pensato solo ad un’assonanza, ma invece no: si tratta proprio del luogo celebrato da Disney in “Zio Paperone e le sette città di Cibola”, una delle avventure degli anni d’oro fra le mie preferite, pietra miliare della mia infanzia e prima gioventù.
E d’altra parte Albuquerque si trova al centro delle riserve indiane Navajo, Hopi e Apache, a due passi da Santa Fe, da El Paso, da Gallup, Tucson, Durango. All’improvviso attorno a me tutto è Tex Willer, Kit Carson, i film western di quand’ero ragazzo, John Wayne, Tombstone e Silverado. Adesso sì, sono in America e mi commuovo un po’.
In città passa la Route 66, qui è stato girato Breaking Bad e non ultimo è uno dei luoghi più famosi al mondo per gli avvistamenti degli alieni, celebrati quasi più della cultura locale, una mescolanza ispanico-nativa pellerossa. Il New Mexico, di cui Albuquerque è la capitale, è lo stato americano più spagnolo e pellerossa di tutta l’Unione, la lingua ufficiale è lo spagnolo.
Qui hanno anche fatto esplodere la prima bomba atomica, il che probabilmente ha contribuito a convincere gli alieni che la Terra è un posto di merda, perché evidentemente non si sono fermati. Io perlomeno non ho avvistato nulla durante la mia permanenza, nonostante tutti garantiscano che le visite degli ufo sono abbastanza frequenti.
Ad Albuquerque questa cosa degli alieni la prendono piuttosto sul serio.

Dopo un paio di giorni mi rendo conto che mi piace Albuquerque. È tutta un’altra America rispetto a quella che ho visto questi anni, fatta solo di grattacieli, centri commerciali, svincoli autostradali, aeroporti, civiltà occidentale consumista sviluppata all’estremo. Intendiamoci, i centri commerciali e gli svincoli autostradali ci sono anche qui, ma ad esempio i grattacieli no. Albuquerque è bassa e piatta, completamente piatta, come il deserto attorno, che si perde all’orizzonte.
Dalle vie della città lo sguardo attraversa tutto l’estesissimo agglomerato urbano, favorito dal territorio lievemente ondulato, e sconfina oltre l’abitato fino a perdersi nel deserto, una sensazione che ho sperimentato solo un’altra volta in vita mia in una città, trent’anni fa in Patagonia, a Rio Gallegos. Albuquerque come Rio Gallegos e in effetti il panorama attorno, lo spazio infinito, ricordano proprio la pianura patagonica attorno a Rio Gallegos. Anche il clima, la neve sul rilievo del Sandia Peak che chiude il deserto e la città a oriente, il Rio Grande che scorre al confine dell’urbanizzazione.
Albuquerque è in quota, il deserto qua sta attorno ai millecinquecento metri. Rovente d’estate, freddo d’inverno. A Santa Fe, un’ottantina di miglia a nord, c’è una stazione sciistica importante. Siamo sulle ultime prominenze delle Montagne Rocciose che si perdono nel deserto pellerossa.
Le case di Albuquerque sono tutte di un piano o due e l’architettura imita la vecchia tradizione coloniale. I condomini sono moderne copie delle case di argilla che si vedono nei film western, coi tronchi infilati in orizzontale a sostenere il tetto.
Gli spazi sono americani, va da sé. La città è attraversata dai soliti viali a otto corsie, il traffico è irrilevante. Come al solito l’America non è un paese a dimensione pedonale. Non esistono pedoni, non esistono marciapiedi quasi ovunque, tutto è distante, sparso, prendi un taxi per andare dall’hotel a downtown e fai venti miglia di freeway ed enormi svincoli urbani, solo che a differenza di Houston o di Philadelphia non si attorcigliano attorno a un pugno di grattacieli e quartieri di villette a schiera, ma sono perduti in mezzo a questo altopiano deserto, giallastro e nero, macchiato da agglomerati di costruzioni in stile pueblo messicano e dai soliti concessionari di auto, Taco bell, Domino’s pizza, Verizon e T-Mobile, Drive-thru.
Scatto qualche foto sulla Route 66 e mi faccio portare da un taxi sulle rive del Rio Grande che, almeno qui, non è più grande del Ticino.

Piove. Mi rifugio in uno Starbucks e per un attimo torno in America, nella mia solita America. Sono circondato da americani che girano in bermuda e t-shirt, anche se piove, anche se fa freddo, anche se siamo in pieno inverno. Bambini, adulti, tutti. Vengono in bermuda e t-shirt a far colazione in hotel, ci vengono in ufficio, ci vanno a fare la spesa, ci salgono a tremila metri. Han le braccia viola dal freddo ma niente, come nulla fosse. Bermuda, t-shirt e in mano il cazzo di bicchierone di caffè o Coca Zero.
L’americano medio è il suo paio di bermuda e la sua t-shirt, come un quindicenne qualsiasi, e in culo se fuori nevica. Al massimo indossa una camicia sopra la t-shirt, o una giacchetta primaverile, la prima cosa presa a caso che trova nell’armadio, totalmente incurante di quello che gli offrirà la giornata e della situazione meteorologica, e d’altra parte devo aver già scritto almeno un altro intero post sulle giornate tutte uguali, tutto l’anno, dell’americano medio, per cui quadra tutto.

