Orizzontintorno Carlo Paschetto
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01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione. ..
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TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017 | Commenti (1) 
 
07 Io sono un viaggiatore molto imperfetto
MAG Mumble mumble
Io sono un viaggiatore molto imperfetto. Sono quello che alla domanda Ah, maddai, sei stato a [riempire a piacere], hai quindi visto [imprescindibile must]? nove volte su dieci rispondo no e in almeno sette casi nemmeno so di cosa si stia parlando. Sono quello che non mangia mai quello che sicuramente avrebbe dovuto mangiare e che probabilmente nemmeno ne conosce l'esistenza. Sono quello che non ha partecipato all'evento rarissimo che capitava proprio in quei giorni al quale assolutamente bisognava partecipare, che non ha comprato nulla di quello che tutti comprano e nemmeno sa cos'è, che non ha letto, non ha visitato, non ha sicuramente fatto.
Ho visitato più di cento fra Paesi e territori del pianeta, viaggiando sempre in totale autonomia, e quasi sicuramente non sono stato nella maggior parte dei posti dove sarei dovuto andare e non ho visto il cinquanta per cento delle cose che avete visto voi negli stessi posti, impiegando la metà del tempo, spendendo un terzo, viaggiando accompagnati, o a vostra volta da soli. No, non è che abbia visto o fatto di meglio: è solo che probabilmente ho perso tempo dietro a qualche obiettivo che mi ero fissato in testa sa dio perché, salvo poi scoprire che il fatto che non ci andasse/interessasse/non lo facesse nessuno forse voleva dire qualcosa; o anche solo per sciocca ostinazione anticonformista; o semplicemente perché sono un viaggiatore molto pigro, per cui se devo alzarmi presto per fare o vedere qualcosa di assolutamente imprescindibile, ma che non ho scelto io di fare o vedere, è quasi certo che dormirò fino alle undici del mattino, o al massimo mi alzerò in tempo utile per non perdere l’ultimo turno della colazione in hotel, ché uscire fuori senza aver fatto colazione è la cosa che più mi irrita al mondo.
Tanto, in ogni caso, dopo aver fatto colazione è molto probabile che torni in camera e perda tempo un’altra ora buona. Nella migliore delle ipotesi ad aggiornare il blog, altrimenti a fare assolutamente nulla.

Eppure studio i miei viaggi per mesi, leggo tantissimo, mi segno cose, compilo liste, mi concentro su particolari insignificanti. Ecco, appunto: insignificanti.
Io sono un viaggiatore imperfetto che segue percorsi tutti suoi, spesso del tutto insignificanti. Ad occhi altrui.
Così, per esempio, potete stare certi che sono stato a Parigi cento volte, ci ho anche lavorato, la conosco molto bene e, vi garantisco, conosco cose di Parigi che nemmeno voi che ci vivete conoscete. Ma in tutti questi anni sono stato al Louvre una sola volta e credo di non averci resistito più di un’ora, di cui quindici minuti trascorsi a cercare di aprirmi un varco in mezzo alla folla che sostava davanti a Monna Lisa. Ho di recente letto una lista di cose assolutamente da vedere a Parigi e ce ne fosse stata una della quale abbia potuto dire ah, sì, questa in effetti celo.

Non torno a Londra dal 1984, né mi frega di tornarci. Non ho mai visto le piramidi del Cairo, ché detesto farmi largo fra i pullman.
Ma sono stato in Tango-Hanto in Giappone e ho fatto una deviazione del cazzo che mi è costata una giornata di viaggio per andare a vedere quella minchiata di monastero ortodosso bombardato e circondato da filo spinato a Prizren, in Kosovo. Nemmeno ricordo più come si chiama, poi, quel rùdere. Ho anche speso un bel po’ per andare a Chernobyl e peraltro oggi non potrei raccontarvi di Al Raqqa, nella valle dell’Eufrate, se non mi ci fossi infilato a cazzo per non so quale motivo e non ci avessi pure dormito. Belìn, Al Raqqa.
Non sono andato in Polinesia: potendo scegliere, sono stato - di proposito - in Melanesia, ché sono certissimo che tanto il mare sia lo stesso, solo che alle Loyalty Islands c’ero solo io, a Tahiti eravate in centomila. E in Australia ho schifato Ayers Rock per andare in Tasmania. D’inverno. Che c’è pure un clima allucinante, fa un freddo porco e piove a dirotto, sempre.

