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23 Armenia /4: risalendo verso la Georgia
AGO Travel Log: Caucasus
Appunti sparsi, non organizzati. 17 agosto. A Dilijan stasera c'è un caldo umido soffocante, nonostante si trovi a milleduecento metri di quota, in mezzo ai boschi. O forse sono io che avverto la senzazione, e non sarebbe affatto strano. Fra l'altro Dilijan non è affatto ospitale come viene descritta, tutt'altro: è in fondo a una stretta valle, come spesso accade per i villaggi armeni, e dà una certa sensazione di claustrofobia. Sarà anche che prima di arrivare qui la strada passa attraverso un lungo tunnel buio, pieno di monossido di carbonio degli scarichi degli automezzi, al punto che quasi non si riesce a respirare dal caldo e dallo smog. Non un bel posto, insomma.
Dilijan, di fatto, è una rotonda imbucata fra le montagne armene. Il paese è perlopiù un agglomerato di case sparse, un po' aggrappate ai fianchi della valle, in mezzo al bosco, un po' attorno al torrente. Quattro strade in croce, a voler essere generosi, di cui solo un paio asfaltate.

Albert è tornato a Yerevan. Si è fatto pagare la tratta fino a qui ed è andato. In teoria abbiamo un accordo per proseguire, dovrebbe tornare a prendermi domani mattina per portarmi almeno fino al Debed canyon: Yerevan è solo a un'oretta e mezza di distanza da qui, credo, ma chissà se ci siamo davvero capiti. O meglio: sono certo che ci siamo capiti, l'appuntamento è alle nove, ma, non so perché, mi chiedo se lo vedrò arrivare davvero.
Non dovesse arrivare, sono in cul del sac: alla Magnit guesthouse nessuno spiccica una parola che non sia armeno o, nel caso, russo, e dover trovare il modo per riorganizzare la tratta da qui in avanti con qualcuno di affidabile, senza prendere pacchi, fregature, spendere una follia, eccetera, sarebbe perlomeno faticoso, se non complicato.
Almeno viaggio con circa due giorni di vantaggio sulla tabella di marcia.

Gli armeni sono stranissimi: quando parlano fra loro sembra quasi che non si capiscano. Dialogano lentamente, uno alla volta, poi si guardano con aria interrogativa e rimangono in silenzio. Quindi riattaccano, col tono che sembra sempre un po' scocciato, come se dovessero ripetere le cose tre o quattro volte prima di capirsi.
Ho registrato un dialogo fra Albert ed un collega, a Noravank. Se trovo il modo di convertire il formato lo metto qua dentro.

Oggi Albert era più nervoso del solito e non faccio fatica a comprenderlo. Gli ultimi due giorni sono stati faticosi anche per lui. Ieri sera a cena, grazie alla proprietaria della guesthouse a Sisian, che parlava inglese e faceva da interprete, siamo riusciti finalmente a rompere il muro dell'incomunicabilità e a parlare un po' a lungo, così ho potuto spiegargli alcune cose che non capiva e si è rasserenato, ci abbiamo scherzato su. Il non poter comunicare per intere giornate con la persona con cui stai viaggiando, alla quale peraltro ti affidi completamente, può diventare piuttosto frustrante ed innervosire parecchio. Ne so ben qualcosa.
Comunque, cose mie e sue. E Vodka ad aiutare, naturalmente. La sua, quella al Paraflu.

Diario. Dei tornanti di Tatev in discesa a rompicollo vi ho già parlato. Albert è salito con l'auto a prendermi al monastero, dopo avermi lasciato all'andata alla stazione di partenza del Wings of Tatev: un'altra esperienza piuttosto adrenalinica.
La funivia, entrata di recente nel Guinness dei primati, dopo un primo salto orizzontale di circa un chilometro di campata unica (di per sé già abbastanza "interessante", diciamo così), passato l'unico pilone, scavalca in un colpo solo, con un altro salto a campata unica, un canyon largo cinque chilometri, a circa quattrocento metri di altezza dal suolo. Si sta per aria dodici minuti, che son lunghissimi, credete a me, e il vento tira forte assai lassù, anche perché vien su dritto incanalato dal fondo della gola.
Ora, io ho preso centinaia di funivie nella mia carriera alpinistica, alcune anche piuttosto vecchiotte e vertiginose, ma vi dico che quando la cabina ha passato il pilone e mi son trovato, senza preavviso, appeso lassù in quell'accidenti di posto, be', mi è venuto istintivo accucciarmi sul pavimento.
Poi ho preso fiato e ho scattato una milionata di foto. Anche per dimenticarmi dove diavolo ero e il vento fuori.

