Orizzontintorno Carlo Paschetto
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19 Ancora del volo
NOV Travel Log: Far East for business
[scritto un po' ovunque, fra il 3 e il 16 novembre]

Per quanto abbia volato in vita mia mai come quest’anno ho subìto la dissociazione da jet-lag, forse perché non avevo mai infilato così tanti voli intercontinentali nello spazio di pochi mesi mettendo piede un po’ in tutto il mondo, soprattutto nelle ultime settimane con questo concatenamento fra America ed Asia, ripassando da casa, attraverso quindici fusi orari avanti e indietro.
Sto galleggiando da settimane in un’esistenza parallela completamente distaccata dal mio normale ciclo vitale e viaggiare in business class aumenta esponenzialmente l’alienazione, perché il livello di confort è studiato per contrastare il più possibile la distorsione spazio-temporale e illuderti di vivere delle giornate ordinarie.
Ma ovviamente non è così e mi chiedo come fanno quelli che davvero il mondo lo girano in continuazione per professione, da un continente all’altro, attraversando oceani e continenti, adeguandosi al qui e ora e altrove senza soluzione di continuità.

Dopo un mese trascorso fra Stati Uniti, Giappone e Cina, la novità è che sono stanco più di quanto non sia immerso, come mio solito, dentro al viaggio.
Sono stanco e al prolungarsi della mia permanenza in oriente, invece di adattarmi al fuso, al cibo, alla gente, al clima, e recuperare i miei cicli, vado peggiorando, complici i ritmi di lavoro e il dovermi confrontare con interlocutori distribuiti su quindici fusi orari, il che fa sì che le mie giornate quasi non vedano albe né tramonti.
Solo negli ultimi due giorni a Suzhou sono riuscito a dormire almeno cinque ore filate per notte, ma mi sono lasciato alle spalle giornate da due ore di sonno scarse nell’arco di ventiquattr’ore.

Poi, i prossimi giorni, vi racconterò di Suzhou, e anche di Shanghai, di Tokyo e Fujisawa, ed Okayama e Kurashiki e Tongli, e un po’ tutto insomma. Con calma, che ho anche più di mille foto da sistemare e d’altra parte per la verità non so quando, ché anche a casa mi aspetta un’agenda improponibile almeno fin sotto Natale.

E quindi un paio di sabati fa mi sono svegliato alle otto a casa, ho fatto colazione, ho chiuso la valigia e sono partito attorno a mezzogiorno, ché avevo il volo per Tokyo alle 16 e ho pensato che tanto valeva andare a pranzare in aeroporto. E così ho fatto: un’insalata, una torta salata, un pasto leggero insomma, un caffè.
Alle 15 mi sono imbarcato e mi hanno chiesto se gradivo qualcosa in attesa del decollo.
Considerato il viaggio davanti ho chiesto un caffè americano, con l’idea, un po’ campata per aria per la verità, di tentare la sortita e provare a rimanere sveglio fino a Tokyo. Calcolavo infatti di arrivare a Fujisawa, la mia destinazione finale, alle dieci circa di domenica sera ora locale, ma per me sarebbero state le due del pomeriggio: se avessi dormito in volo potevo dimenticarmi di riuscirci la notte a Fujisawa e considerato che lunedì mattina alle otto, ora giapponese, mezzanotte per me, sarei dovuto essere in ufficio, arrivarci senza aver riposato almeno un po’ nella notte fra domenica e lunedì sarebbe stato un incubo.

Ho preso dunque questo mezzo litro di caffè americano. Ma poco dopo mi hanno portato l’aperitivo, un bicchiere di champagne con un po’ di noccioline tostate. E subito dopo il decollo, alle cinque del pomeriggio, le mie cinque del pomeriggio, la cena completa.
Ora, è vero che uno potrebbe anche fermarsi un attimo e riflettere, ma alla fine sei in aereo, ti portano il menù, non stai a pensarci e un po’ ti convinci che tutto sommato sì, hai fame. E siccome sei in business class approfitti anche del menù à la carte e perché no, della lista dei vini, e del dolce, e poi di nuovo il caffè.
Alle 18 - le tue 18, ora italiana - hai già fatto dunque tre pasti completi e un aperitivo: sull’aereo spengono le luci, oscurano i finestrini e all’improvviso è notte, come si usa sui voli lunghi.
Solo che il mio volo non andava a Tokyo, ma a Doha, in Qatar. Dove sono arrivato a mezzanotte circa ora del Qatar, le dieci di sera per me.

