Orizzontintorno Carlo Paschetto
Logo orizzontintorno Carlo Paschetto


14 Meno quindici
FEB Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
PartenzaRTW20182
TAG: RTW, round the world, cook island, cook, america, viaggirica, viaggi
19.35 del 14 Febbraio 2018 | Commenti (0) 
 
26 Due volte il mondo (non quello che vorrei)
GEN Progetti
Saranno più d’uno i record che andrò ad aggiornare nella mia scorecard di viaggiatore globale con questo nuovo giro del mondo. Il primo, banalmente, è che per la seconda volta tornerò a casa avendo viaggiato sempre verso est e trasvolato tre oceani: un progetto nella mia lista at least once in my lifetime che avevo già centrato sette anni fa e che certo non pensavo avrei avuto occasione di ripetere, non negli stessi termini almeno, né soprattutto così a breve.
E invece, un po' per caso e senza averlo a piano, sono riuscito a tracciare una seconda rotta attorno al pianeta, ancora una volta grazie alle centinaia di migliaia di miglia premio accumulate negli ultimi anni.
Ancora una volta - peraltro - non la rotta dei miei sogni.
Per cui ce ne sarà una terza, prima o poi.

E poi.

Sulla tratta Abu Dhabi-Sydney volerò per la prima volta con l’aereo più grande del mondo, l’Airbus 380 a due piani, e sarà anche il volo senza scalo più lungo della mia vita: oltre quattordici ore, una in più dei miei precedenti sulle rotte per Giappone, Corea, Australia, Sudafrica e Sudamerica.
Mi viene in mente una sera di metà agosto del 2014, all’aeroporto di Johannesburg. Siamo tutti insieme, in attesa del volo di rientro per l’Europa. È un Jumbo 747: quando ero ragazzo era il simbolo dei grandi viaggi intercontinentali, da adulto ho poi avuto occasione di prenderlo diverse volte.
Prima di imbarcarci passiamo davanti alla fila degli A380 Lufthansa, British ed Emirates parcheggiati ai finger e ci chiediamo quando capiterà anche a noi l’opportunità di volare su uno di quegli impressionanti giganti dei cieli.

L'occasione capiterà il prossimo 1° marzo, ma per diverse ragioni sarò da solo. Lo ero anche nel 1998, quando mi imbarcai sul mio primo Jumbo alla volta della Malaysia.
Ripenso a quella sera a Johannesburg e niente: nell'ordine giusto delle cose questo battesimo del volo avrebbe dovuto essere a equipaggio completo e non riesco a scrollarmi di dosso l’inutilità di un secondo giro del mondo da solo, senza chi dovrebbe essere al mio fianco a decollare con me.

Farò il primo scalo e qualche ora di sosta negli Emirati, che ormai va un po' di moda: per me sarà un ritorno, diciotto anni dopo il mio viaggio in penisola arabica.
Mi trovavo ad Abu Dhabi la notte di capodanno del 2000. Prima di partire per il deserto e raggiungere l’oasi di Liwa, comprai il narghilè che ancora oggi arreda un angolo del salone di casa mia e feci una scorta di varie essenze e tabacchi aromatici che negli anni successivi ho poco consumato e che conservo, tutt’ora, non so esattamente dove. Ricordo di averli tirati fuori un paio d’anni fa da qualche scatolone, durante l’ultimo trasloco.
A questo giro non avrò il tempo di mettere il naso fuori dall’aeroporto, né d’altra parte quasi certamente la voglia. Prenderò un caffè, probabilmente americano, e mi attaccherò al WiFi aspettando di imbarcarmi per il balzo più lungo della mia vita.

Quattordici ore e un’altra manciata di fusi orari dopo, tornerò per la seconda volta anche in Australia. La prima fu nel 1999: mi fermai qualche giorno a Sydney, prima di ripartire per il Pacifico e la Nuova Caledonia. Quell’anno poi tornai indietro in modo tradizionale, viaggiando a ritroso verso ovest.
Questa volta invece farò solo un brevissimo stop over, meno di un paio d’ore, al punto che si potrebbe quasi dire che dalla terra dei canguri non passerò affatto. Rischio quasi di non avere il tempo di prendere il volo per Rarotonga, perché non so come e quando fare il check-in prima di arrivare a Sydney. Non viaggio con un biglietto unico e non potrò farlo né a Malpensa, né ad Abu Dhabi. Quando aprirà il check-in per il mio volo per Rarotonga, ventiquattr’ore prima, io sarò per aria da qualche parte in medio oriente.
Questo sarà il primo problema vero da risolvere: se in Australia mi obbligheranno a sdoganare, facendomi perdere tempo prezioso, potrei perdere il volo e mi ritroverei con un "no show" dall’altra parte del mondo, senza un biglietto aereo valido.
E sarebbe assai spiacevole.

Ma in qualche modo ce la farò. E resterà il fatto che per la seconda volta sarò arrivato fino in Australia senza di fatto metterci davvero piede, il che inizia a sembrarmi particolarmente assurdo. Parlandone razionalmente, intendo.
D'altra parte non c’è nulla di razionale in questo viaggio e dunque, sette anni dopo la prima occasione, per la seconda volta attraverserò il Pacifico e la linea del cambiamento di data e per la seconda volta ho sbagliato il conto dei giorni e delle notti nel prenotare e nel fare i calcoli. Ci sono cascato ancora.
Questa volta vivrò due volte il 2 marzo, nel 2011 vissi due volte il 20 aprile. Dopo questo viaggio avrò dunque guadagnato due giorni in più di vita sul calendario. Se fossi uno scrittore dell’ottocento ne verrebbe fuori un bel romanzo.