Di notte nel Vayots-Dzor fa piuttosto fresco e all'improvviso ti ricordi che sembra sì deserto, ma in realtà sei su un altopiano che d'inverno è sepolto dalla neve. Guardo l'alba accendersi sulla steppa vuota dalla finestra della mia camera a Sisian e mi chiedo come sia viverci, a Sisian, d'inverno. E bisognerebbe parlarne, anche, di Sisian. E dell'hotel di Sisian. Che se ti capita di fermarti a Sisian per la notte, e l'unico albergo in città citato sulla tua guida è al completo (al completo??), ti guardi attorno e ti chiedi come diavolo ci sei finito a Sisian. E a quanti chilometri di distanza sia la prossima doccia.
Invece, io, poi, a Sisian sono stato bene. E' che ci sono arrivato parecchio stanco e accaldato, dopo ore di viaggio dal Karabakh, passando per Tatev. Uno di quegli inevitabili momenti, in questo tipo di viaggi, che giuri a te stesso per l'ennesima volta che l'anno prossimo vai a Gabicce mare tre settimane e vaffanculo.
Poi invece, l'anno dopo, finisci di nuovo in un'altra Sisian e sei daccapo. Recidivo.

La tratta da Sisan a Dilijan è piuttosto noiosa e calda. Non fosse per il transito del Selim Pass, ad oltre duemilaquattrocento metri, spettacolare al punto da avermi a tratti ricordato il Torugart. Dal Selim passava la tratta armena della Via della seta e infatti al valico c'è il consueto caravanserraglio. Suggestivo.

Quindi Dilijan. E infine il Debed canyon, dove si trovano Odzun e, soprattutto, Haghpat e Sanahin, i due monasteri più famosi dell'Armenia, protetti dall'Unesco. Se li vedi alla fine di mille chilometri di Armenia e di altri quindici monasteri e, nonostante ciò, non ti nauseano, allora sì, meritano evidentemente la fama. Piazzarli all'inizio sarebbe stato il suicidio di questo itinerario nel Caucaso meridionale.
Più avanti, solo una trentina di chilometri dopo Alaverdi, dove il Debed canyon si appiattisce e sbuca di nuovo sugli altipiani, la frontiera con la Georgia (e l'Azerbaijan).
Di là passa la mia via.

Caucasus 40
La strada per Tatev vista dalla funivia
Caucasus 41
Monastero di Tatev
Caucasus 42
Il titolare qui al monastero di Tatev
Caucasus 43
Caucasus 44
Caucasus 45
Caucasus 46
Salendo al Selim Pass, sulla tratta armena della Via della Seta
Caucasus 46
Caucasus 47
Monastero di Goshavank
Caucasus 48
Cena a Dilijan, Armenia settentrionale
Caucasus 49
Il Debed canyon presso Alaverdi, Armenia settentrionale
Caucasus 50
Monastero di Sanahin, Armenia settentrionale
Caucasus 51
Monastero di Haghpat, Armenia settentrionale
Caucasus 52
Gli affreschi di Haghpat, Armenia settentrionale
TAG: armenia, tatev, haghpat, sanahin, selim, dilijan, goshavank, odzum, alaverdi
09.48 del 23 Agosto 2011 | Commenti (1) 
 
22 Nagorno-Karabakh: where exactly am I?
AGO Travel Log: Caucasus
Poi, dopo ore di steppa vuota e piccoli villaggi dimenticati all'orizzonte, a un tratto finisce l'Armenia. C'è un monumento grigio a piramide e un orizzonte infinito di vallate e colline gialle, altipiani inclinati ed erba secca che brucia. Quasi nessuno, nemmeno più i TIR iraniani, solo qualche vecchia Lada e alcuni van sporadici.
Ti guardi attorno e pensi embè?
Embè, dice Albert, di qua Armenia, di là Karabakh. Che poi loro chiamano Artsakh. Intendo, "loro" quelli che in Karabakh ci vivono, i pochi rimasti (sopravvissuti?). Nagorno, per i russi.

Ho dovuto chiedere un visto speciale per andare oltre il monumento a piramide. Me lo ha rilasciato la rappresentanza consolare del Nagorno-Karabakh a Yerevan, è costato una trentina di cosi armeni.

