Orizzontintorno Carlo Paschetto
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28 Far East in business class
OTT Travel Log: Far East for business, Spostamenti
E quindi a breve si riparte, ancora per lavoro, e questa volta si vola ad est. A parte essere la mia seconda volta in Giappone dopo il viaggio del 2006 e la seconda in Cina a quattordici anni di distanza dall'overland in Asia (la terza se considero Hong Kong nel '97), sarà soprattutto la mia prima occasione a Shanghai.
Ritorno dunque nuovamente in Asia per l'ennesima volta, ormai ho perso il conto. Ritorno nel continente che ha più segnato la mia vita, otto anni dopo la fuga in Corea, il mio ultimo viaggio in oriente, a parte un paio di stop over negli anni successivi.
È stata una lunga assenza, cercata, voluta. Avevo bisogno di chiudermi le porte a est. Eppure l'estremo oriente richiamava ormai da un po', ci stavo lavorando nuovamente da un paio di anni, con altri obiettivi e certo non per lavoro, e soprattutto non da solo.
E invece.

Ritorno in Giappone e in Cina con sentimenti imperscrutabili a me stesso, per il significato unico che entrambi i viaggi precedenti hanno avuto nella mia vita.
Il primo è anche l'unico paese al mondo nel quale ho sempre detto che sarei immediatamente tornato avendone la possibilità, io che non amo tornare mai da nessuna parte (ma anche questo, ormai, non è più vero da tempo, anzi: se c'è qualcosa che l'invecchiare mi ha portato è stata proprio la consapevolezza del voler tornare sì ovunque e non è un caso, suppongo).
Il secondo a modo suo mi ha segnato forse più di ogni altro. È uno dei paesi dove ho trascorso più tempo, gli ho costruito attorno il mio unico libro e ho lasciato irrisolta la sconfitta nel confronto culturale più complicato che abbia mai dovuto affrontare. Ho un conto aperto sedici anni fa che forse è venuto il momento di provare a chiudere.
E quindi di nuovo in Cina e in Giappone, questa volta da solo.

Il 2018 era partito sconfitto e stancamente arreso a un destino che credevo ormai inesorabilmente tracciato davanti a me. Chiuderà avendomi portato (quasi) due giri del mondo e quattro continenti in pochi mesi, circa centomila chilometri per aria, terra ed acqua. Una statistica fuori scala persino per me.
È all'improvviso diventato l'anno dei ritorni, in America, in Oceania, in Asia. L'anno in cui avrò toccato, talvolta solo per il tempo di un caffè, Sydney e Los Angeles, Houston e Tokyo, Abu Dhabi e Seattle, Philadelphia e Vancouver, Shanghai, New York e Rarotonga.
È arrivato forse tardi, ché la mia vita ormai è qui e quando è stato il tempo quel tempo è stato bruscamente interrotto da altri eventi, o forse è arrivato al momento giusto, ché a cinquant'anni suonati da un pezzo, con quel che sono stati gli ultimi dieci, è tempo di rimettersi in gioco e provare, per una volta, almeno una volta, a fare davvero sul serio.
Così ci sto provando. Di occasioni per caso, in vita mia, ne ho gettate al vento oltre misura e la stazione che ho lasciato è ormai vuota, rimane aperto solo lo sportello degli arrivi.

E quindi a breve si riparte. Metterò piede anche in Qatar, ma questa volta, purtroppo, non basterà: non riuscirò a piantare la mia centoicsesima bandierina a Doha, troppo brevi gli stop over in andata e ritorno, solo due ore, non saranno sufficienti per tentare la sortita e uscire almeno dall'aeroporto, e mi rode, mi rode sempre, come sempre. Non mi basta mai.

