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24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

VoloEAUIndia01
Atterrando ad Abu Dhabi
VoloEAUIndia02
Etihad business class
VoloEAUIndia03
VoloEAUIndia04
VoloEAUIndia06
VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
14 Emirati e India (e di nuovo niente Qatar)
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E quindi riparto di nuovo e a 'sto giro volo ad est, così da riequilibrare un po' lo spin del mio moto perpetuo, ultimamente sbilanciato oltre Atlantico.
E quindi, per rilasciarmi il visto per affari, gli indiani mi han domandato che religione professo, mi hanno preso le impronte digitali prima ancora di partire, han ricostruito tutto il mio albero genealogico, hanno voluto sapere ogni particolare della mia professione, hanno pretesto una lettera di invito dalla sede locale della mia azienda e non ultimo mi hanno chiesto di elencare tutti i paesi che ho visitato nella mia vita. A quel punto ho però ho mollato il colpo, nel senso che no, ho consegnato il compito lasciando lo spazio in bianco, ché non sarebbe bastata una pagina intera e avrei dovuto peraltro sfidarli rispolverando la mia solita lezione: come li vogliamo contare?
È pure una questione d'attualità, ché leggo in giro di record che non son record, riferiti a un sistema di misurazione pretestuoso definito solo per giustificare la prestazione stessa e l'inutile spazio mediatico che le è riservato, non per valutarne la dimensione effettiva. Magari ci tornerò e ne scriverò, di nuovo, altrove, che è un tema che sempre mi appassiona (o mi irrita, dipende dai casi).
Il visto, gli indiani, comunque me lo hanno rilasciato lo stesso e le impronte digitali mi han detto che sono valide fino alla scadenza del passaporto. Nel senso che poi devo cambiarle?

Insomma, fra un'America e l'altra, dopo una rapida sosta negli Emirati per far visita all'ufficio di Abu Dhabi, torno in India diciassette anni dopo il mio overland in Asia. All'epoca per la verità la burocrazia era stata molto più semplice, il che fra l'altro mi fa anche venire in mente che i pakistani dell'ambasciata a Pechino mi appiccicarono il visto sul passaporto proprio a fianco a quello per l'India, immagino a mo' di sfregio, ché i due paesi eran di nuovo sull'orlo di una guerra e le frontiere chiuse.
Ad Abu Dhabi invece non torno dal 2001, un'eternità sulla scala dello sviluppo della penisola arabica. Ero ripassato in transito lo scorso anno, sulla rotta per il Pacifico, ma si era trattato solo di uno stop-over senza possibilità di mettere il naso fuori dall'aeroporto.
Dubito di riconoscerla ed essere in grado di ripercorrere i miei passi di allora, mi aspetto un viaggio completamente nuovo.

E dunque India e il pensiero corre inevitabilmente a quelle difficili settimane dell'agosto 2002 nelle quali, proprio a Delhi, ci giocammo la chiave del nostro straordinario e lunghissimo viaggio.
Quanto ho odiato Delhi e la mia India di allora, quanto ne scrissi male nel nostro libro; quanta voglia di tornarci mi è rimasta poi, di farci un viaggio diverso, di ritornare non una, ma tre, quattro, cinque volte, per esplorarla con calma e metodo.
Non sarà questa l'occasione e peraltro, dovessi proprio dire, non ho mai pensato a Goa - la mia destinazione - come possibile meta nei miei piani di viaggiatore.
Ma il lavoro lì mi porta, almeno per qualche giorno (farò anche una brevissima sosta di un paio d'ore a Mumbai, inesistente di fatto): sarà comunque una rapida toccata e fuga, il tempo al solito di qualche riunione, qualche cena ufficiale, magari una sera libera per esplorare le vie del centro cittadino, un paio di passaggi in taxi verso l'ufficio, giusto per vedere un microscorcio di paesaggio indiano dal finestrino e scattare due foto inutili al volo.
Ho visto su Google Map che c'è una spiaggia meravigliosa sull'oceano a pochi minuti a piedi dal mio hotel. Chissà se riuscirò a passarci una serata, a sganciarmi dalle solite cene di rappresentanza e trascorrere qualche ora per i fatti miei - cosa che d'altra parte, per esperienza, in India è pressoché impossibile già di per sé.

Ho anche provato ad allungare lo stop over in Qatar sulla via del ritorno, ma senza successo: mi sarebbe bastato prendere il volo successivo da Doha per Milano, per avere il tempo di uscire dall'aeroporto, mettere piede in città, prendermi un caffè, comprare due cazzate, ripartire col Qatar timbrato e finalmente aggiunto alla mia collezione - che i conti io li faccio con metodo, usando un sistema di riferimento condiviso e tarato sul contesto.
Insomma, invece nulla, non riesco nemmeno a questo giro, Qatar Airways non consente di allungare la fermata all'interno di un biglietto unico Goa-Milano con scalo a Doha.
Andrà a finire che riciclerò le miglia premio della Qatar proprio per un viaggio da quelle parti, magari attaccando il Bahrein (dove però è impossibile andare direttamente dal Qatar, accidenti).

Intanto aggiorno la mappa dei viaggi per lavoro del 2019.
Il prossimo sarà invece tutto nostro, finalmente un viaggio vero e lungo a sufficienza da non saltare capitoli.
Appuntamento a fine luglio.

EAUINDIA
TAG: Emirati, India, viaggi
00.45 del 14 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
08 Verso l'estate
GIU Mumble mumble
La passione per il viaggio ce l’ho scritta nel DNA e mi accompagna da quand’ero un ragazzino e trascorrevo le ore in auto con i miei in giro per le strade di mezza Europa - l’Europa degli anni ’70, mica quella di Ryanair che conoscono i Millennials - seduto sul sedile dietro al posto di guida per avere la stessa prospettiva di mio padre, fingendo di guidare un TIR. Sognavo di fare il camionista e peraltro ho continuato per un bel pezzo a sognarlo anche da adulto, ma pareva fosse un progetto di vita bizzarro avendo la possibilità di laurearsi e trascorrere la propria esistenza dentro un ufficio per stare dietro a una scrivania a farsi venire il reflusso, le fibrillazioni cardiache, il mal di schiena (be’, quello forse viene anche a fare il camionista) e passare il tempo ad occuparsi di cose di cui, fondamentalmente, non me n’è mai fregato una cippa.
Ogni tanto la tiro fuori ‘sta storia del camionista, a distanza di secoli, e niente, ho cinquantaquattro anni ormai e faccio il manager in una multinazionale. Qualcosa vorrà pur dire.
Comunque.

Dopo la laurea trascorsi qualche anno al CNR, con il duplice scopo dichiarato di non indossare mai una cravatta in vita mia e andare a lavorare in Antartide, unica meta che quasi certamente non avrei mai potuto raggiungere nella vita con mezzi propri.
Con quelli che andavano in Antartide pranzavo tutti i giorni, ma loro partivano e io restavo a casa a occuparmi di scemenze. Dopo qualche anno, a un certo punto mi sono rotto, ho capito che in Antartide non mi ci avrebbero mai spedito e mi sono arreso: ho comprato una cravatta, mi sono presentato a un colloquio e ho preso il primo lavoro che mi hanno offerto, che purtroppo non era il camionista.
Bilancio dei primi cinque anni di vita professionale: due obiettivi, due fallimenti. Col sogno di fare il camionista fanno tre.

Entrai in una grande multinazionale dove tutti indossavano giacca e cravatta, ma mi avevano detto che avrei girato il mondo e così accettai senza farmi troppo domande. In effetti i miei colleghi giravano il mondo parecchio, anche in posti piuttosto interessanti e non convenzionali. Io lavorai quasi tre anni a Sesto San Giovanni e statisticamente, a distanza di oltre vent’anni, rimane a tutt’oggi il lavoro più vicino a casa che abbia mai avuto.
Be’ no, il CNR era proprio di fianco al mio portone di casa, ma in quel caso prima avevo trovato lavoro e dopo avevo cercato una casa vicina.

La storia dice che a un certo punto decisi di mettere le radici e fine, almeno professionalmente, ché a viaggiare per i fatti miei avevo iniziato a farlo piuttosto seriamente già da qualche anno in qualsiasi ritaglio di tempo libero e farlo per lavoro, a quel punto, iniziava invece a sembrarmi perlopiù una scocciatura. Così cambiai lavoro perché altrove mi avevano promesso che sarei rimasto a Milano per sempre.
Una settimana dopo l’ingresso nella nuova azienda ero a Linate col mio trolley e per i primi due anni riuscii a rientrare a Milano solo nei weekend, e nemmeno tutti.
Da allora, per sole ragioni professionali, ho volato quasi mille ore in tre continenti e in una ventina degli oltre cento paesi che ho visitato nella mia carriera di globetrotter.
Comunque no, non vado a parare dove qualcuno di voi già immagina: non ho comprato un camion. Ancora.

Ai tempi del CNR avevo già viaggiato un po’ per il mondo e fatto alcune cose interessanti, e considerato che non avevo nemmeno trent’anni non era male. Ero ad esempio stato un paio di mesi da solo in Patagonia durante l’inverno australe, che sembra un particolare superfluo, ma non lo è, come ben sa chi conosce la Patagonia; avevo raggiunto Capo Horn e il campo base del Cerro Torre, e gironzolato un po’ per il Sudamerica, che farlo da solo, all’epoca e con vent’anni in tasca, be’ forse potrei anche battermi il cinque. In effetti allora, lipperlì, me lo battevo.
Contavo poi la spedizione alle Svalbard dell’87, organizzata in autonomia a soli 22 anni. Negli anni ottanta era tutto sommato una piccola impresa che mi aveva anche aperto le porte ad alcune riviste di viaggi e alla copertina di un numero di Tuttoturismo, che aveva pubblicato le mie foto e un mio articolo (orrendamente farcito di retorica e onestamente illeggibile, a riprenderlo in mano oggi). Un milione di compenso, una bella cifra all'epoca, sia per me ovviamente che per lo standard del mercato.
Insomma, ancora non avevo trent’anni e il mondo iniziavo a conoscerlo davvero un po’, non è che fossi proprio uno sprovveduto alle prime armi. Epperò, a ripensarci, a me sembrava nulla e il mio metro di confronto era sempre molto più in là.

Al CNR avevo un collega coetaneo, Marcello, che era un habitué del Sahara, di cui conosceva praticamente ogni segreto e che aveva attraversato in autonomia con ogni mezzo, da nord a sud e da oriente a occidente.
Se c’è un peccato capitale che davvero non mi appartiene è l’invidia, ma il senso di frustrazione nell’ascoltare i racconti di viaggio di Marcello, madonna, quello sì, e l’ammirazione che nell’intimo avevo per lui, senza però manifestargliela mai, ché c’era chiaramente della competizione fra noi ed anzi, probabilmente era solo mia nei suoi confronti. Agli occhi dei colleghi il vero viaggiatore era lui; io, con le mie pubblicazioni e i miei viaggi solitari un po' snob in culo al mondo, non potevo competere col fascino del Sahara e di Marcello che lo attraversava con dei cadaveri di auto tenute insieme col fil di ferro.
Ho già raccontato anni fa in questo blog del bizzarro incontro fortuito con Marcello proprio nel Sahara, a Douz, una circostanza casuale davvero assurda, e di quanto dell'arte di viaggiare imparai in soli due giorni con lui e una manciata di chilometri di sabbia percorsi insieme con le nostre auto a due sole ruote motrici.
Insomma, per quanto avessi o mi sembrasse di avere già fatto, all’epoca Marcello era per me un punto di riferimento assoluto, qualcuno che alla mia età era già molto, ma molto più avanti di me nella realizzazione dei miei stessi sogni, e confrontarmi con lui mi faceva sentire irrimediabilmente al palo.

C’erano poi quei due ragazzi svizzeri che avevo incontrato qualche anno prima proprio alle Svalbard, più o meno miei coetanei anche loro. Epperò, a ripensarci oggi, se proprio avesse dovuto capitarmi di incontrare dei viaggiatori fuoriclasse e no-limits, dove mai altro avrebbe potuto succedere se non in un posto come le Svalbard, che nel 1987 avevano visto, in totale, trentasette visitatori, uno dei quali potevo orgogliosamente dire di essere io?
Se non era quella una meta estrema riservata solo a professionisti del viaggio, del resto sufficiente a portarmi sulla copertina di Tuttoturismo, quale mai avrebbe potuto esserlo all’epoca, a parte - appunto - l’Antartide, o la Siberia sovietica, o lo spigolo nord del K2?
Ricordo quando uno dei due svizzeri mi mostrò il suo passaporto, che praticamente non aveva una pagina libera, e mentre io mi facevo timbrare il mio dalla stazione meteorologica di Ny-Ålesund, l’avamposto abitato più settentrionale del mondo, lui esibiva la certificazione dell’attraversamento contemporaneo dell’equatore e della linea del cambiamento di data a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico.
Accidenti l’invidia, sì. Invidia proprio, nonostante fossimo nel luogo dove eravamo. Come riuscire (stupidamente) a sentirsi completamente inadeguati e limitati anche in condizioni in cui tutto sommato davvero non ha alcun senso.
L'insoddisfazione come misura sistematica di una vita ostinata a guardare sempre oltre, invece di imparare a contemplare il presente e farlo proprio.

Oggi ho alle spalle più di cento paesi visitati nel mondo, la linea del cambiamento di data l’ho attraversata un paio di volte (anche a bordo di un volo Air New Zealand in rotta sul Pacifico, che è poi l’equivalente del cargo battente bandiera liberiana) e l’equatore ben più spesso. Non ho mai più avuto la possibilità di compiere le traversate di Marcello, perché negli anni la situazione geopolitica è cambiata assai. Talvolta me ne cruccio, ché ho coltivato e studiato a lungo alcuni piani in quelle regioni, come faccio sempre coi progetti importanti, ma è ben vero che ho realizzato l'overland in Asia, la traversata del Namib e altre cose altrove che magari Marcello non ha avuto occasione di fare (o chissà, e chissà poi che fine ha fatto Marcello).
Soprattutto, da tempo mi sono pacificamente arreso al fatto che è una questione personale, che a me non basterebbe e non basterà mai una vita per fare quello che vorrei fare, che - in particolare modo parlando di viaggi - saranno sempre molti di più i miei sogni nel cassetto di quelli che potrò mai davvero realizzare.
Ci sono venuto così a patti con ‘sta cosa che da qualche anno ho persino iniziato ad apprezzare il ritornare in posti dove sono stato in passato, venendo meno a quello che era un mio dogma fondamentale: mai tornare nei posti dove sono già stato, primo perché gli anni passano e tutto irrimediabilmente cambia e si trasforma, noi compresi, e andare a caccia delle emozioni provate un tempo in determinate circostanze apre le porte, sempre, ad irrimediabili delusioni; vale per le donne del proprio passato, vale per i viaggi e i luoghi.
Secondo, perché la vita è una sola e troppo breve per sprecare il tempo a ripercorrere strade già battute, avendone da esplorare mille nuove e sconosciute.

Oggi non è più così, ho infranto questa barriera. Mi piace tornare nei posti a distanza di molti anni, a condizione di essere preparato a quel che troverò (in questo senso internet, nel bene e nel male, è uno strumento formidabile anche per tarare l’aspettativa al giusto livello). Mi piace tornarci coi figli e vederli attraverso i loro occhi, mi piace l’idea di tornarci con lei e raccontarle com’era un tempo, condividere con lei il mio mondo, in senso geografico e spirituale, mi piace voltarmi indietro e guardare tutti i chilometri percorsi alle mie spalle.
Metto da parte alcuni progetti che ormai so non essere più realizzabili, un po’ perché gli anni passano, di più per il fatto che come li avevo concepiti anni fa, e come mi sarebbe piaciuto farli allora, oggi non è più possibile, anche avendone i mezzi, il tempo, le risorse.
Oggi so che potrei andare su un ottomila e tentare davvero anche l’Everest, come ho sognato per trent’anni e forse più: ho il tempo, ho le risorse, tutto sommato ho anche la condizione fisica e mentale per provarci davvero. Ma quell’Everest e quegli ottomila che ho studiato per anni, con cui sono cresciuto, mi sono addormentato ogni sera e ho sognato per una vita, non esistono più. Il mio Everest ho fatto a tempo a toccarlo proprio un attimo prima che scomparisse, diciassette anni fa: immediatamente dopo è scomparso, travolto dall’inesorabile avanzare del tempo, e amen.
Devo scrivere prima o poi un epitaffio al mio sogno dell’Everest.

Lunedì prossimo, nel frattempo, riparto. Oggi viaggio tantissimo per lavoro, ancor più se possibile di quanto abbia fatto in passato. Più viaggio, più mi stanco, più quando sono via ho voglia di tornare a casa, più ho bisogno di viaggiare: lo scorso aprile sono a rimasto a casa tutto il mese per la prima volta dopo un anno di viaggi continui in giro per tutto il pianeta e all’improvviso mi è sembrato di essere fermo da mesi.
Non che mi dispiacesse, per la verità. Mi sono anche riposato e sono riuscito a vivermi un po’ casa mia, ma era strano.
Dice Mentegatto che nel momento in cui cominci a migrare, diventa difficile poi trovare un motivo per fermarsi da qualche parte. A parte la variabile che più viaggio e invecchio, più ho bisogno di sapere che ho una casa da qualche parte a cui tornare, mi sento di sposare in assoluto il concetto.
Dove poi debba essere esattamente questa casa è tutto un altro discorso.
Io non ho un luogo davvero mio. Non lo è Genova, non lo è Milano, non lo sono tutti i posti dove ho vissuto. Sento un po' mie l’Elba, la Valnontey (dove per la verità ho trascorso pochissimo tempo della mia vita), Campodolcino, ma quando poi mi trovo in ciascuno di questi luoghi sono comunque uno straniero di passaggio, un turista nella peggiore delle ipotesi, un habitué coi propri riti e i propri percorsi, che conosce bene i dintorni, nella migliore.
Vivo in Brianza, ci sono cresciuto da adolescente e ci sono tornato da adulto, ma non mi sono mai sentito brianzolo e ne sono anche fuggito per diversi anni. Oggi ho imparato ad apprezzarne alcune caratteristiche a mia misura, ma è una dimensione così personale e distorta dalla realtà che tutto sommato ha un valore relativo. Prendimi, portami a Rarotonga e dammi un tetto, e casa sarà Rarotonga dopo una settimana (vabbè, Rarotonga, certo).
E del resto ci sono momenti in cui mi sento più a casa in un aeroporto - in qualsiasi aeroporto - che non in Brianza. Ecco, gli aeroporti sono davvero casa mia.

Così, spesso mi chiedo: ma in realtà, io, dove vorrei morire? Perché alla fine casa è quel posto dove vorrei finire i miei giorni.
Quando vado a trovare papà mi guardo ogni volta attorno e penso se vorrei finire lì, con lui. Mah. Non ne sono proprio certo.
A Malpensa la vedo difficile, peraltro.
E comunque il camion non è una soluzione.
E comunque la domanda non è "dove", potrebbe essere ovunque, né come.
Vado a preparare il trolley, mentre ci penso. Chissà dov’è Marcello adesso.
Chissà se lui il Namib l'ha fatto.
TAG: viaggiare, viaggio
11.26 del 08 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
28 Far East in business class
OTT Travel Log: Far East for business, Spostamenti
E quindi a breve si riparte, ancora per lavoro, e questa volta si vola ad est. A parte essere la mia seconda volta in Giappone dopo il viaggio del 2006 e la seconda in Cina a quattordici anni di distanza dall'overland in Asia (la terza se considero Hong Kong nel '97), sarà soprattutto la mia prima occasione a Shanghai.
Ritorno dunque nuovamente in Asia per l'ennesima volta, ormai ho perso il conto. Ritorno nel continente che ha più segnato la mia vita, otto anni dopo la fuga in Corea, il mio ultimo viaggio in oriente, a parte un paio di stop over negli anni successivi.
È stata una lunga assenza, cercata, voluta. Avevo bisogno di chiudermi le porte a est. Eppure l'estremo oriente richiamava ormai da un po', ci stavo lavorando nuovamente da un paio di anni, con altri obiettivi e certo non per lavoro, e soprattutto non da solo.
E invece.

Ritorno in Giappone e in Cina con sentimenti imperscrutabili a me stesso, per il significato unico che entrambi i viaggi precedenti hanno avuto nella mia vita.
Il primo è anche l'unico paese al mondo nel quale ho sempre detto che sarei immediatamente tornato avendone la possibilità, io che non amo tornare mai da nessuna parte (ma anche questo, ormai, non è più vero da tempo, anzi: se c'è qualcosa che l'invecchiare mi ha portato è stata proprio la consapevolezza del voler tornare sì ovunque e non è un caso, suppongo).
Il secondo a modo suo mi ha segnato forse più di ogni altro. È uno dei paesi dove ho trascorso più tempo, gli ho costruito attorno il mio unico libro e ho lasciato irrisolta la sconfitta nel confronto culturale più complicato che abbia mai dovuto affrontare. Ho un conto aperto sedici anni fa che forse è venuto il momento di provare a chiudere.
E quindi di nuovo in Cina e in Giappone, questa volta da solo.

Il 2018 era partito sconfitto e stancamente arreso a un destino che credevo ormai inesorabilmente tracciato davanti a me. Chiuderà avendomi portato (quasi) due giri del mondo e quattro continenti in pochi mesi, circa centomila chilometri per aria, terra ed acqua. Una statistica fuori scala persino per me.
È all'improvviso diventato l'anno dei ritorni, in America, in Oceania, in Asia. L'anno in cui avrò toccato, talvolta solo per il tempo di un caffè, Sydney e Los Angeles, Houston e Tokyo, Abu Dhabi e Seattle, Philadelphia e Vancouver, Shanghai, New York e Rarotonga.
È arrivato forse tardi, ché la mia vita ormai è qui e quando è stato il tempo quel tempo è stato bruscamente interrotto da altri eventi, o forse è arrivato al momento giusto, ché a cinquant'anni suonati da un pezzo, con quel che sono stati gli ultimi dieci, è tempo di rimettersi in gioco e provare, per una volta, almeno una volta, a fare davvero sul serio.
Così ci sto provando. Di occasioni per caso, in vita mia, ne ho gettate al vento oltre misura e la stazione che ho lasciato è ormai vuota, rimane aperto solo lo sportello degli arrivi.

E quindi a breve si riparte. Metterò piede anche in Qatar, ma questa volta, purtroppo, non basterà: non riuscirò a piantare la mia centoicsesima bandierina a Doha, troppo brevi gli stop over in andata e ritorno, solo due ore, non saranno sufficienti per tentare la sortita e uscire almeno dall'aeroporto, e mi rode, mi rode sempre, come sempre. Non mi basta mai.

Come d'abitudine sto preparando la mia mappa. Sfoglio la Pocket Lonely Planet di Shanghai e mi segno cose. Avrò un mezzo sabato e una domenica intera, in mezzo alle due settimane di viaggio e lavoro, e viaggio e lavoro, e ancora viaggio e ancora lavoro, e dunque punto gli spilli cercando di unire tutti i puntini affinché il mio disegno sia il più completo possibile nel pochissimo tempo a disposizione.
A Tokyo invece arriverò di sera e d'altra parte sarò solo in transito per la mia prima destinazione, Fujisawa.
Non importa, Tokyo la conosco e la ricordo bene. Sto comunque studiando. Fujisawa si trova a poco più di un'ora di treno da Tokyo: una cena a Shinjuku, una foto per i ragazzi dallo Shibuya crossing, potrebbero anche scapparci, perché no. E poi Fujisawa è a soli venti minuti da Kamakura: mi piacerebbe tornarci dopo tutti questi anni, per quanto vorrebbe dire affrontare da solo il mio passato, e dunque non so. Non so.
E poi, alla fine, quando? Una sera per cena?
Non so.

Forse no. Forse resterò la sera a gironzolare a caso per Fujisawa, Okayama poi, un Nozomi in mezzo.
E i grattacieli di Suzhou. Mi dicono che ci sono dei bei giardini.
Ci sono i grattacieli a Suzhou?
Non so, non so.

JPN-CHN-01
TAG: viaggiare, viaggio, oriente, Shanghai
15.48 del 28 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
   
20 Malta (2007) ed Europa dell'Est (2007-2008)
APR Lavori in corso
Prosegue di viaggio in viaggio, a ritroso nel tempo, la riorganizzazione generale del mio archivio fotografico. Negli ultimi giorni ho messo mano alle immagini scattate durante i miei tre anni di vita professionale all'estero fra il 2006 e il 2009, soprattutto in Europa dell'est, e nel viaggio a Malta del gennaio 2007.

Nel primo caso si tratta perlopiù di brutte foto prese coi telefonini dell'epoca, un Nokia N80 ed un HTC Diamond (mi pare). La risoluzione è orrenda e le immagini sono peraltro state scattate al volo, esclusivamente per ricordo personale, a soggetti spesso privi di alcun significato se non per me: la mia casa in Polonia, alcune strade che ero solito percorrere, vari momenti di vita quotidiana; meno frequentemente a monumenti e attrazioni turistiche.
Ho salvato qualcosa giusto per completezza dell'archivio, ma direi che a parte le classiche foto al parlamento di Budapest non c'è altro da menzionare.

Nel caso del viaggio a Malta, invece, osservo che grazie alla bella luce invernale riuscii tutto sommato a portare a casa qualche bello scatto. I dati EXIF contenuti nei file delle immagini mi ricordano che nell'occasione viaggiavo con una Canon 20D, che qualche anno dopo in Corea avrei barattato con la più recente 40D.
La 20D era stata la mia prima reflex digitale: ricordo che quando la acquistai, mi pare nel 2004, scrissi un lungo post qua dentro (che adesso non ho voglia di andare a ripescare) ripercorrendo tutta la storia delle mie macchine fotografiche analogiche e digitali.

Oggi viaggio con l'erede di quelle Canon, la 60D che comprai a Cape Town nel 2014 a seguito del furto della 40D. Per quanto, come ho recentemente avuto modo di raccontare, la lasci spesso a casa, la 60D è una gran bella macchina, sicuramente migliore di quella che l'ha preceduta e che non avevo mai amato particolarmente.

L'archivio delle foto degli anni in Europa dell'Est è qui, mentre quello del viaggio a Malta è a questo indirizzo.

Magari quando avrò finito questo lavoro di restauro del mio archivio, fra qualche mese, potrei sostituire tutte le vecchie foto contenute in questo sito e ridargli un po' di nuova vita, ma purtroppo le pagine per la gestione del database fanno un po' i capricci e non so quanto sia effettivamente possibile.

MaltaA
MaltaB
MaltaC
Malta, 2007
SlaviA
Budapest, 2007
SlaviB
SlaviC
Warszawa, 2007-2008
TAG: fotografie, viaggi
12.37 del 20 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
18 (Senza) memoria analogica
APR Amarcord
Nel mettere a posto il mio archivio, scopro che sono almeno sei le occasioni in cui sono partito senza portarmi la macchina fotografica: nel 1995 per il capodanno a Praga e poi il viaggio di agosto a Thassos, in Grecia; nel 1997 per il capodanno a Budapest e l'agosto di quell'anno in Spagna per un viaggio nei Paesi Baschi e a Salamanca; nel 1999 a Berlino, mi pare fosse sempre per capodanno; e infine nel 2000, un bel viaggio in Polonia e Slovacchia per le vacanze di Pasqua.

Di questi viaggi non mi rimane praticamente nulla. Erano anni in cui non esistevano ancora i cellulari con la macchina fotografica ed evidentemente, in ciascuna di quelle occasioni, avevo scelto di partire senza la reflex; oppure forse, semplicemente, non ne avevo una (mi pare sia stato così almeno nel '97 in Spagna).
Conservo in un cassetto una vecchia foto stampata che qualcuno mi ha fatto a Thassos nel '95 e le scansioni di alcune fotografie non mie del viaggio del 2000 in Polonia.
Non ho nemmeno i diari di viaggio, perché erano anni in cui avevo smesso di scrivere e di tenere il mio diario cartaceo quotidiano, e i blog erano ancora di là da venire.

Di quei viaggi è quindi andato tutto perduto e non rimane traccia. Nemmeno una Lonely Planet consumata, uno scontrino, un biglietto aereo, a parte giusto la carta d'imbarco sul volo Olympic per Salonicco.
E mi spiace.
TAG: viaggi
13.25 del 18 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
   
23 Ancora sulla questione reflex vs. cellulare
MAR Lavori in corso, Coffee break, Fotografia
Sto lavorando sulle foto del giro del mondo, che presto inserirò nell'archivio, e riflettevo una volta di più sulla scelta, anche in questo viaggio, di lasciare a casa la reflex.

Alla fine, come avevo già osservato in analoghe occasioni passate nelle quali avevo rinunciato a portarmi la Canon, per quel che serve ai miei scopi oggi l'iPhone basta e avanza, soprattutto via via che con l'evolvere dei modelli l'ottica migliora in modo sempre più apprezzabile.
A meno di safari fotografici, o condizioni davvero estreme, l'iPhone 6 copre ormai il 90% abbondante delle mie esigenze amatoriali. Immagino che se ne avessi uno di ultima generazione (ma probabilmente anche un Samsung di fascia alta o un telefono equivalente), questa percentuale sarebbe ancora più elevata.

In questo viaggio avrei voluto forse in un paio di occasioni al massimo avere con me lo zoom della Canon, o il suo super grandangolare, ma sono state davvero eccezioni e complessivamente sono stato ben contento di non essermi trascinato dietro i chili in più della reflex e non aver dovuto avere a che fare con la menata delle ottiche intercambiabili.
La verità è che non sono un professionista, non ho quasi mai davvero bisogno di una vera macchina fotografica e molto difficilmente, a pari condizioni, sono in grado di fare una foto migliore con la Canon rispetto a quella che porto a casa con l'iPhone. Tanto più che ormai si tratta spesso di una lotta fra software, ben prima che fra ottiche, a meno che non si parli di condizioni di luce molto, molto difficili, o di un contesto particolare dove la tecnologia di una reflex evoluta è in grado di fare davvero la differenza (penso ad esempio alle foto dei delfini scattate lo scorso anno a Madeira, che non sarei mai riuscito a fare con un telefonino).

Per quel che sono la mia esperienza e le mie necessità, in condizioni standard gli unici veri limiti oggi dell'iPhone (dell'iPhone 6 perlomeno, che è già obsoleto) sono la risoluzione, non un granché sopratutto sulla fotografia da lunga distanza, e il non poter scattare in raw, che per un viaggio così vale però anche un bel chissenefrega e non è certo un problema.
Peraltro, non poter scattare in raw potrebbe in generale anche non essere un problema, non essendo appunto io un professionista, ma naturalmente apprezzo la possibilità offerta dal raw di intervenire in post produzione in modo sofisticato sulle mie foto, in quei rarissimi casi nei quali possa valerne la pena.
La non eccessiva risoluzione dell'iPhone 6, 8Mp contro i 18Mp della Canon 60D, un confronto effettivamente impietoso, è invece davvero un po' un limite (e ovviamente lo era ancor più nei modelli precedenti) che si fa sentire soprattutto nelle foto panoramiche: appena si prova un po' a ingrandire emerge inesorabilmente la sgranatura e sono naturalmente da dimenticare del tutto le foto zoomate. D'altra parte che lo zoom digitale sia una schifezza non è certo una gran novità: quando parto senza reflex ho già messo in conto dall'inizio che dovrò fare a meno di qualunque possibilità di ingrandimento e delle fotografie da lontano.

Un altro limite che sento particolarmente è il non poter usare un mirino e la conseguente difficoltà a trovare la giusta inquadratura in condizioni di luce forte che batte sullo schermo del telefonino. Va sempre a finire che faccio seimila scatti (pressoché tutti uguali) quando ne basterebbe solo uno, perché non riuscendo a vedere un tubo di quel che sto fotografando procedo a caso per tentativi e croppo poi a casa.

Sempre con lo scopo di voler fare un po' il pignolo, osservo anche che detesto il formato 4/3 nativo dell'iPhone. Non ho mai capito perché la app standard di iOS non consenta di scegliere il formato di scatto, visto che tecnicamente è possibile: gli scatti fatti direttamente da Whatsapp, ad esempio, sono in 16/9.
Questo è davvero un mistero, soprattutto perché l'inquadratura non sfrutta tutto lo schermo del telefonino, come invece ad esempio accade se si registra un video o si fa una foto panoramica. Mah.

La sintesi comunque è che se è vero che con l'iPhone sono costretto a scattare tutto in automatico, completamente vincolato alle impostazioni del telefono, è altresì vero che normalmente io uso solo una volta su cento le impostazioni offerte dalla Canon, a voler essere generosi, e le sfrutto se va bene al dieci per cento delle possibilità. In questo senso potrei dire che uso la reflex come uso Excel o Word: hanno milioni di funzioni, ma alla fine a me servono un foglio elettronico che faccia le somme e abbia qualche funzione di calcolo avanzata, e un software per scrivere i verbali.
Per di più, mentre Excel e Word sono pur sempre strumenti della mia professione, in campo fotografico sono appunto un gran dilettante: in viaggio, soprattutto quando ho poco tempo per scattare, o ho le mani impegnate, e in mille altre situazioni, io scatto in automatico e basta, senza stare troppo a menarmela.
L'unica cosa che sfrutto quasi sempre con la reflex è la priorità di diaframma, giusto per regolare un minimo la profondità di campo, ma molto raramente mi avventuro nello scatto completamente in manuale e devono essere condizioni davvero difficili, che il software della macchina da solo non sarebbe in grado di interpretare. Nella maggioranza delle situazioni io non posso certo far meglio degli algoritmi di Canon o Apple.
Per questo, alla fine e al di là delle considerazioni sulla risoluzione o sulla difficoltà di inquadrare bene la foto, non fa così differenza per me partire con la Canon o con l'iPhone, perlomeno in un viaggio normale dove già so che il 95% delle foto saranno semplici panorami ricordo o primi piani.

Dove ormai invece spendo sempre più tempo è nella post produzione e se è vero che non mi importa più tanto lo strumento con cui ho scattato una foto, è anche vero che ormai non c'è foto sulla quale non intervenga successivamente.
In realtà non applico elaborazioni particolari: non mi piace in linea di massima l'HDR, detesto quasi tutti i filtri "artistici", non vado a caccia di effetti speciali. Passo ad esempio un sacco di tempo a scegliere se e come ritagliare l'inquadratura definitiva (a "cropparla", per l'appunto), alla ricerca di un punto di osservazione o di un dettaglio diverso da quello dello scatto originale. Anzi: potrei dire che ormai, ogni volta che faccio una foto, nella mia testa la sto già tagliando in modo diverso da quello inquadrato dall'obiettivo, e questo perché detesto sempre più il limite delle proporzioni offerte dalle macchine fotografiche.
E in realtà, a pensarci: ma perché mai le macchine digitali non permettono di croppare in sede di scatto quel che inquadra l'obiettivo, già mentre lo hai dentro il mirino? Che motivo c'è di blindare l'nquadratura dentro un 4/3, o un 16/9, o un 3/2, dal momento che dietro non ho più il fotogramma di una pellicola, ma un file digitale qualunque?

Un'altra cosa che di norma spingo in post produzione è la nitidezza, spesso applicata solo ad alcune zone specifiche della foto, e lavoro allo stesso modo sulla ridistribuzione delle luci e delle ombre, intervenendo in modo diverso su aree differenti.
Qualche volta accentuo i colori, qualche volta li spengo apposta, qualche volta viro al bianco e nero tanto per sperimentare un po': alcune fotografie, totalmente anonime a colori, emergono meglio giocando solo su luci ed ombre.
Cerco di non (ab)usare mai del timbro clone. Mi capita di intervenire solo in casi un po' estremi, dove qualche fattore esterno mi ha compromesso l'inquadratura, e se proprio voglio usarlo allora sono maniacale: non sopporto le immagini dove si vede l'artifizio, sono capace di mettermi a lavorare pixel a pixel per cancellare lo stupido cavo di una linea elettrica che mi attraversa un cielo perfettamente blu.
Tempo fa ho acquistato per pochi euro un filtro anti rumore potente da installare come plug-in per Photoshop: è molto utile ad esempio quando la bassa risoluzione dell'iPhone mi sgrana un cielo limpido ed è perfetto per eliminare le discontinuità introdotte dalle basse prestazioni dell'ottica. Questo è un classico caso in cui è evidente la differenza fra le foto fatte con la Canon, in cui non lo uso praticamente mai, e quelle fatte con l'iPhone, dove mi capita spesso di utilizzarlo, soprattutto con i panorami.

Il mio approccio alla post produzione è un po' riassunto nelle due immagini qua sotto. Sembrano panoramiche, ma non lo sono: si tratta di due fotografie qualunque fatte a Seattle con l'iPhone, due foto anonime che ho scelto fra dozzine di altre più o meno uguali (ricordate? Non riesco a inquadrare quel che voglio in campo aperto con la luce forte), inizialmente scattate nell'odiato formato standard 4/3, senza zoom e pure in navigazione, dunque una postazione non proprio ferma e stabile.
In testa avevo già idea di tagliarle e sfruttare il lato da oltre tremila pixel per dare l'idea - sullo schermo del computer - di un effetto panoramico. Avessi avuto la Canon, che consente di scattare immagini con un lato di più di cinquemila pixel, ovviamente l'effetto e la risoluzione sarebbero stati decisamente migliori, ma per un monitor di un qualunque portatile, che è poi la mia destinazione d'uso, posso appunto accontentarmi dell'iPhone.

fotografiaA
La skyline di Seattle da Bainbridge island
fotografiaB
Il Mount Rainier da Bainbridge island

Nella foto della skyline di Seattle quel che ho fatto è stato semplicemente tagliarla, desaturarla lasciando un accenno quasi impercettibile di colore, applicare al cielo il filtro anti rumore ed enfatizzare la nitidezza dei grattacieli.
Ovviamente la resa finale è migliore riducendo un po' il fattore di visualizzazione: alla risoluzione originale la sgranatura è inevitabile.

La seconda foto ha richiesto invece un po' più lavoro: quel che volevo era riuscire a mettere in evidenza la sagoma del Mount Rainier, un compito non facile.
La foto è stata scattata nel primo pomeriggio, col sole quasi a picco; il Rainier all'orizzonte era piccolissimo e innevato, color bianco latte contro il cielo azzurro: insomma, una schifezza irrilevante e quasi indistinguibile nella fotografia originale. A quella distanza la bassa risoluzione è un handicap insormontabile per l'iPhone. Persino con il teleobiettivo stabilizzato da 300mm della Canon sarebbe stata una foto non facile in quelle condizioni di luce e movimento.
Questo è un classico caso dove ho fatto la foto (e altre venti gemelle) senza star troppo a pensare, avendo ben presente i limiti dell'ottica a disposizione e affidando tutto alla post produzione, sulla base di un'idea iniziale.
Ho tagliato quindi la foto come nel primo caso, ho eliminato il rumore, l'ho virata in bianco e nero per poterla contrastare al massimo e giocarla tutta esaltando le ombre del mare per staccarlo completamente dal cielo. Quindi ho mascherato la sagoma del Mount Rainier e mi sono accanito col contrasto, finché non è venuto fuori sullo sfondo.
Infine ho enfatizzato la nitidezza al centro della foto, concentrandola sul Rainier, le onde e i pali di segnalazione, e ho sfocato ai lati, per accentuare ancora di più il soggetto.
Anche in questo caso alla massima risoluzione la sgranatura è evidente, ma riducendo un po' il fattore di visualizzazione diventa quasi impercettibile.

Sarebbe venuta meglio con la Canon? Be', intanto avrei avuto a disposizione una risoluzione decisamente migliore, uno zoom e uno stabilizzatore, e soprattutto avrei avuto un file raw su cui lavorare. Non avrei avuto bisogno di un'idea a partire dallo strumento nelle mie mani, avrei semplicemente fatto una foto diversa.

Il risultato di per sé, poi, può piacere o non piacere a prescindere: di nuovo, non sono un professionista, faccio foto per ricordo e devono piacere a me. A me queste due foto piacciono, quindi ho ottenuto il mio risultato.

Quindi, in questo caso, partire con il solo iPhone è stata una scelta azzeccata.
Che poi era esattamente la questione di partenza.
TAG: fotografia, reflex, iPhone, viaggiare
00.34 del 23 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
19 Cosa porto con me
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Mi è stato chiesto da alcuni lettori come abbia poi risolto la configurazione del bagaglio per questo giro del mondo, cosa ho infine portato con me e a cosa ho rinunciato.
L’ultima domanda è scontata: come avevo immaginato, ho lasciato a casa la reflex. Tutte le foto che ho pubblicato e tutte quelle che sto selezionando per l’archivio sono state fatte con l’iPhone 6.
In alcune rare occasioni ho un po’ rimpianto di non avere la fedele Canon con me, più che altro per qualche foto macro o per il teleobiettivo, ma francamente il vantaggio di viaggiare il più leggero possibile e senza la preoccupazione aggiuntiva della reflex ha di gran lunga prevalso di fronte all'alternativa di avere al collo per quindici giorni qualche chilo di ferro, solo per portare a casa magari un paio di scatti particolari centrati bene.
Fra l’altro, dovermi preoccupare della cura della macchina fotografica, ad esempio durante la navigazione nella laguna di Aitutaki sulla piccola imbarcazione di Puna, o fare il trekking del cross island a Rarotonga con il macigno al collo, sarebbe stato di gran lunga più una scocciatura che un vantaggio.

Per questo viaggio ho comprato apposta un nuovo trolley, rinunciando al mio fido e solito compagno di viaggio della Samsonite. Due le ragioni: la prima, il peso del Samsonite, 2,5kg da vuoto, che dovendo combattere con il limite teorico dei 7kg imposto dalle compagnie aeree sul bagaglio a mano avrebbe voluto dire partire col 40% del peso consentito già bruciato dal solo contenitore; la seconda, cercavo qualcosa che fosse un ibrido fra un classico trolley e uno zaino: questo perché avevo immaginato di trovarmi nella situazione di dover portare il bagaglio con me sullo scooter a Rarotonga e l’unica possibilità sarebbe stata trasportarlo sulle spalle.

A meno di viaggi che richiedano per qualche motivo spostamenti specifici in cui sia l’unica soluzione, da anni non viaggio più con lo zaino: sia in generale per problemi di schiena, sia perché nel trolley viaggia molto meglio qualunque tipo di vestito (specialmente camicie o capi di abbigliamento che non siano solo t-shirt e jeans), sia perché alla fine trovo infinitamente più comodo trascinarmi dietro il bagaglio e all’occorrenza abbandonarlo per terra ben stabile sulle sue rotelle, piuttosto che avere sempre a che fare con lo zaino addosso (coi giacconi d’inverno, o col caldo d’estate), o con una normale sacca da viaggio che struscia per terra ovunque, mi dà fastidio a tracolla, si affloscia e si deforma a seconda dei contenuti e di quello a cui si appoggia contro, eccetera.
Insomma, sono ormai del partito trolley forever, non rigido in modo che la capienza abbia una buona tolleranza, di dimensioni adeguate per essere trasportato come bagaglio a mano con qualunque compagnia aerea, e con qualche tasca frontale per gli accessori che devono essere tenuti a portata di mano: almeno una piccola (chiavi, penna, cavi di ricarica, ecc) e una più grande (documenti A4, libro, iPad o laptop).

Detto ciò, dopo la solita infinita ricerca su Amazon, ho comprato questo:

RTW2018-47
Trolley Cabin Max

che poi è quello nella foto del post di tre settimane fa: estremamente leggero, funge sia da trolley che da zaino, ha un paio di discrete tasche frontali, è omologato per tutte le compagnie aeree (l’ho provato con tutte le griglie di verifica del bagaglio a mano che ho incrociato negli aeroporti e ha sempre superato il test senza problemi), soprattutto costa poco.
Dopo quindici giorni di viaggio in cui l’ho piuttosto maltrattato si è un po’ rovinato: non è robustissimo, va detto, ma alla fine fa il lavoro per cui l’ho scelto e considerato il prezzo sarebbe andato bene anche se fosse durato solo per questa occasione.
Così a occhio, non credo supererebbe tre viaggi di questo genere senza che una cerniera si rompa o che il tessuto si buchi in prossimità del fondo. Nel caso, sappiatelo.

Oltre al trolley sono partito con una piccola borsa a tracolla della Swissgear, una roba tipo questa:

RTW2018-48
Mini bag Swissgear

ma un po’ più sottile (non trovo il modello su internet).
È stata utilissima durante tutti gli spostamenti aerei, perché l’ho usata per tenere a portata di mano tutto quello che mi serviva in viaggio: caricabatterie, biglietti, documenti di viaggio, penna, libro, portafoglio e all’occorrenza ci ho infilato anche il MacBook Pro, che sebbene non ci entrasse completamente per lunghezza, ci stava perfettamente in larghezza e dunque potevo trasportarlo così.
A parte ciò, questa borsa mi è servita anche per truccare un po’ le carte in tavola: siccome non è catalogata come bagaglio a mano e rientra normalmente nelle cose che possono essere portate a bordo senza alcun limite di sorta, ho potuto all’occorrenza metterci dentro alcune cose pesanti (tipo appunto il MacBook) e alleggerire “ufficialmente” il trolley abbastanza da non rischiarne un imbarco forzato.

Infine, dentro al trolley stesso ho portato un piccolo zainetto della Quechua preso in prestito da Carola, di quelli che si comprano per pochi euro da Decathlon: l’ho prevalentemente usato durante la mia permanenza alle Cook come zainetto quotidiano, per andare in giro e portarmi dietro anche il telo da mare, gli occhialini, eccetera.

Detto del capitolo “contenitori”, ecco il contenuto per affrontare le stagioni e i climi che ho attraversato: dalla neve di Milano, alla stagione ciclonica delle Cook (temperatura fra i 28 e i 30 gradi di giorno, attorno ai 22-24 gradi di notte, scrosci di pioggia occasionali), alla tiepida tarda stagione invernale della costa pacifica americana (fra i 5 e i 15 gradi, ma ero preparato a temperature ben più rigide):

* Un paio di jeans, indossati alla partenza;
* Un paio di pantaloni leggeri di cotone da trekking, convertibili in bermuda;
* Tre magliette di fibra sintetica da running, leggerissime e che si asciugano in brevissimo tempo;
* Tre t-shirt di cotone, una indossata alla partenza: avrei potuto portarne una o due in meno, come al solito;
* Una camicia di cotone leggero a maniche lunghe, sportiva, da indossare di sera alle Cook per proteggermi un po’ dalle zanzare: mi sarebbe eventualmente tornata utile anche in America come secondo strato sotto il maglione, se avessi dovuto affrontare un clima più rigido di quel che ho trovato;
* Un maglione pesante, indossato alla partenza;
* Una felpa sottile di cotone, pensata per la sera alle Cook e mai usata;
* Un pigiama invernale;
* Kway, pensato in caso di poggia persistente alle Cook e mai usato;
* Guscio sottilissimo di goretex da alpinismo, indossato alla partenza;
* Shell termica da alpinismo, indossata alla partenza;
* Guanti (mai usati), berretto di pile e sciarpa sottile;
* Sei paia di mutande, due di calze di cotone sottile, due di calze più spesse;
* Un paio di sandali da outback, da usare come calzature alle Cook, come scarpe protettive per fare il bagno sulla barriera corallina, come ciabatte negli hotel, eccetera;
* Scarpe da trail running in goretex e suola in vibram, indossate alla partenza, usate in viaggio e alle Cook per il trekking nella foresta: impermeabili, indistruttibili, leggere;
* Occhiali da sole;
* Occhialini da bagno;
* Un paio di bermuda da bagno, che uso normalmente anche per andare in giro: sono quelli che si vedono ogni tanto nelle fotografie al mare;
* Un telo sottile da spiaggia (superfluo, i miei host alle Cook li avevano a disposizione);
* Farmacia completa che sono solito portare in viaggio, con le prescrizioni delle medicine indispensabili, per la dogana;
* Nel beauty case spazzolino, un mini dentifricio, lenti a contatto usa e getta e rasoi: li avrei tranquillamente lasciati a casa, ma ho pensato che non avevo alcuna voglia di presentarmi alla frontiera americana con la barba lunga avendo sul passaporto una foto completamente diversa;
* Lampada frontale;
* Un libro;
* Due mini Lonely Planet: Seattle e Vancouver;
* iPod con cuffiette;
* Moleskine e due penne Muji;
* MacBook Pro 13”;
* Powerbank;
* Un trasformatore con quattro prese USB e spine intercambiabili per tutti i continenti (quattro: australiana, americana, asiatica ed europea);
* Trasformatore MBP con spine intercambiabili come sopra;
* Due cavi micro usb e cavo lightning di scorta (superfluo, perché potevo ricaricare l’iPhone con il micro usb via Mophie, ma per precauzione);
* Un portamonete per levarmi dal portafoglio tutte le monetine che via via non mi servivano cambiando nazione;
* Un piccolo asciugamano da viaggio;
* Occhiali di scorta;
* Fototessera, ché non si sa mai: le porto sempre con me;
* Passaporto e fotocopia passaporto;
* Carta d’identità e patente;
* Bancomat e tre carte di credito: ne ho una senza limiti che è la mia carta preferenziale, una universale che uso in alternativa quando non mi prendono la prima e un’altra che trasporto separatamente, nascosta nel bagaglio, in modo che se per disgrazia perdo il portafoglio quando sono in giro ho sempre un’alternativa in hotel per emergenza.

Il bagaglio completo, alla fine, compreso quel che avevo dentro la borsa a tracolla, pesava attorno agli 11kg alla partenza e una quindicina al rientro, considerato quello che ho acquistato in viaggio.
Col trucco della borsa sono riuscito a tenere il trolley sempre attorno agli 11-12kg al massimo, ma non ho mai avuto alcun problema a portarlo a bordo con me, perché le dimensioni sono sempre rimaste nei limiti consentiti e il peso eccessivo non dava nell'occhio.

Cose che ho dimenticato: un cappellino. O meglio, non l’ho dimenticato, volevo portare il mio panama, ma mi sembrava scemo partire da Milano sotto la neve con un panama in testa e d’altra parte poi non avrei saputo che farmene nelle città americane. Non avevo invece voglia di portarmi un cappellino normale.
Così alle Cook mi sono bruciato stupidamente la testa.