Il punto è che il Nagorno-Karabakh non esiste, almeno come nazione indipendente. O, per meglio dire, non lo riconosce nessuno al mondo. Di fatto è una porzione di territorio dell'Azerbaijan, sotto il controllo armeno da una ventina d'anni, il risultato di una lunga guerra fra i due Paesi e una dichiarazione di indipendenza che ha creato una situazione di stallo totale nella regione.
In mezzo, pulizia etnica da entrambe le parti, migliaia di morti e profughi, città rase al suolo, campi minati e storie che non sono molto lontane da quelle delle analoghe vicende nei Balcani. Con la differenza, sostanziale, che tutto sommato del Nagorno-Karabakh non frega un tubo a nessuno. Non è sufficientemente strategico, non ci sono petrolio e risorse chiave, non c'è un accidente di nulla, a parte montagne e steppa. Fatevi un giro su Wikipedia, nel caso.
In realtà, sia in Azerbaijan che in Armenia sono diverse le enclavi/exclavi dei due Stati che si sovrappongono fra loro, disegnando una mappa geopolitica completamente assurda. Sulla strada che da Yerevan porta a Stepanakert, capitale del Karabakh, ho ad esempio attraversato anche il territorio di Karki/Tigranashen, un'altra exclave azera in territorio armeno.

Comunque, per entrare in Nagorno-Karabakh, la frontiera c'è, eccome. E ci si entra solo dall'Armenia, badando bene di tenersi sufficientemente lontani dalla linea di cessate il fuoco con l'Azerbaijan e di fare attenzione a dove si mettono i piedi al di fuori delle strade battute. Va da sé che con un visto del Nagorno sul passaporto potete dimenticarvi di entrare, poi, in Azerbaijan per qualunque altra via. Nel caso, dovrò rifarmi un passaporto nuovo.

Stepanakert è una città inesistente e surreale. Per associazione mi vengono in mente Moynaq ed il Mare d'Aral, o Dashoguz in Turkmenistan. All'inizio degli anni '90 era stata rasa al suolo da una pioggia di missili. Adesso la stanno ricostruendo qua e là grazie al contributo degli armeni residenti all'estero, soprattutto negli Stati Uniti.
Fra le prime cose che hanno terminato, il palazzo del Presidente e l'unico hotel decente del Paese, che è un tutt'uno con l'Assemblea Nazionale. Forse per risparmiare.
E lo stadio, naturalmente.

Alexander è un ex-ufficiale dell'esercito di liberazione del Nagorno. Mi aggancia appena metto il naso fuori dall'hotel e non mi molla più. Solite cose sull'Italia, su Berlusconi e il bunga-bunga, su Celentano, Milan, Inter, Monica Bellucci. Mi snocciola tutte le formazioni della serie A a memoria, poi mi racconta della guerra. Ha sì e no qualche anno più di me. O forse anche no. Il cimitero di Stepanakert è pieno di lapidi di gente della mia età ed anche molto più giovani. Combattenti (ritratti con i Kalashnikov al collo), uomini, donne, ragazzi. Bambini.
Alexander mi racconta che ha un amico che vive in America che lo esorta sempre a lasciare il Karabakh e a raggiungerlo, ma lui gli risponde che deve rimanere, che deve combattere per il suo Paese, che non se ne va.
Dice che adesso sta andando a trovare un suo amico che ha perso una gamba in guerra.
Alla fine mi chiede qualche spicciolo: dice che è stato al bancomat e mi indica la banca centrale, distrutta e in ricostruzione. Dice che lui è a posto, ma che il bancomat non funziona, balance zero. Gli rispondo che sono uscito dall'hotel senza portafoglio e che mi dispiace. Ma l'hotel è a due passi e lui insiste, dice che può aspettare, che posso fare un salto a prendere qualcosa, che gli basta un euro per il suo amico. Mi irrigidisco e invento a braccio, dico che in camera c'è mia moglie che non sta bene e che non voglio svegliarla. Allora lui mi dà una pacca sulla spalla e risponde che capisce, che non c'è problema, che siamo amici lo stesso e che se ho bisogno di qualcosa a Stepanakert lui può aiutarmi per qualsiasi necessità, perché lui è un ex-ufficiale. Mi saluta come fossi suo fratello e si allontana.
Rimango di nuovo solo, in centro a Stepanakert. Ho addosso circa mille euro, al collo una macchina fotografica che ne vale almeno il doppio e in tasca uno smartphone che combatte con gli alieni (ma che in Karabakh, ovviamente, è inservibile).
Sta scendendo la sera su Stepanakert e tutto è un po' surreale.
Corro dietro ad Alexander e gli dico che per caso, frugandomi in tasca, mi sono reso conto che mi erano rimasti degli spiccioli. E gli offro una birra.
Poi mi chiedo che cazzo ci faccio a Stepanakert.