Alle Isole Cook mi fermerò una settimana, in attesa del primo volo diretto verso la costa occidentale dell’America. Un’intera settimana alle Cook per la verità mi pare una follia nella follia stessa di questo progetto di viaggio, soprattutto perché leggo che sarò lì in piena stagione ciclonica, una prospettiva non particolarmente allettante. È però l’unico modo per risparmiare tempo e denaro ed evitare di dover fare marcia indietro fino in Nuova Zelanda, aggiungendo voli a voli, scali a scali, cambi di fuso orario (e data) a cambi di fuso orario (e data).
Sfrutterò la sosta dividendomi fra Rarotonga e l'atollo di Aitutaki, sperando di non dover fare i conti non tanto con un uragano, che è un evento tutto sommato raro alla latitudine delle Cook, quanto col brutto tempo, che rovinerebbe irrimediabilmente le giornate nel Pacifico e complicherebbe il mio già pessimo rapporto coi voli oceanici.

Per aggirare lo spropositato costo del turismo nei mari del sud, ho approfittato dell'occasione per provare Airbnb e andare così a caccia di soluzioni alternative alla solita ricerca di un hotel su Booking.
Trovare una sistemazione ad Aitutaki non è semplicissimo, ci sono scarse opportunità: l'atollo è piuttosto remoto e piccolo, ma Airbnb è una risorsa incredibile e mi ha aperto orizzonti infiniti anche per tutti i miei futuri progetti - sì, lo so che sono l'ultimo arrivato. Inizio ad essere vecchio perfino per internet e d'altra parte non ho nemmeno un account su Instagram, per dire.
Comunque: ad Aitutaki c'è un po' da adattarsi insomma, a meno naturalmente di non soggiornare in uno dei due o tre resort da sette-ottocento euro a notte, che offrono la colazione inclusa, ma dove il WiFi si paga a parte.
Io sarò ospite di una coppia di medici in pensione che, mi pare di aver capito, sono di origine mista maori e neozelandese, e che vivono in un lodge isolato in mezzo alla foresta. Mi hanno avvisato che la connessione internet dipende dalle condizioni meteo. Non mi è chiarissimo quanto debba preoccuparmi degli ottocentoventicinque euro a notte di differenza rispetto ai bungalow del resort a un chilometro di distanza: di certo le zanzare sono le stesse.
A Rarotonga invece soggiornerò presso Carlo e Roberta, una coppia di italiani trapiantati laggiù. In questo caso la scelta è stata più difficile: su Airbnb c'erano almeno quattro o cinque opportunità interessanti che sulla carta, in base ai miei criteri di ricerca, se la giocavano alla pari. Alla fine ho un po' tirato la monetina e ho pensato che tutto sommato non mi dispiace l'idea di trascorrere una serata a chiacchierare con un paio di connazionali che han piantato tutto per trasferirsi in uno dei luoghi più remoti e sperduti del pianeta.
Comunque vada, prevedo un interessante travel log.

CarloeRoberta

Appena il tempo di essermi ripreso dai tredici fusi orari attraversati - se ho contato giusto - e dovrò nuovamente spostare le lancette avanti di altre due ore: un'altra notte in aereo mi porterà per la quinta volta negli Stati Uniti, la prima sulla costa occidentale. L’appello delle mie occasioni negli States racconta della mia natura di viaggiatore e dei miei viaggi ancor più delle opportunità perdute in Australia.

La prima volta fu nel 1991, una dozzina di giorni a New York e anzi, mi par di non essere nemmeno mai uscito da Manhattan, ché eran tempi che i tassisti nemmeno ti portavano più su della centodecima.
Mi sembrava assurdo andare a New York la prima volta e fermarmi solo due o tre giorni, volevo viverla davvero, impararla. Era la mia prima volta negli States e dovevo prenderne un po’ le misure, pur sapendo bene che non è certo America, New York. Ma se dovevo metter piede oltre oceano, tanto valeva iniziare da lì.
Da allora per me la Grande Mela è rimasta quella del panorama notturno dalle finestre del Windows of the world, in cima alle Torri Gemelle. Mi fa sempre strano pensare che non esiste più.
Alla fine, per diverse ragioni, presi New York assai male e non mi piacque. Tornai a casa e chiusi il capitolo America.

Lo riaprii nel ’96 per lavoro, a Chicago. Colsi l’occasione e ci attaccai una decina di giorni di ferie, che però trascorsi in Canada. Comunque a Chicago mi trovai tutto sommato bene e ne conservo un ricordo piacevole. Mi ripromisi di dare prima o poi una chance all’America, tipo chissà, un giorno coi figli.
La terza volta fu durante il giro del mondo del 2011: cercai in tutti i modi di evitare uno scalo negli Stati Uniti, a ribadire il mio disinteresse per una meta che tutto sommato è sempre lì e tanto prima o poi, ma non riuscii a trovare un volo dalle Hawaii a Vancouver e finii per arrendermi a uno scalo ad Atlanta, per rientrare poi in Europa da Panama. E che vuoi dire di una lunga e noiosa giornata ad Atlanta?
La quarta occasione fu nel 2014: ci andai di proposito e fu la volta di Boston, anche allora a marzo. Oddio, di proposito si fa per dire: fu l’unica destinazione per cui trovai posto con le solite miglia premio.
L'idea in sé alla fin fine non mi dispiaceva, era anche l'occasione per andare a vedere una partita dei Celtics. In realtà mi cautelai comunque verso la mia riluttanza agli Stati Uniti prenotando un volo da Boston alle Bermuda, che comunque erano "lì a due passi".
L’arrivo al Logan fu una delle mie peggiori esperienze di viaggio e contribuì a peggiorare la mia prevenzione verso gli americani, ma alla fine, quando ripartii alla volta dell’Atlantico, lasciai Boston a malincuore: nonostante ci abbia patito il freddo peggiore della mia vita, a tutt'oggi è una delle poche città al mondo, fra le migliaia che ho visitato, dove mi piacerebbe forse provare a vivere.
Peraltro proprio al Logan, sulla via del rientro, mi raggiunse la notizia dell’improvvisa malattia di papà.
Non mi ha portato bene la mia quarta volta in America.