Alla Cucina Azul il cameriere mi chiede di dove sono. Quando rispondo “Italia”, sorride compiaciuto, “Ooooh, Coliseo”. Mi chiede conferma che il Coliseo sia effettivamente in Italia ed è soddisfatto delle mie rassicurazioni in merito. Chiede se Londra è lontana dall’Italia e quando gli dico che fra Milano e Londra c’è un’ora e mezza di volo, come un qualsiasi volo locale negli Stati Uniti, mi guarda incredulo.
Il mio ufficio, come al solito, si trova in mezzo al nulla, in una zona industriale al confine col deserto. A pranzo senza macchina sei perduto e infatti i colleghi vengono al lavoro portandosi da mangiare da casa, come in tutti gli altri luoghi in America dove questi mesi sono stato per lavoro.
Non ho la macchina. Di prendere un Uber per andare a pranzo, e uno per tornare in ufficio, non se ne parla. In cucina - tutti gli uffici americani, almeno quelli che frequento io, hanno delle cucine bellissime e fornitissime - ci sono dei sacchetti di patatine a fianco alle macchine per il caffè.
Mi rassegno e pranzo con un sacchetto di patatine e l’ennesimo bicchierone di caffè. Tanto stasera sarà impossibile rimanere sotto le millecinquecento calorie.

Faccio scalo a Houston (maledetto Texas, non mi molla, e d’altra parte ci torno la prossima settimana) ed è tarda sera quando atterro a Philadelphia.
Arrivo infine a Montgomeryville, Pennsylvania, e riesco a infilarmi in un locale tex-mex prima che tutto chiuda e rimanga senza cena. Ordino la cosa più leggera in lista, un'insalata con dentro qualsiasi cosa da 690 calorie, secondo il menù, e una birra "piccola" che così a occhio sta sul mezzo litro.
C'è parecchia neve in giro. Ci sono le ville di legno del New England.
Sono tornato in America.

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Random New Mexico
TAG: Albuquerque, USA, America
22.30 del 15 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
10 Duemiladiciannove so far
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Non è un buon momento per ripartire, per ragioni diverse, comunque intanto riparto ché devo ripartire, poi si vedrà.
Torno ancora in America, per la quarta volta in undici mesi, e faranno cinque in un anno col prossimo giro. La mia America è ormai una collezione di statistiche disordinate prive di correlazione, di un disegno chiaro, una trama. Aeroporti, hotel, taxi e limousine, uffici, grattacieli e zone industriali, hamburger, uova e bacon, caffè, tanto caffè, bicchieroni di carta e tazze di caffè filtrato, con un goccio di latte scremato, il bastoncino di legno in Texas, la cannuccina di plastica in Ohio, il cucchiaino lungo in Pennsylvania. Chissà cosa troverò in New Mexico.

Vado (anche) in New Mexico, questa volta. Ho scoperto, tardi, che il mio hotel è vicino agli impianti da sci. Impianti da sci in New Mexico.
Io credevo ci fosse il deserto e il deserto in effetti c'è, tutto attorno, ma Albuquerque è in quota, rovente d'estate e gelida d'inverno, così basta un panettone qualunque per tracciare una manciata di piste e farne una stazione sciistica. C'è anche, pare, la funivia più lunga del mondo, per quanto dubito sia davvero più lunga di quella del Tatev.
Ho dato un'occhiata su internet, c'è neve. Parecchia, come ci si può aspettare da una stazione invernale americana. Ho sfrugugliato un po' per il web e ho verificato che ci sono dei negozi che affittano tutta l'attrezzatura necessaria, compreso l'abbigliamento.
Ho spostato il volo per Philadelphia e ho allungato la mia permanenza ad Albuquerque prendendo un giorno di ferie.
Poi si vedrà.

Ho un piano di volo complesso, otto voli: scalo a New York, troppo in corsa a questo giro per approfittarne, scalo ad Atlanta, a distanza di otto anni dal mio primo giro del mondo, poi Albuquerque, poi scalo a Houston, sempre Houston.
E torno quindi a Philadelphia e poi ancora, di nuovo, a Houston. Dove d'altra parte tornerò nuovamente a marzo e poi più avanti ancora. Houston state of mind.

Ho un biglietto per una partita di hockey a Philadelphia. Volevo tornare a vedere l'NBA, ma i Rockets saranno in trasferta quando sarò a Houston. Arriverò però in concomitanza col festival nazionale del rodeo: ho una sola giornata di sovrapposizione, proprio quella dell'inaugurazione, in cui d'altra parte ho alcune riunioni importanti in agenda, che sono poi la ragione per cui vado a Houston, non il festival nazionale del rodeo. Chissà se riuscirò a metterci piede.
Sarà però la prima occasione in cui trascorrerò un weekend in Texas e può essere che a questo giro ci scappi finalmente la visita alla NASA.

O forse rimarrò inchiodato in qualche hotel con l'influenza e la febbre, ché son qui a casa con Leonardo atterrato da due giorni. Ho messo in valigia una scorta di Tachipirina e Tachifludec, e un termometro. Qualcosa mi dice che a breve potrei averne bisogno, scommetterei fra Albuquerque e Philadelphia.

Intanto aggiorno la mappa del 2019, che d'altra parte è una mappa in movimento continuo, come questi mesi avanti e indietro, questo strano vivere da pendolare attraverso i continenti.
Non riesco quasi più a correre, a malapena trovo il tempo una volta a settimana. A questo giro mi porto le scarpette e il Garmin, magari è la volta che sfrutto un po' le palestre degli hotel.

Non è un buon momento per ripartire, no, ma intanto ripartire devo. Porto con me due libri e la nuova cuffia della Bose che ho comprato per i viaggi in aereo.
Poi si vedrà.

