Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


20 Malta (2007) ed Europa dell'Est (2007-2008)
APR Lavori in corso
Prosegue di viaggio in viaggio, a ritroso nel tempo, la riorganizzazione generale del mio archivio fotografico. Negli ultimi giorni ho messo mano alle immagini scattate durante i miei tre anni di vita professionale all'estero fra il 2006 e il 2009, soprattutto in Europa dell'est, e nel viaggio a Malta del gennaio 2007.

Nel primo caso si tratta perlopiù di brutte foto prese coi telefonini dell'epoca, un Nokia N80 ed un HTC Diamond (mi pare). La risoluzione è orrenda e le immagini sono peraltro state scattate al volo, esclusivamente per ricordo personale, a soggetti spesso privi di alcun significato se non per me: la mia casa in Polonia, alcune strade che ero solito percorrere, vari momenti di vita quotidiana; meno frequentemente a monumenti e attrazioni turistiche.
Ho salvato qualcosa giusto per completezza dell'archivio, ma direi che a parte le classiche foto al parlamento di Budapest non c'è altro da menzionare.

Nel caso del viaggio a Malta, invece, osservo che grazie alla bella luce invernale riuscii tutto sommato a portare a casa qualche bello scatto. I dati EXIF contenuti nei file delle immagini mi ricordano che nell'occasione viaggiavo con una Canon 20D, che qualche anno dopo in Corea avrei barattato con la più recente 40D.
La 20D era stata la mia prima reflex digitale: ricordo che quando la acquistai, mi pare nel 2004, scrissi un lungo post qua dentro (che adesso non ho voglia di andare a ripescare) ripercorrendo tutta la storia delle mie macchine fotografiche analogiche e digitali.

Oggi viaggio con l'erede di quelle Canon, la 60D che comprai a Cape Town nel 2014 a seguito del furto della 40D. Per quanto, come ho recentemente avuto modo di raccontare, la lasci spesso a casa, la 60D è una gran bella macchina, sicuramente migliore di quella che l'ha preceduta e che non avevo mai amato particolarmente.

L'archivio delle foto degli anni in Europa dell'Est è qui, mentre quello del viaggio a Malta è a questo indirizzo.

Magari quando avrò finito questo lavoro di restauro del mio archivio, fra qualche mese, potrei sostituire tutte le vecchie foto contenute in questo sito e ridargli un po' di nuova vita, ma purtroppo le pagine per la gestione del database fanno un po' i capricci e non so quanto sia effettivamente possibile.

MaltaA
MaltaB
MaltaC
Malta, 2007
SlaviA
Budapest, 2007
SlaviB
SlaviC
Warszawa, 2007-2008
TAG: fotografie, viaggi
12.37 del 20 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
18 (Senza) memoria analogica
APR Amarcord
Nel mettere a posto il mio archivio, scopro che sono almeno sei le occasioni in cui sono partito senza portarmi la macchina fotografica: nel 1995 per il capodanno a Praga e poi il viaggio di agosto a Thassos, in Grecia; nel 1997 per il capodanno a Budapest e l'agosto di quell'anno in Spagna per un viaggio nei Paesi Baschi e a Salamanca; nel 1999 a Berlino, mi pare fosse sempre per capodanno; e infine nel 2000, un bel viaggio in Polonia e Slovacchia per le vacanze di Pasqua.

Di questi viaggi non mi rimane praticamente nulla. Erano anni in cui non esistevano ancora i cellulari con la macchina fotografica ed evidentemente, in ciascuna di quelle occasioni, avevo scelto di partire senza la reflex; oppure forse, semplicemente, non ne avevo una (mi pare sia stato così almeno nel '97 in Spagna).
Conservo in un cassetto una vecchia foto stampata che qualcuno mi ha fatto a Thassos nel '95 e le scansioni di alcune fotografie non mie del viaggio del 2000 in Polonia.
Non ho nemmeno i diari di viaggio, perché erano anni in cui avevo smesso di scrivere e di tenere il mio diario cartaceo quotidiano, e i blog erano ancora di là da venire.

Di quei viaggi è quindi andato tutto perduto e non rimane traccia. Nemmeno una Lonely Planet consumata, uno scontrino, un biglietto aereo, a parte giusto la carta d'imbarco sul volo Olympic per Salonicco.
E mi spiace.
TAG: viaggi
13.25 del 18 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
11 Dell'altrove anche per poco
APR Mumble mumble, Spostamenti
Riflettevo sul fatto che lo scorso mese non mi sono nemmeno reso conto di aver messo piede negli Emirati Arabi e in Australia. È vero che sono stati solo dei brevi stop over di qualche ora trascorsi in aeroporto, giusto il tempo di orientarsi alla ricerca del gate per il volo successivo, un caffè, un giro per i duty free. Per non parlare poi della corsa a perdifiato attraverso i terminal dell’aeroporto di Los Angeles.
Ma insomma, a distanza di qualche settimana mi fa un po’ strano a pensarci e mi sembra un po’ alienante.

Anni fa il trovarmi in qualche posto agli antipodi, anche solo per ripartirne poco dopo, non mi sarebbe mai scivolato addosso così.
Nonostante quasi trent'anni di viaggi in giro per il mondo, mi ricordo ad esempio bene la sensazione di dislocamento estremo durante lo stop over a Seoul del 2011, in attesa del volo per le Hawaii, sebbene fra l'altro fossi stato nella capitale coreana proprio l’anno prima e l’atmosfera mi fosse dunque ben familiare.
Oppure la sosta a Singapore nel ’99, prima di ripartire per Sydney. Anche in quel caso non era una prima volta, ero stato a Singapore l’anno precedente per qualche giorno, e peraltro a quel giro non cambiai nemmeno aereo: semplicemente scendemmo per consentire il rifornimento di carburante, il tempo di un giro per lo scalo, e poi ripartimmo in piena notte alla volta dell’Oceania.
O ancora il passaggio da Bangkok andando a Kuala Lumpur, l’aria dolciastra dell’estremo oriente appena sceso dall’aereo.
Ma anche solo il semplice transito da Oslo nel 2015, sulla rotta dell’Islanda, e sì che conosco Oslo molto bene per esserci stato diverse volte; non ci tornavo però da qualche anno ed era quella la prima volta che passavo dall’aeroporto, per cui, in qualche modo, mi sentivo altrove eccome e la sensazione addosso era molto netta: eravamo in Norvegia, anche se solo per un'ora.

Nella mia mania ossessiva di tenere il conto delle cose, non ho mai considerato gli stop over nel numero di volte in cui sono stato in un Paese, ma ogni volta, durante il breve tempo dello scalo, mi sono sempre sentito addosso quella sensazione chiarissima del luogo in cui mi trovavo. Come piccoli segnali attorno, una qualche interferenza nello spazio tempo, volti esotici, alfabeti alieni, lingue non familiari, odore nell’aria, smarrimento, percezione del jet lag.

Ero già stato sia negli Emirati che in Australia, mi ci ero fermato in precedenza, erano destinazioni familiari, per quanto e ammesso che un viaggio di molti anni prima possa renderti familiare un qualunque luogo esotico. Forse è stato questo. Ma appunto era già stato così anche in tutte le occasioni precedenti.

Non so, sarà che quest'ultimo è stato un viaggio nato per caso all'ultimo momento e rocambolesco più del solito, sarà che negli ultimi anni ho viaggiato sempre più di corsa e girato sempre più per aeroporti, e che gli aeroporti sono sempre più tutti uguali, per cui ovunque tu sia in transito è sempre un unico, alienante e inquietante, deja vu.
Che tu sia a Tokyo, a Johannesburg, ad Atlanta, a Seoul, a Sydney, ad Abu Dhabi, in un qualunque scalo europeo o nell’ultima capitale africana, in fondo alla Siberia o in qualche metropoli sudamericana, passato il check-in entri in unico mondo uniforme, globale, ovunque perfettamente uguale a se stesso, con la stessa identica distribuzione degli spazi, colori, suoni, mescolanza di lingue, riti, procedure e tempi.
Mi sembra sempre più vero col passare degli anni. Uguali le lounge, i negozi, i bar e i fast food, le poltrone, i corridoi, la merce sugli scaffali, i tabelloni con gli orari. Se ti bendassero e ti abbandonassero in un qualunque aeroporto non saresti in grado in alcun modo di capire dove ti trovi.