Gandzasar è un monastero a una trentina di chilometri da Stepanakert, quasi nascosto fra i boschi e le vallate del Vank. Ovviamente non c'è un'anima attorno. C'è un atmosfera di strana pace e serenità del tutto fuori luogo, a pensarci. Non vola una mosca, silenzio perfetto fra le montagne del Karabakh.
Il cimitero di Gandzasar racconta le stesse identiche storie di quello di Stepanakert. In paese alcuni muri sono stati interamente rivestiti con le vecchie targhe azere delle automobili, sostituite con quelle armene dopo la vittoria nella guerra e la dichiarazione di indipendenza.
Di Shushi invece, la seconda città del Karabakh, non c'è rimasto quasi un tubo. Piallata. Anche qui stanno ricostruendo: han fatto un assurdo hotel nuovo di zecca, non si capisce bene per chi. Una cattedrale esagerata, in rapporto alla desolazione circostante, ma tutto sommato comprensibile. L'antica moschea iraniana, invece, rimane distrutta e preda della vegetazione che la sta divorando. All'interno c'è un passeggino divelto ed arrugginito.
Chiedo ad Albert, con qualche titubanza, se per caso i cimiteri sono misti e/o se c'è rimasto in giro qualche azero. Mi risponde seccamente: no. Nessun azero. E nei cimiteri solo cristiani, nessun mussulmano. "Pulizia" totale.

Uscendo, in frontiera mi ritirano semplicemente il documento di accredito del consolato senza nemmeno farmi scendere dall'auto. Per il segnale del cellulare devo aspettare qualche chilometro, il tempo di uscire dal fondo del canyon dove hanno tracciato il confine, e risalire verso le steppe infinite, bruciate e vuote del Vayots Dzor.
Rotta verso nord.

(Il titolo è una citazione del capitolo della Lonely Planet sul Karabakh).

Nagorno 01
Qui finisce l'Armenia e inizia il Nagorno-Karabakh (o l'Azerbaijan...)
Nagorno 16
Nei pressi della frontiera fra Armenia e Nagorno-Karabakh
Nagorno 02
Albert fa il pieno di gas alla Volga
Nagorno 03
Nagorno 04
Nagorno-Karabakh on the road
Nagorno 05
Stepanakert, capitale del Nagorno-Karabakh
Nagorno 06
Il simbolo del Nagorno-Karabakh
Nagorno 07
Stepanakert
Nagorno 08
Anche a Stepanakert le tradizionali case di grandi mattoni rossi
Nagorno 09
Monastero di Gandzasar, Nagorno-Karabakh settentrionale
Nagorno 10
Nel cimitero di Gandzasar i segni della guerra d'indipendenza
Nagorno 11
I muri di Gandzasar rivestiti con le vecchie targhe azere
Nagorno 12
Nagorno 13
Nagorno 14
Nagorno-Karabakh: Shushi, rasa al suolo dai bombardamenti
Nagorno 15
L'interno della moschea di Shushi, completamente distrutto
TAG: stepanakert, nagorno, karabakh, gandzasar, artsakh, vank, shushi
09.32 del 22 Agosto 2011 | Commenti (0) 
 
21 Armenia /3: on the way to Nagorno-Karabakh
AGO Travel Log: Caucasus
Albert, che poi sarebbe A?????, o giù di lì, è il mio driver. E' armeno, di Yerevan, parla solo armeno e russo, e nella vita ha sempre fatto il driver, fin dai tempi della Sojuz Sovetskich. Ha guidato spesso anche fino a Mosca e ci vogliono tre giorni da Yerevan. Tante volte fino a Baku, in Azerbaijan: bella Baku, molto bella, shat lav Baku, ma Yerevan, certo, è un'altra cosa. E ha guidato fino a Novosibirsk e ad Omsk, ma non è mai andato a Tashkent, no.
Albert, o A????? che preferiate, a pranzo beve chai, tè, il che fra parentesi mi fa venire in mente che il mondo si divide fra quelli che il tè lo chiamano chai (e in tutte le varianti simili) e quelli che lo chiamano tè, appunto, e comunque il chai armeno è very gut, perlomeno secondo lui. A cena invece, Albert, pasteggia a vodka come ogni buon russo-armeno-kirghizo-kazako-eccetera che si rispetti. Così accetto il suo invito e, dopo un bicchiere del famoso vino armeno (mah), brindo con lui all'amicizia italo-armena e tracanno anch'io il mio bicchiere di vodka armena (lui è al terzo).
E schiatto al suolo. E' praticamente Paraflu rinforzato.