Alle due del mattino, ora del Qatar, sono ripartito per Tokyo: appena salito a bordo mi hanno offerto un altro calice di champagne e, tempo un’ora, di nuovo la cena. Una cena completa, a lume di candela.
Erano le tre del mattino ora del Qatar, l’una di notte per me, e quella era la mia seconda cena della serata, e quella davanti la mia seconda notte consecutiva nello spazio di poche ore.
Sei ore dopo mi hanno servito la colazione, non so più che ore fossero per me, ma presumibilmente notte fonda, mentre invece stavo per atterrare in Giappone ed era quasi ora di cena: stavo per iniziare la mia terza serata consecutiva in meno di ventiquattr’ore e avevo appena fatto colazione.

Infine, come previsto, Fujisawa: dieci di sera ora locale.
Non avevo sonno, ma avevo fame.
A quell’ora, a Fujisawa, l’unica cosa che ho potuto fare è stato infilarmi nel primo McDonald’s che ho incontrato.

C’è poi la faccenda dei betabloccanti, che di regola dovrei prendere ogni dodici ore, alle otto del mattino e della sera.
Per un po’ ci sono riuscito: nel senso, sono andato avanti approssimando un po’, tipo alle sette del mattino ora giapponese, al mio risveglio, e poi alle cinque del pomeriggio, quando me ne ricordavo, perché spesso a quell’ora ero ancora in riunione e quindi finiva che li prendevo alle sei, o alle sette, quindi in realtà a mezzogiorno ora di casa.
Infine ho saltato un giro, perché me ne sono ovviamente dimenticato.

Prendi poi questo post, ad esempio. Che ho iniziato a scrivere sul volo di andata, verso Tokyo, e ho poi ripreso qualche giorno dopo sullo Shinkansen mentre viaggiavo verso Okayama, e poi ancora a Shanghai e a Suzhou, e infine sul volo di ritorno per Doha, cambiando i tempi dei verbi ogni volta, e i dettagli, in modo da adeguarli ai miei spostamenti e ai miei orari.
È un post dissociato, come tutto il resto, perché più sono passate le giornate e più ha perso il suo significato iniziale, e all’improvviso mi appare del tutto sconclusionato e senza senso. Non riesco più a seguirlo nemmeno io, non c’è più alcuna coerenza in quel che scrivo ed è impossibile relativizzarne la successione dei periodi con una qualche logica, perché la verità è che sono stati scritti in tempi completamente diversi e in un ordine differente rispetto a quello col quale li state ora leggendo.
Magari proprio questo periodo è stato scritto per ultimo, prima di pubblicare il post.

Sul volo Qatar Airways è notte come al solito, credo anche che sia una notte vera, perché siamo decollati alle ventitré e qualche cosa, e mi hanno dato la cena attorno a mezzanotte, ora di Shanghai. Io comunque avevo già cenato alla lounge dell’aeroporto un paio di ore prima.
Ho una suite in business class e mi sdraio a letto, perché ho un letto vero a disposizione su questo volo. Nell’aereo non è buio, ma c’è una penombra lievemente illuminata da una luce rilassante che ruota i colori dal violetto al rosa, al verde, all’azzurro. Indosso le cuffie che cancellano il rumore e ascolto musica ambient.
È come galleggiare nel nulla, avvolto da questa lieve luce artificiale, isolato da tutto il resto, l’aereo non vibra nemmeno e provo a dormire un po’, cullato dalla musica.

Finisco questo post alle cinque del mattino, ora di Doha. Sono in aeroporto e per me sono le dieci del mattino, perché ormai da qualche giorno sono riuscito ad adeguarmi all’ora di Shanghai. A Milano sono le tre di notte.
Prima di atterrare mi hanno dato la colazione e credo fossero le cinque del mattino ora cinese.
Fra un po’ mi imbarco per casa e mi daranno un’altra cena, all’alba, o forse una colazione, chissà. Poi però sull’aereo calerà di nuovo il buio, anzi, quella penombra colorata che mi porta altrove e nella quale mi perdo inseguendo i miei pensieri, e quando riapriranno i finestrini, sei ore dopo, sarà metà mattinata sull’Europa e mi daranno un pranzo, prima di atterrare a Milano attorno a mezzogiorno.
E tutto tornerà al suo posto.

Chissà quando riuscirò a pubblicare questo post.
5:50am del 16 novembre, gate B4 dell’aeroporto di Doha, Qatar.

Post scriptum con la luce violetta che illumina la penombra finto-notturna del volo Doha-Malpensa, dopo che mi hanno servito, sì, un’altra colazione e sono immerso nel liquido amniotico della musica chillout diffusa dalle cuffie Qatar Airways che cancellano il rumore esterno, e volo sopra l’Arabia, verso casa: all’improvviso mi viene, fortissimo, da piangere. Ho un bisogno terribile di tornare.

FarEast01
FarEast02
Business class Qatar Airways
TAG: volare, aerei, jet-lag
22.40 del 19 Novembre 2018 | Commenti (0) 
 
13 In volo
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
Volo sull’America, al tramonto, con una luce rossa meravigliosa sulla pianura infinita del Minnesota innevato. Ho in cuffia gli Eagles, entra New York minute e una scarica di brividi mi attraversa tutto il corpo, mi passa sotto la pelle, dalla testa alle dita delle mani e dei piedi, lungo la schiena.
Mi viene da piangere, ma nessuno può vedermi, ho gli occhi chiusi e sto fingendo di dormire.
Sto di nuovo volando intorno al mondo e il mondo è mio.

È questo l’ottavo volo dall’inizio di questa avventura, il secondo Delta. Il nono sarà ancora un volo Delta e mi porterà attraverso il terzo oceano, per la quarta notte in volo in meno di due settimane.
Ci vogliono quarantotto ore circa per girare attorno al mondo: io lo so bene, l’ho già fatto un’altra volta. Anche l’altra volta furono quattro notti: quella fra Parigi e Seul, poi quella fra Seul e Honolulu, fra Honolulu e Atlanta, e poi ancora fra Panama e Amsterdam.
Quando riuscirò a farlo in senso inverso, via Anchorage e Magadan, potrei volare sempre di giorno. Lo farò prima o poi. Ci riuscirò, in inverno, come l’ho sempre immaginato.

Ho ancora paura di volare, sempre, forse oggi un po’ meno di una volta, ma non posso fare a meno di volare. Volare è la mia vita. Volare attorno al mondo è la mia vita. Guardo il mondo dall’alto e sono io.
So tutto dei miei voli e dei miei viaggi. Ho viaggiato attraverso centoventi Paesi e volato trecentosettantuno volte, con cinquantatré compagnie aeree per ottocentosettanta ore di volo. Ho fatto venti viaggi intercontinentali e con questo avrò fatto per due volte il giro del mondo completo; ho attraversato dieci volte l’Oceano Atlantico da una costa all'altra, due volte l’Oceano Pacifico e sei volte l’Oceano Indiano.
Sono stato undici volte in Asia, sei in America, cinque in Africa e tre in Oceania. L’Europa l’ho battuta tutta metro a metro, spesso rimanendo a terra, ma spesso anche per aria.
Conosco cento aeroporti nel mondo, ho volato sull'aereo più grande esistente e su alcuni dei più piccoli, passando dalle classi extralusso sui lunghi voli intercontinentali alle supereconomy di certe compagnie alle quali preferiresti affidare qualunque cosa che non sia la tua anima.
Ho speso fino all'ultimo centesimo di tutto quel che ho guadagnato in vita mia quasi solo per volare e viaggiare, e continua ad essere l'unica cosa per cui vorrei spendere soldi, potrei non spenderne per null'altro, non fossi costretto.

Eppure, ogni volta che parto mi dico che ne ho abbastanza, preparo il trolley in modo automatico e penso che non ne ho più voglia, che desidero solo rimanere a casa, con le mie cose, i ragazzi, il mio divano, la mia vita di tutti i giorni. Ma la verità è che la mia vita è dentro quel trolley.
Ogni volta che devo prendere un aereo entro in ansia ventiquattr’ore prima, ma l’ansia va di pari passo con il bisogno irresistibile di decollare. È una malattia, una droga. Una dipendenza vera e propria.
Appena sono lontano da casa mi viene voglia di tornare e mi sembra di essere via da una vita; appena metto piede a casa sto già facendo i conti per capire dove e quando sarà il viaggio successivo.

Ho una lista infinita di destinazioni, di progetti. Non mi basterebbero tre vite.
In aeroporto sono a casa, davanti a un imbarco col mio trolley sono esattamente quello che sono.
Quando sbarco in una nuova città, arrivo a destinazione, per quanto sia stanco, per quanti fusi orari possa avere attraversato, non posso fermarmi un minuto, ho bisogno di uscire subito dall’hotel, andare in giro, respirare immediatamente l’altrove, sapere tutto, studiare immediatamente tutte le cose che devo fare e vedere, e il tempo non mi basta mai.

Poi arrivano dei momenti, come ieri pomeriggio a Vancouver. Ho camminato chilometri per tutto il giorno, ho seguito tutto il mio programma tappa per tappa, nel solito modo maniacale, prendendomi i miei tempi, annotando tutto, fotografando, guardandomi in giro.
Per quanto stanco fossi, dopo ore di cammino, ho preso il taxi, ho seguito il consiglio di Laura e sono andato anche a Fairview per vedere la skyline dall’altro lato, e poi di nuovo chilometri a piedi attraverso i quartieri residenziali di South Vancouver alla ricerca di un taxi che mi riportasse indietro.
Sono arrivato in hotel alle sedici. Era dalle dieci del mattino che ero in cammino senza sosta. Mi ero concesso solo un paio di caffè.
Mi sono spogliato e mi sono messo sotto la coperta. Avevo ancora mezzo pomeriggio davanti, il mio ultimo a Vancouver e l’ultimo in viaggio.
E ho dormito.
Ho infine ceduto alla stanchezza di due settimane in giro per il mondo. Avevo fatto ormai quel che dovevo fare.
Poi, alla sera, sono uscito di nuovo e mi sono rimesso in cammino. Volevo respirare ancora Vancouver di notte.

Sono in volo sull’America e mi chiedo dove sarà il prossimo volo, la prossima volta. Ho già almeno tre progetti pronti, tre nuove idee. Possibilmente non da solo, perché non mi piace più viaggiare da solo. Lo faccio da anni, so che posso farlo, so che sono capace di farlo ovunque e l’ho fatto ovunque, ma ho bisogno di dividere e condividere tutto questo.
Viaggio da solo perché non posso viaggiare con chi amo, ma lo vorrei più di ogni altra cosa.
In questo viaggio la cosa che ho più patito è essere stato da solo.

Sì, ho paura di volare, sempre, anche in questo momento. Per quanto conosca a memoria la teoria e ogni fase del volo, riconosca perfettamente ogni singolo istante, ogni manovra, ogni rumore, ogni variazione, nonostante questo, ogni sussulto che fa l’aereo, ogni minima vibrazione, ogni leggero cambio di giri nel motore mi entra l’ansia. Ma non posso fare a meno di stare quassù, in viaggio verso qualche destinazione.
Non scenderei mai. Non mi fermerei mai. Non smetterei mai.
Non c’è angolo del mondo dove non andrei e non avrò pace finché non avrò battuto il mondo angolo ad angolo. Lo so che è così.

Non è mai il ritorno a farmi paura. È il non avere un altro biglietto aereo pronto, perché per stare bene, davvero bene, io devo sempre avere un biglietto aereo sulla scrivania.
È il tornare a una vita che non è mia che mi fa paura, una vita che mando avanti da anni e anni per necessità senza sapere come ho potuto farmi questo, costruirmela addosso senza che la volessi.
È sapere esattamente come saranno le prossime settimane, dopo che sarò atterrato, a casa.

Ho bisogno di volare per scappare sempre più da quello che non mi appartiene. Se potessi portare con me chi amo, cancellare il passato, non avrei più bisogno di tornare. Mai più.

AlaDelta
TAG: volare, viaggiare
18.03 del 13 Marzo 2018 | Commenti (2) 
 
02 Appunti di bordo dal mio primo Airbus 380
MAR Travel Log: Isole Cook ed RTW 2018
[1° marzo, appunti sparsi in volo]

Da qualche ora stiamo volando sull'Oceano Indiano. Su questo aereo incredibile, fra mille altre cose, oltre al WiFi si può usare liberamente il telefono perché c'è anche la rete cellulare in roaming.
I prezzi del WiFi sono accessibili, con pochi dollari si hanno a disposizione 180Mb, quanto basta per stare in rete a giocare coi social network per tutto il volo, non bastasse l'offerta infinita dell'intrattenimento di bordo personalizzato per ciascuno dei 590 passeggeri (sì, cinquecentonovanta): oltre a dozzine di film e serie tv fra cui scegliere, ci sono videogame, telecamere live che riprendono il panorama dal cockpit dei piloti e sotto la pancia dell'aereo, previsioni meteo mondiali, dirette televisive dei principali canali di informazione globale, informazioni di volo interattive in tutte le salse, bi- e tridimensionali, guide turistiche di tutte le località servite dalla compagnia aerea, informazioni sugli aeroporti e pure l'oroscopo.
Questo è tutto gratis. Il roaming invece costa caro, siamo sui 4 euro al minuto per telefonare. Mi pare che nessuno ci abbia provato, ma la prima e la business class stanno al piano di sopra, dove c'è anche il bar, e non fanno salire i peones dell'economy nemmeno per dare un'occhiata.
Per un istante mi viene in mente che anche sul Titanic la terza classe stava ai piani inferiori, ma allontano il pensiero per scaramanzia.

Nonostante centinaia di voli e trentacinque anni di viaggi in giro per il mondo, nell’attraversare il finger per imbarcarmi su questo gigante dei cieli più di un brivido mi è passato sotto pelle e ho dovuto controllare l’emozione in gola.
Ancora mi capita, in viaggio.

Il gate di imbarco di un A380 che fa rotta da Abu Dhabi, principale interporto stellare del Pianeta Terra, a Sydney, quasi ai confini della galassia, è forse la cosa più vicina al bar di Guerre Stellari che abbia mai visto in vita mia.
Centinaia di terrestri e forse anche non, provenienti da ogni angolo dell’impero, si allineano in un’interminabile coda per salire sull’astronave,

Nella fila ordinata davanti al gate 33 c’è un nutrito gruppo di beduini, gli uomini in tunica bianca, turbante e lunghissime barbe candide, le donne avvolte in tessuti dai colori vivaci, appesantite da qualche chilo di chincaglieria di ogni genere, le teste in parte nascoste da veli policromi: sembra che siano appena stati proiettati fuori da una pellicola su Lawrence d’Arabia, o in partenza con una lunga carovana di cammelli per trasportare spezie e tessuti al di là del deserto; c’è una famiglia numerosa di indiani Vaishnava, la fronte grondante di argilla rossa del tilaka; ci sono alcuni arabi che indossano la tradizionale kandura e la kefiah, e i pakistani con il classico kurta; e lavoratori filippini, mescolati a grassi occidentali ipernutriti che indossano piumini d’oca e maglioni pesanti, evidentemente provenienti dall’Europa innevata; e ancora muscolosi australiani vitaminizzati che viaggiano in t-shirt, bermuda, sandali coi piedi nudi, il bagaglio a mano che contiene solo il MacBook, l’iPhone in mano; e poi qualche cinese fuori rotta, africani non in fuga, trasandati backpacker biondi nordeuropei mescolati a businessmen anglofoni in cravatta con il tablet in mano, che fanno una puntata in Australia per concludere qualche rapido affare, e ricchi colonizzatori bianchi a stelle strisce con la borsa a tracolla che si imbarcano con calma, passando davanti a tutti, nell’inarrivabile prima classe del ponte superiore: l’A380 ha in dotazione persino degli appartamentini privati dove è possibile trascorrere le quattordici ore di volo meglio che in molte camere d’albergo di certi hotel a quattro stelle.

In realtà a bordo il gruppo più numeroso è quello dei siciliani, perlomeno al piano inferiore: non genericamente italiani, proprio siciliani, da Palermo, Catania, Siracusa, Messina, Mazara, Aci Trezza, e il siciliano è la lingua più parlata fra i corridoi.
Non si conoscono fra loro, sono arrivati ad Abu Dhabi con voli diversi, chi via Roma, chi via Milano, chi via qualche altro scalo europeo. Vanno - o tornano - in Australia a lavorare.
Ascolto i loro racconti: molti sono in Australia da anni, altri sono stati prima a Singapore, in Cina, in Malesia, in Germania.
Ascolto i loro racconti perché i giovani siciliani a bordo, appena saliti, attaccano immediatamente bottone con qualunque ragazza straniera occidentale che viaggi da sola, e sono delle macchine inarrestabili: parlano un inglese sciolto e brillante con inesorabile accento del sud, tipico dei film di genere, e le giovani occidentali solitarie, in viaggio per la prima volta verso la nuova frontiera, si lasciano conquistare facilmente, felici di scaricare un po’ di tensione del grande balzo attraverso gli oceani.
Il siciliano dietro di me non la smetterà per tutta la notte di provarci con la tedesca al suo fianco, tenendo sveglie con le sue insopportabili risate le ventinove persone disposte attorno a lui, fra cui la sfortunata sassone al suo primo volo intercontinentale e il sottoscritto.

Numeri: è la mia quinta volta sotto l’equatore, la quinta volta che metto piede nell’Oceano Pacifico, la terza in Oceania, contando le Hawaii.
Il siciliano dice (alla tedesca) che nell'ultimo anno ha già fatto cinque volte avanti e indietro da Palermo a Sydney.

Arrivare in Australia è infinito, mi ero scordato quanto fosse lungo questo viaggio. Quando sei in Oriente sei solo a metà strada. Non passa mai.
E quando arriverò in Australia non sarà ancora finita: avrò davanti una seconda lunga notte in aereo, sul Pacifico.

Questo è il mio mondo.

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RTW2018-02
RTW2018-03
RTW2018-04
RTW2018-05
Il momento dell'attraversamento dell'international dateline
TAG: volare, aerei
22.13 del 02 Marzo 2018 | Commenti (0) 
 
15 Playlist
AGO Travel Log: Isole Canarie, Mondo piccolo, Spostamenti
Lei disegna, lui dorme con la testa apppoggiata sulle mie gambe. L'iPod passa Nothingman e poi il Tom Waits più struggente di Kentucky Avenue. Stiamo volando sopra l'Africa, mentre cala la sera. E faccio fatica a trattenere tutte le lacrime del mondo, mentre penso che questo è esattamente, esattamente tutto quello che ho voluto nella vita: potere andare in giro per il mondo condividendolo con loro e guardandolo attraverso i loro occhi.

E per un istante almeno ogni pezzo nell'universo è precisamente dove deve essere.

TataRyanair
TAG: volare
15.47 del 15 Agosto 2013 | Commenti (1) 
 


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