D’altra parte io detesto andare nei luoghi quando il clima è favorevole. Se devo andare al Polo Nord dev'essere d’inverno. Che mi importa di andarci in estate: lo so benissimo che si sta meglio ed è più vivibile, ma che diamine, il Polo Nord è bello proprio perché è estremo e dunque per quale mai ragione dovrei volerlo vedere addomesticato dal calore estivo?
- Ma se vai in Patagonia d’inverno non vedi i pinguini! E chissenefrega: li ho incontrati in Sudafrica e in compenso ho così visto le famose tempeste invernali del Paine, ché altrimenti che Patagonia sarebbe stata, senza? Anche se quando al Paine c'è una tempesta, credimi, non fai un metro fuori dal tuo rifugio.

(E comunque no, non è vero che chissenefrega: mi sono girati i coglioni. Oh se mi sono girati, all’epoca, per non aver visto i pinguini imperiali di Capo Horn).

Ore ve ne dico un’altra. Partire mi fa paura. Sono una persona estremamente ansiosa e nel mio bagaglio porto sempre mille timori.
Soffro maledettamente di claustrofobia, il che mi rende ostile il viaggiare con quasi qualunque mezzo pubblico, soprattutto autobus e treni affollati, sedili posteriori nelle auto, taxi americani, per non dire che mi angosciano tutte le camere di hotel che non posso raggiungere a piedi con una scala: praticamente, ormai, il novantacinque per cento degli hotel nelle grandi città di tutto il mondo.
Maledetti viaggi in ascensore, dannatissimi grattacieli. E poi ho paura di quasi tutte le porte chiuse. Negli hotel non chiudo mai a chiave la porta di camera. Per inciso, questo mi crea parecchi problemi anche coi bagni pubblici.
Però ho preso i treni in India e ho viaggiato per venticinque ore sul leggendario sleeper bus Golmud-Lhasa senza dare di matto, o farmi prendere dalle crisi di panico.

Non sono per nulla socievole e diffido di chiunque voglia vendermi o mi proponga qualsiasi cosa, per cui dico no a priori a tutto, a qualunque occasione o programma o iniziativa che mi vengano proposte e che escano dal perimetro di viaggio che mi sono idealmente preconfigurato. Sono un viaggiatore autonomo e indipendente, ma questo non significa affatto che io ami gli imprevisti, tutt’altro. Anzi, tendono piuttosto a innervosirmi e a mettermi ansia.
Il mio viaggio è nella mia testa, prima che altrove: se per qualche motivo esce dai binari che mi sono creato impiego poi parecchio a ritrovare la mia serenità e il mio punto di equilibrio.
Lo so: ho usato quattro volte l'aggettivo mio in quest'ultima frase. Ma sto raccontando come viaggio io, non come viaggiano quelli attorno a me.

Ho paura degli insetti e più in generale di tutto quello che è piccolo e striscia, vola, cammina e ha tante zampe. Eppure ho viaggiato nella giungla, nei deserti, in ambienti ben poco addomesticati e a volte del tutto incontaminati, spesso dormendo in tenda (quanto amo dormire in tenda!), ma credetemi, se vedo una bestia in giro potrei dormire sigillato in un piumone con una temperatura esterna di quaranta gradi.
Del resto l’ho fatto, al dormitorio del campo nella giungla malese: una notte di caldo asfissiante trascorsa interamente sveglio e completamente avvolto in una coperta. Non è servito: mi hanno fatto un braccio come un pallone, cosa sia stato non so.