Per non dire di quella strana erba cruda che mi fa assaggiare, avvolta nel pane armeno, che lui sembra apprezzare tantissimo e che secondo me ha un retrogusto di azoto congelato. Se ho ben capito dice che è prezzemolo e magari è anche così, ma io il prezzemolo crudo a ciuffi non l'ho mai mangiato.
Fatto sta che a distanza di tre ore ce l'ho ancora nel naso. L'esofago mi si è invece fuso con la vodka.

Albert è un brav'uomo, età indefinibile. Fa il driver da quarantaquattro anni, quindi fate un po' voi. Indossa sempre un cappellino bianco da baseball e ha lo stile di guida tipico dell'Asia Centrale. Questo significa che sui rettilinei lancia la sua Volga (?????) 2110 nera (che avrà perlomeno la sua età professionale e una milionata di chilometri) a fondo acceleratore, che magari significa solo centodieci-centoventi, ma provate a toccarli con la Volga su una strada armena. Poi, dopo il decollo, mi dite.
Significa anche che viaggia fisso in mezzo alla strada, come tutti i suoi compari, e si sposta solo quando ormai il frontale è inevitabile. Oppure si sposta quell'altro. Dipende dall'esperienza e dal caso.

La frizione non è contemplata, se non in casi di estremissima necessità, quindi si va fissi in quarta (la Volga non ha la quinta): salite, discese, soprattutto curve. Di qualunque raggio, tornanti (tantissimi tornanti) compresi.
Ecco, parliamo dei tornanti. Che finché sono in salita, ok: si prende la rincorsa e ci si lancia in quarta sul tornante, girando con forza il volante, finché la macchina non muore. A quel punto, ma solo a quel punto, vabbè: ci si arrende e si scala in terza. Addirittura gli ho visto usare la seconda un paio di volte in duemila chilometri. Dunque vedete voi. E considerate che si sta parlando di tornanti del Caucaso, non di quelli di casa vostra.
Questo per le salite, comunque. Poi ci sono anche le discese, dopo le salite, tipicamente. E la tecnica è esattamente la stessa, ma in questo caso la quarta basta e avanza: ci si lancia giù dal rettilineo a rotta di collo fino a quando la staccata è inevitabile (avete presente la pubblicità di Alonso, "io non stacco mai"? Ecco, appunto) e a quel punto si tira un'inchiodata micidiale che fa vibrare la Volga come lo Shuttle sulla rampa di lancio, ci si attacca al volante con le due mani e si sterza a tutta forza, sperando che la macchina rimanga perlomeno nella sede stradale.
A volte, naturalmente, cercando anche di sistemare la sim del telefonino. E la batteria. E poi telefonando.
Non devo, vero, perder tempo a raccontarvi dello stato degli pneumatici e del battistrada?

In montagna la Volga è in grado di sorpassare tantissmi altri mezzi, soprattutto le vecchie Lada (ma se la cava molto bene anche ad evitare le mucche all'improvviso). Il sorpasso si fa sempre, comunque e ovunque. E se dico ovunque intendo proprio ovunque, con una particolare predilezione per i tornanti ciechi. Basta suonare. Nel senso: quello che sta davanti viaggia (anche lui) in mezzo alla strada. Oltre non si vede chiaramente un tubo. Prima Albert prova a infilarsi di forza a sinistra, ché magari ci si passa, chissà. Poi si spazientisce e suona al tipo per farlo spostare. Siccome nel Caucaso sono tutti molto gentili, quello si sposta. Allora Albert finalmente si infila e, poiché la curva davanti è totalmente cieca, suona di nuovo, ché sai mai arrivi qualcuno. Che comunque arriva sempre. Soprattutto, sulle strade del Vayots Dzor e sui passi del Karabakh, vanno molto i TIR iraniani che arrivano in senso opposto. E sono molto grossi. Noi però stranamente non siamo riusciti a centrarne nemmeno uno. Nonostante in un caso abbiamo anche fatto un sorpasso sul sorpasso. Nel senso che abbiamo sorpassato a sinistra una Lada che a sua volta stava sorpassando un camion.
Manovra perfettamente riuscita, peraltro, come potete ben immaginare, visto che il vostro cronista è qui a raccontarvela.