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TAG: usa, houston, Albuquerque, Philadelphia
19.53 del 10 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
01 Houston secondo me
FEB Travel Log: Business Trips 2019
Quindi la scorsa settimana mi son preso un pomeriggio, il pomeriggio del mio compleanno, mi son fatto dare un passaggio da Bobby e ho fatto un giro in centro a Houston.
Houston è proprio quella roba lì che uno - perlomeno io - si immagina. Prendi l'auto anche per attraversare la strada e andare all'edicola, perché il pedone a Houston non è previsto. Nemmeno l'edicola per la verità.

Houston (l'ho già scritto, sì?) è una ragnatela di svincoli autostradali, un pugno di grattacieli ad uso uffici a downtown, parcheggi all'aperto e parcheggi a silos di proporzioni adeguate al Texas, concessionari d'auto, burger king, tacos drive, burger drive e occasionali centri commerciali. L'attrazione più visitata a Houston è The galleria, un centro commerciale, nemmeno troppo grande e nemmeno a downtown.
Sono stato un'ora a gironzolare per The galleria, ho messo piede all'Apple Store, che è uguale a tutti gli Apple Store del mondo ma aveva esaurito gli AirPods, ho messo piede al Microsoft Store che vendeva Dell e HP, ho messo piede al Tesla Store, sono stato dentro alla Tesla Model 3 e non mi è piaciuta, ho messo piede da Macy's, da Oakley, da Starbucks e in qualche negozio di abbigliamento, e alla fine è stato come trascorrere un'ora al Gigante di Villasanta a menarsela.
Non ho comprato nulla e lì è finita Houston.

Houston è armata, così armata che all'aeroporto alcuni cartelli all'ingresso delle partenze raccomandano di non entrare con armi non dichiarate. Se sono dichiarate va tutto bene, ma non ho capito se è poi necessario imbarcarle o si possono portare come bagaglio a mano.
Houston è fredda a gennaio e rovente d'estate, flagellata dall'umidità, dalle zanzare, dalle inondazioni e battuta pure dagli uragani. Sostanzialmente un posto di merda, tipo che almeno a Cologno Monzese ci sono i bar dove rovinarsi alle slot machine, a Houston al massimo puoi sfondarti di hamburger chiuso in macchina dentro un parcheggio.

Sono stato a Houston una settimana e ho preso tre chili, perché in America c'è sempre 'sta cosa che a colazione te la menano col latte scremato, parzialmente scremato, scremato al novanta per cento, totally fat free, e sedici diversi tipi di dolcificante zero calories, e poi però ti puoi ammazzare con uova e bacon e pancakes e waffles con lo sciroppo d'acero e pane fritto e imburrato e muffin da ottomila calorie, e gli hamburger partono da novecento calorie in su, fino ai jumbo combo da duemilacinquecento più mezzo chilo di patatine fritte, serviti sotto a un cartello che ti ricorda che il fabbisogno calorico medio giornaliero è di duemila calorie e che devi fare attività fisica, mentre accosti direttamente al McDrive a bordo del tuo pickup da sette tonnellate, ottomila di cilindrata.

Così sono stato a Houston e aumenta il numero delle città americane dove sono stato in questi anni senza aver mai fatto davvero un viaggio in America. Numero che peraltro è pure destinato ad aumentare, così come quello delle volte in cui mi accingo a tornare in America a breve - pure a Houston - per cui alla fine sarò stato in America settordicimila volte, ma tutti continueranno a parlarmi del Grand Canyon e di Las Vegas.

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Houston, Texas
TAG: Houston, Texas, USA
00.19 del 01 Febbraio 2019 | Commenti (0) 
   
21 USA chapter 6th, section 3: Houston, anzi no
OTT Travel Log: USA for business
[una settimana fa, circa]

La limousine coi finestrini scuri mi sta portando in hotel e la skyline illuminata di Houston sfila rapida davanti al finestrino, mentre percorriamo un labirinto infinito di svincoli autostradali come quelli di Starsky & Hutch, o di Chips, o di Heat, che però sono ambientati tutti a Los Angeles, o di Walker Texas ranger, suppongo, ma non l’ho mai visto, e però questa è l’America delle highway a dodici corsie dentro le metropoli e dei grattacieli di cristallo e acciaio, e la limpida notte texana mi accoglie per la mia ultima notte a stelle e strisce.
Sto viaggiando verso Sugar Land, la mia terza tappa di questo viaggio rocambolesco fra le metropoli e il countryside degli States, a circa un’ora di autostrada dall’aeroporto, e purtroppo questa vista dal finestrino sarà l’unica immagine di Houston che porterò a casa, e mi dispiace da morire, mi dispiace sempre quando transito di corsa in posti che non ho mai visitato e non ho il tempo di fermarmi per dare nemmeno una rapidissima occhiata.
Sono riuscito a trascorrere almeno una giornata piena a Cleveland, ho anche messo piede al volo a downtown Philadelphia, ma con Houston no, non ce la farò proprio.
Non importa, so già che tornerò, probabilmente a breve fra l’altro, ché mi sono lasciato indietro anche Pittsburgh: era in programma, ma proprio non ci stava, Lamerica è grande, maledettamente grande, per quanto mi appaia tutta uguale

Sono in Texas e un po’ alla volta la mia lista di bandierine in America si allunga, nonostante continui a mancarmi il grande viaggio. Mi viene voglia come sempre di fare ordine, di vederla la mia America, raffigurarla, mettere insieme i miei sei viaggi, così punto gli spilli sulla mappa, ed eccola qui:

USAMap

Con la consueta pignoleria distinguo gli stop over del 2018 a Minneapolis e a Los Angeles, brevissime soste che non mi hanno permesso nemmeno di uscire dall’aeroporto, e dunque non valgono, dalle città che ho visitato o almeno attraversato rapidamente, come Houston: due volte New York, nel ’91 e quest’anno, Chicago per lavoro nel ’97, la giornata ad Atlanta nel 2011 arrivando dalle Hawaii, e poi la bella vacanza a Boston del 2014, e ancora Seattle a marzo di quest’anno, e le tappe di questo viaggio a Cleveland e Philadelphia.
La mia America inizia a colorarsi un po’ alla volta e un po’ la conosco, ormai, l’America.