E che dire del mio proverbiale terrore di volare. Quanto ne ho scritto anche qua dentro. Qualche anno fa, quando per lavoro volavo decine, centinaia di volte all'anno, ero riuscito a sconfiggere la paura. Credevo fosse in via definitiva: basta coi mal di stomaco e le notti in bianco prima di ogni volo, fine dei miei stati catatonici prima di salire su qualunque aereo, mai più ore di angoscia e mascelle serrate, inchiodato al mio posto con le cinture sempre allacciate, a costo di rimanerci anche per tredici ore filate sospeso in aria, figuriamoci andare almeno a pisciare.
Quel che però può l’abitudine, distrugge immediatamente la disabitudine. E a distanza di soli due anni, ci risiamo.
Almeno per questo ho comunque scoperto le pillole. Van bene anche per la claustro. Con due pillole ho sorvolato tutto il Pacifico e ho fatto il giro del mondo dormendo come un sasso. Sono andato in bagno persino un paio di volte e mi ci sono pure chiuso dentro. Ora le porto sempre con me, nel mio trolley.

Viaggio sempre con il solo bagaglio a mano. Con gli anni ho imparato ad andare ovunque, con qualunque clima, per qualunque tempo, portando soltanto il mio piccolo trolley ed eventualmente uno zainetto di scorta da far passare inosservato all'imbarco. Lo zainetto, quando c’è, è il mio compagno inseparabile e almeno all’andata, se posso, infilo anche lui nel trolley.
Ho fatto un giro del mondo col trolley piccolo, l’ho usato per viaggiare a quindici sotto zero e a quaranta sopra, per una settimana o un mese. Ho imparato a lasciare a casa la reflex pur di far stare tutto dentro quel solo trolley, ma negli ultimi anni non ho più rinunciato a un ombrello pieghevole. L’avvento dell’iPad, poi, mi ha fatto guadagnare moltissimo spazio e peso, perché ho smesso di portare il computer.
Nel mio trolley, naturalmente, oggi non manca mai nemmeno il necessario per procurarmi ogni strumento di ricarica per qualunque altro aggeggio elettronico mi porti dietro: tablet e telefono, sempre presenti all'appello, videocamera e macchine fotografiche, quando ci sono.
Quel che è certo è che la tecnologia, nel corso degli anni, mi ha sempre accompagnato, di qualunque generazione fosse. Nel 1990, in Patagonia, non avevo certo il telefonino né il computer portatile, ma viaggiavo col migliore altimetro analogico disponibile sul mercato, solo perché quelli digitali di allora, pionieristici, non erano altrettanto precisi. E io sono uno preciso.
L’ho smarrito quell’altimetro, proprio al campo base del Cerro Torre. Be’, non ci sarebbe stato posto migliore al mondo dove perderlo.

Per quanto viaggi, per quanto sia nomade, per quanto mi deprima rimanere a casa più di qualche settimana e per quanto potrei stare via mesi e mesi (l’ho fatto), ho bisogno di un punto fisso di riferimento. Ovunque io sia nel mondo, per quanto possa stare lontano da casa, ho bisogno di sapere che casa c’è. Che è qui e che prima o poi ci passerò. Perché prima o poi, sempre, ovunque mi trovi e indipendentemente da quanto tempo io manchi da casa, arriverà un momento in cui scoppierò a piangere e vorrò tornare.
Salvo il fatto, poi, che quando arriverò non vedrò l’ora di riandarmene tre giorni dopo e diventerò sempre più irritabile al dilatarsi della distanza fra l'ultimo rientro e la prossima ripartenza.
Forse viaggiare è la mia eterna ricerca del punto fisso ideale di riferimento, il mio capolinea perfetto. Che non so dove sia.