Come d'abitudine sto preparando la mia mappa. Sfoglio la Pocket Lonely Planet di Shanghai e mi segno cose. Avrò un mezzo sabato e una domenica intera, in mezzo alle due settimane di viaggio e lavoro, e viaggio e lavoro, e ancora viaggio e ancora lavoro, e dunque punto gli spilli cercando di unire tutti i puntini affinché il mio disegno sia il più completo possibile nel pochissimo tempo a disposizione.
A Tokyo invece arriverò di sera e d'altra parte sarò solo in transito per la mia prima destinazione, Fujisawa.
Non importa, Tokyo la conosco e la ricordo bene. Sto comunque studiando. Fujisawa si trova a poco più di un'ora di treno da Tokyo: una cena a Shinjuku, una foto per i ragazzi dallo Shibuya crossing, potrebbero anche scapparci, perché no. E poi Fujisawa è a soli venti minuti da Kamakura: mi piacerebbe tornarci dopo tutti questi anni, per quanto vorrebbe dire affrontare da solo il mio passato, e dunque non so. Non so.
E poi, alla fine, quando? Una sera per cena?
Non so.

Forse no. Forse resterò la sera a gironzolare a caso per Fujisawa, Okayama poi, un Nozomi in mezzo.
E i grattacieli di Suzhou. Mi dicono che ci sono dei bei giardini.
Ci sono i grattacieli a Suzhou?
Non so, non so.

JPN-CHN-01
TAG: viaggiare, viaggio, oriente, Shanghai
15.48 del 28 Ottobre 2018 | Commenti (0) 
 
03 Ten years after. No, non la band.
MAG Amarcord, Diario
Dieci anni fa questo blog, e tutto il sito per la verità, non esistevano. Fossero esistiti probabilmente alcune cose avrebbero in seguito preso pieghe diverse, chissà. Comunque non importa e del resto io son sempre quello che non si volta mai indietro.
Dieci anni fa, d'altra parte, i blog erano un oggetto in stato piuttosto embrionale e l'alba dei social network era ancora lontana: se avevi voglia di raccontare, e di farti seguire, avevi poche strade che transitavano perlopiù dal passaparola.
Farsi seguire davvero, poi, era tutta un'altra faccenda, ché la geolocalizzazione prêt-à-porter era roba ancora ascritta alla fantascienza prossima ventura.

Dieci anni fa, oggi, pioveva a scrosci da giorni. Sembrava un giorno qualunque di novembre, invece era il 3 maggio anche dieci anni fa, oggi.
Siccome alla stazione Centrale dovevamo andare in taxi, uscii sotto il diluvio per portare l'auto al garage vicino a casa, ché il box non lo avevamo e non è che puoi lasciar la macchina in mezzo alla strada per sei mesi. Non certo a Milano, perlomeno, figùrati poi coi turni settimanali del lavaggio strade.

Dieci anni fa, per dire, io non avevo nemmeno una macchina fotografica digitale. Viaggiavo ancora con la Nikon F65 acquistata a Bangkok l'anno prima in seguito alla rottura delle mia fedele Yashica. E, se ben ricordo, il mio telefonino era il famoso Nokia a banana. Mi sembra che nei menù fosse presente una voce per configurargli l'accesso WAP, ma sulla rete WAP, dieci anni fa, non c'era praticamente un tubo. E comunque collegarsi al WAP non era certo qualcosa che facevi in roaming, né del resto potevi connetterti in roaming proprio ovunque, come fai oggi, ché i protocolli GSM, gli accordi fra compagnie telefoniche internazionali e tutti i bla bla bla del caso erano ancora ascritti alla voce "addavenì".
Così, se volevi scrivere, non ti restavano che le e-mail. Quelle sì, c'erano già da un pezzo, ma non è che le potessi scrivere dal Nokia a banana: dovevi cercarti un internet cafè, sebbene vada detto che in molti Paesi, soprattutto nel secondo e terzo mondo - soprattutto dove non era transitato il ministro Pisanu - eran già spuntati come funghi.