Cose che controllo continuamente in modo maniacale quando sono in viaggio, praticamente ogni cinque minuti, per essere certo che siano sempre con me: portafoglio, passaporto e telefono.
No: non lascio mai e poi mai il passaporto in albergo, nemmeno nei Paesi più pericolosi e nelle situazioni più impestate. Piuttosto lascio giù carte di credito e soldi, ma mai i documenti: li ho sempre con me.
TAG: bagaglio, valigia, viaggiare
15.28 del 19 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
13 In volo
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Volo sull’America, al tramonto, con una luce rossa meravigliosa sulla pianura infinita del Minnesota innevato. Ho in cuffia gli Eagles, entra New York minute e una scarica di brividi mi attraversa tutto il corpo, mi passa sotto la pelle, dalla testa alle dita delle mani e dei piedi, lungo la schiena.
Mi viene da piangere, ma nessuno può vedermi, ho gli occhi chiusi e sto fingendo di dormire.
Sto di nuovo volando intorno al mondo e il mondo è mio.

È questo l’ottavo volo dall’inizio di questa avventura, il secondo Delta. Il nono sarà ancora un volo Delta e mi porterà attraverso il terzo oceano, per la quarta notte in volo in meno di due settimane.
Ci vogliono quarantotto ore circa per girare attorno al mondo: io lo so bene, l’ho già fatto un’altra volta. Anche l’altra volta furono quattro notti: quella fra Parigi e Seul, poi quella fra Seul e Honolulu, fra Honolulu e Atlanta, e poi ancora fra Panama e Amsterdam.
Quando riuscirò a farlo in senso inverso, via Anchorage e Magadan, potrei volare sempre di giorno. Lo farò prima o poi. Ci riuscirò, in inverno, come l’ho sempre immaginato.

Ho ancora paura di volare, sempre, forse oggi un po’ meno di una volta, ma non posso fare a meno di volare. Volare è la mia vita. Volare attorno al mondo è la mia vita. Guardo il mondo dall’alto e sono io.
So tutto dei miei voli e dei miei viaggi. Ho viaggiato attraverso centoventi Paesi e volato trecentosettantuno volte, con cinquantatré compagnie aeree per ottocentosettanta ore di volo. Ho fatto venti viaggi intercontinentali e con questo avrò fatto per due volte il giro del mondo completo; ho attraversato dieci volte l’Oceano Atlantico da una costa all'altra, due volte l’Oceano Pacifico e sei volte l’Oceano Indiano.
Sono stato undici volte in Asia, sei in America, cinque in Africa e tre in Oceania. L’Europa l’ho battuta tutta metro a metro, spesso rimanendo a terra, ma spesso anche per aria.
Conosco cento aeroporti nel mondo, ho volato sull'aereo più grande esistente e su alcuni dei più piccoli, passando dalle classi extralusso sui lunghi voli intercontinentali alle supereconomy di certe compagnie alle quali preferiresti affidare qualunque cosa che non sia la tua anima.
Ho speso fino all'ultimo centesimo di tutto quel che ho guadagnato in vita mia quasi solo per volare e viaggiare, e continua ad essere l'unica cosa per cui vorrei spendere soldi, potrei non spenderne per null'altro, non fossi costretto.

Eppure, ogni volta che parto mi dico che ne ho abbastanza, preparo il trolley in modo automatico e penso che non ne ho più voglia, che desidero solo rimanere a casa, con le mie cose, i ragazzi, il mio divano, la mia vita di tutti i giorni. Ma la verità è che la mia vita è dentro quel trolley.
Ogni volta che devo prendere un aereo entro in ansia ventiquattr’ore prima, ma l’ansia va di pari passo con il bisogno irresistibile di decollare. È una malattia, una droga. Una dipendenza vera e propria.
Appena sono lontano da casa mi viene voglia di tornare e mi sembra di essere via da una vita; appena metto piede a casa sto già facendo i conti per capire dove e quando sarà il viaggio successivo.

Ho una lista infinita di destinazioni, di progetti. Non mi basterebbero tre vite.
In aeroporto sono a casa, davanti a un imbarco col mio trolley sono esattamente quello che sono.
Quando sbarco in una nuova città, arrivo a destinazione, per quanto sia stanco, per quanti fusi orari possa avere attraversato, non posso fermarmi un minuto, ho bisogno di uscire subito dall’hotel, andare in giro, respirare immediatamente l’altrove, sapere tutto, studiare immediatamente tutte le cose che devo fare e vedere, e il tempo non mi basta mai.

Poi arrivano dei momenti, come ieri pomeriggio a Vancouver. Ho camminato chilometri per tutto il giorno, ho seguito tutto il mio programma tappa per tappa, nel solito modo maniacale, prendendomi i miei tempi, annotando tutto, fotografando, guardandomi in giro.
Per quanto stanco fossi, dopo ore di cammino, ho preso il taxi, ho seguito il consiglio di Laura e sono andato anche a Fairview per vedere la skyline dall’altro lato, e poi di nuovo chilometri a piedi attraverso i quartieri residenziali di South Vancouver alla ricerca di un taxi che mi riportasse indietro.
Sono arrivato in hotel alle sedici. Era dalle dieci del mattino che ero in cammino senza sosta. Mi ero concesso solo un paio di caffè.
Mi sono spogliato e mi sono messo sotto la coperta. Avevo ancora mezzo pomeriggio davanti, il mio ultimo a Vancouver e l’ultimo in viaggio.
E ho dormito.
Ho infine ceduto alla stanchezza di due settimane in giro per il mondo. Avevo fatto ormai quel che dovevo fare.
Poi, alla sera, sono uscito di nuovo e mi sono rimesso in cammino. Volevo respirare ancora Vancouver di notte.

Sono in volo sull’America e mi chiedo dove sarà il prossimo volo, la prossima volta. Ho già almeno tre progetti pronti, tre nuove idee. Possibilmente non da solo, perché non mi piace più viaggiare da solo. Lo faccio da anni, so che posso farlo, so che sono capace di farlo ovunque e l’ho fatto ovunque, ma ho bisogno di dividere e condividere tutto questo.
Viaggio da solo perché non posso viaggiare con chi amo, ma lo vorrei più di ogni altra cosa.
In questo viaggio la cosa che ho più patito è essere stato da solo.

Sì, ho paura di volare, sempre, anche in questo momento. Per quanto conosca a memoria la teoria e ogni fase del volo, riconosca perfettamente ogni singolo istante, ogni manovra, ogni rumore, ogni variazione, nonostante questo, ogni sussulto che fa l’aereo, ogni minima vibrazione, ogni leggero cambio di giri nel motore mi entra l’ansia. Ma non posso fare a meno di stare quassù, in viaggio verso qualche destinazione.
Non scenderei mai. Non mi fermerei mai. Non smetterei mai.
Non c’è angolo del mondo dove non andrei e non avrò pace finché non avrò battuto il mondo angolo ad angolo. Lo so che è così.

Non è mai il ritorno a farmi paura. È il non avere un altro biglietto aereo pronto, perché per stare bene, davvero bene, io devo sempre avere un biglietto aereo sulla scrivania.
È il tornare a una vita che non è mia che mi fa paura, una vita che mando avanti da anni e anni per necessità senza sapere come ho potuto farmi questo, costruirmela addosso senza che la volessi.
È sapere esattamente come saranno le prossime settimane, dopo che sarò atterrato, a casa.

Ho bisogno di volare per scappare sempre più da quello che non mi appartiene. Se potessi portare con me chi amo, cancellare il passato, non avrei più bisogno di tornare. Mai più.

AlaDelta
TAG: volare, viaggiare
18.03 del 13 Marzo 2018 | Commenti (2) 
   
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