La quinta sarà questa. Transiterò da Los Angeles, giusto il tempo di cambiare aereo e tanto per aggiungere anche la California alla lunga lista delle occasioni lasciate indietro, per poi volare a Seattle, dove trascorrerò ventiquattr’ore: il solo tempo di fare una foto alla skyline e due passi per downtown, il minimo per respirare per la prima volta l’aria dell’ovest, versante grunge.
Ancora un volta la mia America durerà appena un battito di ciglia all’ombra di qualche grattacielo, nonostante ormai da qualche anno cerchi di farle il filo per un viaggio vero con tutta la famiglia, senza riuscire mai a far quadrare i conti.
Prima o poi accadrà, l’appuntamento è solo rimandato.

A Seattle prenderò un treno, come già feci nel ’96 da Toronto a Chicago, dal Canada agli States: questa volta sarà sulla costa opposta, a ritroso, dagli States al Canada, da Seattle a Vancouver.
A questo giro del mondo riesco dunque finalmente a transitare da Vancouver, dove trascorrerò due notti, che poi significa un solo giorno pieno per piazzare la mia bandierina.
E poi di nuovo scalo negli States, a Minneapolis, per spiccare il balzo finale verso l’Europa.
Ultimo touch and go ad Amsterdam, come nel 2011.

Alla fine non ho ancora fatto il calcolo delle ore che starò per aria e forse non voglio nemmeno saperlo. Mi viene in mente invece che nell’arco di ventiquattr'ore passerò dall'inverno europeo all'estate australe e, una settimana dopo, saranno sufficienti dodici ore per passare di nuovo dagli oltre trenta gradi delle Isole Cook, al rigido inverno boreale della costa pacifica americana. Solo il tasso di umidità sarà lo stesso, per quanto con effetti opposti.
Non sarà facile ragionare sull’unico bagaglio a mano che potrò portare con me: facendo i conti col peso, è fra l'altro probabile che anche in questa occasione rinunci a partire con la reflex e mi affidi solo al telefonino, come già fu a Boston e alle Bermuda, e nei Balcani, e alle Canarie, e in Ucraina e in Moldova, e in almeno un’altra dozzina di occasioni negli ultimi anni.
Deciderò all’ultimo istante, come al solito.

A làtere, questo giro del mondo sarà complementare a quello del 2011: allora attraversai il Pacifico settentrionale e rientrai dall’America meridionale, questa volta attraverserò il Pacifico meridionale e tornerò dall’America settentrionale, incrociando idealmente e perfettamente la rotta precedente.
Mi rimane il sogno nel cassetto di riuscire a fare un giro del mondo al contrario, d’inverno, passando per lo stretto di Bering: lo studio da tempo, ci ho provato anche questa volta, ormai conosco la teoria a memoria, ma metterlo in pratica continua ad essere logisticamente difficile nei tempi sempre molto stretti che ho a disposizione per queste avventure e, soprattutto, richiede risorse economiche impegnative.
Per quanto, trovato il volo per Anchorage, sono stato a un passo dallo schiacciare il tasto di conferma.

Perché sì, ci ho provato ad andare nell’Artico d’inverno. Avevo iniziato a comporre i pezzi del puzzle e informarmi su come affrontare i -50°C potenziali che mi avrebbero atteso a Barrow. Ma poi, al momento di trovarmi un alloggio, mi sono scontrato con il costo improponibile della logistica a quelle latitudini, persino su Airbnb, anche dieci volte quel che è possibile trovare alle Cook, a pari colazione, fuori scarafaggi e zanzare.
Il che è un peccato, perché sebbene sappia per esperienza che le zanzare artiche non hanno nulla da invidiare alle parenti tropicali portatrici di dengue, è pur vero che perlomeno non sopravvivono all'inverno.
Toccherà dunque investire in repellente, che comunque costerà meno di una colazione sulla banchisa.

Comunque.

Le Isole Cook saranno il mio Paese numero 100 secondo la classificazione del CIGV, il 120° in cui metterò piede secondo il ranking del Traveler's Century Club. Quando vent’anni fa o giù di lì doppiai quota cinquanta, raggiungendo così il limite minimo per iscriversi al CIGV, mi chiedevo quando mai sarei arrivato a guadagnarmi il titolo di socio Top 100. Allo stato dell'arte, se fossi ancora iscritto, il 2 marzo 2018 sarebbe la risposta. Il mio secondo 2 marzo 2018, per la precisione.
Il CIGV pone poi il traguardo successivo a quota 150 e naturalmente ho già un piano e un elenco. Fattibili, almeno nella mia testa.

Il dato più interessante l’ho però realizzato oggi e sono rimasto un po' sconcertato, perché ero convinto del contrario: le Cook non sono nella mia lista segreta. Ho dentro Kiribati, Tuamotu, Marchesi, Nauru, Niue e perfino Tokelau (considerando solo le isole del Pacifico, naturalmente), ma non Rarotonga ed Aitutaki.
Vorrei dire che è un errore di compilazione, ma non è così: in realtà mi sono sempre un po' sembrate la destinazione più scontata nel Pacifico, dopo Tahiti. Comunque ormai è andata: per batter eventualmente di nuovo il record d’inculoalmondo toccherà prima o poi spingersi perlomeno fino a Pitcairn.
Non la vedo facilissima.

Ma poi io sono quello dell’Everest e son claustrofobo, mi son sempre stati sul cazzo gli atolli sperduti.

Orizzontintorno torna dunque in pista a inizio marzo. Allacciate le cinture. Non staremo via molto, ma ce ne sarà comunque di che averne abbastanza molto rapidamente.
Soprattutto delle ben recensite bestiacce delle Isole Cook.

