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17 Di America e solitudine e ghiaccio sotto
DIC Diario, Travel Log: Business Trips 2019
Giorni fa sul volo per Houston ho visto questo film molto americano, “Breakthrough”, tratto da una recente storia vera che narra la vicenda di un ragazzino di quattordici anni sopravvissuto a un annegamento in un lago ghiacciato.
È quello che si potrebbe definire un film a scopo di evangelizzazione, immagino prodotto coi finanziamenti della chiesa presbiteriana-avventista-pentecostale o qualcosa del genere, interamente centrato sulla tesi del miracolo che interviene di fronte alla resa della medicina, e dunque della scienza. Le preghiere della mamma che vincono dove l'intubazione e il defribillatore non possono più nulla, insomma.
Oh, magari ci sta. Dacché poi ci si va a interrogare sull'imperscrutabilità del disegno divino che salva il ragazzo vitaminico della famiglia bene americana, ma condanna i poveri negri della porta accanto (che infatti verso la fine del film si lamentano e protestano anche un po': ma come, perché tu sì e mio papà no?).
Comunque.

La storia scava a fondo nella cultura cattolica profondamente bigotta e conservatrice - qui ovviamente imprescindibile per ogni buon americano - tipica della provincia yankee, dove democrazia e giustizia sono amministrate affidandosi all’interpretazione letterale della Bibbia e la bandiera americana sventola davanti a ogni casa e al cospetto di Dio. È quel tipo di cultura evangelica che affonda le radici nei discendenti dei padri Pellegrini e ancora oggi si radicalizza ad esempio nelle comunità mormoni che avevo visto in Ohio qualche mese fa.
A modo suo Breakthrough è un film anche commovente e coinvolgente, e d’altra parte è costruito apposta per far piangere e portare in chiesa gli onesti cittadini patrioti americani, retorico a sfiorare il grottesco, spaventosamente reale nella rappresentazione dell’America vera, quella al di là del New England e dell’avanguardia Californiana, l’America profonda, coi suoi sermoni, i suoi pastori, le congregazioni, i college, le piccole comunità del countryside.
Un film dell’orrore, a seconda dell'angolo di osservazione, ma con un suo punto.

Sorvolavamo le sterminate pianure gelate del Minnesota e dell’Iowa, una teoria infinita di forme geometriche disegnate dai campi di grano spolverati di neve e ricoperti di ghiaccio, e dal reticolo di strade rettilinee che tagliano tutta la regione centrale degli Stati Uniti; un mosaico invernale affascinante che avevo già apprezzato un anno fa durante il volo da Seattle a Minneapolis.
Ogni tessera del mosaico è punteggiata dalla sua farm, la vedi bene anche da dodicimila metri di quota e puoi immaginare il pickup inesorabilmente parcheggiato davanti alla porta del garage, il mulino per il pozzo d’acqua, la bandiera americana che sventola orgogliosa nel prato antistante, il recinto che delimita il terreno di proprietà, la cassetta della posta all’intersezione fra il viale d’accesso alla casa colonica e la strada statale.
Un rettangolo bianco, il quadratino nero della casa, un altro rettangolo bianco, un altro quadratino nero al suo interno. Ore così in volo e hai visto l’America.
E allora la capisci la solitudine di questa gente che vive nel nulla, in mezzo a un territorio così sconfinato che ci vogliono ore di volo per attraversarlo, il cui vicino sta a mezz'ora a piedi di pianura gelata, e che però si sente invasa dallo straniero e costruisce il muro con il Messico, duemila chilometri più a sud, e poi va a combattere in Iraq per portar la Bibbia ed insegnare la vita in comunità.
La capisci la solitudine di questa gente per cui lo straniero è quello che viene dalla contea vicina e magari mette gli occhi sulle donne che frequentano il tuo bowling e con cui hai fatto la scuola elementare.
Le capisci le comunità avventiste, il sermone in chiesa la domenica, il pastore che conosce la vita di tutti gli abitanti nel perimetro del villaggio - ovvero nel raggio di qualche dozzina di rettangoli disegnati nella pianura infinita - e che durante la celebrazione della domenica chiama i fedeli uno a uno per nome, chiede loro di fronte a tutti se hanno peccato, se hanno guardato alla tv quello show sconveniente, e allo stesso tempo se hanno bisogno di un falegname, di un idraulico, di un aiuto col bambino piccolo.
Guardi per ore la pianura congelata sotto di te e comprendi perfettamente la solitudine e l'appartenenza alla comunità.

Così riflettevo sul fatto che mai come in questo periodo mi sono sentito così solo, e all’improvviso la vita raccontata in Breakthrough ha un suo senso, ha senso la ricerca di una comunità che qui si declina nel credere ai miracoli, nello stringersi assieme la domenica, attorno a una chiesa, a un gruppo di anime solitarie disperse in mezzo a un orizzonte scoraggiante.
Persino io, nella mia misantropia, forse darei di matto. Se invece di dovermi far spazio dentro a un condominio della Brianza e lottare ogni giorno per scappare dall'abbraccio mortale del traffico pendolare, dovessi camminare nel vuoto della pianura del Minnesota, o del Kansas, o dell'Iowa, o del Nebraska, per poter anche solo parlare con qualcuno, forse andrei a bussare al vicino per chiedergli il latte, forse andrei dal pastore la domenica per confessargli i miei peccati, forse chiederei di entrare nel gruppo di preghiera del sabato mattina, forse mi ritroverei la sera sotto alle finestre della casa di un membro della mia comunità, insieme ai pompieri, alla polizia, agli insegnanti, ai colleghi di lavoro, con una candela accesa a pregare perché il figlio guarisca presto.

Forse la follia americana è tutta nel volersi appropriare di un territorio assurdo, volerlo colonizzare, resistergli attraverso inverni gelidi, estati umide e flagellate dai tornado, anno dopo anno, l’orizzonte piatto intorno, il mare a migliaia di chilometri, il confine più vicino a giorni e giorni di autobus, per poi trovarsi davanti a un muro nel nulla, e di là c’è il Messico, per dire, mica l’Europa, mica Londra, Parigi, Roma, Berlino, Madrid, Praga, Tokyo, Shanghai, Papeete.
Di là c’è Ciudad Juarez. E se vai dall’altra parte, a nord, solo foreste e gelo per grande parte dell’anno, e alci, e fiumi artici e violenti, e laghi, e montagne e ghiacciai invalicabili.
In mezzo il nulla. Nemmeno più i bufali, nemmeno più gli indiani.
E allora, la solitudine.