E poi è già ora di tornare a casa: a Sugar Land mi fermo giusto il tempo di un paio di riunioni e il pomeriggio dopo sono già in aeroporto, pronto per la mia dodicesima traversata atlantica, il quarantaduesimo volo intercontinentale, e all’improvviso mi sembrano numeri troppo piccoli rispetto a quelli di un viaggiatore vero. Sono sempre un principiante, nonostante le tessere Privilege, le centinaia di migliaia di miglia, i miei trolley consumati, l’indifferenza che ostento e la posa che mi do mentre percorro il finger collegato all’aereo, diretto al mio posto in business class, nascondendo i brividi che sempre, sempre, sempre mi attraversano la schiena ogni volta che mi stacco dal suolo e volo verso la prossima meta.
Indosso una camicia bianca e la giacca blu, che consegno alla hostess mentre mi offre un calice di champagne, e mi scappa da ridere: non posso ingannare me stesso, anche se dentro al fedele trolley non ho le solite t-shirt.

Ma approfitto dell'occasione e recito la parte che a questo giro mi compete: reclino il sedile del mio privilegiato posto singolo fino alla posizione orizzontale, indosso le cuffie che cancellano il rumore e chiudo gli occhi per questa notte a diecimila metri che nonostante tutto non dormirò comunque, come sempre, ché mentre nell'aereo si fa buio e voliamo a oriente verso l'alba io cerco di fermare per sempre ogni istante del mio viaggio.

UsABusiness23
Atterrando a Houston, TX
USABusiness24
Sugar Land from my hotel window, TX
USABusiness25
Houston dal finestrino, TX
TAG: USA, houston
01.23 del 21 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   
13 USA chapter 6th, section 2: in the countryside
OTT Travel Log: USA for business
Ricordate la mia teoria sull’America dei telefilm che spiegavo quando ero a Seattle? Il countryside, o perlomeno il countryside dell’Ohio, è esattamente quella cosa lì, ma anche quello della Pennsylvania, per cui se ti trovi ad Hatfield, per dire, zucche di Halloween davanti alle casette di legno a prescindere, sei sicuramente dentro una qualunque serie di Netflix e a seconda del genere è possibile che attorno a te arrivino gli alieni, resuscitino i morti, cali una cupola di energia sconosciuta, o si verifichino fenomeni paranormali e se proprio niente di tutto questo ti sembra stia accadendo è solo perché non hai messo piede dentro al college.
Ché alla fine l’America, almeno per me, è tutta ad Hatfield, o anche a Chardon, o a Mentor-on-the-lake, o a Painsville, Ohio.
Painsville, capisci?

Ecco, prendi Painsville, che già il nome. Una sera ceno in un ristorante di Painsville e già non è che puoi chiamarlo esattamente “ristorante”. È sempre quella roba lì, quella di Netflix.
Ci sono i banconi, i tavoli, i grandi schermi che trasmettono in contemporanea le partite di hockey e basket. Ci sono gli americani, quelli molto grossi e molto grassi col cappellino da baseball, i bermuda, la t-shirt e le ciabatte anche se è gennaio - adesso è ottobre, ma sarebbe uguale a gennaio, fidatevi - e i pickup parcheggiati fuori, le bistecche, il cibo americano e le bibite americane, la birra americana, i side americani, sempre doppi: ne vuoi solo uno? Niente, devi prenderne due, perché il menù prevede due side col tuo piatto.

Io li odio i menù americani: non si capisce mai un cazzo. Sono sempre delle specie di brochure, con tante foto alla rinfusa, slogan, pubblicità, tutto mescolato in un ordine che non capisci mai quale sia, quantità impossibili da quantificare anche se puoi star certo che qualunque cosa ordinerai sarà sempre troppo grande, troppo unta, con troppe salse mescolate alla sperindio che non c’azzeccano nulla l’una con l’altra.
E poi il ghiaccio, diobono. Il maledetto ghiaccio. Che ti portano sempre sempre sempre il bicchiere colmo di ghiaccio fino all’orlo e, a parte, la bibita già ghiacciata.
Tranne il caffè: il caffè americano che è sempre bollente, anche dopo un’ora che te lo sei versato nel bicchiere. È l’energia del futuro il caffè americano, nessuna dispersione, versi a cento gradi e rimarrà a cento gradi per sempre.
E l’aria condizionata a palla, che io indosso la felpa e ho freddo, e questi stanno in bermuda, maglietta e ciabatte stanno, han le braccia viola, ma non gliene frega un accidente.