Dieci anni dopo qualcuno di voi sa come è poi andata. Altri no e magari han voglia, ora, di sapere cosa è accaduto dieci anni fa e com'era chiudersi la porta di casa alle spalle, per sei mesi, e salire su un treno senza un iPhone in tasca, né un tablet nello zaino.
Vent'anni prima, d'altra parte e se è per questo, non avevo nemmeno il telefonino. Ma è un'altra storia, che riguarda altre storie raccontate qua dentro, e questo non è un anniversario di tecnologia.
Dieci anni fa, oggi, fra le 17 e le 18 per l'esattezza, partivo con il treno. Un treno che peraltro di lì a un'ora si sarebbe fermato. Perché pioveva troppo.
TAG: asia overland, sabbatico, viaggi, viaggio
13.16 del 03 Maggio 2012 | Commenti (4) 
 
13 Comunque quello nella foto non è Marcello
APR Amarcord, Blog e luoghi
Douz
Ho iniziato a viaggiare in modo diverso nel '93, a Douz, dopo l'incontro con Marcello. E già incontrare per caso Marcello nella piazza del mercato di Douz era stata una di quelle inspiegabili e meravigliose coincidenze che capitano solo a coloro per cui il viaggio è una forma di divenire quotidiano, uno stato fisico e mentale a prescindere per il quale, comunque e dovunque ti svegli ogni mattina, quando apri gli occhi, per almeno una frazione di secondo ti chiedi dove.
Che peraltro è una condizione non facile. È far parte di una sorta di comunità parallela ed errante che si sposta invisibile attraverso il continuum di un mondo stanziale, al contrario e perlopiù dédito al pendolarismo ricorrente esotico o low cost. Che è cosa differente.

Me ne è capitata un'altra, per inciso, di queste coincidenze, ancorché indiretta in questo caso: quando Nicola, viaggiando da Melbourne a Cairns, incontrò e conobbe Giovanni e Sergio, e parlando del più e del meno - di viaggi, inutile dire - i due gli raccontarono del loro in Patagonia di qualche anno prima e dell'italiano che laggiù avevano incontrato. Così Nicola gli rispose che anche lui aveva un amico che aveva viaggiato in Patagonia, proprio nello stesso anno, che combinazione. Si chiamava Carlo, il suo amico, per caso lo stesso nome del tipo che Giovanni e Sergio avevano incontrato. Lo stesso Carlo. Certo, io.

Come la coppia di olandesi incontrati a Khiva, che avevo già incontrato a Kashgar qualche mese prima, e in effetti sì, c'eravamo già probabilmente incrociati a Lhasa ancor prima. Ma questo è facile, ché le lunghe rotte overland dell'Asia son poi sempre quelle e di questo ho già scritto e parlato parecchio altrove.
Questa è storia differente.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, in mezzo alla folla del mercato di Douz. Io arrivavo da Tozeur, lui da Ksar Ghilane. Ci eravamo visti l'ultima volta un paio di settimane prima in laboratorio al CNR di Milano, dove lavoravamo entrambi. Io sapevo dei suoi viaggi, lui sapeva dei miei, anche se all'epoca per me lui era un vero mito al cospetto del cui curriculum di viaggiatore la mia spedizione alle Svalbard dell'87 e i due mesi in Patagonia nell'inverno australe del '90 erano ben poca cosa.
Non parlavamo molto di viaggi, Marcello ed io, ché come tutti gli appartenenti alla comunità segreta ci si annusa a lungo, a distanza, si discute distrattamente di meteo e di aeroporti per misurare quanto l'altro ce l'abbia più o meno lungo di te, prima di entrare nel confronto diretto.
Che poi, in realtà, non c'è mai davvero alcuna deriva competitiva: se ci si annusa e ci si riconosce, dopo, si diventa amici. E in effetti Marcello ed io ci scoprimmo amici, dopo, almeno per un po', almeno prima di perderci di vista, solo per incontrarci nuovamente, molti anni dopo, su un volo Roma-Milano, entrambi al rientro da una settimana di lavoro nella capitale, entrambi in partenza la settimana successiva, lui per Bali col figlio neonato, io per Kuala Lumpur.

Così ci incontrammo per caso, Marcello ed io, e prima di scoppiare a ridere ci guardammo in faccia e ci chiedemmo, reciprocamente e contemporaneamente, ma tu che cazzo ci fai qui?
Ché è ben strano incontrarsi per caso nella piazza del mercato di Douz. Già lo sarebbe a Times square, per dire.