RTW2018Plan
RTW 2018: la rotta

P.S. No, non è questo, e non sarebbe stato nemmeno l'Alaska: alla fine quel piccolo progetto che avevo in mente per far fuori le miglia non sono riuscito a metterlo in pista. Ma meglio così: lo faremo in due, presto.
TAG: RTW2018, Cook Islands, cook, america, viaggi
00.53 del 26 Gennaio 2018 | Commenti (0) 
 
01 Sì, anche io mi faccio i selfie (col bastone di mio figlio)
SET Amarcord, Coffee break, Mumble mumble
Leggevo qualche giorno fa uno spunto interessante sul mio socialino di riferimento riguardo gli effetti (danni?) che turismo di massa, internet, social network e selfie-mania hanno avuto sul nostro modo di viaggiare. È un tema molto ampio che abbraccia diversi argomenti degni di approfondimento. Provo a buttar giù due pensieri in ordine sparso sulla mia esperienza personale, una roba tipo "ai miei tempi", cercando di non perdermi. Insomma, uno di quei soliti pipponi infiniti, inutilmente prolissi, in cui sempre più raramente ho voglia di cimentarmi.

Dal 1982 ad oggi conto quarantadue viaggi in giro per il mondo, più o meno lunghi ed escludendo i soggiorni all’estero - parliamo di viaggi di piacere. Alcuni di essi li ho fatti da solo, una buona parte in due, qualcuno con i figli, in rarissime occasioni con uno o due amici fidati. I miei viaggi hanno in comune il fatto di essere stati tutti organizzati e portati a termine in autonomia, sebbene negli ultimi anni, da quando viaggio coi figli, a volte mi faccia dare una mano da un amico che ha un’agenzia, sempre con la speranza che lui riesca a farmi spendere meno di quel che spenderei io arrangiandomi. Non è mai vero per la cronaca, ma alla fine perlomeno risparmio un po’ di tempo nell’organizzazione. ..
[Continua a leggere]

TAG: Viaggi, selfie
18.19 del 01 Settembre 2017 | Commenti (1) 
 
07 Io sono un viaggiatore molto imperfetto
MAG Mumble mumble
Io sono un viaggiatore molto imperfetto. Sono quello che alla domanda Ah, maddai, sei stato a [riempire a piacere], hai quindi visto [imprescindibile must]? nove volte su dieci rispondo no e in almeno sette casi nemmeno so di cosa si stia parlando. Sono quello che non mangia mai quello che sicuramente avrebbe dovuto mangiare e che probabilmente nemmeno ne conosce l'esistenza. Sono quello che non ha partecipato all'evento rarissimo che capitava proprio in quei giorni al quale assolutamente bisognava partecipare, che non ha comprato nulla di quello che tutti comprano e nemmeno sa cos'è, che non ha letto, non ha visitato, non ha sicuramente fatto.
Ho visitato più di cento fra Paesi e territori del pianeta, viaggiando sempre in totale autonomia, e quasi sicuramente non sono stato nella maggior parte dei posti dove sarei dovuto andare e non ho visto il cinquanta per cento delle cose che avete visto voi negli stessi posti, impiegando la metà del tempo, spendendo un terzo, viaggiando accompagnati, o a vostra volta da soli. No, non è che abbia visto o fatto di meglio: è solo che probabilmente ho perso tempo dietro a qualche obiettivo che mi ero fissato in testa sa dio perché, salvo poi scoprire che il fatto che non ci andasse/interessasse/non lo facesse nessuno forse voleva dire qualcosa; o anche solo per sciocca ostinazione anticonformista; o semplicemente perché sono un viaggiatore molto pigro, per cui se devo alzarmi presto per fare o vedere qualcosa di assolutamente imprescindibile, ma che non ho scelto io di fare o vedere, è quasi certo che dormirò fino alle undici del mattino, o al massimo mi alzerò in tempo utile per non perdere l’ultimo turno della colazione in hotel, ché uscire fuori senza aver fatto colazione è la cosa che più mi irrita al mondo.
Tanto, in ogni caso, dopo aver fatto colazione è molto probabile che torni in camera e perda tempo un’altra ora buona. Nella migliore delle ipotesi ad aggiornare il blog, altrimenti a fare assolutamente nulla.

Eppure studio i miei viaggi per mesi, leggo tantissimo, mi segno cose, compilo liste, mi concentro su particolari insignificanti. Ecco, appunto: insignificanti.
Io sono un viaggiatore imperfetto che segue percorsi tutti suoi, spesso del tutto insignificanti. Ad occhi altrui.
Così, per esempio, potete stare certi che sono stato a Parigi cento volte, ci ho anche lavorato, la conosco molto bene e, vi garantisco, conosco cose di Parigi che nemmeno voi che ci vivete conoscete. Ma in tutti questi anni sono stato al Louvre una sola volta e credo di non averci resistito più di un’ora, di cui quindici minuti trascorsi a cercare di aprirmi un varco in mezzo alla folla che sostava davanti a Monna Lisa. Ho di recente letto una lista di cose assolutamente da vedere a Parigi e ce ne fosse stata una della quale abbia potuto dire ah, sì, questa in effetti celo.

Non torno a Londra dal 1984, né mi frega di tornarci. Non ho mai visto le piramidi del Cairo, ché detesto farmi largo fra i pullman.
Ma sono stato in Tango-Hanto in Giappone e ho fatto una deviazione del cazzo che mi è costata una giornata di viaggio per andare a vedere quella minchiata di monastero ortodosso bombardato e circondato da filo spinato a Prizren, in Kosovo. Nemmeno ricordo più come si chiama, poi, quel rùdere. Ho anche speso un bel po’ per andare a Chernobyl e peraltro oggi non potrei raccontarvi di Al Raqqa, nella valle dell’Eufrate, se non mi ci fossi infilato a cazzo per non so quale motivo e non ci avessi pure dormito. Belìn, Al Raqqa.
Non sono andato in Polinesia: potendo scegliere, sono stato - di proposito - in Melanesia, ché sono certissimo che tanto il mare sia lo stesso, solo che alle Loyalty Islands c’ero solo io, a Tahiti eravate in centomila. E in Australia ho schifato Ayers Rock per andare in Tasmania. D’inverno. Che c’è pure un clima allucinante, fa un freddo porco e piove a dirotto, sempre.