Così, negli ultimi dodici mesi sono transitato dagli aeroporti di Lisbona, Madeira, Abu Dhabi, Sydney, Rarotonga, Los Angeles, Seattle, Vancouver, Minneapolis, Amsterdam e solo nel piccolo e remoto scalo di Aitutaki, per una volta, mi sono sentito “altrove”. Persino ai banchi del check-in di Rarotonga avrei potuto essere in mille altri posti.

E niente: sono stato in Australia e negli Emirati e mi sembra abbastanza impossibile. A distanza di un mese è come non fosse mai accaduto. Forse è normale per chiunque e solo a me appare piuttosto strano.
Eppure, nella mia linea temporale è rimasta traccia di un istante, quindi è accaduto davvero. Sono sbarcato a Sydney dopo venti ore di volo e mentre mi aggiravo per l’aeroporto mi è venuto in mente di mandare a mio figlio un messaggio per fargli sapere che stavo bene.
E, solo in quel momento, per un attimo, mi sono reso conto di dove ero, e sì: ero in Australia.

WASydney
TAG: aeroporti, viaggiare
16.46 del 11 Aprile 2018 | Commenti (0) 
 
23 Ancora sulla questione reflex vs. cellulare
MAR Lavori in corso, Coffee break
Sto lavorando sulle foto del giro del mondo, che presto inserirò nell'archivio, e riflettevo una volta di più sulla scelta, anche in questo viaggio, di lasciare a casa la reflex.

Alla fine, come avevo già osservato in analoghe occasioni passate nelle quali avevo rinunciato a portarmi la Canon, per quel che serve ai miei scopi oggi l'iPhone basta e avanza, soprattutto via via che con l'evolvere dei modelli l'ottica migliora in modo sempre più apprezzabile.
A meno di safari fotografici, o condizioni davvero estreme, l'iPhone 6 copre ormai il 90% abbondante delle mie esigenze amatoriali. Immagino che se ne avessi uno di ultima generazione (ma probabilmente anche un Samsung di fascia alta o un telefono equivalente), questa percentuale sarebbe ancora più elevata.

In questo viaggio avrei voluto forse in un paio di occasioni al massimo avere con me lo zoom della Canon, o il suo super grandangolare, ma sono state davvero eccezioni e complessivamente sono stato ben contento di non essermi trascinato dietro i chili in più della reflex e non aver dovuto avere a che fare con la menata delle ottiche intercambiabili.
La verità è che non sono un professionista, non ho quasi mai davvero bisogno di una vera macchina fotografica e molto difficilmente, a pari condizioni, sono in grado di fare una foto migliore con la Canon rispetto a quella che porto a casa con l'iPhone. Tanto più che ormai si tratta spesso di una lotta fra software, ben prima che fra ottiche, a meno che non si parli di condizioni di luce molto, molto difficili, o di un contesto particolare dove la tecnologia di una reflex evoluta è in grado di fare davvero la differenza (penso ad esempio alle foto dei delfini scattate lo scorso anno a Madeira, che non sarei mai riuscito a fare con un telefonino).

Per quel che sono la mia esperienza e le mie necessità, in condizioni standard gli unici veri limiti oggi dell'iPhone (dell'iPhone 6 perlomeno, che è già obsoleto) sono la risoluzione, non un granché sopratutto sulla fotografia da lunga distanza, e il non poter scattare in raw, che per un viaggio così vale però anche un bel chissenefrega e non è certo un problema.
Peraltro, non poter scattare in raw potrebbe in generale anche non essere un problema, non essendo appunto io un professionista, ma naturalmente apprezzo la possibilità offerta dal raw di intervenire in post produzione in modo sofisticato sulle mie foto, in quei rarissimi casi nei quali possa valerne la pena.
La non eccessiva risoluzione dell'iPhone 6, 8Mp contro i 18Mp della Canon 60D, un confronto effettivamente impietoso, è invece davvero un po' un limite (e ovviamente lo era ancor più nei modelli precedenti) che si fa sentire soprattutto nelle foto panoramiche: appena si prova un po' a ingrandire emerge inesorabilmente la sgranatura e sono naturalmente da dimenticare del tutto le foto zoomate. D'altra parte che lo zoom digitale sia una schifezza non è certo una gran novità: quando parto senza reflex ho già messo in conto dall'inizio che dovrò fare a meno di qualunque possibilità di ingrandimento e delle fotografie da lontano.

Un altro limite che sento particolarmente è il non poter usare un mirino e la conseguente difficoltà a trovare la giusta inquadratura in condizioni di luce forte che batte sullo schermo del telefonino. Va sempre a finire che faccio seimila scatti (pressoché tutti uguali) quando ne basterebbe solo uno, perché non riuscendo a vedere un tubo di quel che sto fotografando procedo a caso per tentativi e croppo poi a casa.

Sempre con lo scopo di voler fare un po' il pignolo, osservo anche che detesto il formato 4/3 nativo dell'iPhone. Non ho mai capito perché la app standard di iOS non consenta di scegliere il formato di scatto, visto che tecnicamente è possibile: gli scatti fatti direttamente da Whatsapp, ad esempio, sono in 16/9.
Questo è davvero un mistero, soprattutto perché l'inquadratura non sfrutta tutto lo schermo del telefonino, come invece ad esempio accade se si registra un video o si fa una foto panoramica. Mah.

La sintesi comunque è che se è vero che con l'iPhone sono costretto a scattare tutto in automatico, completamente vincolato alle impostazioni del telefono, è altresì vero che normalmente io uso solo una volta su cento le impostazioni offerte dalla Canon, a voler essere generosi, e le sfrutto se va bene al dieci per cento delle possibilità. In questo senso potrei dire che uso la reflex come uso Excel o Word: hanno milioni di funzioni, ma alla fine a me servono un foglio elettronico che faccia le somme e abbia qualche funzione di calcolo avanzata, e un software per scrivere i verbali.
Per di più, mentre Excel e Word sono pur sempre strumenti della mia professione, in campo fotografico sono appunto un gran dilettante: in viaggio, soprattutto quando ho poco tempo per scattare, o ho le mani impegnate, e in mille altre situazioni, io scatto in automatico e basta, senza stare troppo a menarmela.
L'unica cosa che sfrutto quasi sempre con la reflex è la priorità di diaframma, giusto per regolare un minimo la profondità di campo, ma molto raramente mi avventuro nello scatto completamente in manuale e devono essere condizioni davvero difficili, che il software della macchina da solo non sarebbe in grado di interpretare. Nella maggioranza delle situazioni io non posso certo far meglio degli algoritmi di Canon o Apple.
Per questo, alla fine e al di là delle considerazioni sulla risoluzione o sulla difficoltà di inquadrare bene la foto, non fa così differenza per me partire con la Canon o con l'iPhone, perlomeno in un viaggio normale dove già so che il 95% delle foto saranno semplici panorami ricordo o primi piani.

Dove ormai invece spendo sempre più tempo è nella post produzione e se è vero che non mi importa più tanto lo strumento con cui ho scattato una foto, è anche vero che ormai non c'è foto sulla quale non intervenga successivamente.
In realtà non applico elaborazioni particolari: non mi piace in linea di massima l'HDR, detesto quasi tutti i filtri "artistici", non vado a caccia di effetti speciali. Passo ad esempio un sacco di tempo a scegliere se e come ritagliare l'inquadratura definitiva (a "cropparla", per l'appunto), alla ricerca di un punto di osservazione o di un dettaglio diverso da quello dello scatto originale. Anzi: potrei dire che ormai, ogni volta che faccio una foto, nella mia testa la sto già tagliando in modo diverso da quello inquadrato dall'obiettivo, e questo perché detesto sempre più il limite delle proporzioni offerte dalle macchine fotografiche.
E in realtà, a pensarci: ma perché mai le macchine digitali non permettono di croppare in sede di scatto quel che inquadra l'obiettivo, già mentre lo hai dentro il mirino? Che motivo c'è di blindare l'nquadratura dentro un 4/3, o un 16/9, o un 3/2, dal momento che dietro non ho più il fotogramma di una pellicola, ma un file digitale qualunque?