E comunque in Armenia bisogna mettere la cintura. In Karabakh invece no, così, quando passiamo la frontiera, Albert mi fa segno che posso pure toglierla. Per non offenderlo la slaccio, ma non mi sembra un'idea brillantissima.
Finché non arriviamo a Tatev.

O meglio, torniamo da Tatev, ché per arrivarci ho invece preso il Wings of Tatev, ma vabbè, questa è un'altra storia. Di Tatev, ed anche del Karabakh, vi racconterò prossimamente: qui si sta parlando di Albert.

Comunque: per tornare da Tatev c'è una strada che la Lonely Planet definisce curiosamente hair pin e ricordo quando a casa, un paio di mesi fa, avevo letto questa definizione e avevo riso molto. A casa.
A Tatev invece non ho riso un cazzo. Perché i quarantonove tornanti hair pin - sterrati, scavati sui fianchi del canyon di Tatev, Albert li ha fatti particolarmente agitato e di fretta, e a un certo punto ho smesso di contare le derapate sul ciglio della strada e le inchiodate al limite, con la Volga che slittava e partiva dritta verso il burrone, senza considerare le buche, i sassi, le gomme liscissime.
E no, così a contorno, non ci sono i guard-rail. Mavalà.
Così, mentre scendiamo da Tatev "un po' di fretta", penso che un cazzo la cintura in Armenia è obbligatoria: me la slaccio lo stesso e mi preparo a saltare dall'auto in caso di necessità.
Giuro, l'ho fatto.

Sappiate inoltre che la Volga va a gas e che quando si fa il pieno bisogna scendere tutti. Ché magari salta in aria, sai mai.
Con un pieno di gas la Volga fa duecento chilometri. E ad Albert gli scoccia tantissimo fermarsi lungo la strada, perché deve scalare le marce. Se proprio deve, foss'anche per i cinque secondi necessari a scattare una fotografia, lui spegne il motore. Ché il gas costa.

Albert mi preleva a Yerevan la mattina di Ferragosto e facciamo rotta verso sud, puntando Stepanakert, capitale dell'inesistente Stato del Nagorno-Karabakh, a circa trecentoventi chilometri di distanza.
Costeggiamo la frontiera turca per un bel pezzo, con la sagoma dell'Ararat che riempie l'orizzonte di fronte a noi. Il monastero di Khor Virap, praticamente attaccato al filo spinato della frontiera e distante non più di un chilometro dalle pendici dell'Ararat, è in una posizione davvero spettacolare.
Tocchiamo poi il confine con il Naxçivan, una regione appartenente all'Azerbaijan, ma separata dalla nazione madre dal territorio armeno, che di fatto si incunea verso sud tagliando in due parti l'Azerbaijan stesso. Una delle innumerevoli assurde anomalie geopolitiche del Caucaso e, in generale, delle ex-repubbliche sovietiche. Il Naxçivan è anche noto, fra l'altro, per essere stato nel 1990 il primo territorio a dichiarare la propria indipendenza dall'Unione Sovietica, battendo la Lituania di poche settimane. La riunione (politica e non geografica) con l'Azerbaijan è avvenuta solo successivamente.

Più a sud, le belle gole del monastero di Noravank e il Vayots Dzor, una regione di altipiani scoscesi, steppe ed orizzonti infiniti, e un passo ad oltre duemilaquattrocento metri di quota.
Adesso sì, in viaggio.

Caucasus 23
Le rovine della cattedrale di Zvartnots, con l'Ararat sullo sfondo
Caucasus 25
Le gole del fiume Avan, presso Garni, Armenia
Caucasus 26
Il tempio di Garni, Armenia
Caucasus 27
Caucasus 28
Caucasus 29
Caucasus 30
Monastero di Geghard, Armenia
Caucasus 31
Caucasus 32
Khor Virap
Caucasus 33
Monastero di Noravank
Caucasus 38
Caucasus 34
Caucasus 36
Caucasus 37
Vayots Dzor, Armenia meridionale
TAG: armenia, zvartnots, garni, geghard, khor virap, noravank, vayots dzor
16.12 del 21 Agosto 2011 | Commenti (1) 
 


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