D’altra parte io detesto andare nei luoghi quando il clima è favorevole. Se devo andare al Polo Nord dev'essere d’inverno. Che mi importa di andarci in estate: lo so benissimo che si sta meglio ed è più vivibile, ma che diamine, il Polo Nord è bello proprio perché è estremo e dunque per quale mai ragione dovrei volerlo vedere addomesticato dal calore estivo?
- Ma se vai in Patagonia d’inverno non vedi i pinguini! E chissenefrega: li ho incontrati in Sudafrica e in compenso ho così visto le famose tempeste invernali del Paine, ché altrimenti che Patagonia sarebbe stata, senza? Anche se quando al Paine c'è una tempesta, credimi, non fai un metro fuori dal tuo rifugio.

(E comunque no, non è vero che chissenefrega: mi sono girati i coglioni. Oh se mi sono girati, all’epoca, per non aver visto i pinguini imperiali di Capo Horn).

Ore ve ne dico un’altra. Partire mi fa paura. Sono una persona estremamente ansiosa e nel mio bagaglio porto sempre mille timori.
Soffro maledettamente di claustrofobia, il che mi rende ostile il viaggiare con quasi qualunque mezzo pubblico, soprattutto autobus e treni affollati, sedili posteriori nelle auto, taxi americani, per non dire che mi angosciano tutte le camere di hotel che non posso raggiungere a piedi con una scala: praticamente, ormai, il novantacinque per cento degli hotel nelle grandi città di tutto il mondo.
Maledetti viaggi in ascensore, dannatissimi grattacieli. E poi ho paura di quasi tutte le porte chiuse. Negli hotel non chiudo mai a chiave la porta di camera. Per inciso, questo mi crea parecchi problemi anche coi bagni pubblici.
Però ho preso i treni in India e ho viaggiato per venticinque ore sul leggendario sleeper bus Golmud-Lhasa senza dare di matto, o farmi prendere dalle crisi di panico.

Non sono per nulla socievole e diffido di chiunque voglia vendermi o mi proponga qualsiasi cosa, per cui dico no a priori a tutto, a qualunque occasione o programma o iniziativa che mi vengano proposte e che escano dal perimetro di viaggio che mi sono idealmente preconfigurato. Sono un viaggiatore autonomo e indipendente, ma questo non significa affatto che io ami gli imprevisti, tutt’altro. Anzi, tendono piuttosto a innervosirmi e a mettermi ansia.
Il mio viaggio è nella mia testa, prima che altrove: se per qualche motivo esce dai binari che mi sono creato impiego poi parecchio a ritrovare la mia serenità e il mio punto di equilibrio.
Lo so: ho usato quattro volte l'aggettivo mio in quest'ultima frase. Ma sto raccontando come viaggio io, non come viaggiano quelli attorno a me.

Ho paura degli insetti e più in generale di tutto quello che è piccolo e striscia, vola, cammina e ha tante zampe. Eppure ho viaggiato nella giungla, nei deserti, in ambienti ben poco addomesticati e a volte del tutto incontaminati, spesso dormendo in tenda (quanto amo dormire in tenda!), ma credetemi, se vedo una bestia in giro potrei dormire sigillato in un piumone con una temperatura esterna di quaranta gradi.
Del resto l’ho fatto, al dormitorio del campo nella giungla malese: una notte di caldo asfissiante trascorsa interamente sveglio e completamente avvolto in una coperta. Non è servito: mi hanno fatto un braccio come un pallone, cosa sia stato non so.

E che dire del mio proverbiale terrore di volare. Quanto ne ho scritto anche qua dentro. Qualche anno fa, quando per lavoro volavo decine, centinaia di volte all'anno, ero riuscito a sconfiggere la paura. Credevo fosse in via definitiva: basta coi mal di stomaco e le notti in bianco prima di ogni volo, fine dei miei stati catatonici prima di salire su qualunque aereo, mai più ore di angoscia e mascelle serrate, inchiodato al mio posto con le cinture sempre allacciate, a costo di rimanerci anche per tredici ore filate sospeso in aria, figuriamoci andare almeno a pisciare.
Quel che però può l’abitudine, distrugge immediatamente la disabitudine. E a distanza di soli due anni, ci risiamo.
Almeno per questo ho comunque scoperto le pillole. Van bene anche per la claustro. Con due pillole ho sorvolato tutto il Pacifico e ho fatto il giro del mondo dormendo come un sasso. Sono andato in bagno persino un paio di volte e mi ci sono pure chiuso dentro. Ora le porto sempre con me, nel mio trolley.

Viaggio sempre con il solo bagaglio a mano. Con gli anni ho imparato ad andare ovunque, con qualunque clima, per qualunque tempo, portando soltanto il mio piccolo trolley ed eventualmente uno zainetto di scorta da far passare inosservato all'imbarco. Lo zainetto, quando c’è, è il mio compagno inseparabile e almeno all’andata, se posso, infilo anche lui nel trolley.
Ho fatto un giro del mondo col trolley piccolo, l’ho usato per viaggiare a quindici sotto zero e a quaranta sopra, per una settimana o un mese. Ho imparato a lasciare a casa la reflex pur di far stare tutto dentro quel solo trolley, ma negli ultimi anni non ho più rinunciato a un ombrello pieghevole. L’avvento dell’iPad, poi, mi ha fatto guadagnare moltissimo spazio e peso, perché ho smesso di portare il computer.
Nel mio trolley, naturalmente, oggi non manca mai nemmeno il necessario per procurarmi ogni strumento di ricarica per qualunque altro aggeggio elettronico mi porti dietro: tablet e telefono, sempre presenti all'appello, videocamera e macchine fotografiche, quando ci sono.
Quel che è certo è che la tecnologia, nel corso degli anni, mi ha sempre accompagnato, di qualunque generazione fosse. Nel 1990, in Patagonia, non avevo certo il telefonino né il computer portatile, ma viaggiavo col migliore altimetro analogico disponibile sul mercato, solo perché quelli digitali di allora, pionieristici, non erano altrettanto precisi. E io sono uno preciso.
L’ho smarrito quell’altimetro, proprio al campo base del Cerro Torre. Be’, non ci sarebbe stato posto migliore al mondo dove perderlo.