Così sorvolavamo le grandi pianure gelate del Minnesota e dello Iowa, avevo visto Breakthrough, che è un orrendo polpettone tanto assurdo e inutile da fare il giro completo e diventare un imprescindibile saggio sull’America, e intanto riflettevo sulla mia solitudine.

È stato un volo magnifico, la mia trentacinquesima traversata atlantica. Appicciato al finestrino come un bambino, a guardare per ore il mondo freddo, le misteriose e inesplorate distese ghiacciate della Groenlandia, prima, la banchisa al largo del Labrador, poi, Il Minnesota congelato, ore dopo ancora, e per tutto il volo l’incontenibile desiderio di essere laggiù, in mezzo al nulla, coi miei sci, le pelli di foca, ad avanzare da solo nell’ignoto: nessuna traccia tranne la mia, nessun rumore tranne il gelo artico, nessuna forma di vita a parte gli orsi polari, le volpi e gli alci alla ricerca di cibo.

È stato un volo magnifico la mia trentacinquesima traversata atlantica, la cinquantatreesima trasvolata oceanica in totale. Mi ha ricordato la seconda, quasi trent’anni fa, tornando da Rio de Janeiro, quell’insopportabile italiano qualche fila più avanti, con la camicia a fiori aperta sulla catena d’oro al collo, che spiegava a tutti noi di essere alla sedicesima e si vantava delle sue conquiste in Brasile, e io che cercavo di ignorarlo con fastidio e disprezzo, ma intanto mi chiedevo se sarei mai arrivato nella vita a poter girare così tanto il mondo da attraversare l’oceano sedici volte, da dovermele segnare per non perdere il conto.

Ché si sa, di ogni cosa io tengo il conto, sempre.
Sta alla voce "manie assurde".
Ché sì, è vero, anche questo sono io. Non è che mi faccia vivere bene e il risultato sempre questo è.
Finisce sempre che conto per uno.

VoloAmerica1
VoloAmerica2
In volo sulla Groenlandia
VoloAmerica3
La banchisa al largo delle coste del Labrador
VoloAmerica4
La pianura gelata del Minnesota
TAG: america, volare
05.32 del 17 Dicembre 2019 | Commenti (0) 
   
10 Di sabati, di voli, di progetti, di solitudine
NOV Diario, Progetti
Sabato mattina, dai Velux filtra la luce del sole a illuminare la mansarda e il letto disfatto, dopo giornate e giornate di pioggia pesante, autunnale. Mi sono svegliato tardi, mi aggiro da solo per casa, questa settimana i ragazzi non ci sono. Ho il vuoto davanti per tutto il weekend.
Negli ultimi due giorni una botta di influenza mi ha messo fuori combattimento, male di stagione lo chiamano.
Il male di stagione sono questi fine settimana solitari che iniziano quasi all’ora di pranzo e terminano col buio che cala rapidamente quando è ancora metà pomeriggio, il tempo che scivola via nel nulla e che nessuno mi ridarà più indietro, buttato in silenzio, lo zero assoluto attorno e davanti a me.
L’impianto di casa diffonde Moonlight Benjamin e i Gotan Project, mando un messaggio a Carola per condividere la playlist con la mia piccola musicista. So che apprezzerà.
Metto su un paio di lavatrici ed esco a fare un po’ di spesa. Fine del weekend.

Sono stato sveglio fino a tardissimo a guardare gli aerei. A volte, quando non ho sonno e inizio a rigirarmi nel letto, se non ho voglia di andare avanti con la pila di libri a fianco del mio letto, apro al buio Flightradar24 sul telefonino e mi metto a guardare in tempo reale gli aerei che volano in giro per il mondo.
Vado a caccia di voli strani, lunghi, remoti. Di solito cerco quelli che volano il più a nord possibile, lungo le estreme rotte polari. Aerei solitari, che viaggiano distanti dall’affollatissimo traffico continentale europeo, americano e asiatico, lontani da qualunque alternativo. Gli alternativi sono gli aeroporti di emergenza, quelli che in ogni istante garantiscono un punto di atterraggio in caso di problemi.
Ne ho presi di voli così, come quando ho attraversato il Pacifico, da Seul alle Hawaii e dalle Hawaii agli Stati Uniti: otto ore di oceano per tratta, e in mezzo il nulla. Durante la notte spengono i monitor sui quali viene proiettata la rotta. Non c'è nulla da vedere nel raggio di migliaia di chilometri, solo oceano, e oceano, e oceano.
Come un anno fa, sul volo da Rarotonga a Los Angeles, di nuovo attraverso il Pacifico. Superate le Marchesi più nulla per quasi sei ore e monitor spenti. La notte che non finisce mai, per quanto breve possa essere volando incontro all'alba verso est, ogni minima turbolenza a ricordarti che non c'è nulla sotto di te. Acqua.
Ieri notte ho seguito per oltre un’ora United 807, in volo da Washington IAD a Pechino PEK.