È bello l’Ohio. La Pennsylvania un po’ meno, pare più Abbiategrasso. L’Ohio invece sembra la Germania, ma la Germania più grande e coi cervi, le highway e le pattuglie della polizia dietro i cartelloni pubblicitari, e i semafori agli incroci in mezzo alle highway, e questi paesi assurdi, fatti di casette di legno tutte uguali e il prato all’inglese, e il centro commerciale lungo la highway, e il KFC, il Burger king, i concessionari della Toyota, i negozi dell’AT&T che vendono gli iPhone a due terzi del prezzo in Italia, e i college in mezzo al nulla.
Come ad esempio a Concord, dove si trova il mio ufficio, in mezzo alla foresta dell’Ohio. Non c’è nulla, ma ci sono i cervi e i tacchini che girano liberi, i pickup e i SUV parcheggiati nel parcheggio enorme dell’ufficio, Il centro commerciale, i bistro e i tex-mex dove andare a pranzo, che però puoi raggiungere solo col pickup, perché in America a piedi non ci vai in giro. Non ci sono nemmeno i marciapiedi. Nemmeno se devi fare cento metri.
Come a Colmar, Pennsylvania, una trentina di miglia da Philadelphia. L’altra sera sono uscito dall’hotel e mi sono incamminato a piedi verso una zona dove Google mi diceva esserci qualche posto dove cenare. E nulla, mi sono ritrovato al buio a camminare in mezzo a un prato sul bordo di una statale a diciotto corsie, puntando le luci di alcune insegne.
L’unico coglione a piedi in mezzo a un villaggio della Pennsylvania dove tutti, tutti, tutti si muovono solo in macchina anche per attraversare la strada,
Solo che io la macchina non ce l’avevo.

Ho usato Uber questi giorni, sempre, e dio benedica Uber eccetera - l’ho già scritto, vero? - perché in America funziona davvero in modo fantastico, anche in culo ai lupi. E se sei a quaranta miglia da Philadelphia, in un posto che nemmeno sai come si chiama, dove non c’è nulla di nulla, nemmeno i marciapiedi, solo il Burger King, il KFC, il concessionario Toyota e giassai il resto, esci dall’ufficio alle cinque del pomeriggio come fanno gli americani e ti salta in mente di andare a downtown Philadelphia, Uber è la tua risposta.
Così grazie a Uber e a Christopher e alla sua GMC che è una macchina americana molto grossa come le macchine americane che da noi non esistono, sono andato anche a downtown Philadelphia.

Che è bellissima, downtown Philadelphia. Philly, come dicono qui. Anche più di Boston, che sai che ho amato tantissimo.
Ho fatto quel che dovevo fare a Philadelphia, ho fotografato la statua di Rocky e salito la gradinata di corsa - che in realtà è molto più corta di quel che sembra nei film, sappiatelo - e Christopher, senza sovrapprezzo, mi ha aspettato e mi ha poi portato in centro, raccontandomi un sacco di cose di Philly, delle quali naturalmente io ho capito un decimo perché lo slang di Christopher, che è nero, proprio te lo raccomando, ma ho annuito sempre con espressione molto meravigliata e felice.
Ho maledetto di non potermi fermare di più: era sera tardi, era buio, ero a downtown Philadelphia e dovevo rientrare a Colmar, a un’ora di highway traffico permettendo. Christopher si era anche offerto di aspettarmi e riportarmi indietro, ma lo avevo lasciato andare per fermarmi un po’ dalle parti della Independence Hall e respirare almeno una mezz’ora l’aria di Philly, con calma.
E niente, è bastato nuovamente premere un tasto sul telefonino e zac, due minuti dopo una BMW Uber mi ha prelevato all’incrocio fra l’ottava strada e la Franklyn per riportarmi a Colmar.
Solo che questa volta ho beccato Travis.

Travis in realtà si chiama Gregory, ma per brevità lo chiameremo Travis - e i più bravi afferreranno immediatamente la citazione - ed è nazista, un nazista della Pennsylvania in effetti, che non so se vale come quelli dell’Illinois, bianco, ovviamente, di una certa età, diciamo la mia, rasato, molto grosso. Mentre guida parla in continuazione, perché ti illustra ogni angolo di Philadelphia, e intercala il racconto con un frequente “tonight I’m gonna kill someone”.
Che parli molto e che sia un’ottima guida di Philadelphia lo dicono anche le recensioni sul suo profilo Uber: Travis ha 4,7 stellette, valutazione media confermata da 2.743 utenti. È uno che piace, ma va anche detto che Uber non ti invoglia molto a valutare i tuoi autisti meno di cinque stelle, perché anche se gliene dai solo quattro immediatamente parte la survey che ti rompe il cazzo per sapere cosa c’è che non è andato bene e perché mai sei rimasto così insoddisfatto da non dare un voto pieno.
Così alla fine, sai che c’è, cinque stelle a tutti e vaffanculo. Tanto il servizio è a parte tutto ottimo.
Comunque.

Travis, invece di fare l’autostrada per riportarmi a Colmar, decide che siccome all’andata ho visto i quartieri fighi e ricchissimi di Philadelphia e mi sono innamorato di questa città - quei quartieri dove ci sono le ville americane da sogno col giardino e gli alberi e la piscina, quelle che nelle trasmissioni su Real Time vengono vendute e comprate dal neo impiegato della city e la sua giovane compagna che hanno un budget da due milioni di dollari cash e vorrebbero cambiare casa, ma due milioni sì, due milioni e cinquantamila no - per contrappasso al ritorno devo attraversare le zone periferiche abbandonate, la terra bruciata, come la chiamano, estesa per diverse miglia attorno a downtown e quasi completamente buia, abbandonata, piena di spazzatura per le strade.
Per tutto il tragitto, fatto a passo d’uomo attraverso questa specie di impressionante palcoscenico tipo Guerrieri della notte, Travis si lamenta dei negri che regnano indisturbati e spacciano la droga alla luce del giorno, luce che però adesso non c’è perché è sera tardi e manca l'illuminazione, e dei fuckin’ bastard cops che hanno paura, si tengono ben alla larga da questi quartieri e non fanno nulla, così in giro ci sono solo loro, i negri che spacciano in mezzo alla strada, che basta scendere dall’auto (sei matto Travis?) per tirare su tutta la droga che vuoi, e le puttane negre, e insomma “tonight I’m gonna kill someone”, ripete Travis. Che sono certo sia armato e tenga la pistola nel cruscotto.
In effetti, agli incroci bui di Germantown, coi semafori lampeggianti, le casette di legno tutte uguali, buie e abbandonate, i bidoni della spazzatura rovesciati e le insegne intermittenti al neon, stazionano solo i negri che spacciano (forse) e le puttane (di sicuro) negre, e ti chiedi perché non ci fermano l’auto e non ci fanno a pezzi.