Per quanto viaggi, per quanto sia nomade, per quanto mi deprima rimanere a casa più di qualche settimana e per quanto potrei stare via mesi e mesi (l’ho fatto), ho bisogno di un punto fisso di riferimento. Ovunque io sia nel mondo, per quanto possa stare lontano da casa, ho bisogno di sapere che casa c’è. Che è qui e che prima o poi ci passerò. Perché prima o poi, sempre, ovunque mi trovi e indipendentemente da quanto tempo io manchi da casa, arriverà un momento in cui scoppierò a piangere e vorrò tornare.
Salvo il fatto, poi, che quando arriverò non vedrò l’ora di riandarmene tre giorni dopo e diventerò sempre più irritabile al dilatarsi della distanza fra l'ultimo rientro e la prossima ripartenza.
Forse viaggiare è la mia eterna ricerca del punto fisso ideale di riferimento, il mio capolinea perfetto. Che non so dove sia.

Quando parto per un viaggio, infine, quel viaggio l’ho già vissuto dozzine di volte ed è già archiviato. Perché il viaggio, qualunque viaggio, io lo preparo nella mia testa per mesi. Leggo, studio, pianifico, immagino. Quando parto, nell'esatto momento in cui mi metto in moto, quel viaggio è un progetto già riuscito e quindi io sto già pensando al prossimo viaggio.
Ogni mio viaggio, nel momento in cui lo sto vivendo, è accompagnato da un progetto in corso per il viaggio successivo. Sono un moto perpetuo che avanza di viaggio in viaggio, mai presente nel presente, sempre avanti nel futuro prossimo venturo.
A volte, mentre sto viaggiando, mi capita di realizzare all’improvviso questa cosa e mi fermo. Di colpo. Mi fermo proprio, se sto camminando smetto anche di camminare, e mi guardo intorno. Quello che cerco di fare è esattamente fissare quell’istante nella mia testa. Scolpirlo dentro. Viverlo nel presente. È un esercizio difficilissimo, ma talvolta ci provo.

C’è poi il fatto del viaggio che si scontra con le mie paure. Per cui, quando mi prende l'ansia, ogni volta giuro a me stesso che quella è l’ultima volta che viaggerò, che mai più, che in fondo ho viaggiato troppo, che posso anche fermarmi.
Lo penso ogni volta che salgo su un aereo, soprattutto alla partenza di un viaggio. Mi maledico, mi chiedo chi me lo ha fatto fare di nuovo, mi do del cretino. Poi, appena rientro a casa, metto insieme le idee per il prossimo viaggio, che naturalmente ho iniziato a programmare durante il viaggio appena concluso.

E poi in viaggio, spesso, io piango. Soprattutto in quei momenti in cui realizzo che sono in viaggio, davvero, e che sono esattamente nel luogo in cui ho sognato per mesi, per anni, di essere. Che sono proprio lì, che respiro quell’aria, che il momento preciso è quello.
Sono estremamente emotivo, lo sono ancor di più in viaggio. Ho pianto di fronte all’Everest e sulla Transiberiana, e a Capo Horn, e dozzine di altre volte. Quando piango sono sempre da solo.

Ho fatto del viaggiare la mia vita, o meglio, ho fatto del bisogno di viaggiare la mia vita, perché la verità è che non sono mai riuscito a viaggiare tanto quanto avrei voluto, né sono mai riuscito davvero a fare del viaggiare la mia professione, come ho sempre sognato.
Dopo qualche anno trascorso davvero a saltare da un aereo all'altro, da un hotel all'altro, con un trolley mai disfatto sempre al mio seguito, alla soglia dei cinquant'anni sono addirittura arrivato al paradosso di lavorare così vicino a casa, e così stanziale, come mai mi era capitato prima d'ora.
Ho perso il treno. Capita. Aspetti un treno per anni, magari senza nemmeno sapere bene a quale binario sederti ad aspettare, e quando finalmente sei lì lì per partire, proprio all'ultimo momento non puoi. Così è capitato, non ho potuto.
Certo, è sempre una scelta. Dico sempre che ho dovuto scegliere, ma comunque sia andata ho scelto io e punto.

A volte mi chiedo poi cosa io abbia fatto, davvero, per cercare di fare del viaggiare la mia vita: la verità è che non ho fatto nulla. Ché quando in passato c'è stato da scegliere, da rischiare, da mettersi in gioco, alla fine ho quasi sempre scelto la via più semplice e tranquilla, a meno proprio di non essermici trovato in mezzo, perché ho ascoltato le mie paure, e dunque?
Tranne nel 2002. Quando ho pensato che se non fossi partito in quel momento non sarei partito mai più. Così l’ho fatto. Sono partito.
E nel 2006, quando però sono partito per necessità, non per scelta, salvo il fatto che di nuovo, poi, non sarei mai più tornato.
Invece sono tornato. Entrambe le volte. Nonostante e dopo tutto quel tempo. Maledicendomi poi per mesi per essere tornato.
Ma anche queste sono state scelte.

Comunque fra un po’ ripartirò ancora, e poi ancora, e poi ancora, e poi ancora. Perché devo partire. Ho bisogno di partire.
Se vuoi sapere come sono, chi è quello che scrive, devi partire con me. E fidarti, anche se per tutto il viaggio, in ogni istante del viaggio con me, ti potrà sembrare che io stia viaggiando da solo e che non mi curi minimamente della tua presenza, anzi, che sia solo un fastidio.
È solo che sono dietro alle mie ansie e alle mie paure, sono preso a scacciarle, ma lo so bene che stiamo viaggiando insieme ed è una differenza importante, mi piace.