Un'altra cosa che di norma spingo in post produzione è la nitidezza, spesso applicata solo ad alcune zone specifiche della foto, e lavoro allo stesso modo sulla ridistribuzione delle luci e delle ombre, intervenendo in modo diverso su aree differenti.
Qualche volta accentuo i colori, qualche volta li spengo apposta, qualche volta viro al bianco e nero tanto per sperimentare un po': alcune fotografie, totalmente anonime a colori, emergono meglio giocando solo su luci ed ombre.
Cerco di non (ab)usare mai del timbro clone. Mi capita di intervenire solo in casi un po' estremi, dove qualche fattore esterno mi ha compromesso l'inquadratura, e se proprio voglio usarlo allora sono maniacale: non sopporto le immagini dove si vede l'artifizio, sono capace di mettermi a lavorare pixel a pixel per cancellare lo stupido cavo di una linea elettrica che mi attraversa un cielo perfettamente blu.
Tempo fa ho acquistato per pochi euro un filtro anti rumore potente da installare come plug-in per Photoshop: è molto utile ad esempio quando la bassa risoluzione dell'iPhone mi sgrana un cielo limpido ed è perfetto per eliminare le discontinuità introdotte dalle basse prestazioni dell'ottica. Questo è un classico caso in cui è evidente la differenza fra le foto fatte con la Canon, in cui non lo uso praticamente mai, e quelle fatte con l'iPhone, dove mi capita spesso di utilizzarlo, soprattutto con i panorami.

Il mio approccio alla post produzione è un po' riassunto nelle due immagini qua sotto. Sembrano panoramiche, ma non lo sono: si tratta di due fotografie qualunque fatte a Seattle con l'iPhone, due foto anonime che ho scelto fra dozzine di altre più o meno uguali (ricordate? Non riesco a inquadrare quel che voglio in campo aperto con la luce forte), inizialmente scattate nell'odiato formato standard 4/3, senza zoom e pure in navigazione, dunque una postazione non proprio ferma e stabile.
In testa avevo già idea di tagliarle e sfruttare il lato da oltre tremila pixel per dare l'idea - sullo schermo del computer - di un effetto panoramico. Avessi avuto la Canon, che consente di scattare immagini con un lato di più di cinquemila pixel, ovviamente l'effetto e la risoluzione sarebbero stati decisamente migliori, ma per un monitor di un qualunque portatile, che è poi la mia destinazione d'uso, posso appunto accontentarmi dell'iPhone.

fotografiaA
La skyline di Seattle da Bainbridge island
fotografiaB
Il Mount Rainier da Bainbridge island

Nella foto della skyline di Seattle quel che ho fatto è stato semplicemente tagliarla, desaturarla lasciando un accenno quasi impercettibile di colore, applicare al cielo il filtro anti rumore ed enfatizzare la nitidezza dei grattacieli.
Ovviamente la resa finale è migliore riducendo un po' il fattore di visualizzazione: alla risoluzione originale la sgranatura è inevitabile.

La seconda foto ha richiesto invece un po' più lavoro: quel che volevo era riuscire a mettere in evidenza la sagoma del Mount Rainier, un compito non facile.
La foto è stata scattata nel primo pomeriggio, col sole quasi a picco; il Rainier all'orizzonte era piccolissimo e innevato, color bianco latte contro il cielo azzurro: insomma, una schifezza irrilevante e quasi indistinguibile nella fotografia originale. A quella distanza la bassa risoluzione è un handicap insormontabile per l'iPhone. Persino con il teleobiettivo stabilizzato da 300mm della Canon sarebbe stata una foto non facile in quelle condizioni di luce e movimento.
Questo è un classico caso dove ho fatto la foto (e altre venti gemelle) senza star troppo a pensare, avendo ben presente i limiti dell'ottica a disposizione e affidando tutto alla post produzione, sulla base di un'idea iniziale.
Ho tagliato quindi la foto come nel primo caso, ho eliminato il rumore, l'ho virata in bianco e nero per poterla contrastare al massimo e giocarla tutta esaltando le ombre del mare per staccarlo completamente dal cielo. Quindi ho mascherato la sagoma del Mount Rainier e mi sono accanito col contrasto, finché non è venuto fuori sullo sfondo.
Infine ho enfatizzato la nitidezza al centro della foto, concentrandola sul Rainier, le onde e i pali di segnalazione, e ho sfocato ai lati, per accentuare ancora di più il soggetto.
Anche in questo caso alla massima risoluzione la sgranatura è evidente, ma riducendo un po' il fattore di visualizzazione diventa quasi impercettibile.

Sarebbe venuta meglio con la Canon? Be', intanto avrei avuto a disposizione una risoluzione decisamente migliore, uno zoom e uno stabilizzatore, e soprattutto avrei avuto un file raw su cui lavorare. Non avrei avuto bisogno di un'idea a partire dallo strumento nelle mie mani, avrei semplicemente fatto una foto diversa.

Il risultato di per sé, poi, può piacere o non piacere a prescindere: di nuovo, non sono un professionista, faccio foto per ricordo e devono piacere a me. A me queste due foto piacciono, quindi ho ottenuto il mio risultato.

Quindi, in questo caso, partire con il solo iPhone è stata una scelta azzeccata.
Che poi era esattamente la questione di partenza.
TAG: fotografia, reflex, iPhone, viaggiare
00.34 del 23 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
19 Cosa porto con me
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Mi è stato chiesto da alcuni lettori come abbia poi risolto la configurazione del bagaglio per questo giro del mondo, cosa ho infine portato con me e a cosa ho rinunciato.
L’ultima domanda è scontata: come avevo immaginato, ho lasciato a casa la reflex. Tutte le foto che ho pubblicato e tutte quelle che sto selezionando per l’archivio sono state fatte con l’iPhone 6.
In alcune rare occasioni ho un po’ rimpianto di non avere la fedele Canon con me, più che altro per qualche foto macro o per il teleobiettivo, ma francamente il vantaggio di viaggiare il più leggero possibile e senza la preoccupazione aggiuntiva della reflex ha di gran lunga prevalso di fronte all'alternativa di avere al collo per quindici giorni qualche chilo di ferro, solo per portare a casa magari un paio di scatti particolari centrati bene.
Fra l’altro, dovermi preoccupare della cura della macchina fotografica, ad esempio durante la navigazione nella laguna di Aitutaki sulla piccola imbarcazione di Puna, o fare il trekking del cross island a Rarotonga con il macigno al collo, sarebbe stato di gran lunga più una scocciatura che un vantaggio.

Per questo viaggio ho comprato apposta un nuovo trolley, rinunciando al mio fido e solito compagno di viaggio della Samsonite. Due le ragioni: la prima, il peso del Samsonite, 2,5kg da vuoto, che dovendo combattere con il limite teorico dei 7kg imposto dalle compagnie aeree sul bagaglio a mano avrebbe voluto dire partire col 40% del peso consentito già bruciato dal solo contenitore; la seconda, cercavo qualcosa che fosse un ibrido fra un classico trolley e uno zaino: questo perché avevo immaginato di trovarmi nella situazione di dover portare il bagaglio con me sullo scooter a Rarotonga e l’unica possibilità sarebbe stata trasportarlo sulle spalle.

A meno di viaggi che richiedano per qualche motivo spostamenti specifici in cui sia l’unica soluzione, da anni non viaggio più con lo zaino: sia in generale per problemi di schiena, sia perché nel trolley viaggia molto meglio qualunque tipo di vestito (specialmente camicie o capi di abbigliamento che non siano solo t-shirt e jeans), sia perché alla fine trovo infinitamente più comodo trascinarmi dietro il bagaglio e all’occorrenza abbandonarlo per terra ben stabile sulle sue rotelle, piuttosto che avere sempre a che fare con lo zaino addosso (coi giacconi d’inverno, o col caldo d’estate), o con una normale sacca da viaggio che struscia per terra ovunque, mi dà fastidio a tracolla, si affloscia e si deforma a seconda dei contenuti e di quello a cui si appoggia contro, eccetera.
Insomma, sono ormai del partito trolley forever, non rigido in modo che la capienza abbia una buona tolleranza, di dimensioni adeguate per essere trasportato come bagaglio a mano con qualunque compagnia aerea, e con qualche tasca frontale per gli accessori che devono essere tenuti a portata di mano: almeno una piccola (chiavi, penna, cavi di ricarica, ecc) e una più grande (documenti A4, libro, iPad o laptop).