Intercetto UA 807 mentre sta per oltrepassare la costa settentrionale della Groenlandia, ultimo lembo di terraferma prima del Polo Nord, a latitudine 84°N circa. Prosegue solitario in volo verso il Polo, nel raggio di centinaia di chilometri non c’è altro aereo attorno a fargli compagnia, o a seguirlo sulla sua rotta estrema. Nemmeno la mappa ce la fa a stargli dietro: attorno a latitudine 85°N il software lo perde, Google Map non ha i dati. La sua posizione è ora solo una coppia di coordinate, la cui variazione mi fa compagnia illuminando il buio della mia mansarda mentre la pioggia batte regolare sui Velux.
Non ho mai visto un volo spingersi così a nord. Mi capita di vederne a latitudine ottantadue, ottantatré qualche volta, soprattutto sulla rotta del Pacifico settentrionale attraverso lo Stretto di Bering. La seguono i voli fra la costa est degli Stati Uniti e l’estremo oriente, i voli Korean, Asiana, China Airways, da New York, Washington, Boston a Seul e Pechino. Ma così a nord, come questa notte si sta spingendo United 807, no, non ne ho mai visti.
Lo immagino volare nella notte polare sopra la banchisa dell’Oceano Artico, da solo, nessun alternativo. L’avvicinarsi al Polo, oltre che dalla latitudine che aumenta con regolarità costante, è segnato dalla variazione di longitudine sempre più rapida. Via via che il Polo Nord si avvicina i meridiani si stringono fino a convergere al vertice della Terra, a latitudine novanta. Più vola a nord, più l'aereo cambia longitudine rapidamente. Dove si trova adesso la variazione è ormai inarrestabile, i gradi convergono velocissimi a zero, Greenwich.
In realtà United 807 non sta seguendo rotta 0°, adesso sta volando lungo track 50° circa, piega a nord est, e infatti la variazione di latitudine diminuisce, circa un decimo di grado al minuto, poi ogni due minuti. Lo vedo scollinare latitudine 86°N, poi 87°N circa dodici minuti dopo. È ormai vicinissimo al Polo.
Mi chiedo se a bordo dormono tutti o c’è qualcuno consapevole di stare sorvolando il Polo Nord, che dall’oblò dell’aereo vede la luce della luna riflettersi nella chiara notte artica sul ghiaccio della banchisa, diecimila metri più sotto.

Il volo UA 807 attraversa longitudine 0° a latitudine 87°10’N e adesso so che non passerà esattamente sopra al Polo, lo sfiorerà solamente. La rotta è ora quasi 90°, est. Fra un po’ scivolerà verso il basso del pianeta.
87°20’N.
87°40’N.
87°60’N.
Attraverserà latitudine 88°N?
87°70’N.
87°76'N.
Track 91°.
Track 95°.
Track 100°.
Sta virando deciso, ha iniziato il rientro verso il sud del mondo. È arrivato a circa 220km dal Polo Nord, uno sputo.
Qualche minuto dopo è già a latitudine ottantacinque, fra qualche ora atterrerà nell’alba inquinata e liquida di Pechino.
Lo saluto e mi segno United 807 come un volo da prendere, prima o poi.

VoloUA807
La linea geodetica del volo United 807 IAD-PEK. In realtà ha virato più a nord.

United 807 mi fa venire in mente che niente più delle rotte degli aerei dà l’idea di quanto le terre emerse siano spostate a nord e l’Antartide sia un territorio infinitamente grande e remoto. Non esiste linea geodetica, ovvero la rotta più breve fra due punti della Terra, che passi attraverso l’Antartide.
Mi chiedo se esistano voli di linea che lo sorvolino, considerato che i lunghi voli intercontinentali tendono di norma a seguire rotte lungo le linee geodetiche.
Mi metto a studiare la faccenda su Flightradar24.
Le linee geodetiche che più si avvicinano all’Antartide sono quelle che collegano l’Australia al Sudafrica e al Sudamerica, ma almeno geometricamente non lo sfiorano nemmeno, per quanto siano rotte tremendamente estreme, ai veri confini del mondo. Solo oceano e null’altro per ore e ore e migliaia di chilometri, il Pacifico da una parte, l’Oceano Indiano dall’altra, oltre i Cinquanta ruggenti, nessun alternativo, nessuna traccia di vita, nemmeno le navi in mare, ché a quelle latitudini non si avventura nessuno, non c’è nemmeno alcun traffico commerciale, a parte le spedizioni scientifiche e rarissime crociere per ricchi turisti, che però perlopiù viaggiano verso la Penisola Antartica e gli arcipelaghi australi dell’Atlantico, non in quelle zone.

Passo in rassegna gli operativi South African e Qantas alla ricerca di voli che si avventurino laggiù, lungo le rotte più brevi dell'emisfero meridionale.
Scopro QF 27, un volo Qantas da Sydney a Santiago del Cile. Lo intercetto sull’Oceano Pacifico a latitudine 54°S. È un Boeing 747-400, un Jumbo, così solo laggiù in fondo al mondo che al suo confronto United 807 sta a un party di compleanno.
Mi pare però un po’ “troppo” a nord per sorvolare la banchisa, soprattutto nell’estate australe. Paragonato alla corrispondente latitudine boreale è come se stesse volando sopra la Germania, per dire quanto è lontano il sud del mondo, quanto è remoto l’Antartide, quanto vuote e solitarie e spaventose siano le latitudini meridionali del pianeta.
QF 27 sta peraltro volando lungo track 90°, non andrà più a sud di così, per quanto sia già altrove e solitario rispetto a qualunque altro aereo nel mondo.
Mi annoto il volo. Se non è la più estrema, è sicuramente una delle rotte candidate ad esserlo fra i voli di linea.

Studiando con più attenzione mi imbatto in QF 64, un altro volo Qantas, un altro 747-400, in viaggio da Johannesburg a Sydney. Lo trovo sull’Oceano Indiano a latitudine 51°S virgola qualcosa. È più a nord di QF 27, ma la sua rotta è 143°, sta andando a sud est. Guadagna latitudine meridionale, deciso. Inizio ad avere sonno e ammesso che prosegua in questa direzione ci vorranno ancora ore prima che arrivi perlomeno a sfiorarlo, l’Antartide.
Cerco nell’archivio di Flightradar24 la rotta che ha seguito i giorni scorsi. Scopro che in effetti non vola esattamente lungo la geodetica, ma come United 807 allunga la curva piegando sensibilmente verso sud, chissà perché. Forse per mettersi a un certo punto, dopo ore e ore di volo sopra l’Oceano Indiano, se non terra, perlomeno del ghiaccio sotto al culo. Che non sarà forse un grande alternativo, ma alla peggio, sai mai, ché la strada per l’Australia è ancora lunga e psicologicamente almeno respiri un po’.