Ho viaggiato a lungo da solo, da solo davvero. In viaggio mi è persino capitato di non parlare per giorni e giorni. Ti dirò una cosa: lo so fare, non ho più bisogno da un pezzo di dimostrarmelo. Se voglio partire da solo - quando voglio partire da solo, o ho bisogno di partire da solo, perché a volte può ancora accadere - io parto da solo. Se ti chiedo di venire è perché voglio viaggiare con te, ché non ho voglia di un mio viaggio, anche se so che la destinazione la scelgo sempre io.
Io non scelgo mai i vini, né il canale alla tv, né i colori. Scelgo le destinazioni.
Ma poi non è nemmeno del tutto vero, non sempre perlomeno.

(Né è più vero, ormai da qualche anno, che io non torni mai nei luoghi dove sono già stato).

kk
agosto 2002, sulla Karakoram Highway, nello Xinjang
TAG: viaggiare
08.56 del 07 Maggio 2014 | Commenti (6) 
 
03 Ten years after. No, non la band.
MAG Amarcord, Diario
Dieci anni fa questo blog, e tutto il sito per la verità, non esistevano. Fossero esistiti probabilmente alcune cose avrebbero in seguito preso pieghe diverse, chissà. Comunque non importa e del resto io son sempre quello che non si volta mai indietro.
Dieci anni fa, d'altra parte, i blog erano un oggetto in stato piuttosto embrionale e l'alba dei social network era ancora lontana: se avevi voglia di raccontare, e di farti seguire, avevi poche strade che transitavano perlopiù dal passaparola.
Farsi seguire davvero, poi, era tutta un'altra faccenda, ché la geolocalizzazione prêt-à-porter era roba ancora ascritta alla fantascienza prossima ventura.

Dieci anni fa, oggi, pioveva a scrosci da giorni. Sembrava un giorno qualunque di novembre, invece era il 3 maggio anche dieci anni fa, oggi.
Siccome alla stazione Centrale dovevamo andare in taxi, uscii sotto il diluvio per portare l'auto al garage vicino a casa, ché il box non lo avevamo e non è che puoi lasciar la macchina in mezzo alla strada per sei mesi. Non certo a Milano, perlomeno, figùrati poi coi turni settimanali del lavaggio strade.

Dieci anni fa, per dire, io non avevo nemmeno una macchina fotografica digitale. Viaggiavo ancora con la Nikon F65 acquistata a Bangkok l'anno prima in seguito alla rottura delle mia fedele Yashica. E, se ben ricordo, il mio telefonino era il famoso Nokia a banana. Mi sembra che nei menù fosse presente una voce per configurargli l'accesso WAP, ma sulla rete WAP, dieci anni fa, non c'era praticamente un tubo. E comunque collegarsi al WAP non era certo qualcosa che facevi in roaming, né del resto potevi connetterti in roaming proprio ovunque, come fai oggi, ché i protocolli GSM, gli accordi fra compagnie telefoniche internazionali e tutti i bla bla bla del caso erano ancora ascritti alla voce "addavenì".
Così, se volevi scrivere, non ti restavano che le e-mail. Quelle sì, c'erano già da un pezzo, ma non è che le potessi scrivere dal Nokia a banana: dovevi cercarti un internet cafè, sebbene vada detto che in molti Paesi, soprattutto nel secondo e terzo mondo - soprattutto dove non era transitato il ministro Pisanu - eran già spuntati come funghi.

Dieci anni dopo qualcuno di voi sa come è poi andata. Altri no e magari han voglia, ora, di sapere cosa è accaduto dieci anni fa e com'era chiudersi la porta di casa alle spalle, per sei mesi, e salire su un treno senza un iPhone in tasca, né un tablet nello zaino.
Vent'anni prima, d'altra parte e se è per questo, non avevo nemmeno il telefonino. Ma è un'altra storia, che riguarda altre storie raccontate qua dentro, e questo non è un anniversario di tecnologia.
Dieci anni fa, oggi, fra le 17 e le 18 per l'esattezza, partivo con il treno. Un treno che peraltro di lì a un'ora si sarebbe fermato. Perché pioveva troppo.
TAG: asia overland, sabbatico, viaggi, viaggio
13.16 del 03 Maggio 2012 | Commenti (4) 
 
13 Comunque quello nella foto non è Marcello
APR Amarcord, Blog e luoghi
Douz
Ho iniziato a viaggiare in modo diverso nel '93, a Douz, dopo l'incontro con Marcello. E già incontrare per caso Marcello nella piazza del mercato di Douz era stata una di quelle inspiegabili e meravigliose coincidenze che capitano solo a coloro per cui il viaggio è una forma di divenire quotidiano, uno stato fisico e mentale a prescindere per il quale, comunque e dovunque ti svegli ogni mattina, quando apri gli occhi, per almeno una frazione di secondo ti chiedi dove.
Che peraltro è una condizione non facile. È far parte di una sorta di comunità parallela ed errante che si sposta invisibile attraverso il continuum di un mondo stanziale, al contrario e perlopiù dédito al pendolarismo ricorrente esotico o low cost. Che è cosa differente.

Me ne è capitata un'altra, per inciso, di queste coincidenze, ancorché indiretta in questo caso: quando Nicola, viaggiando da Melbourne a Cairns, incontrò e conobbe Giovanni e Sergio, e parlando del più e del meno - di viaggi, inutile dire - i due gli raccontarono del loro in Patagonia di qualche anno prima e dell'italiano che laggiù avevano incontrato. Così Nicola gli rispose che anche lui aveva un amico che aveva viaggiato in Patagonia, proprio nello stesso anno, che combinazione. Si chiamava Carlo, il suo amico, per caso lo stesso nome del tipo che Giovanni e Sergio avevano incontrato. Lo stesso Carlo. Certo, io.