Detto ciò, dopo la solita infinita ricerca su Amazon, ho comprato questo:

RTW2018-47
Trolley Cabin Max

che poi è quello nella foto del post di tre settimane fa: estremamente leggero, funge sia da trolley che da zaino, ha un paio di discrete tasche frontali, è omologato per tutte le compagnie aeree (l’ho provato con tutte le griglie di verifica del bagaglio a mano che ho incrociato negli aeroporti e ha sempre superato il test senza problemi), soprattutto costa poco.
Dopo quindici giorni di viaggio in cui l’ho piuttosto maltrattato si è un po’ rovinato: non è robustissimo, va detto, ma alla fine fa il lavoro per cui l’ho scelto e considerato il prezzo sarebbe andato bene anche se fosse durato solo per questa occasione.
Così a occhio, non credo supererebbe tre viaggi di questo genere senza che una cerniera si rompa o che il tessuto si buchi in prossimità del fondo. Nel caso, sappiatelo.

Oltre al trolley sono partito con una piccola borsa a tracolla della Swissgear, una roba tipo questa:

RTW2018-48
Mini bag Swissgear

ma un po’ più sottile (non trovo il modello su internet).
È stata utilissima durante tutti gli spostamenti aerei, perché l’ho usata per tenere a portata di mano tutto quello che mi serviva in viaggio: caricabatterie, biglietti, documenti di viaggio, penna, libro, portafoglio e all’occorrenza ci ho infilato anche il MacBook Pro, che sebbene non ci entrasse completamente per lunghezza, ci stava perfettamente in larghezza e dunque potevo trasportarlo così.
A parte ciò, questa borsa mi è servita anche per truccare un po’ le carte in tavola: siccome non è catalogata come bagaglio a mano e rientra normalmente nelle cose che possono essere portate a bordo senza alcun limite di sorta, ho potuto all’occorrenza metterci dentro alcune cose pesanti (tipo appunto il MacBook) e alleggerire “ufficialmente” il trolley abbastanza da non rischiarne un imbarco forzato.

Infine, dentro al trolley stesso ho portato un piccolo zainetto della Quechua preso in prestito da Carola, di quelli che si comprano per pochi euro da Decathlon: l’ho prevalentemente usato durante la mia permanenza alle Cook come zainetto quotidiano, per andare in giro e portarmi dietro anche il telo da mare, gli occhialini, eccetera.

Detto del capitolo “contenitori”, ecco il contenuto per affrontare le stagioni e i climi che ho attraversato: dalla neve di Milano, alla stagione ciclonica delle Cook (temperatura fra i 28 e i 30 gradi di giorno, attorno ai 22-24 gradi di notte, scrosci di pioggia occasionali), alla tiepida tarda stagione invernale della costa pacifica americana (fra i 5 e i 15 gradi, ma ero preparato a temperature ben più rigide):

* Un paio di jeans, indossati alla partenza;
* Un paio di pantaloni leggeri di cotone da trekking, convertibili in bermuda;
* Tre magliette di fibra sintetica da running, leggerissime e che si asciugano in brevissimo tempo;
* Tre t-shirt di cotone, una indossata alla partenza: avrei potuto portarne una o due in meno, come al solito;
* Una camicia di cotone leggero a maniche lunghe, sportiva, da indossare di sera alle Cook per proteggermi un po’ dalle zanzare: mi sarebbe eventualmente tornata utile anche in America come secondo strato sotto il maglione, se avessi dovuto affrontare un clima più rigido di quel che ho trovato;
* Un maglione pesante, indossato alla partenza;
* Una felpa sottile di cotone, pensata per la sera alle Cook e mai usata;
* Un pigiama invernale;
* Kway, pensato in caso di poggia persistente alle Cook e mai usato;
* Guscio sottilissimo di goretex da alpinismo, indossato alla partenza;
* Shell termica da alpinismo, indossata alla partenza;
* Guanti (mai usati), berretto di pile e sciarpa sottile;
* Sei paia di mutande, due di calze di cotone sottile, due di calze più spesse;
* Un paio di sandali da outback, da usare come calzature alle Cook, come scarpe protettive per fare il bagno sulla barriera corallina, come ciabatte negli hotel, eccetera;
* Scarpe da trail running in goretex e suola in vibram, indossate alla partenza, usate in viaggio e alle Cook per il trekking nella foresta: impermeabili, indistruttibili, leggere;
* Occhiali da sole;
* Occhialini da bagno;
* Un paio di bermuda da bagno, che uso normalmente anche per andare in giro: sono quelli che si vedono ogni tanto nelle fotografie al mare;
* Un telo sottile da spiaggia (superfluo, i miei host alle Cook li avevano a disposizione);
* Farmacia completa che sono solito portare in viaggio, con le prescrizioni delle medicine indispensabili, per la dogana;
* Nel beauty case spazzolino, un mini dentifricio, lenti a contatto usa e getta e rasoi: li avrei tranquillamente lasciati a casa, ma ho pensato che non avevo alcuna voglia di presentarmi alla frontiera americana con la barba lunga avendo sul passaporto una foto completamente diversa;
* Lampada frontale;
* Un libro;
* Due mini Lonely Planet: Seattle e Vancouver;
* iPod con cuffiette;
* Moleskine e due penne Muji;
* MacBook Pro 13”;
* Powerbank;
* Un trasformatore con quattro prese USB e spine intercambiabili per tutti i continenti (quattro: australiana, americana, asiatica ed europea);
* Trasformatore MBP con spine intercambiabili come sopra;
* Due cavi micro usb e cavo lightning di scorta (superfluo, perché potevo ricaricare l’iPhone con il micro usb via Mophie, ma per precauzione);
* Un portamonete per levarmi dal portafoglio tutte le monetine che via via non mi servivano cambiando nazione;
* Un piccolo asciugamano da viaggio;
* Occhiali di scorta;
* Fototessera, ché non si sa mai: le porto sempre con me;
* Passaporto e fotocopia passaporto;
* Carta d’identità e patente;
* Bancomat e tre carte di credito: ne ho una senza limiti che è la mia carta preferenziale, una universale che uso in alternativa quando non mi prendono la prima e un’altra che trasporto separatamente, nascosta nel bagaglio, in modo che se per disgrazia perdo il portafoglio quando sono in giro ho sempre un’alternativa in hotel per emergenza.

Il bagaglio completo, alla fine, compreso quel che avevo dentro la borsa a tracolla, pesava attorno agli 11kg alla partenza e una quindicina al rientro, considerato quello che ho acquistato in viaggio.
Col trucco della borsa sono riuscito a tenere il trolley sempre attorno agli 11-12kg al massimo, ma non ho mai avuto alcun problema a portarlo a bordo con me, perché le dimensioni sono sempre rimaste nei limiti consentiti e il peso eccessivo non dava nell'occhio.

Cose che ho dimenticato: un cappellino. O meglio, non l’ho dimenticato, volevo portare il mio panama, ma mi sembrava scemo partire da Milano sotto la neve con un panama in testa e d’altra parte poi non avrei saputo che farmene nelle città americane. Non avevo invece voglia di portarmi un cappellino normale.
Così alle Cook mi sono bruciato stupidamente la testa.

Cose che controllo continuamente in modo maniacale quando sono in viaggio, praticamente ogni cinque minuti, per essere certo che siano sempre con me: portafoglio, passaporto e telefono.
No: non lascio mai e poi mai il passaporto in albergo, nemmeno nei Paesi più pericolosi e nelle situazioni più impestate. Piuttosto lascio giù carte di credito e soldi, ma mai i documenti: li ho sempre con me.
TAG: bagaglio, valigia, viaggiare
15.28 del 19 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
13 In volo
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Volo sull’America, al tramonto, con una luce rossa meravigliosa sulla pianura infinita del Minnesota innevato. Ho in cuffia gli Eagles, entra New York minute e una scarica di brividi mi attraversa tutto il corpo, mi passa sotto la pelle, dalla testa alle dita delle mani e dei piedi, lungo la schiena.
Mi viene da piangere, ma nessuno può vedermi, ho gli occhi chiusi e sto fingendo di dormire.
Sto di nuovo volando intorno al mondo e il mondo è mio.

È questo l’ottavo volo dall’inizio di questa avventura, il secondo Delta. Il nono sarà ancora un volo Delta e mi porterà attraverso il terzo oceano, per la quarta notte in volo in meno di due settimane.
Ci vogliono quarantotto ore circa per girare attorno al mondo: io lo so bene, l’ho già fatto un’altra volta. Anche l’altra volta furono quattro notti: quella fra Parigi e Seul, poi quella fra Seul e Honolulu, fra Honolulu e Atlanta, e poi ancora fra Panama e Amsterdam.
Quando riuscirò a farlo in senso inverso, via Anchorage e Magadan, potrei volare sempre di giorno. Lo farò prima o poi. Ci riuscirò, in inverno, come l’ho sempre immaginato.