Marcello quella volta mi insegnò come procurarsi delle sbarre di ferro per smontare i copertoni dai cerchi di un'auto in un villaggio berbero del Sahara settentrionale. Ché smontare i copertoni è fondamentale per poter riparare una gomma in caso di foratura. Ché in caso di foratura, in mezzo al deserto, la gomma te la devi saper riparare da solo, ché mica vien l'ACI a prenderti.
E dove vuoi procurarti due sbarre di ferro - ne servon due - in un villaggio berbero, se non dal fabbro del paese? Basta farci un salto, disegnargli con una matita su un foglio a quadretti come vorresti che fossero forgiate le due sbarre e tempo venti minuti ecco pronti i tuoi strumenti del mestiere al modico prezzo di mille lire, o forse poco più.

Era giusto vent'anni fa. Ce l'ho ancora a casa una di quelle due sbarre. E non vi dico passarla dal metal detector dell'aeroporto di Tunisi.
Non l'ho mai usata, poi, comunque. Affondato nella sabbia parecchio, bucato mai. E quanta sabbia guidata negli anni successivi, grazie ai trucchi che imparai da Marcello quella volta.
Ma non è questo. Quel che mi insegnò Marcello non furono le sbarre di ferro, né le gomme da tenere un po' sgonfie, né le scale antisabbia.
Marcello mi insegnò i supermercati.

Quel pomeriggio Marcello ed io proseguimmo insieme il nostro errare a caso per i vicoli di Douz e, fra un tè e l'altro, Marcello mi portò in giro per supermercati ché, diceva lui, se tu vuoi conoscere qualcosa, davvero, di un Paese, va' al supermercato o guarda la televisione.
E in effetti la televisione io la guardavo già, sempre, ogni volta. È sempre la prima cosa che faccio tuttora quando arrivo in un Paese che non conosco: accendo la televisione e faccio zapping. Ché non c'entra nulla la lingua, non è importante la lingua, non è sulla lingua che ti devi concentrare. È sui contenuti. È sulle immagini. È nelle immagini della televisione lo specchio vero di ogni Paese e della cultura che vai per attraversare.
Ma al supermercato no: fino a quel giorno, al supermercato, non avevo mai pensato.

Nel '93 viaggiavo ancora con la guida turistica nello zaino: erano i tempi delle prime Lonely Planet, che ancora nessuno conosceva. Ricordo quella dell'Argentina: un volumetto di circa cento pagine. Quante sono l'edizione attuale?
Viaggiavo con la mia guida, prendevo nota di quel che assolutamente si doveva vedere, andavo, vedevo, fotografavo, spuntavo. Fatto.
Poi Marcello mi insegnò i supermercati: ad osservare la gente al supermercato e a comprare le cose nei supermercati. Cose strane. Oddio, strane per me, non per loro, quelli che in quei supermercati vanno ogni giorno.
Perché le cose migliori che puoi portarti a casa al ritorno da un viaggio lontano non sono le tipiche maschere di legno etiopi intagliate a mano, fabbricate in serie a Johannesburg, né le riproduzioni a mano delle antiche stampe Ming, prodotte in serie a Seoul, né le bussole dei sommergibili sovietici comprate al mercato di Yerevan, prodotte nelle fabbriche russe di vecchi giocattoli.
È la salsa per il kebab, comprata al supermercato di Douz, che chissà quando scade e, soprattutto, di cosa sa.
O la tazza del Nescafè, taroccata, comprata al supermercato centrale di Ulaan Baatar, reparto casalinghi.
O i maledetti pirogui surgelati, comprati al supermercato sotto casa a Warszawa.

Così adesso io viaggio parecchio per supermercati. E faccio la spesa. Con le borse di plastica.
I biscotti di Yerevan non sono male, per dire.
TAG: viaggiare, viaggio
00.01 del 13 Aprile 2012 | Commenti (0) 
 


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