Come la coppia di olandesi incontrati a Khiva, che avevo già incontrato a Kashgar qualche mese prima, e in effetti sì, c'eravamo già probabilmente incrociati a Lhasa ancor prima. Ma questo è facile, ché le lunghe rotte overland dell'Asia son poi sempre quelle e di questo ho già scritto e parlato parecchio altrove.
Questa è storia differente.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, in mezzo alla folla del mercato di Douz. Io arrivavo da Tozeur, lui da Ksar Ghilane. Ci eravamo visti l'ultima volta un paio di settimane prima in laboratorio al CNR di Milano, dove lavoravamo entrambi. Io sapevo dei suoi viaggi, lui sapeva dei miei, anche se all'epoca per me lui era un vero mito al cospetto del cui curriculum di viaggiatore la mia spedizione alle Svalbard dell'87 e i due mesi in Patagonia nell'inverno australe del '90 erano ben poca cosa.
Non parlavamo molto di viaggi, Marcello ed io, ché come tutti gli appartenenti alla comunità segreta ci si annusa a lungo, a distanza, si discute distrattamente di meteo e di aeroporti per misurare quanto l'altro ce l'abbia più o meno lungo di te, prima di entrare nel confronto diretto.
Che poi, in realtà, non c'è mai davvero alcuna deriva competitiva: se ci si annusa e ci si riconosce, dopo, si diventa amici. E in effetti Marcello ed io ci scoprimmo amici, dopo, almeno per un po', almeno prima di perderci di vista, solo per incontrarci nuovamente, molti anni dopo, su un volo Roma-Milano, entrambi al rientro da una settimana di lavoro nella capitale, entrambi in partenza la settimana successiva, lui per Bali col figlio neonato, io per Kuala Lumpur.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, e prima di scoppiare a ridere ci guardammo in faccia e ci chiedemmo, reciprocamente e contemporaneamente, ma tu che cazzo ci fai qui?
Ché è ben strano incontrarsi per caso nella piazza del mercato di Douz. Già lo sarebbe a Times square, per dire.

Marcello quella volta mi insegnò come procurarsi delle sbarre di ferro per smontare i copertoni dai cerchi di un'auto in un villaggio berbero del Sahara settentrionale. Ché smontare i copertoni è fondamentale per poter riparare una gomma in caso di foratura. Ché in caso di foratura, in mezzo al deserto, la gomma te la devi saper riparare da solo, ché mica vien l'ACI a prenderti.
E dove vuoi procurarti due sbarre di ferro - ne servon due - in un villaggio berbero, se non dal fabbro del paese? Basta farci un salto, disegnargli con una matita su un foglio a quadretti come vorresti che fossero forgiate le due sbarre e tempo venti minuti ecco pronti i tuoi strumenti del mestiere al modico prezzo di mille lire, o forse poco più.

Era giusto vent'anni fa. Ce l'ho ancora a casa una di quelle due sbarre. E non vi dico passarla dal metal detector dell'aeroporto di Tunisi.
Non l'ho mai usata, poi, comunque. Affondato nella sabbia parecchio, bucato mai. E quanta sabbia guidata negli anni successivi, grazie ai trucchi che imparai da Marcello quella volta.
Ma non è questo. Quel che mi insegnò Marcello non furono le sbarre di ferro, né le gomme da tenere un po' sgonfie, né le scale antisabbia.
Marcello mi insegnò i supermercati.

Quel pomeriggio Marcello ed io proseguimmo insieme il nostro errare a caso per i vicoli di Douz e, fra un tè e l'altro, Marcello mi portò in giro per supermercati ché, diceva lui, se tu vuoi conoscere qualcosa, davvero, di un Paese, va' al supermercato o guarda la televisione.
E in effetti la televisione io la guardavo già, sempre, ogni volta. È sempre la prima cosa che faccio tuttora quando arrivo in un Paese che non conosco: accendo la televisione e faccio zapping. Ché non c'entra nulla la lingua, non è importante la lingua, non è sulla lingua che ti devi concentrare. È sui contenuti. È sulle immagini. È nelle immagini della televisione lo specchio vero di ogni Paese e della cultura che vai per attraversare.
Ma al supermercato no: fino a quel giorno, al supermercato, non avevo mai pensato.

Nel '93 viaggiavo ancora con la guida turistica nello zaino: erano i tempi delle prime Lonely Planet, che ancora nessuno conosceva. Ricordo quella dell'Argentina: un volumetto di circa cento pagine. Quante sono l'edizione attuale?
Viaggiavo con la mia guida, prendevo nota di quel che assolutamente si doveva vedere, andavo, vedevo, fotografavo, spuntavo. Fatto.
Poi Marcello mi insegnò i supermercati: ad osservare la gente al supermercato e a comprare le cose nei supermercati. Cose strane. Oddio, strane per me, non per loro, quelli che in quei supermercati vanno ogni giorno.
Perché le cose migliori che puoi portarti a casa al ritorno da un viaggio lontano non sono le tipiche maschere di legno etiopi intagliate a mano, fabbricate in serie a Johannesburg, né le riproduzioni a mano delle antiche stampe Ming, prodotte in serie a Seoul, né le bussole dei sommergibili sovietici comprate al mercato di Yerevan, prodotte nelle fabbriche russe di vecchi giocattoli.
È la salsa per il kebab, comprata al supermercato di Douz, che chissà quando scade e, soprattutto, di cosa sa.
O la tazza del Nescafè, taroccata, comprata al supermercato centrale di Ulaan Baatar, reparto casalinghi.
O i maledetti pirogui surgelati, comprati al supermercato sotto casa a Warszawa.

Così adesso io viaggio parecchio per supermercati. E faccio la spesa. Con le borse di plastica.
I biscotti di Yerevan non sono male, per dire.
TAG: viaggiare, viaggio
00.01 del 13 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 


orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto orizzontintorno Carlo Paschetto
Copyright 2003-2018 Orizzontintorno   |   P. IVA 09609460960   |   Informazioni   |   info [at] orizzontintorno.com

Tutti i diritti riservati. I contenuti di questo sito sono licenziati Creative Commons Copyright. Orizzontintorno è un sito web di proprietà di Carlo Paschetto e non è da considerarsi in alcun modo una testata giornalistica in quanto non prevede periodicità nell'aggiornamento. Il titolare non si assume alcuna responsabilità per quanto pubblicato all'interno dei commenti del blog.

logo