Ho ancora paura di volare, sempre, forse oggi un po’ meno di una volta, ma non posso fare a meno di volare. Volare è la mia vita. Volare attorno al mondo è la mia vita. Guardo il mondo dall’alto e sono io.
So tutto dei miei voli e dei miei viaggi. Ho viaggiato attraverso centoventi Paesi e volato trecentosettantuno volte, con cinquantatré compagnie aeree per ottocentosettanta ore di volo. Ho fatto venti viaggi intercontinentali e con questo avrò fatto per due volte il giro del mondo completo; ho attraversato dieci volte l’Oceano Atlantico da una costa all'altra, due volte l’Oceano Pacifico e sei volte l’Oceano Indiano.
Sono stato undici volte in Asia, sei in America, cinque in Africa e tre in Oceania. L’Europa l’ho battuta tutta metro a metro, spesso rimanendo a terra, ma spesso anche per aria.
Conosco cento aeroporti nel mondo, ho volato sull'aereo più grande esistente e su alcuni dei più piccoli, passando dalle classi extralusso sui lunghi voli intercontinentali alle supereconomy di certe compagnie alle quali preferiresti affidare qualunque cosa che non sia la tua anima.
Ho speso fino all'ultimo centesimo di tutto quel che ho guadagnato in vita mia quasi solo per volare e viaggiare, e continua ad essere l'unica cosa per cui vorrei spendere soldi, potrei non spenderne per null'altro, non fossi costretto.

Eppure, ogni volta che parto mi dico che ne ho abbastanza, preparo il trolley in modo automatico e penso che non ne ho più voglia, che desidero solo rimanere a casa, con le mie cose, i ragazzi, il mio divano, la mia vita di tutti i giorni. Ma la verità è che la mia vita è dentro quel trolley.
Ogni volta che devo prendere un aereo entro in ansia ventiquattr’ore prima, ma l’ansia va di pari passo con il bisogno irresistibile di decollare. È una malattia, una droga. Una dipendenza vera e propria.
Appena sono lontano da casa mi viene voglia di tornare e mi sembra di essere via da una vita; appena metto piede a casa sto già facendo i conti per capire dove e quando sarà il viaggio successivo.

Ho una lista infinita di destinazioni, di progetti. Non mi basterebbero tre vite.
In aeroporto sono a casa, davanti a un imbarco col mio trolley sono esattamente quello che sono.
Quando sbarco in una nuova città, arrivo a destinazione, per quanto sia stanco, per quanti fusi orari possa avere attraversato, non posso fermarmi un minuto, ho bisogno di uscire subito dall’hotel, andare in giro, respirare immediatamente l’altrove, sapere tutto, studiare immediatamente tutte le cose che devo fare e vedere, e il tempo non mi basta mai.

Poi arrivano dei momenti, come ieri pomeriggio a Vancouver. Ho camminato chilometri per tutto il giorno, ho seguito tutto il mio programma tappa per tappa, nel solito modo maniacale, prendendomi i miei tempi, annotando tutto, fotografando, guardandomi in giro.
Per quanto stanco fossi, dopo ore di cammino, ho preso il taxi, ho seguito il consiglio di Laura e sono andato anche a Fairview per vedere la skyline dall’altro lato, e poi di nuovo chilometri a piedi attraverso i quartieri residenziali di South Vancouver alla ricerca di un taxi che mi riportasse indietro.
Sono arrivato in hotel alle sedici. Era dalle dieci del mattino che ero in cammino senza sosta. Mi ero concesso solo un paio di caffè.
Mi sono spogliato e mi sono messo sotto la coperta. Avevo ancora mezzo pomeriggio davanti, il mio ultimo a Vancouver e l’ultimo in viaggio.
E ho dormito.
Ho infine ceduto alla stanchezza di due settimane in giro per il mondo. Avevo fatto ormai quel che dovevo fare.
Poi, alla sera, sono uscito di nuovo e mi sono rimesso in cammino. Volevo respirare ancora Vancouver di notte.

Sono in volo sull’America e mi chiedo dove sarà il prossimo volo, la prossima volta. Ho già almeno tre progetti pronti, tre nuove idee. Possibilmente non da solo, perché non mi piace più viaggiare da solo. Lo faccio da anni, so che posso farlo, so che sono capace di farlo ovunque e l’ho fatto ovunque, ma ho bisogno di dividere e condividere tutto questo.
Viaggio da solo perché non posso viaggiare con chi amo, ma lo vorrei più di ogni altra cosa.
In questo viaggio la cosa che ho più patito è essere stato da solo.

Sì, ho paura di volare, sempre, anche in questo momento. Per quanto conosca a memoria la teoria e ogni fase del volo, riconosca perfettamente ogni singolo istante, ogni manovra, ogni rumore, ogni variazione, nonostante questo, ogni sussulto che fa l’aereo, ogni minima vibrazione, ogni leggero cambio di giri nel motore mi entra l’ansia. Ma non posso fare a meno di stare quassù, in viaggio verso qualche destinazione.
Non scenderei mai. Non mi fermerei mai. Non smetterei mai.
Non c’è angolo del mondo dove non andrei e non avrò pace finché non avrò battuto il mondo angolo ad angolo. Lo so che è così.

Non è mai il ritorno a farmi paura. È il non avere un altro biglietto aereo pronto, perché per stare bene, davvero bene, io devo sempre avere un biglietto aereo sulla scrivania.
È il tornare a una vita che non è mia che mi fa paura, una vita che mando avanti da anni e anni per necessità senza sapere come ho potuto farmi questo, costruirmela addosso senza che la volessi.
È sapere esattamente come saranno le prossime settimane, dopo che sarò atterrato, a casa.

Ho bisogno di volare per scappare sempre più da quello che non mi appartiene. Se potessi portare con me chi amo, cancellare il passato, non avrei più bisogno di tornare. Mai più.

AlaDelta
TAG: volare, viaggiare
18.03 del 13 Marzo 2018 | Commenti (2) 
 
22 Sette chili
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018, Spostamenti
Preparo il trolley combattendo con il limite dei sette chili che, almeno in teoria, ho a disposizione per potermelo portare a bordo senza pagare supplementi o doverlo imbarcare ai check in.
Devo confrontarmi con l’impossibile equazione di un viaggio che attraverserà tre stagioni in due settimane e che, a complicare le cose, non si chiuderà ripassando dal Via, perché partirò da Malpensa e rientrerò a Linate. Ciò significa che devo rinunciare ad andare all’aeroporto in macchina e che, qualunque soluzione di mezzi pubblici decida di adottare, uscirò di casa alle cinque e mezza del mattino e mi avvierò a piedi verso la stazione ferroviaria più vicina, trascinando il mio cabin bag. Destinazione Oceano Pacifico meridionale.

Il mio secondo giro del mondo inizierà così camminando. Ho idea di partire con le scarpe basse da sky-running con la suola in Vibram, leggerissime e robuste a sufficienza per i trekking nella giungla di Rarotonga, impermeabili e chiuse quanto basta per la neve e il mio breve inverno a stelle e strisce. La rigidità plantare mi fa però temere un po’ le maratonine sull’asfalto metropolitano dei marciapiedi americani: in alternativa avrei le mie vecchie Saucony da running, ammortizzate in modo eccellente, ma sono un po’ troppo leggere in caso di pioggia e neve.
Mi sa che deciderò sulla porta di casa, all’ultimo istante, con una monetina.

Le previsioni dicono che il mattino della partenza nevicherà. Indosserò la mia preziosa giacca tecnica da alpinismo, leggera e sottile, doppio strato: shell esterna di goretex, praticamente un foglio, e interno termico staccabile. Ventiquattr’ore dopo si ripiegheranno entrambi ad occupare uno spazio nel bagaglio piccolo a sufficienza.
Sciarpa. Berretto di pile. Guanti in valigia e non escludo la calzamaglia, che pesa un nulla: nel giro di dieci giorni avrò a che fare con il difficile inverno della costa Pacifica fra Stati Uniti e Canada, e ancora ho nelle ossa la neve e i quindici sotto zero di Boston a metà marzo di qualche anno fa.
Un solo maglione, un solo paio di jeans: quelli che indosserò alla partenza. Finiranno poi in valigia insieme alla giacca da alpinismo, ricompariranno dieci giorni dopo a Seattle.