In realtà non credo sia certo questa la ragione, ma mi piace pensarlo. Comunque sì, QF 64 sorvola l’Antartide! Lo ritrovo su Youtube, i passeggeri hanno filmato la banchisa e i ghiacci del sesto continente dagli oblò del Qantas in volo fra Sudafrica ed Australia.
Prendo nota, è un volo che assolutamente devo mettere nella lista dei miei progetti. QF 64 è il mio punto di ripartenza.

QA64
La linea geodetica teorica del volo Qantas 64 JNB-SYD...
QF27
...e quella del volo Qantas 27 SYD-SCL

Mi addormento mentre sto già dando forma al nuovo progetto per il mio prossimo giro del mondo, un anello che in qualche modo colleghi questi voli.
Potrei volare da Milano a Johannesburg, una rotta che ho già percorso due volte, e da lì a Sydney, sorvolando l'Antartide, e da Sydney a Santiago, e da Santiago all'Europa. Com'è che lo scorso anno, studiando il rientro da Sydney, non mi ero accorto di QF 27? Eppure mi sembrava di aver provato a trovare la via per chiudere il cerchio passando dal Sudamerica invece che dagli Stati Uniti.
Oppure, in alternativa, potrei volare diretto da Sydney a Pechino e da lì a Washington, concatenando i due Poli nello stesso giro del mondo.
Lo vedo già. Nel momento in cui ho iniziato a immaginarlo so che prima o poi il mio progetto diventerà realtà, il mio trolley pronto, il solito dubbio, porto la reflex o la lascio a casa?

Come i primi due giri del mondo.
Quello del 2011, nato in fuga dal passato che mi stavo chiudendo violentemente alle spalle, annunciato al telefono quando ero già a Parigi in attesa di imbarcarmi per Seul, la rotta disegnata interamente al di sopra dell'equatore perché non riuscii in alcun modo a trovare una sequenza di voli che mi permettesse di transitare dall'Oceania. Alla fine chiusi l'anello con circa quarantotto ore di volo e trentaseimila chilometri.
O quello dello scorso anno, più geometrico, più solitario ancora se possibile, più di quanto credessi e per quanto affatto lo desiderassi, quarantamila chilometri, oltre cinquanta ore di volo, passando questa volta sì per l'emisfero australe, attraversando in pochi giorni tutti i fusi orari e tutte le stagioni, in corsa contro a un tempo che in realtà non mi aspettava da nessuna parte, lasciando a terra il mio unico vero futuro senza capirlo e senza alcuna ragione che non fosse inseguire numeri, e statistiche, e disturbi ossessivi compulsivi, per trovarmi in un punto sperduto del Pacifico meridionale, da solo, a chiedermi il perché.
Con l'unico desiderio di non tornare mai più laggiù da solo. Mai più.

Giro 1
Il mio primo giro del mondo, nel 2011
Giro2b
Giro2a
Giro2c
Il mio secondo giro del mondo nel 2018

E del resto il progetto più difficile da realizzare resta pur sempre quello che ho in mente da una vita, girando in senso contrario, la cui rotta conservo gelosamente nel cassetto per non farmi soffiare l'idea.
Lo riprendo in mano, scorro la lista dei bookmark che in questi anni mi sono via via segnato per mettere insieme i pezzi del puzzle.
È un progetto nato solitario, solitario per sua stessa natura, così estremo, inutile, costoso, assurdo, che solo una vera fuga da tutto e tutti lo giustificherebbe. E d'altra parte non c'è nulla di più assurdo che affrontare un giro del mondo come progetto di fuga, perché sempre al punto di partenza ti riporta.
È la metafora perfetta delle mie sconfitte, a pensarci.
Ho già due giri del mondo alle spalle a far da specchio ai miei fallimenti.
Vieni con me a imbarcarti sul QF 64, lascio a te il posto a fianco del finestrino, ti chiedo solo di scattarmi due foto alla banchisa, per il resto del viaggio io sarò lì a fianco.
TAG: volare
16.05 del 10 Novembre 2019 | Commenti (1) 
   
24 Volando a ovest
GIU Travel Log: Business Trips 2019
E poi, sulla via del ritorno, decolli da Doha con una una giornata così.

Ci ho provato a fermarmi a Doha, avevo anche trovato posto sul volo successivo, ma viaggiavo col bagaglio a mano e all'aeroporto non c'è deposito bagagli. Così nulla, di certo non potevo trascinarmi il trolley e lo zainetto tutto il giorno in giro per la città con quarantadue gradi all'ombra.
Capiterà una nuova occasione di timbrare definitivamente il Qatar, ché è inaccettabile transitarci tre volte in pochi mesi e non avere ancora avuto modo di sdoganare e aggiungerlo una volta per tutte alla collezione delle bandierine.

Arab01
Doha, Qatar
Arab02
Bahrein
Arab03
Kuwait City
Arab04
Golfo del Kuwait
TAG: volare, aerei, Qatar, penisola arabica, Kuwait, Bahrein
23.46 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
24 Volando a est
GIU Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
Sono tornato, ho mille appunti, ho mille foto, ho mille flashback, ho mille emozioni da riordinare e riprendere, con calma, in mano. Appena trovo il tempo, arrivo.
Intanto, questi mesi continuo a collezionare immagini in volo di luci straordinarie.
Colleziono voli straordinari.
Colleziono ali e nuvole.
Viaggio.

VoloEAUIndia01
Atterrando ad Abu Dhabi
VoloEAUIndia02
Etihad business class
VoloEAUIndia03
VoloEAUIndia04
VoloEAUIndia06
VoloEAUIndia05
Decollando da Mumbai
TAG: volare, aerei, viaggiare
09.58 del 24 Giugno 2019 | Commenti (0) 
   
26 Air France and I
APR Coffee break
Tempo fa scrissi un lungo post raccontando di come associ certi miei viaggi ad alcuni brani musicali e aprivo citando un album degli Air che avevo incrociato per la prima volta a bordo di un volo Air France tornando dalla Corea, spiegando che da allora gli Air accompagnano tutti i miei viaggi in aereo.