La risposta me la dà il giorno seguente in ufficio Giammario, collega italiano trapiantato a Philadelphia da un paio d’anni, pronto a trasferirsi in Ohio e felice di trasferircisi, felice a modo suo perlomeno. Mi racconta della grande crisi dell’industria metallurgica che ha colpito la città, trasformandola un po’ tipo Detroit dopo il crollo del mercato automotive, per cui interi quartieri che una volta erano residenziali e assai vivaci, abitati anche dalla media borghesia, sono stati abbandonati a se stessi e versano adesso nello stato disastrato in cui li ho visti, un po’ dopobomba.
Mi dice anche, Giammario, che gli spacciatori e in generale le gang di Germantown lasciano passare i tassisti perché sanno che hanno la pistola nel cruscotto - vedi, lo dicevo io - e che le macchine sono tracciate dal gps, ma che se mai decidessi di noleggiare l’auto e girare da solo è bene che prenda le highway per entrare e uscire dalla città ed eviti accuratamente di infilarmi nei quartieri periferici anche solo per sbaglio.
Ecco, appunto.

E quindi nulla, Philadelphia è quella dei giovani collegiali che gareggiano in canoa sul fiume, un po’ come a Cambridge ma col la Skyline di grattacieli sullo sfondo, e di Germantown, solo pochi chilometri da downtown, ma però diciamocelo, quale metropoli non lo è?
Cerco di spiegare il concetto a Travis, che nel frattempo ha per fortuna ripreso la highway per riportarmi a Colmar, ma nel dubbio gli nascondo di essere italiano, ché non vorrei mai che gli spacciatori negri avessero a che fare con le gang italiane, ché non credo gli piacerei più tanto, nel caso.

Così, alla mia sesta volta ancora l'America non riesce a sorprendermi. Quel che c'è da sapere è tutto lì, dentro a Netflix, ma anche nei telefilm in bianco e nero degli anni ’70, La casa nella prateria, Hazzard, La famiglia Bradford, insomma un po’ tutta quella roba lì.
Siamo alle solite, da una parte subisco il fascino perverso dall’America, tant’è che ormai giro anche io tutto il giorno col mio bicchierone di caffè, tanto non raffredda mai, e ci metto pure la cremina half and half, ma dall’altra parte non riesce mai a stupirmi, proprio no accidenti.
E me ne dispiace sai, parecchio. E più ci vengo, tant’è, e più voglio venirci. È una sfida ormai, la mia all'America.

Joshua lavora con me. È di Colmar, ha una trentina d’anni o poco più, la camicia a quadri, la barbetta rossa, una grande berlina giapponese, tifa i Cincinnati Bengals perché, diciamolo, i Cleveland Browns proprio non si possono tifare tanto son brocchi, in realtà però segue tutti gli sport allo stesso modo - football, basket, baseball ed hockey ovviamente - ed è una via di mezzo fra un hipster di Seattle e un boscaiolo del Wyoming.
Joshua non si è praticamente mai mosso dall’Ohio. Una volta è andato presso la sede di Sugarland, in Texas, dove volerò dopo Philadelphia, e questo è stato praticamente l’unico viaggio della sua vita.
È molto interessato ai miei viaggi in giro per il mondo e mi chiede com’è la sensazione del jet lag, è incuriosito da quella che reputa sia un’esperienza abbastanza surreale.
Gli racconto che è ancora più surreale quella del cambio di stagione volando nell’emisfero australe e delle volte che sono partito da casa in inverno per ritrovarmi ventiquattr’ore dopo in estate nel Pacifico meridionale, o viceversa.
Mi risponde, serafico, che se prendo l’aereo e vado in Florida è la stessa cosa, ma in tre ore.
Fine della mia lezione di oggi sull’America.

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UsABusiness21
Philadelphia, PA
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La statua di Rocky a Philadelphia
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Hatfield, PA
TAG: philadelphia, usa, america, Ohio, pennsylvania
10.00 del 13 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   
12 USA chapter 6th
OTT Travel Log: USA for business
6 ottobre, somewhere in USA

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, anche se per me sono le quattro del mattino, perché sono partito all’alba da Milano, ho viaggiato per quasi ventiquattr’ore, sono appena arrivato e dunque il mio è ancora il fuso orario dell’Europa Centrale, e probabilmente per il sonno fra un po’ crollerò con la faccia dentro al piatto che ho davanti.
Fuori piove, o meglio, fa uno di quei temporali che si vedono nei film americani, con tantissimi lampi che illuminano la foresta, le casette di legno col prato attorno e il pickup parcheggiato davanti al garage (perché gli americani parcheggiano la macchina davanti al garage e non dentro il garage?), la Interstate 90, la stazione di servizio lungo la Interstate 90, il Burger king e il KFC lungo la Interstate 90, il mio Holiday Inn lungo la Interstate 90 e tutto quel che c’è sotto il cielo buio e nuvoloso di questa regione del Lago Erie attraversata dalla Interstate 90, che a Est va a finire alle Cascate del Niagara, credo un centinaio o poco più di miglia in là, e a Ovest porta fin sulla costa Pacifica, a Seattle, dove peraltro ero a Marzo.
Perché questa, a parte essere la mia sesta volta in America, è anche la seconda quest’anno, e non era programmata. Per essere un Paese che non mi sono praticamente mai filato davvero, Lamerica, negli ultimi anni, sta diventando quasi un'abitudine.