A Rarotonga mi aspettano 28°, umidità alle stelle e pioggia frequente a scrosci, alternata al sole estivo incandescente del tropico. Nel trolley un costume da bagno, un telo da mare il più possibile sottile e occhialini, ché la maschera occupa spazio e pesa. Sandali, che userò anche come ciabatte negli hotel americani.
Magliette da running, sottilissime e senza peso, me ne bastano due o tre: alle Cook le posso lavare e asciugano in un’ora. T-shirt di cotone solo tre: alla partenza indosserò quella comprata alle Hawaii durante lo scorso giro del mondo, in valigia avrò quella presa alle Bermuda e quella gialla, bellissima, comprata la scorsa estate a Porto Santo. Tre scelte significative.
Un paio di pantaloni leggerissimi, tecnici, da arrampicata estiva, con le zip alle cosce per trasformarli in bermuda. Sostituiranno i jeans durante la settimana estiva a testa in giù e, anche se inzuppati dalla pioggia, asciugheranno rapidamente.
Un Kway: occupa pochissimo spazio, il peso è trascurabile e sarà certamente più utile del goretex sotto i rovesci di latitudine 21°S.

Il tema pigiama non l’ho ancora risolto: dormo col maglione in America, o in mutande alle Cook? È escluso che ne porti due, uno invernale ed uno estivo. Quello estivo in teoria mi serve per più giorni, ma quello invernale potrebbe essere più utile, per quanto più pesante e ingombrante.
Deciderò alla fine, prima di chiudere il trolley, in base all’eccesso di peso accumulato da tutto l’equipaggiamento già caricato.

Nel beauty case destinato alla farmacia, oltre allo stick all'ammoniaca per le punture delle zanzare e alle confezioni di medicinali a scopo precauzionale, quelli indispensabili e le relative prescrizioni: sono in italiano, ma meglio comunque averle dovessi incorrere in complicazioni alle dogane australiana e americana. E a tal proposito, oltre alla classica fotocopia del passaporto, come al solito la busta con la stampa di tutte le prenotazioni, hotel e voli, ché la passata esperienza al Logan è ancora lì bella vivida a ricordarmi quanto questa inutile abitudine possa invece rivelarsi determinante per risolvermi eventuali discussioni con autorità pignole e sospettose oltre qualunque ragione.

Il capitolo tecnologia è sempre difficile e pesante, nel senso della massa per accelerazione di gravità. Partirò quasi certamente con il fidato MacBook: è sottilissimo, è assicurato, pesa poco più dell’iPad, è molto più comodo per scrivere e soprattutto ha il quadruplo dell’autonomia del tablet, caratteristica indispensabile e imprescindibile considerato che ho davanti decine di ore di viaggio senza quasi alcuna possibilità di ricaricare le batterie.
Né d’altra parte, per ingannare il tempo in viaggio e non, mi basterà l’unico libro che porterò, La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz: non amo gli e-reader, unica forma di tecnologia che non adotto, i libri gravano e ad aumentare oltre il consentito il peso della carta stampata nel mio solo bagaglio a mano avrò già con me anche le due piccole Pocket Lonely Planet di Seattle e Vancouver.

Così, oltre al solito Mophie, inseparabile compagno di viaggio, a fornirmi tutta (spero) l’energia supplementare necessaria per il cellulare, ci sarà con me anche il potente powerbank da campeggio: per quanto di dimensioni assai contenute, pesa un accidenti, abbastanza da rubarmi qualche preziosissimo ettogrammo, ma estremamente utile a questo giro.
E pesa anche l’iPod da centosessanta gigabyte che prenderò in prestito sottraendolo temporaneamente dalla macchina, ma d’altra parte ha autonomia ben più lunga di quella dell’iPhone, che devo preservare, oltre alla disponibilità offline del mio intero archivio di duemila album, senza necessità di ricorrere alla rete cellulare per collegarsi allo streaming in cloud.
L’ambaradan tecnologico sarà completato da due trasformatori con spine intercambiabili per tutti i continenti, uno dei quali fornito di ingresso multiplo USB, adatto sia al Mac che a tutto il resto dell’elettronica in valigia: un tipico gadget mai più senza.

Dentro il trolley ficcherò anche il piccolo zainetto verde di Carola: sarà il mio compagno di viaggio quotidiano, quando il cabin bag rimarrà in camera, e soprattutto all’occorrenza potrebbe diventare il mio bagaglio a mano d’emergenza, qualora a qualche imbarco mi facessero storie e dovessi trasferirci tutti i generi di prima necessità, compreso il micro asciugamano giapponese verde acqua comprato a Kyoto.
Ci entra tutto l’indispensabile, anche il Mac e, sai mai, la reflex.

Perché la reflex non so, non ho ancora deciso. Per il momento le ho smontato il battery pack supplementare, ché occupa spazio, fa peso e certamente non servirà. Anche così però è un macigno, senza contare il teleobiettivo a parte e l’inevitabile caricabatterie. D’altra parte è inutile che la porti con me senza almeno le due ottiche che fanno davvero la differenza rispetto all’iPhone.
Che metta tutto nel trolley è escluso, l’apparecchiatura fotografica da sola farebbe più di un quarto del peso consentito. Tenerla al collo tutto il tempo mi rompe però le palle alla sola idea.
Quanto mi cambierebbe davvero averla con me? Panoramiche più belle e ampie, forse. Macro senza paragone, dovesse mai servirmi, chissà. Teleobiettivo sicuramente utile per le foto alle skyline americane, ma potrei anche farne a meno a ‘sto giro, e amen. Son sempre le solite foto, alla fine.
Tutto sommato Boston e le Bermuda le avevo fatte con il solo iPhone e non ricordo di essermi mai pentito, quei giorni. Per certi versi questo viaggio non sarà molto differente.
Senza la Canon viaggio con una preoccupazione in meno, più leggero e non sto nemmeno a menarmela troppo con la questione foto, ché poi mi conosco: se ce l'ho dietro va a finire che mi stresso a cercare lo scatto perfetto dietro ogni curva, invece di rilassarmi in giro con le cuffie in testa e nulla a cui pensare.

Adesso che l’ho scritto ne sono quasi certo: rimarrà a casa.

L’inseparabile moleskine che mi accompagna da sedici anni è già in valigia. Ci sono anche un paio di penne Muji zerocinque nere.

Annoto per caso che in America incapperò anche nel passaggio all’ora legale, non bastassero da soli i ventiquattro cambi di fuso orario in due settimane, e quel che è peggio è che mi sottrarrà un’ora di sonno nella già faticosa nottata di sosta a Seattle.
Me ne sono accorto solo perché il calendario sul telefono, nel registrare i miei orari di viaggio, passa all’improvviso da PST a PDT durante la mia permanenza nella capitale del grunge. Capace che se non ci avessi fatto caso avrei magari fatto riferimento tutto il giorno all’orologio al polso, perdendo così il mio treno per Vancouver.

Poi tornerò in Europa, all’ora solare.
Due settimane dopo anche l’Europa passerà all’ora legale.
Ma a quel punto io sarò di nuovo tornato alle mie abitudini quotidiane e a girare con l’orologio al polso fermo, come sempre.

adattatore
TAG: viaggi
17.48 del 22 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
 
14 Meno quindici
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
PartenzaRTW20182
TAG: RTW, round the world, cook island, cook, america, viaggirica, viaggi
19.35 del 14 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
 
26 Due volte il mondo (non quello che vorrei)
GEN Progetti
Saranno più d’uno i record che andrò ad aggiornare nella mia scorecard di viaggiatore globale con questo nuovo giro del mondo. Il primo, banalmente, è che per la seconda volta tornerò a casa avendo viaggiato sempre verso est e trasvolato tre oceani: un progetto nella mia lista at least once in my lifetime che avevo già centrato sette anni fa e che certo non pensavo avrei avuto occasione di ripetere, non negli stessi termini almeno, né soprattutto così a breve.
E invece, un po' per caso e senza averlo a piano, sono riuscito a tracciare una seconda rotta attorno al pianeta, ancora una volta grazie alle centinaia di migliaia di miglia premio accumulate negli ultimi anni.
Ancora una volta - peraltro - non la rotta dei miei sogni.
Per cui ce ne sarà una terza, prima o poi.