Ultimamente ho volato spesso con Air France il cui spot, casualmente, passa in televisione proprio queste settimane. La traccia musicale è la medesima usata per il filmato sulle procedure di emergenza che viene trasmesso a bordo, così che le mie trasvolate oceaniche, questi mesi, iniziano frequentemente con questa stessa musica.
E nulla, accade semplicemente che non siano più gli Air e che ancora una volta, assonanza a parte, Air France in qualche modo scelga la colonna sonora dei miei voli.

Così, ogni volta che passa la pubblicità è un po' come se stessi decollando per tornare dall'alta parte del mondo e non so dire se questa musica mi piace perché mi piace, o mi piace perché sto partendo.

TAG: volare, Air France
18.14 del 26 Aprile 2019 | Commenti (0) 
   
03 Flying over the world
MAR Travel Log: Business Trips 2019, Fotoblog
E poi ogni tanto faccio sempre qualche foto a caso attorno a me, di spostamento in spostamento, di aeroporto in aeroporto, di cielo in cielo, di volo in volo.
Altre stanno per arrivarne, altrove ancora.

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Fly03
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TAG: volare, aerei
22.54 del 03 Marzo 2019 | Commenti (0) 
   
19 Ancora del volo
NOV Travel Log: Far East for business
[scritto un po' ovunque, fra il 3 e il 16 novembre]

Per quanto abbia volato in vita mia mai come quest’anno ho subìto la dissociazione da jet-lag, forse perché non avevo mai infilato così tanti voli intercontinentali nello spazio di pochi mesi mettendo piede un po’ in tutto il mondo, soprattutto nelle ultime settimane con questo concatenamento fra America ed Asia, ripassando da casa, attraverso quindici fusi orari avanti e indietro.
Sto galleggiando da settimane in un’esistenza parallela completamente distaccata dal mio normale ciclo vitale e viaggiare in business class aumenta esponenzialmente l’alienazione, perché il livello di confort è studiato per contrastare il più possibile la distorsione spazio-temporale e illuderti di vivere delle giornate ordinarie.
Ma ovviamente non è così e mi chiedo come fanno quelli che davvero il mondo lo girano in continuazione per professione, da un continente all’altro, attraversando oceani e continenti, adeguandosi al qui e ora e altrove senza soluzione di continuità.

Dopo un mese trascorso fra Stati Uniti, Giappone e Cina, la novità è che sono stanco più di quanto non sia immerso, come mio solito, dentro al viaggio.
Sono stanco e al prolungarsi della mia permanenza in oriente, invece di adattarmi al fuso, al cibo, alla gente, al clima, e recuperare i miei cicli, vado peggiorando, complici i ritmi di lavoro e il dovermi confrontare con interlocutori distribuiti su quindici fusi orari, il che fa sì che le mie giornate quasi non vedano albe né tramonti.
Solo negli ultimi due giorni a Suzhou sono riuscito a dormire almeno cinque ore filate per notte, ma mi sono lasciato alle spalle giornate da due ore di sonno scarse nell’arco di ventiquattr’ore.

Poi, i prossimi giorni, vi racconterò di Suzhou, e anche di Shanghai, di Tokyo e Fujisawa, ed Okayama e Kurashiki e Tongli, e un po’ tutto insomma. Con calma, che ho anche più di mille foto da sistemare e d’altra parte per la verità non so quando, ché anche a casa mi aspetta un’agenda improponibile almeno fin sotto Natale.

E quindi un paio di sabati fa mi sono svegliato alle otto a casa, ho fatto colazione, ho chiuso la valigia e sono partito attorno a mezzogiorno, ché avevo il volo per Tokyo alle 16 e ho pensato che tanto valeva andare a pranzare in aeroporto. E così ho fatto: un’insalata, una torta salata, un pasto leggero insomma, un caffè.
Alle 15 mi sono imbarcato e mi hanno chiesto se gradivo qualcosa in attesa del decollo.
Considerato il viaggio davanti ho chiesto un caffè americano, con l’idea, un po’ campata per aria per la verità, di tentare la sortita e provare a rimanere sveglio fino a Tokyo. Calcolavo infatti di arrivare a Fujisawa, la mia destinazione finale, alle dieci circa di domenica sera ora locale, ma per me sarebbero state le due del pomeriggio: se avessi dormito in volo potevo dimenticarmi di riuscirci la notte a Fujisawa e considerato che lunedì mattina alle otto, ora giapponese, mezzanotte per me, sarei dovuto essere in ufficio, arrivarci senza aver riposato almeno un po’ nella notte fra domenica e lunedì sarebbe stato un incubo.

Ho preso dunque questo mezzo litro di caffè americano. Ma poco dopo mi hanno portato l’aperitivo, un bicchiere di champagne con un po’ di noccioline tostate. E subito dopo il decollo, alle cinque del pomeriggio, le mie cinque del pomeriggio, la cena completa.
Ora, è vero che uno potrebbe anche fermarsi un attimo e riflettere, ma alla fine sei in aereo, ti portano il menù, non stai a pensarci e un po’ ti convinci che tutto sommato sì, hai fame. E siccome sei in business class approfitti anche del menù à la carte e perché no, della lista dei vini, e del dolce, e poi di nuovo il caffè.
Alle 18 - le tue 18, ora italiana - hai già fatto dunque tre pasti completi e un aperitivo: sull’aereo spengono le luci, oscurano i finestrini e all’improvviso è notte, come si usa sui voli lunghi.
Solo che il mio volo non andava a Tokyo, ma a Doha, in Qatar. Dove sono arrivato a mezzanotte circa ora del Qatar, le dieci di sera per me.

Alle due del mattino, ora del Qatar, sono ripartito per Tokyo: appena salito a bordo mi hanno offerto un altro calice di champagne e, tempo un’ora, di nuovo la cena. Una cena completa, a lume di candela.
Erano le tre del mattino ora del Qatar, l’una di notte per me, e quella era la mia seconda cena della serata, e quella davanti la mia seconda notte consecutiva nello spazio di poche ore.
Sei ore dopo mi hanno servito la colazione, non so più che ore fossero per me, ma presumibilmente notte fonda, mentre invece stavo per atterrare in Giappone ed era quasi ora di cena: stavo per iniziare la mia terza serata consecutiva in meno di ventiquattr’ore e avevo appena fatto colazione.

Infine, come previsto, Fujisawa: dieci di sera ora locale.
Non avevo sonno, ma avevo fame.
A quell’ora, a Fujisawa, l’unica cosa che ho potuto fare è stato infilarmi nel primo McDonald’s che ho incontrato.

C’è poi la faccenda dei betabloccanti, che di regola dovrei prendere ogni dodici ore, alle otto del mattino e della sera.
Per un po’ ci sono riuscito: nel senso, sono andato avanti approssimando un po’, tipo alle sette del mattino ora giapponese, al mio risveglio, e poi alle cinque del pomeriggio, quando me ne ricordavo, perché spesso a quell’ora ero ancora in riunione e quindi finiva che li prendevo alle sei, o alle sette, quindi in realtà a mezzogiorno ora di casa.
Infine ho saltato un giro, perché me ne sono ovviamente dimenticato.

Prendi poi questo post, ad esempio. Che ho iniziato a scrivere sul volo di andata, verso Tokyo, e ho poi ripreso qualche giorno dopo sullo Shinkansen mentre viaggiavo verso Okayama, e poi ancora a Shanghai e a Suzhou, e infine sul volo di ritorno per Doha, cambiando i tempi dei verbi ogni volta, e i dettagli, in modo da adeguarli ai miei spostamenti e ai miei orari.
È un post dissociato, come tutto il resto, perché più sono passate le giornate e più ha perso il suo significato iniziale, e all’improvviso mi appare del tutto sconclusionato e senza senso. Non riesco più a seguirlo nemmeno io, non c’è più alcuna coerenza in quel che scrivo ed è impossibile relativizzarne la successione dei periodi con una qualche logica, perché la verità è che sono stati scritti in tempi completamente diversi e in un ordine differente rispetto a quello col quale li state ora leggendo.
Magari proprio questo periodo è stato scritto per ultimo, prima di pubblicare il post.

Sul volo Qatar Airways è notte come al solito, credo anche che sia una notte vera, perché siamo decollati alle ventitré e qualche cosa, e mi hanno dato la cena attorno a mezzanotte, ora di Shanghai. Io comunque avevo già cenato alla lounge dell’aeroporto un paio di ore prima.
Ho una suite in business class e mi sdraio a letto, perché ho un letto vero a disposizione su questo volo. Nell’aereo non è buio, ma c’è una penombra lievemente illuminata da una luce rilassante che ruota i colori dal violetto al rosa, al verde, all’azzurro. Indosso le cuffie che cancellano il rumore e ascolto musica ambient.
È come galleggiare nel nulla, avvolto da questa lieve luce artificiale, isolato da tutto il resto, l’aereo non vibra nemmeno e provo a dormire un po’, cullato dalla musica.

Finisco questo post alle cinque del mattino, ora di Doha. Sono in aeroporto e per me sono le dieci del mattino, perché ormai da qualche giorno sono riuscito ad adeguarmi all’ora di Shanghai. A Milano sono le tre di notte.
Prima di atterrare mi hanno dato la colazione e credo fossero le cinque del mattino ora cinese.
Fra un po’ mi imbarco per casa e mi daranno un’altra cena, all’alba, o forse una colazione, chissà. Poi però sull’aereo calerà di nuovo il buio, anzi, quella penombra colorata che mi porta altrove e nella quale mi perdo inseguendo i miei pensieri, e quando riapriranno i finestrini, sei ore dopo, sarà metà mattinata sull’Europa e mi daranno un pranzo, prima di atterrare a Milano attorno a mezzogiorno.
E tutto tornerà al suo posto.

Chissà quando riuscirò a pubblicare questo post.
5:50am del 16 novembre, gate B4 dell’aeroporto di Doha, Qatar.

Post scriptum con la luce violetta che illumina la penombra finto-notturna del volo Doha-Malpensa, dopo che mi hanno servito, sì, un’altra colazione e sono immerso nel liquido amniotico della musica chillout diffusa dalle cuffie Qatar Airways che cancellano il rumore esterno, e volo sopra l’Arabia, verso casa: all’improvviso mi viene, fortissimo, da piangere. Ho un bisogno terribile di tornare.

FarEast01
FarEast02
Business class Qatar Airways
TAG: volare, aerei, jet-lag
22.40 del 19 Novembre 2018 | Commenti (0) 
   
13 In volo
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Volo sull’America, al tramonto, con una luce rossa meravigliosa sulla pianura infinita del Minnesota innevato. Ho in cuffia gli Eagles, entra New York minute e una scarica di brividi mi attraversa tutto il corpo, mi passa sotto la pelle, dalla testa alle dita delle mani e dei piedi, lungo la schiena.
Mi viene da piangere, ma nessuno può vedermi, ho gli occhi chiusi e sto fingendo di dormire.
Sto di nuovo volando intorno al mondo e il mondo è mio.

È questo l’ottavo volo dall’inizio di questa avventura, il secondo Delta. Il nono sarà ancora un volo Delta e mi porterà attraverso il terzo oceano, per la quarta notte in volo in meno di due settimane.
Ci vogliono quarantotto ore circa per girare attorno al mondo: io lo so bene, l’ho già fatto un’altra volta. Anche l’altra volta furono quattro notti: quella fra Parigi e Seul, poi quella fra Seul e Honolulu, fra Honolulu e Atlanta, e poi ancora fra Panama e Amsterdam.
Quando riuscirò a farlo in senso inverso, via Anchorage e Magadan, potrei volare sempre di giorno. Lo farò prima o poi. Ci riuscirò, in inverno, come l’ho sempre immaginato.

Ho ancora paura di volare, sempre, forse oggi un po’ meno di una volta, ma non posso fare a meno di volare. Volare è la mia vita. Volare attorno al mondo è la mia vita. Guardo il mondo dall’alto e sono io.
So tutto dei miei voli e dei miei viaggi. Ho viaggiato attraverso centoventi Paesi e volato trecentosettantuno volte, con cinquantatré compagnie aeree per ottocentosettanta ore di volo. Ho fatto venti viaggi intercontinentali e con questo avrò fatto per due volte il giro del mondo completo; ho attraversato dieci volte l’Oceano Atlantico da una costa all'altra, due volte l’Oceano Pacifico e sei volte l’Oceano Indiano.
Sono stato undici volte in Asia, sei in America, cinque in Africa e tre in Oceania. L’Europa l’ho battuta tutta metro a metro, spesso rimanendo a terra, ma spesso anche per aria.
Conosco cento aeroporti nel mondo, ho volato sull'aereo più grande esistente e su alcuni dei più piccoli, passando dalle classi extralusso sui lunghi voli intercontinentali alle supereconomy di certe compagnie alle quali preferiresti affidare qualunque cosa che non sia la tua anima.
Ho speso fino all'ultimo centesimo di tutto quel che ho guadagnato in vita mia quasi solo per volare e viaggiare, e continua ad essere l'unica cosa per cui vorrei spendere soldi, potrei non spenderne per null'altro, non fossi costretto.

Eppure, ogni volta che parto mi dico che ne ho abbastanza, preparo il trolley in modo automatico e penso che non ne ho più voglia, che desidero solo rimanere a casa, con le mie cose, i ragazzi, il mio divano, la mia vita di tutti i giorni. Ma la verità è che la mia vita è dentro quel trolley.
Ogni volta che devo prendere un aereo entro in ansia ventiquattr’ore prima, ma l’ansia va di pari passo con il bisogno irresistibile di decollare. È una malattia, una droga. Una dipendenza vera e propria.
Appena sono lontano da casa mi viene voglia di tornare e mi sembra di essere via da una vita; appena metto piede a casa sto già facendo i conti per capire dove e quando sarà il viaggio successivo.

Ho una lista infinita di destinazioni, di progetti. Non mi basterebbero tre vite.
In aeroporto sono a casa, davanti a un imbarco col mio trolley sono esattamente quello che sono.
Quando sbarco in una nuova città, arrivo a destinazione, per quanto sia stanco, per quanti fusi orari possa avere attraversato, non posso fermarmi un minuto, ho bisogno di uscire subito dall’hotel, andare in giro, respirare immediatamente l’altrove, sapere tutto, studiare immediatamente tutte le cose che devo fare e vedere, e il tempo non mi basta mai.

Poi arrivano dei momenti, come ieri pomeriggio a Vancouver. Ho camminato chilometri per tutto il giorno, ho seguito tutto il mio programma tappa per tappa, nel solito modo maniacale, prendendomi i miei tempi, annotando tutto, fotografando, guardandomi in giro.
Per quanto stanco fossi, dopo ore di cammino, ho preso il taxi, ho seguito il consiglio di Laura e sono andato anche a Fairview per vedere la skyline dall’altro lato, e poi di nuovo chilometri a piedi attraverso i quartieri residenziali di South Vancouver alla ricerca di un taxi che mi riportasse indietro.
Sono arrivato in hotel alle sedici. Era dalle dieci del mattino che ero in cammino senza sosta. Mi ero concesso solo un paio di caffè.
Mi sono spogliato e mi sono messo sotto la coperta. Avevo ancora mezzo pomeriggio davanti, il mio ultimo a Vancouver e l’ultimo in viaggio.
E ho dormito.
Ho infine ceduto alla stanchezza di due settimane in giro per il mondo. Avevo fatto ormai quel che dovevo fare.
Poi, alla sera, sono uscito di nuovo e mi sono rimesso in cammino. Volevo respirare ancora Vancouver di notte.

Sono in volo sull’America e mi chiedo dove sarà il prossimo volo, la prossima volta. Ho già almeno tre progetti pronti, tre nuove idee. Possibilmente non da solo, perché non mi piace più viaggiare da solo. Lo faccio da anni, so che posso farlo, so che sono capace di farlo ovunque e l’ho fatto ovunque, ma ho bisogno di dividere e condividere tutto questo.
Viaggio da solo perché non posso viaggiare con chi amo, ma lo vorrei più di ogni altra cosa.
In questo viaggio la cosa che ho più patito è essere stato da solo.

Sì, ho paura di volare, sempre, anche in questo momento. Per quanto conosca a memoria la teoria e ogni fase del volo, riconosca perfettamente ogni singolo istante, ogni manovra, ogni rumore, ogni variazione, nonostante questo, ogni sussulto che fa l’aereo, ogni minima vibrazione, ogni leggero cambio di giri nel motore mi entra l’ansia. Ma non posso fare a meno di stare quassù, in viaggio verso qualche destinazione.
Non scenderei mai. Non mi fermerei mai. Non smetterei mai.
Non c’è angolo del mondo dove non andrei e non avrò pace finché non avrò battuto il mondo angolo ad angolo. Lo so che è così.

Non è mai il ritorno a farmi paura. È il non avere un altro biglietto aereo pronto, perché per stare bene, davvero bene, io devo sempre avere un biglietto aereo sulla scrivania.
È il tornare a una vita che non è mia che mi fa paura, una vita che mando avanti da anni e anni per necessità senza sapere come ho potuto farmi questo, costruirmela addosso senza che la volessi.
È sapere esattamente come saranno le prossime settimane, dopo che sarò atterrato, a casa.

Ho bisogno di volare per scappare sempre più da quello che non mi appartiene. Se potessi portare con me chi amo, cancellare il passato, non avrei più bisogno di tornare. Mai più.

AlaDelta
TAG: volare, viaggiare
18.03 del 13 Marzo 2018 | Commenti (2) 
   
02 Appunti di bordo dal mio primo Airbus 380
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
[1° marzo, appunti sparsi in volo]

Da qualche ora stiamo volando sull'Oceano Indiano. Su questo aereo incredibile, fra mille altre cose, oltre al WiFi si può usare liberamente il telefono perché c'è anche la rete cellulare in roaming.
I prezzi del WiFi sono accessibili, con pochi dollari si hanno a disposizione 180Mb, quanto basta per stare in rete a giocare coi social network per tutto il volo, non bastasse l'offerta infinita dell'intrattenimento di bordo personalizzato per ciascuno dei 590 passeggeri (sì, cinquecentonovanta): oltre a dozzine di film e serie tv fra cui scegliere, ci sono videogame, telecamere live che riprendono il panorama dal cockpit dei piloti e sotto la pancia dell'aereo, previsioni meteo mondiali, dirette televisive dei principali canali di informazione globale, informazioni di volo interattive in tutte le salse, bi- e tridimensionali, guide turistiche di tutte le località servite dalla compagnia aerea, informazioni sugli aeroporti e pure l'oroscopo.
Questo è tutto gratis. Il roaming invece costa caro, siamo sui 4 euro al minuto per telefonare. Mi pare che nessuno ci abbia provato, ma la prima e la business class stanno al piano di sopra, dove c'è anche il bar, e non fanno salire i peones dell'economy nemmeno per dare un'occhiata.
Per un istante mi viene in mente che anche sul Titanic la terza classe stava ai piani inferiori, ma allontano il pensiero per scaramanzia.

Nonostante centinaia di voli e trentacinque anni di viaggi in giro per il mondo, nell’attraversare il finger per imbarcarmi su questo gigante dei cieli più di un brivido mi è passato sotto pelle e ho dovuto controllare l’emozione in gola.
Ancora mi capita, in viaggio.

Il gate di imbarco di un A380 che fa rotta da Abu Dhabi, principale interporto stellare del Pianeta Terra, a Sydney, quasi ai confini della galassia, è forse la cosa più vicina al bar di Guerre Stellari che abbia mai visto in vita mia.
Centinaia di terrestri e forse anche non, provenienti da ogni angolo dell’impero, si allineano in un’interminabile coda per salire sull’astronave,

Nella fila ordinata davanti al gate 33 c’è un nutrito gruppo di beduini, gli uomini in tunica bianca, turbante e lunghissime barbe candide, le donne avvolte in tessuti dai colori vivaci, appesantite da qualche chilo di chincaglieria di ogni genere, le teste in parte nascoste da veli policromi: sembra che siano appena stati proiettati fuori da una pellicola su Lawrence d’Arabia, o in partenza con una lunga carovana di cammelli per trasportare spezie e tessuti al di là del deserto; c’è una famiglia numerosa di indiani Vaishnava, la fronte grondante di argilla rossa del tilaka; ci sono alcuni arabi che indossano la tradizionale kandura e la kefiah, e i pakistani con il classico kurta; e lavoratori filippini, mescolati a grassi occidentali ipernutriti che indossano piumini d’oca e maglioni pesanti, evidentemente provenienti dall’Europa innevata; e ancora muscolosi australiani vitaminizzati che viaggiano in t-shirt, bermuda, sandali coi piedi nudi, il bagaglio a mano che contiene solo il MacBook, l’iPhone in mano; e poi qualche cinese fuori rotta, africani non in fuga, trasandati backpacker biondi nordeuropei mescolati a businessmen anglofoni in cravatta con il tablet in mano, che fanno una puntata in Australia per concludere qualche rapido affare, e ricchi colonizzatori bianchi a stelle strisce con la borsa a tracolla che si imbarcano con calma, passando davanti a tutti, nell’inarrivabile prima classe del ponte superiore: l’A380 ha in dotazione persino degli appartamentini privati dove è possibile trascorrere le quattordici ore di volo meglio che in molte camere d’albergo di certi hotel a quattro stelle.

In realtà a bordo il gruppo più numeroso è quello dei siciliani, perlomeno al piano inferiore: non genericamente italiani, proprio siciliani, da Palermo, Catania, Siracusa, Messina, Mazara, Aci Trezza, e il siciliano è la lingua più parlata fra i corridoi.
Non si conoscono fra loro, sono arrivati ad Abu Dhabi con voli diversi, chi via Roma, chi via Milano, chi via qualche altro scalo europeo. Vanno - o tornano - in Australia a lavorare.
Ascolto i loro racconti: molti sono in Australia da anni, altri sono stati prima a Singapore, in Cina, in Malesia, in Germania.
Ascolto i loro racconti perché i giovani siciliani a bordo, appena saliti, attaccano immediatamente bottone con qualunque ragazza straniera occidentale che viaggi da sola, e sono delle macchine inarrestabili: parlano un inglese sciolto e brillante con inesorabile accento del sud, tipico dei film di genere, e le giovani occidentali solitarie, in viaggio per la prima volta verso la nuova frontiera, si lasciano conquistare facilmente, felici di scaricare un po’ di tensione del grande balzo attraverso gli oceani.
Il siciliano dietro di me non la smetterà per tutta la notte di provarci con la tedesca al suo fianco, tenendo sveglie con le sue insopportabili risate le ventinove persone disposte attorno a lui, fra cui la sfortunata sassone al suo primo volo intercontinentale e il sottoscritto.

Numeri: è la mia quinta volta sotto l’equatore, la quinta volta che metto piede nell’Oceano Pacifico, la terza in Oceania, contando le Hawaii.
Il siciliano dice (alla tedesca) che nell'ultimo anno ha già fatto cinque volte avanti e indietro da Palermo a Sydney.

Arrivare in Australia è infinito, mi ero scordato quanto fosse lungo questo viaggio. Quando sei in Oriente sei solo a metà strada. Non passa mai.
E quando arriverò in Australia non sarà ancora finita: avrò davanti una seconda lunga notte in aereo, sul Pacifico.

Questo è il mio mondo.

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Il momento dell'attraversamento dell'international dateline
TAG: volare, aerei
22.13 del 02 Marzo 2018 | Commenti (0) 
   
15 Playlist
AGO Travel Log: Isole Canarie, Mondo piccolo, Spostamenti
Lei disegna, lui dorme con la testa apppoggiata sulle mie gambe. L'iPod passa Nothingman e poi il Tom Waits più struggente di Kentucky Avenue. Stiamo volando sopra l'Africa, mentre cala la sera. E faccio fatica a trattenere tutte le lacrime del mondo, mentre penso che questo è esattamente, esattamente tutto quello che ho voluto nella vita: potere andare in giro per il mondo condividendolo con loro e guardandolo attraverso i loro occhi.

E per un istante almeno ogni pezzo nell'universo è precisamente dove deve essere.

TataRyanair
TAG: volare
15.47 del 15 Agosto 2013 | Commenti (1) 
   


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