Quando parto per un viaggio, infine, quel viaggio l’ho già vissuto dozzine di volte ed è già archiviato. Perché il viaggio, qualunque viaggio, io lo preparo nella mia testa per mesi. Leggo, studio, pianifico, immagino. Quando parto, nell'esatto momento in cui mi metto in moto, quel viaggio è un progetto già riuscito e quindi io sto già pensando al prossimo viaggio.
Ogni mio viaggio, nel momento in cui lo sto vivendo, è accompagnato da un progetto in corso per il viaggio successivo. Sono un moto perpetuo che avanza di viaggio in viaggio, mai presente nel presente, sempre avanti nel futuro prossimo venturo.
A volte, mentre sto viaggiando, mi capita di realizzare all’improvviso questa cosa e mi fermo. Di colpo. Mi fermo proprio, se sto camminando smetto anche di camminare, e mi guardo intorno. Quello che cerco di fare è esattamente fissare quell’istante nella mia testa. Scolpirlo dentro. Viverlo nel presente. È un esercizio difficilissimo, ma talvolta ci provo.

C’è poi il fatto del viaggio che si scontra con le mie paure. Per cui, quando mi prende l'ansia, ogni volta giuro a me stesso che quella è l’ultima volta che viaggerò, che mai più, che in fondo ho viaggiato troppo, che posso anche fermarmi.
Lo penso ogni volta che salgo su un aereo, soprattutto alla partenza di un viaggio. Mi maledico, mi chiedo chi me lo ha fatto fare di nuovo, mi do del cretino. Poi, appena rientro a casa, metto insieme le idee per il prossimo viaggio, che naturalmente ho iniziato a programmare durante il viaggio appena concluso.

E poi in viaggio, spesso, io piango. Soprattutto in quei momenti in cui realizzo che sono in viaggio, davvero, e che sono esattamente nel luogo in cui ho sognato per mesi, per anni, di essere. Che sono proprio lì, che respiro quell’aria, che il momento preciso è quello.
Sono estremamente emotivo, lo sono ancor di più in viaggio. Ho pianto di fronte all’Everest e sulla Transiberiana, e a Capo Horn, e dozzine di altre volte. Quando piango sono sempre da solo.

Ho fatto del viaggiare la mia vita, o meglio, ho fatto del bisogno di viaggiare la mia vita, perché la verità è che non sono mai riuscito a viaggiare tanto quanto avrei voluto, né sono mai riuscito davvero a fare del viaggiare la mia professione, come ho sempre sognato.
Dopo qualche anno trascorso davvero a saltare da un aereo all'altro, da un hotel all'altro, con un trolley mai disfatto sempre al mio seguito, alla soglia dei cinquant'anni sono addirittura arrivato al paradosso di lavorare così vicino a casa, e così stanziale, come mai mi era capitato prima d'ora.
Ho perso il treno. Capita. Aspetti un treno per anni, magari senza nemmeno sapere bene a quale binario sederti ad aspettare, e quando finalmente sei lì lì per partire, proprio all'ultimo momento non puoi. Così è capitato, non ho potuto.
Certo, è sempre una scelta. Dico sempre che ho dovuto scegliere, ma comunque sia andata ho scelto io e punto.

A volte mi chiedo poi cosa io abbia fatto, davvero, per cercare di fare del viaggiare la mia vita: la verità è che non ho fatto nulla. Ché quando in passato c'è stato da scegliere, da rischiare, da mettersi in gioco, alla fine ho quasi sempre scelto la via più semplice e tranquilla, a meno proprio di non essermici trovato in mezzo, perché ho ascoltato le mie paure, e dunque?
Tranne nel 2002. Quando ho pensato che se non fossi partito in quel momento non sarei partito mai più. Così l’ho fatto. Sono partito.
E nel 2006, quando però sono partito per necessità, non per scelta, salvo il fatto che di nuovo, poi, non sarei mai più tornato.
Invece sono tornato. Entrambe le volte. Nonostante e dopo tutto quel tempo. Maledicendomi poi per mesi per essere tornato.
Ma anche queste sono state scelte.

Comunque fra un po’ ripartirò ancora, e poi ancora, e poi ancora, e poi ancora. Perché devo partire. Ho bisogno di partire.
Se vuoi sapere come sono, chi è quello che scrive, devi partire con me. E fidarti, anche se per tutto il viaggio, in ogni istante del viaggio con me, ti potrà sembrare che io stia viaggiando da solo e che non mi curi minimamente della tua presenza, anzi, che sia solo un fastidio.
È solo che sono dietro alle mie ansie e alle mie paure, sono preso a scacciarle, ma lo so bene che stiamo viaggiando insieme ed è una differenza importante, mi piace.

Ho viaggiato a lungo da solo, da solo davvero. In viaggio mi è persino capitato di non parlare per giorni e giorni. Ti dirò una cosa: lo so fare, non ho più bisogno da un pezzo di dimostrarmelo. Se voglio partire da solo - quando voglio partire da solo, o ho bisogno di partire da solo, perché a volte può ancora accadere - io parto da solo. Se ti chiedo di venire è perché voglio viaggiare con te, ché non ho voglia di un mio viaggio, anche se so che la destinazione la scelgo sempre io.
Io non scelgo mai i vini, né il canale alla tv, né i colori. Scelgo le destinazioni.
Ma poi non è nemmeno del tutto vero, non sempre perlomeno.

(Né è più vero, ormai da qualche anno, che io non torni mai nei luoghi dove sono già stato).

kk
agosto 2002, sulla Karakoram Highway, nello Xinjang
TAG: viaggiare
08.56 del 07 Maggio 2014 | Commenti (6) 
 
03 Ten years after. No, non la band.
MAG Amarcord, Diario
Dieci anni fa questo blog, e tutto il sito per la verità, non esistevano. Fossero esistiti probabilmente alcune cose avrebbero in seguito preso pieghe diverse, chissà. Comunque non importa e del resto io son sempre quello che non si volta mai indietro.
Dieci anni fa, d'altra parte, i blog erano un oggetto in stato piuttosto embrionale e l'alba dei social network era ancora lontana: se avevi voglia di raccontare, e di farti seguire, avevi poche strade che transitavano perlopiù dal passaparola.
Farsi seguire davvero, poi, era tutta un'altra faccenda, ché la geolocalizzazione prêt-à-porter era roba ancora ascritta alla fantascienza prossima ventura.

Dieci anni fa, oggi, pioveva a scrosci da giorni. Sembrava un giorno qualunque di novembre, invece era il 3 maggio anche dieci anni fa, oggi.
Siccome alla stazione Centrale dovevamo andare in taxi, uscii sotto il diluvio per portare l'auto al garage vicino a casa, ché il box non lo avevamo e non è che puoi lasciar la macchina in mezzo alla strada per sei mesi. Non certo a Milano, perlomeno, figùrati poi coi turni settimanali del lavaggio strade.

Dieci anni fa, per dire, io non avevo nemmeno una macchina fotografica digitale. Viaggiavo ancora con la Nikon F65 acquistata a Bangkok l'anno prima in seguito alla rottura delle mia fedele Yashica. E, se ben ricordo, il mio telefonino era il famoso Nokia a banana. Mi sembra che nei menù fosse presente una voce per configurargli l'accesso WAP, ma sulla rete WAP, dieci anni fa, non c'era praticamente un tubo. E comunque collegarsi al WAP non era certo qualcosa che facevi in roaming, né del resto potevi connetterti in roaming proprio ovunque, come fai oggi, ché i protocolli GSM, gli accordi fra compagnie telefoniche internazionali e tutti i bla bla bla del caso erano ancora ascritti alla voce "addavenì".
Così, se volevi scrivere, non ti restavano che le e-mail. Quelle sì, c'erano già da un pezzo, ma non è che le potessi scrivere dal Nokia a banana: dovevi cercarti un internet cafè, sebbene vada detto che in molti Paesi, soprattutto nel secondo e terzo mondo - soprattutto dove non era transitato il ministro Pisanu - eran già spuntati come funghi.

Dieci anni dopo qualcuno di voi sa come è poi andata. Altri no e magari han voglia, ora, di sapere cosa è accaduto dieci anni fa e com'era chiudersi la porta di casa alle spalle, per sei mesi, e salire su un treno senza un iPhone in tasca, né un tablet nello zaino.
Vent'anni prima, d'altra parte e se è per questo, non avevo nemmeno il telefonino. Ma è un'altra storia, che riguarda altre storie raccontate qua dentro, e questo non è un anniversario di tecnologia.
Dieci anni fa, oggi, fra le 17 e le 18 per l'esattezza, partivo con il treno. Un treno che peraltro di lì a un'ora si sarebbe fermato. Perché pioveva troppo.
TAG: asia overland, sabbatico, viaggi, viaggio
13.16 del 03 Maggio 2012 | Commenti (4) 
 
13 Comunque quello nella foto non è Marcello
APR Amarcord, Blog e luoghi
Douz
Ho iniziato a viaggiare in modo diverso nel '93, a Douz, dopo l'incontro con Marcello. E già incontrare per caso Marcello nella piazza del mercato di Douz era stata una di quelle inspiegabili e meravigliose coincidenze che capitano solo a coloro per cui il viaggio è una forma di divenire quotidiano, uno stato fisico e mentale a prescindere per il quale, comunque e dovunque ti svegli ogni mattina, quando apri gli occhi, per almeno una frazione di secondo ti chiedi dove.
Che peraltro è una condizione non facile. È far parte di una sorta di comunità parallela ed errante che si sposta invisibile attraverso il continuum di un mondo stanziale, al contrario e perlopiù dédito al pendolarismo ricorrente esotico o low cost. Che è cosa differente.

Me ne è capitata un'altra, per inciso, di queste coincidenze, ancorché indiretta in questo caso: quando Nicola, viaggiando da Melbourne a Cairns, incontrò e conobbe Giovanni e Sergio, e parlando del più e del meno - di viaggi, inutile dire - i due gli raccontarono del loro in Patagonia di qualche anno prima e dell'italiano che laggiù avevano incontrato. Così Nicola gli rispose che anche lui aveva un amico che aveva viaggiato in Patagonia, proprio nello stesso anno, che combinazione. Si chiamava Carlo, il suo amico, per caso lo stesso nome del tipo che Giovanni e Sergio avevano incontrato. Lo stesso Carlo. Certo, io.

Come la coppia di olandesi incontrati a Khiva, che avevo già incontrato a Kashgar qualche mese prima, e in effetti sì, c'eravamo già probabilmente incrociati a Lhasa ancor prima. Ma questo è facile, ché le lunghe rotte overland dell'Asia son poi sempre quelle e di questo ho già scritto e parlato parecchio altrove.
Questa è storia differente.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, in mezzo alla folla del mercato di Douz. Io arrivavo da Tozeur, lui da Ksar Ghilane. Ci eravamo visti l'ultima volta un paio di settimane prima in laboratorio al CNR di Milano, dove lavoravamo entrambi. Io sapevo dei suoi viaggi, lui sapeva dei miei, anche se all'epoca per me lui era un vero mito al cospetto del cui curriculum di viaggiatore la mia spedizione alle Svalbard dell'87 e i due mesi in Patagonia nell'inverno australe del '90 erano ben poca cosa.
Non parlavamo molto di viaggi, Marcello ed io, ché come tutti gli appartenenti alla comunità segreta ci si annusa a lungo, a distanza, si discute distrattamente di meteo e di aeroporti per misurare quanto l'altro ce l'abbia più o meno lungo di te, prima di entrare nel confronto diretto.
Che poi, in realtà, non c'è mai davvero alcuna deriva competitiva: se ci si annusa e ci si riconosce, dopo, si diventa amici. E in effetti Marcello ed io ci scoprimmo amici, dopo, almeno per un po', almeno prima di perderci di vista, solo per incontrarci nuovamente, molti anni dopo, su un volo Roma-Milano, entrambi al rientro da una settimana di lavoro nella capitale, entrambi in partenza la settimana successiva, lui per Bali col figlio neonato, io per Kuala Lumpur.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, e prima di scoppiare a ridere ci guardammo in faccia e ci chiedemmo, reciprocamente e contemporaneamente, ma tu che cazzo ci fai qui?
Ché è ben strano incontrarsi per caso nella piazza del mercato di Douz. Già lo sarebbe a Times square, per dire.