E poi.

Sulla tratta Abu Dhabi-Sydney volerò per la prima volta con l’aereo più grande del mondo, l’Airbus 380 a due piani, e sarà anche il volo senza scalo più lungo della mia vita: oltre quattordici ore, una in più dei miei precedenti sulle rotte per Giappone, Corea, Australia, Sudafrica e Sudamerica.
Mi viene in mente una sera di metà agosto del 2014, all’aeroporto di Johannesburg. Siamo tutti insieme, in attesa del volo di rientro per l’Europa. È un Jumbo 747: quando ero ragazzo era il simbolo dei grandi viaggi intercontinentali, da adulto ho poi avuto occasione di prenderlo diverse volte.
Prima di imbarcarci passiamo davanti alla fila degli A380 Lufthansa, British ed Emirates parcheggiati ai finger e ci chiediamo quando capiterà anche a noi l’opportunità di volare su uno di quegli impressionanti giganti dei cieli.

L'occasione capiterà il prossimo 1° marzo, ma per diverse ragioni sarò da solo. Lo ero anche nel 1998, quando mi imbarcai sul mio primo Jumbo alla volta della Malaysia.
Ripenso a quella sera a Johannesburg e niente: nell'ordine giusto delle cose questo battesimo del volo avrebbe dovuto essere a equipaggio completo e non riesco a scrollarmi di dosso l’inutilità di un secondo giro del mondo da solo, senza chi dovrebbe essere al mio fianco a decollare con me.

Farò il primo scalo e qualche ora di sosta negli Emirati, che ormai va un po' di moda: per me sarà un ritorno, diciotto anni dopo il mio viaggio in penisola arabica.
Mi trovavo ad Abu Dhabi la notte di capodanno del 2000. Prima di partire per il deserto e raggiungere l’oasi di Liwa, comprai il narghilè che ancora oggi arreda un angolo del salone di casa mia e feci una scorta di varie essenze e tabacchi aromatici che negli anni successivi ho poco consumato e che conservo, tutt’ora, non so esattamente dove. Ricordo di averli tirati fuori un paio d’anni fa da qualche scatolone, durante l’ultimo trasloco.
A questo giro non avrò il tempo di mettere il naso fuori dall’aeroporto, né d’altra parte quasi certamente la voglia. Prenderò un caffè, probabilmente americano, e mi attaccherò al WiFi aspettando di imbarcarmi per il balzo più lungo della mia vita.

Quattordici ore e un’altra manciata di fusi orari dopo, tornerò per la seconda volta anche in Australia. La prima fu nel 1999: mi fermai qualche giorno a Sydney, prima di ripartire per il Pacifico e la Nuova Caledonia. Quell’anno poi tornai indietro in modo tradizionale, viaggiando a ritroso verso ovest.
Questa volta invece farò solo un brevissimo stop over, meno di un paio d’ore, al punto che si potrebbe quasi dire che dalla terra dei canguri non passerò affatto. Rischio quasi di non avere il tempo di prendere il volo per Rarotonga, perché non so come e quando fare il check-in prima di arrivare a Sydney. Non viaggio con un biglietto unico e non potrò farlo né a Malpensa, né ad Abu Dhabi. Quando aprirà il check-in per il mio volo per Rarotonga, ventiquattr’ore prima, io sarò per aria da qualche parte in medio oriente.
Questo sarà il primo problema vero da risolvere: se in Australia mi obbligheranno a sdoganare, facendomi perdere tempo prezioso, potrei perdere il volo e mi ritroverei con un "no show" dall’altra parte del mondo, senza un biglietto aereo valido.
E sarebbe assai spiacevole.

Ma in qualche modo ce la farò. E resterà il fatto che per la seconda volta sarò arrivato fino in Australia senza di fatto metterci davvero piede, il che inizia a sembrarmi particolarmente assurdo. Parlandone razionalmente, intendo.
D'altra parte non c’è nulla di razionale in questo viaggio e dunque, sette anni dopo la prima occasione, per la seconda volta attraverserò il Pacifico e la linea del cambiamento di data e per la seconda volta ho sbagliato il conto dei giorni e delle notti nel prenotare e nel fare i calcoli. Ci sono cascato ancora.
Questa volta vivrò due volte il 2 marzo, nel 2011 vissi due volte il 20 aprile. Dopo questo viaggio avrò dunque guadagnato due giorni in più di vita sul calendario. Se fossi uno scrittore dell’ottocento ne verrebbe fuori un bel romanzo.

Alle Isole Cook mi fermerò una settimana, in attesa del primo volo diretto verso la costa occidentale dell’America. Un’intera settimana alle Cook per la verità mi pare una follia nella follia stessa di questo progetto di viaggio, soprattutto perché leggo che sarò lì in piena stagione ciclonica, una prospettiva non particolarmente allettante. È però l’unico modo per risparmiare tempo e denaro ed evitare di dover fare marcia indietro fino in Nuova Zelanda, aggiungendo voli a voli, scali a scali, cambi di fuso orario (e data) a cambi di fuso orario (e data).
Sfrutterò la sosta dividendomi fra Rarotonga e l'atollo di Aitutaki, sperando di non dover fare i conti non tanto con un uragano, che è un evento tutto sommato raro alla latitudine delle Cook, quanto col brutto tempo, che rovinerebbe irrimediabilmente le giornate nel Pacifico e complicherebbe il mio già pessimo rapporto coi voli oceanici.

Per aggirare lo spropositato costo del turismo nei mari del sud, ho approfittato dell'occasione per provare Airbnb e andare così a caccia di soluzioni alternative alla solita ricerca di un hotel su Booking.
Trovare una sistemazione ad Aitutaki non è semplicissimo, ci sono scarse opportunità: l'atollo è piuttosto remoto e piccolo, ma Airbnb è una risorsa incredibile e mi ha aperto orizzonti infiniti anche per tutti i miei futuri progetti - sì, lo so che sono l'ultimo arrivato. Inizio ad essere vecchio perfino per internet e d'altra parte non ho nemmeno un account su Instagram, per dire.
Comunque: ad Aitutaki c'è un po' da adattarsi insomma, a meno naturalmente di non soggiornare in uno dei due o tre resort da sette-ottocento euro a notte, che offrono la colazione inclusa, ma dove il WiFi si paga a parte.
Io sarò ospite di una coppia di medici in pensione che, mi pare di aver capito, sono di origine mista maori e neozelandese, e che vivono in un lodge isolato in mezzo alla foresta. Mi hanno avvisato che la connessione internet dipende dalle condizioni meteo. Non mi è chiarissimo quanto debba preoccuparmi degli ottocentoventicinque euro a notte di differenza rispetto ai bungalow del resort a un chilometro di distanza: di certo le zanzare sono le stesse.
A Rarotonga invece soggiornerò presso Carlo e Roberta, una coppia di italiani trapiantati laggiù. In questo caso la scelta è stata più difficile: su Airbnb c'erano almeno quattro o cinque opportunità interessanti che sulla carta, in base ai miei criteri di ricerca, se la giocavano alla pari. Alla fine ho un po' tirato la monetina e ho pensato che tutto sommato non mi dispiace l'idea di trascorrere una serata a chiacchierare con un paio di connazionali che han piantato tutto per trasferirsi in uno dei luoghi più remoti e sperduti del pianeta.
Comunque vada, prevedo un interessante travel log.

CarloeRoberta

Appena il tempo di essermi ripreso dai tredici fusi orari attraversati - se ho contato giusto - e dovrò nuovamente spostare le lancette avanti di altre due ore: un'altra notte in aereo mi porterà per la quinta volta negli Stati Uniti, la prima sulla costa occidentale. L’appello delle mie occasioni negli States racconta della mia natura di viaggiatore e dei miei viaggi ancor più delle opportunità perdute in Australia.

La prima volta fu nel 1991, una dozzina di giorni a New York e anzi, mi par di non essere nemmeno mai uscito da Manhattan, ché eran tempi che i tassisti nemmeno ti portavano più su della centodecima.
Mi sembrava assurdo andare a New York la prima volta e fermarmi solo due o tre giorni, volevo viverla davvero, impararla. Era la mia prima volta negli States e dovevo prenderne un po’ le misure, pur sapendo bene che non è certo America, New York. Ma se dovevo metter piede oltre oceano, tanto valeva iniziare da lì.
Da allora per me la Grande Mela è rimasta quella del panorama notturno dalle finestre del Windows of the world, in cima alle Torri Gemelle. Mi fa sempre strano pensare che non esiste più.
Alla fine, per diverse ragioni, presi New York assai male e non mi piacque. Tornai a casa e chiusi il capitolo America.