Dicevo.

A Mentor, Ohio, sono le 22:00, sono seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, un ristorante come vi potete aspettare che sia un ristorante americano lungo la Interstate 90, tipo che in Italia ci sarebbe una trattoria per camionisti e invece in America sei dentro a un film di Tarantino e a un tavolo ci sono seduti Samuel L. Jackson e Tim Roth, l’aria condizionata è a palla e sto per cenare, diciamo così, anche se appunto per me continuano ad essere le quattro del mattino e questo, per la verità, è almeno il sesto pasto di oggi, perché ho fatto colazione a casa alle cinque prima di uscire, poi una seconda colazione in aeroporto alle sette, poi un’altra colazione in aereo sul volo per New York, che tuttavia era quasi un pranzo, anche perché ho volato in First Class e lì non fanno altro che darti da mangiare in continuazione, e infatti poi mi han dato un pranzo vero, che però a quel punto per me era quasi cena, e poi ancora uno spuntino prima di atterrare al Kennedy, che per me erano già quasi le otto di sera, ma per gli americani della costa est era appena passata l’ora di pranzo.
Poi invece la sera, la sera americana intendo, sul volo per Cleveland non mi hanno dato la cena, solo dei salatini, e quando a Cleveland sono infine arrivato, all’aeroporto era ormai tutto chiuso, quindi niente cena, che anche se per me ormai era notte fonda per gli americani invece eran le nove di sera, e comunque io avevo fame.

E questo a prescindere dai dodici litri di caffè americano che probabilmente ho bevuto dall’istante in cui sono salito sul primo volo questa mattina (e un succo di arancia, che chissà poi perché quando sono in volo mi vien sempre da prendere il succo d’arancia, forse perché quando passano col carrello, soprattutto in prima classe, ci son seimila cose da bere ed è sempre l’ora sbagliata per tutto, perché non è che prendi il vino o lo spumante alle dieci del mattino, e io non bevo praticamente più bibite gassate da quando sono entrato nell’età adulta e dunque alla fine, per non far la figura di quello che chiede solo acqua, ma anche per non rinunciare quando passa il carrello a prendere qualcosa che è pur sempre gratuito, ché un po’ di sangue genovese evidentemente mi è rimasto, va a finire che ordino sempre un succo d’arancia, oppure il caffè e se è un mattino che dura quindici ore finisce che bevo dodici litri di caffè americano).

Comunque niente, alle nove di sera passate sono arrivato a Cleveland e l’aeroporto era deserto. A margine, sappiate che esiste un volo Cleveland-Reykjavík, che immagino essere probabilmente una distorsione di Matrix, un errore di cui mi sono accorto per un caso fortuito, o forse perché sono l’eletto.
All’aeroporto di Cleveland ho preso un taxi e sono arrivato fino a Mentor, sperduta località sulle rive del Lago Erie dove si trova il mio hotel, l’Holiday Inn citato poc’anzi, a circa una quarantina di miglia da Cleveland. E a quel punto niente, ho lasciato il trolley in hotel e sono uscito, al semaforo ho attraversato l’Interstate 90 ormai deserta e fra il Burger King, il Taco Bell e il KFC qua davanti ho scelto il Ruby Tuesday e mi ci sono infilato dentro per mangiar qualcosa al volo, per cena, chiamiamola così, anche perché stava iniziando a piovere forte, ero (sono) molto stanco, per me sempre le quattro del mattino sono e non avevo voglia di perder troppo tempo a guardarmi in giro.
Tanto si vede benissimo che attorno a qua non c’è un belìno.

Siccome sono molto stanco e sono appena arrivato, mi sono peraltro dimenticato di essere in America, così a Mentor, Ohio, a questo punto della storia sono le 22:30, le quattro e mezza del mattino per me, sono in viaggio da quasi ventiquattr’ore, sono stanco e ho sonno nonostante tutto il caffè che mi sono scolato in viaggio, e questo sarebbe ormai il quarto pasto di oggi, volevo solo fare un rapido spuntino leggero, e invece ora davanti a me ci sono due petti di “chicken fresco” - non uno, due - che più o meno sarebbe la cosa più leggera nel menù, tipo un petto - due - di pollo alla griglia, e invece alla fine è un petto - due - di pollo marinati nel limone, affogati in una salsa barbecue, accompagnati da un chilo di patatine fritte e di insalata mista mescolata con varie cose, a sua volta accompagnata da almeno mezzo chilo di pane impregnato nel burro fuso, rosolato nel sale grosso, a sua volta accompagnato da una ciotola di senape dentro la quale andrebbe inzuppato, e infine un boccale da circa mezzo litro di birra.
Ho mangiato tutto, tranne l’ultimo pezzo di pane.

A làtere, per arrivare fin qui, ho anche fatto uno scalo a New York di qualche ora ed era dal 1991 che non venivo a New York, città della quale peraltro non avevo un bel ricordo. Ma ero giovane e inesperto, ed oggi, uscendo dal Kennedy e infilandomi nella metropolitana per tentare una sortita quick and dirty a Manhattan, un brivido mi è corso lungo la schiena, ché alla fine se non ti dà un po' i brividi essere a New York, checcazzo, ma che cosa deve darteli nella vita?
Così, forte ormai del fatto che - possiamo dirlo? - alla mia età, e con buona parte del globo terraqueo in tasca, la verità è che sono davvero capace di essere ovunque un cittadino del mondo - e mi piace pure pensare di saperlo essere davvero - be', sono sbarcato dall'aereo, mi sono fatto rapidamente due conti con Google - e dio benedica Google e gli Stati Uniti d'America, ché io proprio non lo so come facevamo quando Google e tutto l'ambaradan intorno non esistevano - e pur non tornando a New York da ventisette anni l'ho affrontata come fosse stata Milano, così che cronometrando al minuto il tempo che mi separava dal volo per Cleveland mi sono infilato nella metro, sicuro come a San Babila, e con 7$ sono sbarcato diretto a Fulton Street, Manhattan, dentro all'Oculus di Calatrava, attraversandolo di corsa e riuscendo pure a fare un paio di foto strappate al volo, per ritrovarmi infine esattamente dove volevo essere e non mancare l'occasione: Ground Zero, il 9/11 Memorial.

Perché io, nel 1991, in cima alla Torre 2 avevo cenato. Era stato l'unico momento davvero emozionante di quel viaggio: avevo ventisei anni, era la mia prima volta in America, mi ero portato una giacca e una cravatta apposta per cenare lassù al Windows of the World e l'America, da lassù, era tutta illuminata ai miei piedi.
Dove ventisette anni fa avevo cenato oggi c'è un buco con una fontana e lungo il perimetro della fontana sono incisi duemilaseicentrotre nomi. Il buco è quadrato ed esattamente grande quando il perimetro della torre che era lì e che non c'è più.
Tutta la zona attorno, bellissima, è completamente irriconoscibile. È un'altra città e no, non è la mia memoria.
Mi è venuto da piangere. Mi sono fatto il segno della croce, mi è sembrata l'unica cosa da fare. E mi sono infilato di nuovo nella metro per correre in aeroporto, che ormai ero al pelo per perdere il mio volo per Cleveland.

Ho anche sbagliato metro, nella fretta. Ché niente, sono un cittadino del mondo, ma New York è l'unico posto al mondo dove sbaglio la metro, anche ventisette anni dopo. Non a Pechino, non a Tokyo, non a Mosca. A New York, inesorabilmente, la sbaglio.

Comunque in Ohio sono arrivato ed eccomi seduto a un tavolo del Ruby Tuesday, a Mentor, provincia di Cleveland.
Nel caso vi stiate chiedendo che ci faccio a Mentor, è la località più prossima agli uffici di Concord, prima tappa di questa mia breve tournée per lavoro negli States che dopo Cleveland (Concord), toccherà Philadelphia (Colmar, una quarantina di miglia a nord) e Houston (Sugarland, giassai), ché da inizio settembre, come ho scritto altrove, è iniziata me una nuova vita. Una vita che, qualcosa mi dice, sarà molto poco sedentaria, un po' come ai vecchi tempi, e dunque perfettamente in linea con lo spirito di questo ormai anziano blog.
Del resto appena iniziata son finito subito in Germania, a distanza di un mese sono in America e presto, a occhio, davanti a me si apriranno nuove e sempre più remote avventure.
Perlomeno si spera.

Intanto a Mentor, Ohio, sono quasi le 23:00, o le 11pm come dicono qui, per me ormai è l'alba di domani, devo riattraversare l'Interstate 90 e avviarmi verso l'hotel, dove finalmente crollerò a dormire.
Siccome è sabato e in realtà inizio a lavorare lunedì, domani magari mi affido a Uber - dio benedica Uber e gli Stati Uniti d'America - e mi faccio portare a Cleveland downtown, affacciata sul lago Erie e nota perlopiù per quei brocchi dei Browns e per la Rock and Roll Hall of fame.
I prossimi giorni conto di appuntarmi cose qua e là, e magari al mio rientro tirarne fuori qualche post interessante. Ché Lamerica, è un dato di fatto, ben si presta sempre ai post interessanti.

P.S. Breve recensione del Lago Erie, tanto che ci sono: il Lago Erie (ricordate: Erie, non Eire) è uguale al lago Michigan, al lago Ontario e all'Oceano Atlantico. Non sorprende che poi vengano a cercar casa a Laglio, provincia di Como.

USABusiness01
Ottobre 2018, di nuovo partenza...
USABusiness02
L'Oculus di Calatrava a Ground Zero, NYC
USABusiness03
9/11 Memorial, Ground Zero, NYC
USABusiness04
WTC, Ground Zero, NYC
USABusiness05
NYC subway
USABusiness06
Flying to Cleveland, Ohio
USABusiness07
Tifosi dei Cleveland Browns
UsABusiness08
R&R Hall of Fame, Cleveland
UsABusiness09
UsABusiness10
UsABusiness11
UsABusiness12
UsABusiness13
Random shots from Cleveland, Ohio
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Lake Erie, Mentor-on-the-lake, Ohio
TAG: USA, New York, cleveland, ground zero
02.34 del 12 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   
12 Corea 2010 remastered
APR Travel Log: South Korea, Fotoblog, Lavori in corso
Nel frattempo prosegue il lavoro di riorganizzazione di tutto il mio archivio fotografico e anche le foto del viaggio in Corea del 2010 sono finalmente state rielaborate e ripubblicate su Smugmug, qui.

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11.02 del 12 Aprile 2018 | Commenti (1) 
   
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