Marcello quella volta mi insegnò come procurarsi delle sbarre di ferro per smontare i copertoni dai cerchi di un'auto in un villaggio berbero del Sahara settentrionale. Ché smontare i copertoni è fondamentale per poter riparare una gomma in caso di foratura. Ché in caso di foratura, in mezzo al deserto, la gomma te la devi saper riparare da solo, ché mica vien l'ACI a prenderti.
E dove vuoi procurarti due sbarre di ferro - ne servon due - in un villaggio berbero, se non dal fabbro del paese? Basta farci un salto, disegnargli con una matita su un foglio a quadretti come vorresti che fossero forgiate le due sbarre e tempo venti minuti ecco pronti i tuoi strumenti del mestiere al modico prezzo di mille lire, o forse poco più.

Era giusto vent'anni fa. Ce l'ho ancora a casa una di quelle due sbarre. E non vi dico passarla dal metal detector dell'aeroporto di Tunisi.
Non l'ho mai usata, poi, comunque. Affondato nella sabbia parecchio, bucato mai. E quanta sabbia guidata negli anni successivi, grazie ai trucchi che imparai da Marcello quella volta.
Ma non è questo. Quel che mi insegnò Marcello non furono le sbarre di ferro, né le gomme da tenere un po' sgonfie, né le scale antisabbia.
Marcello mi insegnò i supermercati.

Quel pomeriggio Marcello ed io proseguimmo insieme il nostro errare a caso per i vicoli di Douz e, fra un tè e l'altro, Marcello mi portò in giro per supermercati ché, diceva lui, se tu vuoi conoscere qualcosa, davvero, di un Paese, va' al supermercato o guarda la televisione.
E in effetti la televisione io la guardavo già, sempre, ogni volta. È sempre la prima cosa che faccio tuttora quando arrivo in un Paese che non conosco: accendo la televisione e faccio zapping. Ché non c'entra nulla la lingua, non è importante la lingua, non è sulla lingua che ti devi concentrare. È sui contenuti. È sulle immagini. È nelle immagini della televisione lo specchio vero di ogni Paese e della cultura che vai per attraversare.
Ma al supermercato no: fino a quel giorno, al supermercato, non avevo mai pensato.

Nel '93 viaggiavo ancora con la guida turistica nello zaino: erano i tempi delle prime Lonely Planet, che ancora nessuno conosceva. Ricordo quella dell'Argentina: un volumetto di circa cento pagine. Quante sono l'edizione attuale?
Viaggiavo con la mia guida, prendevo nota di quel che assolutamente si doveva vedere, andavo, vedevo, fotografavo, spuntavo. Fatto.
Poi Marcello mi insegnò i supermercati: ad osservare la gente al supermercato e a comprare le cose nei supermercati. Cose strane. Oddio, strane per me, non per loro, quelli che in quei supermercati vanno ogni giorno.
Perché le cose migliori che puoi portarti a casa al ritorno da un viaggio lontano non sono le tipiche maschere di legno etiopi intagliate a mano, fabbricate in serie a Johannesburg, né le riproduzioni a mano delle antiche stampe Ming, prodotte in serie a Seoul, né le bussole dei sommergibili sovietici comprate al mercato di Yerevan, prodotte nelle fabbriche russe di vecchi giocattoli.
È la salsa per il kebab, comprata al supermercato di Douz, che chissà quando scade e, soprattutto, di cosa sa.
O la tazza del Nescafè, taroccata, comprata al supermercato centrale di Ulaan Baatar, reparto casalinghi.
O i maledetti pirogui surgelati, comprati al supermercato sotto casa a Warszawa.

Così adesso io viaggio parecchio per supermercati. E faccio la spesa. Con le borse di plastica.
I biscotti di Yerevan non sono male, per dire.
TAG: viaggiare, viaggio
00.01 del 13 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 


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