Lo riaprii nel ’96 per lavoro, a Chicago. Colsi l’occasione e ci attaccai una decina di giorni di ferie, che però trascorsi in Canada. Comunque a Chicago mi trovai tutto sommato bene e ne conservo un ricordo piacevole. Mi ripromisi di dare prima o poi una chance all’America, tipo chissà, un giorno coi figli.
La terza volta fu durante il giro del mondo del 2011: cercai in tutti i modi di evitare uno scalo negli Stati Uniti, a ribadire il mio disinteresse per una meta che tutto sommato è sempre lì e tanto prima o poi, ma non riuscii a trovare un volo dalle Hawaii a Vancouver e finii per arrendermi a uno scalo ad Atlanta, per rientrare poi in Europa da Panama. E che vuoi dire di una lunga e noiosa giornata ad Atlanta?
La quarta occasione fu nel 2014: ci andai di proposito e fu la volta di Boston, anche allora a marzo. Oddio, di proposito si fa per dire: fu l’unica destinazione per cui trovai posto con le solite miglia premio.
L'idea in sé alla fin fine non mi dispiaceva, era anche l'occasione per andare a vedere una partita dei Celtics. In realtà mi cautelai comunque verso la mia riluttanza agli Stati Uniti prenotando un volo da Boston alle Bermuda, che comunque erano "lì a due passi".
L’arrivo al Logan fu una delle mie peggiori esperienze di viaggio e contribuì a peggiorare la mia prevenzione verso gli americani, ma alla fine, quando ripartii alla volta dell’Atlantico, lasciai Boston a malincuore: nonostante ci abbia patito il freddo peggiore della mia vita, a tutt'oggi è una delle poche città al mondo, fra le migliaia che ho visitato, dove mi piacerebbe forse provare a vivere.
Peraltro proprio al Logan, sulla via del rientro, mi raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia di papà.
Non mi ha portato bene la mia quarta volta in America.

La quinta sarà questa. Transiterò da Los Angeles, giusto il tempo di cambiare aereo e tanto per aggiungere anche la California alla lunga lista delle occasioni lasciate indietro, per poi volare a Seattle, dove trascorrerò ventiquattr’ore: il solo tempo di fare una foto alla skyline e due passi per downtown, il minimo per respirare per la prima volta l’aria dell’ovest, versante grunge.
Ancora un volta la mia America durerà appena un battito di ciglia all’ombra di qualche grattacielo, nonostante ormai da qualche anno cerchi di farle il filo per un viaggio vero con tutta la famiglia, senza riuscire mai a far quadrare i conti.
Prima o poi accadrà, l’appuntamento è solo rimandato.

A Seattle prenderò un treno, come già feci nel ’96 da Toronto a Chicago, dal Canada agli States: questa volta sarà sulla costa opposta, a ritroso, dagli States al Canada, da Seattle a Vancouver.
A questo giro del mondo riesco dunque finalmente a transitare da Vancouver, dove trascorrerò due notti, che poi significa un solo giorno pieno per piazzare la mia bandierina.
E poi di nuovo scalo negli States, a Minneapolis, per spiccare il balzo finale verso l’Europa.
Ultimo touch and go ad Amsterdam, come nel 2011.

Alla fine non ho ancora fatto il calcolo delle ore che starò per aria e forse non voglio nemmeno saperlo. Mi viene in mente invece che nell’arco di ventiquattr'ore passerò dall'inverno europeo all'estate australe e, una settimana dopo, saranno sufficienti dodici ore per passare di nuovo dagli oltre trenta gradi delle Isole Cook, al rigido inverno boreale della costa pacifica americana. Solo il tasso di umidità sarà lo stesso, per quanto con effetti opposti.
Non sarà facile ragionare sull’unico bagaglio a mano che potrò portare con me: facendo i conti col peso, è fra l'altro probabile che anche in questa occasione rinunci a partire con la reflex e mi affidi solo al telefonino, come già fu a Boston e alle Bermuda, e nei Balcani, e alle Canarie, e in Ucraina e in Moldova, e in almeno un’altra dozzina di occasioni negli ultimi anni.
Deciderò all’ultimo istante, come al solito.

A làtere, questo giro del mondo sarà complementare a quello del 2011: allora attraversai il Pacifico settentrionale e rientrai dall’America meridionale, questa volta attraverserò il Pacifico meridionale e tornerò dall’America settentrionale, incrociando idealmente e perfettamente la rotta precedente.
Mi rimane il sogno nel cassetto di riuscire a fare un giro del mondo al contrario, d’inverno, passando per lo stretto di Bering: lo studio da tempo, ci ho provato anche questa volta, ormai conosco la teoria a memoria, ma metterlo in pratica continua ad essere logisticamente difficile nei tempi sempre molto stretti che ho a disposizione per queste avventure e, soprattutto, richiede risorse economiche impegnative.
Per quanto, trovato il volo per Anchorage, sono stato a un passo dallo schiacciare il tasto di conferma.

Perché sì, ci ho provato ad andare nell’Artico d’inverno. Avevo iniziato a comporre i pezzi del puzzle e informarmi su come affrontare i -50°C potenziali che mi avrebbero atteso a Barrow. Ma poi, al momento di trovarmi un alloggio, mi sono scontrato con il costo improponibile della logistica a quelle latitudini, persino su Airbnb, anche dieci volte quel che è possibile trovare alle Cook, a pari colazione, fuori scarafaggi e zanzare.
Il che è un peccato, perché sebbene sappia per esperienza che le zanzare artiche non hanno nulla da invidiare alle parenti tropicali portatrici di dengue, è pur vero che perlomeno non sopravvivono all'inverno.
Toccherà dunque investire in repellente, che comunque costerà meno di una colazione sulla banchisa.

Comunque.

Le Isole Cook saranno il mio Paese numero 100 secondo la classificazione del CIGV, il 120° in cui metterò piede secondo il ranking del Traveler's Century Club. Quando vent’anni fa o giù di lì doppiai quota cinquanta, raggiungendo così il limite minimo per iscriversi al CIGV, mi chiedevo quando mai sarei arrivato a guadagnarmi il titolo di socio Top 100. Allo stato dell'arte, se fossi ancora iscritto, il 2 marzo 2018 sarebbe la risposta. Il mio secondo 2 marzo 2018, per la precisione.
Il CIGV pone poi il traguardo successivo a quota 150 e naturalmente ho già un piano e un elenco. Fattibili, almeno nella mia testa.

Il dato più interessante l’ho però realizzato oggi e sono rimasto un po' sconcertato, perché ero convinto del contrario: le Cook non sono nella mia lista segreta. Ho dentro Kiribati, Tuamotu, Marchesi, Nauru, Niue e perfino Tokelau (considerando solo le isole del Pacifico, naturalmente), ma non Rarotonga ed Aitutaki.
Vorrei dire che è un errore di compilazione, ma non è così: in realtà mi sono sempre un po' sembrate la destinazione più scontata nel Pacifico, dopo Tahiti. Comunque ormai è andata: per batter eventualmente di nuovo il record d’inculoalmondo toccherà prima o poi spingersi perlomeno fino a Pitcairn.
Non la vedo facilissima.

Ma poi io sono quello dell’Everest e son claustrofobo, mi son sempre stati sul cazzo gli atolli sperduti.

Orizzontintorno torna dunque in pista a inizio marzo. Allacciate le cinture. Non staremo via molto, ma ce ne sarà comunque di che averne abbastanza molto rapidamente.
Soprattutto delle ben recensite bestiacce delle Isole Cook.

RTW2018Plan
RTW 2018: la rotta

P.S. No, non è questo, e non sarebbe stato nemmeno l'Alaska: alla fine quel piccolo progetto che avevo in mente per far fuori le miglia non sono riuscito a metterlo in pista. Ma meglio così: lo faremo in due, presto.
TAG: RTW2018, Cook Islands, cook, america, viaggi
00.53 del 26 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione. ..
[Continua a leggere]

TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017 | Commenti (1) 
 
Pagina successiva >>


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2018 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo